Cerchi qualcosa che non trovi? Prova il motore di ricerca nella colonna di sinistra!
Ricorda di iscriverti al sito: è l'unico modo per ricevere la newsletter settimanale.
Avviso: in fondo a questa pagina ritrovi tutti gli altri siti di questo network

Ultime News

  • In libreria: Per non dimenticare: i saraceni in Italia

     Sulle coste, soprattutto tirreniche e poi, nel centro-sud, il paesaggio italiano presenta tuttora alcune caratteristiche alle quali in genere non si fa caso ma che invece costituiscono un’indelebile testimonianza di un lungo e sanguinoso passato del quale si è persa la memoria. Si tratta delle torri a mare che costellano il litorale e dei numerosi paesi arroccati, in modo apparentemente incomprensibile, su ripidi pendii, ai quali si accede spesso solo attraverso una, ed una sola strada, incassata tra pareti altrettanto scoscese.

    Non è però difficile, riflettendo un momento, ricordare che tutto questo, al pari, ad esempio, dei cognomi e delle varie alture che portano ancora il nome Saraceno, deriva dai quasi mille anni a partire dall’800, in cui l’Italia centro-meridionale e le isole furono oggetto delle razzie dei pirati musulmani ed, in qualche caso, come la Sicilia e certe zone della Puglia, caddero addirittura sotto la dominazione islamica.

    Se, fino ad alcuni decenni orsono, ricordare tali vicende storiche poteva anche aver perso interesse stante il declino della civiltà musulmana, oggi, che il prepotente risveglio dell’islam suggerirebbe magari una loro rivisitazione, è il political correct che provvede a mantenere l’oblio tacciando di islamofobia ogni ingombrante ricordo di certi fatti.

    *****

    Rinaldo Panetta – I SARACENI IN ITALIA – Ugo Mursia Editore – Milano – 2016 - pag. 302 - €.17,00.

     

    È dunque non poco merito di Rinaldo Panetta, già ufficiale durante la 2° guerra mondiale poi, dedito a studi di storia militare, l’essersi dato cura di reperire in archivi, storie locali e testi antichi, tutti pressoché introvabili, le tracce di un vistosissimo fenomeno che ha terrorizzato per secoli le popolazioni rivierasche – e non solo- della nostra nazione. Un fenomeno che le ha costrette ad erigere strumenti di avvistamento e difesa (le torri a mare) e spesso, ad abbandonare le coste per ricostruire gli abitati in luoghi alti ed inaccessibili, più facili però a difendersi.

    Partendo dalle coste delle attuali Algeria e Tunisia e, fintantoché fu loro soggetta, anche dalla Sicilia, le navi saracene si spinsero per secoli, con metodica continuità, lungo la penisola attratte dalle ricchezze del paese e dalla possibilità di far razzia di schiavi destinati ad una sorte ancor più terribile di quella di coloro che invece, per essere vecchi o malati o infanti, erano di regola uccisi.

    Nelle sue fitte pagine – peraltro ben leggibili- il libro di Panetta presenta così una serie pressoché infinita di episodi che sono poi solo una minima parte di quelli realmente accaduti; tutti, sempre apparentemente uguali: assedi, eccidi, razzie di beni e persone destinate ai mercati nord-africani per soddisfare (le donne ed i giovinetti) anche le voglie più libidinose dei ricchi ‘credenti’.

    Mentre dunque si costruivano cattedrali o scrivevano Dante e Petrarca, un po’ tutta l’Italia peninsulare e costiera visse invece nel terrore degli sbarchi improvvisi, sempre pronta a chiudersi in lunghi assedi nella speranza di aiuti che spesso non arrivavano o arrivavano tardi o in modo insufficiente.
    Non è neanche un caso, ad esempio, che in larghe zone del sud manchino abitazioni in campagna; le famiglie preferivano infatti, compiere ogni giorno lunghi tratti a piedi per recarsi alle terre (a costo di evidenti diseconomie) pur di non rischiare di divenire preda delle temutissime incursioni notturne dei saraceni che si spingevano anche nell’entroterra.

    *****

    Ma i meriti dell’autore del libro non si fermano qui. Da buon militare che, ogni tanto, non disdegna qualche avvincente descrizione di battaglie, Panetta non omette neanche, in pur veloci passaggi, di ricordare i motivi di fondo che ispiravano i comportamenti degli aggressori riuscendo così anche a dare un contributo di non poco conto per smontare molti luoghi comuni.
    Eccone alcuni.

    Primo e principale, non si trattò solo di imprese banditesche. Infatti, i proventi delle razzie costituivano regolari fonti di entrata degli emiri cioè – diremmo oggi- degli stati musulmani che facevano da copertura alle imprese piratesche, riservandosi regolarmente una parte del bottino.
    Ma, il movente fondamentale forse non era neanche questo bensì la volontà di colpire gli infedeli (cioè i cristiani) e, non a caso, proprio nella penisola sede di Roma e dunque della città del Pontefice.
    Non si deve dimenticare che lo stesso Profeta diede inizio all’espansione della nuova religione con razzie di carovane e successiva sottomissione delle vittime pena la loro eliminazione fisica.

    Non meno interessante è poi il confronto che emerge tra le popolazioni cristiane: laboriose, capaci di coltivare le terre e di operare artigianalmente insomma, di produrre ricchezza e le genti dell’islam invece, prevalentemente dedite a vivere delle ricchezze prodotte da altri (la storia dei nostri giorni non mostra, in fin dei conti, nulla di diverso).
    Fu del resto nei secoli della dominazione musulmana che il nord-africa passò dal costituire il granaio e il fiore all’occhiello dell’impero romano allo stato attuale.

    Spicca quindi il ben diverso trattamento che era riservato al nemico. ai cristiani catturati era riservata una vita da schiavi dediti ai lavori forzati o, se si trattava di giovani donne, a riempire gli harem per essere poi lasciati, se vecchi o malati, a marcire nei cosiddetti “bagni di Barberia”: stanzoni fetidi pieni di ogni sporcizia con totale e voluto disprezzo di ogni pur minimo diritto umanitario.

    Infine nell’ultima parte finale del libro, dedicata agli eventi dei secoli dopo il 1000, risplende la schiera dei religiosi (Trinitari e Mercedari) dediti in Europa alla raccolta di elemosine per il riscatto degli schiavi, spesso a rischio della vita; pronti anche, all’occorrenza, ad offrire se stessi come ostaggi per ottenere la liberazione di questi poveretti.

    È dunque tutto un mondo dimenticato quello che emerge dalla lettura del libro; un mondo che fu pieno di enormi sofferenze ma anche di radiosi esempi di virtù e che ben ricorda come le persecuzioni non finirono con l’Editto di Milano dell’imperatore Costantino per riprendere nel XX secolo con la strage degli Armeni ed i milioni di vittime dell’ideologia comunista ma hanno accompagnato l’intera storia del cristianesimo anche in secoli e luoghi ai quali poco, in genere, si pone mente.

    Andrea Gasperini

    Leggi Tutto » | Argomento: In libreria | Categoria: In libreria
  • Totalitarismo: Avevamo un ministro alla famiglia e non lo sapevamo

     L’Italia si accorge di avere avuto un ministro con delega alla Famiglia solo il giorno delle sue dimissioni.

     L’ex esponente di Area Popolare Enrico Costa in oltre un anno mezzo di mandato non ha lasciato alcun segno se non legare in maniera indissolubile il suo nome a quello dell’approvazione delle Unioni Civili.

    Proprio sotto il suo mandato si sugellò infatti lo storico accodo tra i moderati di Ndc guidati dall’allora Ministro degli Interni, Angelino Alfano, e il Partito Democratico di Renzi per far votare la legge sulle unioni tra persone dello stesso sesso, privata però della Stepchild Adoption, ovvero la possibilità di adozione del figlio del partner.

     

    L’intesa arrivò dopo che il testo si era impantanato in Senato per via della marcia indietro dei grillini e dei mal di pancia dei centristi e dei cattolici del Pd. A lanciare il salvagente fu quindi Alfano. “Se si tolgono le adozioni, la legge la votiamo anche domani”, disse l’ex delfino di Berlusconi a metà febbraio del 2016, mentre il ddl Cirinnà sembrava avviato su un binario morto.

    In realtà Renzi aveva preparato il terreno al compromesso qualche settimana prima, esattamente alla vigilia dal grande Family day del 30 gennaio con oltre un milione di persone al Circo Massimo. In pratica, il 29 di quello stesso mese l’ex premier propose al Presidente della Repubblica la nomina di Enrico Costa come Ministro agli Affari regionali con delega alla Famiglia. Il tutto avvenne nella cornice di un piccolo rimpasto dell’esecutivo, che permise all’Ncd di ottenere una manciata di ulteriori poltrone. La mossa non passò inosservata e tutti i commentatori la legarono al patto in vista del voto sulle unioni civili.

    Le cose in aula poi andarono come previsto da Renzi e Costa è stato il primo ministro alla Famiglia (prima di lui Guidi, Bindi, Giovanardi, Riccardi e varie deleghe tenute dalla presidenza del Consiglio) ad assistere inerme allo smantellamento del diritto famigliare, che vede venire meno il primato della differenza sessuale tra i coniugi e dell’apertura alla genitorialità.
    Insomma se tutto è famiglia niente è più famiglia, come  poi confermeranno le sentenze della giurisprudenza creativa che legittimano anche il presunto diritto di ottenere un figlio che per forza di cose sarà, fin dal suo concepimento, orfano della madre o del padre.

    E cosa faceva Costa mentre avveniva tutto questo?
    Al di là della diffusione di qualche comunicato in cui richiamava i giudici a rispettare la legge e non far rientrare per via giurisprudenziale quello che era uscito dalle proposte in Parlamento, l’esponente di Ncd non ha mai voluto rischiare la sua posizione per difendere quella visione pre-politica e antropologica della famiglia, riconosciuta anche dalla Costituzione italiana.

    Lo stesso Costa ha raccontato che a pesare sulle sue dimissioni sono state infatti le tensioni sullo ius soli e la riforma penale voluta dal ministro della Giustizia Orlando, non le numerose proposte di legge già depositate in parlamento dal Pd con cui si chiede il matrimonio egualitario, le adozioni per le coppie dello stesso sesso e persino la legalizzazione dell’utero in affitto.

    D’altra parte nessuno si aspettava di aver trovato un alleato contro la deriva antropologica che minaccia la cellula fondamentale della società.
    In un’intervista rilasciata a Repubblica Tv pochi giorni prima dell’approvazione definitiva delle unioni civili nel maggio 2016, incalzato dalla giornalista sul diritto di filiazione dei gay, Costa spiegò che le adozioni furono eliminate per dare “un percorso più rapido alla legge”.
    Tutto qui, questione di mero calcolo politico. Il ministro della famiglia non spese una parola sul diritto dei bambini ad avere un padre e una madre e sul ruolo sociale della famiglia naturale benché la giornalista chiedesse a lui motivi delle divisioni nella maggioranza. Non solo, ma Costa per non apparire “conservatore” ci tenne anche a sottolineare che quando sedeva al Consiglio regionale del Piemonte fu il primo a presentare una proposta sul registro delle unioni civili. 
    In effetti è una medaglia da appuntarsi sul petto se si parla negli studi del giornale fondato da Eugenio Scalfari.

    "L'estremismo di centro può essere appassionante, ma rischia di essere velleitario", dice ora Costa facendo un esercizio di gattopardismo.

    I risultati delle ultime amministrative hanno dato uno slancio quasi insperato ad un redivivo centro destra che adesso richiama sé anche i tanti che hanno fatto da stampella prima ai governi Renzi, poi Gentiloni. Costa probabilmente si prepara quindi a tornare nelle file di Forza Italia tra le quali ha militato fin dai primi anni 2000 o a dare vita a qualche sigla centrista da portare in dono a Berlusconi per una federazione moderata.

    Si sappia però che alle urne i conti si faranno con le famiglie che hanno dato già prova di avere una memoria di ferro nelle ultime tornate elettorali.
    Costa ci ricorderemo. 

    Marco Guerra, 21-07-2017  per http://www.lanuovabq.it/it/articoli-avevamo-un-ministro-alla-famiglia-e-non-lo-sapevamo-20534.htm

    Leggi Tutto » | Argomento: Politica | Categoria: Totalitarismo
  • Gli aggiornamenti: Nuovo E-Book gratis: Dio accessibile a tutti

     P. Reginald Garrigou-Lagrange O.P.
      Dio accessibile a tutti  

     scaricabile gratuitamente da:
    http://www.totustuus.it/modules.php?name=Downloads&d_op=viewdownload&cid=41

     Rigoroso discepolo degli insegnamenti di san Tommaso d’Aquino e per questo definito «tomista di stretta osservanza», ma anche un metafisico e allo stesso tempo un contemplativo come san Giovanni della Croce.
    È Réginald Garrigou-Lagrange (1877-1964), il teologo domenicano conosciuto come il capostipite del tomismo romano e ricordato ancora oggi come uno dei grandi avversari della Nouvelle théologie impersonata da pensatori come Yves-Marie Congar, Henri de Lubac o Jean Daniélou.

    Oggi, del “maestro dell’Angelicum”, (l’ateneo pontificio di Roma dove insegnò per più di mezzo secolo), rimane intatta e attuale la forza del suo pensiero, a cominciare da capolavori come Dieu, son existence et sa nature, De Revelatione, Le tre età della vita interiore, Perfezione cristiana e contemplazione, o di un testo giovanile del 1909, spesso citato e molto amato da Paolo VI, come Le sens commun, la philosophie de l’être et les formules dogmatiques.
    Réginald Garrigou-Lagrange incise così profondamente sulla teologia della prima metà del Novecento da essere definito da François Mauriac «il mostro sacro del tomismo».

    Al secolo Gontran Marie, nasce in Guascogna il 21 febbraio del 1877 e nel 1897 deciderà di entrare nell’ordine dei frati predicatori (dopo aver abbandonato gli studi in medicina e una fidanzata). Studia filosofia alla Sorbona di Parigi e poi teologia alla famosa scuola belga Le Saulchoir: Garrigou-Lagrange si trova in perfetta sintonia con il magistero cattolico a cominciare dall’enciclica sulla riscoperta del tomismo di Leone XIII (Aeterni Patris, 1879) o quella di san Pio X che condanna il modernismo (Pascendi, 1907).

    Diventa – direbbe uno dei suoi futuri più grandi estimatori, il cardinale Pietro Parente – un vero «campione della teologia»; i suoi modelli di riferimento sono i commentatori classici del tomismo: da Gaetano a Báñez, da Giovanni da san Tommaso a Billurat.

    Ma è con l’approdo all’Angelicum di Roma (1909) e con la fondazione della cattedra di Ascetica e mistica (nel 1917, assieme al confratello Juan Arintero) che emerge il Garrigou-Lagrange più originale e innovativo, innamorato della spiritualità di san Tommaso e della mistica di Giovanni della Croce.
    Nel 1926 tocca proprio a lui, in veste di consultore, dare il parere definitivo al titolo di Dottore delle Chiesa per il santo riformatore del Carmelo.
    Garrigou-Lagrange sarà in grado di infondere la passione per la mistica e la contemplazione in un suo promettente allievo di dottorato: Karol Wojtyla (1948). Il futuro Giovanni Paolo II si laurea con il teologo discutendo una tesi sulla fede nelle opere di Giovanni della Croce; a padre Garrigou-Lagrange Wojtyla rimarrà sempre legato, ricordandolo pubblicamente, nel ventennale della morte, nel 1984, come un «compianto e amato maestro».

    Gli anni che anticipano il Vaticano II vedono Garrigou-Lagrange simpatizzare per le tesi dell’Action française (poi sconfessata da Pio XI, a cui prontamente obbedirà), aderire al cattolicesimo di stampo franchista e allontanarsi da Maritain dopo la pubblicazione di Umanesimo integrale; sarà questo il periodo degli scontri teologici con Blondel, De Lubac (feroce sarà la sua critica a Surnaturel del 1946) o Chenu.
    Amaro il suo commento a un articolo di Daniélou apparso su “Études” nel dopoguerra, in cui sosteneva «un ritorno alle dottrine patristiche come assai più vicine alla mentalità moderna» rispetto a san Tommaso.

    Di fronte a tante critiche la sua replica (raccolta in via confidenziale dal suo discepolo Innocenzo Colosio) è ferma: «Io sono l’ultimo tomista; dopo di me il tomismo muore!».
    Se per gli avversari è soltanto il «piccolo fonografo di san Tommaso», sono questi però gli anni dei grandi riconoscimenti: sarà uno degli estensori dell’enciclica di Pio XII Humani generis (1950) e papa Giovanni XXIII lo nomina perito della commissione preparatoria del Concilio Vaticano II (1960), incarico che Garrigou-Lagrange, già dal 1955 consultore del Sant’Uffizio di Alfredo Ottaviani, non potrà accettare, per l’aggravarsi della sua salute: ma resterà sempre grato a papa Roncalli per quel «gesto di stima».

    Rimangono fisse nella memoria di chi lo ha conosciuto le sue lezioni del sabato sera all’Angelicum, a cui accorrevano masse di studenti provenienti dagli altri atenei pontifici solo per ascoltarlo; o l’impronta lasciata su molti suoi allievi divenuti teologi di fama proprio durante il Vaticano II, come Michael Browne, Mario Luigi Ciappi (entrambi futuri cardinali) o Rosaire Gagnebet.
    O ancora il suo proverbiale distacco dai beni materiali: per tutta la vita ha destinato l’intero stipendio da professore e i proventi dei diritti d’autore ai poveri e ai mendicanti che venivano a bussare alla porta della sua cella; proverbiale è anche la sua devozione per i bambini morti in concetto di santità, ai quali dedica parecchi saggi).
    Ridotto da una malattia incurabile alla progressiva perdita della lucidità, dopo un soggiorno nel convento di Santa Sabina a Roma viene ricoverato alla clinica San Domenico in piazza Sassari; lì trova la forza per le sue estreme preghiere e per sperimentare, prima della morte il 15 febbraio 1964, la sua ultima «notte oscura» – come rivelò il domenicano Innocenzo Venchi – alla stregua del suo amato Giovanni della Croce.
    (Filippo Rizzi, per Avvenire 2014)

  • Gli aggiornamenti: Nuovo E-Book gratis: Dio accessibile a tutti

     P. Reginald Garrigou-Lagrange O.P.
      Dio accessibile a tutti  

     scaricabile gratuitamente da:
    http://www.totustuus.it/modules.php?name=Downloads&d_op=viewdownload&cid=41

     Rigoroso discepolo degli insegnamenti di san Tommaso d’Aquino e per questo definito «tomista di stretta osservanza», ma anche un metafisico e allo stesso tempo un contemplativo come san Giovanni della Croce.
    È Réginald Garrigou-Lagrange (1877-1964), il teologo domenicano conosciuto come il capostipite del tomismo romano e ricordato ancora oggi come uno dei grandi avversari della Nouvelle théologie impersonata da pensatori come Yves-Marie Congar, Henri de Lubac o Jean Daniélou.

    Oggi, del “maestro dell’Angelicum”, (l’ateneo pontificio di Roma dove insegnò per più di mezzo secolo), rimane intatta e attuale la forza del suo pensiero, a cominciare da capolavori come Dieu, son existence et sa nature, De Revelatione, Le tre età della vita interiore, Perfezione cristiana e contemplazione, o di un testo giovanile del 1909, spesso citato e molto amato da Paolo VI, come Le sens commun, la philosophie de l’être et les formules dogmatiques.
    Réginald Garrigou-Lagrange incise così profondamente sulla teologia della prima metà del Novecento da essere definito da François Mauriac «il mostro sacro del tomismo».

    Al secolo Gontran Marie, nasce in Guascogna il 21 febbraio del 1877 e nel 1897 deciderà di entrare nell’ordine dei frati predicatori (dopo aver abbandonato gli studi in medicina e una fidanzata). Studia filosofia alla Sorbona di Parigi e poi teologia alla famosa scuola belga Le Saulchoir: Garrigou-Lagrange si trova in perfetta sintonia con il magistero cattolico a cominciare dall’enciclica sulla riscoperta del tomismo di Leone XIII (Aeterni Patris, 1879) o quella di san Pio X che condanna il modernismo (Pascendi, 1907).

    Diventa – direbbe uno dei suoi futuri più grandi estimatori, il cardinale Pietro Parente – un vero «campione della teologia»; i suoi modelli di riferimento sono i commentatori classici del tomismo: da Gaetano a Báñez, da Giovanni da san Tommaso a Billurat.

    Ma è con l’approdo all’Angelicum di Roma (1909) e con la fondazione della cattedra di Ascetica e mistica (nel 1917, assieme al confratello Juan Arintero) che emerge il Garrigou-Lagrange più originale e innovativo, innamorato della spiritualità di san Tommaso e della mistica di Giovanni della Croce.
    Nel 1926 tocca proprio a lui, in veste di consultore, dare il parere definitivo al titolo di Dottore delle Chiesa per il santo riformatore del Carmelo.
    Garrigou-Lagrange sarà in grado di infondere la passione per la mistica e la contemplazione in un suo promettente allievo di dottorato: Karol Wojtyla (1948). Il futuro Giovanni Paolo II si laurea con il teologo discutendo una tesi sulla fede nelle opere di Giovanni della Croce; a padre Garrigou-Lagrange Wojtyla rimarrà sempre legato, ricordandolo pubblicamente, nel ventennale della morte, nel 1984, come un «compianto e amato maestro».

    Gli anni che anticipano il Vaticano II vedono Garrigou-Lagrange simpatizzare per le tesi dell’Action française (poi sconfessata da Pio XI, a cui prontamente obbedirà), aderire al cattolicesimo di stampo franchista e allontanarsi da Maritain dopo la pubblicazione di Umanesimo integrale; sarà questo il periodo degli scontri teologici con Blondel, De Lubac (feroce sarà la sua critica a Surnaturel del 1946) o Chenu.
    Amaro il suo commento a un articolo di Daniélou apparso su “Études” nel dopoguerra, in cui sosteneva «un ritorno alle dottrine patristiche come assai più vicine alla mentalità moderna» rispetto a san Tommaso.

    Di fronte a tante critiche la sua replica (raccolta in via confidenziale dal suo discepolo Innocenzo Colosio) è ferma: «Io sono l’ultimo tomista; dopo di me il tomismo muore!».
    Se per gli avversari è soltanto il «piccolo fonografo di san Tommaso», sono questi però gli anni dei grandi riconoscimenti: sarà uno degli estensori dell’enciclica di Pio XII Humani generis (1950) e papa Giovanni XXIII lo nomina perito della commissione preparatoria del Concilio Vaticano II (1960), incarico che Garrigou-Lagrange, già dal 1955 consultore del Sant’Uffizio di Alfredo Ottaviani, non potrà accettare, per l’aggravarsi della sua salute: ma resterà sempre grato a papa Roncalli per quel «gesto di stima».

    Rimangono fisse nella memoria di chi lo ha conosciuto le sue lezioni del sabato sera all’Angelicum, a cui accorrevano masse di studenti provenienti dagli altri atenei pontifici solo per ascoltarlo; o l’impronta lasciata su molti suoi allievi divenuti teologi di fama proprio durante il Vaticano II, come Michael Browne, Mario Luigi Ciappi (entrambi futuri cardinali) o Rosaire Gagnebet.
    O ancora il suo proverbiale distacco dai beni materiali: per tutta la vita ha destinato l’intero stipendio da professore e i proventi dei diritti d’autore ai poveri e ai mendicanti che venivano a bussare alla porta della sua cella; proverbiale è anche la sua devozione per i bambini morti in concetto di santità, ai quali dedica parecchi saggi).
    Ridotto da una malattia incurabile alla progressiva perdita della lucidità, dopo un soggiorno nel convento di Santa Sabina a Roma viene ricoverato alla clinica San Domenico in piazza Sassari; lì trova la forza per le sue estreme preghiere e per sperimentare, prima della morte il 15 febbraio 1964, la sua ultima «notte oscura» – come rivelò il domenicano Innocenzo Venchi – alla stregua del suo amato Giovanni della Croce.
    (Filippo Rizzi, per Avvenire 2014)

  • Cristianofobia: Mons. Negri ricorda l'eroico vescovo di Prato

     

     

    Negri:  Perché siamo grati a Pietro Fiordelli, il vescovo che ci insegnò a difendere la vita da cristiani.  Cioè senza ideologia

     L’invito alla lettura scritto da Luigi Negri per il libro “La difesa sociale della famiglia”, dedicato al vescovo di Prato inventore delle “Giornate per la vita”

    Anticipiamo l’invito alla lettura che monsignor Luigi Negri ha scritto al libro di Giuseppe Brienza La difesa sociale della famiglia. Diritto naturale e dottrina cristiana nella pastorale di Pietro Fiordelli, dedicato al primo vescovo di Prato (dal 1954 al 1991) “inventore” delle “Giornate per la vita”. Il volume è in uscita per la casa editrice Leonardo da Vinci (Roma 2014, 136 pagine, 15 euro).

     

    Sono lieto di poter dare un contributo, sia pur limitato, a questo ottimo volume nel quale si esprime il dovere di profonda gratitudine che le comunità ecclesiali italiane dovrebbero avere per mons. Pietro Fiordelli (1916-2004), vescovo di Prato dal 1954 al 1991, e per ristabilire, come di fatto viene ristabilita, la verità della sua straordinaria esperienza ecclesiale e pastorale.

    Inizio con un ricordo. Ero al liceo quando scoppiò in Italia il famoso caso del vescovo di Prato che, avendo obbedito alle disposizioni del Codice di diritto canonico, fu rinviato a giudizio e poi condannato, in prima istanza, ad un anno di reclusione.
    Ricordo ancora la voce del presidente del tribunale che, in modo incolore e metallico, alla lettura della sentenza – che udii attraverso la radio – diceva: «… condanna Fiordelli Pietro…» e poi l’entità della pena.
    Il caso del vescovo di Prato provocò una serrata e intelligente unità dei cattolici – soprattutto dei giovani presenti nella scuola e nell’università, luoghi in cui cominciava un profondo attacco di carattere secolaristico e anticattolico –, volta a ritrovare il senso della presenza della Chiesa e della sua missione.
    Credo che, senza volerlo, mons. Fiordelli abbia aiutato centinaia e centinaia di giovani a ritrovare, nella militanza cristiana, una ragione di vita e di impegno, ma abbia anche scatenato l’anticristianesimo. Prova ne sia la nascita in quegli anni di moltissimi circoli radicali.

    Ricordo ancora che in un’assemblea infuocata, al Liceo Berchet di Milano dove io studiavo e, tra l’altro, insegnava mons. Luigi Giussani, ricevetti il primo di una lunga serie di sputi, che poi ho ricevuto durante tutta la mia vita sia di laico cattolico che di prete, da parte di questa realtà minoritaria ma terribilmente protesa alla creazione di un’egemonia ideologica su cui non era ammessa nessuna discussione.
    Tale egemonia, purtroppo, ha preso sempre più piede, basti vedere la situazione in cui oggi versa la società italiana.

    Una situazione che è stata determinata dalla vittoria di questo radicalismo violento diventato poi, come aveva previsto in modo lungimirante Augusto Del Noce, un radicalismo di massa, con la protezione dell’allora partito comunista – che mutò la sua anima popolare in anima radicale, forse addirittura “radical-chic” –, per poter avere il controllo della mentalità del nostro popolo e attuare ciò che papa Francesco, in maniera vigorosa, ha indicato come la dittatura del pensiero unico anticristiano.
    Questo è stato il motivo per cui ho sempre avuto un occhio di riguardo, pur vivendo in un’altra città, per la presenza di mons. Fiordelli.

    Sono certo di aver compreso ed approfondito l’intuizione che oggi il volume di Giuseppe Brienza porta a splendida compiutezza: mons. Pietro Fiordelli lavorò per la difesa della famiglia, spendendosi in un’intensa, profonda, intelligente ed equilibrata pastorale che assunse, in più di un’occasione, un carattere obiettivamente profetico.
    Capì e fece capire – certamente alla sua diocesi, ma non solo – che la battaglia per la difesa della sacralità della vita, della famiglia, della paternità, della maternità, dell’educazione dei figli, è stata ed è la grande battaglia della Chiesa e del popolo del nostro paese, e che la si poteva fare non soltanto con la chiarezza dei princìpi, che mons. Fiordelli sapeva evocare da par suo, ma anche con una vera esperienza di famiglia cristiana.

    La sua battaglia non è stata ideologica, perché è stata l’espressione, nella Chiesa e nella società italiana, di quella novità di vita umana e sociale che è contenuta nella famiglia stessa.
    I valori, ideali e pratici, sono stati l’espressione di questa vita; non si poteva pensare di poter continuare questa battaglia sui valori della famiglia senza contemporaneamente incrementare l’esperienza di novità, di verità, di intensità cristiana e missionaria, delle famiglie cristiane.

    In questo io ritengo che mons. Fiordelli sia stato un grande vescovo, in un momento delicato della vita del nostro Paese, e abbia dato una straordinaria testimonianza di vita cristiana, forte ed intelligente.

    + Luigi Negri
    Arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa
    settembre 1, 2014 Luigi Negri per http://www.tempi.it/negri-pietro-fiordelli-vescovo-difendere-la-vita-cristiani-senza-ideologia

    Leggi Tutto » | Argomento: Chiesa | Categoria: Cristianofobia
  • Totalitarismo: Ricordo di un vescovo coraggioso: Mons. Fiordelli

     Rino Cammilleri: Il vescovo che sfidò il Pci. Con il sostegno di tre Papi

     Monsignor Pietro Fiordelli scomunicò due coniugi che si erano sposati civilmente, venne querelato dai comunisti per diffamazione e poi condannato da un tribunale

    _____
     

    Ero studente in Scienze Politiche all'Università di Pisa negli "anni caldi". Cioè, proprio nell'occhio del ciclone.
    I docenti da baroni si erano trasformati in tribuni della plebe e i libri su cui dovevo studiare sembravano editi a Mosca (ce n'era anche uno di Carlo Cardia - oggi su tutt'altre posizioni- che propugnava i diritti costituzionali dell'ateismo).
    Ebbene, quasi tutti questi testi ricordavano con indignazione l'orribile «caso del vescovo di Prato», avvenuto nel 1956, ma mai dimenticato dai livorosi compagni.
    I succubi democristiani non finivano di vergognarsene sebbene fossero passati quasi vent'anni.

    IL VESCOVO PIETRO FIORDELLI
    Il vescovo in questione era Pietro Fiordelli (1916-2004) e fu pastore di Prato per quasi quarant'anni.
    Fatto vescovo neanche quarantenne, il 12 agosto 1956 fece pubblicare una sua lettera sul giornale della parrocchia al cui responsabile l'aveva inviata. Riguardava due coniugi che si erano sposati col solo rito civile, in quanto lui era un militante comunista.
    In base al diritto canonico il vescovo invitava il parroco in questione a considerare i due come pubblici concubini e quindi a escluderli dai sacramenti. Non solo. Anche i rispettivi genitori avevano mancato ai loro doveri cristiani permettendo che i figli contraessero matrimonio al di fuori della Chiesa, perciò non si doveva procedere alla tradizionale benedizione pasquale della loro casa.
    Sempre codice canonico alla mano, il vescovo rincarò la dose ordinando che la sua lettera fosse letta da tutti i pulpiti della diocesi.

    Lì per lì non successe niente, anche perché ai coniugi in questione e alle loro famiglie non importava affatto quel che di loro pensavano i preti e il vescovo, il rito nuziale scelto lo dimostrava. Epperò si era negli anni Cinquanta e Prato non era ancora divenuta un feudo rosso.
    La città era piccola, la gente mormorava. Qualcuno arrivò a recapitare pizzini insultanti alla coppia scomunicata.
    Ma ciò che fece traboccare il vaso, tanto per cambiare, furono i soldi. Infatti, lo sposato "civile" aveva un negozio che in breve si ritrovò la clientela dimezzata.
    Possibile che fosse tutta colpa dell'anatema vescovile? Infatti, come abbiamo detto, a quel tempo Prato era un centro di dimensioni relative e non è pensabile che la clientela non sapesse che quello nel tempo libero faceva l'attivista del Pci.

    IL PCI E LA QUERELA
    Boh. Sia come sia, il Partito prese in pugno la faccenda e convinse gli scomunicati a querelare il vescovo per diffamazione.
    La cosa finì pure in Parlamento, dove il Pci poteva contare sui reggicoda socialisti, e partì anche una campagna internazionale il cui vero bersaglio era il papa Pio XII, che non molti anni prima aveva avallato la scomunica ai comunisti e a quelli che in ogni modo li aiutavano o condividevano.
    Del caso di Prato si occupò perfino il famoso settimanale americano Life, creato dal fondatore della rivista Time, Henry Luce, che pubblicò con grande risalto tutte le foto degli implicati nella vicenda pratese. Henri Luce era anche marito di Claire Boothe Luce, prima donna ambasciatrice americana a Roma, fattasi cattolica nel 1946 dopo avere ascoltato un discorso di Pio XII.
    Il Pontefice sostenne subito il suo vescovo mentre tutti gli occhi erano fissi sul tribunale adito dagli scomunicati. E i giudici, trovandosi vasi di coccio tra vasi di ferro, dopo interminabili discussioni in punta di diritto credettero di risolvere la situazione condannando il vescovo di Prato a un'ammenda simbolica, 40mila lire.
    Ora, la somma non era poco per quei tempi, ma non era nemmeno molto. Però la condanna, anche se simbolica, sempre condanna era. E il vescovo era stato condannato per aver fatto il suo mestiere di pastore a norma di catechismo e dottrina. La quale vieta ai preti di dare i sacramenti a chi non li vuole; o li vuole, sì, ma alle sue condizioni e non a quelle della Chiesa.
    Si dirà che il querelante allegava di aver visto rarefarsi la sua clientela dopo la pronuncia vescovile. Tuttavia il bigottismo di certuni non poteva certo essere imputato giudiziariamente al vescovo. Doveva, semmai, il querelante pensarci prima: sapendo come la pensavano i suoi clienti, poteva evitare il gesto inutilmente provocatorio di non sposarsi in chiesa. Oppure, se teneva tanto alle sue idee, essere disposto a pagarne il prezzo.
    Malgrado ciò il tribunale aveva dato ragione a lui e torto al vescovo.

    LA REAZIONE DI PIO XII
    Ma papa Pacelli non era tipo da lasciarsi la mosca sul naso.
    Non esitò a definire illegale quella sentenza e bacchettò l'inerzia del governo su tutta la vicenda. Sì, perché se si permetteva ai giudici di sindacare quel che i vescovi potevano o non potevano dire nelle materie di loro competenza (riconosciuta dal Concordato) si sarebbe finiti in un regime ideologico laicista (profetico...).
    Non sazio, il Papa ordinò a tutte le nunziature apostoliche del mondo occidentale di organizzare manifestazioni di solidarietà col vescovo pratese e in segno di protesta arrivò a sospendere il tradizionale ricevimento d'inizio d'anno in onore del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.

    L'aperta solidarietà al vescovo di Prato arrivò pure, commossa e sentita, da Roncalli (patriarca di Venezia) e Montini (arcivescovo di Milano), futuri Papi, uno Santo e l'altro Beato.
    Il più sfegatato fu il cardinale di Bologna, Lercaro (poi, però, divenuto progressista), che fece listare a lutto le porte delle chiese della sua Diocesi e suonare le campane a morto ogni cinque minuti per un mese.

    Monsignor Pietro Fiordelli, nato a Città di Castello (Perugia), morì nella sua Prato. Nel 1986 fu onorato di una lunga visita da parte di Giovanni Paolo II (Santo).
    La sua vicenda - e il suo insegnamento - tornano d'attualità nel presente momento storico: da qui il libro che Giuseppe Brienza gli ha dedicato, La difesa sociale della famiglia. Diritto naturale e dottrina cristiana nella pastorale di Pietro Fiordelli, vescovo di Prato (Casa Editrice Leonardo da Vinci), prefazione di monsignor Luigi Negri e postfazione di Antonio Livi, pp. 162.

     
    Rino Cammilleri
    Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 14/11/2014
    Leggi Tutto » | Argomento: Chiesa | Categoria: Totalitarismo
  • In libreria: Uomini: cavalieri del terzo millennio?

     Roberto Marchesini –  Codice cavalleresco per l’uomo del terzo millennio  (Sugarco edizioni - Mi) – 2017 – pp. 115 – €.12,50)

    Leggendo questo libro, viene spontaneo affiancare Roberto Marchesini che ne è l’autore a Costanza Miriano, entrambi tra i principali protagonisti del mondo family italiano.
    Infatti, mentre quest’ultima, con le sue gags ampiamente diffuse nel web, nei libri ed in miriadi di incontri pubblici, va cercando di recuperare un’immagine della donna fuori dagli schemi che decenni di dominante femminismo le hanno cucito intorno, Marchesini svolge analoga funzione nei confronti della figura maschile.

    Non meno della donna, anche l’uomo è stato mortalmente ferito da tale ideologia che si è venuta costruendo (quantomeno a partire dal saggio della Simone di Beauvoir – la compagna di una vita di Jean Paul Sartre - Il secondo sesso, scritto nel 1949) applicando i principi della dialettica marxista al rapporto tra i due sessi.
    Il moderno femminismo ha infatti diffuso nell’opinione corrente l’idea che la diversità di ruoli tra i due sessi significhi sfruttamento della donna: né più né meno di come, secondo Marx, nella società capitalista, lo è la diversa posizione dell’imprenditore e del lavoratore subordinato.

    Da qui, la necessaria affinità tra movimenti comunisti e femministi soprattutto dopo il ’68. Con estrema facilità, gli slogan e le rivendicazioni femministe hanno pertanto trovato, nei media e nei parlamenti il sostegno delle forze di sinistra ed insieme, l’acquiescenza, per conformismo o ignoranza, degli ambienti politici e religiosi che pure avrebbero dovuto opporsi.
    Basti, a titolo di esempio, ricordare la superficiale esaltazione da parte dell’intero mondo cattolico italiano della c.d. riforma del diritto di famiglia del 1975 che sancì la scomparsa della potestà maritale della quale fu promotrice e relatrice di maggioranza la deputata democristiana, Maria Eletta Martini.
    Questo avvenne nonostante il perfino inusualmente chiaro versetto di San Paolo (Efesini, 5,22), letto in tutte le messe nuziali: “le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, ...”, versetto che si fece … finta non esistesse.

    Ma non sono stati solo la D.C. o i media a far dilagare le tesi femministe. Si farebbe infatti torto alla Magistratura, non ricordandone il metodico lavoro di cui si deve, ad esempio, la massima secondo cui la donna che, invaghitasi di altro uomo, chiede la separazione, ha comunque diritto a rimanere ed esser mantenuta con i figli nella casa coniugale del  portandovi pure il nuovo compagno (spesso, alla fine, pur indirettamente, mantenuto anch’esso) e -si badi bene- potendo, di fatto almeno, impedire ogni contatto della prole con i suoceri se non anche con l’ex-marito. Né parziali rimedi degli ultimi anni hanno modificato granché il diritto vivente.

    ****

    Era necessario ricordare tutto questo per comprendere come, in fin dei conti, più che di affermazione della donna, l’affermazione del femminismo ha comportato la distruzione di quella cellula fondamentale della società che è la famiglia ed, insieme, anche della figura del padre e, con esso, della stessa immagine maschile.

    Se poi si ricorda che l’altrettanto dilagante ideologia pacifista ha messo al bando qualsiasi modello conflittuale ed anzi, la stessa idea di sfida, di contrasto ecc. tanto che perfino l’uso di aggettivi come virile, maschile ha assunto connotati negativi, non è davvero difficile tirare le somme.

    Esecrati i modelli maschili tradizionali, detronizzato l’uomo dalla funzione di capo della famiglia e ridotto in minoranza perfino in professioni che ne erano state per secoli appannaggio, costretto dalle quote rosa a doversi accontentare tutt’al più della parità numerica, esautorato da ogni potere perfino sulla decisione della donna di abortire un figlio che è anche suo, subissato da leggi a senso unico (ultimo: il femminicidio) e da un inusitato bombardamento mediatico, non è davvero un caso che il maschio abbia finito per perdere la propria identità.

    Ci sarebbe semmai da chiedersi se tutto questo non ha influito su quello che sembra essere il visto aumento dei comportamenti omosessuali maschili.

    ****

    È in questo contesto di autentica débacle della figura maschile che, nel libro che presentiamo, Marchesini propone agli uomini il ritorno ad un Codice cavalleresco ove, per cavalleria, non intende certo la mera galanteria.

    Quel che l’autore propone, con una forma semplice e scorrevole schiva da ogni pur minimo political correct, è infatti il recupero di quei valori di coraggio, sincerità, onore, lealtà, cortesia, franchezza ecc. che, per secoli, hanno contraddistinto l’uomo occidentale ed europeo e quindi, di fatto almeno, cristiano e che si possono riassumere con la parola cavalleria che compare nel titolo. Il cavaliere è infatti il personaggio “senza macchia e senza paura” che, messo da parte il proprio personale interesse, opera per il bene solo perché è giusto compierlo e non per l’utilità che può derivargliene.

    Il cavaliere è anche colui che rimane fedele alla parola data e che si china sul debole anche a rischio di sé stesso e che, per tutto questo, non ha timore di affrontare conseguenze anche sgradevoli.
    Di questo tipo di uomo, che nessun programma scolastico ministeriale più ricorda, Marchesini fornisce anche esempi a noi più vicini nel tempo pur se, in fin dei conti, il cavaliere medievale rimane sempre il tipo per eccellenza tramandato, nei secoli, dalla tradizione letteraria, artistica ed anche spirituale.

    La cavalleria costituì infatti una componente religiosa di rilievo della società cristiana: basti pensare agli ordini militari religioso-cavallereschi di cui Templari e Cavalieri di Malta sono gli esempi più famosi e, per finire, a quella singolare fucina di santità che sono stati per secoli gli Esercizi spirituali secondo il metodo di sant’Ignazio di Loyola, dettati dai gesuiti a legioni di persone a partire dal 1500.
    Su di essi, si è costruita, almeno fino alla metà del ‘900, l’élite, cioè la classe dirigente, laica e religiosa, del mondo cattolico. Ed è proprio il modello del cavaliere quello che il santo propone nelle meditazioni chiave (La chiamata del re temporale ed I due stendardi) che debbono spronare il cristiano a darsi tutto a Dio.

    Attraverso di essi come pure attraverso l’arte, anche quando il Medioevo cristiano era finito da un pezzo, è dunque sul modello del vero cavaliere che si è costruito il modello del cristiano e pertanto anche la spiritualità dominante in gran parte della Chiesa cattolica. 

    Poiché, da un lato, non è detto che questo non possa ripetersi e comunque perché le giovani generazioni non possono essere educate a lungo a forza di musica rap, tatuaggi e face-book, che gli spunti che si traggono dalla lettura del libro di Roberto Marchesini meritano di essere diffusi.

    Andrea Gasperini

    Leggi Tutto » | Argomento: Fede e ragione | Categoria: In libreria
  • Bioetica: Ecco gli aborti causati dalla contraccezione

     La notizia che arriva da Londra, trasmessa sottotraccia dalle agenzie, è invece una di quelle che dovrebbe far riflettere profondamente. Si tratta di uno studio estremamente significativo condotto sulle circa sessantamila donne che hanno abortito nel 2016 nelle cliniche del British Pregnancy Advisory Service (Bpas), il servizio che riunisce circa 40 cliniche inglesi e che fornisce informazioni sulla “salute sessuale” e assistenza alle donne che decidono di abortire. 

    Nel 2016, emerge dai dati, il 51% delle 60.592 donne che si sono rivolte al Bpas per abortire stava utilizzando almeno una forma di contraccezione quando è rimasta incinta. E il 24%, circa 15.000, ovvero un quarto, stavano usando quelli che sono considerati i metodi contraccettivi più efficaci, ovvero quelli ormonali come la pillola, il cerotto o l'anello vaginale.

    Inoltre chi ha utilizzato questi metodi ha avuto in media aborti in una fase successiva della gravidanza rispetto ad altre donne, poiché non si aspettava che la contraccezione fosse fallita. Nessun metodo, sottolinea il report, è efficace al 100%. Eppure le pillole contraccettive sono considerate di gran lunga il modo più popolare di “proteggere” contro una gravidanza indesiderata tra le donne, ma la loro efficacia è valutata dagli esperti intorno al 91%: ovvero su 100 donne che la usano 9 restano comunque incinta. 

    Ancora più bassa, come noto, l'efficacia dei preservativi, stimata intorno all’82%. Insomma: incinta nonostante la pillola, questo è il dato epidemiologicamente incontrovertibile che viene dalla Gran Bretagna, dove accade in un caso di aborto su quattro.

    Per anni la propaganda cristianofobica si era accanita sulla Chiesa Cattolica, “rea” di non fare abbastanza per la prevenzione dell’aborto col suo veto sulla contraccezione artificiale. Ora invece abbiamo uno studio che dimostra scientificamente che le preoccupazioni della Chiesa sulla diffusione della contraccezione farmacologica erano più che fondate. La pillola offre una falsa sicurezza, e quando fallisce, non resta che l’aborto per “ovviare” a questo fallimento.

    Come non andare col pensiero a Paolo VI e alla sua enciclica del 1968, quella Humanae Vitae che fu anche l’ultima enciclica pubblicata da papa Montini, la cui voce venne poi schiacciata dal furore dei “cattolici adulti”, teologi, preti, vescovi, suore, laici “illuminati”, che si schierarono con il pensiero mondano invece che con il Magistero della Chiesa.

    Durante il pontificato di Paolo VI oltre mille scienziati allarmati e scandalizzati dalla posizione contraria agli anticoncezionali della Chiesa firmarono un manifesto per accusarla esplicitamente di essere “responsabile di un genocidio di vaste proporzioni condannando a morte milioni di esseri umani che nasceranno in condizioni da non poter avere né cibo né medicinali”.

    Scosso dalle accuse, Paolo VI convocò una  commissione di esperti chiamandone a far parte scienziati, teologi, porporati ed esperti vari. La commissione concluse i suoi lavori raccomandando al Papa di eliminare i divieti, ritenendo che non esistevano motivi morali né religiosi desumibili dalla Scrittura che imponessero il divieto e terminò i propri lavori raccomandando al Papa di legittimare l’uso degli anticoncezionali, pillola e preservativo compresi. 

    Ciononostante, Paolo VI con un atto di grande coraggio ribaltò le conclusioni della commissione e confermò il divieto, motivandolo con una precisione e un dettaglio straordinari sia dal punto di vista medico-scientifico sia teologico sia antropologico.

    Ora, mentre ci si avvia a celebrare il 50° anniversario della pubblicazione della Humanae Vitae, nel 2018, ci sono fior di teologi che vorrebbero “superarla”, ovvero rottamarla. Forse farebbero meglio a leggere con attenzione lo studio uscito in Inghilterra, per meglio valutare gli effetti di quell’“immenso progresso che si è verificato, nel corso della modernità”, che sembra affascinare e conquistare molti cristiani, incapaci di vedere come questo progresso si sia tradotto nel tentativo di esercitare un dominio sul mondo e sulla persona da parte dell'uomo, che rivela forse in un grado mai prima raggiunto, la multiforme sottomissione alla caducità e al male. 

    E speriamo che questo documento susciti un analogo interesse anche nel campo medico, dove la prescrizione di anticoncezionali viene fatta anche con leggerezza, e dove i metodi naturali non vengono nemmeno presi in considerazione e se non addirittura derisi. Infine, per tutti,  la consapevolezza che la  medicina deve essere  intesa anzitutto come prendersi cura,  farsi carico della salute da salvaguardare e della sofferenza che incontra, della malattia e della morte, in tutte le circostanze del suo lavoro. 

     

    Paolo Gulisano, 17/7/2017 per http://lanuovabq.it/it/articoli-ecco-gli-aborticausati-dallacontraccezione-20485.htm

    Leggi Tutto » | Argomento: Vita | Categoria: Bioetica
  • In primo piano: Nuovo E-Book gratis: Vita di San G. Cottolengo

       16 luglio 2017
     Nostra Signora del Carmelo

    NUOVO E-BOOK GRATIS

    Vita di San Giuseppe Cottolengo

    scaricabile gratuitamente da:
    http://www.totustuus.it/modules.php?name=Downloads&d_op=viewdownload&cid=7

    _____

    E' lo studio dei grandi che ci spinge a grandi cose.
    Se l'essere eroi è prerogativa di pochi eletti; se le opere gigantesche sono frutto di poche tempre tenaci ed indomite: se l'abnegazione, se la dedizione assoluta al sollievo dell'umanità sofferente è virtù di pochi entusiasti che vollero e poterono toccare la perfezione spirituale, tutti però possono rispecchiarsi in questo gigante della carità e santità e dal suo esempio vivo, vibrante ritrarre monito ed insegnamento per superare le debolezze umane, per suscitare le assopite energie spirituali, per tendere tutte le facoltà, spesso ricalcitranti, a rendersi utili, benefiche ai fratelli infelici, coll'alleviarne le pene, le sofferenze, i dolori.

    La celebrazione dell'erezione del «Cottolengo», di quest'opera meravigliosa, deve ricordare a noi, così freddamente egoisti, l'amore immenso che il Beato Cottolengo nutriva verso gli infelici.
    Tutta la sua vita venne consacrata all'esercizio della carità coll'immolazione più sublime: tutta la sua opera venne vivificata dallo spirito di abnegazione e di sacrificio, il più duro, il più spasimante.
    Egli ideò e fece sorgere la Piccola Casa a fine di raccogliere sotto le immense e benefiche ali della carità tutte le miserie morali e fisiche dell'umana famiglia, tutti i rifiuti più fetenti e ripugnanti della società.

    A chi gli domandava la ragione di tanto amore, di tanto delirio; a chi desiderava conoscere perché il fuoco di sua carità non languisse fra tanti contrasti, fra tante lotte, fra tanti stenti, rispondeva: Charitas Christi urget nos, è Gesù che alimenta in me questa fiamma, che il mio cuore ha convertito in un roveto perennemente ardente.

    _____

     

    Leggi Tutto » | Argomento: Aggiornamenti | Categoria: In primo piano
  • Chiesa: Tornata la crisi nei seminari

     Dopo il boom tra il ’78 ed il 2012, con l'avvento di Papa Francesco ha avuto inizio una flessione.

     Al punto che, nella DIocesi di Bolzano, 25 parrocchie sono state drammaticamente affidate ai laici.

     

    Il «boom» di vocazioni sacerdotali, registrato nei seminari di tutto il mondo tra il 1978 ed il 2012, è purtroppo ormai solo un ricordo: cinque anni fa è iniziata un’inversione di tendenza, da cui la Chiesa cattolica pare non riuscire più a sollevarsi. A dirlo, sono i dati diffusi dall’Ufficio Centrale di Statistica della Santa Sede nell’Annuarium Statisticum Ecclesiae, un tomo di ben 500 pagine.

    Il picco di vocazioni si ebbe con Giovanni Paolo II, passato dai 63.882 seminaristi del suo primo anno di pontificato, il 1978, ai 114.439, quasi il doppio, nell’anno della sua morte, il 2005. Il dato ha registrato un’ulteriore crescita con Benedetto XVI, toccando quota 120.616 nel 2011. Situazione sostanzialmente stabile nel 2012 con 120.051 vocazioni.

    Da allora, però, e con l’avvento di papa Bergoglio ha avuto inizio una flessione, ad oggi inarrestabile : dai 118.251 seminaristi del 2013 si è giunti ai 116.843 del 2015. E’ abbastanza per parlare di crisi, che ha significato carenza di sacerdoti e parrocchie chiuse soprattutto nelle comunità-simbolo del liberalismo teologico, come molte in Germania e in Svizzera; di contro, in altre Diocesi, soprattutto in Africa e negli Stati Uniti, fedeli alla Tradizione ed alla Dottrina cattolica, le vocazioni sono fiorite copiose.

    Un esempio è dato dalla Diocesi di Madison, nel Wisconsin, noto bastione del cattoprogressismo sino al 2003, quando giunse come Vescovo mons. Robert Morlino. All’epoca, c’erano solo sei seminaristi; in dodici anni sono sestuplicati, divenendo 36 nel 2015. Come? Grazie all’attenta guida del nuovo Pastore col ritorno all’ortodossia cattolica, alla chiusura coatta di certi gruppi dissidenti, autoproclamantisi “cattolici”, benché lontani anni-luce dalla sana Dottrina, alla diffusione di lettere pastorali a tutela dell’insegnamento cattolico sul matrimonio, alle omelie inneggianti alla santità di vita, ai tabernacoli al centro delle chiese, a celebrazioni liturgiche dignitose, molte delle quali nella forma tridentina.

    Lo stesso dicasi per la Diocesi di Lincoln, in Nebraska, dove Vescovi ortodossi hanno portato vocazioni sacerdotali in proporzione di molto maggiore a quella delle altre Diocesi. Il perché lo ha ben spiegato lo stesso Vescovo di Lincoln, mons. James D. Conley, che in un’intervista, rilasciata l’anno scorso al Catholic World Report, ha collegato senza esitazioni tale fenomeno alla fedeltà all’insegnamento tradizionale della Chiesa.

    Insomma, un monito pastorale molto chiaro per quanti vogliano stare ad ascoltarlo…

    (M.F., 25 giugno 2017 per https://www.corrispondenzaromana.it/notizie-brevi/tornata-la-crisi-nei-seminari-dopo-il-boom-tra-il-1978-ed-il-2012/)

    Leggi Tutto » | Argomento: Chiesa | Categoria: Chiesa

Motore di ricerca

Chi è online

Il Tuo IP: 54.156.90.21



Verifica umana
Quanto fa due più otto?
:

Condividi su:

Condividi su Facebook Condividi su Twitter Condividi su Google Condividi su del.icio.us Condividi su digg Condividi su Yahoo Condividi su Windows Live Condividi su oknotizie Inserisci sul tuo blog Splinder