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  • Bioetica: Mons. Crepaldi: Legge DAT non è accettabile

     La legge in discussione sul fine vita non è accettabile Dichiarazione dell’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi, Presidente dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân

    05-04-2017 - di S. E. Mons. Giampaolo Crepaldi

     
    Il nostro Osservatorio segue l’evoluzione del disegno di legge cosiddetto sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT) e, quindi, sul “fine vita”.

    Nella sua prolusione del 20 marzo scorso, il Cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei Vescovi italiani, ha avuto parole chiare sul problema etico dell’eutanasia in generale e sulla legge in discussione in particolare: «La legge sul fine vita, di cui è in atto l’iter parlamentare, è lontana da un’impostazione personalistica; è, piuttosto, radicalmente individualistica, adatta a un individuo che si interpreta a prescindere dalle relazioni, padrone assoluto di una vita che non si è dato. In realtà, la vita è un bene originario: se non fosse indisponibile tutti saremmo esposti all’arbitrio di chi volesse farsene padrone. Questa visione antropologica, oltre ad essere corrispondente all’esperienza, ha ispirato leggi, costituzioni e carte internazionali, ha reso le società più vivibili, giuste e solidali. È acquisito che l’accanimento terapeutico – di cui non si parla nel testo – è una situazione precisa da escludere, ma è evidente che la categoria di “terapie proporzionate o sproporzionate” si presta alla più ampia discrezionalità soggettiva, distinguendo tra intervento terapeutico e sostegno alle funzioni vitali. Si rimane sconcertati anche vedendo il medico ridotto a un funzionario notarile, che prende atto ed esegue, prescindendo dal suo giudizio in scienza e coscienza; così pure, sul versante del paziente, suscita forti perplessità il valore praticamente definitivo delle dichiarazioni, senza tener conto delle età della vita, della situazione, del momento di chi le redige: l’esperienza insegna che questi sono elementi che incidono non poco sul giudizio. La morte non deve essere dilazionata tramite l’accanimento, ma neppure anticipata con l’eutanasia: il malato deve essere accompagnato con le cure, la costante vicinanza e l’amore. Ne è parte integrante la qualità delle relazioni tra paziente, medico e familiari».

    Dal punto di vista strettamente giuridico, merita grande attenzione la Dichiarazione del Centro Studi Rosario Livatino, firmata da 250 giuristi, che ha denunciato, con precisione incontestabile, che il testo di legge è a contenuto eutanasico.

    La legge in discussione in Parlamento trasforma le “Dichiarazioni” anticipate di trattamento in “Disposizioni” cui il medico non potrà sottrarsi; non tiene conto che nelle diverse situazioni di vita il giudizio che il paziente dà del suo stato di salute cambia, né considera che spesso i pazienti si dimenticano, nel tempo, di ritirare o variare le dichiarazioni da loro fatte molto tempo prima. Il testo di legge pone dei vincoli alla somministrazione attiva di farmaci, ma non ne pone alla sospensione dei trattamenti, prevede che il tutore possa decidere a suo talento nei confronti della persona interdetta e, nel caso in cui anche il medico sia d’accordo, niente può trattenere anche la sospensione di alimentazione e idratazione. Infine non prevede l’obiezione di coscienza per il medico.

    Davanti a questa oggettiva visione delle cose è da considerarsi fuori luogo una diversità di vedute su questo grave argomento all’interno delle associazione cattoliche che più da vicino si occupano di queste problematiche etiche e giuridiche.

    La Chiesa si è sempre attenuta ai principi della legge morale naturale e degli insegnamenti del Signore e, su queste tematiche decisive per una società che voglia dirsi umana, ha espresso un insegnamento coerente e preciso. Ad esso bisogna attenersi anche nel momento attuale e in occasione delle nuove sfide legislative.

    Si tratta di evitare, in particolare, che entrino nel pensare cattolico i principi individualistici dell’autodeterminazione assoluta, in modo che la verità della persona umana e il suo autentico bene possano guidare anche in futuro l’agire nei confronti dei sofferenti, degli anziani, dei disabili e delle persone giunte al termine della loro vita terrena.

     

    da: http://www.vanthuanobservatory.org/notizie-dsc/notizia-dsc.php?lang=it&id=2476

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  • Bioetica: Su Avvenire si difende l'eutanasia?

     D'AGOSTINO SU AVVENIRE DIFENDE LA LEGGE SULLE DAT FACENDO FINTA CHE NON SIA EUTANASIA

    Così, grazie anche alle ''rassicurazioni'' del quotidiano della Cei, sarà legittimo per legge uccidere persone come Eluana Englaro

     

    di Marco Ferraresi

    Con uno sconcertante editoriale del professor Francesco D'Agostino, il quotidiano Avvenire - e quindi la Cei - si schiera decisamente a favore dell'attuale proposta di legge sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat) in discussione alla Camera (per quanto migliorabile), e critica pesantemente quanti si oppongono alla legge e la considerano il primo passo verso la legalizzazione dell'eutanasia. D'Agostino - che scrive in qualità di presidente dell'Unione Giuristi Cattolici Italiani (Ugci), organismo sotto la diretta tutela del segretario della CEI, monsignor Nunzio Galantino - sostiene la necessità di una buona legge sul fine vita e quella attualmente in dicussione per lui evidentemente lo è, seppure sia da emendare in alcuni punti. Si tratta di una posizione che non solo non è condivisa dalla maggioranza dei medici, ma neanche da quella dei giuristi cattolici. E infatti l'uscita di D'Agostino ha provocato l'immediata presa di distanza da parte di Marco Ferraresi, membro del Comitato centrale dell'Ugci, che nella lettera aperta che qui pubblichiamo contesta a D'Agostino le sue affermazioni.

    CARO D'AGOSTINO, SULLE DAT NON MI RAPPRESENTI
    In un articolo pubblicato su Avvenire il 30 marzo, il Presidente dell'Unione Giuristi Cattolici Italiani, Francesco D'Agostino, ritiene che la proposta di legge sul fine vita "non è in alcun modo finalizzata a introdurre in Italia una normativa che legalizzi l'eutanasia". Chi ritiene il contrario leggerebbe il testo "in modo forzato", analogamente a quanto farebbe un interprete "subdolo e malevolo".
    Quale membro del Consiglio centrale dell'Unione Giuristi Cattolici Italiani mi dissocio dalle considerazioni del Presidente, che dimostra a mio avviso di non aver compreso il testo della proposta di legge. Esso introdurrebbe, eccome, l'eutanasia nel nostro ordinamento. Lo argomenta bene l'appello del Centro Studi Livatino firmato da oltre 250 giuristi. Tra i profili critici delle riflessioni di D'Agostino, ne sottolineo tre.
    In primo luogo, la proposta di legge snatura la professione medica, conferendo al paziente un potere sulle determinazioni del medico: il testo della proposta infatti prevede il diritto del paziente di dettare "disposizioni" di trattamento, che il professionista sarebbe obbligato ad eseguire.
    In secondo luogo, il testo in discussione alla Camera prevede sì alcuni limiti alla volontà del paziente (la non contrarietà a norme legali, alla deontologia e alle buone prassi clinico-assistenziali). Ma questi limiti - a parte la loro genericità e dunque manipolabilità in sede giudiziale - sono contemplati unicamente per la richiesta positiva di applicazione di trattamenti sanitari. Al contrario, i limiti non operano con riguardo, in negativo, al "diritto" del paziente di rifiutare o interrompere le terapie e finanche l'idratazione e l'alimentazione artificiali (si v. gli artt. 1, comma 7, e 3, comma 4), queste ultime considerate tout court delle terapie. Con la conseguenza che il medico potrebbe essere costretto dal paziente ad atti eutanasici anche commissivi (per es. togliere una flebo contenente un antibiotico di rilievo vitale).
    In terzo luogo, l'articolo di D'Agostino tace su altri profili gravi del testo in discussione, come l'eutanasia di minori e incapaci, decidibile dai genitori e tutori, a meno che un medico non si opponga e il giudice dia ragione al medico (cfr. art. 2).
    Che proprio il Presidente dell'Unione Giuristi Cattolici Italiani si esprima in questo modo su punti così delicati, che ineriscono al diritto alla vita e al comandamento di non uccidere, non può che suscitare dolore e sconcerto.


    Nota di BastaBugie: sono passati solo nove mesi dall'approvazione della Legge Cirinnà e, in barba a tutti i "paletti", la totale equiparazione tra Unioni Civili e Matrimonio è già avvenuta. Lo dimostrano le sentenze degli ultimi giorni: utero in affitto e adozione tout court per le coppie gay. C'è da stupirsi? Niente affatto. E' accaduto esattamente lo stesso per aborto, divorzio e fecondazione assistita. La morale è semplice: sui principi non negoziabili non si può accettare alcun compromesso politico. Eppure la Cei e i parlamentari cattolici non vogliono capirlo e sul "fine vita" stanno ripetendo lo stesso errore.

    Tutto questo lo spiega bene Riccardo Cascioli nel seguente video della durata di tre minuti e mezzo:
    https://www.youtube.com/watch?v=SUU07HhAOQw


    ORA PER AVVENIRE VA BENE LA MORTE DI ELUANA ENGLARO
    Giacomo Rocchi, Consigliere della Corte di Cassazione, nell'articolo sottostante dal titolo "Ora per Avvenire va bene la morte di Eluana Englaro" spiega come la proposta di legge sulle Dat, se approvata, renderebbe assolutamente legittima la morte di un paziente come Eluana Englaro. Basta leggere gli articoli della proposta e paragonarli a quanto successo allora. Eppure secondo il professor D'Agostino questa non è eutanasia. Così si mente ai lettori di Avvenire.
    Ecco dunque l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 1° aprile 2017:
    L'articolo del professor Francesco D'Agostino apparso su Avvenire del 30 marzo e già commentato dalla Bussola ieri, contiene un passaggio "pesante": «Il disegno di legge non è in alcun modo finalizzato a introdurre in Italia una normativa che legalizzi l'eutanasia. Questo è ciò che invece sostengono alcuni tra i suoi avversari, ma per farlo devono interpretarlo in modo forzato. Onestà vuole che una legge vada valutata per ciò che dice e non per ciò che potrebbe farle dire un interprete subdolo o malevolo».
    Visto che il mio lavoro è di interpretare ed applicare le leggi (non di fare il filosofo), propongo al prof. D'Agostino (e ai nostri lettori) una "prova sul campo" del progetto di legge in discussione: vediamo come funzionerebbe.
    Prima, però, faccio una domanda: cosa è avvenuto con l'uccisione di Eluana Englaro? Rispondo: una disabile in stato di incoscienza, dopo essere stata interdetta, è stata fatta morire interrompendo nutrizione e idratazione per decisione del padre/tutore cui hanno dato attuazione medici e paramedici. La disabile non era malata né, tanto meno, prossima alla morte. Io questa la definisco eutanasia: l'uccisione di una disabile decisa da chi riteneva che ella fosse «morta il giorno dell'incidente stradale», resa possibile da un ordine dei giudici e da sanitari che eseguivano la decisione del tutore. Non so come la definisca il prof. D'Agostino.
    E allora, vediamo cosa dice l'articolo 2 del progetto di legge: «Il consenso informato della persona interdetta ai sensi dell'articolo 414 del codice civile è espresso o rifiutato dal tutore, sentito l'interdetto ove possibile, avendo come scopo la tutela della salute psicofisica e della vita della persona».
    Quindi abbiamo un tutore (come era Beppino Englaro) che può rifiutare le terapie erogate all'interdetta (come era Eluana Englaro). Può rifiutare anche la prosecuzione di nutrizione e idratazione? Certamente sì: lo dice l'art. 1, menzionando «il diritto di revocare in qualsiasi momento (...) il consenso prestato, anche quando la revoca comporti l'interruzione del trattamento, incluse la nutrizione e l'idratazione artificiali».
    E i medici, di fronte a questo rifiuto di proseguire nella nutrizione e idratazione, cosa faranno? Il principio generale è che «il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente (e quindi del tutore) di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo»; tuttavia, nel caso degli incapaci, se il tutore «rifiuti le cure proposte e il medico ritenga invece che queste siano appropriate e necessarie, la decisione è rimessa al giudice tutelare su ricorso del rappresentante legale della persona interessata o del medico o del rappresentante legale della struttura sanitaria».
    Come funziona questa norma? È semplice: il medico non è obbligato a ricorrere al giudice tutelare se è d'accordo con la decisione del tutore e, quindi, può semplicemente interrompere la nutrizione e idratazione all'incapace, cioè ucciderlo.
    Per uccidere Eluana Englaro furono necessari la volontà del tutore di farla morire, diverse pronunce della magistratura (l'ultima quella della Corte d'appello di Milano che diede il via libera finale) e un gruppo di medici e paramedici che concordavano con la decisione di Beppino Englaro e la eseguirono.
    Con questa legge, per ottenere lo stesso risultato nei confronti di altri disabili, non sarà necessaria una sentenza dei giudici: basterà un tutore (o il genitore di un minore o di un neonato) e un medico che è d'accordo con lui e che non farà alcuna opposizione; un medico che il tutore potrà scegliere (la scelta del medico curante, come è noto, è libera).
    Ci saranno almeno conseguenze penali, verrebbe da dire. La legge, premurosamente, garantisce ai medici che eseguiranno la volontà dei tutori l'esenzione «da responsabilità civile o penale»; esattamente come è avvenuto per la morte procurata di Eluana Englaro.
    Il prof. D'Agostino può smentire questa interpretazione? A me non pare «subdola o malevola» e nemmeno forzata: è una piana applicazione del testo di legge.
    Ci sarebbero molte altre cose da dire su quell'articolo e soprattutto sulla proposta di legge in discussione: l'appello promosso dal Centro Studi Livatino espone chiaramente i motivi per cui si tratta di un disegno che ha un contenuto nella sostanza eutanasico.
    Vorrei soltanto sottolineare un aspetto, che il prof. D'Agostino finge di non comprendere: egli ritiene che la legge in discussione riguardi davvero soltanto i problemi di terapia, i malati gravi e, magari, morenti; quasi che si stia approvando una "normativa di settore", che riguarda poche situazione-limite.
    Al contrario, l'eutanasia che si vuole legalizzare (ovviamente senza dirlo) è quella dei disabili, degli anziani (soprattutto se poveri o in stato di demenza), dei neonati "imperfetti" che, forse, "non vale la pena" rianimare per non farli gravare sulla famiglia e sulla società.
    In definitiva, il Parlamento ha in mente ciascuno di noi: cosicché, se non saremo stati così sciocchi da firmare una disposizione anticipata di trattamento - il nulla osta ad una rapida liberazione di un posto letto in ospedale o nella casa di riposo ... - rischieremo ugualmente di doverci difendere da tentativi di farci morire in anticipo, con il timbro dello Stato.
    «La storia ci impone di avere coraggio», conclude il prof. D'Agostino. È vero: occorre il coraggio della verità integrale (e forse anche il coraggio di dimettersi quando è il momento).

     
    Titolo originale: Parola d'ordine: fare finta che non sia eutanasia
    Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 31/03/2017
    Leggi Tutto » | Argomento: Vita | Categoria: Bioetica
  • Chiesa: Chiesa tedesca verso la scomparsa

     

    L’erosione dell’ordinamento sacramentale cattolico in Germania

     

    Commento al comunicato stampa
    della Conferenza Episcopale Tedesca del 1 febbraio 2017

    di Christian Spaemann

    E così ci si è arrivati. I vescovi tedeschi hanno fatto qualcosa di cui non avevano assolutamente la potestà: hanno indebolito l’ordinamento sacramentale della Chiesa cattolica. I fedeli in situazioni irregolari, vale a dire in relazioni sessuali stabili al di fuori di un matrimonio sacramentale, avranno la possibilità di ricevere i sacramenti. Quel che qui conta è «rispettare … la loro decisione di ricevere i sacramenti». I sacerdoti che si attengono alla prassi sinora in vigore, secondo il documento dei vescovi, dovranno far cadere la tendenza a un «giudizio sbrigativo» e a un «atteggiamento rigoristico ed estremo». I vescovi hanno fatto propria la logica di un falso concetto di misericordia, con conseguente caricatura di coloro che seguono il magistero della Chiesa cattolica e la sua intrinseca ragionevolezza.

    Nel loro documento i vescovi tedeschi violano delle norme chiare, che numerosi papi, in particolare Giovanni Paolo II, e il Catechismo della Chiesa Cattolica hanno stabilito in maniera inequivocabile in linea con tutta la tradizione magisteriale della Chiesa. Il richiamo dei vescovi all’esortazione postsinodale “Amoris Laetitia” di papa Francesco, non giustifica questo modo di procedere, dal momento che essa deve essere interpretata alla luce della tradizione. Diversamente, non le si dovrebbe prestare la propria sequela, dal momento che il Papa non sta al di sopra della tradizione magisteriale della Chiesa.

    Nella sostanza, il punto è che, secondo l’insegnamento della Chiesa, vi sono norme che valgono senza eccezioni e non sono soggette a valutazioni particolari, che possano, cioè, essere decise caso per caso in maniera diversa. Ciò rientra nella natura stessa della persona umana, cui compete una dignità che impone determinati limiti nell’approccio con se stessi e con gli altri. Rientra qui la sessualità umana, che non può essere strumentalizzata o vissuta al di fuori di certi contesti, senza ferire la propria dignità o risultare colpevole, indipendentemente da come debbano essere valutate le circostanze soggettive e, quindi, la colpa personale. Se qualcuno, per esempio, ha un disturbo cerebrale organico, a causa del quale non può governare i suoi affetti e in conseguenza del quale continua a insultare sua moglie, egli, malgrado questo fatto, finisce lo stesso per macchiare la sua relazione con lei e continuerà a provare dispiacere per come la tratta, anche se non può farci nulla o quasi nulla.

    La sessualità umana può essere intesa solo a partire dal suo significato. Secondo la concezione cristiana, essa è espressione della comunione tra uomo e donna, su un piano biologico, corporeo, spirituale e personale, «un simbolo reale della donazione di tutta la persona» (Giovanni Paolo II, esortazione postsinodale “Familiaris Consortio” (FC 80). 
    Della persona nella sua integralità fanno parte il passato e il futuro e, pertanto, la donazione di tutta la persona è possibile solo nel pieno coinvolgimento del suo passato e del suo futuro, così come si esprime nel Sì del matrimonio.
    Per questa ragione la Chiesa colloca da sempre la sessualità della persona umana nel contesto del matrimonio, come l’unico luogo, dove essa può essere vissuta in corrispondenza con la dignità che Dio ha voluto per essa. Si tratta di un comandamento e non di un ideale, come, invece, si continua a chiamarlo.
    Ogni esercizio della sessualità che non corrisponda a questo comandamento costituisce, oggettivamente, una separazione della persona interessata dalla sua vocazione, vale a dire, un peccato.
    Su questo non ci sono eccezioni.
    Allo stesso modo, i metodi artificiali, che hanno come scopo impedire il concepimento, violano sempre la dignità dell’atto sessuale, perché i partner, in qualche modo, finiscono per considerarsi reciprocamente come oggetto, anche qualora si fosse in  presenza di circostanze difficili e i partner fossero sicuri  di avere delle buone intenzioni l’uno verso l’altro. Il linguaggio del corpo costituisce, infatti, una realtà oggettiva, che non si può travalicare mediante un atteggiamento soggettivo.
    Si è qui di fronte al cosiddetto “actus intrinsece malus”. Con questa espressione si intendono atti o contesti di atti che, in nessun caso, possono essere definiti come buoni. Tommaso d’Aquino ha elaborato questo concetto e Giovanni Paolo II lo ha fissato come magistero vincolante della Chiesa nella sua enciclica “Veritatis Splendor” (VS 79). In base ad esso «le circostanze o le intenzioni non potranno mai trasformare un atto intrinsecamente disonesto per il suo oggetto in un atto “soggettivamente” onesto o difendibile come scelta» (VS 81). Questo principio vale in maniera specifica per la sessualità umana.

    Un punto decisivo nell’attuale confusione riguardo al magistero ecclesiale in questo ambito sta nella lettura riduttiva delle affermazioni di Giovanni Paolo II nella sua enciclica “Familiaris Consortio” (FC 84). Essa è emersa anzitutto nella Relatio del gruppo sinodale di lingua tedesca, del 21 ottobre 2015, e, successivamente, ha trovato accesso nel documento conclusivo del sinodo. Essa è stata ripetuta in numerose presi di posizione di vescovi e cardinali e ha trovato espressione in AL, ripresentandosi oggi nell’ultimo comunicato stampa della Conferenza Episcopale Tedesca.
    Che cosa è accaduto? Nell’articolo 84 FC, trattando dei divorziati risposati, si afferma che si devono «ben distinguere le diverse situazioni».  In questo passo si citano alcune motivazioni, umanamente comprensibili, per cui delle persone sposate, dopo una separazione, avviano una nuova unione. È chiaro che all’allora pontefice premeva richiamare il lato soggettivo delle situazioni coinvolte e una valutazione della responsabilità morale che doveva essere applicata in maniera differenziata ai singoli casi, in maniera tale da sensibilizzare il clero a una pastorale attenta e discreta.
    Proprio qui, però, c’è il punto decisivo: Giovanni Paolo II non  ne deduce affatto che nei singoli casi di colpa soggettiva diminuita o superata sia possibile l’accesso ai sacramenti. Al contrario, poche righe più sotto introduce con un chiaro “Nihilominus …” il limite della situazione oggettiva di disordine che vale per tutti coloro che vivono in una tale situazione: «La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Viene, poi, una precisazione decisiva:  i divorziati risposati sono da ammettere ai sacramenti solo se «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi».

    Il linguaggio del corpo nella sessualità non può, dunque, essere travalicato semplicemente mediante delle circostanze attenuanti né una situazione oggettiva di peccato può essere legittimata mediante l’amministrazione dei sacramenti. Una differenziazione per casi singoli non è qui possibile. Questo insegnamento e l’ordinamento sacramentale che ne risulta, in accordo con tutta la tradizione magisteriale della Chiesa, è stato espressamente confermato nei successivi documenti del magistero, tra l’altro nel Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC 1650) e nell’esortazione postsinodale di Benedetto XVI “Sacramentum Caritatis” (29).

    Questo passaggio decisivo di FC è stato, invece,  sistematicamente tralasciato nei documenti più recenti. Si tratta di un tentativo, chiaramente non trasparente, di armonizzare dei testi contradditori. Invece di prendere posizione rispetto alla netta delimitazione del “Nihilominus”, nei testi pubblicati su questo tema si mantiene la prospettiva soggettiva della situazione irregolare. Si raccomanda, così, un approfondito esame di coscienza, con il quale la persona coinvolta, nel cosiddetto “forum internum”, l’ambito della coscienza individuale, dovrebbe riflettere sul passato e sul presente delle proprie relazioni (tra gli altri AL 300). In tal modo si desta l’impressione che la volontà di far luce e rielaborare le conseguenze morali e psicologiche di un divorzio e di un nuovo matrimonio civile, come, per esempio, il  chiarimento delle responsabilità nei confronti del partner precedente o della relazione con i figli nati dal primo matrimonio, possa essere presupposto sufficiente per l’ammissione ai sacramenti. 

    Secondo l’insegnamento della Chiesa, invece, in casi simili tali premesse sussistono solo quando siano rispettati i criteri oggettivi dell’ordinamento cristiano della vita, vale a dire o l’astinenza sessuale o la non validità del matrimonio sacramentale, magari dimostrabile solo nel foro interno. Proprio qui sta la linea di rottura con l’insegnamento della Chiesa, che, esattamente in questo punto non viene affatto portato al suo sviluppo o approfondita, come continuamente si sostiene.

    La logica interna di una pastorale della misericordia, unicamente orientata alla soggettività dei fedeli, porta di per sé molto oltre la questione dei divorziati risposati civilmente. Nei corrispondenti documenti, come, per esempio, nella Dichiarazione dei vescovi tedeschi, si continua,  difatti, a parlare di «situazioni irregolari». Coloro che «non sanno ancora decidersi per il matrimonio» vengono, a loro volta, citati in questo contesto. Appare allora del tutto conseguente che anche la LGTB-Community voglia prendere la parola nella Chiesa e pretenda che sia allentata la disciplina per ciò che la compete (https://newwaysministryblog.wordpress.com/2017/01/23/instructions-on-amoris-laetitia-from-maltas-bishops-can-inform-lgbt-issues-too/, vgl. hierzu auch http://www.kath.net/news/57028). Perché, del resto, dovrebbero essere esclusi?  Ovviamente questo tipo di sviluppo non si ferma nemmeno davanti all’enciclica “Humanae Vitae” di Paolo VI, che viene messa in dubbio nella sua non equivocabilità (Instrumentum laboris 2016, Art. 137; cfr., qui, anche http://www.kath.net/news/54124).

    Le conseguenze del nuovo concetto di misericordia non possono essere limitate al solo ambito delle relazioni di coppia e della sessualità. Così, proprio richiamandosi ad AL, una parte dell’episcopato canadese, ha stabilito di concedere l’accompagnamento dei sacramenti della Chiesa in prossimità della morte a delle persone che intendono avvalersi del suicidio assistito o dell’eutanasia (https://cruxnow.com/global-church/2016/09/21/canadian-bishops-issue-guidelines-assisted-suicide-cases/).

    Ci troviamo solo all’inizio di quanto può svilupparsi da questa concezione della misericordia.  Lungo una simile china scivolosa si può con certezza prevedere che cosa sta per arrivare: si deve solo seguire la logica. Quel che qui accade è fatale anche perché nei relativi documenti ecclesiali non viene più cercato alcun collegamento  ragionevole con la tradizione ecclesiale. Si mette così in questione l’intima unità di fede e ragione. In molti fedeli si fa strada quindi l’impressione di una sorta di possibilità di costruire a piacimento in quel che riguarda la fede, la morale e la pastorale e tutto questo spinge l’avanzata del relativismo. 
    All’idea che si va diffondendo che il cristianesimo cattolico  possa elaborare il proprio insegnamento facendo a meno del diritto naturale, dell’antropologia e della coerenza interna dei propri contenuti, sembra ispirarsi il breve tweet del gesuita italiano Antonio Spadaro: «La teologia non è matematica. 2 + 2 in teologia può far 5 … » (Epifania 2017).

    La domanda che ora si pone è se i sacerdoti che si attengono all’ordinamento sacramentale della Chiesa sinora tramandato, possano essere definiti come rigoristi, estremisti e privi di misericordia. Questi verdetti colpiscono anche san Giovanni Paolo II e, con lui innumerevoli sacerdoti in tutto il mondo? Ovviamente, no.  Chiarire che esistono dei limiti non è di per sé assenza di misericordia.
    Rigorista sarebbe un sacerdote che, per esempio, sottoporre a pressioni, senza considerazione per il contesto e per le conseguenze, una donna risposata, con tre figli, e pretendere che sin da subito si rifiuti al marito, minacciandole l’inferno.
    Rigorista sarebbe anche un sacerdote che si rifiutasse di accompagnare pastoralmente, in maniera generica,  una persona che ha deciso di chiedere l’eutanasia. Ben difficilmente si possono negare l’accompagnamento, la benedizione e la preghiera.
    Invece, spiegare alla persona interessata perché non può ricevere l’assoluzione sacramentale nella Confessione o la Comunione non ha nulla a che fare con il rigorismo. Conosco sacerdoti che hanno ottimi contatti con delle persone in situazioni irregolari, che le trattano con rispetto, le integrano nella loro parrocchia, senza amministrare loro i sacramenti.

    Dei concetti sociologici oggi così frequentemente usati nella Chiesa, come “inclusione” o “nessuno deve essere rifiutato”, soggiacciono spesso a un equivoco di fondo. Se un paziente cerca il mio aiuto come medico, neppure il più radicale sostenitore della psichiatria sociale pretenderebbe da me che io accettassi da prescrivere a quel paziente il farmaco che lui a tutti i costi vuole avere. È da sempre un fatto ovvio e parte della liturgia, sia in Oriente che in Occidente, che i fedeli confessino i loro peccati in forma generale, prima di unirsi al Signore nella Comunione. Prendiamo le distanze dai nostri peccati, ci rivolgiamo al Signore e riceviamo nella Comunione il suo perdono. Nel caso dei peccati gravi il sacramento della Confessione deve precedere la Comunione. È quindi altrettanto ovvio che le persone, che vivono in relazioni sessuali obiettivamente disordinate, non partecipino alla Comunione, qualora, per qualunque ragione si tratti, non si sentano in condizione di rinunciarvi.

    È fuori discussione che esistano numerose situazioni di vita, in cui delle relazioni sessuali vengano vissute al di fuori di un matrimonio valido.  A questo proposito c’è, però, una differenza fondamentale se si conserva il timore reverenziale davanti alla santità di Dio e ai suoi comandamenti mediante l’astinenza eucaristica, sperando nella Sua misericordia, o se  ci si arroga il giudizio su se stessi, senza cambiare la situazione di vita che contraddice i comandamenti, pretendendo di discolparsi, mediante la confessione di altri peccati e l’unione con Cristo nella Comunione. La constatazione delle «circostanze attenuanti», vale a dire il giudizio soggettivo di chi amministra e di chi riceve il sacramento, non può passare sopra la situazione oggettiva.
    La Chiesa su questo punto non ha affatto la piena potestà. La grazia di Dio non è legata ai sacramenti, ma solo a Lui compete in questi casi il giudizio, e noi non lo conosciamo. «La Tua parola è luce ai miei passi», si legge nel salmo (119, 105). Proprio nei casi in cui alla stessa persona interessata, a chi le sta intorno e a chi l’ha in cura d’anima appare particolarmente difficile vederla come peccato, si dovrebbe tener presente che noi non conosciamo la volontà assoluta di Dio e, quindi, non possiamo superare i limiti del cono di luce che ci è concesso. Qui si richiede l’umiltà, non l’amministrazione dei sacramenti. La misericordia di Dio non può essere imposta per decreti.

    L’affermazione dei vescovi tedeschi che nel discernimento riguardo all’amministrazione del sacramento in situazioni irregolari «la coscienza di tutte le persone coinvolte sia da prendere nella massima considerazione», il fatto che i sostenitori del nuovo concetto di misericordia parlino di «situazioni complesse» e la tesi secondo cui non ci sarebbero «soluzioni semplici», appaiono come argomenti mendaci che rendono opachi dei dati di fatto di per sé semplici. 
    Perché dovrebbe essere difficile per le persone coinvolte stabilire se vivono in castità o no? Anche chiarire se il matrimonio contratto sacramentalmente sia stato invalido o no è qualcosa che senza particolari strapazzi per la coscienza può essere chiarito con l’aiuto di un esperto canonista. In una delle sue ultime interviste l’anziano e saggio Konrad Adenauer, richiesto circa la sua propensione a semplificare, disse che si devono vedere le cose così profondamente da renderle semplici. Se si rimane solo alla superficie delle cose, esse non sono semplici, ma se si guarda in profondità, allora si vede quel che è reale, e questo – spiegava – è sempre semplice.

    Coloro che vogliono allentare l’ordinamento sacramentale cattolico, se si guardano le cose in questo modo, non possono certo richiamarsi alla misericordia divina. In tal caso non si finisce certo per fare il bene delle persone coinvolte. È scandaloso vedere come a questo scopo essi si richiamino al diario della santa suora Faustyna Kowalska. Giovanni Paolo II fu colui che ne riconobbe l’importanza e che canonizzò questa semplice religiosa. Io stesso, qualche anno fa, studiai a fondo questo libro e non vi trovai nemmeno una traccia di incoraggiamento a pretendere di andare oltre i limiti rispetto alla misericordia di Dio fonte di timore e tremore. Al contrario, spirito e lettera di questo scritto si muovono in tutt’altra direzione.

    Tutti i fedeli che vivono in relazioni sessuali irregolari, soprattutto coloro che si trovano dalla parte delle vittime, che sono stati feriti, abbandonati, forse persino abusati, e che si sono già sforzati di vivere in castità, in breve, tutti coloro che meritano in maniera particolare la comprensione della Chiesa, sono esortati a non fare uso delle nuove possibilità di ricevere il Sacramento. Essi, mediante l’astinenza eucaristica, possono a loro modo rendere testimonianza alla santità di Dio e dei suoi comandamenti. In tal modo, essi potrebbero anche stare più vicini a Dio di alcuni di coloro che, in nome di una falsa idea di misericordia, vogliono amministrare i sacramenti.

    (Traduzione dal tedesco di Giuseppe Reguzzoni http://www.kath.net/news/58530 . da http://www.corrispondenzaromana.it/lerosione-dellordinamento-sacramentale-cattolico-in-germania/)

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  • Discorsi: I santi e le convivenze pre matrimoniali

    Non è lecito fare la Comunione se si è in peccato mortale.
     Non sono leciti i rapporti sessuali fuori dal matrimonio.
     Non è lecito divorziare e "ri-sposarsi".

     

    BEATIFICAZIONE DI LAURA VICUÑA

    OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

    Colle Don Bosco (Torino) - Sabato, 3 settembre 1988

     

    1. “Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli” (Lc 10, 21).

    A queste parole del Signore Gesù, l’evangelista aggiunge: “Esultò nello Spirito Santo” (Lc 10, 21).

    Desideriamo accogliere nei nostri cuori un raggio di questa esultanza, perché ci troviamo insieme in occasione del centenario della morte di san Giovanni Bosco, al quale si possono riferire in modo particolare tali parole del nostro maestro e salvatore.

    Similmente si riferisce a lui anche tutto ciò che leggiamo nell’odierna liturgia, seguendo la prima lettera di san Giovanni: “Ho scritto a voi, figlioli, perché avete conosciuto il Padre . . . colui che è fin dal principio . . . a voi, giovani, perché siete forti, e la parola di Dio dimora in voi e avete vinto il maligno” (1 Gv 2, 14).

    Sull’esempio di san Giovanni apostolo ed evangelista, anche san Giovanni Bosco, durante tutti gli anni della sua vita e del suo apostolato ha scritto una lettera: una “lettera viva” nel cuore della gioventù. E l’ha scritta in questa esultanza che è data ai piccoli e agli umili nello Spirito Santo.

    2. Questa lettera viva veniva già letta durante la vita e il servizio sacerdotale di san Giovanni Bosco. E la stessa “lettera viva” continua ad essere scritta nei cuori dei giovani, ai quali giunge l’eredità del santo educatore di Torino.

    E tale “lettera” diventa particolarmente limpida ed eloquente, quando da quest’eredità di generazione in generazione crescono sempre nuovi santi e beati.

    Conosciamo tutti la splendida schiera di anime elette, formatesi alla scuola di don Bosco: san Domenico Savio, il beato Michele Rua, suo primo successore, i beati martiri Luigi Versiglia e Callisto Caravario, santa Maria Domenica Mazzarello, cofondatrice delle Figlie di Maria Ausiliatrice, e oggi anche la giovane Laura Vicuña, che viene elevata agli altari, in occasione del Giubileo salesiano.

    3. La nuova beata, che oggi onoriamo, è frutto particolare dell’educazione ricevuta dalle Figlie di Maria Ausiliatrice, ed è perciò significativa parte dell’eredità di san Giovanni Bosco. È giusto quindi rivolgere anche il nostro pensiero all’Istituto delle Suore Salesiane ed alla loro fondatrice, per attingere più profonda devozione ai santi fondatori e nuovo ardore apostolico, specialmente nella formazione cristiana dei giovani.

    Misteriosi sono sempre per noi i disegni di Dio, ma alla fine risultano provvidenziali. La giovane Maria Domenica Mazzarello, che ebbe umili origini a Mornese, piccolo paese della diocesi di Acqui, già aveva maturato il proposito di consacrarsi ad una vita di donazione al Signore. Incontratasi con don Bosco, scoprì la sua vocazione definitiva, seguendo l’apostolo della gioventù, il quale desiderava fondare anche un’istituzione femminile. Entrata nell’orbita spirituale e apostolica di don Bosco, Maria Domenica Mazzarello riunì il primo gruppo di religiose a Mornese e il 5 agosto 1872, con la vestizione e la professione, diede inizio ufficiale all’Istituto.

    Da quell’inizio, in breve tempo, le fondazioni si susseguirono in Italia, varcando poi anche le frontiere dell’Oceano, con le prime missioni nell’Uruguay e nella Patagonia. Dal giorno in cui la fondatrice, insieme con altre quattordici giovani, si era consacrata al Signore, fino al giorno della sua morte, avvenuta il 14 maggio 1881, erano appena trascorsi nove anni; ma in quel breve spazio di tempo la santa aveva posto le basi di un promettente istituto religioso, che poi si sarebbe sviluppato in modo davvero meraviglioso. “Mi sono offerta vittima al Signore” aveva confidato un giorno ad una giovane missionaria; e don Bosco aveva commentato: “La vittima era gradita a Dio e fu accettata”.

    Possiamo dire che questo “spirito” della fondatrice si è mantenuto vivo e ardente nelle Figlie di Maria Ausiliatrice! La fede profonda e convinta, unita ad una fervida e costante devozione a Maria santissima, a san Giuseppe, all’angelo custode; la semplicità di vita, espressa in modo particolare da un energico distacco dai gusti mondani e da una intensa e incessante laboriosità; lo zelo ardente per la formazione e la salvezza delle giovani secondo le direttive del “metodo preventivo”, hanno fatto in modo che in cento e più anni di vita le attività si siano moltiplicate con gli oratori, le scuole di vari ordini e gradi, le opere assistenziali e sociali, gli asili infantili, la cura degli anziani, l’apostolato nelle parrocchie, l’assistenza ai sacerdoti, in cinque continenti, in decine e decine di nazioni, in tutte le lingue, secondo un programma altamente umanitario e profondamente cristiano.

    4. In questa atmosfera visse e si perfezionò la giovane Laura Vicuña, “fiore eucaristico di Junín de Los Andes, la cui vita fu un poema di purezza, di sacrificio, di amore filiale”, come si legge sulla sua tomba. Orfana di padre, militare di grande bontà e valore, esule da Santiago del Cile a Temuco, venne ad abitare con la madre e la sorella nel villaggio di Quilquihué, nel territorio argentino di Neuquén. L’ambiente purtroppo - a detta degli storici - era moralmente inquinato; la stragrande maggioranza delle unioni coniugali era irregolare, anche perché, mescolati agli indigeni, vivevano avventurieri, evasi e fuoriusciti. La stessa madre della piccola Laura, entrata a servizio di un “estanciero”, era commiserata sia per la sua infelice convivenza sia per la ferocia dell’uomo a cui si era legata. La piccola Laura trovò ben presto un rifugio spirituale presso le Suore Salesiane, nel piccolo collegio femminile di Junín de Los Andes. Qui ella si preparò alla prima Comunione ed alla Cresima; e qui si accese di ardore per Gesù, tanto da decidere di consacrare a lui la sua vita nell’Istituto di don Bosco, tra quelle suore che tanto l’amavano e l’aiutavano. All’età di dieci anni, ad imitazione di Domenico Savio, di cui aveva sentito parlare, volle formulare tre propositi: “1) Mio Dio, voglio amarvi e servirvi per tutta la vita; perciò vi dono la mia anima, il mio cuore, tutto il mio essere; 2) Voglio morire piuttosto che offendervi con il peccato; perciò intendo mortificarmi in tutto ciò che mi allontanerebbe da voi! 3) Propongo di fare quanto so e posso perché voi siate conosciuto e amato, e per riparare le offese che ricevete ogni giorno dagli uomini, specialmente dalle persone della mia famiglia”.

    Nella sua giovane età Laura Vicuña aveva perfettamente compreso che il senso della vita sta nel conoscere ed amare Cristo: “Non amate né il mondo n le cose del mondo!” - scriveva san Giovanni evangelista - “Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui, perché tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. Ed il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno” (1 Gv 2, 15-17).

    Laura aveva appunto compreso che ciò che conta è la vita eterna e che tutto ciò che è nel mondo e del mondo passa inesorabilmente. Seguendo poi le spiegazioni del catechismo, comprese la pericolosa situazione in cui si trovava sua madre e, sentendo un giorno dal Vangelo che il vero amore giunge a dare la vita per la persona che si ama, offrì la sua vita al Signore per la salvezza della mamma.

    Divenuta poi quella casa un pericolo anche per lei, al fine di difendere la sua innocenza aveva ottenuto dal confessore il permesso di portare un cilicio. Un brutto giorno venne aggredita e malmenata da quell’uomo; il quale, accecato dalla passione, la percosse violentemente e la lasciò tramortita di spavento. Ma aveva vinto lei, la giovane Laura. Questa però ormai, consumata da varie malattie, andava velocemente declinando, confortata dall’Eucaristia e dalla speranza della conversione della mamma. Nell’ultimo giorno della sua vita, poche ore prima di morire, chiamò vicino a sé la mamma e le rivelò il grande segreto: “Sì mamma, sto morendo . . . Io stessa l’ho chiesto a Gesù e sono stata esaudita. Sono quasi due anni che gli offrii la mia vita per la tua salvezza, per la grazia del tuo ritorno. Mamma, prima di morire non avrò la gioia di vederti pentita?”.

    A questa rivelazione, serena e confidente, l’animo della madre diede un sussulto: mai avrebbe potuto immaginare tanto amore in quella sua figlia! E spaventata nel conoscere la sofferenza che aveva accettato per lei, promise di convertirsi e di confessarsi. Ciò che fece prontamente e sinceramente. La missione della giovane Laura era ormai compiuta! Ora poteva entrare nella felicità del suo Signore!

    5. La soave figura della beata Laura, gloria purissima dell’Argentina e del Cile, susciti un rinnovato impegno spirituale in quelle due nobili nazioni, e a tutti insegni che, con l’aiuto della grazia, si può trionfare sul male; e che l’ideale di innocenza e di amore, seppur denigrato e offeso, non potrà in fine non risplendere ed illuminare i cuori.

    6. Il rito della “beatificazione”, che con tanta gioia e solennità stiamo celebrando in questo luogo in cui ha origine una storia di santità, - luogo giustamente denominato “la collina delle beatitudini giovanili” - ci deve anche far riflettere sulla importanza della famiglia nella educazione dei figli e sul diritto che questi hanno di vivere in una famiglia normale, che sia luogo di amore reciproco e di formazione umana e cristiana. Esso è un richiamo per la stessa società moderna perché sia sempre più riguardosa dell’istituto familiare e dell’educazione dei giovani. La beata Laura Vicuña illumini tutti voi, giovani, ed ispiri e sostenga sempre voi, Figlie di Maria Ausiliatrice, che siete state le sue educatrici!.

    7. “Gesù esultò nello Spirito Santo”.

    Oggi la Chiesa di Cristo - e particolarmente la Famiglia Salesiana - partecipa a questa letizia.

    Esultiamo per la elevazione alla gloria degli altari di una figlia spirituale di san Giovanni Bosco, educata nella Congregazione femminile delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Esultiamo in modo particolare con la gioia della vostra madre, santa Maria Domenica Mazzarello. Esultiamo con la vostra gioia, care sorelle!

    Ecco, “il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno” (1 Gv 2, 17).

    La nuova beata Laura Vicuña ha imparato nella Famiglia Salesiana a fare la volontà di Dio. L’ha imparata da Cristo, mediante questa comunità religiosa, che le ha mostrato la via alla santità.

    “Chi ama . . . dimora nella luce” (1 Gv 2, 10).

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      San Giovanni Eudes

    LA VITA ED IL REGNO DI GESÙ NELLE ANIME CRISTIANE

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    PRESENTAZIONE: "Me infelice se non evangelizzo, se non converto".


    Nato in Normandia nel 1601 viene ordinato sacerdote nel Collegio dei gesuiti di Caen. Egli è il primo apostolo del culto liturgico ai Sacri Cuori di Gesú e di Maria. Nel 1641 fonda due Congregazioni religiose, una maschile e una femminile, dedicate ai Sacri Cuori. Fondò poi rifugi per togliere le ragazze dalla strada e una Congregazione di Religiose per assisterle, l'ordine di «Nostra Signora della Carità del Rifugio».  Scrive numerose opere, fra cui la più conosciuta e la più considerevole è «Il cuore ammirabile della Madre di Dio». Morì nel 1680.

     

    Questo "padre, dottore e apostolo del culto liturgico dei SS. Cuori", come viene chiamato nel decreto di beatificazione (1909), nacque il 14-11- 1601 a Ri, nella diocesi di Sées (Normandia), primogenito dei sette figli di Isacco, coltivatore e chirurgo. Fin dall'infanzia Giovanni si segnalò per il temperamento focoso, ma anche per una rara pietà alla quale dava libero sfogo davanti al tabernacolo e ad un'antica immagine di Maria SS. A nove anni uno dei suoi compagni, in un diverbio, gli diede uno schiaffo. Invece di reagire, il nostro santo si pose in ginocchio e, porgendo l'altra guancia, disse all'insolente: "Se vuoi, percuotimi anche su questa". Fatta la prima comunione (1613), sollecitò il permesso di cibarsi del pane celeste ogni mese.

    Dopo che ebbe appreso i primi elementi della grammatica da un sacerdote dei dintorni di Ri, Giovanni fu mandato a Caen, nel collegio che i gesuiti avevano aperto da poco, dove fu sempre tra i primi della classe, e meritò per la grande pietà dai compagni l'appellativo di "il devoto Eudes". Egli fece parte della Congregazione Mariana e a quattordici anni emise il voto di perpetua castità. Considerandosi fidanzato della SS. Vergine passò un anello nel dito di una statua di lei.

    Al termine della filosofia il suo direttore spirituale lo assicurò che era chiamato al sacerdozio anche se suo padre gli aveva già cercato la sposa. Ricevuta la tonsura, studiò la teologia e l'apologetica all'università di Caen. Poi, sentendo nascere in sé il desiderio della perfezione religiosa, il confessore lo esortò a entrare nella Società dell'Oratorio di Gesù fondato nel 1611 dal P. de Bérulle per la restaurazione dello stato sacerdotale in Francia. Giovanni Eudes fu ricevuto nel noviziato di Parigi (1623) durante il quale ebbe come maestri due geni: lo stesso P. de Bérulle (+1629) e il suo successore, Carlo de Condren (+1641) che, secondo Madama di Chantal, era un uomo capace di istruire gli angeli.

    Ordinato sacerdote (20-12-1625), dopo un periodo di preghiera e studio nel ritiro di Nostra Signora delle Virtù di Aubervilliers, ottenne di recarsi a piedi al paese natale devastato dalla pestilenza, per curare i malati, confortare i morenti e seppellire i morti. Egli percorse prima le campagne di Caen, poi si trasferì ad Argentan dove l'epidemia scomparve appena gli abitanti, dietro l'esortazione del santo, si furono messi sotto la protezione di Maria SS. Giovanni Eudes fu allora destinato alla casa che l'oratorio aveva aperto a Caen, in cui trascorse circa quattro anni nello studio della Morale, nel ministero della predicazione, del catechismo e delle confessioni. Quando la peste riapparve per la seconda volta proprio a Caen (1631) quasi tutti, clero compreso, fuggirono. Il P. Eudes restò e, per non contaminare i confratelli, prese alloggio in una botte che la badessa benedettina della SS. Trinità aveva fatto collocare in un prato sulla riva del fiume Orne. Il morbo diminuì dopo che il santo aveva fatto innalzare statue della Madonna su tutte le porte della città. Quando rientrò all'Oratorio si ammalò gravemente, ma guarì perché la sua missione non era ancora terminata.

    Le fatiche apostoliche per il P. Eudes cominciarono propriamente nel 1632 con le missioni popolari nella diocesi di Coutances. Nel 1629 il P. De Condren, succeduto al cardinal de Bérulle, lo nominò capo di tutte le missioni che sarebbero state affidate all'Oratorio in Normandia. I frutti che egli raccolse con i suoi trenta scelti operai furono molto abbondanti. Alla sua parola ardente e penetrante sovente l'uditorio prorompeva in lacrime, i penitenti assiepavano i confessionali, i nemici si riconciliavano, chi possedeva quadri osceni o libri cattivi li bruciava pubblicamente in espiazione dei propri scandali.

    Una delle grandi pene che provava il P. Eudes era quella di costatare come i felici risultati ottenuti nelle missioni non fossero duraturi per la mancanza di sacerdoti istruiti e morigerati. Deliberò allora di adoperarsi per fondare e dirigere seminari già ordinati dal Concilio di Trento. Dato che l'Oratorio era stato fondato per promuovere la riforma del clero, propose ai superiori maggiori di aggiungere alle funzioni già fissate gli esercizi particolari per gli ordinandi, facendone egli stesso l'esperimento con un seminario nella casa di Caen, di cui era superiore dal 1640. Con suo grande stupore il permesso gli fu rifiutato. Gli Oratoriani, dimentichi dello scopo essenziale e primordiale della loro istituzione, preferivano continuare a consacrarsi all'educazione della gioventù laica.

    La sua idea di fondare una nuova Società per la formazione del clero e il rinnovamento del popolo con le missioni, fu approvata da parecchi vescovi e dalla mistica normanna Maria des Vallées con cui il santo era in relazione. Lo stesso cardinale Richelieu, primo ministro di Luigi XIII, informato del gran bene che egli operava tra il clero con le sue conferenze, lo fece chiamare a Parigi per incoraggiarlo e autorizzarlo a dare inizio alla sua opera. Per la nascita della Congregazione di Gesù e Maria a Caen, il P. Eudes scelse la data del 25-3-1643, fedele discepolo del cardinal de Bérulle nel fare della persona del Verbo Incarnato il centro di tutta la vita spirituale.

    Fin dal principio egli fu sostenuto validamente dal suo vescovo di Bayeux, Mons. d'Angennes, e coadiuvato da alcuni zelanti sacerdoti che si posero alla sua scuola senza emettere voti di religione. Secondo l'intenzione del fondatore essi dovevano trovare nel loro sacerdozio la ragion d'essere della propria santificazione. Per realizzare la vita di Cristo in loro e nei fedeli, egli propose a tutti la devozione ai Sacri Cuori di Gesù e Maria, e affidò ad essi il compito di propagarla nelle missioni.

    Egli stesso con l'approvazione di numerosi vescovi ne compose la Messa e l'Ufficio che in breve si propagarono in tutta la Francia con grande livore dei giansenisti. La festa del Sacro Cuore di Maria fu da lui introdotta nel 1648, quella del Sacro Cuore di Gesù nel 1672, un anno prima delle apparizioni e delle rivelazioni a S. Margherita M. Alacoque. Il P. Eudes scrisse moltissimo con praticità e unzione in difesa di questa devozione, sulla Madonna, sul sacerdozio, sulla vita cristiana incentrata sempre sul Verbo Incarnato.

    A Caen, dove tutto era perfettamente regolato, accorsero molti sacerdoti a fare gli esercizi spirituali, pensionanti, studenti di teologia, laici desiderosi di conoscere la propria vocazione. Di mano in mano che i membri crescevano, il P. Eudes moltiplicava le Case di prova per informare gli aspiranti alla sua spiritualità e prepararli alle missioni popolari. Sovente si udiva esclamare: "Me infelice se non evangelizzo, se non converto". Dotato delle più belle qualità di oratore sacro, non si stancò mai di predicare. La gente accorreva ad ascoltarlo fino da dieci leghe di distanza e con qualunque tempo. Mentre il santo predicava tanti non facevano che piangere. Nelle domeniche e nelle feste non era raro vedere riunite attorno a lui sulle piazze o in aperta campagna fino a dieci, quindici mila persone. A Valognes nel 1643 se ne contarono quarantamila e, cosa meravigliosa, fu da tutti udito distintamente. Le sue missioni duravano almeno sei settimane e ottenevano ovunque frutti meravigliosi. Per confessarsi tante persone facevano la fila per tré, quattro giorni. Perfetto organizzatore, nessuna categoria sociale veniva da lui trascurata, compresi i bambini della prima comunione.

    Nelle missioni il P. Eudes aveva avuto la gioia di condurre sul retto sentiero parecchie famose Roccatrici. Da principio le affidò a buone famiglie di Caen, poi per esse istituì l'Ordine di Nostra Signora della Carità del Rifugio ( 1641), i cui membri s'impegnavano con un quarto voto a consacrarsi all'educazione delle prostitute pentite. Da esso sbocciò, nel 1835, per opera di S. Maria Eufrasia Pelletier, l'Istituto di Nostra Signora di Carità del Buon Pastore per la preservazione e la rieducazione delle giovani.

    Nello svolgimento del suo apostolato non mancò al P. Eudes il sigillo della cancelleria del cielo: la croce. A intervalli furono suscitate grandi tempeste contro di lui dai suoi nemici i quali lo tacciarono di ingannatore, di ribelle ai superiori, di spergiuro e perfino di sacrilego. Alla morte di Mons. D'Angennes gli furono tolti tutti i poteri e il suo successore Mons. Mole poco mancò che gli facesse chiudere il seminario che aveva fondato. I giansenisti e i gallicani riuscirono a metterlo momentaneamente in cattiva luce davanti al re Luigi XIV, e tentarono di arrestare la fondazione del suo seminario di Rouen e d'impedire a Roma l'approvazione del suo Istituto con libelli diffamatori perché sapevano di avere in lui un irriducibile avversario. Ai suoi sacerdoti raccomandava infatti: "Essi devono stare lontani da noi come l'inferno è lontano dal cielo, come il fuoco dall'acqua".

    Le pene morali, continue e lancinanti, gli scossero la salute. Per oltre vent'anni soffrì di grande freddo alla schiena. Negli ultimi anni patì spaventosi dolori per le febbri e le emorroidi, la ritenzione di urina e un'ernia. Morì il 19-8-1680. Pio X lo beatificò l'11-4-1909 e Pio XI lo canonizzò il 31-5-1925. Le sue reliquie sono venerate a Caen nel monastero di N. S. della Carità.
    ___________________
    Sac. Guido Pettinati SSP,
    I Santi canonizzati del giorno, vol. 8, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 199-203.
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  • Cristianofobia: Il processo di Cristo e della Chiesa
      Nel Tempo di Passione, che abbraccia le due settimane che precedono la Pasqua, la Chiesa contempla in lutto i dolorosi avvenimenti che segnarono l’ultimo anno della vita del Redentore del mondo (Settimana di Passione) e l’ultima settimana della Sua vita mortale (Settimana Santa).

     Con l’avvicinarsi del Venerdì Santo, la voce di dolore della Chiesa diviene più vibrante e commossa, e tra breve essa farà sentire i suoi lamenti inconsolabili per la morte del suo divino Sposo. «Il Cielo della Santa Chiesa si oscura sempre più», scrive dom Guéranger. Il Redentore divino, fattosi uomo per amore dell’uomo, sta per espiare l’umano peccato sostituendosi ai suoi fratelli colpevoli. Egli si riveste dei nostri peccati, dice il Profeta, come di un mantello, e si fa peccatore per noi per poterlo portare nella sua carne sulla croce e distruggerlo con la sua morte (cf 1 Pt 2,24).

    Nell’Orto degli Ulivi, tutti i peccati commessi dall’umanità colpevole, dagli albori del mondo fino alla consumazione dei secoli, affluiscono come flutti melmosi nell’anima purissima del Salvatore del mondo, che diviene così «il ricettacolo di tutto il fango umano e il rifiuto della creazione» (Mons. Gay). Il Padre deve allora trattarlo come maledetto, poiché è scritto: «Sia maledetto chiunque è appeso al legno» (Gal 3,11). Per la nostra salvezza bisognava davvero che Gesù fosse appeso al legno della Croce, affinché la vita ci fosse resa dal legno che ci aveva dato la morte, e che colui che in un albero aveva trionfato, da un albero – a sua volta – fosse vinto (Prefazio della Croce).

    La Sacra Liturgia nota che, «poiché i nostri progenitori erano stati ingannati da satana, bisognava che uno stratagemma divino sventasse l’artificio del serpente». S. Bernardo lo spiega dicendo che «poiché Gesù non aveva che l’apparenza del peccato, fu appunto quest’apparenza a mascherare la trappola in cui satana cadde». E S. Agostino: «Per un giusto permesso di Dio, Lucifero perdette il diritto di morte che aveva sui peccatori il giorno in cui egli fu abbastanza temerario da usarlo contro il Giusto». Si tratta di una lotta senza precedenti e senza pari tra il principe della morte e il Dio della vita, ma «immolandosi Cristo trionfa» e – col più grande dei divini paradossi – morendo ci dona la vita.

    Nella Domenica delle Palme, Egli avanza come un conquistatore, circondato di onori dalla folla che acclama: «Osanna al Figlio di David, benedetto colui che viene nel nome del Signore, il Re d’Israele». Ma dopo una gloria passeggera e fugace, il Figlio dell’uomo è sottoposto ad un infamante e menzognero processo. Condannato al peggiore dei supplizi, voluto non solo per ucciderLo, ma anche per cancellarne la memoria, Egli sale sulla croce, trono prezioso che il suo Sangue «orna della porpora regale».

    L’oracolo di Davide si è compiuto: ¥Dio ha regnato dal legno», che da oggetto di ignominia è divenuto il vessillo del re e la nostra sola speranza in questo tempo di Passione. «Noi ci prostriamo davanti alla Croce, poiché è per essa che è venuta la gioia in tutto il mondo» (Liturgia). E per dimostrare che è solo in questa prospettiva salvifica che la Chiesa guarda ed adora la Santa Croce, gli artisti cristiani di un tempo cambiavano la corona di spine in una corona araldica e reale.

    La Sacra Liturgia, rovesciando – con il suo linguaggio e suoi simboli – la nostra umana comprensione, non fa che riflettere il sapiente e misterioso disegno di Dio il Quale, nonostante le astuzie degli uomini e gli ostacoli più insormontabili da essi posti, si realizza inesorabilmente nella sua pienezza. Anzi, trionfando dell’umana bassezza, esso rifulge più glorioso, poiché Dio, nella Sua provvidenza, calcola anticipatamente ogni minuto ostacolo che gli uomini possono frapporre ai Suoi divini disegni.

    Ecco perché il Salmo canta: «Insorgono i re della terra e i principi congiurano insieme contro il Signore e contro il suo Messia: Se ne ride chi abita i cieli, li schernisce dall’alto il Signore» (2, 2-9). Dio non solo irride le astute tattiche e i perversi ragionamenti umani, ma li ribalta con sovrana sapienza, facendoli servire ai Suoi imperscrutabili fini. E, difatti, nel corso della vita del Salvatore, mentre gli Scribi e i Farisei avevano tentato di distruggerLo e coprirLo di ignominia, non compresero che, con l’ignominia di cui volevano ricoprirlo, preparavano il Suo più grande trionfo.

    Il Salvatore del mondo fu condannato dai Giudei per un meschino opportunismo politico verso l’autorità romana, ma – mai come allora – fecero di Pilato, che quella autorità rappresentava, un misero zimbello nelle loro mani. E lui, che di quel processo infamante pretendeva vigliaccamente di lavarsi le mani, è da 2000 anni ricordato da tutti i cristiani ogni volta che si recita il Credo. I Giudei simularono di condannare Gesù per difendere la loro nazione, e proclamarono solennemente di non avere altro re all’infuori di Cesare.

    Essi «Finsero di temere le sedizioni popolari, e vi ricorsero quando vollero che il popolo condannasse Gesù alla morte di croce. Finsero di condannare Gesù per amore alla verità, e ricorsero alle false testimonianze; finsero di ucciderlo per amore della Legge, e violarono la Legge» (D. Ruotolo). Frutto di un processo menzognero, anche il Calvario si presentò come una menzogna. «Il Redentore vi apparve come uomo, ed era Dio, vi apparve come reo, ed era la santità stessa, vi apparve come maledetto, ed era la benedizione del genere umano» (ivi).

    Più precisamente, Egli – facendosi maledizione per noi – appese alla croce il chirografo della nostra condanna. Fu in questa apparenza di menzogna che l’uomo ottenne la benedizione e la salvezza. Il Redentore fu coperto di sangue, e la Madre sua fu ai suoi piedi per presentarlo, così sfigurato, al Padre. «Quel sangue sembrava orrore di pena, ed era amore, quelle spine sembravano obbrobrio, ed erano una corona regale, quei chiodi sembravano il sanguinoso vincolo della libertà, ed erano il definitivo affrancamento dalla schiavitù». «Tutto era, ci si perdoni la frase, una menzogna divina, perché in questa divina finzione la benedizione cadde sul Re d’amore per noi, e Maria Immacolata fu la Madre della benedetta umanità rigenerata» (ivi).

    Il Tempo di Passione non è un semplice ricordo storico di questi avvenimenti riferentesi alla persona di Gesù; esso è una realtà per tutto il Corpo mistico. Il dramma del Golgota si estende a tutta la Chiesa che, con Cristo suo capo, rivive la Passione del suo Signore. Il Processo infamante di Gesù nostro Signore non è terminato. Pascal diceva giustamente che Gesù è in agonia fino alla fine del mondo.

    Ma, in realtà, tutti i misteri della vita del Signore continuano e continueranno fino alla consumazione dei secoli nella sua Chiesa. Anche il Suo processo. Ora come allora assistiamo alla defezione degli apostoli, al tradimento di Pietro, alle menzogne create per distruggere il Suo Corpo e, se fosse possibile, cancellarlo dalla memoria del mondo. Il processo di Gesù fu una farsa e una menzogna, ma una “menzogna divina” perché non sfuggì all’ordine delle cose voluto da Dio.

    Nessun dettaglio della Passione del Redentore, come della Sua vita, sfuggì alla divina economia della Sua misteriosa provvidenza. Così avviene per la Sua Chiesa. Se essa, nella sua componente umana, è prona al mondo e alle sue sirene, se il Sinedrio modernista la vende per trenta denari, se Pietro la tradisce e gli apostoli fuggono impauriti davanti ad un vergognoso e infame processo mondano, rimane tuttavia un piccolo gregge attorno alla Vergine Santissima che, ai piedi della Croce, impietrita dal dolore, contempla, ora come allora, non la morte del Figlio ma la salvezza del mondo.

    (Cristiana de Magistris, 12/04/2017 per http://www.corrispondenzaromana.it/il-processo-di-cristo-e-il-processo-della-chiesa/)

    Leggi Tutto » | Argomento: Devozione | Categoria: Cristianofobia
  • Totalitarismo: Per farci diventare schiavi

     Educazione sessuale a scuola? Inutile, lo dimostra un macrostudio

      Molto spesso i cosiddetti “programmi di educazione sessuale”, generalmente promossi da organizzazioni sovranazionali come le Nazioni Unite (oltretutto in stretta collaborazione con organizzazioni Lgbt), non sono altro che un tentativo surrettizio di formare bambini ed adolescenti non ad una educazione affettiva ma alla mera sessualità genitale, accompagnata dall’ideologia gender, alla contraccezione e, quando va male, all’interruzione di gravidanza.

    Non è una fissa dei comitati in difesa della famiglia, ma lo hanno ammesso gli stessi “educatori”, lo hanno rivelato gli insegnanti, lo hanno scoperto i genitori e sono purtroppo quotidiane storie di cronaca (ecco alcuni casi di cui si è parlato in Italia a Forlì nel 2015, in Friuli Venezia Giulia nel 2015, a Massa Carrara nel 2015, a Milano nel 2016, nonché alcune immagini dei libri presentati nelle scuole ecc.)

    Le famiglie possono oggi avvalersi anche di un importante macrostudio realizzato dall’organizzazione Cochrane, una rete globale di ricercatori nel campo della salute, definiti dal Canadian Medical Association Journal come «la miglior risorsa per la ricerca metodologica e per lo sviluppo della scienza della meta- epidemiologia». I ricercatori, provenienti dall’University of York, dalla Liverpool School of Tropical Medicine, dal South African Medical Research Council e dalla Stellenbosch University, hanno esaminato i dati provenienti da più di 55.000 giovani 14-16enni sottoposti a “programmi di salute sessuale e riproduttiva” provenienti dall’Africa sub-sahariana, dall’America Latina e dall’Europa, seguendoli da uno a 7 anni.

    La conclusione a cui sono arrivati è che tali corsi scolastici «non hanno alcun effetto sul numero di giovani persone infette da HIV ed altre malattie sessualmente trasmissibili o la riduzione del numero di gravidanze indesiderate». E’ stato anche rilevato che soltanto quando le scuole hanno fornito incentivi per rimanere a scuola oltre l’orario standard, come la divisa scolastica gratuita o piccoli pagamenti in contanti, si è verificato un miglioramento del 22% nel tasso di malattie sessualmente trasmissibili e gravidanze indesiderate. Miglioramento che però, come detto, non si è verificato se le scuole proponevano corsi di educazione sessuale.

    Il pilastro dell’attuale approccio per l’educazione sessuale non funziona e anzi, come è stato scritto nel 2007 in un importante editoriale del British Medical Journal, «contrariamente a quanto si possa pensare, invece di migliorare la salute sessuale, interventi di educazione sessuale possono peggiorare la situazione».

    Per molti sarà una sorpresa, non per noi però dato che lo abbiamo segnalato in circostanze precedenti (offriamo un ulteriore studio come controprova, pubblicato sul Journal of Policy Analysis and Management nel 2006, in cui si conclude: «Gli avversari di tali programmi hanno ragione nell’osservare che l’educazione sessuale è associata con esiti negativi per la salute, ma generalmente sbagliano nell’interpretare questa relazione causale. I sostenitori di tali programmi, invece, sono generalmente corretti nel sostenere che l’educazione sessuale non incoraggia attività sessuali a rischio, ma sbagliano nell’affermare che gli investimenti in programmi scolastici di educazione sessuale producono benefici misurabili per la salute»).

    Al contrario, se osserviamo la letteratura scientifica, gli unici buoni risultati si sono verificati nei casi in cui i programmi scolastici educavano al valore dell’astinenza, del custodirsi e custodire la propria sessualità, dell’attesa al completo dono di sé in una fase più matura, dedicandolo alla persona con cui si sarà deciso di condividere la vita e, per l’appunto, tutto se stessi. Studi sull’efficacia di questi programmi sono apparsi su diverse riviste scientifiche, come Review of Economics of the Household nel 2011, su Archives of Pediatrics and Adolescent Medicine nel 2010, sul Journal of Adolescent Health nel 2005, ecc. Il prof. Furio Pesci, docente di Storia della pedagogia all’Università La Sapienza di Roma, ha spiegato: «L’educazione sessuale e affettiva non è mai stata considerata – nemmeno dai sostenitori della laicità o del laicismo più accesi – come uno dei fini della scuola».

    Questo quadro fornito dalla letteratura scientifica più recente sembra confermare la posizione della Chiesa, ben espressa dal presidente della CEI, card. Angelo Bagnasco: «l’educazione all’affettività e alla sessualità per la sua specificità unica, per la sua peculiarità, per la sua delicatezza, non dovrebbe far parte del quadro strutturale della scuola». Anche perché i programmi titolati «lotta all’omofobia, al bullismo, alla educazione ai valori ed al rispetto – tutti intendimenti sacrosanti – diventano il grimaldello per far passare una visione antropologica ben diversa, che va a toccare una dimensione affettiva e sessuale che è molto di più che l’italiano, il latino, il greco, le scienze e la storia perché tocca una visione delle cose, un mondo valoriale, che è troppo delicato e troppo grave».

    Le alternative proposte dal card. Bagnasco sono che «su esplicita richiesta dei genitori, la scuola offra qualche momento extra curricolare, ma che non faccia parte del quadro generale del programma». Inoltre, è doveroso «che i genitori riprendano in mano, con opportuni aiuti, l’educazione affettiva dei propri figli e sarebbe la cosa migliore». Riteniamo decisamente valida sopratutto quest’ultima indicazione.

     

    La redazione, per http://www.uccronline.it/2017/04/05/educazione-sessuale-a-scuola-inutile-lo-dimostra-un-macrostudio/ del 5 aprile 2017

    Leggi Tutto » | Argomento: Socialismo | Categoria: Totalitarismo
  • Bioetica: Card. Sarah: Combattere l'aborto

     L’umile cardinale guineano Robert Sarah, che da giovane vescovo rischiò la vita per difendere il suo popolo contro la dittatura. Il mistico che imparò la fede dai missionari spiritani, disposti alla morte per evangelizzare il suo paese, che lo fecero innamorare della liturgia come luogo principale dell’incontro con Cristo e della preghiera e del digiuno come armi contro il nemico, ha parlato dell’aborto come della “più grande tragedia del nostro tempo”.
    La più grande e la più dimenticata, perché, ha continuato il cardinale alla guida della Congregazione per il culto divino, fa “parte della battaglia finale”, quella “fra Dio e satana” da cui “dipende la stessa sopravvivenza dell’umanità”.

    Sarah ha parlato così in Francia il giorno dell’Annunciazione, il 25 marzo, di fronte a quasi 2000 persone radunante in occasione dell’anniversario della morte del servo di Dio Jerome Lejeune.

    Secondo il cardinale, infatti, il dragone dell’apocalisse che “sta davanti alla donna incinta, pronto a divorare suo figlio” è “un prototipo della cultura della morte”.
    Ma il paragone è anche con la lotta fra Davide e Golia, che somiglia a quella del movimento pro life contro il “potere mediatico e finanziario, pesantemente armato e protetto dall’armatura delle false certezze e delle nuove leggi contro la vita”.
    Chiarendo che l’aborto è un “sacrilegio orribile e criminale” anche se molti non lo pensano poiché sono “anestetizzati”.

    Ma perché il diavolo odia tanto la vita nascente?
    Il cardinale ha citato Lejeune che spiegava: “Se
    qualcuno vuole attaccare davvero il Figlio dell’uomo, Gesù Cristo, esiste solo un modo: attaccare i figli degli uomini. Il cristianesimo è l’unica religione che dice: “Il tuo modello è un bambino”, il bambino di Betlemme. Se ti viene insegnato a disprezzare i bambini, allora non ci potrà essere cristianesimo in questo paese”.

    Poi il cardinale ha spiegato che l’aborto non è come ci hanno fatto credere l’eliminazione di un figlio per permettere alla donna di agire liberamente, ma un tassello di un disegno ideologico di schiavitù: “Il trans umanesimo cerca di realizzare, attraverso la tecnoscienza, il sogno prometeico del nazismo. Come nel nazismo, ci sarà una razza superiore? Se sì, con quale criterio? E se così, che cosà sarà fatto alle persone sub umane, come le definisce il nazismo, il cui lavoro sarà rimpiazzato dai robot?”.
    E ancora, “fin dove arriveremo in questa corsa verso l’inferno?”.
    Corsa che mira ad eliminare i bambini anche in altre forme, come il cosiddetto matrimonio fra persone dello stesso sesso e attraverso la procreazione in laboratorio.

    Per questo, se Lejeune fosse stato presente, “si sarebbe opposto al matrimonio omosessuale che è falso, ed è uno scandalo, e anche a quelle aberrazioni definite procreazione medicalmente assistita e maternità surrogata, e avrebbe combattuto con energie senza pari la cosiddetta teoria gender, veramente folle e mortale”.

    Perciò il cardinale ha chiamato a combattere come ha fatto Lejeune che “contro tutti è rimasto fedele al Vangelo”, anche se alla fine fu disprezzato e ridotto al silenzio nonostante le sue grandi scoperte scientifiche. Ma anche questa fedeltà nel silenzio è servita, perché anche Gesù accusato dai farisei durante la passione rimase in silenzio per “mostrare così il suo disprezzo per le bugie e quindi la verità, la luce e l’unica via che conduce alla vita”.

    Perciò “nessuno può essere insensibile e indifferente di fronte all’obbligo assoluto di difendere i non nati”, perché questa “è intimamente legata alla difesa di tutti i diritti umani. Infatti implica la convinzione che la vita di un essere umano è sempre e comunque sacra e inviolabile”, innanzitutto quella “del tuo prossimo”.

    Per questo, oltre a battersi con le parole, Lejeune accolse tanti malati e handicappati. Chiamato a una missione dal piccolo affetto dalla sindrome di Down che gli disse “professore ci devi salvare, perché ci vogliono uccidere e noi siamo troppo deboli per difenderci da soli”.

    _____

    Sarah nel segno di Lejeune: "Combattere l'aborto" di Benedetta Frigerio 09-04-2017 per http://www.lanuovabq.it/it/articoli-sarah-nel-segnodi-lejeunecombattere-l-aborto-19481.htm

    Leggi Tutto » | Argomento: Vita | Categoria: Bioetica
  • Discorsi: La Passione di Cristo e la società

     Una meditazione politica sulla Passione e il trionfo di Nostro Signore Gesù Cristo

     

    Legga questo testo con attenzione. Siamo nella Settimana Santa del 1937. Sul mondo incombono due minacce speculari: ad Est il comunismo sovietico, ad Ovest i totalitarismi di stampo nazionalista, apparentemente opposti ma in realtà profondamente affini e in rapporti di mutua dipendenza.

    Plinio Corrêa de Oliveira, allora giovane leader delle Congregazioni Mariane e direttore del maggiore settimanale cattolico in Brasile, O Legionário, scrive una «Meditazione politica sulla Passione e il Trionfo di Nostro Signore Gesù Cristo», rivendicando la supremazia della Chiesa e richiamando i cattolici al dovere.

    Molti analisti stanno oggi commentando le analogie fra l'attuale situazione internazionale e quella che precedette la seconda Guerra mondiale.

    Di fronte all’odierna liquefazione morale e culturale del mondo occidentale, di fronte alla minaccia sempre più incombente dell'islamismo militante, e alla speculare ascesa di false reazioni, sia all'Est sia qui da noi in Europa, le parole di Plinio Corrêa de Oliveira risuonano con attualità: solo la Chiesa ha parole di vita eterna!

     

    *         *         *         *         *

     

             Gli eventi che, a partire da oggi, Domenica delle Palme, celebreremo per tutta la prossima settimana, offrono ai cattolici, in mezzo alla tempestosa situazione in cui viviamo, spunti per una meditazione politica molto utile.

             Ci sono due errori funestissimi che, non di rado, incidono sui cattolici. La Settimana Santa ci offre una straordinaria opportunità per smascherarli. Come spesso accade, questi errori non procedono tanto da premesse false quanto incomplete. Sono frutto di una visione parziale e ristretta, e perciò appunto incompleta. Solo una meditazione accurata, fatta alla luce di considerazioni naturali e di argomenti soprannaturali, potrà estirpare il germe velenoso che vi si cela.

             Il primo di questi errori è di ritenere inefficiente l’azione della Chiesa nell’arginare la crisi contemporanea. Si sente dire qua e là, sia in ambienti cattolici sia in ambienti che ruotano intorno ad essi, che la Chiesa è ormai incapace di far fronte, da sola, al comunismo. Dovremmo, quindi, fare appello a un’altra organizzazione al fine di salvare la civiltà cristiana dalla catastrofe incombente.

             Analizziamo con calma l’obiezione. Facciamolo con l’autorità infallibile dei Romani Pontefici. Se per un cattolico un argomento ispirato alle parole dei Papi non è sufficientemente convincente, allora è meglio che se ne torni a studiare il Catechismo prima di tentare di “salvare la civiltà”.

             Papa Leone XIII e, dopo di lui, tutti i Pontefici hanno insegnato che il comunismo è un male di origine eminentemente morale. Nella genesi del movimento comunista vi sono anche fattori economici e politici, ma non sono i principali. Prima di tutto, il comunismo è un movimento che provoca il crollo dei valori morali della civiltà. A sua volta, questa crisi morale ne genera altre economiche, sociali e politiche. Possiamo dunque concludere che i problemi economici, sociali e politici dei popoli contemporanei si risolveranno solo quando si risolverà il problema morale di fondo.

             Orbene, la soluzione al problema morale non può avvenire se non per l’azione della Chiesa, perché solo il cattolicesimo, munito delle risorse naturali e soprannaturali, ha il dono meraviglioso di produrre nelle anime i frutti della virtù, indispensabili perché fiorisca la civiltà cristiana.

             Quanto abbiamo detto è tratto direttamente dalle encicliche dei Papi. Basta studiarle con cura per trovarvi queste verità. O tutti i Papi hanno sbagliato, oppure dobbiamo riconoscere che solo il cattolicesimo può salvare il mondo dalla crisi in cui è immerso. Inutile, dunque, dire che il tal o tale Paese stia agendo bene, oppure che il tal o tale leader dica delle cose giuste.

             Se è vero che solo la Chiesa può rimediare ai mali contemporanei, è nelle fila della Chiesa che noi dobbiamo cercare di lottare per eliminare questi mali. Poco ci importa se altri non fanno il proprio dovere. Facciamo noi il nostro. E se, dopo aver fatto tutto il possibile – sottolineo “tutto”, non parlo di “molto” né di “un po’” – se dopo aver fatto tutto saremo travolti dalla valanga rivoluzionaria, non ci dobbiamo angosciare. Anche se il nostro Paese dovesse sparire, anche se la Chiesa sarà devastata dai lupi dell’eresia, Ella è immortale. Ella saprà galleggiare sopra le acque tempestose del diluvio. Se restiamo nel suo sacro grembo, come Noè nell’arca, dopo il diluvio vi troveremo gli uomini che fonderanno la civiltà cristiana di domani.

             Purtroppo, pochi cattolici vogliono guardare in faccia a questa terribile prospettiva. Come gli ebrei, vogliono vedere Cristo solo su un trono di gloria. Gli sono fedeli solo la Domenica delle Palme, quando la folla Lo acclama e copre la strada con i propri mantelli. Per loro, Cristo deve essere un Re terreno che domina il mondo. Se, invece, per un periodo, l’empietà Lo riduce a un Re crocefisso e vilipeso, allora non ne vogliono più sapere…

             Per tali persone, Cristo non è venuto per salvare le anime per l’eternità. Egli è venuto, piuttosto, per stabilire il regime corporativo oppure per combattere il comunismo. E se, per un attimo, il comunismo sembra vincere, poco manca perché queste stesse persone prendano in mano il flagello e si uniscano agli aguzzini di Cristo: è Lui il grande colpevole della nostra sconfitta!

             Cristo, invece, ha voluto subire tutti gli insulti, gli oltraggi, le umiliazioni, proprio per insegnarci che la storia della Chiesa è piena di Calvari. È molto più meritevole essere fedeli sul Golgota che non sul Tabor.

             C’è, però, un altro errore opposto che non di rado incide su certi cattolici. Ed è per illuminare costoro che Cristo ha voluto la gloria della Domenica delle Palme.

             Ci sono persone dalla mentalità odiosa, che ritengono normale che Cristo soffra, che la Chiesa sia calpestata, umiliata, perseguitata. È gente pigra, che ha come dio il proprio ventre. È gente che pensa che, giacché la Chiesa deve imitare Cristo, è naturale che contro di Essa si scaglino tutti i nemici e la facciano soffrire. Dicono che non sia altro che la Passione di Cristo che si ripete continuamente. E, mentre la Passione si ripete, fanno una vita agiata e confortevole, in mezzo al tumulto dei peccati e all’esacerbazione della sensualità.

             Con tali persone Nostro Signore usò la frusta, scacciandole dal Tempio.

             Non è vero che possiamo incrociare le braccia mentre la Chiesa è assalita dai suoi nemici! Non è vero che possiamo dormire mentre Nostro Signore è portato al Calvario! Cristo stesso ha raccomandato ai Suoi apostoli di “vigilare e pregare”. Se è vero che dobbiamo accettare le sofferenze della Chiesa con la rassegnazione con cui la Madonna accettò le sofferenze del suo Figlio, non è meno vero che sarà per noi motivo di dannazione eterna se contempliamo i dolori del nostro Divino Salvatore con indifferenza, con sonnolenza, con la vigliaccheria dei discepoli infedeli.

             La verità è solo una: dobbiamo essere sempre con la Chiesa, perché solo Ella ha parole di vita eterna. Se la Chiesa è attaccata, dobbiamo lottare per la Chiesa. Dobbiamo lottare fino all’effusione del sangue, impegnandovi tutte le nostre risorse di energia, animo e intelligenza. Se, nonostante tutto ciò, la Chiesa continuerà a essere oppressa, dobbiamo soffrire con la Chiesa, come san Giovanni Evangelista ai piedi della Croce. Così facendo, siamo sicuri che, in questo mondo o nell’altro, Gesù misericordioso non ci rifiuterà lo splendido premio di assistere alla Sua gloria divina e suprema.

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira 
    (Tratto da «O Legionário», N° 236, 21 marzo 1937)

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