In queste ore, in un certo “piccolo mondo” sedicente antico, si parla molto di una processione intesa a riparare i (tristi) “festeggiamenti delle prime Unioni civili” fatte a Reggio Emilia (1).
La cosa non meriterebbe attenzione poiché chi organizza sono «quattro gatti ardenti di febbre ideologica» in evidente ricerca di visibilità.  

Tuttavia, siccome quanto si sta preparando rischia di nuocere alla causa del vero “mondo antico”, si rende necessaria una “messa in guardia”.

 

1. Millantato credito. La prima bugia sta nel fatto che i promotori (non si conosce il nome o cognome di nessun organizzatore) della processione reggiana sostengono di avere autorizzazione ad utilizzare spazi della Cattedrale di Reggio Emilia. Ma la Curia smentisce: «Il comitato non si è mai interfacciato con la curia né per chiedere la cattedrale né per farsi autorizzare, o quanto meno condividere la processione».
Non si tratta, dunque, di un’iniziativa corale, ma di qualcosa fatto da «ambienti lefebvriani» che con la Chiesa reggiana paiono non avere alcun rapporto.

2. Un video fantasy. Un video Youtube viene diffuso per far conoscere l’iniziativa: vi si vedono bellissime processioni fatte negli anni Cinquanta del secolo scorso. Peccato che quel mondo non esista più e che la situazione per i cattolici si sia complicata un “pochino”. Se ci vestiamo da templari e impugniamo lo spadone, ci arrestano.
C’è da chiedersi: se i promotori della processione non si rendono nemmeno conto di come la realtà sia diversa da allora, quale efficacia potrà avere questa o altre loro iniziative?
Per non parlare del danno all’immagine che quel video da’ del mondo a cui dicono di appartenere: chi zela la liturgia antica e il Magistero perenne è una persona che vive in un mondo di fantasia? che fa convegni sul “come eran belli i pizzi quando c’era lui” (Pio XII)?

3. I “puri”. Partono con un post intrigante su facebook, poi ti mandano un articolino, arriva l’invito a conoscersi di persona, segue il primo ritiro breve e, infine, gli Esercizi nella forma del Padre Vallet. Nell’ultima tappa si “forza” l’esercitante a non avere più rapporti con i cattolici normali, che sarebbero “impuri”.
Ricordo la conclusione di una conversazione con una signora, un tempo impegnatissima nel combattere la deriva etica del nostro paese: «Perché devo collaborare con iniziative pro-family che non sono integralmente pure?» (2).  Delirante: la vita dell’uomo non è forse un perenne salire e scendere?
La logica del gruppetto reggiano è lo zelo amaro (3), esasperato al punto da condurre alla totale inattività. Perché questo fanno: discutere se il Messale del 1962 sia già “contaminato”, una newsletter contro tutto e tutti (4) e stop.
Per costoro, come per i progressisti, la Quas primas riguarda una festa liturgica. Insomma, a parte l’imitatio cleri, questi non fanno NULLA.

4. Pro-family improvvisati. Gli organizzatori sbandierano che la famiglia è sotto attacco, che il gay pride di Reggio è uno scandalo e perciò è doveroso partecipare alla processione.
Curioso: l’attacco alla vita e alla famiglia è tema del tutto secondario nei loro siti. Sarà perché nessuno dei mille movimenti pro family è “puro”?
Battute a parte, questi ragazzi non hanno alcuna credibilità quando si presentano come difensori della famiglia, sia perché i loro interventi pro-family sono “rari” che per l’evidente improvvisazione organizzativa dell’evento, pensato e messo in atto in 3-4 giorni.
Dilettanti allo sbaraglio? No. O, almeno, non solo.
Forse in qualcuno ci saranno buone intenzioni, ma lo scopo della processione è uno solo: ottenere visibilità.

5. L’attacco pubblico al Papa. Questa è la priorità e l’unica cosa che fanno gli organizzatori: attaccare pubblicamente il Romano Pontefice. Peccato che... «Qui Romanum Pontificem […] publicis ephemeridibus, concionibus, libellis sive directe sive indirecte, iniuriis affecerit, aut simultates vel odia contra eorundem acta, decreta, decisiones, sententias excitaverit, ab Ordinario non solum ad instantiam partis, sed etiam ex officio adigatur, per censuras quoque, ad satisfactionem praestandam, aliisve congruis poenis vel poenitentiis, pro gravitate culpae et scandali reparatione, puniatur» (CIC 1917, can. 2344).
«Chi pubblicamente suscita rivalità e odi da parte dei sudditi contro la Sede Apostolica o l'Ordinario per un atto di potestà o di ministero ecclesiastico, oppure eccita i sudditi alla disobbedienza nei loro confronti, sia punito con l'interdetto o altre giuste pene» (CIC 1983, can. 1373).
I Codici di San Pio X e San Giovanni Paolo II sono concordi, forse la FSSPX li nasconde loro? Forse sono talmente immersi nel virtuale da ignorarli? talmente imprudenti da non peritarsi se quanto fanno è lecito?
Qui non c’è alcuno “stato di necessità”: il vero cattolico, quando non capisce cosa dice il Papa, studia. Quando gli sembra che ciò che dice il Pontefice differisca dal Catechismo tace e prega. Ma attaccare il Papa non è solo peccato, è cosa da dementi: nessuno ha mai vinto una guerra al Papa. Attaccare pubblicamente la Pietra su cui si fonda la Chiesa ottiene sempre e solo un risultato: dannarsi l’anima e indebolire la fede.
C’è una colorita espressione emiliana che descrive l’unico risultato che un cattolico ottiene quando attacca pubblicamente il Papa: «darsi una martellata sui maroni».

6. L’attacco pubblico al Vescovo di Reggio Emilia. Ha scritto Andrea Zambrano: «Nell’eccesso di apparire più puri di tutti, si lanciano in un’intemerata contro il vescovo di Reggio, reo di lasciare campo libero ad omosessualisti e affini [tesi tutta da dimostrare] e contemporaneamente di consacrare la Diocesi al Cuore Immacolato di Maria, che in fondo è una specie di atto dovuto. Dovuto mica tanto visto che non l’ha fatto praticamente nessuno» (NBQ17/5/2017).
Invece di accusare di debolezza verso il proprio clero uno dei migliori vescovi rimasti in Cattedra (5), studino un pochino cosa sia la tolleranza del male (6): «È proprio di un legislatore sapiente permettere trasgressioni più piccole, per evitarne di più grandi» (I-II, Q 101, a 3).
Non mi risulta che lo Spirito Santo dia le grazie di Stato per governare la Chiesa ai laici: direi che le grazie di stato per evitare i danni più grandi nella Diocesi di Reggio le da’ proprio a Mons. Camisasca.

7. Conclusione. E’ evidente che la processione reggiana non è contro l’omosessualismo dilagante, né vuole difendere la famiglia, ma è una sgangherata iniziativa utile solo a qualcuno che non merita nemmeno di essere menzionato.
Di più: sia che alla processione vadano molti ingenui, che se sarà un flop, presto o tardi metterà in difficoltà tutte le realtà e le iniziative che, in misura maggiore o minore, tentano di salvare quel poco che resta di Verità e bellezza.
Ma a costoro non interessano le tante Messe ottenute a fatica nelle varie Diocesi: i preti che le celebrano non sono della FSSPX, sono “impuri”.
Non interessa che la lobby omosessualista stia già vincendo la battaglia mediatica e traendo enormi vantaggi propagandistici dal loro dilettantismo.
Non gli interessa dell’Italia, che ha enorme bisogno di attivi operai della restaurazione sociale e non solo di chierichetti, magari sposati e di 30 anni.
Nemmeno gli interessa della conservazione e propaganda della fede: come attaccano Mons. Camisasca, hanno attaccato Mons. Negri, Mons. Biffi, Mons. Caffarra, tutti “impuri”.

Questo fanno gli pseudo-tradizionalisti: si aggirano tra coloro che gli scandali del post concilio hanno gettato nell'accoramento e nella desolazione, per dannare anche questi, per tentarli di disperazione e di ribellione, per ridurli all’inazione e per sradicarli dalla fedeltà alla Roccia incrollabile su cui la Chiesa stessa è costruita.

David Botti
 

 

NOTE

(1) La prima unione civile del paese è stata fatta a Castel S. Pietro Terme (BO).

(2) «Con il "semi-contro-rivoluzionario", come d'altronde anche con il rivoluzionario che ha "coaguli" contro-rivoluzionari, vi sono alcune possibilità di collaborazione, e questa collaborazione crea un problema speciale: fino a che punto è prudente? A nostro avviso, la lotta contro la Rivoluzione si svolge convenientemente soltanto legando tra loro persone radicalmente e completamente esenti dal suo "virus". Si può facilmente concepire che i gruppi contro-rivoluzionari possano collaborare con persone come quelle sopra ricordate, in vista di qualche obiettivo concreto. Ma è la più evidente delle imprudenze, e la causa, forse, della maggior parte degli insuccessi contro-rivoluzionari, ammettere una collaborazione totale e duratura con persone infette da qualche influenza della Rivoluzione».

(3) «Agli occhi di chi è animato da questo falso zelo nulla è abbastanza perfetto, non vi è nulla che vada bene… Invece di rallegrarsi del bene che si vede, si va a cercare ciò che non va per criticarlo», gugglare chi l’ha detto…

(4) Anche da Mons. Livi, che ingenuamente ha aderito all’evento, vengono subito prese le distanze perché non è “puro”: «la linea teologica di Mons. Livi non coincide con quella tradizionalista».

(5) Nonché Fondatore di Congregazione… e che Congregazione! mica pizzi e merletti come la FSSPX.

(6) Ne parla ad esempio Pio XII, cui spesso quei ragazzini fan riferimento, ma che evidentemente non conoscono: si veda, ad esempio, il discorso Ci riesce, del 6-12-1953, in http://www.totustuustools.net/pvalori/Ciriesce.html  

 Scrive Mons. Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara

«Appuntamento importante. Un grande significato essere qui oggi. Un gesto di fiducia nella Provvidenza»

 

Il rinnovarsi dell'evento della Marcia per la Vita è un avvenimento di grande significato non solo per coloro che responsabilmente l'hanno indetta e per le migliaia di persone che parteciperanno, ma è significativo per l'intera società.

Nella nostra tradizione occidentale - e non soltanto cattolica - la Vita è sempre stata considerata un dono gratuito di Dio cui l'uomo era chiamato a rispondere con la totalità della propria vita, dell'intelligenza e dell'affezione. La Vita, pertanto, era indisponibile a qualsiasi istanza od istituzione di potere ma, in quanto espressione della grazia misericordiosa di Dio, fondamento e sollecitazione per un'autentica responsabilità.

«L'uomo supera infinitamente l'uomo» perché le sue radici sono nel mistero stesso di Dio ed è questa Presenza, misteriosa e reale e che circonda l'uomo, a rendere la Vita intensamente e suggestivamente drammatica. La Vita umana, come espressione della libertà e dell'intelligenza dell'uomo, acquista il valore di un'opera d'arte: l'opera d'arte che il singolo uomo tende ad inserire nell'unica e grande opera d'arte che è la vita di Dio.

La gloria di Dio è l'uomo che vive nel mondo.

Questo dato fondamentale della nostra tradizione occidentale ha dato alla cultura e alla civiltà un movimento di libertà e di responsabilità. Poi, improvvisamente ed in qualche modo traumaticamente, a questa antropologia del dono e della responsabilità si è sostituita l'antropologia del potere umano, che considera tutta la realtà oggetto della propria manipolazione scientifica e della propria trasformazione tecnologica.

La vita è diventata dunque un dato biofisiologico e/o socioeconomico che si esprime secondo una dinamica fondamentalmente meccanicistica. Divenendo oggetto manipolabile, sulla quale si appuntano le intenzioni e i desideri dell'uomo, la Vita viene sottoposta alla manipolazione umana nelle varie fasi dell'esistenza: quella perinatale, prima ancora che quella storica, e in quelle fasi in cui più decisamente appare il limite della vita umana, fisico o morale.

Una cattiva magistratura e una politica debole hanno poi consentito alla perversa mentalità diabolica di rendere la Vita umana sostanzialmente mediocre: un progetto senza profondità e senza altezza riducendoli il più delle volte a una sopravvivenza in cui l'uomo, anziché esercitare il suo potere sulla realtà, è divenuto oggetto di poteri oscuri e pervasivi.

La Marcia per la Vita ripropone in maniera pubblica il grande annunzio della fede cattolica: in Cristo e per Cristo la Vita umana non è inutile, ma colma di Verità, di Bellezza e di Bene; non secondo l'espressione profonda di Robert Spaeman "sentiero polveroso verso il nulla", ma secondo l'ampiezza del pensiero tomista che vede Dio come IL Vero, IL Buono, IL Bello. Il popolo della Vita proclama la redenzione della vita umana, in ogni tappa del suo manifestarsi nella storia.

Il Santo Padre emerito, Benedetto XVI, nel suo indimenticabile ed indimenticato Magistero, disse: "L'uomo che fa apostasia da Gesù Cristo finisce poi per fare apostasia da sé stesso". Per questo, camminare per le vie della città di Roma, come di altre tantissime città italiane e del mondo, è un grande gesto di fiducia nella Provvidenza: vissuta come dono e come responsabilità la Vita umana raggiunge il massimo della sua intensità, del suo fascino, della sua drammaticità.

Gabriel Marcel ripeteva: "Ama chi dice all'altro: tu puoi non morire". La Marcia della Vita è, pertanto, un gesto corale di amore reso agli uomini che vivono in questa società.

 

Mons. Luigi Negri
Arcivescovo Emerito di Ferrara-Comacchio

Argomento: Vita

 Il messaggio del cardinal Carlo Caffarra: La persona è intangibile Infrangere questa sacralità è un atto sacrilego contro la Santità del Signore

 

La storia umana è lo scontro fra due forze: la forza di attrazione che ha la sua sorgente nel Cuore trafitto del Crocefisso-Risorto; il potere di Satana che non vuole essere spodestato dal suo regno. Il campo sul quale avviene lo scontro è il cuore umano, è la libertà umana. E lo scontro ha due dimensioni: una dimensione interiore; una dimensione esteriore.

Gesù, la Rivelazione del Padre, esercita una forte attrazione a sé; Satana opera in contrario, per neutralizzare la forza attrattiva del Crocefisso-Risorto. Opera nel cuore dell'uomo la forza della verità che ci fa liberi; e la forza satanica della menzogna che ci fa schiavi. Ma la persona umana non è solamente interiorità, non essendo puro spirito. La sua interiorità si esprime, prende corpo nella costruzione della società nella quale vive. L’interiorità umana si esprime, prende corpo nella cultura, la quale è una dimensione essenziale della vita umana come tale. La cultura è il modo specificatamente umano di vivere.

La condizione in cui si trova l’uomo, posto come è tra due forze contrapposte, non può non dare origine a due culture: la cultura della verità; la cultura della menzogna. C'è un libro nella S. Scrittura, l'ultimo, l'Apocalisse, che descrive lo scontro finale tra i due regni. In questo libro l'attrazione di Cristo riveste il profilo di un trionfo sulle potenze nemiche, comandate da Satana. E' un trionfo che arriva dopo un lungo combattimento. Le primizie della vittoria

sono i martiri. "Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana, e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra…Ma essi (=i martiri) hanno vinto per mezzo del sangue dell'Agnello e grazie alla testimonianza del loro martirio" (cfr.Ap12, 9.11). Nella nostra cultura occidentale esistono fatti che rivelano in modo particolarmente chiaro lo scontro tra l'attrazione esercitata sull'uomo dal Crocefisso-Risorto e la cultura della menzogna, edificata da Satana?

La mia risposta è affermativa, ed i fatti sono soprattutto due.

Il primo fatto è la trasformazione di un crimine (nefandum crimen, lo chiama il Concilio Vaticano II) l'aborto, in un diritto. Non sto parlando dell'aborto come atto compiuto da una persona. Sto parlando della più grande legittimazione che un ordinamento giuridico possa compiere di un comportamento: sussumerlo nella categoria del diritto soggettivo, la quale è categoria etica. Significa chiamare bene il male, luce le tenebre. «Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna». E' il tentativo di produrre un'«anti-Rivelazione».

Quale è infatti la logica che presiede alla nobilitazione dell’aborto? E' in primo luogo la più profonda negazione della verità dell'uomo. A Noè appena uscito dalle acque del diluvio, Dio disse: «Chi sparge il sangue dell'uomo, dall'uomo il suo sangue sarà sparso, perché ad immagine di Dio Egli ha fatto l'uomo» (GEN9, 6). La ragione per cui l'uomo non deve spargere il sangue dell'uomo è che l'uomo è immagine di Dio. Mediante l'uomo, Dio dimora dentro la sua creazione; la creazione è tempio del Signore, perché vi abita l'uomo. Infrangere questa intangibilità della persona umana è un atto sacrilego contro la Santità di Dio. E' il tentativo satanico di dare origine ad un'«anti-creazione». Nobilitando un'uccisione umana, Satana ha posto il fondamento della sua "creazione": togliere dalla creazione l'immagine di Dio; oscurare in essa la Sua presenza.

Nel momento in cui si afferma il diritto dell'uomo di disporre della vita e della morte di un altro uomo, Dio è espulso dalla sua creazione, perché viene negata la sua presenza originaria, viene dissacrato il luogo originario della sua dimora dentro la creazione: la persona umana.

Il secondo fatto è costituito dalla nobilitazione dell'omosessualità. Essa infatti nega interamente la verità del matrimonio, il pensiero di Dio Creatore sul matrimonio.

La Divina Rivelazione ci ha detto come Dio pensa il matrimonio: l'unione legittima dell'uomo e della donna, fonte della vita. Il matrimonio ha nella mente di Dio una struttura permanente. Esso si basa sulla dualità del modo umano di essere: la femminilità; la mascolinità. Non due poli opposti, ma l'uno con e per l'altro. E solo così, l'uomo esce dalla sua solitudine originaria.

Una delle leggi fondamentali con cui Dio governa l'universo, è che Egli non agisce da solo. E' la legge della cooperazione umana al governo divino. L'unione fra uomo e donna che diventano una sola carne, è la cooperazione umana all'atto creativo di Dio: ogni persona umana è creata da Dio e generata dai suoi genitori. Dio celebra la liturgia del suo atto creativo nel tempio santo dell'amore coniugale.

In sintesi. Due sono le colonne della creazione: la persona umana nella sua irriducibilità all'universo materiale; l'unione coniugale tra uomo e donna, luogo in cui Dio crea nuove persone umane "a sua immagine e somiglianza".

L'elevazione assiologica dell'aborto a diritto soggettivo è la demolizione della prima colonna. La nobilitazione del rapporto omosessuale quale si ha nella sua equiparazione al matrimonio, è la distruzione della seconda colonna.

Alla radice è l'opera di Satana, che vuole costruire una vera e propria anti-creazione. E' l'ultima terribile sfida che Satana sta lanciando a Dio. "Io ti dimostro che sono capace di costruire un'alternativa alla tua creazione. E l'uomo dirà: si sta meglio nella creazione alternativa che nella tua creazione".

E' una spaventosa strategia della menzogna, costruita su un profondo disprezzo dell'uomo. L'uomo non è capace di elevarsi allo splendore del Vero; non è capace di vivere dentro il paradosso di un desiderio infinito di felicità; non è in grado di ritrovare sé stesso nel dono sincero di sé stesso.

Il Grande Inquisitore di Dostojevski parla proprio in questo modo a Gesù: "tu avevi un'opinione troppo alta degli uomini, perché essi sono senza dubbio schiavi, anche se ribelli per natura…Ti giuro: l'uomo è debole e più vile di quanto tu non avessi pensato! E' debole e meschino".

Come dobbiamo dimorare dentro a questa situazione?

La risposta è semplice: dentro lo scontro fra la creazione e l'anti-creazione siamo chiamati a TESTIMONIARE. E' la testimonianza il nostro modo di essere nel mondo.

Il Nuovo Testamento ha una ricchissima dottrina al riguardo. Mi devo limitare ad indicare i tre significati fondamentali che costituiscono la testimonianza.

Testimoniare significa dire, parlare, annunciare apertamente e pubblicamente. Chi non testimonia in questo modo, è simile al soldato che nel momento decisivo della battaglia scappa. Non siamo più testimoni, ma disertori, se non parliamo apertamente e pubblicamente. La Marcia per la Vita, quindi, è una grande testimonianza.

Testimoniare significa dire, annunciare apertamente e pubblicamente la divina Rivelazione, la quale implica quelle evidenze originarie che anche la sola ragione rettamente usata scopre. E dire in particolare il Vangelo della Vita e del Matrimonio.

Testimoniare significa dire, annunciare apertamente e pubblicamente il Vangelo della Vita e del Matrimonio in un contesto processuale (cfr.Gv 16, 8-11). Lo scontro va assumendo sempre più il profilo di un processo, di un giudizio il cui imputato è Gesù ed il suo Vangelo. Come in ogni giudizio ci sono anche i testimoni a favore: a favore di Gesù e del suo Vangelo.

L'annuncio del Vangelo del Matrimonio e della Vita avviene oggi in un contesto di ostilità, di contestazione, di incredulità. Se così non fosse, i casi sono due: o si tace il Vangelo; o si dice altro. Ovviamente quanto ho detto non va intesto nel senso che i cristiani devono rendersi…antipatici a tutti.

Nell'ambito della testimonianza al Vangelo, l'irenismo, il concordismo vanno esclusi. Su questo Gesù è stato esplicito. Sarebbe un pessimo medico chi avesse un'attitudine irenica verso la malattia. Agostino scrive: «ama l'errante, ma perseguita l'errore». Come scrive il grande confessore della fede, russo, Pavel A. Florenskij: «Il Cristo è testimone, nel senso estremo della parola, il testimone. Nella sua crocefissione Giudei e Romani credettero di vedere solo un evento storico, ma l'evento si rivelò essere la Verità».

S.E. Cardinale Carlo Caffarra

Il Tempo, 20 maggio 2017: *Un estratto dell’intervento del cardinale Carlo Caffarra al Rome Life Forum

Argomento: Vita

 Sabato 20 maggio a Roma - Marcia per la Vita, ritrovo alle ore 15 in piazza della Repubblica

 Intervista a Virginia Coda Nunziante

 

COS’E’ LA MARCIA PER LA VITA? CHI L’ORGANIZZA?

La Marcia per la Vita è una iniziativa che intende affermare pubblicamente la sacralità della vita umana innocente ed indifesa. La Marcia si prefigge dunque l’obiettivo chiaro di contrastare tutte quelle leggi che non riconoscono il valore universale della vita umana ma che, al contrario, la feriscono mortalmente: in particolare l’iniziativa intende condannare la legge italiana sull’aborto, la 194/1978, che ha reso legale l’omicidio del bambino non nato, con oltre, finora, sei milioni di morti ufficiali. Ma contrastare anche la legge sull’eutanasia attualmente in Parlamento.

La Marcia per la Vita è nata dall’idea di alcuni laici che hanno deciso di organizzare una manifestazione pubblica in difesa della vita, sull’esempio di molti paesi europei ed extraeuropei dove già da alcuni decenni le marce sono realtà consolidate.

 

E’ CRESCIUTA IN QUESTI ANNI?

Nel corso della prima edizione, a Desenzano sul Garda, nel 2011, la Marcia riuscì a raccogliere circa ottocento partecipanti e, cosa ancora più importante, a suscitare un’onda crescente di consensi che ci spinsero a compiere il grande passo: spostare la manifestazione a Roma, il centro della cristianità e del potere politico. Negli anni successivi, nonostante le poche risorse finanziarie e la totale assenza di visibilità mediatica, la Marcia è cresciuta diventando una delle più imponenti manifestazioni pro-life a livello europeo. Nel frattempo la Marcia si è consolidata ed ha assunto un volto non solo nazionale ma anche internazionale, con la presenza di molte delegazioni estere. Anche quest’anno, oltre 120 leader di movimenti pro-life provenienti da tutto il mondo, si riuniranno a Roma nei giorni che precedono la Marcia per la Vita, per discutere insieme di strategie e scambiare opinioni per affrontare insieme una cultura della morte che pervade tutti i continenti.

 

QUALCUNO L’HA DEFINITA MARCIA ECUMENICA, QUALCUN ALTRO MARCIA DEI CATTOLICI, A VOLTE PERSINO “FASCISTA”. MA CHI PARTECIPA, DAVVERO, ALLA MARCIA?

Chi la definisce così vuol dire che non è mai stato alla Marcia. Alla Marcia partecipano famiglie con bambini, associazioni, movimenti, parrocchie, scuole, singoli individui, tutti uniti esclusivamente dall’intento di voler difendere la vita umana innocente attaccata da leggi ingiuste ed omicide. Il fatto che tale manifestazione sia organizzata da cattolici non impedisce la chiamata a raccolta di tutti gli uomini di buona volontà che abbiano a cuore la causa della vita, indipendentemente dal loro credo religioso o politico. La difesa della vita umana innocente non può essere prerogativa di qualcuno, bensì deve coinvolgere tutti coloro che sono sensibili ad un tema che riguarda direttamente il presente e il futuro dell’umanità. E’ un fatto che l’intero continente europeo stia letteralmente estinguendosi sotto la spinta di pseudo leggi che attaccano frontalmente la vita umana, specialmente nelle sue fasi più delicate, ossia il nascere ed il morire.

 

C’E’ UN RAPPORTO TRA LA MARCIA E LE GERARCHIE CATTOLICHE?

La marcia è un’iniziativa di laici, totalmente indipendente. Ciò significa che essa non dipende da nessuno e da nessun punto di vista: economico, politico, religioso, ecc. Anche se questo non vuol dire che uomini di Chiesa o politici non aderiscano a titolo personale. Numerose sono infatti le adesioni alla marcia di prelati, alcuni dei quali partecipano al corteo, altri si adoperano per diffondere l’iniziativa tra i fedeli. Alla Marcia per la Vita americana, ad esempio, partecipano rappresentanti ufficiali della gerarchia ecclesiastica ma anche la Fraternità San Pio X. Le Marce, per la loro stessa essenza, sono aperte a tutti coloro che condividono il principio della difesa della Vita, senza compromesso o distinguo alcuno.

 

QUALE RITIENE ESSERE, NEL MOMENTO PRESENTE, LA PIU’ GRAVE MINACCIA PER LA VITA?

Quando il potere politico si arroga il diritto di legiferare negando alla base i principi del diritto naturale, non vi può essere barriera etica che non possa essere prima o poi superata. In questi ultimi decenni abbiamo assistito ad una vera e propria escalation di attacchi inauditi alla vita innocente e alla moralità. In ordine di tempo, potremmo dire che l’introduzione dell’eutanasia nel nostro ordinamento giuridico e la negazione del diritto all’obiezione di coscienza rappresentino i settori dove la cultura della morte spinge di più. Ma uno degli errori più comuni è quello di considerare i diversi attacchi nei confronti della vita come eventi isolati o come accadimenti estemporanei. In realtà, essi fanno parte di un unico processo di erosione della moralità che contiene alla base una serie di presupposti filosofici errati, circa l’uomo ed il suo essere nel mondo. Per questo è necessario che il mondo pro-life si formi bene anche intellettualmente e la Marcia per la Vita, con i suoi tanti eventi correlati (convegni, incontri di formazione ecc.) e con la proclamazione di principi netti e privi di ambiguità, funge anche da bacino di conoscenza e formazione. La Marcia dunque, seppur si prefigge di combattere in modo particolare l’aborto di stato, tende in realtà a contrastare tutti gli attacchi alla vita umana innocente, dall’utero in affitto all’eutanasia, dal divorzio alla teoria del gender.

 

La Marcia è un momento di condivisione, poi però bisogna riprendere il confronto quotidiano con un mondo, e soprattutto con delle élites, che non hanno in minima cura la vita nascente o morente e che anzi adoperano ogni mezzo (mediatico, politico, giudiziario) per far sì che il più debole venga eliminato. Come combattere per la Vita?

Naturalmente parlando, non c’è partita: tutto rema contro la vita nascente e terminale e i mezzi a nostra disposizione sono nulla in confronto a quelli in possesso dell’establishment. Ma il popolo della vita, la Marcia per la Vita, hanno qualcosa che gli altri non hanno: innanzi tutto la forza della preghiera e poi la forza delle idee che trae origine dall’adesione alla Verità tutta intera, quando i nemici della vita hanno dalla loro, oltre all’enorme dispiegamento di forze, solo la menzogna sistematica. La Marcia non è solo un momento di condivisione dunque, ma è anche e soprattutto un momento di formazione e di diffusione di buone idee e di sani principi, coerenti con la stessa natura umana. E’ un lavoro che non produce frutti immediati ma che ha bisogno di molto tempo, pazienza e abnegazione. L’obiettivo è di ricreare una cultura della vita che rimetta in discussione i falsi e traballanti pseudo principi propagati con l’inganno dalle avanguardie rivoluzionarie. L’esempio americano è illuminante in tal senso e ci incoraggia a proseguire nel nostro impegno di diffusione di una sana cultura della vita. La marcia di Washington è nata negli anni settanta e nel corso del tempo ha contribuito in maniera decisiva a formare intere generazioni ai valori della vita. Un primo risultato è che ora la metà, e forse più, della popolazione americana si dichiara pro-life; un secondo risultato è che nell’ultima edizione della Marcia di Washington ha partecipato il vice presidente americano, il quale ha parlato dal palco anche a nome del neo eletto presidente Trump. Ultimamente, diversi e significativi sono stati i provvedimenti della presidenza americana volti a contrastare la macchina infernale degli aborti. E non è detto che nel prossimo futuro, l’amministrazione americana non possa mettere mano alla legge abortista che da decenni sta decimando la popolazione. Tutto ciò grazie alla mobilitazione del popolo della vita, tutto ciò grazie alla Marcia per la Vita.

Ciascuno di noi è importante e può fattivamente contribuire, in qualche modo, al buon esito della battaglia. Adesso tocca a noi scendere in piazza e per questo invitiamo tutte le persone che hanno a cuore la causa della Vita a partecipare sabato 20 maggio a Roma alla settima edizione della Marcia per la Vita, con ritrovo alle ore 15 aa piazza della Repubblica, per scrivere insieme nuove pagine per la nostra Italia: promuovere la cultura della vita e contrastare leggi ingiuste ed omicide.

 

Virginia Coda Nunziante è tra coloro che per primi hanno dato concretezza all’dea della Marcia per la Vita in Italia: la pensa e promuove anno per anno, ne cura gli aspetti organizzativi, si impegna da sempre per la difesa dell’essere umano dal concepimento alla morte naturale.
Per: https://www.radiospada.org/2017/05/marcia-per-la-vita-2017-intervista-a-virginia-coda-nunziante-per-rs/

Argomento: Vita

 Niceta Stetato – Vita di Simeone il nuovo teologo - Un grande mistico bizantino (Ed. Kolbe - Seriate (Bg) –2015 pp. 161 – s.i.p. corso Roma, 142 - 035.295029 info@centrograficostampa.it)

 La recensione del libro è l’occasione per presentare la collana nella quale esso si inserisce e, prima ancora, l’ambiente dove essa è nata, davvero inconsueto: l’Eremo della beata vergine del soccorso di Minucciano (Lu).

La provincia di Lucca infatti, oltre le assai note spiagge della Versilia ha un entroterra meno noto turisticamente ma paesaggisticamente assai più interessante. Si tratta della Garfagnana cioè dell’alta valle del fiume Serchio che scende fino a Lucca pressoché in parallelo alla costa tirrenica, incassato tra le Alpi Apuane e l’Appennino tosco-emiliano.

La valle, tuttora assai popolata e, fino ad anni recenti, molto attaccata alla fede, è stata per secoli cosparsa di Eremi alcuni dei quali spettacolari come quello rupestre di Calomini, sopra il paese di Gallicano nella media valle.

Risalendola in direzione nord, l’ultimo comune che si incontra, è appunto Minucciano dove, vicino al paese, fin dal 1500, si tramanda la devozione alla Madonna del soccorso della quale poco distante dal paese esiste una graziosa edicola la cui custodia è stata affidata ad eremiti, originari dei paesi vicini, succedutisi ininterrottamente, l’uno dopo l’altro, per oltre tre secoli; l’ultimo dei quali è morto nel 1982.

Al pari di quasi tutti gli altri della valle, l’Eremo sarebbe forse rimasto abbandonato se, subito dopo, non vi fossero stati indirizzati dall’allora vescovo di Massa, mons. Aldo Forzoni, due, allora giovani, lombardi (uno dei quali ordinato sacerdote pochi anni dopo). Essi adottarono la regola di san Romualdo, il fondatore del Monastero di Camaldoli sopra Arezzo e, a poco a poco, costituirono una fornitissima biblioteca di testi ascetici e diedero nuova vita alla Confraternita laicale che pure vi era stata eretta fin dal 1500 ma che si era nel tempo dissolta. Negli anni successivi l’Eremo di Minucciano è diventato un centro di spiritualità per l’intera zona e poi anche per molte persone di altre parti d’Italia. Anche il numero degli eremiti è nel tempo cresciuto ed oggi sono più di 6 ad affollare la piccola struttura. Molti altri vi si sono fermati per qualche tempo alla ricerca della propria vocazione passando per poi magari abbracciare in seguito altre esperienze di vita religiosa.

Intorno all’Eremo, si è anche raccolta una serie sempre più numerosa di amici che partecipano a vario titolo della sua spiritualità. Alcuni di essi, da pochi anni, hanno anche aperto a Castelnuovo di Garfagnana, il maggior centro della valle, un negozio di libri e di altri oggetti religiosi. Inoltre, grazie alle offerte ed alla disponibilità di alcuni volontari, è anche iniziata all’insegna Edizioni Kolbe, la ristampa di testi classici di spiritualità o, come si sarebbe detto fino a qualche decennio fa, di ascetica e mistica: un settore che certamente, da anni, non pare essere tra i più curati né dall’editoria cattolica né nell’ambito della formazione ecclesiale.

Finora, le Edizioni Kolbe hanno dato vita a tre collane denominate rispettivamente: Laboratorio della fede, La sapienza cristiana ed Oriente cristiano, nella quale si inserisce il testo che presentiamo. Priva di soverchie preoccupazioni commerciali, la picca casa editrice ha potuto infatti pubblicare testi che sarebbero stati scarsamente appetibili per una normale impresa del settore ed inoltre, data la non comune cultura in materia di spiritualità di alcuni degli eremiti, ha meritoriamente affiancato a classici magari già noti in campo cattolico anche  testi di spiritualità orientale appartenenti al mondo dell’Ortodossia perché, come ricordava Giovanni Paolo II, il cristianesimo respira con due polmoni: l’Occidente e l’Oriente.

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In tale contesto, si inserisce anche la vita di Simone il Nuovo teologo (949-1022), senz’altro uno dei più significativi esponenti della spiritualità orientale tanto che Benedetto XVI, il 16.9.2009, ebbe a dedicargli interamente una delle sue catechesi sulla storia della Chiesa così ricordandolo: “ancora giovane, si trasferì a Costantinopoli per intraprendere gli studi ed entrare al servizio dell’imperatore. Ma si sentì poco attratto dalla carriera civile che gli si prospettava e, sotto l’influsso delle illuminazioni interiori che andava sperimentando, si mise alla ricerca di una persona che lo orientasse nel momento pieno di dubbi e di perplessità che stava vivendo, e che lo aiutasse a progredire nel cammino dell’unione con Dio. Trovò questa guida spirituale in Simeone il Pio (Eulabes), un semplice monaco del monastero di Studios, a Costantinopoli, che gli diede da leggere il trattato La legge spirituale di Marco il Monaco. In questo testo Simeone il Nuovo Teologo trovò un insegnamento che lo impressionò molto: “Se cerchi la guarigione spirituale – vi lesse - sii attento alla tua coscienza. Tutto ciò che essa ti dice fallo e troverai ciò che ti è utile”. Da quel momento – riferisce egli stesso - mai si coricò senza chiedersi se la coscienza non avesse qualche cosa da rimproverargli.

Simeone entrò nel monastero degli Studiti, dove, però, le sue esperienze mistiche e la sua straordinaria devozione verso il Padre spirituale gli causarono difficoltà. Si trasferì nel piccolo convento di San Mamas, sempre a Costantinopoli, del quale, dopo tre anni, divenne il capo, l’igumeno. Lì condusse un’intensa ricerca di unione spirituale con Cristo, che gli conferì grande autorità. E’ interessante notare che gli fu dato l’appellativo di “Nuovo Teologo”, nonostante la tradizione riservasse il titolo di “Teologo” a due personalità: all’evangelista Giovanni e a Gregorio di Nazianzo. Soffrì incomprensioni e l’esilio, ma fu riabilitato dal Patriarca di Costantinopoli, Sergio II. Simeone il Nuovo Teologo passò l’ultima fase della sua esistenza nel monastero di Santa Marina, dove scrisse gran parte delle sue opere, divenendo sempre più celebre per i suoi insegnamenti e per i suoi miracoli

Al suo discepolo, Niceta Stetato, si deve la raccolta dei suoi scritti ed anche questa biografia nella quale inutilmente si cercherebbero rigore cronachistico ed una puntuale identificazione degli ambienti in cui egli visse e dei contenuti delle sue opere.

Ma proprio perché la biografia presenta Simeone il Nuovo Teologo senza questi precisi riferimenti cui oggi siamo del tutto assuefatti, la sua figura finisce per elevarsi –un po’ come le immagini delle icone della tradizione orientale- in una sorta di dimensione senza tempo. Questo fa sì che il libro finisca per costituire ancor più che una lettura erudita, un valido sussidio per la formazione spirituale. La sua vicenda ne esce infatti, per così dire, universalizzata e l’attenzione del lettore cade così sulla sua singolare esperienza ascetica, il che aiuta non poco a comprendere il senso di quella dimensione contemplativa della religione cristiana che nell’Oriente si è forse conservata più intatta che non da noi.

È certamente grazie a questa moltitudine di monaci che hanno riempito per oltre 1500 anni centinaia di monasteri dai Balcani fino alla Mesopotamia ed agli Urali, spesso pagando con la vita la loro testimonianza, se, nel turbinio di guerre, invasioni islamiche e capovolgimenti politici che vi si sono succeduti fino ad oggi, il cristianesimo si è conservato in tutto il mondo orientale. Apparentemente isolati nelle loro meditazioni, nelle lunghissime ed accurate cerimonie liturgiche ed interminabili preghiere, essi hanno infatti costituito un incrollabile faro di luce per la fede delle popolazioni. Del resto, è grazie al monachesimo che anche in Occidente, nel crollo del mondo antico, si conservarono le basi per una rinascita civile e culturale. 

Leggendo con attenzione la vita di Simeone il Nuovo teologo, apparirà anche evidente come la sua esperienza ascetica non fosse affatto avulsa dal mondo che lo circondava ed invece vi si inserisse a pieno titolo sia quando egli partecipava alle controversie ecclesiali del suo tempo soffrendone le persecuzioni sia nell’ultima fase della sua vita, nel sostegno portato alla popolazione circostanti al momento della fondazione del monastero di Santa Marina sulle coste del Mar di Marmara.

 

Andrea Gasperini

Argomento: In libreria

 Negli ultimi giorni, i due termini per antonomasia opposti e inconciliabili, Chiesa ed Omosessualità, sono tornati ad essere prepotentemente accostati e far parlare di sé, per via di due episodi differenti ma analoghi in quanto ad endorsement nei confronti dell’omosessualità: il primo, la decisione di alcune parrocchie italiane di aprire le proprie porte in occasione della Giornata contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia che si celebrerà in tutto il mondo il prossimo 17 maggio; il secondo, le sconcertanti dichiarazioni rilasciate su Facebook da Padre James Martin, consulente della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede per il quale alcuni santi potrebbero essere stati gay.

VEGLIE ECUMENICHE LGBT

La prima iniziativa fa parte di un progetto organizzato dai gruppi di cristiani LGBT promosso in tutt’Europa per la giornata internazionale del 17 maggio contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia che vede parrocchie cattoliche e chiese evangeliche unite assieme dal versetto della Lettera di san Paolo ai Romani: “Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite” (Romani 12,14) in veglie di preghiera ecumeniche.

Una apposita Commissione Fede e Omosessualità delle Chiese Battiste Metodiste, Valdesi ha curato uno Schema di liturgia che è stato proposto alle diverse comunità che, in Italia e in altre città europee, aderiranno all’iniziativa, organizzando veglie o culti domenicali.

“Una liturgia che –  come si legge sul sito del Progetto Gionata vuole fare memoria e essere luce per fugare il silenzio e l’indifferenza, spesso presente nella nostra società e a volte anche nelle chiese, sulle tante violenze contro le persone omosessuali e verso quanti sono considerati più deboli perché più fragili, perché stranieri, perché più piccoli”.

L’elenco delle parrocchie cattoliche che hanno aderito alle veglie di preghiera e alle iniziative conto le discriminazioni di genere è disponibile sullo stesso sito dove si legge come “in tante città da Catania a Trieste, passando da Amsterdam a Siviglia tante comunità cristiane pregheranno con i gruppi di cristiani LGBT per porre un termine all’omofobia, alla transfobia e ad ogni forma di discriminazione e di odio e per contribuire a rendere questo mondo un posto migliore per tutte e tutti”.

Tra le parrocchie che hanno annunciato la loro adesione alla giornata di sensibilizzazione sui temi della omofobia, bifobia e  transfobia vi è la chiesa Santa Maria della Passione di Milano che assieme al Tempio Valdese ha organizzato una veglia di preghiera ecumenica per le vittime dell’omofobia e della transfobia:

Per chiedere a Dio di vincere con l’amore il clima d’odio di cui sono vittima le persone omosessuali e transessuali ci troveremo presso il Tempio Valdese di Via Francesco Sforza 12/A e da lì ci sposteremo con una fiaccolata, verso la chiesa di Santa Maria della Passione, in Via Bellini 2″

Palermo i padri gesuiti e i padri comboniani hanno scelto di schierarsi al fianco della Chiesa evangelica luterana, mentre a Pinerolo, in provincia di Torino la comunità cristiana di base di don Franco Barbero organizzerà una manifestazione in piazza per un “salutare rinnovamento teologico nella Chiesa“.

Genova, sarà la Chiesa di San Pietro in Banchi ad ospitare una Veglia per il superamento dell’omofobia e di ogni discriminazione organizzata dal gruppo Bethel di persone LGBT credenti liguri. 

Oltre a GenovaMilano, Palermo e Pinerolo, altre iniziative sono in programma a Firenze, Reggio Emilia, Catania, Trieste e Bologna.

Secondo Innocenzo Pontillo, referente del progetto Gionata su fede e omosessualità, la Chiesa starebbe lentamente aprendo le proprie porte alla comunità LGBT:

“Mi sembra il segno più evidente di come la Chiesa stia cominciando a interrogarsi seriamente su quanto affermava il Sinodo dei vescovi, circa la necessità di costruire una pastorale di accoglienza per le persone Lgbt e i loro familiari” .

LA REALTA’

Tuttavia, malgrado i titoloni dei quotidiani e di tanti siti web che fiutano lo scoop, riportando il tanto atteso quanto impossibile abbraccio ufficiale tra Chiesa e omosessualità, la realtà è che la posizione della Chiesa cattolica sul tema, al momento, non è cambiata di una virgola.

Se si scorre l’elenco delle veglie in programma, salta intatti all’occhio come la maggior parte di queste siano promosse da chiese evangeliche, protestanti e valdesi e lì dove sono le parrocchie cattoliche (meno di una decina a fronte di circa 26.000 parrocchie presenti in Italia) ad organizzare si tratta chiese gestite da sacerdoti ai margini della Chiesa o addirittura da ex preti che hanno abbandonato lo stato clericale.

Uno di questi, ad esempio è Franco Barbero, della comunità cristiana di base di Pinerolo, noto per le sue critiche alla dottrina, liturgia e magistero della Chiesa cattolica, a causa delle quali fu dimesso dallo stato clericale da Papa Giovanni Paolo II all’inizio del 2003.

LE DICHIARAZIONI DI PADRE MARTIN

Ben più gravi, in quanto provenienti da una voce ufficiale ed autorevole del Vaticano, sono state invece le “esternazioni social” di Padre James Martin, consulente della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, il quale su Facebook ha sostenuto la possibilità di incontrare santi gay in paradiso.

Una piccata e scioccante dichiarazione, scritta al culmine di una querelle sorta il 5 maggio dopo che il sacerdote era stato subissato di commenti negativi per avere pubblicato sulla propria pagina Facebook un post riguardante l’incontro tra il vescovo di Lexington, John Stowe, e i supporter di New Ways Ministry, un gruppo che “sostiene lesbiche, gay, bisessuali e trans cattolici“, commentando così la notizia: “Un altro segno di benvenuto e di costruzione di ponti“.

Di fronte alla reazione di diversi fedeli che hanno prontamente ricordato a padre Martin come la dottrina della Chiesa in materia dica ben altro, il consulente vaticano ha pensato bene di replicare scrivendo:

alcuni santi erano probabilmente gay. Una certa parte dell’umanità è gay. Anche una certa parte dei santi poteva esserlo. Potresti essere sorpreso quando in Paradiso verrai salutato da uomini e donne Lgbt“.

CHIESA ED OMOSESSUALITA’

Eppure se la società, nel corso dei secoli, ha mutato il suo giudizio e atteggiamento nei confronti dell’omosessualità, lo stesso non è avvenuto per la Chiesa cattolica, la quale fedele al suo Magistero dottrinale, non ha mai variato, nel corso di duemila anni, il suo insegnamento in materia che afferma come pratica dell’omosessualità vada considerata come un vizio contro natura, che provoca non solo la corruzione spirituale e la dannazione eterna degli individui, ma anche la rovina morale della società, colpita da un germe mortale che avvelena le radici stesse della vita civile.

Nel corso dei secoli tale insegnamento è stato trasmesso e confermato interrottamente dalla Sacra Scrittura, dai Padri della Chiesa, dai santi Dottori e dai Pontefici.

Nel Vecchio Testamento basta citare il celebre episodio delle città di Sodoma e Gomorra (Gen. 18, 20; 19, 12-13; 19, 24-28) incenerite da Dio a causa dei peccati contro natura di loro abitanti.

Nel Nuovo Testamento il giudizio nei confronti dell’omosessualità viene espresso con parole ancor più chiare  e vigorose.

In particolare, san Paolo, l’Apostolo delle Genti, lo stesso preso a modello dai cristiani LGBT per la promozione delle loro veglie contro l’omofobia, in alcuni passi delle sue lettere, chiarisce i motivi della distruzione di Sodoma e Gomorra, mettendo la “passione infame” dell’omosessualità sullo stesso piano dell’empietà, dell’idolatria e dell’omicidio.

Nella lettera ai Corinzi, l’Apostolo mette in guardia coloro che commettono atti contro natura per i quale le porte del Regno di Dio non si spalancheranno:

Non illudetevi! Né i fornicatori, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né i sodomiti (…) erediteranno il Regno di Dio!”. (1 Cor., 6, 9-10)

Più recentemente, il Magistero della Chiesa cattolica ha rinnovato la condanna del sempre più dilagante vizio contro natura attraverso due importanti e chiari documenti pubblicati dalla Congregazione per la Dottrina della Fede:

In entrambi i documenti, la Congregazione ha ribadito l’impossibilità di legittimare in qualsiasi modo le unioni omosessuali in quanto totalmente in contrasto col disegno divino e quindi anche con la dignità umana.

Al punto 8 della dichiarazione Persona humana si legge:

“le relazioni omosessuali  (…) sono condannate come gravi depravazioni ed anzi vengono presentate come funesta conseguenza del rifiuto di Dio. Questo giudizio della Scrittura (…) attesta che gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati e che non possono in nessun caso ricevere una qualche approvazione”.

La Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali distingue tra inclinazione e comportamento omosessuale, sottolineando come quest’ultimo non sia in alcun caso accettabile dal punto di vista morale:

“Occorre invece precisare che la particolare inclinazione della persona omosessuale, benché non sia in se peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale. Pertanto, l’inclinazione stessa dev’essere considerata come oggettivamente disordinata. Di conseguenza, coloro che si trovano in questa condizione dovrebbero essere oggetto di una particolare sollecitudine pastorale perché non siano portati a credere che l’attuazione di tale tendenza nelle relazioni omosessuali sia una scelta moralmente accettabile”.

Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica, promulgato nel 1992 da Giovanni Paolo II, ha ribadito la ferma condanna del vizio omosessuale, scrivendo:

“Basandosi sulla sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati. Sono infatti contrari alla legge naturale, precludono all’atto sessuale il dono della vita, e non sono frutto di una vera complementarietà affettiva e sessuale. Non possono essere approvati in nessun caso” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2357)

ACCOGLIENZA O OMOERESIA ?

Sacerdoti come Padre James Martin e tutti coloro che tentano di conciliare Chiesa ed omosessualità si rendono complici di quella che Dariusz Oko, docente di Teologia alla Pontificia accademia di Cracovia, qualche anno fa, efficacemente, definì «omoeresia», ovvero una corrente di pensiero contraria all’insegnamento della Chiesa in materia di omosessualità descritta dallo stesso Oko con queste parole:

«L’omoeresia è un rifiuto del magistero della Chiesa cattolica sull’omosessualità. I sostenitori dell’omoeresia non accettano che la tendenza omosessuale sia un disturbo della personalità. Mettono in dubbio che gli atti omosessuali siano contro la legge naturale. I difensori dell’omoeresia sono a favore del sacerdozio per i gay. L’omoeresia è una versione ecclesiastica dell’omosessualismo».

 

Rodolfo de Mattei, per https://www.osservatoriogender.it/chiesa-ed-omosessualita-tra-fake-news-e-omoeresie/

Argomento: Chiesa

 Il risultato delle elezioni presidenziali francesi induce ad amare e ferme considerazioni.

È una vittoria completa dei “poteri forti”, della finanza internazionale, mondialista, sinarchica, immigrazionista ed europeista. La vittoria consiste soprattutto nel fatto che hanno generato – novelli Frankenstein – dal nulla una sorta di “homunculus”, perfettamente registrato all’uopo, esteticamente, emotivamente, psicologicamente e comportamentalmente impeccabile, e che questa “creatura” ha vinto come un treno in corsa.

Macron è un’epifania rivoluzionaria.

Naturalmente, ha potuto ottenere il suo risultato solo grazie all’immancabile appoggio dei “moderati”, ovvero dei traditori geneticamente programmati della civiltà cristiana e occidentale. Fa impressione il fatto che la sera stessa della sconfitta al primo turno Fillon abbia dato indicazione di votare Macron: tutto era già programmato. Macron stesso, in fondo, è stato tirato fuori dal cilindro proprio perché era chiaro che Fillon non era in grado di creare quella muraglia di resistenza necessaria a “salvare” la Francia dalla “catastrofe” lepenista.

Macron è di “centro”: che vuol dire tutto e non vuol dire niente. Presentandolo come candidato di centro, lo si è reso votabile dai conservatori fino ai comunisti, con la giustificazione dell’antilepenismo, appunto. Ed è quello che è avvenuto.

La verità banalissima e crudele è che gli europei, avendo ancora la pasta e il pane a tavola, e pure la carne, e pure la macchina, e parecchi ancora pure la casa prima e seconda, e i biglietti per le vacanze, preferiscono non pensare, non capire, non rischiare. Preferiscono far finta che tutto sia ancora come nei decenni del dopoguerra. Compresi coloro che sanno come stanno le cose, che le denunciano pure. Ma, al dunque, diventano restii ad operare in maniera profonda per fermare la catastrofe della nostra società e civiltà. Dinanzi alla pancia ancora piena e alla vita ancora relativamente “tranquilla” (tanto, i disoccupati, le donne violentate o gli uomini assassinati dagli immigrati, le vittime del terrorismo, i bambini rieducati al gender, sono sempre “gli altri”), il loro coraggio si annebbia: meglio non apparire “sgraditi” al sistema e mantenere quelle piccole “abbondanze” che ancora abbiamo. Finché durano.

Non stiamo dicendo che Marine Le Pen era il rimedio a tutti i suddetti mali.
Anzi, Marine Le Pen, per molti di questi mali, a partire da quelli gravissimi di ordine morale (omosessualismo, genderismo, eutanasismo, abortismo, ecc.), non era affatto un rimedio, ma un’altra tragedia.
D’altro canto, per l’aspetto invece dell’antieuropeismo, della guerra all’euro e all’immigrazionismo, di un rinnovato sovranismo, si presentava invece come un possibile (il carattere ipotetico rimane obbligatorio, visto anche il cambiamento repentino di un Trump) ostacolo alla corsa dissolutoria dei poteri forti sinarchici e mondialisti.
Comunque, era un simbolo da abbattere.

E la Le Pen è stata duramente sconfitta. Le chiacchiere riduzionistiche stanno a zero. Riprova cogente è che ha già detto che vuole cambiare nome al partito: un modo per scaricare la colpa del fallimento sul padre. Cambierà anche il cognome e il proprio viso, visto che gli somiglia particolarmente?

Il problema non si risolve cambiando il nome dei partiti, il che presuppone poi, inevitabilmente, un progressivo cedimento di valori, fino a divenire pienamente accettati da quel sistema dei poteri forti che si voleva un tempo combattere (lo abbiamo già visto molte volte in Italia).
Il problema è più profondo e risiede nel fatto che – dobbiamo ammetterlo con amarezza ma con chiarezza – oggi pensare di cambiare il corso della storia rivoluzionaria con gli strumenti usuali della Rivoluzione (ovvero all’interno del sistema democratico, a partire dai partiti) è impossibile e questo per tre ragioni inconfutabili:
1) già è difficilissimo creare un partito anti-sistema;
2) ancor più difficile è farlo decollare a livello nazionale, e comunque, ammesso che ci si riesca, questo richiede decenni (lo stesso Front National ha ormai quarant’anni);
3) ammesso anche che ci si riesca seriamente e abbastanza velocemente… arriva Macron.

E se non arriva Macron, arriva la magistratura. E se non arriva la magistratura, arriva qualcos’altro. Lo stesso inopinabile cambiamento di colui che in teoria è l’uomo più potente del mondo (e nella fattispecie odierna pure uno dei più ricchi in assoluto già per conto suo) sta a dimostrarlo chiaramente. Non mi meraviglierei se, piano piano, col tempo, si annacquasse pure la Brexit…

Che fare? Disperazione assoluta? Resa incondizionata? Chi scrive non ha la soluzione, ma cerca solo ora di gettare un po’ di lucidità per tenere ferma la speranza.

Il cattolico legato alla tradizione sa bene che per ogni evento della vita, specie per quelli più importanti e di natura sociale, vi sono sempre due vie di interpretazione e di operazione: la via sovrannaturale e quella naturale.

La via sovrannaturale non dipende da noi, se non in maniera indiretta: occorre pregare e fare tutto quanto possibile perché Dio intervenga al più presto e soccorra i suoi figli e la Chiesa (e l’Europa e l’Italia) dal trionfo delle forze della dissoluzione rivoluzionaria.
Su questo piano, oggi, c’è molta aspettativa in chiave di profezie celesti (alcune – rarissime – vere, altre dubbie, la gran parte del tutto fantasiose): stiamo vivendo proprio il centenario delle apparizioni di Fatima in questi giorni.
Possiamo solo pregare e aspettare, nella speranza che la promessa del 13 luglio 1917 divenga al più presto realtà.

Per quel che concerne la via naturale, credo che sarebbe giunta l’ora di smettere di sognare impossibili riscosse partitiche nel sistema democratico rivoluzionario in cui viviamo (è come rubare a casa dei ladri, o appiccare l’incendio a casa di Satanasso), il che però non esclude affatto, anzi, tutt’altro, l’impegno politico e culturale quotidiano e costante da parte di coloro che vogliono combattere la Rivoluzione gnostica, liberale, ugualitarista e mondialista.
Questo impegno deve invece accrescersi, in quanto con la vittoria di Macron i pericoli disastrosi del gender, dell’omosessualismo, dell’abortismo, dell’eutanasismo, ma anche dell’invasionismo immigrazionista, dello strapotere pauperistico della finanza socialista, andranno ad accrescersi oltremisura.
Insomma, ora saremo sempre più in mano ai Frankenstein dei nostri giorni, che ci vogliono far divenire sempre più bestie da soma sotto il loro controllo, distruggendo ogni nostro valore religioso, morale, etnico, culturale, civile, artistico, ecc. Vogliono “rivoluzionarci” antropologicamente”. L’incubo ora è totale, non più pensabile, ma reale.

Per questo occorre agire, più che mai. Ma occorre farlo in maniera molto ponderata e realistica, con chiara cognizione dei mezzi e dei fini e, ovviamente, in unione di forze. In questo senso, dinanzi alla catastrofe, sarebbe ora – lo ripetiamo per l’ennesima volta – che fossimo tutti capaci di superare le cause di divisione personale, ovvero l’aspetto meno grave (e quindi più colpevole) del nostro essere un’armata Brancaleone.
Le divisioni ideologiche (e teologiche) e politiche non sono facilmente superabili: anzi, temo che col tempo si acuiranno sempre più, in quanto, specie a causa della devastante e sempre più radicale crisi della Chiesa, stiamo ogni giorno diventando di fatto due chiese differenti (ed è inutile, anzi, dannoso, nascondercelo: meglio dircelo…).
Ma quelle di natura squisitamente personale possono essere superate con la carità e l’umiltà, almeno a livello funzionale per la battaglia comune. E in questo vi è più che mai necessità dell’appoggio materiale e concreto delle migliaia di cattolici, legati alla tradizione e al Bene, che si stanno svegliando ogni giorno di più: ricordiamoci sempre che più il demonio si mostra, più la sua bruttezza appare, più la gente ingenua comincia a capire. E a reagire.

La sconfitta di Marine Le Pen ci sia di insegnamento.
La vittoria di Macron ci sia di sprone alla battaglia e all’unità.
Per ottenere questa unità, è necessario averne lo spirito nell’anima e la disponibilità nella volontà: disponibilità a vincere la propria pigrizia o diffidenza e ad appoggiare chi ha la visione lucida delle cose e si impegna; disponibilità a incontrarsi; disponibilità ad aiutare le giuste e buone iniziative; disponibilità a creare struttura di buona battaglia comune.

Non è questa l’ora della disperazione. E nemmeno delle chiacchiere senza fatti. È l’ora dei guerrieri.

 

 

da: https://ilpontelevatoiodimassimoviglione.wordpress.com/

Argomento: Storia

 Emmanuel Macron, il coniglio dal cilindro di Bruxelles

 Come da pronostico il 39enne Emmanuel Macron è il nuovo presidente della Francia con il 66,06% dei voti, contro il 33,94% ottenuti dalla sfidante Marine Le Pen. Il ballottaggio per l’Eliseo, che diversi media internazionali avevano dipinto come l’impresentabile scontro tra populismo e tecnocrazia, è stato dunque vinto dal candidato del neonato movimento En Marche!, espressione degli interessi della finanza e dei “poteri forti” di Bruxelles.

Il neo presidente, non appena eletto, ha dato appuntamento per i ringraziamenti ai propri sostenitori all’ombra dell’inquietante piramide del Louvre, un luogo scelto non a caso per rimarcare una netta discontinuità con le piazze storiche della sinistra (Bastiglia) e della destra (La Concorde) francese.

Altrettanto simbolica, e senza precedenti, è stata la decisione del nuovo inquilino dell’Eliseo di rendere omaggio all’investitura ufficiale ricevuta dai vertici dell’Unione Europea, facendo intonare l’Inno alla Gioia prima dell’inno nazionale della Marsigliese.

La scelta di festeggiare la propria vittoria sulle note ufficiali dell’Unione Europea è stato un evidente e beffardo schiaffo agli euroscettici appena sconfitti, con il quale Macron ha voluto sottolineare, una volta di più, quella che sarà la principale linea d’azione del proprio operato politico. Nel suo discorso da vincitore il leader di En Marche! si è detto pronto «a scrivere una nuova pagina della nostra storia di fiducia e speranza», con l’obiettivo di ricostruire «il legame tra l’Europa e i popoli che la compongono, tra l’Europa e i suoi cittadini».

La vittoria di Macron è dunque una vitale boccata di ossigeno per la malridotta Unione Europea che tira un gran sospiro di sollievo di fronte alla netta affermazione del proprio candidato in pectore. Il primo a congratularsi è stato il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, che ha affidato a Twitter la propria soddisfazione, scrivendo: «Felice che i francesi abbiano scelto un futuro europeo. Insieme per un’Europa più forte e più giusta». Alle parole di Juncker hanno fatto eco quelle del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk che si è, a sua volta, congratulato con il popolo francese: «(…) per aver scelto la Libertà, l’Uguaglianza e la Fraternità e per aver detto no alla tirannia delle fake news».

Alle dichiarazioni di giubilo dei vertici dell’Unione Europea hanno fatto rapidamente seguito quelle di tutti i principali leader europei tra cui quelle dello stesso presidente uscente Francois Hollande: «L’ho chiamato questa sera per felicitarmi calorosamente per la sua elezione a presidente della Repubblica. La sua ampia vittoria conferma che una grande maggioranza dei nostri concittadini ha voluto riunirsi attorno ai valori della Repubblica e marcare il suo attaccamento all’Ue e all’apertura della Francia al mondo».

Dalla Germania, la cancelliera Angela Merkel, si è espressa attraverso il suo portavoce Steffen Seiber che si è complimentato con il neo presidente francese, twittando: «Auguri di cuore a Emmanuel Macron. La sua è una vittoria per un’Europa unita». Anche dall’Italia, sono giunte le congratulazioni del premier Paolo Gentiloni che ha parlato di «una speranza che si aggira per l’Europa», a cui hanno fatto seguito quelle analoghe di Matteo Renzi, che in un tweet ha dichiarato come l’affermazione di Macron rappresenti una «straordinaria pagina di speranza per la Francia e per l’Europa».

Al di là dell’indiscutibile vittoria di Macron, un dato non trascurabile di queste elezioni presidenziali è il record negativo raggiunto in questo secondo turno dall’astensionismo che ha toccato la cifra storica del 25,3%, la più alta mai registrata per un ballottaggio dal lontano 1969. Secondo i dati diffusi dal Ministero degli Interni francese, il leader di En Marche! si è aggiudicato 20.257.167 voti, il doppio rispetto ai 10.584.646 ottenuti dalla candidata del Front National, che ha comunque conquistato un record mai conseguito prima dal proprio partito, incassando quasi 11 milioni di voti che ne fanno, come sottolineato dalla stessa Le Pen, «il primo partito d’opposizione».

Ora per il Front National, la cui prossima, già imminente sfida saranno le elezioni legislative di giugno, si prospettano grandi cambiamenti, a partire sembra dal nome stesso del partito, come reso noto dalla sua leader: «Il Front National ora deve rinnovarsi», affrontare «una trasformazione per creare una nuova forza politica che sia all’altezza delle necessità del Paese».

Sempre riguardo le statistiche di voto, è interessante riportare infine i dati di un sondaggio Ifop realizzato per il quotidiano La Croix e il settimanale Pèlerin, secondo il quale Macron, oltre che sul decisivo appoggio trasversale finalizzato a sbarrare la strada all’ “estremista” Le Pen, ha potuto contare anche sul voto cattolico. Il candidato di En Marche! avrebbe infatti ottenuto il 62% dei voti complessivi dei cattolici. Una cifra pari addirittura al 71% tra i praticanti “regolari”, ossia tra coloro che vanno regolarmente a Messa, che paradossalmente scende, fermandosi al 54% tra i cattolici praticanti ossia “occasionali”.

In ultima analisi, la conquista dell’Eliseo da parte del tecnocrate per eccellenza Emmanuel Macron, se da un lato è certamente figlia del tracollo dei tradizionali partiti politici, rimasti ai margini del ballottaggio presidenziale, dall’altro rappresenta un indubbio capolavoro politico degli oligarchi dell’Europa senza se e senza ma, che in pochissimo tempo sono stati capaci di creare da zero e presentare un candidato politicamente “vergine”, con tutte le carte in regola per far convergere su di sé il necessario consenso.

In questa prospettiva, Macron, banchiere d’affari della Rothschild e “figlio” politico dell’influente economista Jacques Attali, presentato come l’“uomo nuovo”, simbolo della discontinuità, è un presidente dell’establishment, già vecchio, uno straordinario coniglio tirato fuori dal cilindro dai maghi di Bruxelles che ora possono sfregarsi le mani avendo a capo della Francia un giovane e fedele scudiero alle loro dirette dipendenze.

(Lupo Glori per https://www.corrispondenzaromana.it/emmanuel-macron-il-coniglio-dal-cilindro-di-bruxelles/)

Argomento: Socialismo

 Il messaggio di Fatima:

una prospettiva dall’Est

di Anca-Maria Cernea (*)

 

 Sono molto onorata di essere stata invitata a parlare oggi, per tentare di presentare una prospettiva dall’Europa orientale del messaggio di Fatima e della sua urgenza per il mondo di oggi. In concreto, mi è stato chiesto di parlare degli “errori della Russia”.

Tra maggio e ottobre del 1917, la Madonna apparve a tre pastorelli a Fatima, in Portogallo. Chiese loro di pregare e di offrire sacrifici per la conversione dei peccatori e per la pace, avvertendo che “gli errori della Russia” si sarebbero diffusi in tutto il mondo, causando guerre e persecuzioni alla Chiesa.

In quello stesso anno, ci furono due rivoluzioni in Russia. A febbraio, la famiglia Romanov perse il trono. Poi, ad ottobre, i bolscevichi presero il potere con Lenin.

Un secolo dopo, il cristianesimo si trova ancora di fronte alla rivoluzione leninista, questa volta non solo in Russia. La Russia ha diffuso i suoi errori in tutto il mondo, causando guerre e persecuzioni contro i cristiani, come aveva previsto la Madonna.

 


Una rivolta contro Dio

La Madonna parlò degli “errori della Russia”, non perché altri errori non esistessero, ma perché gli errori della Russia li incorporava tutti e li portava ad un nuovo livello. L’ideologia marxista è un errore di natura religiosa, che pretende di avere una spiegazione completa della realtà e di offrire la “salvezza” qui, in questo mondo, attraverso mezzi umani, senza Dio.

Più di mezzo secolo fa, il celebre pensatore tedesco-americano Eric Voegelin scrisse che il nazismo e il bolscevismo erano “religioni politiche”, con i propri simboli, profeti, scritture, gerarchie, cerimonie liturgiche, calendari e via dicendo (1). Erano religioni false perché non costruivano nessuna cultura, soltanto distruggevano quelle esistenti.

L’idea di base è la stessa proposta dal serpente ad Adamo ed Eva: mangiare il frutto proibito ed ignorare il comandamento di Dio. Nel libro «Il vero volto di Karl Marx», frutto di approfondite ricerche e di testimonianze dirette, lo scrittore rumeno Richard Wurmband evidenzia le pratiche sataniche di Karl Marx. Wurmbrand era stato comunista nell’adolescenza, ma si era convertito al cristianesimo. Passò quattordici anni nelle prigioni comuniste in Romania e rimase famoso per il suo comportamento eroico. Mio padre lo incontrò in prigione e parlava molto bene di lui.

Wurmbrand cita scritti di Marx dove costui esprime un profondo odio per Dio. Marx non negava l’esistenza di Dio, bensì era geloso di Lui, Lo odiava e voleva prendere il Suo posto. Wurmbrand cita anche lettere indirizzate a Marx da suo figlio Edgar con le parole “Mio caro diavolo”, e testimonianze sulle strane cerimonie che Marx praticava in casa.

Questa è la vera chiave per capire l’ideologia marxista.

Non è un caso che Iosif Vissarionovich Dzhugashvili, futuro dittatore comunista più noto come Stalin, a volte firmava “Demonoschwili”, cioè “figlio del demonio”.

 


Due tipi di marxismo

Il comunismo si è diffuso in due modi:

- Attraverso brutali invasioni militari, campi di concentramento, prigioni, polizia politica e terrore. Secondo gli stessi archivi sovietici, più di cento milioni di persone sono state uccise dai loro governi in tempi di “pace”.

- Attraverso la sovversione culturale insidiosa, volta a distruggere la resistenza morale del Mondo Libero, rendendolo incapace di difendersi dal comunismo. È ciò che si chiama “marxismo culturale”.

Le differenze strategiche tra queste due forme di marxismo sono meno importanti di quello che hanno in comune: condividono lo stesso odio per l’ordine, divino ed umano, e la stessa volontà di distruggerlo.

Oggi il marxismo culturale è ancor più insidioso di quello classico. Mentre il marxismo classico voleva reinventare la società attraverso una violenta espropriazione dei mezzi di produzione, il marxismo culturale pretende di reinventare la famiglia, l’identità sessuale e la stessa natura umana.

Un focolare del marxismo culturale è stata la cosiddetta Scuola di Francoforte, conosciuta anche come “scuola critica”, che combina Marx con Freud per distruggere le fondamenta morali della società, partendo dalla famiglia. Da qui partono, per esempio, gli studi che sfociano nell’ideologia di genere.

Un’altra versione del marxismo culturale è rappresentata da Antonio Gramsci, che consigliava ai comunisti di conquistare prima l’“egemonia culturale” attraverso graduali, impercettibili mutazioni nei modelli linguistici e sociali, introdotte con l’aiuto dei compagni di viaggio, come attori e altre celebrità. La tattica prevedeva anche l’infiltrazione nei media, nell’industria cinematografica, nell’educazione, nella magistratura e, soprattutto, nella Chiesa cattolica.

 


La prima rivoluzione sessuale

La prima rivoluzione sessuale nella storia non è stata fatta dall’“Occidente liberale e consumista”, ma dalla Russia di Lenin, in quanto legalizzò l’aborto, l’omosessualità e facilitò il divorzio. La prima organizzazione dei diritti omosessuali nella storia è stata creata negli Stati Uniti nel 1950. Tutti i suoi membri appartenevano al Partito Comunista Americano.

Spesso sentiamo prediche cristiane che incolpano il “consumismo” e l’“edonismo”, peccati tipicamente attribuiti all’Occidente liberale, per la rivoluzione anti-cristiana di oggi. Ma San Paolo insegna che “la nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti” (Ef 6, 12).
Il consumismo e l’edonismo, la carne e il sangue, sono fattori predisponenti, che indeboliscono la resistenza morale delle persone e delle società, ma non ne sono la causa.

La causa di questi attacchi contro il cristianesimo è una rivolta satanica contro Dio, contro la Sua legge e contro l’ordine della Sua creazione, in un tentativo gnostico-rivoluzionario di ridisegnare la società umana e la natura umana.

Questa è la natura degli errori della Russia.

 


Cambia il linguaggio ecclesiastico

Nell’Ottocento, Leone XIII vide che l’ideologia comunista era un errore di natura religiosa. La chiamò “la setta dei socialisti, comunisti o nichilisti” e la condannò. Nel 1937, Pio XI in Divini Redemptoris disse che il comunismo nascondeva “una falsa idea messianica” e un “misticismo ingannevole”. Nel 1948, Pio XII scomunicò chi avesse collaborato con i comunisti. Questa è la dottrina della Chiesa.

Con l’affermarsi dell’Ostpolitik negli anni Sessanta, però, i Papi non insisterono più sulla natura religiosa di questo errore.

Pio IX, Leone XIII, s. Pio X, Pio XI e Pio XII hanno tutti radicalmente respinto il comunismo. Questo Magistero ispirò la resistenza al comunismo di milioni di cattolici. Nell’Europa orientale, un’intera generazione di cristiani si oppose al comunismo, subendo terribile persecuzioni e perfino il martirio.

Uno di loro fu mio padre, Ioan Bărbuş, giovane leader che faceva parte di un partito politico cristiano anti-comunista, molto popolare in Romania. Mio padre è stato imprigionato dal regime comunista. I miei genitori erano fidanzati. Mia madre attese diciassette anni il suo fidanzato, pregando per lui. Egli sopravvisse per miracolo. Si sposarono dopo che mio padre venne rilasciato.

Nel grande dossier che la Securitate (la polizia segreta comunista) raccolse su di lui, mia sorella ed io abbiamo trovato informazioni sul suo comportamento in prigione. Ad esempio, nella prigione di Aiud, negli anni Cinquanta, la polizia annotava che mio padre non aveva in nessun modo mutato le sue credenze. Lo descrivevano come un “elemento ostile” per il regime.

Gli altri prigionieri sapevano che era greco-cattolico, lo rispettavano e lo ascoltavano. E lui diceva che la Chiesa Cattolica era la più importante forza spirituale nel mondo che combatteva il comunismo, e che non avrebbe mai smesso di combatterlo. Ciò dimostra che la sua fede nella Chiesa gli dava coraggio, ed era in grado di incoraggiare i suoi colleghi, la maggior parte dei quali non erano nemmeno cattolici.

La nostra Chiesa Greco-Cattolica della Romania fu soppressa dai sovietici. I nostri vescovi rifiutarono qualsiasi compromesso con i comunisti.

Nelle loro prediche, i vescovi avvertivano il gregge contro l’ideologia comunista e preparavano i fedeli per il martirio. Furono i primi a dare un esempio di resistenza al terrore, alla prigione e alla tortura. Nessuno dei dodici rinunciò alla sua fedeltà al Santo Padre. Sette di loro morirono in prigione. Papa Pio XII disse che egli era stato più fortunato di Nostro Signore; perché tra i dodici apostoli, ci fu un traditore, ma nessuno dei dodici vescovi greco-cattolici rumeni tradì il Papa.

Ma poi venne il Concilio Vaticano II, che non pronunciò nessuna condanna nei confronti del comunismo, nonostante quasi Ottocento Padri conciliari ne avessero fatto richiesta. Si disse che la Chiesa ormai preferiva la misericordia e non avrebbe pronunciato condanne.

Così, il più grande evento della Chiesa del XX secolo ha ignorato l’errore più terribile, più omicida dell’intera storia umana, un errore che si stava sviluppando proprio in quel momento, gettando in schiavitù metà dell’umanità e insidiosamente erodendo le basi morali dell’altra metà.

Alcuni vescovi cattolici continuarono a combattere il comunismo. Ne sono esempio i cardinali Mindzsenty, Slipij, Wyszynski e Korec. Ma non tutti i vescovi cattolici del mondo hanno fatto la stessa cosa. Alcuni persino promossero attivamente il comunismo all’interno della Chiesa, per esempio sotto la forma della teologia della liberazione in America Latina, un’operazione di grande successo del KGB.

La predicazione contro il comunismo cessò di essere sistematica, come era prima, e molti cattolici pensarono che le precedenti condanne del comunismo non fossero più vincolanti. Mutò anche il linguaggio delle encicliche per quanto riguarda il comunismo.

Pio XI aveva dedicato l’enciclica Divini Redemptoris alla lotta al comunismo. Non esitava a nominare l’Unione Sovietica e a parlare delle atrocità che i comunisti stavano commettendo contro i cristiani nell’URSS e nella guerra civile spagnola. E sottolineava che non erano eccessi isolati, bensì il frutto naturale del sistema comunista.

Pio XII scrisse: “La Chiesa combatterà la battaglia contro il comunismo fino alla fine, perché è una questione di valori supremi: la dignità dell’uomo e la salvezza delle anime”.

A partire dagli anni Sessanta, però, i documenti ufficiali della Chiesa si spostano dall’anticomunismo esplicito a una posizione di neutralità tra i due blocchi, comunista e capitalista, accusandoli di essere entrambi materialisti e di mettere in pericolo la pace. Questa neutralità, questi appelli simmetrici ai due blocchi affinché si disarmassero, non ebbero ovviamente nessun effetto reale sul blocco sovietico, ma in Occidente indebolirono la posizione e l’autorità morale dei politici anticomunisti.

Parallelamente, anche qui col favore di autorità ecclesiastiche, si costituirono poteri sovranazionali, come l’ONU e l’Unione Europea, che sono ora le principali entità che svolgono gli attacchi contro la vita, la famiglia e la presenza cristiana nella vita pubblica.

Anche il tono delle encicliche sociali cambiò, spostandosi dal linguaggio cristiano a quello mediatico, ideologicamente contaminato. In Divini Redemptoris, Pio XI ancora raccomandava la carità cristiana come principale rimedio alla povertà. In Pacem in Terris, Giovanni XXIII definì i servizi sociali in termini di “diritti umani”, chiedendo quindi all’amministrazione pubblica di prendersi cura del progresso sociale.

Mentre metà dell’umanità giaceva sotto dittature comuniste, il Papa si rallegrava perché “in quasi tutto il mondo gli uomini sono cittadini di uno stato indipendente”. Egli celebrava la fine del colonialismo, ma non sembrava notare che la maggior parte dei nuovi paesi “indipendenti” erano in realtà caduti sotto una dominazione coloniale peggiore, quella sovietica.

Nel 1967, in Populorum Progressio Paolo VI incolpava per la povertà del Terzo Mondo esclusivamente gli effetti del “colonialismo”, quello occidentale naturalmente. Criticava poi il “liberalismo sfrenato”, la libera concorrenza come “norma guida dell’economia” e la proprietà privata dei mezzi di produzione come un “diritto incondizionato e assoluto”, senza soffermarsi, contestualmente, sulle calamità economiche e morali causate dall’economia marxista nei paesi in cui era stata applicata.

Nel 1991, Papa Giovanni Paolo II pubblica l’enciclica Centesimus Annus, nella quale riprende il linguaggio del Magistero. Egli ricorda una verità insegnata da tutti i Papi prima del Concilio, e cioè che le ideologie marxiste e socialiste sono errori di natura religiosa. Avverte quindi contro le “religioni politiche”, quelle teorie utopiche che pretendono di creare una società perfetta qui sulla terra.

Nell’Istruzione Libertatis Nuntius, contro la Teologia della liberazione, firmata dal cardinale Joseph Ratzinger e da lui approvata, critica pure la confusione fra salvezza religiosa e “liberazione” politica.

 


Il marxismo culturale oggi

Nel 1989 crollò il Muro di Berlino e con esso il comunismo classico in molti Paesi. Ma gli errori della Russia menzionati nella profezia di Fatima continuarono a diffondersi. La sconfitta del comunismo classico si è rivelata piuttosto una mutazione verso il marxismo culturale.

Il fatto che, durante decenni, la lotta contro il marxismo classico non sia stata trattata come priorità da parte della dottrina sociale della Chiesa ha indebolito la capacità dei fedeli, specialmente dei politici cattolici, di riconoscere e combattere il marxismo culturale.

E arriviamo alla critica, senza precedenti, di Papa Francesco all’economia di libero mercato, bollata “economia che uccide”. Avendo vissuto sotto un regime comunista, posso testimoniare che il controllo del governo sull’economia non solo non vivifica, ma rovina inevitabilmente anche paesi una volta prosperi, causando immense ingiustizie, sofferenze e umiliazioni.

Nei paesi socialisti, la rapina e la violenza diventano politica di Stato. La corruzione diventa l’unico mezzo per ottenere beni di prima necessità. E un enorme divario, molto più profondo di qualsiasi precedente, emerge tra la nuova classe privilegiata e i cittadini ridotti a schiavi.

È preoccupante vedere oggi il Vaticano incoraggi i “movimenti popolari”: ambientalisti, pacifisti, indigenisti, attivisti anti-discriminazione e via dicendo. I rappresentanti di questi gruppi sembrano oggi essere considerati dal Vaticano dei degni partner con cui dialogare, insieme a personaggi come i fratelli Castro ed Evo Morales.

Come ha detto una volta il leader comunista spagnolo Santiago Carrillo, come risultato del dialogo tra cattolici e comunisti, nessun comunista si è mai convertito al cattolicesimo, ma molti cattolici coinvolti sono diventati comunisti. La cooperazione con i comunisti su questioni pratiche, senza mai mettere in discussione l’ideologia del marxismo, trasforma i cattolici in compagni di viaggio della rivoluzione. Invece di predicare il vero Dio ai pagani e convertirli, vengono usati dai pagani contro il vero Dio.

A questo si somma l’uso di un linguaggio confuso, politicamente corretto, da parte di molti uomini di Chiesa, gettando i cattolici nella confusione morale e politica, e portandoli alla sconfitta nella guerra culturale. I fedeli diventano incapaci di identificare la fonte degli attacchi contro il cristianesimo per poter combattere con successo.

Questo linguaggio funziona come un segnale di “svolta obbligatoria a sinistra” per i laici che si impegnano in politica, rendendo praticamente impossibile per i politici cattolici sostenere il libero mercato, opporsi al Welfare State, o all’immigrazione musulmana, dichiararsi scettici sul cambiamento climatico o sul ruolo delle Nazioni Unite. Perché, se lo fanno, direbbero delle cose che sono diverse o contrarie a ciò che dicono molti uomini di Chiesa.

Questo è uno dei motivi per cui in tanti paesi cattolici non c’è una rappresentanza politica dei cattolici. Ed è anche il motivo per cui tanti paesi cattolici sono ora governati da marxisti culturali.

La situazione reale sul campo di battaglia, però, non è così negativa come vorrebbero i media. C’è ancora una maggioranza silenziosa che accetta i principi della Civiltà cristiana. Questa potrebbe rappresentare una resistenza contro i progetti di dominazione rivoluzionaria, ma non ha una leadership religiosa, politica e intellettuale.

 


False soluzioni

Esasperati dalle sconfitte nella guerra culturale, molti cristiani in Occidente ora mettono le loro speranze in Vladimir Putin, come “protettore della cristianità”. Io posso anche capire che, in mancanza di altri leader, dirigano lo sguardo verso l'Est. Mi sembra, però, una posizione fondamentalmente fuorviante. È come se la Germania, dopo la Seconda guerra, fosse ancora gestita dagli uomini della vecchia Gestapo, che pretendessero di essere investiti della santa missione di combattere l’antisemitismo. Serve un po’ di prudenza.

La Russia non si è convertita. Gli errori della Russia non hanno semplicemente cessato di esistere una volta che l’Unione Sovietica è stata ufficialmente dichiarata morta. Non c’è stato alcun pentimento, nessun esame di coscienza, nessuna giustizia in Russia per la distruzione morale e fisica ispirata dal marxismo. Questo è stato ben espresso dallo stesso Putin: “Il collasso dell’Unione Sovietica è stato il principale disastro geopolitico del secolo” (2).

Dal punto di vista della dialettica marxista, la storia dell’Unione Sovietica è una sequenza di totalitarismo duro con fasi in cui il regime finge degli ammorbidimenti, ma quello che succede in realtà è che in questi momenti l’inganno prevale sulla violenza (3).

C’è la prima fase della rivoluzione di Lenin, di terrore e omicidi di massa. Successivamente, a causa del crollo dell’economia, Lenin inizia la “Nuova Politica Economica” e permette qualche iniziativa privata. Poi Stalin arriva al potere, e l’accento si sposta di nuovo sulla violenza, il genocidio, invasioni militari, campi di concentramento, ecc.

Dopo la morte di Stalin, il compagno Krusciov arriva al potere e denuncia gli abusi del suo predecessore (abusi in cui egli aveva avuto un ruolo di primo piano) e annuncia un disgelo. Viene sostituito dal compagno Breznev, e c’è ancora uno stato totalitario, d’inspirazione stalinista. Poi arrivano Andropov, Cernenko e, infine, Gorbaciov, che lancia la perestroika. Quest’ultimo apparentemente abbandona i dogmi marxisti e permette all’Europa Orientale e alla Russia di liberarsi.

La perestroika è stata fondamentalmente un inganno, come aveva avvertito il famoso disertore del KGB, Anatoliy Golitsyn, già all’inizio degli anni ‘80, quando disse che i sovietici avrebbero avviato una cosiddetta “liberalizzazione”, affinché l’Occidente abbassasse la guardia (4). Non era altro che una trasformazione “dialettica”, imposta dalle circostanze. In realtà, un aggiornamento.

E ora la Russia gioca di nuovo a fare l’URSS. Il suo governo finge attacchi terroristici per giustificare guerre (5); uccide e imprigiona gli oppositori politici (6) e i giornalisti (7,8); è una costante fonte di instabilità (9), attaccando paesi confinanti come la Georgia e l’Ucraina (10), minacciandone altri, come gli Stati Baltici (11,12), la Repubblica Moldava (13), Romania e Polonia (14), e spaventando il mondo intero con lo spettro di una guerra nucleare (15).

Putin paragona il cadavere di Lenin alle sante reliquie cristiane (16). La Russia costruisce monumenti a Stalin (17) e protesta furiosamente contro la demolizione delle statue di Lenin in Ucraina (18). E organizza grandi parate sotto il segno della falce e del martello (19).

La Russia mantiene le sue alleanze con partiti e organizzazioni della sinistra radicale in tutto il mondo, per esempio con il Foro di San Paolo, che è l’Internazionale Comunista della America Latina (20), con Occupy Wall Street (21), nonché con partiti di sinistra, socialisti e postcomunisti in Europa.

Questi alleati di sinistra della “Russia Ortodossa” sono, allo stesso tempo, le principali forze politiche che promuovono la rivoluzione sessuale, i diritti LGBT e l’ideologia di genere.

La guerra di disinformazione della Russia è stata aggiornata agli ultimi livelli del cinismo postmoderno (22). A differenza dei tempi dell’Unione Sovietica, non è più un sistema ideologico unico, rigido e riconoscibile. La nuova propaganda non cerca di convincere che la dottrina marxista sia vera, ma piuttosto che non c’è modo di conoscere la verità (23).

La Russia trova alleati tra i cristiani conservatori, ma anche tra i militanti di sinistra e i libertari; tra i fascisti, ma anche tra i comunisti; tra i militanti anti-immigrazione, ma anche tra gli jihadisti. Infatti, le reti che collegavano i servizi segreti russi ai terroristi islamici durante la Guerra Fredda non sono state smantellate dopo la morte ufficiale dell’Unione Sovietica (24).

E arriviamo così alla minaccia islamista, il cui fine ultimo è lo stesso degli errori della Russia: la distruzione della civiltà cristiana e, in ultima analisi, della Chiesa. Il terrorismo islamico, nella sua versione contemporanea, è una combinazione tra le pratiche violente ispirate dall’Islam e gli errori della Russia.

Il generale rumeno Michai Pacepa, capo della Securitate rumena, ha rivelato che, alla fine degli anni Sessanta, Yuri Andropov, capo del KGB, aveva messo in atto progetti per istigare i musulmani, usandoli come una potente arma contro gli Stati Uniti e contro l’Occidente. Più recentemente, l’ex colonnello della FSB (la nuova KGB), Alexander Litvinenko, ha rivelato importanti connessioni tra la Russia e Al Qaeda (25). Litvinenko è stato successivamente assassinato dalla lunga mano di Mosca in Gran Bretagna (26).

 


Aleksander Dugin

L’intellettuale più influente del regime russo oggi è Aleksander Dugin.

Costui ha prodotto una nuova ideologia, da sostituire al marxismo screditato della vecchia Unione Sovietica e da utilizzare come pretesto per le aspirazioni imperiali dell’attuale regime, per fornire alla sua propaganda nuovi motivi per promuovere l’odio contro la civiltà occidentale.

É un mix di bolscevismo, nazi-fascismo, con gnosticismo islamico, neo-paganesimo, occultismo massonico e satanismo. Dugin è un ammiratore di Aleister Crowley, noto autore satanista (27). Dugin lavora per sedurre i conservatori occidentali e renderli la “quinta colonna” della Russia in Europa (28).

I piani di Dugin per l’Europa sono i seguenti: “L’annessione dell’Europa è la grande missione. (...) Se ci piacciono le tecnologie europee, prendiamole. (...) Conquisteremo l’Europa e avremo tutta la loro tecnologia” (29).

Ma i progetti di Dugin sono globali:

“La battaglia per la dominazione mondiale dei russi non è finita” (30).

“L’impero americano deve essere distrutto” (31).

“L’Occidente è il Satana geografico, l’Anticristo geografico. (...) Sarebbe meglio installare lì i cinesi, i tartari, i musulmani, tutto questo nomadismo eurasiatico” (32).

Ma c’è di più. Dugin sembra disposto a realizzare la fine del mondo (33):

“Attraverso il popolo russo si realizzerà l’ultimo pensiero di Dio, il pensiero della fine del mondo. (...) La morte è la via dell’immortalità. L’amore comincerà quando finirà il mondo” (34).

“Il logos è morto e tutti saremo sepolti sotto le sue rovine, a meno che non faremo un appello al caos” (35).

 


La speranza di Fatima

Quindi possiamo vedere che la natura satanica degli “errori della Russia” non è cambiata.

Ora che siamo nel centesimo anniversario dell’avvertimento di Fatima, è davvero giunto il momento di prestare l’attenzione appropriata al messaggio che è stato dato.

La principale fonte dell’attuale guerra mondiale contro il cristianesimo è ancora da trovare negli “errori della Russia”. La Russia e il mondo intero hanno urgente bisogno di essere consacrati alla Madonna, e di convertirsi.

Sappiamo però che, alla fine, il Cuore Immacolato di Maria vincerà.


(*) Vicepresidente dei Medici cattolici di Bucarest. I sottotitoli sono redazionali.

Courtesy of: http://www.atfp.it/biblioteca/convegni-e-conferenze/1297-il-messaggio-di-fatima-una-prospettiva-dall-est

 

 13 maggio 2017: Papa Francesco, per i cento anni dalle apparizioni della Madonna di Fatima, si recherà sul luogo e canonizzerà Francesco e Giacinta Marto, testimoni diretti, insieme alla cugina, Lucia dos Santos, degli avvenimenti soprannaturali di allora.

 Quel 13 maggio 1917 i tre santi pastorelli descrissero così la Madonna: «Era una Signora tutta bianca, più brillante di un raggio di sole, più chiara e più viva di un calice di cristallo ripieno di acqua limpidissima, penetrato dai raggi del sole più splendente». Una rappresentazione folgorante della Madre di Dio e della Madre della Chiesa, venuta in terra per allertare, ammonire, maternamente sollecitare e per ricordare che soltanto i sacrifici, la preghiera, il Santo Rosario conducono alla Salvezza, riparano i peccati e le offese a Dio. Uno dei divertimenti preferiti da Francesco, Giacinta e Lucia era quello di gridare ad alta voce, dall’alto dei monti, seduti sulla roccia.

Il nome che più echeggiava era quello della Madonna. A volte Giacinta, «quella a cui la Vergine Santissima ha comunicato maggior abbondanza di grazie e maggior conoscenza di Dio e della virtù», come scriverà suor Lucia, recitava tutta l’Ave Maria, pronunciando la parola seguente soltanto quando l’eco riproduceva per intero quella precedente. Innocentissima preghiera di bambina, dove il soprannaturale si sovrapponeva al naturale. E la Madonna scelse proprio lei, suo fratello e la cugina per rivelare a Fatima, nel 1917, i rimedi che l’umanità e la Chiesa avrebbero dovuto prendere per combattere errori e guerre.

Il 12 settembre 1935 le spoglie di Giacinta furono trasportate da Vila Nova de Ourém a Fatima. Quando la bara fu aperta si attestò che il volto della piccola veggente era incorrotto. Venne scattata una fotografia e il Vescovo di Leiria, Monsignor José Alves Correia da Silva ne inviò una copia a suor Lucia che, nei ringraziamenti, accennò alle virtù della cugina. Tale fatto indusse il Monsignore ad ordinare alla monaca di scrivere tutto ciò che sapeva della vita di Giacinta, ed ecco che nacque la Prima Memoria che l’autrice terminò nel Natale dello stesso 1935.

Trascorsero due anni e il Vescovo di Leiria ordinò a suor Lucia di scrivere, in tutta verità, la sua vita e le apparizioni mariane, così come erano avvenute. Suor Lucia obbedì, scrivendo la Seconda Memoria dal 7 al 21 novembre 1937. In una lettera del 31 agosto 1941, indirizzata a Padre Giuseppe Bernardo Gonçalves sj, Lucia spiega come nacque la Terza Memoria: «Mons. Vescovo… mi ordinò di ricordare qualsiasi altra cosa che avesse relazione con Giacinta, per una nuova edizione che vogliono stampare. Quest’ordine mi penetrò nell’anima come un raggio di luce…». Fu proprio con questo scritto che Fatima raggiunse dimensioni internazionali.

Sorpresi dai racconti della Terza Memoria, mons. Giuseppe Alves Correia da Silva e don Galamba conclusero che Lucia, nelle relazioni anteriori, non aveva detto tutto e che nascondeva ancora degli elementi. Dunque, il 7 ottobre 1941, la monaca riceve il nuovo ordine di scrivere qualsiasi altra cosa che avesse potuto emergere dagli accadimenti di Fatima.

Fu così che l’8 dicembre, giorno dell’Immacolata Concezione, dello stesso anno, l’autrice consegnò il manoscritto affermando: «Fin qui, ho fatto il possibile per nascondere quel che le apparizioni della Madonna nella Cova d’Iria avevano di più intimo. Ogni volta che mi vidi obbligata a parlare, cercai di accennarvi di sfuggita, per non scoprire quello che tanto desideravo tener in serbo. Ma ora, che l’obbedienza mi comandò, ho detto tutto! E io rimango come lo scheletro, spogliato di tutto e perfino della vita stessa, messo nel Museo Nazionale, per ricordare ai visitatori la miseria e il niente di tutto quel che passa. Così spogliata, resterò nel Museo del Mondo ricordando a quelli che passano, non la miseria e il niente, ma la grandezza delle Misericordie Divine».

Con schiettezza e semplicità suor Lucia narra in queste pagine le beltà della loro infanzia. Tutti e tre i bambini nacquero ad Aljustrel, in Portogallo. Lucia dos Santos, poi suor Lucia di Gesù, il 22 marzo 1907, morirà a Coimbra il 13 febbraio 2005; Francesco Marto l’11 giugno 1908, morirà a Fatima il 4 aprile 1919 (beatificato con la sorella il 13 maggio 2000); Giacinta Marto l’11 marzo 1910, morirà a Lisbona il 20 febbraio 1920.

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In quello stesso 13 maggio in cui Maria Santissima apparve a Fatima, nella cappella Sistina, Benedetto XV consacrò Vescovo mons. Eugenio Pacelli, futuro Pio XII. Alla vigilia della proclamazione del dogma dell’Assunzione della Madonna, 1° novembre 1950, proprio Papa Pacelli, passeggiando nei giardini vaticani, assisterà allo stesso miracolo del sole, che si era verificato il 13 ottobre 1917, durante l’ultima delle apparizioni alla Cova d’Iria: una sconcertante danza del sole, con la viva impressione che l’astro dovesse scagliarsi contro la terra.

Il 29 ottobre di quell’anno la statua della Madonna di Fatima era giunta (ultima tappa di un lungo pellegrinaggio per il mondo) a Roma, custodita nella piccola chiesa del Casaletto, dietro i giardini vaticani. Ricordiamo inoltre che, durante un’udienza pubblica in San Pietro, nel giugno dell’anno seguente, quando sarà qui solennemente portata quella stessa statua, i fedeli saluteranno Pio XII con «Viva il Papa di Fatima». Tuttavia, il Papa di Fatima deve ancora arrivare: nessun Pontefice, dal 1917 ad oggi, ha consacrato la Russia, come esplicitamente richiesto dalla Madonna, al suo Cuore Immacolato, così come nessuno ha rivelato totalmente il terzo segreto, che avrebbe dovuto essere divulgato a partire dal 1960.

Eppure, nessun Papa ha mai trascurato le apparizioni di Fatima. Tutti, da allora, in un modo o nell’altro, se ne sono occupati o sono andati alla Cova d’Iria in pellegrinaggio. Anche Papa Francesco andrà. A Fatima la Madonna raccomandò più volte di pregare per il Papa. Papa Francesco, spesso e volentieri, domanda pubblicamente preghiere. Da ultimo all’Angelus di Domenica scorsa, mentre era coronato da quattro novelli sacerdoti, che ha invitato (con i microfoni accesi) autorevolmente, com’è nel suo stile, a salutare la gente.

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La crisi attuale della Chiesa, instabile e tremante nei suoi principi, nella sua dottrina, nei suoi dogmi, come lo era stato il Sole sul cielo di Fatima nel 2017 e nel 1950 sul Vaticano, lo si nota anche nel come realizza, dal postconcilio in poi, i luoghi di culto alla Trinità. È bene oggi precisare «alla Trinità», poiché l’espressione «a Dio», con la libertà religiosa, l’ecumenismo, la “vocazione” interreligiosa delle gerarchie ecclesiastiche, potrebbe essere intesa in modi soggettivamente diversi.

Il Santuario di Nostra Signora di Fatima nella borgata San Vittorino di Roma (diocesi di Tivoli), officiata dagli Oblati di Maria Vergine (fondati dal Venerabile Pio Brunone Lanteri, 1759-1830, membro attivo delle associazioni controrivoluzionarie Amicizia cristiana e Amicizia cattolica e particolarmente devoto al Cuore Immacolato di Maria), è la dimostrazione evidente delle profonde problematiche che attraversa la Chiesa contemporanea. Costruito fra il 1970 ed il 1979 su progetto dell’architetto Lorenzo Monardo, venne inaugurato il 13 maggio 1979 dal Vescovo Monsignor Guglielmo Giaquinta. La chiesa, che non appare come tale, si presenta come un grande imbuto capovolto, a pianta circolare. L’ambiente circolare confluisce, leggermente in discesa, verso il centro, dove si trova l’altare, in marmo bianco, collocato sopra una pedana circolare in marmo nero.

La luminosità policroma del luogo è determinata dalle pacchiane vetrate. Un Santuario, come tanti altri luoghi di culto edificati da alcuni decenni, che più che dare maggior gloria a Dio, abbruttiscono le nostre città.

Francesco sarà il quarto Pontefice a calpestare la terra benedetta di Fatima, dopo Paolo VI (1967), Giovanni Paolo II (1982, 1991 e 2000) e Benedetto XVI (2010). La visita si concentrerà esclusivamente alla Cova da Iria, dove il 13 maggio 2013, l’allora Cardinale Patriarca di Lisbona, mons. José Policarpo, aveva consacrato il pontificato del Papa argentino alla Vergine Maria. Proprio alla Cova d’Iria sorge il bel santuario in stile neobarocco, al centro di un colonnato (200 colonne). Al di sopra del portale principale di ingresso si eleva la torre campanaria alta 65 metri.

L’interno è decorato in gusto secentesco e ai lati dell’altare maggiore si venerano le tre tombe dei veggenti. La statua in legno della Madonna è custodita nella cappellina delle apparizioni, scolpita nel 1920, dietro precise indicazioni di suor Lucia, dall’artista portoghese José Ferreira Thedim.

(Cristina Siccardi, per https://www.corrispondenzaromana.it/la-canonizzazione-di-francesco-e-giacinta-di-fatima/ )

Argomento: Chiesa

 Il materialismo, attraverso i media, modificando l’etimologia della parola, cambia, senza che noi ce ne accorgiamo, il nostro modo di pensare, così, imponendoci il suo pensiero, può costruire nuove coscienze ed una nuova società
di Giorgio Barghigiani

 

C’è un profondo legame tra il linguaggio e la realtà, infatti il linguaggio ha la funzione di esprimere e di comunicare con il mondo e, di conseguenza, di rivelarlo. Ma la parola serve per descrivere la realtà ed è per questo che diventa lo strumento della verità; se prima c’è la verità poi, però, viene la parola che la esprime; pertanto è necessario chiamare le cose con il loro nome.

Purtroppo le ideologie socio-politiche di ogni tempo non vogliono riconoscere la realtà per quello che è: infatti se nel ventre della madre c’è un maschietto, lui, diventando grandicello, proprio per natura, sarà attratto da una femmina, ma coloro che vogliono creare una propria realtà, inventeranno che nel ventre della madre c’è un grumo di cellule e un maschio, può anche essere attratto da un altro maschio e se è femmina può essere attratta anche da un’altra femmina.

Così la realtà non è quella che è, ma è quella che vorrebbero che fosse. Questo si chiama razionalismo ossia la costruzione di una realtà esistente solo nella mente di chi l’ha ideata e che vuole imporre alla realtà vera ed unica. Per creare una nuova realtà, è necessario però demolire quella vecchia ed i vari termini che la indicavano per impedirne altre forme di pensiero.

 

L’involuzione linguistica

Il continuo martellamento dei media delle nuove parole e del loro significato ci porteranno a costruire sia una nuova società sia un nuovo vocabolario per descriverci realtà di cui non avevamo conoscenza.

In questo modo tutti i valori che fino ad oggi abbiamo conosciuto, studiato e messi in pratica verranno cestinati; termini propri della filosofia metafisica come essenza o natura umana o lo stesso lemma metafisica (la scienza che studia l’essenza ultima delle cose e cerca di spiegare il mondo e la vita); termini di carattere morale: virtù, castità, fortezza, mitezza, umiltà, verginità, nobiltà, lealtà; termini di carattere religioso: giudizio, inferno, paradiso, purgatorio.

Da tutto questo si arriva, senza rendersene conto, alla sterilizzazione linguistica: togliere le armi linguistiche al nemico, togliergli i concetti forti. Bisogna impoverire così la lingua da renderla debole e inefficace persino nella forma dialettale. Pertanto questo impoverimento porterà in seguito le persone a parlare male (chi male parla anche male pensa).

Cambiando le parole che indicano la realtà, si cambia persino la percezione della realtà stessa. Per annientare un vecchio mondo per costruirne uno nuovo bisogna eliminare i termini troppo duri e sgraditi e sostituirli con altri più graditi ed “orecchiabili”. Adolf Eichmann, il criminale nazista, durante il processo a Gerusalemme si difese dicendo che non si trattava di deportazioni di ebrei, ma di “emigrazione controllata”. Anche il Parlamento italiano ha preferito usare l’espressione “unioni civili” e non “matrimonio omosessuale” perché la nostra società non è ancora pronta per accettare quest’ultimo “passo”.

“Il depauperamento del linguaggio è un vantaggio, giacché più piccola è la scelta, minore è la tentazione di riflettere”, George Orwell, pseud. di Eric Blair, (1903-1950).

 

Con la mutazione linguistica si riesce a possedere la coscienza e la realtà

Mutando una espressione da un ambito e trasferendola ad un altro ambito, snaturandone però il senso, riusciamo ad ottenere degli stravolgimenti inimmaginabili. Prendiamo ad esempio il lemma “genere”: questo termine venne preso dalla grammatica latina dove ci sono i generi maschile, femminile e neutro e fu introdotto in psicologia e sociologia per far credere che esiste anche il sesso/genere neutro. Questa operazione linguistica venne ideata dal prof. John Money che fondò nel 1965, all’interno dell’Università John Hopkins, la “Clinica per l’identità di genere”.

Questo regresso culturale iniziò a formarsi attraverso le applicazioni moderne dell’esistenzialismo (il complesso di filosofie contemporanee che assumono la dimensione dell’esistenza individuale come fondamento della comprensione del mondo), del costruttivismo (la corrente di pensiero secondo la quale i costruttori teorici vanno definiti attraverso dimostrazioni costruttive anziché attraverso il metodo assiomatico-deduttivo) e dello strutturalismo (la teoria e il metodo fondati sul riconoscimento di una funzione globale dei vari organi definibili nel loro insieme e nelle loro interrelazioni), che furono studiate, assorbite e reinterpretate nelle università americane negli anni ‘70 ed ‘80 dalle attiviste femministe ed è proprio da questa sintesi che nacque la gender theory, ma è nel 1995, a Pechino, che nel corso della Conferenza mondiale sulle donne, la nota femminista Judith Butler teorizzò, per la prima volta, in quel contesto così importante, un netto dualismo tra genere e sesso.

Mutando il significato delle parole riusciamo a mutare le coscienze e, di conseguenza, la realtà; infatti se il “feto” è solo un “prodotto” del concepimento sarà impossibile difendere i suoi diritti dato che un prodotto non ha diritti. In questo modo abbiamo non omicidio del consenziente o aiuto al suicidio ma “eutanasia”, dolce morte, biodignità, ecomorire, fine cosciente; non sindrome a-relazionale ma “stato vegetativo” per suggerire che l’uomo da persona è diventato vegetale e quindi lo possiamo uccidere come quando recidiamo un fiore; non fecondazione artificiale ma “procreazione medicalmente assistita”, espressione che rappresenta in modo falso la realtà dato che il medico non aiuta le coppie a procreare ma si sostituisce ad essa in questo atto; non selezione eugenetica (la scienza che studia il miglioramento biologico della razza umana) ma diagnosi genetica “reimpianto”; non marito e moglie ma semplicemente “coniuge n. 1 e 2”, termine che annulla in sé le differenze di sesso potendo essere i coniugi entrambi maschi o entrambe femmine; non marito e moglie ma compagno e “partner” usati in modo indistinto sia per i coniugi sia per i conviventi perché matrimonio e “convivenza” sono la stessa cosa; non pillola abortiva ma contraccezione “di emergenza”; non fidanzato, ma “ragazzo”, oppure “tipo”, fino al “mi vedo con uno” per rendere i rapporti sempre più iniqui e meno responsabili. Sostituendo un termine con un altro le parole nascondono la realtà, perdendosi in un mondo linguistico astratto e artefatto. In questo modo chi non conosce la realtà non può giudicarla correttamente.

Pertanto per seppellire il nostro modo di pensare occorre depotenziare i termini. Prendiamo ad esempio la parola “natura”, che da termine di carattere metafisico, è diventato solo un sinonimo di “ambiente”; l’anima invece si è svilita in un termine tra il romantico e il New age e non indica più la forma razionale dell’uomo; l’amore addirittura non è più volere il bene dell’altro o non significa più la donazione totale, ma è divenuto solo un moto emozionale. I termini “bene” e “male” hanno perso di oggettività e, di conseguenza, di forza e vigore contenutistico e servono solo ad indicare opinioni soggettive.

“Bene e male sono nomi che significano i nostri appetiti e le nostre avversioni”, Thomas Hobbes (1588-1679).

La parola porta con sé un’aura di stigma sociale che va al di là del suo significato e colpisce chi la usa, quindi occorre depotenziare i termini per svilirli; parole come “autorità”, “famiglia”, “pudore” suscitano o repulsa o ilarità o scherno, oppure riprovazione.

“Per me l’aborto è male, per te è bene”, sono come contenitori vuoti, che ognuno riempie a piacere.

 

Con nuove parole si costruisce un mondo nuovo

Un mondo nuovo, per essere descritto, ha bisogno di parole nuove; questo processo può articolarsi attraverso l’uso dei neologismi.

Oggi infatti viviamo in una selva di neologismi: “genitore sociale” (indica una persona, spesso omosessuale, che ha frequentato i figli di un’altra persona a cui è legata affettivamente); “donna-biologica” (indica il transessuale uomo che ha subito la rettificazione sessuale); “omofobia” (termine inesistente in letteratura scientifica, ma coniato ad hoc per sdoganare l’omosessualità ed attaccare la famiglia); “eco-morire” (perché il termine “eutanasia” farebbe capire a tutti che si tratterebbe di un omicidio); “femminicidio” (per far intendere che siamo di fronte ad un nuovo genere di omicidio di dimensioni spaventose quando invece la Relazione del Ministero dell’Interno al Parlamento ci informa che il numero di donne uccise decresce e invece il numero di vittime maschili è superiore a quelle femminili e in continua crescita); “animali non umani” (per far intendere che le bestie sono persone e le persone bestie).

Un’altra tecnica linguistica efficace per costruire un mondo nuovo è quella di mutare un termine da un ambito proprio ad uno improprio. Spieghiamoci con un semplice esempio: le unioni civili vengono definite dalla legge 75/2016 come “formazioni sociali” ex art. 2 della Costituzione.

Ma le formazioni sociali – minute alla mano dei lavori preparatori dei padri costituenti, sono invece i partiti politici, le confessioni religiose, i sindacati, etc. – non sono certo le coppie omosessuali.

 

La persuasione linguistica

Non è sufficiente creare parole nuove, importandole da altri contesti o sostituendo quelle vecchie con altre nuove, è indispensabile che tali nuovi lemmi siano accettati dalla maggioranza del popolo. Per raggiungere questo scopo ci sono diverse soluzioni.

Una di queste soluzioni fa riferimento all’uso degli slogan. Questi ultimi servono per sintetizzare un pensiero complesso – e quindi per loro natura rappresentano una tecnica comunicativa valida; ma spesso dietro lo slogan c’è poco o nulla. Lo slogan non di rado diffonde un modo di pensare senza fondamento e proprio perché è sintetico è necessariamente ambiguo, allusivo: dice tutto e niente, quindi di suo è difficile da attaccare perché bisogna spiegare molte cose per smontarlo. Lo slogan è geniale e quindi sensibilizza il lato emotivo della persona, il suo cuore, la sua immaginazione, i suoi sogni e desideri ed è teso più ad eccitare gli animi, a persuadere che a descrivere e a provare la fondatezza di una tesi.

Gli slogan servono per suggestionare, per persuadere e convincere, ma spesso dietro gli slogan c’è il vuoto, non ci sono argomentazioni valide.

Vediamo alcuni esempi di ieri e di oggi: Dio è morto, falce e spinello cambiano il cervello, siamo realisti, esigiamo l’impossibile, l’utero è mio, love is love, diritto al figlio, vietato vietare, carpe diem, la morale cambia, l`amore può finire, va’ dove ti porta il cuore, meglio divorziare che far soffrire i figli, essere se stessi, rispettare l’opinione degli altri.

Una strategia per persuadere le folle è l’uso di termini talismano. Ve ne sono alcuni con accezione positiva, infatti è sufficiente accostarli a qualsiasi parola che questa diventa positiva.

Oggi le parole-talismano più usate sono libertà e diritto. Così abbiamo il diritto di abortire, ad avere un figlio, di “sposarsi” per le persone omosessuali, i diritti degli animali, la libertà di morire, di cambiare sesso, di divorziare, e così via.

Altri termini talismano molto in voga, in casa cattolica, sono: accoglienza, misericordia, inclusione, incontro, dialogo ...

Esistono però anche le parole talismano di senso negativo, termini la cui accezione è solo dispregiativa e che condannano socialmente la realtà o i soggetti a cui sono riferiti: “reazionario”, “conservatore”, “moderato”, “revisionista” (ma la storia può essere oggetto di revisione), “fideista”, “integralista cattolico” (è un complimento, perché il cattolico deve accettare la dottrina integralmente e viverla integralmente). O anche semplicemente “cattolico”.

 

Per vivere dignitosamente in una società a misura umana vi è una impellente necessità di tornare ad un ordine naturale

In questo inizio di secolo abbiamo la grande necessità di tornare ad un ordine naturale e tutta la società se ne rende conto. Il grande dibattito sui temi del “gender” e della famiglia dovrebbero essere discussi e trattati con il solo scopo di capire per fare il bene di tutta l’umanità, poiché ad uno scopo ordinato dovrebbe corrispondere un punto di partenza ordinato, che sono quei principi condivisibili poiché sono naturali.

Il gender, prima ancora che un problema che coinvolge le scuole, è una sfida alla cultura tradizionale, una vera e propria ideologia di natura antropologica, diffusa dalle lobby, con la scusa di far passare un messaggio apparentemente innocuo, che è quello di insegnare ai giovani ad essere maggiormente tolleranti verso certe differenze sessuali e la classe politica, a sua volta, dovrebbe recuperare l’attenzione ai problemi reali della gente, poiché l’ideologia del gender è un tentativo per capovolgere l’alfabeto umano, che mira a ridefinire l’umanità dal pericolo della colonizzazione ideologica; anche riconoscendo che i diritti individuali sono sacrosanti, sarebbe un errore considerare ogni diritto individuale come una via per andare verso il bene comune.

La gender theory, in sintesi, afferma che la sessualità umana non ci è data dalla natura ma è una conseguenza di una scelta operata dalla società e dalla cultura in cui l’individuo vive.

L’essere maschio o femmina è una scelta che fa la persona a suo piacimento. Secondo questa teoria, la quale ha avuto le sue radici in una certa cultura confusa e trasgressiva, tipica degli anni successivi al 1968, afferma che ne esistono vari generi, noi ne ricordiamo cinque: maschile, femminile, omosessuale maschio, omosessuale femmina, transessuale.

Secondo l’ideologia delle femministe, la storia, per secoli, è stata dominata dall’oppressione dell’eterosessualità come condizione necessaria per la riproduzione dell’essere umano, ma “finalmente” le catene della schiavitù saranno spezzate con l’ectogenesi, ossia con la biotecnica attraverso la quale si potranno avere dei bambini al di fuori di un corpo femminile.

L’ideologia del gender in sostanza nega la natura umana nei suoi generi maschile e femminile, da cui ogni essere umano deriva e pertanto sparisce la visione della persona come unità di anima e corpo per cui si sceglie il sesso che piace.

Con questo pretesto della uguaglianza assoluta, viene negata la differenza che invece è complementarietà e ricchezza ossia il femminile ed il maschile.

Su questi temi, il metodo di confronto, dovrebbe essere corretto e preciso, ma essendo inquinato da interessi di parte (come abbiamo già detto: ideologici, politici ed economici), vive così caoticamente che a volte la scelta più facile è quella di non fare alcun dibattito.

C’è una grande e impellente necessità di ordine nelle nostre facoltà intellettive: se la conoscenza è il fine dell’intelletto, bisogna usare quest’ultimo per creare conoscenze comode ed auto-pacificanti a scapito della verità e questo è disordinato.

Per agire e parlare con ordine, per il bene futuro, dobbiamo avere il coraggio di partecipare ai dibattiti per la costruzione di un sistema di principi saldi, senza innervosirsi ed alzare la voce quando qualcosa, purtroppo, va nel senso sbagliato poiché ogni bambino sente il bisogno che gli adulti siano i suoi punti di riferimento affidabili e fermi.

Per tutto questo occorrono i fondamenti per costruire una società a misura umana ed uno dei piloni portanti, forse il più discusso ma sicuramente il più importante è la formazione culturale dei giovani e la teoria del gender mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa.

L’istruzione, per avere una preparazione alla vita, è molto importante ma gli insegnanti dovrebbero saper coinvolgere i loro studenti alla cultura, ma anche i discepoli, a loro volta, dovrebbero essere disponibili ad apprendere quanto viene loro insegnato. Se tutto questo non avviene la società, nel prossimo futuro, imploderà su se stessa, poiché ogni sforzo sarebbe inutile anche perché, nel nostro tempo, con il dilagare di informazioni manipolate ad arte, è assai difficile riuscire ad insegnare quello che veramente può formare le menti dei nostri giovani.

Nella Bibbia, nel libro di Geremia, al capitolo 7, versetto 34, leggiamo: “Io farò cessare nelle città di Giuda e nelle vie di Gerusalemme le grida di gioia e la voce dell’allegria, la voce dello sposo e della sposa, poiché il paese sarà ridotto a un deserto”. E ancora, nell’Apocalisse, capitolo 18 versetti 21-23, troviamo: “… e la voce di sposo e di sposa non si udrà più in te”.

Non vorrei passare per un profeta catastrofista, ma la società concepita dai fautori del gender, priva della differenza tra uomini e donne che possano unirsi e procreare, diventerebbe un deserto.

Giorgio Barghigiani

Argomento: Fede e ragione

 Centenario Fatima, il vescovo consacra la Diocesi 

In occasione del centenario delle apparizioni della Madonna di Fatima, il vescovo della diocesi di Reggio Emilia ha proclamato un solenne atto ci consacrazione al Cuore Immacolato di Maria. Si tratta di un'iniziativa unica nel suo genere, e per certi versi coraggiosa vista la ritrosia con la quale un'ampia parte di certa intellighentia cattolica ha liquidato in questi ultimi decenni la devozione mariana.

Il vescovo Massimo Camisasca ci pensava da tempo: vivere il 13 maggio non come un semplice anniversario sul calendario, ma come un rispondere ad una richiesta che la Vergine aveva espresso a Cova da Iria per il mondo intero e la Russia in particolare. 

"Fin dall'inizio del 2017 ho espresso il vivo desiderio di consacrare la nostra Diocesi e la nostra terra al Cuore Immacolato di Maria" ha scritto Camisasca nella bolla d'indizione del "giubileo" fatimita ripetendo così le parole espresse nel 1959 dal vescovo di Reggio Beniamino Socche, che al termine della Peregrinatio Mariae in terra reggiana, consacrò la diocesi al Cuore Immacolato.

E in processione, sabato 13 maggio, per le vie di Reggio Emilia sarà proprio una copia di quella statua, portata a spalla dalle confraternite locali. A testimoniare l'importanza di questo atto di consacrazione, che va ben oltre la semplice devozione, Camisasca vuole davvero tutta la diocesi: "Vescovo, sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose, consacrati, fedeli, Case della Carità, aggregazioni laicali e movimenti, ammalati e volontari dell’Unitalsi e del Cvs, membri dei gruppi di preghiera, in Piazza Duomo, davanti alla Chiesa madre di tutti i fedeli reggiano-guastallesi, pronuncerò l’Atto di affidamento a Maria, concluso dal canto dei fedeli e dal suono delle campane, invocando insieme per l’intercessione materna della Vergine la pace sul mondo intero".

Ma che cosa significa un atto di consacrazione? E perchè il vescovo ha preso questa decisione così importante? E che cosa significa, dunque perché è ancora decisiva, l'esperienza di Fatima nel mondo di oggi tanto da apparire a noi come un crocevia decisivo e profetico? La Nuova BQ lo ha chiesto proprio a Camisasca in questa intervista. 

L'atto di consacrazione è una manifestazione pubblica di fede che però nel corso degli ultimi 50 anni ha faticato ad "imporsi". Perché ha deciso come vescovo di celebrare i 100 anni delle apparizioni non un atto di culto pubblico? 

Mi sembra fondamentale che in un’epoca in cui la fede tende a ridursi a un atto privato, a un rapporto dell’individuo con Dio, essa possa mostrare il suo volto pubblico: la fede, per sua natura, è chiamata a trasformare la mente e il cuore delle persone, e perciò i loro rapporti e il volto della società. L’espressione forse più alta della valenza pubblica della fede si rivela proprio in quanto è nato dai richiami di Fatima: senza la conversione dei cuori, non vi sarà la fine delle guerre. Questo continuamente la Madonna ripete fino a oggi. Al suo richiamo fa eco il magistero dei Papi, da Pio XII a Francesco.

Ritiene che questa sia una richiesta della Madonna ancora valida o proprio oggi ancor più valida?

La richiesta della Madonna è più valida che mai. Consacrare se stessi, la Chiesa, il mondo, al cuore immacolato di Maria, vuol dire vedere in Maria, nel suo amore purissimo, tutto teso soltanto al bene dei suoi figli, una forza potente di intercessione presso Dio. Vuol dire chiedere la grazia della conversione e della vittoria contro Satana e contro tutte le forze del male che egli scatena nei confronti del regno di Dio.

Si tratta di un atto di devozione e basta o si inserisce invece in una dimensione ecclesiologica precisa?

Si tratta di un’ecclesiologia ben precisa, tra l’altro raccolta nella Lumen Gentium, che vede in Maria la madre della Chiesa. Essa sostiene la generazione del Verbo e lotta perché il corpo di Cristo sia difeso nella battaglia quotidiana contro chi vorrebbe eliminarlo. È anche la visione di Maria e della Chiesa che troviamo nel capitolo XII dell’Apocalisse.

Alla luce dell'atto di affidamento qual è il ruolo entro il quale un cristiano deve inserire la Madonna? Spesso anche in ambito cattolico si fa largo la tesi, tipicamente protestante, che il culto a Maria non sia lecito o che comunque non sia salvifico. Che cosa risponderebbe?

Maria è una delle strade fondamentali per comprendere chi sia il fedele nella sequela di Cristo. Ma anche colei che avendo generato Gesù di Nazaret nella sua umanità divina, ci aiuta a entrare nell’umanità di Gesù, che è la porta fondamentale per scorgere la sua divinità.

Lei ha mai conosciuto suor Lucia? E' stato a Fatima? Se sì quali ricordi ha di queste esperienze?

Non ho mai conosciuto suor Lucia personalmente, anche se sono stato tentato più volte di andarla a incontrare. Mi ha sempre trattenuto un senso di rispetto, forse esagerato, per la sua persona. Sono stato molte volte a Fatima, un luogo che conserva ancora oggi il clima di una periferia nascosta dell’Europa, il clima del silenzio e del mistero, del sacrificio e dell’offerta. Forse tutto ciò è accentuato dalle tombe dei tre veggenti, così semplici e familiari, e dalla corona di Maria in cui è incastonato il proiettile che ferì san Giovanni Paolo II.

Che cosa pensa del dibattito in corso nel mondo cattolico sul terzo segreto. E' davvero stato rivelato tutto o è possibile che alcune parti del terzo segreto, forse di difficile comprensione, siano state tenute segrete?

Non so assolutamente nulla a questo riguardo. Penso che la sostanza del segreto sia stata rivelata.

Quali risvolti può avere oggi il messaggio di Fatima alla luce delle dichiarazioni di Benedetto XVI nel 2007 sull'aereo di ritorno dal Lisbona?

Penso che le parole di papa Benedetto siano ancora attuali. La Chiesa ha bisogno permanentemente di riscoprire il suo volto in quello di Cristo, la sua missione in quella del Salvatore e di abbandonare tutto ciò che intralcia questa missione.

Il cardinal Caffarra ha sempre ricordato l'episodio dell'incontro con suor Lucia e posto l'accento sull'attacco alla famiglia. Che cosa possono dire a noi quelle parole?

Certamente la grave crisi della realtà della famiglia, che ha molte cause, è accentuata dall’attacco ideologico rivolto contro di essa da tutte quelle forze che preferiscono che l’uomo sia solo, per poter essere meglio soggiogato dai poteri mondiali che governano la nostra società capitalista.

La devozione a Fatima si inserisce nel solco delle devozioni mariane. A questo proposito che cosa succede a Civitavechia? Lei ha fatto la prefazione di un libro di monsignor Grillo. In che modo Civitavecchia è collegata Fatima?

Non so rispondere a questa domanda. Sono stato in quella casa a pregare. So che ci è stato anche Giovanni Paolo II. Lascio che sia la Chiesa a dire un parere definitivo.

Il terzo segreto di Fatima ci parla di una condizione di grave sofferenze per la Chiesa. Oltre alle persecuzioni e alla grave crisi morale di certi uomini di Chiesa, come nel caso della pedofilia, ci sono anche elementi per pensare a un messaggio che investa il rischio di apostasia della Chiesa? 

Credo profondamente alle parole di Gesù: non prebalebunt, non prevarranno (cfr. Mt 16,18). Se la condizione di vita della Chiesa è una condizione di lotta, come è la condizione di vita del cristiano, essa sa che è Cristo stesso al timone della sua nave. I segni della fede, della speranza e della carità sono molto presenti nella vita della Chiesa di oggi, attraverso i santi e i martiri più numerosi che nelle altre epoche della storia.

Che cosa significa alla luce del messaggio di Fatima leggere la storia e il presente secondo una logica profetica? Stiamo attraversando tempi profetici?

Il grande profeta è stato Gesù. Maria, con le sue apparizioni, ci invita continuamente a guardare e ascoltare la profezia che è suo Figlio. Ci invita alla preghiera, all’ascolto di Dio, alla penitenza, alla gioia.

Perché ci rivolgiamo a Fatima pensando che alla fine il Cuore immacolato trionferà? E' una consolazione che però ci spaventa. Significa che siamo spaventati perché la situazione nella Chiesa non va come dovrebbe? La fede è in calo in Occidente, le chiese chiudono, il mondo è sempre più scristianizzato e nemico della fede. Che cosa dovremmo fare noi per favorire questo trionfo?

Durante la mia visita pastorale trovo molti accenti di paura nelle persone. Invito tutti, senza un ottimismo vuoto, ma con realismo cristiano, a guardare con fiducia ciò che ci attende. Dio molte volte ha provato il suo popolo, ma, quando esso ha ascoltato il suo richiamo alla conversione, tanti nuovi germogli hanno segnato una nuova nascita, una nuova epoca.

 

di Andrea Zambrano10-05-2017, per http://www.lanuovabq.it/it/articoli-centenario-fatima-il-vescovo-consacra-la-diocesi-19789.htm

Argomento: Madonna

Bologna si conferma laboratorio e avanguardia delle politiche pro-LGBT fatte dai Comuni a guida Partito Democratico: la Giunta del Sindaco Merola ha deciso di promuovere una massiccia azione di sostegno e diffusione ideologica.

 

Tutto nasce a gennaio, quando le opposizioni rendono noto ai massmedia gli incredibili privilegi che la Giunta comunale del PD fornisce all’Arcigay. La contromossa è pronta dopo qualche giorno e viene deliberata a metà aprile: il sindaco Merola assegna nuovamente lo storico complesso della “Salara” a 14 associazioni, grazie a un “Patto generale di collaborazione per la promozione e la tutela dei diritti delle persone e della comunità LGBTQI nella città di Bologna”.

Tuttavia, non ci si limita a riassegnare l’imponente immobile (con tanto di discoteca interna, uffici, parco adiacente, ecc.), ma si intende proprio utilizzare denaro e risorse pubbliche attraverso “la partecipazione dei propri uffici, servizi… personale”, “esenzioni ed agevolazioni in materia di canoni e tributi locali”, “erogazione di contributi economici”, “concessione di spazi pubblici e immobili del Comune”, “utilizzo dei mezzi di informazione dell’amministrazione” ed altro ancora.

Non si capisce da cosa debbano essere tutelate le persone LGBTQI, dato che a Bologna non si è mai (leggasi: mai) verificato alcun caso di omofobia o di bullismo.

C’è di più: alcune delle 14 associazioni firmatarie non sono nemmeno presenti nel territorio cittadino; dunque, il PD felsineo con il termine “promozione” intende proprio importarle in città. A una prima verifica, inoltre, altre risultano addirittura assenti dagli elenchi regionali del volontariato e dell’associazionismo.

Ma non basta, dagli atti costitutivi di alcune delle associazioni si ricava che i nomi delle persone promotrici si ripetono: è possibile che dietro a tutto questo ci siano soltanto 14 militanti LGBT?

Infine, come sempre, la scuola: sotto il solito pretesto della “cultura della conoscenza reciproca e del mutuo rispetto”, si delinea un’azione di capillare penetrazione negli istituti scolastici attraverso l’inserimento di “formatori” per educatori dei servizi scolastici, fino al personale ATA, ai bibliotecari, agli assistenti sociali.

I bolognesi sono avvertiti: la guerra contro l’antropologia occidentale e cristiana è a 360°.

 

 

David Botti
Pubblicato il:7 maggio 2017 per https://www.osservatoriogender.it/bologna-nuove-sponsorizzazioni-la-galassia-lgbt/?refresh_cens

CENTENARIO DI FATIMA

In questo mese di maggio 2017 si celebrano i cento anni delle apparizioni di Maria Santissima a Fatima, un avvenimento giustamente definito "il più importante del secolo XX".

Per onorare questa ricorrenza, totustuus.it è lieta di offrire ai suoi utenti registrati il volumetto:

Antonio Borelli Machado

 Fatima: messaggio di tragedia o di speranza?

  Cortesia di: www.lucisullest.it 

scaricabile gratuitamente da: http://www.totustuus.it/modules.php?name=Downloads&d_op=viewdownload&cid=71

 

Fatima, l'avvenimento più importante del secolo XX

Nella prima parte del secolo XX, cioè fino al 1914, la società umana presentava un aspetto brillante. Vi era un indiscutibile progresso in tutti i campi. La vita economica aveva raggiunto una prosperità senza precedenti. La vita sociale era facile e attraente. L'umanità sembrava avanzare verso l'età dell'oro.

Tuttavia alcuni sintomi gravi non erano intonati ai colori ridenti di questo quadro. Vi erano miserie materiali e morali. Ma pochi misuravano in tutta la loro portata la importanza di questi fatti. La grande maggioranza si aspettava che la scienza e il progresso risolvessero tutti i problemi.

La prima guerra mondiale venne a opporre una terribile smentita a queste prospettive. Le difficoltà si aggravarono incessantemente in tutti i sensi finché, nel 1939, sopravvenne la seconda guerra mondiale. E così arriviamo alla situazione attuale, in cui si può dire che non vi è sulla terra una sola nazione che non sia alle prese, in quasi tutti i campi, con crisi gravissime.

In altri termini, se analizziamo la vita interna di ogni nazione, notiamo in essa uno stato di agitazione, di disordine, di scatenamento di appetiti e di ambizioni, di sovvertimento di valori, che, se non è ancora anarchia aperta, in ogni caso avanza in questa direzione.

Nessun uomo di Stato contemporaneo ha ancora saputo presentare una soluzione che sbarri il passo a questo processo patologico di portata universale.

L'elemento essenziale dei messaggi della Madonna e dell'Angelo del Portogallo a Fatima, nell'anno 1917, consiste proprio nell'aprire gli occhi degli uomini sulla gravità di questa situazione, nell'insegnare loro la sua spiegazione alla luce dei piani della divina Provvidenza, e nell'indicare i mezzi necessari per evitare la catastrofe.

La Madre di Dio ci insegna la storia della nostra epoca e, ancora di più, il suo futuro. L'Impero Romano d'Occidente si chiuse con un cataclisma illuminato e analizzato dal genio di quel grande Dottore che fu sant'Agostino. Il tramonto del Medioevo fu previsto da un grande profeta, san Vincenzo Ferrer. La Rivoluzione francese, che segna la fine dell'Evo Moderno, fu prevista da un altro grande profeta nello stesso tempo grande Dottore, san Luigi Maria Grignion di Montfort.

L'Evo Contemporaneo, che sembra sul punto di chiudersi con una nuova crisi, ha un privilegio maggiore. A parlare agli uomini è venuta la Madonna. Sant'Agostino non poté fare altro che spiegare ai posteri le cause della tragedia di cui era spettatore. San Vincenzo Ferrer e san Luigi Maria Grignion di Montfort cercarono invano di allontanare la tempesta: gli uomini non li vollero ascoltare.

La Madonna, nello stesso tempo, spiega i motivi della crisi e indica il suo rimedio, profetizzando la catastrofe nel caso che gli uomini non la ascoltino.

Da tutti i punti di vista, per la natura del contenuto e per la dignità di chi le ha fatte, le rivelazioni di Fatima superano, quindi, tutto quanto la Provvidenza ha detto agli uomini nella imminenza delle grandi burrasche della storia.


***

Per tutti questi motivi si può affermare categoricamente, e senza nessun timore di essere contraddetti, che le apparizioni della Madonna e dell'Angelo della Pace a Fatima costituiscono l'avvenimento più importante e più entusiasmante del secolo XX.

Argomento: Madonna

 Gender a scuola: i fatti e le parole (della Fedeli)

 Se qualcuno non ha visto in TV l’interrogazione parlamentare che si è svolta ieri alla Camera, in cui si è chiesto conto alla Fedeli della propaganda gender nelle scuole, può vederne la registrazione su internet (per esempio qui).

Chi va di fretta e si contenta di un riassunto, sappia che l’onorevole Gianluigi Gigli, di Democrazia Solidale, ha chiesto conto e ragione del fatto che – nonostante le rassicurazioni del precedente Ministro Giannini – la propaganda gender nelle scuole continua (e fa riferimento allo spettacolo Fa’afafine, cui sono state invitate moltissime scuole in tutta Italia).

Il Ministro attuale, la signora Valeria Fedeli, continua, a parole, a rassicurare: nella prima replica parla solo di rispetto dei principi costituzionali di pari opportunità, conseguenti alla pari dignità di tutti gli esseri umani, sui quali siamo tutti d’accordo. Possiamo anche essere benevolenti e immaginare che quando parla di  “violenza di genere” sottintenda la violenza sulle donne: nonostante le gigantesche menzogne che ci propinano sul “femminicidio”, diciamo che va bene. A parole, niente propaganda gender.

Gigli replica ribadendo che, visto che la responsabilità educativa, per i minorenni, è in capo alle famiglie, «ci vuole una preventiva autorizzazione delle famiglie per le attività extracurricolari – preventiva! – e a fronte di una segnalazione dei contenuti educativi non neutri, che vengono proposti ad alunni di età adolescenziale e a bambini». E aggiunge che spesso, nei fatti, chi tiene queste “lezioni” fa uscire l’insegnante dall’aula…

Infatti, ciò che avviene nella pratica, è distante anni luce dalle belle parole della Fedeli.

L’onorevole Walter Rizzetto chiede conto di un’interrogazione presentata da Fratelli d’Italia, a proposito di ciò che è avvenuto il 6 marzo 2017 in un liceo di Pescara.

Due psicologhe dell’associazione Arcilesbica nazionale hanno realizzato un progetto che secondo la circolare 197 della scuola serviva alla lotta alla discriminazione, del bullismo e del cyberbullismo, mentre sul sito internet dell’istituto era, invece, presentato come progetto sulle differenze di genere (e quando si parla di genere, invece che di sesso, “gender ci cova”); la circolare 197 si concludeva con la richiesta di «liberatoria fotografica e di adesione», da esprimere su appositi modelli allegati alla stessa circolare, «per rendere le famiglie consapevoli e partecipi dell’iniziativa». Molti genitori non hanno firmato, quelli che avevano firmato la liberatoria non erano «adeguatamente informati», come vorrebbe la nota con le parole del MIUR: «Quasi nessuno era a conoscenza della specificità dei temi trattati, né tantomeno del fatto che i relatori appartenessero alla citata associazione Arcilesbica nazionale». Conclude l’interrogazione: «L’educazione sessuale spetta ai genitori, come sancito sia dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, sia dalla Costituzione, sia da numerosi atti normativi e regolamentari»

La Fedeli, a parole, ribadisce che «la partecipazione a tutte le iniziative extracurricolari, inserite nel piano triennale dell’offerta formativa, e facoltative, prevede la richiesta del consenso da parte dei genitori per gli studenti minorenni o degli stessi, se maggiorenni, i quali, in caso di non accettazione, possono astenersi dalla frequenza», e scarica la responsabilità sulle famiglie che  hanno il dovere di informarsi bene, citando la nota del MIUR del 6 luglio del 2015: «Le famiglie hanno il diritto ma anche il dovere di conoscere, prima dell’iscrizione dei propri figli a scuola, i contenuti del piano dell’offerta formativa per la scuola secondaria e sottoscrivere formalmente il patto educativo di corresponsabilità per condividere in maniera dettagliata diritti e doveri nel rapporto tra istituzione scolastica autonoma, studenti e famiglie».

Ciò vuol dire, cari Lettori, che nei fatti per il Ministro un’adesione generica al POF della scuola, sul quale mai sarà scritto nel dettaglio che Arcilesbica terrà lezione agli studenti, per il MIUR vale come consenso informato: sta ai genitori approfondire…

Quindi, come abbiamo sempre detto, bisogna vigilare, dialogare con i figli e gli insegnanti, partecipare agli organi collegiali e – infine – chiedere espressamente e per iscritto dettagli sui progetti dove potrebbe infilarsi l’ideologia gender, e su chi li tiene. La scuola non può rifiutarsi di fornirne.

Oggi più che mai, nonostante la vita frenetica e mille impegni che il lavoro comporta, non si può “delegare” alle istituzioni il ruolo educativo che appartiene innanzitutto, e sopra a tutto, ai genitori.

da: NotizieProvita, 15 aprile 2017

 Santa Gianna Beretta Molla, una patrona della Marcia per la Vita

Santa Gianna Beretta Molla, patrona di tutti coloro che si battono contro l’orrenda pratica dell’'aborto e, dunque, una delle patrone per eccellenza della Marcia per la Vita, la cui settima edizione si svolgerà il prossimo 20 maggio a Roma, ebbe una vita di esemplare pietà. Tuttavia pochi lo sanno, perché di lei si dice, soprattutto, che era moderna, come se esserlo fosse una virtù ed una virtù essenziale per essere accettati nel miscredente mondo contemporaneo.

Gianna nasce il 4 ottobre (giorno di san Francesco d’Assisi) 1922 a Magenta (battezzata nello stesso giorno nella Basilica di San Martino) da genitori terziari francescani, appartenenti ad una benestante famiglia di origini veneziane, che dal Seicento aveva preso dimora proprio a Magenta. Profondamente cattolici, i Beretta avevano dato alla città un parroco, don Giovanni Battista, sette altri sacerdoti. Lo zio di Gianna, monsignor Giuseppe Beretta, fu anche parroco a Milano. Lei era la decima di 13 figli, di cui 3 scelsero la vita religiosa: Enrico, medico missionario cappuccino (Alberto, oggi Servo di Dio); Giuseppe, sacerdote ingegnere nella diocesi di Bergamo e poi monsignore; Virginia, medico e religiosa canossiana.

Vive a Milano fino a 18 anni. Nel 1925, dopo la morte di alcuni fratelli a causa dell’influenza “spagnola”, la famiglia si trasferisce a Bergamo. Nel gennaio 1937 muore anche la sorella Amalia e la famiglia si sposta a Genova. Qui Gianna si iscrive alla quinta ginnasio dell’Istituto delle Suore Dorotee e, contemporaneamente, frequenta la chiesa di San Pietro, dove è parroco don Mario Righetti, che si dimostrerà determinante per la sua formazione spirituale. Nell’ottobre 1941, la famiglia, a causa dei bombardamenti, fa ritorno a Bergamo, ma proprio allora, nell’anno della sua maturità classica, perde padre e madre, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altra.

Gianna non ha ancora 20 anni e già la sua esistenza è carica di dolori, sacrifici, lutti. Tuttavia lei è serena, la fede la rende libera e forte, tenace e determinata, così, nell’ottobre dell’anno seguente, si iscrive alla facoltà di medicina e chirurgia, prima a Milano, poi a Pavia, dove prenderà la laurea il 30 novembre 1949. Ogni giorno assiste alla Santa Messa. Ogni giorno fa visita al Santissimo Sacramento. Ogni giorno recita il Rosario. Gesù eucaristico e Maria Santissima sono le sue risorse indispensabili. Gianna, persi i suoi affetti più cari, si getta nell’impegno parrocchiale, nell’Azione Cattolica e nelle conferenze delle Dame della San Vincenzo. Dopo la laurea apre uno studio medico a Mesero e il 7 luglio 1952 si specializza in pediatria a Milano. È il 24 settembre 1955 quando sposa, nella stessa Basilica dove aveva ricevuto il battesimo, l’ingegnere Pietro Molla.

Dal 1956 è responsabile del Consultorio delle mamme e dell’asilo nido facenti capo all’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, prestando assistenza medica volontaria nelle scuole materna ed elementare di Stato. Sempre coerente con i suoi cristiani principi, sempre attenta a mai dispiacere Dio, sempre ricolma di carità, sempre materna, un anno dopo il matrimonio dà alla luce Pierluigi, seguiranno Maria Rita nel 1957 e Laura nel 1959.

Fra i suoi manoscritti, stesi presumibilmente fra gli anni 1944-1948, è presente una straordinaria riflessione sulla Vocazione che in giovinezza si è chiamati a prendere per seguire la volontà di Dio, e che qui riportiamo per intero in tutta sua veridicità e bellezza e attualità: «Una cosa è certa che noi siamo stati oggetto di predilezione da tutta l’eternità. Tutte le cose hanno un fine particolare – Tutte obbediscono a una legge – le stelle seguono la loro orbita. Le stagioni si seguono in modo perfetto – tutto si sviluppa per un fine prestabilito – tutti gli animali seguono un istinto naturale. Anche a ciascuno di noi Dio ha segnato la via, la vocazione – oltre la vita fisica, la vita della grazia. Viene un giorno che ci accorgiamo che attorno a noi ci sono altre creature – e mentre avvertiamo questo fuori di noi: si sviluppa in noi una nuova creatura. È il momento sacro e tragico dalla fanciullezza alla giovinezza – Ci poniamo il problema del nostro avvenire. Non lo si deve risolvere all’età di 15 anni, ma è bene orientare tutta la nostra vita verso quella via in cui il Signore ci chiama. Dal seguire bene la nostra vocazione dipende la nostra felicità terrena ed eterna. Che cos’è? È un dono di Dio – quindi viene da Dio – se è un dono di Dio, la nostra preoccupazione deve essere quella di conoscere la volontà di Dio.
Dobbiamo entrare in quella strada
1) se Dio vuole – non forzare la porta
2) quando Dio vuole
– 3) come Dio vuole.
Conoscere la nostra vocazione – in che modo?
(1) interrogare il Cielo con la preghiera –
(2)interrogare il nostro direttore spirituale –
(3) interrogare noi stessi – sapendo le nostre inclinazioni –

Ogni vocazione è vocazione alla maternità – materiale – spirituale – morale – Perché Dio ha posto in noi l’istinto della vita – Il sacerdote è padre – le Suore sono madri, madri delle anime. Guai a quelle figliole che non accettano la vocazione di maternità. 2) Prepararsi alla propria vocazione – prepararsi ad essere donatori di vita – Nel sacrificio di una formazione intellettuale – Sapere che cos’è il matrimonio, sacramentum magnum – conoscere le altre strade. Formazione e conoscenza del proprio carattere.

Se non si incomincia da piccoli si diventa vecchie ma si rimane sempre come lo si era – taglia –distruggi – brucia – ciò che c’è da togliere. Non si deve dire “è il mio carattere” bisogna correggerci. Come si fa ad obbedire se si è sempre abituati a fare quello che si vuole. Quali sorprese entrare in qualunque strada senza esserci prima sforzati di correggere il nostro carattere. Una volta deciso il piano da seguire – proseguire. Essere chiamata alla vita di famiglia non vuol dire fidanzarsi a 14 anni – questo è solo un segno d’allarme – devi prepararti fin da adesso alla famiglia. Non si può addentrarci in questa strada se non si sa amare. – Amare vuol dire desiderio di perfezionare se stessa, la persona amata, superare il proprio egoismo, donarsi (a 15 anni non c’è perché è proprio per egoismo, per soddisfare il mio cuore,i miei sensi; è la profanazione dell’amore). L’amore deve essere totale, pieno, completo, regolato dalla legge di Dio e si eterni in Cielo. Una figliola di 14 anni non può avere il cuore maturo per l’amore. Bisogna che maturi lentamente per la via giusta. (Il cuore ha i suoi diritti, ma non ha quello di essere calpestato. Al cuore non si può comandare; appunto per questo devi cercare di fermare la passione, l’istinto usando la tua intelligenza). Se è necessario un taglio netto; se sanguina, lasciatelo. (cancrena: è necessario tagliare per salvare; l’a. (ammalato) acconsente). Il cuore è ammalato ma tutta la vita è in pericolo; meglio una lacrima oggi che un torrente di lacrime domani e l’eternità perduta per sempre. Ci sono tante difficoltà ma con l’aiuto di Dio dobbiamo camminare sempre senza paura, che se nella lotta per la nostra vocazione dovessimo morire, quello sarebbe il giorno più bello della nostra vita» (Quaderno dei ricordi, manoscritto, pp. 1-26).

Per la sua vocazione Gianna morì davvero: portava in grembo la quarta creatura sua e dello sposo, ma le sue condizioni di salute volsero al peggio. Non ebbe dubbi, non abortì e nacque Gianna Emanuela. Era il 21 aprile 1962. Sette giorni dopo, con eroico coraggio, si spense. Aveva scritto: il «peccato mortale ci toglie il dono più grande di Dio ossia la vita soprannaturale che è la condizione indispensabile per entrare in Paradiso» (Ibidem).

Ancora si oserà dire «santa moderna»? Ossia: liberale, lassista, relativista? Prima di parlare bisogna informarsi e nella biografia di Gianna tutto ciò non emerge, bensì spicca il profilo di una santa – come tante altre sante mamme, seppur non canonizzare ufficialmente – vissuta secondo le virtù cattoliche di sempre, le quali sono un evidente agere contra i dettami e le mode del mondo, e le stesse istanze istintive, egoistiche ed edonistiche di se stessi. Sul lato sinistro dell’esterno della chiesa di San Nicola l’Arena, in provincia di Palermo, è posta una bella statua di Rosario Colianni a lei dedicata: chissà che, in una prossima edizione della Marcia per la Vita, non possa essere calata per raggiungere Roma e trovare qui autorevole presenza.

(Cristina Siccardi, per https://www.corrispondenzaromana.it/santa-gianna-beretta-molla-una-patrona-della-marcia-per-la-vita/)

Argomento: Vita
 "No go zones"

Birmingham come Molenbeek,
viaggio nell'Occidente islamizzato

 

"Ci sono un sacco di scuole musulmane private e madrasse (istituti educativi per l'apprendimento dei fondamenti dell'Islam, ndr) in questa città. Fanno tutti finta di predicare tolleranza, amore e pace, ma non è vero. Dietro quelle mura, ci costringono a ripetere i versi del Corano, a proposito di odio e intolleranza". E poi la disciplina violenta usata contro chi si rifiuta di imparare il Corano a memoria senza capirne una parola, o per aver mentito sulla propria fidanzata, evidentemente occidentale.
Sono queste le denunce fatte da Alì, un diciottenne di origini francesi il cui padre si è radicalizzato in Inghilterra, intervistato da Rachida Samouri. La giornalista che sulle pagine di Le Figaro ha pubblicato un dettagliato reportage su Birmingham.

Birmingham: la seconda città più popolosa del Regno Unito, e l'ottava d'Europa, è oggi la città quintessenza del multiculturalismo, con ben un 42% di abitanti non europei. In certi quartieri di Birmingham, i musulmani rappresentano il 95% della popolazione, le bambine camminano nascoste dal velo, gli uomini hanno le barbe lunghe e le donne indossano jihab e niqab per coprire corpi e volti.
Qui i negozi chiudono per le ore di preghiera, le vetrine promuovono abiti islamici e le librerie sono viatico per la religione di Allah.

Le donne intervistate sono orgogliose di vivere in Inghilterra perché, dicono, "contro il velo integrale nessuno ha da ridire". E Mobin, un adolescente di origine francese, spiega perché il padre ha preferito l'inghilterra alla Francia: "Birmingham è proprio un paese musulmano. Noi siamo tra di noi, non ci mescoliamo con gli altri. E' difficile". 

E' così. Uno stato all'interno dello stato.
Forse peggio che a Molenbeek considerata la culla del jihadismo dell'Europa centrale. 
Dalla Francia, al Belgio, all'Inghilterra, ecco documentata l'islamizzazione d'Europa.
Dal 2006 al 2015, in Francia, il paese che in questo momento è in bilico nella sfida tra Le Pen e Macron, sono state calcolate ben 751 no go zone. Luoghi in cui polizia, militari, vigili del fuoco preferiscono non entrare perché questo potrebbe essere la miccia che innesca la violenza. E loro stessi rischierebbero di finire oggetto di queste violenze.

Nel Regno Unito, negli ultimi cinque anni, le condanne per terrorismo sono raddoppiate e il coinvolgimento delle donne in attentati è triplicato. 
Quando era ancora primo ministro, David Cameron fece redigere un documento battezzato The Casey Review: una rassegna in direzione dell'opportunità e dell'integrazione". Il rapporto indica come le comunità musulmane (principalmente quelle composte da immigrati pakistani e del Bangladesh) siano le più restie all'integrazione all'interno della società britannica. Si tratta di comunità che incoraggiano i loro figli a non partecipare ad eventi, attività o momenti di formazione-non musulmani; luoghi dove le donne non parlano una parola d'inglese e domina la sharia, la legge islamica. 

Chi ha mandato in stampa quel reportage ha dedicato tantissime pagine proprio a Birmingham perché è là che nel 2014 scoppiò il famoso scandalo del "Trojan Horse plot". 
Si scoprì che le dottrine islamiche erano state inserite nei programmi delle scuole pubbliche, per assicurarsi che tutti i ragazzi potessero essere istruiti sui "rigorosi principi dell'islam".
Mentre gli altoparlanti cercavano di radunare gli studenti per la preghiera, gli insegnati utilizzavano messaggi anti-occidentali. 
Se lo scandalo nel frattempo è stato archiviato, mentre non sono scarse le probabilità che possa ripetersi o che sia ancora in essere il pericolo di un cavallo di troia islamico tra i banchi di scuola, resta evidente che il paragone con Molenbeek non è fuori luogo: a Birmingham sono state contate 161 moschee

Per molti anni il governo britannico si è compiaciuto della integrazione della popolazione musulmana, certo che a tempo debito il miracolo sarebbe avvenuto. Che un giorno i musulmani avrebbero organizzato un bella marcia insieme ai cristiani per celebrare il successo del multiculturalismo, o che, almeno, prima o poi, i musulmani sarebbero diventati pienamente britannici, come tutti gli immigrati.
Ma è un giorno che tutti, anche i più nostalgici cantori della società "multikulti", hanno smesso di sognare: sono le continue statistiche che vengono compilate a ritrascinarli nella realtà.
Come una delle ultime, che dimostra quanto le generazioni più giovani di islamici, quelle nate in Europa, siano ancora più integraliste dei loro genitori e nonni. Il sonno della ragione genera multiculturalismo. Il "multikulti" avrebbe dovuto diffondere nell'universo pace, amore e tolleranza.
Ma tutto si è vaporizzato tra le parole magiche "dialogo" e "accoglienza", mentre il Vecchio Continente è mortificato dalla islamizzazione dilagante.

di Lorenza Formicola | 27 Aprile 2017 da https://www.loccidentale.it/articoli/145250/birmingham-come-molenbeek-viaggio-nelloccidente-islamizzato
 
Argomento: Islam

 La vera riforma cattolica e la pseudo-riforma di Lutero

 Nel quinto anniversario della Rivoluzione luterana, rimbombano falsi appelli ad una riforma strutturale della Chiesa.
La storia del XVI secolo ci insegna come i veri riformatori siano i Santi, che non hanno preteso di cambiare la costituzione della Chiesa, ma si sono sforzati di cambiare sé stessi e, col loro esempio, di cambiare gli altri.
Anche oggi la nostra risposta, dunque, non può che consistere nel loro esempio.

Cinquecento anni dopo la pseudo-riforma di Lutero, è necessario ricordare la vera riforma della Chiesa, che nel secolo precedette e seguì la pseudo-riforma dell’eresiarca tedesco.

Sullo sfondo della decadenza intellettuale e morale del XVI secolo, nella Chiesa nacquero gruppi di ardente pietà chiamati Compagnie del Divino Amore. Il movimento si sviluppò a Genova attorno a santa Caterina Adorno de’ Fieschi ed ebbe come iniziatore un laico, Ettore Vernazza. Alla Compagnia del Divino Amore appartenevano il vicentino Gaetano di Thiene e il napoletano Gian Pietro Carafa che fondarono l’ordine dei Teatini, così chiamato perché Carafa, che poi sarà Papa con il nome di Paolo IV, era allora vescovo di Chieti (Theatum). Per combattere la cupidigia, i Teatini abbracciavano la povertà apostolica e si abbandonavano completamente alla Divina Provvidenza. Con essi si inaugura una nuova vita religiosa, quella dei chierici regolari, che praticano i consigli evangelici, professano voti pubblici e conducono vita in comune secondo una regola.

La figura di Ignazio di Loyola si staglia come quella di un gigante sul XVI secolo. Gli Esercizi spirituali sono un libro ispirato, che secondo san Francesco di Sales ha prodotto più santi delle lettere dell’alfabeto in essi contenuti. Mentre Ignazio fondava la Compagnia di Gesù che muoveva contro il protestantesimo alla riconquista dell’Europa, a Roma dominava la figura di san Filippo Neri, un santo molto diverso da sant’Ignazio, ma a lui strettamente legato. A poco a poco si costituì intorno a lui un piccolo gruppo di fedeli, chiamato l’Oratorio.

In Spagna san Giovanni di Dio aveva fondato una congregazione chiamata da noi Fatebenefratelli perché, questuando per i malati, san Giovanni era solito dire per le strade: «Fate bene fratelli, per voi e per l’amor di Dio». Nell’anno in cui san Giovanni di Dio muore, il 1550, nasce in Abruzzo Camillo de Lellis, dapprima soldato e anche avventuriero e giocatore, poi convertitosi nel 1575, e fondatore di un istituto religioso, i Camilliani, in cui ai tre voti ordinari si aggiunge il voto di assistere i malati anche nel tempo della peste. I suoi religiosi portavano sul petto quella croce rossa, che sarebbe divenuta simbolo dei servizi ospedalieri.

In quegli stessi anni sant’Antonio Maria Zaccaria fonda i Barnabiti, discepoli di san Paolo, ai quali viene attribuita la pratica dell’adorazione al Santissimo Sacramento, mentre san Girolamo Emiliani fonda i Somaschi. Il tenore di vita dei nuovi ordini religiosi era molto simile: vita rigorosamente mortificata, rifiuto di ogni mondanità, abbandono alla Provvidenza, zelo per le anime.

Il Concilio di Trento fu al centro di questa grande opera riformatrice. L’assise si svolse per 18 anni, dal 13 dicembre 1545 al 16 dicembre 1563, «a lode e gloria di Dio, ad accrescimento della fede e religione cristiana, a estirpamento delle eresie, alla pace e unione della Chiesa, alla riformazione del clero e del popolo cristiano, a confusione dei nemici del nome cristiano».

Grazie al Concilio di Trento, tra la seconda metà del ‘500 e la prima metà del ‘600 la Chiesa conobbe un’epoca di restaurazione dottrinale e di profondo rinnovamento dei costumi. Due grandi santi vanno ancora ricordati: san Carlo Borromeo e san Pio V. San Carlo Borromeo visse dal 1538 al 1584 e applicò rigorosamente, come arcivescovo di Milano, lo spirito e la lettera dei decreti del Concilio di Trento. La diocesi di Milano era immensa, perché si estendeva oltre la Lombardia, su una parte delle Venezie, della Svizzera, dello Stato genovese. Carlo Borromeo non solo vi risiedette per 18 anni, ma visitò tutte le parrocchie, anche quelle più remote e sperdute, dando l’esempio di una vita di zelo, penitenza e preghiera.

San Pio V, Michele Ghislieri, rappresenta un modello di Papa, per la fermezza e la santità del suo governo. «Elevato alla cattedra di san Pietro, – ricorda Dom Guéranger – seppe infondere nei novatori un terrore salutare, risollevò il coraggio dei sovrani dell’Italia e, con moderato rigore, riuscì a rigettare al di là delle Alpi il flagello che avrebbe trascinato l’Europa alla distruzione del Cristianesimo, se gli Stati del Mezzogiorno non vi avessero opposto una barriera invincibile. L’eresia si arrestò. Da allora il protestantesimo, ridotto a logorar sé stesso, dette spettacolo di quella anarchia di dottrine che avrebbe portato alla desolazione il mondo intero, senza la vigilanza del Pastore che, sostenendo con indomabile zelo i difensori della verità in tutti gli Stati ove essa regnava ancora, si oppose, come una parete di bronzo, al dilagarsi dell’errore nelle contrade ove comandava da padrone. L’opera di san Pio V per la rigenerazione del costume cristiano, per fissare la disciplina del concilio di Trento, per la pubblicazione del Breviario e del Messale sottoposti a riforma, ha fatto del suo pontificato, durato sei anni, una delle epoche maggiormente feconde della storia della Chiesa». Il nome di san Pio V è anche indissolubilmente legato alla straordinaria vittoria di Lepanto contro i Turchi e la sua memoria è per questo a tanti cara.

La storia del XVI secolo ci insegna che i veri riformatori sono i santi, che non hanno attribuito alla Chiesa le colpe degli uomini, ma hanno assunto su sé stessi quelle colpe, a immagine di Nostro Signore. Non hanno preteso di cambiare la costituzione della Chiesa, ma si sono sforzati di cambiare sé stessi e attraverso il proprio esempio di cambiare gli altri. La Chiesa è sempre santa, gli uomini di Chiesa spesso non lo sono.

I falsi riformatori sono coloro che sostengono che la causa del male non sta negli uomini di Chiesa, ma nella Chiesa in sé e che quindi vogliono modificarne il governo, i Sacramenti, l’insegnamento, adattandoli alle opinioni proprie o del mondo. Essi dicono di farlo per ritornare al messaggio evangelico e perciò rifiutano la tradizione della Chiesa e si richiamano alla Sacra Scrittura o meglio alla propria ragione, al proprio sentimento, che interpreta i passi della Sacra Scrittura senza una regula fidei a cui riferirsi.

Nel quinto anniversario della Rivoluzione luterana rimbombano falsi appelli ad una riforma strutturale della Chiesa. La nostra risposta non può che essere l’esempio dei santi, che hanno unito l’integrità morale della loro vita alla fedeltà integrale alla Tradizione della Chiesa, che non è altro che il messaggio di Nostro Signore Gesù Cristo, sempre vivo e sempre attuale, carico di tutte le memorie del passato e di tutte le speranze del futuro.

 

Roberto de Mattei,  RC n.118 - ottobre 2016 da: https://www.radicicristiane.it/2016/10/editoriali/la-vera-riforma-cattolica-e-la-pseudo-riforma-di-lutero/

Argomento: Storia

 Il bilancio del vescovo Negri. "A Ferrara quattro anni bellissimi e terribili"

Tra poco meno di due mesi lascerà l’incarico ma continuerà a vivere a Santa Maria in Vado. "La mia battaglia continua. Ho parlato al mio successore, monsignor Perego, ma non voglio fargli ombra"

di CRISTIANO BENDIN

 

Ferrara, 20 Aprile 2017 - «Questi quattro anni a Ferrara? Si licet parva componere magnis, riprendendo quanto Paolo VI disse dei suoi anni a Milano, sono stati quattro anni bellissimi e terribili». Dal 3 giugno, quindi tra poco meno di due mesi, monsignor Luigi Negri cesserà di essere amministratore apostolico dell’arcidiocesi di Ferrara-Comacchio (il vescovo eletto è infatti monsignor Gian Carlo Perego, che verrà consacrato il 6 maggio a Cremona) e ne diventerà arcivescovo emerito. Ed è quindi tempo di bilanci, anche come uomo. «Bellissimi – spiega – perché ho contribuito alla ripresa dell’impeto evangelico e missionario e ho ridato al popolo cristiano coscienza di sé: con me è finita la Chiesa del silenzio. Terribili perché questa cosa non si fa senza pagarne le conseguenze e io le ho pagate verso di tutti».

Tra due mesi finisce il suo episcopato: cosa farà dopo?
«Cercherò di onorare un mandato ricevuto da un gruppo di personalità ecclesiastiche alle quali tengo molto: bisogna continuare la battaglia per la difesa dei diritti di Dio e dell’uomo, battaglia più necessaria alla Chiesa che non alla società. Vorrei fare una serie di interventi a vari livelli e, come fondazione Giovanni Paolo II, stavo pensando a una collana di testi catechetici e culturali che sappiano incarnarsi nelle problematiche che il mondo impone alla Chiesa. Accetterò più di prima inviti a convegni perché credo che una diffusione sistematica della Tradizione sia essenziale».

Lei è considerato un tradizionalista: si riconosce come tale?
«Io considero questa tendenza ad etichettare il clero una cosa negativa non solo perché è la risulta di una pressione che, da sempre, la mentalità dominante - e in particolare i mass media - esercitano sulla Chiesa ma anche perché questo modo non cristiano di definire e sentire la Chiesa è ormai una operazione ecclesiastica: segno che la Chiesa si è fatta invadere dal mondo».

In cosa lei è tradizionalista?
«Perché ho difeso la priorità della Tradizione sopra ogni forma pastorale: la Tradizione è la Verità e una pastorale senza Verità è arbitraria, come dice Carlo Caffarra».

Condivide i ‘dubia’ espressi da Caffarra e dagli altri cardinali?
«Condivido il fatto che la questione dovesse essere posta ad una chiarificazione superiore: avere dubbi è sacrosanto, considerare la loro sollevazione come un delitto di lesa maestà è sintomo di debolezza, sarei tentato di dire di regime. Ad esempio non posso accettare che Lutero sia presentato come un grande riformatore, questo per ragioni dogmatiche! Il Concilio di Trento l’ha definito arcieresiarca e i decreti dei concili ecumenici legittimi sono come dichiarazioni di fede definita che nemmeno i 265 papi che hanno preceduto Francesco potrebbero contraddire. Infine ho sempre considerato giusto il rispetto e la promozione della libertà della coscienza personale ma questo non significa l’equivalenza delle fedi. Il rischio è il relativismo da cui ci mise in guardia sin dall’inizio Benedetto XVI».

Tutto ciò la pone in contrapposizione a papa Francesco: non ritiene ci sia tensione dialettica?
«Non vivo ciò come una tensione personale. Il papa è il papa ma un conto è il Magistero papale, manifestato e comunicato in generi letterari che la Chiesa, in duemila anni di storia, ha individuato, sostenuto e difeso; altra cosa sono tweet, telefonate o i pourparler. Ecco, io accolgo il magistero del papa, dò ad esso l’assenso della fede e cerco di leggerlo dentro la tradizone, come ho fatto con Caffarra con la Amoris Laetitia. Francesco non può fare a meno della Tradizione e la Tradizione non può fare a meno di Francesco, alla faccia dei vari turiferari».

Qual è il compito di un vescovo?
«La moralità di un vescovo è saper contemperare la sua cultura, le sue conoscenze e la sua formazione con il compito che gli è stato affidato: in sintesi, egli non può investire il suo compito dei contenuti delle sue convinzioni».

Lei, però, è stato considerato espressione di CL...
«Io provengo da Cl ma le mie decisioni prescindono da ciò, mai ho imposto questa realtà: ho fatto il vescovo a partire dalle mie convinzioni ma non ho mai contrabbandato le mie convinzioni come parte essenziale del magistero che sono chiamato a ricoprire».

Vivrà a Santa Maria in Vado?
«Sì, resterò a Ferarra perché è una città i cui si vive bene e perché vorrei costituire un ambito di lavoro in grado di farmi arrivare all’opinione pubblica. Debbo poi dare spazio anche a Milano, una settimana al mese. Se poi per qualsiasi ragione la situazione diventasse non positiva ne trarrò le dovute conseguenze».

In che senso? Si spieghi.
«Non voglio fare in alcun modo ombra a monsignor Perego. Mi asterrò da quasiasi giudizio e intervento sulla vita della diocesi. Dovremo difenderci tutti e due ma la convivenza, sono certo, si modulerà in maniera positiva».

Ne ha già parlato con lui?
«Quando gli ho comunicato che mi sarei fermato qui lui mi è sembrato contento».

Di cosa avete parlato nei vostri incontri propedeutici?
«Di questioni relative alla vita della diocesi affinché poi agisca come riterrà opportuno. Gli ho parlato a cuore aperto di quella che, in un certo senso, ritengo sia una mia sconfitta: in questi anni è cresciuto il calore anche umano del clero verso il vescovo ma temo che la mia concenzione cristologica, ecclesiologica e antropologica, in connessione con la Tradizione, sia stata sentita ma non accolta fino in fondo da tutti. Ci sono sacerdoti, che pure hanno una funzione notevole sul piano della proposizione intellettuale, che ritengono di non doversi confrontare con me: non li colpevolizzo ma ciò mi dispiace. Poi gli ho parlato della liturgia: equivoci, sacrilegi, manipolazioni sono l’inizio della fine della Chiesa».

A proposito di liturgia, alcune critiche ha sollevato la liturgia che Familia Christi ha introdotto a Santa Maria in Vado, piuttosto tradizionalista per alcuni. Cosa risponde ai critici?
«Ai critici e ai sacerdoti ho detto: ciascuno di voi ha una sua tradizione, non rendete questo incontro uno scontro. Sono anche intervenuto affinché non fosse spostato l’altare. La giusta e leale fedeltà al carisma va coniugata con la tradizione della parrocchia».

Che impressioni ha tratto dal colloquio con Perego?
«Ciascuno di noi fa la propria esperienza e ha una sua formazione e competenza. Io nella ricerca e nell’insegnamento, lui oltre ad aver insegnato ha avuto una grandissima responsabilità nella Fondazione Migrantes, condotta con onestà, serietà e professionalità. Gli ho detto che nessun vescovo può far valere la propria competenza come base della pastorale, la base della pastorale è la vita del popolo di Dio che ha bisogno di sentirsi dire cose chiare e positive e che non può prescinfdere dalla pietà Mariana e dei Santi. Ho recepito in lui una grande disponibilità in questo senso».

Corea del Nord, Siria, Medio Oriente: nel mondo c’è aria di guerra. Che ne pensa?
«Per dirla con Giussani, stiamo assistento al trionfo della mediocrità. L’Italia è ad una svolta, che i mass media e gli intelletuali ritengono irreversibile, costituita dalla vittoria pentastellata: un movimento fondato da un guitto! Allargando lo sguardo, constatiamo che la guerra mondiale può scoppiare per colpa di un imbecille di 30 anni ipodotato intellettualmente. Incredibile che si sia arrivati a tal punto per il delirio di onnipotenza di mediocri che nessuno ferma! Prego la Madonna perché ci sia una presa di posizione ben precisa almeno della Chiesa, anche se sta attraversando un momento di fatica.

A tal proposito, perché si sta scristianizzando l’Europa?
«E’ quello che aveva intuito con profondità Benedetto XVI durante il sinodo sulla nuova evangelizzazione. Il problema è che oggi l’evangelizzazione si è svaporata tra le nostre mani; nell’attuale magistero essa non ha più il peso teorico e pratico che aveva con Benedetto e quindi tutto l’invito ad occuparsi di alcune conseguenze negative del mondo finisce per occupare quasi interamente il discorso ecclesiale».

Che ne pensa di Trump?
«Non sono un politologo ma c’è un fatto: ad una amministrazione Usa, quella Obama-Clinton, totalmente iscritta in una antropologia antireligiosa, è succeduta una presidenza che ogni tanto fa riferimento ai valori religiosi e questo non lo posso vedere se non come positivo. Poi come questo si possa sposare con certo avventurismo e decisionismo non so dare risposte. Certo, ogni tanto più che un presidente Usa mi sembra un guitto pure lui...».

Una opinione o un auspcio per la politica ferrarese?
«Non entro nel dibattito interno al Pd ma non ritengo più giusto che sia dato un credito indiscusso e indiscutibile solo ad esso. Credo sia auspicabile l’inizio di un cammino in cui, a partire da certi principi propri, ciascuno possa fare scelte anche partitiche non a senso unico. Comacchio è l’esempio significativo di come una nuova generazione di giovani freschi e non incartapecoriti nella difesa di una ideologia possa fare bene. Ma anche Bondeno! Spero che anche la città di Ferrara possa esprimere qualcosa di nuovo anche se, onestamente, al momento vedo poco».

Cambiando discorso: le sue dichiarazioni sulle dimissioni di Ratzinger hanno sollevato un vespaio di polemiche!
«Non ho mai parlato di complotto ma la mia coscienza è stata interpellata dal fatto che il presidente Usa abbia detto alla sua intelligence di verificare se fosse vero che l’amministrazione Obama aveva tentato di mettere le mani sulla vita della Chiesa. Io non ho alcuna certezza di complotti! Mi sono limitato a rilanciare un dubbio sollevato da Trump: con la mia uscita ho impedito di ignorarlo e per questo sono stato criminalizzato».

 

da: http://www.ilrestodelcarlino.it/ferrara/cronaca/vescovo-luigi-negri-chiesa-ratzinger-1.3051819

Argomento: Chiesa

Fatima, porta della speranza

Il messaggio di Fatima non rappresenta solo un antidoto alla penetrazione degli errori del comunismo, apre anche i cuori alla speranza nel futuro della Chiesa e della società intera. Sei Pontefici hanno riconosciuto e onorato le apparizioni della Cova da Iria. Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI visitarono il Santuario da Papi, mentre Giovanni XXIII e Giovanni Paolo I vi si recarono da cardinali. Pio XII vi inviò il suo delegato, il cardinale Aloisi Masella. Chi non è mai stato a Fatima non perda l’occasione di andarci, nel centenario di quest’evento. Chi c’è già stato, ci ritorni.
RC n.123 - aprile 2017 di Roberto de Mattei

Chi si reca in pellegrinaggio a Lourdes lo fa per immergersi nell’atmosfera soprannaturale di un luogo. La Grotta in cui la Madonna apparve a santa Bernadette nel 1858 e le piscine in cui i malati continuano ad essere immersi nell’acqua miracolosa, sono lembi di terra benedetta in una società ormai sconsacrata. Chi va a Fatima, lo fa invece per trarre refrigerio spirituale non da un luogo, ma da un Messaggio celeste: il cosiddetto “segreto”, che la Madonna affidò a tre pastorelli cento anni fa, tra il maggio e l’ottobre del 1917. Lourdes guarisce soprattutto i corpi, Fatima offre una direzione spirituale alle anime disorientate.

Il 13 maggio 1917, alla Cova de Iria – un luogo sperduto, tutto sassi e ulivi, vicino al villaggio di Fatima in Portogallo –, a tre bimbi che stavano badando alle loro pecore, Francesco e Giacinta Marto e la cuginetta Lucia dos Santos, apparve, secondo le loro parole, «una Signora, tutta vestita di bianco, più splendente del sole, che diffondeva una luce più chiara e intensa di un bicchiere di cristallo pieno di acqua pura, attraversato dai raggi del sole più ardente». Questa Signora si rivelò come la Madre di Dio, incaricata di portare un messaggio agli uomini, e dette appuntamento ai tre  pastorelli per il 13 del mese successivo e così via, fino al 13 ottobre. L’ultima apparizione si concluse con un grandioso miracolo atmosferico, detto la “danza del sole”, visto fino a oltre 40 chilometri di distanza, da decine di migliaia di testimoni.

Il segreto rivelato dalla Madonna a Fatima consiste di tre parti, che formano un insieme organico e coerente. La prima è la terrificante visione dell’inferno in cui precipitano le anime dei peccatori; a questo castigo si contrappone la misericordia del Cuore Immacolato di Maria, supremo rimedio offerto da Dio all’umanità per la salvezza delle anime.

La seconda parte riguarda una drammatica alternativa storica: la pace, frutto della conversione del mondo e dell’adempimento delle richieste della Madonna, oppure una terribile punizione che avrebbe atteso l’umanità, se questa si fosse ostinata nelle vie del peccato. La Russia sarebbe stata lo strumento di questo castigo.

La terza parte, divulgata dalla Santa Sede nel giugno 2000, dilata la tragedia alla vita della Chiesa, offrendo la visione di un Papa e di vescovi, religiosi, religiose e laici colpiti a morte dai persecutori. Le discussioni che si sono aperte negli ultimi anni su questo “Terzo Segreto” rischiano però di offuscare la forza profetica della parte centrale del Messaggio, riassunta da due frasi decisive: «la Russia diffonderà nel mondo i suoi errori» e «Infine, il mio Cuore Immacolato trionferà».

Il 13 luglio del 1917, quando la Madonna rivolge ai fanciulli di Fatima queste parole, la minoranza bolscevica non ha ancora conquistato il potere in Russia. Ciò avverrà qualche mese dopo con la “Rivoluzione di Ottobre”, che segna l’inizio della diffusione nel mondo di una filosofia politica, che si propone di scardinare i fondamenti dell’ordine naturale e cristiano. «Per la prima volta nella storia – affermò Pio XI nella sua enciclica Divini Redemptoris del 19 marzo 1937 – stiamo assistendo ad una lotta freddamente voluta e accuratamente preparata dall’uomo contro tutto ciò che è divino (2 Tess. 1, 4)».  Non c’è stato nel Novecento crimine analogo al comunismo, per lo spazio temporale in cui si è disteso, per i territori che ha abbracciato, per la qualità dell’odio che ha saputo secernere. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica questi errori si sono come liberati dall’involucro che li conteneva, per propagarsi come miasmi ideologici a tutto l’Occidente, sotto forma di  relativismo culturale e morale.

Gli errori del comunismo sembrano essere penetrati all’interno della stessa Chiesa cattolica. Papa Bergoglio ha recentemente ricevuto in Vaticano gli esponenti dei cosiddetti “movimenti popolari”, rappresentanti della nuova sinistra marx-ecologista, e ha espresso la sua simpatia verso i regimi filo-marxisti dei fratelli Castro a Cuba, di Chávez e Maduro in Venezuela, di Morales in Bolivia, di Rafael Correa in Ecuador, di José Mujica in Uruguay, dimenticando le parole di Pio XI che, nell’enciclica Divini Redemptoris del 19 marzo 1937, definiva il socialcomunismo come «intrinsecamente perverso».

Il messaggio di Fatima rappresenta un antidoto alla penetrazione di questi errori. Sei Pontefici hanno riconosciuto e onorato le apparizioni della Cova da Iria. Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI visitarono il Santuario da Papi, mentre Giovanni XXIII e Giovanni Paolo I vi si recarono quando erano ancora il cardinale Roncalli e il cardinale Luciani. Pio XII vi inviò il suo delegato, il cardinale Aloisi Masella.

Chi non è mai stato a Fatima non perda l’occasione di andarci, nel centenario di quest’evento. Chi è già stato una o più volte, faccia come ho fatto io: ci ritorni. Non troverà, almeno fino a Pasqua, una grande massa di pellegrini. Ignori il nuovo santuario, che nella sua bruttezza ricorda quello di san Pio da Pietrelcina a San Giovanni Rotondo, e limiti la sua visita alla cappellina delle apparizioni, al vecchio santuario, che ospita le spoglie dei beati Giacinta e Francesco, e al colle del Cabeço dove, nel 1916, l’Angelo del Portogallo anticipò le apparizioni ai tre pastorelli. Fatima svela ai suoi devoti la portata della tragedia del nostro tempo, ma apre anche i cuori ad una invincibile speranza nel futuro della Chiesa e della società intera.

 

Radici cristiane: https://www.radicicristiane.it/2017/04/editoriali/fatima-porta-della-speranza/

Argomento: Madonna

La strage di Tanta e di Alessandria è un brusco richiamo alla realtà per papa Francesco, alla vigilia del suo viaggio in Egitto. Gli attentati in Medio Oriente, come in Europa, non sono sciagure naturali, evitabili con incontri ecumenici, come quello che papa Bergoglio avrà il 28 aprile con il Grande Imam di Al-Azhar, ma sono episodi che ci ricordano l’esistenza sulla terra di profonde divisioni ideologiche e religiose che possono essere sanate solo dal ritorno alla verità.

E la prima verità da ricordare, se non si vuole mentire a sé stessi e al mondo, è che gli attentatori di Alessandra e di Tanta, come quelli di Stoccolma e di Londra, non sono squilibrati o psicolabili, ma portatori di una visione religiosa che dal VII secolo combatte il Cristianesimo. Non solo l’Europa, ma l’Occidente e l’Oriente cristiano, hanno definito nei secoli la propria identità difendendosi dagli attacchi dell’Islam, che non ha mai rinunciato alla sua egemonia universale.

Diversa è l’analisi di papa Francesco che, nell’Omelia della Domenica delle Palme ha ribadito la sua vicinanza a coloro che «soffrono per un lavoro da schiavi, soffrono per i drammi familiari, per le malattie. Soffrono a causa delle guerre e del terrorismo, a causa degli interessi che muovono le armi e le fanno colpire».

Alzando quindi gli occhi dal foglio, il Papa ha aggiunto: preghiamo anche per la conversione del cuore «di quelli che fanno e trafficano le armi». Papa Bergoglio ribadisce quanto ha spesso dichiarato: non è né l’Islam in sé stesso, e neppure una sua deviazione a minacciare la pace nel mondo, ma gli “interessi economici” dei trafficanti di armi.

Nell’intervista con il giornalista Henrique Cymerman, pubblicata sul quotidiano catalano La Vanguardia il 12 giugno 2014, Francesco aveva affermato: «Scartiamo un’intera generazione per mantenere un sistema economico che non regge più, un sistema che per sopravvivere deve fare la guerra, come hanno fatto sempre i grandi imperi. Ma, visto che non si può fare la terza guerra mondiale, allora si fanno guerre locali. E questo cosa significa? Che si fabbricano e si vendono armi, e così facendo i bilanci delle economie idolatriche, le grandi economie mondiali che sacrificano l’uomo ai piedi dell’idolo del denaro, ovviamente si sanano».

Il Papa non sembra credere che si possa scegliere di vivere e di morire per inseguire un sogno politico o religioso. Ciò che muove la storia sono gli interessi economici che un tempo erano quelli della classe borghese contro la classe proletaria, oggi sono quelli delle multinazionali e dei paesi capitalisti contro “i poveri della terra”. A questa visione degli eventi, che discende direttamente dall’economicismo marxista, si contrappone oggi quella geopolitica del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e del presidente della Federazione Russa Vladimir Putin.

Trump e Putin, hanno riscoperto gli interessi nazionali dei rispettivi paesi e sullo scacchiere del Medio Oriente combattono una dura partita sul piano diplomatico e su quello mediatico, non escludendo di trasporla sul piano militare. L’Islam agita a sua volta lo spettro della guerra religiosa nel mondo.

Quali sono le parole che, alla vigilia della Santa Pasqua, i fedeli attendono dal Capo della Chiesa cattolica? Aspettiamo di sentirci dire che le vere cause delle guerre non sono né di ordine economico, né di ordine politico, ma innanzitutto di ordine religioso e morale. Esse hanno le loro origini più profonde nel cuore degli uomini e la loro radice ultima nel peccato. È per redimere il mondo dal peccato che Gesù Cristo ha sofferto la sua Passione, che oggi è anche la Passione di una Chiesa perseguitata in tutto il mondo.

Nella preghiera per la pace che compose l’8 settembre 1914, non appena esplose il primo conflitto mondiale, Benedetto XV esortò a implorare privatamente e pubblicamente «Dio, arbitro e dominatore di tutte le cose, affinché, memore della sua misericordia, allontani questo flagello dell’ira con il quale fa giustizia dei peccati dei popoli. Imploriamo che nei nostri voti comuni ci assista e favorisca la Vergine Madre di Dio, la cui faustissima nascita, che celebriamo in questo stesso giorno, rifulse al travagliato genere umano come aurora di pace, dovendo ella dare alla luce Colui nel quale l’eterno Padre volle riconciliare tutte le cose, “rappacificando con il sangue della sua croce sia le cose che sono sulla terra, sia quelle che sono nei cieli” (1 Col. 1, 20)».

È un sogno immaginare che un Papa possa rivolgere all’umanità parole di questo genere in una situazione internazionale tempestosa come quella che oggi viviamo?

(Roberto de Mattei, Il Tempo, 10 aprile 2017)

Argomento: Fede e ragione

 Marciare per salvare la Civiltà. Il perché di una scelta.

 

Per il sesto anno di seguito, l’Italia è in recessione. Lo ha certificato anche l’ISTAT ma pochi giornali ne hanno parlato: TelevideoRai ha riportato la notizia nelle rubriche secondarie e non nella celebre pagina ‘103’ dove vanno a finire le notizie più importanti e clamorose.

Solamente Avvenire se n’è accorto e, ad onor del vero, è dal novembre/dicembre che cerca di sensibilizzare la società e gli altri media su questa tematica fornendo studi, cifre, dati, riflessioni di esperti. Perché è stata scelta questa linea editoriale da parte dell’intero mondo dell’informazione italiano? Perché, attenzione, l’Italia non è in recessione economica per il sesto anno di seguito: l’Italia è in recessione demografica!

Non solo gli italiani non procreano più, ma neanche adottano più bambini (in particolare nel sistema delle adozioni internazionali). Se Atene piange, inoltre, Sparta non ride: anche gli stranieri infatti procreano sempre di meno. E l’ISTAT per far ingollare meglio la pillola non parla più di abitanti ma di residenti, falsando cioè il dato reale in quanto (non neghiamolo) il concetto di residenza e di domicilio in Italia sono agli antipodi una dall’altra. Allo stesso modo, probabilmente per la prima volta, per non mostrare il vero e proprio vuoto che si sta creando tra la popolazione italiana l’ISTAT si esprime in termini percentuali millesimali, abbandonando la tipica percentuale a due zeri che ci hanno insegnato alle elementari. Oltre a questo, aumenta di anno in anno il numero dei morti che, ormai, ha superato anche le cifre spaventose degli anni 1916/1917: poiché in quel biennio ci furono le più dure battaglie della Grande Guerra cosicché lo scenario è ancora più preoccupante e logicamente assurdo. Ormai l’indice di sostituzione (il fatto cioè che ogni anno ad ogni morto corrisponda almeno un nuovo vivo) è semplice teoria dei manuali statistici: la realtà ci dice altro.

La domanda di sopra, tuttavia, rimane: perché non si dà importanza ad una notizia (ormai una vera e propria “serie storica”) che riguarda sia il presente che il futuro, prossimo come anteriore, di tutta la Nazione? La verità, come accade spesso, è tanto semplice quanto amara: è meglio tacere questi argomenti, o parlarne velocemente, perché altrimenti bisognerebbe richiudere il Vaso di Pandora da cui sono usciti fuori tutti i problemi che ci stanno portando sempre più ad una vera e propria era glaciale demografica che sembra non avere fine e che sarà sempre più drammatica. Ogni anno spariscono dal nostro Paese intere comunità, e quelle che resistono invecchiano sempre di più. I legami si spezzano e tra poco non sarà strano trovare persone che vivranno senza avere accanto né familiari diretti né parenti più o meno prossimi.

Noi stiamo assistendo ai frutti di una cultura individualistica, nonché radicalmente pessimista e/o nichilista, ed il più lontana possibile da una concezione di identità e comunità aristotelicamente intesa: l’uomo non è più un animale politico, cioè sociale, ma bensì la concretizzazione del celebre assioma di Lucrezio ed Hobbes homo homini lupus. Ci troviamo dinanzi ad una vera e propria cultura della morte che, volenti o nolenti, ci condiziona in ogni nostro agire e di pensare. Non dobbiamo meravigliarci infatti se in Italia non si procrea più e se non ci si cura dell’aumento vertiginoso degli anziani se, infatti, fin da piccoli siamo portati a considerare come modelli da seguire delle persone che a 40 o 50 anni (se non ancora di più) ancora non hanno legami stabili e rifiutano categoricamente di sostenere una gravidanza preferendo invece ricorrere a scappatelle di ogni genere, purché ovviamente di breve durata, per poter soddisfare i propri bisogni affettivi e sessuali.

Non ci si deve meravigliare se in Italia c’è l’inverno demografico quando consideriamo che i prodotti anticoncezionali (rivolti sia ad un pubblico femminile che maschile) siano a disposizione anche nei bagni pubblici delle stazioni e degli autogrill (cosa anche molto discutibile: se entro in un bagno pubblico, magari a pagamento, non penso che avrò da espletare funzioni sessuali). Non dobbiamo meravigliarci di quanto detto sopra perché esiste una legge, la celeberrima 194, che permette di uccidere il frutto del rapporto tra un uomo ed una donna: come si può parlare di tutela della vita se una Legge dello Stato ha depenalizzato ed esteso l’aborto anche a soggetti che preferiscono andare a fare la bella vita piuttosto che prendersi cura di una creatura appena nata? Come è possibile non capire la stretta connessione che esiste tra il tracollo del numero dei matrimoni cioè della formazione di una coppia stabile, nucleo fondamentale della comunità più ampia che è la Nazione? Come è possibile non vedere la correlazione tra l’aumento vertiginoso dei rapporti sessuali consumati occasionalmente e l’assenza di gravidanze tra i giovani? Come è possibile non considerare che le cosiddette precauzioni durante questo tipo di rapporti sono essenzialmente precauzioni di natura anti-concezionale? E come si possono spacciare per farmaci quelli che sono dei veri e propri veleni?

Se ci trovassimo in ambito fitosanitario o veterinario, ad esempio, i prodotti di sterilizzazione sarebbero vietati all’uso comune: nel caso umano, invece, vengono venduti liberamente, spesso anche senza ricetta di prescrizione. Di cosa dobbiamo meravigliarci se ormai la figura sociale, culturale e professionale delle escort e dei gigolò è ormai entrata nel linguaggio comune delle persone e viene riproposta a piè sospinto, e sempre senza alcun tipo di giudizio bensì in maniera sempre positiva e propositiva, nella gran parte delle produzioni televisive e cinematografiche italiane, in particolare prodotte o trasmesse dalla RAI? Come si può minimamente immaginare di crescere, e per tutta la vita, un frugoletto fin dal concepimento se (in particolare dall’approvazione della Legge sul Divorzio) si sostiene in tutti i modi che i legami più sono liquidi più saremo felici?

Come è possibile invogliare i giovani a procreare se esiste una legge (la famosa 40) che permette di ricorrere a qualsiasi tecnica pur di avere figli anche in un’età considerata generalmente e scientificamente non fertile? In che modo si può concepire un figlio, che sarà della coppia per tutta la loro vita, e non a tempo o solo quando se ne ricorderanno, se l’età media dei rapporti di matrimonio diminuisce di anno in anno per la gioia degli avvocati, dei sociologi, dei politici e degli psicologi che ci spiegano che il fatto di rompere la routine di coppia porta grandi benefici sia al corpo che allo spirito dei divorziandi? E come è possibile parlare di vita, e dunque di natalità, se lo Stato si sta impegnando in prima persona per la diffusione, autorizzata!, delle cosiddette droghe leggere? Ma se sono droghe, come possono essere leggere? Esiste per caso un omicidio leggero ed un omicidio pesante? O esiste semplicemente una gradualità nell’efferatezza o nella gravità del reato commesso?

Nei giorni scorsi, come ormai non accadeva da diverso tempo, si è tornato a parlare della condizione della vita umana, della sua fragilità e del rapporto tra la vita e la morte sia all’origine della vita sia alla sua fine: eutanasia, aborto, fecondazione in vitro, creazione di ibridi e concepimenti completamente artificiali. Tutto insieme, letteralmente. Non è stato un confronto facile né tanto meno pacifico. Si è parlato spesso più con la pancia che con la ragione. Sono stati fatti paragoni a momenti tristi della storia umana, e si è cercato anche di immaginare un futuro diverso da quello che si pensava di poter vivere fino a pochi(ssimi) anni fa.

Sono state messe in contrapposizione società e legge, fede e ragione, cultura elitaria e cultura popolare, partiti di destra e partiti di sinistra, medicina ed etica. Ci si è accapigliati, scontrati, anche presi a male parole per (siamo sinceri) non risolvere granché del grande mistero che abbiamo dinanzi. Perché di questo si tratta, ci piaccia o non ci piaccia: la vita (ed in particolare la vita umana) è un mistero. E come tale fino a pochi anni fa era vista, osservata, ammirata, studiata, venerata.

Ma ora non è così: si sono ribaltati completamente sia i giudizi che il metro di paragone per parlare e valutare questo mistero. Si ama e si desidera, per sé ma soprattutto per gli altri, ciò che era considerato impensabile mettendo insieme, anche lessicalmente, nozioni agli antipodi ed concettualmente stridenti come diritto e morte. E lo si fa nei bar, nelle piazze, nei circoli culturali, con gli amici, sulle riviste di moda, nei giornali, nei video di YouTube, finanche in Parlamento. E tutto come se fosse una cosa normale e senza conseguenze più o meno pesanti, più o meno evidenti. Ma su una cosa concordano tutti gli attori in scena: si tratta di un cambiamento epocale della società (e quindi della cultura e dei giudizi, senza contare il modo di intendere la propria identità, la propria storia, il modo di immaginare il proprio futuro) paragonabile ad una vera e propria rivoluzione. E questa rivoluzione coincide con il Vaso di Pandora cui accennavamo sopra.

Combattere la cultura della morte significa combattere in favore della cultura della vita, alzando lo stendardo dell’amore per propria Patria, per i propri concittadini, per le future generazioni come anche per le categorie più svantaggiate e deboli. Dobbiamo ammettere infatti che se la cultura della morte dilaga è anche perché non si è saputo proporre, ed anche difendere, efficacemente la cultura della vita.

Fare questo significa affermare verità scomode che nessuno vuole ascoltare: e per farsi sentire allora bisogna gridare. E la storia e l’esperienza ci insegnano che non c’è grido più efficace che quello elevato durante una marcia: la storia dei sindacati, dei partiti politici, dei gruppi religiosi, dei gruppi per i diritti civili etc è piena di manifestazioni di questo tipo che hanno spesso portato a grandi conquiste per tutta l’umanità.

C’è la possibilità di marciare per dire NO alla cultura della morte e SI alla cultura della vita: è la Marcia per la Vita che si svolgerà a Roma il 20 Maggio prossimo. La risposta alla negatività sarà la nostra personale risposta affermativa alla vita per mezzo del nostro grido a squarciagola.

Che aspetti? Vieni anche tu a marciare e gridare con noi il tuo personale SI ALLA VITA.

Di Francesco Del Giudice per campariedemaistre.com

Argomento: Vita


 

di Riccardo Cascioli
22-03-2017

 

C'è un’aria sempre più pesante nella Chiesa: chiunque osi soltanto mostrare qualche perplessità su alcuni interventi di papa Francesco o semplicemente ribadisca le verità di fede che la Chiesa ha sempre annunciato, finisce nel mirino dei nuovi giacobini. L’ultimo in ordine di tempo a fare le spese di questo clima è il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Gerhard Muller, che sarà questa sera a Trieste per un incontro nel quadro dell’iniziativa della cattedra di san Giusto.

Ebbene il suo arrivo è stato preceduto da una lettera di protesta del solito gruppetto catto-comunista, a cui ha fatto da sponda il quotidiano locale (laicista) Il Piccolo: “Raccolta firme contro l’arrivo del cardinale anti-Bergoglio”, titolava il giornale. Inutile ribadire che mai il cardinale Muller si è voluto porre contro il Papa, ma ormai basta affermare la centralità della dottrina nell’appartenenza alla Chiesa per scatenare la caccia alle streghe. E siccome non lo si può dire apertamente, si usa come pretesto la questione pedofilia: in questo caso Muller è diventato il capro espiatorio per le rumorose dimissioni di una vittima di abusi sessuali dalla commissione ad hoc istituita dal Papa (e ci sarebbe da riflettere sull’uso che si sta facendo di un dramma come la pedofilia per regolare i conti con vescovi non proprio in linea con l’attuale pontificato).

Il caso di Trieste comunque è grave, meriterebbe un intervento deciso da parte della Sala Stampa della Santa Sede, ma chissà perché ci sentiremmo di scommettere sul silenzio. Forse perché ultimamente assistiamo, ad esempio, a continue e impunite esternazioni imbarazzanti contro i cardinali che hanno firmato i Dubia, anche ad opera di persone ritenute vicine al Papa. È il caso presentato nei giorni scorsi dal vaticanista Sandro Magister, che ha pubblicato alcuni stralci degli interventi del vescovo Bruno Forte e dello storico della Chiesa Alberto Melloni lo scorso 9 marzo a Roma, in occasione di una conferenza. Se Forte ha indicato i seminatori di dubbi quale causa di «insicurezze e divisioni tra i cattolici e non solo», Melloni l’ha buttata sulla derisione definendo i cardinali «quattro ciliegie che si credono la metà del ciliegio».

Il 25 febbraio c’era stato invece un attacco pesante di don Vinicio Albanesi, fondatore della comunità di Capodarco, che ricevuto in udienza con la sua comunità, aveva invitato il Papa a lasciare perdere «quanti cincischiano con i dubia. Sono un po’ farisei e nemmeno scribi, perché non capiscono la misericordia con cui lei suggerisce le cose. Lei abbia pazienza. È una fatica, ma noi siamo con lei e la sosterremo sempre». Incredibile che si possa parlare così pubblicamente di cardinali davanti al Papa, ma c’è da dire che da parte del Pontefice non c’è stata alcuna reazione.

Un silenzio che può essere interpretato in modi diversi, ma certamente c’è chi lo capisce come un segnale che certi insulti si possano rivolgere tranquillamente. E si comporta di conseguenza. Del resto, duole dirlo, lo stesso papa Francesco nella recente intervista al giornale tedesco Die Zeit, ha espresso parole ben poco lusinghiere nei confronti del cardinale Raymond Burke. Il tema era la vicenda dell’Ordine di Malta, ma l’accusa di incapacità rivolta a quello che resta nominalmente il cardinale patrono dei cavalieri di Malta, è senza precedenti.

Ai Dubia dunque non arrivano risposte, in compenso arrivano insulti a chi li ha formulati. E soprattutto accuse di disobbedienza, di ostilità nei confronti del Papa, di seminatori di zizzania e via di questo passo. Ma per capire questi attacchi vale la pena ricordare chi sono i nuovi inquisitori. Abbiamo citato Alberto Melloni, persona che si picca di essere molto vicino a papa Francesco, e sicuramente tra i più insistenti nell’insulto ai cardinali dei Dubia.

Nell’incontro pubblico di cui all’inizio dell’articolo, Melloni dopo aver definito come «improprio lo strumento stesso delle domande fatte al Papa», afferma che vescovi e cardinali non hanno il diritto di trattare il Papa da imputato. Ora, a parte che i Dubia sono uno strumento previsto e molte volte usato per chiarire il senso di alcuni documenti e non solo; e a parte che nessuno ha trattato il Papa da imputato, bisogna ricordare che il Melloni oggi “papista” è lo stesso Melloni firmatario di un documento di aperta contestazione a san Giovanni Paolo II.

Correva l’anno 1989, Giovanni Paolo II era papa da 11 anni, e teologi e intellettuali di sinistra non potevano sopportare un’interpretazione del Concilio Vaticano II che non andasse nel senso di una rottura con la Chiesa precedente e della fondazione di una nuova Chiesa. Meno che mai potevano sopportare che il Papa nominasse dei vescovi non in linea con la rivoluzione in corso. Così dopo un durissimo testo del teologo moralista Bernard Haring (sarà un caso che ora sta tornando di moda?) che contestava il Papa in materia di morale sessuale, nel gennaio 1989 esce la Dichiarazione di Colonia, un attacco frontale al Papa firmato da 162 teologi di lingua tedesca. Iniziativa che viene poi replicata in Olanda, Spagna, Francia, Belgio e altri paesi.

E in maggio è seguita dalla Lettera ai cristiani di 63 teologi italiani, che non riconoscendosi nel Magistero di Giovanni Paolo II decidono di farsi loro stessi magistero rivolgendosi direttamente al popolo di Dio. Non solo Melloni è tra i firmatari: ovviamente ci sono i suoi soci della “Scuola di Bologna”, il fondatore Giuseppe Alberigo in testa; c’è il priore della Comunità di Bose Enzo Bianchi, c’è l’attuale vice-presidente della Conferenza episcopale italiana e vescovo di Novara Franco Giulio Brambilla; ci sono i nomi più noti della teologia italiana, i cui testi tuttora fanno scuola nei seminari e nelle università pontificie. E molti di loro sono fra gli attuali “papisti”, censori e fustigatori di quanti ricordano che non esiste la Chiesa di Francesco ma esiste la Chiesa di Cristo.

Ma basta dare un’occhiata alle rivendicazioni di allora per capire cosa sta accadendo oggi: la richiesta di una “svolta pastorale”, libertà dei teologi dal Magistero, nomine dei vescovi fatte dal basso (ovviamente solo se progressiste), lo “spirito del Concilio” contro “la lettera del Concilio”, autonomia delle Chiese locali da Roma.

Allora c’era Giovanni Paolo II; adesso che c’è papa Francesco bandiera della “svolta pastorale”, invece gli stessi personaggi invocano il centralismo romano, nomine dei vescovi dall’alto in barba a tutte le procedure tradizionali, obbligo di una sola linea teologica, punizione severa per chiunque intendesse obiettare.

È l’evidenza che le posizioni di certi “papisti”, turiferari e guardiani della rivoluzione, non hanno niente a che vedere con l’amore per la Chiesa e per l’unità intorno al Papa: è solo un’operazione ideologica per fare avanzare un’agenda che rompe con la tradizione, al fine di affermare una “nuova Chiesa del popolo”. E si sa, quando il popolo lo vuole, non c’è spazio per Dubia.

 

http://www.lanuovabq.it/it/stampaArticolo-insulti-ai-cardinali-e-nuova-chiesa-del-popolo--19320.htm

Argomento: Chiesa

 La legge in discussione sul fine vita non è accettabile Dichiarazione dell’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi, Presidente dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân

05-04-2017 - di S. E. Mons. Giampaolo Crepaldi

 
Il nostro Osservatorio segue l’evoluzione del disegno di legge cosiddetto sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT) e, quindi, sul “fine vita”.

Nella sua prolusione del 20 marzo scorso, il Cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei Vescovi italiani, ha avuto parole chiare sul problema etico dell’eutanasia in generale e sulla legge in discussione in particolare: «La legge sul fine vita, di cui è in atto l’iter parlamentare, è lontana da un’impostazione personalistica; è, piuttosto, radicalmente individualistica, adatta a un individuo che si interpreta a prescindere dalle relazioni, padrone assoluto di una vita che non si è dato. In realtà, la vita è un bene originario: se non fosse indisponibile tutti saremmo esposti all’arbitrio di chi volesse farsene padrone. Questa visione antropologica, oltre ad essere corrispondente all’esperienza, ha ispirato leggi, costituzioni e carte internazionali, ha reso le società più vivibili, giuste e solidali. È acquisito che l’accanimento terapeutico – di cui non si parla nel testo – è una situazione precisa da escludere, ma è evidente che la categoria di “terapie proporzionate o sproporzionate” si presta alla più ampia discrezionalità soggettiva, distinguendo tra intervento terapeutico e sostegno alle funzioni vitali. Si rimane sconcertati anche vedendo il medico ridotto a un funzionario notarile, che prende atto ed esegue, prescindendo dal suo giudizio in scienza e coscienza; così pure, sul versante del paziente, suscita forti perplessità il valore praticamente definitivo delle dichiarazioni, senza tener conto delle età della vita, della situazione, del momento di chi le redige: l’esperienza insegna che questi sono elementi che incidono non poco sul giudizio. La morte non deve essere dilazionata tramite l’accanimento, ma neppure anticipata con l’eutanasia: il malato deve essere accompagnato con le cure, la costante vicinanza e l’amore. Ne è parte integrante la qualità delle relazioni tra paziente, medico e familiari».

Dal punto di vista strettamente giuridico, merita grande attenzione la Dichiarazione del Centro Studi Rosario Livatino, firmata da 250 giuristi, che ha denunciato, con precisione incontestabile, che il testo di legge è a contenuto eutanasico.

La legge in discussione in Parlamento trasforma le “Dichiarazioni” anticipate di trattamento in “Disposizioni” cui il medico non potrà sottrarsi; non tiene conto che nelle diverse situazioni di vita il giudizio che il paziente dà del suo stato di salute cambia, né considera che spesso i pazienti si dimenticano, nel tempo, di ritirare o variare le dichiarazioni da loro fatte molto tempo prima. Il testo di legge pone dei vincoli alla somministrazione attiva di farmaci, ma non ne pone alla sospensione dei trattamenti, prevede che il tutore possa decidere a suo talento nei confronti della persona interdetta e, nel caso in cui anche il medico sia d’accordo, niente può trattenere anche la sospensione di alimentazione e idratazione. Infine non prevede l’obiezione di coscienza per il medico.

Davanti a questa oggettiva visione delle cose è da considerarsi fuori luogo una diversità di vedute su questo grave argomento all’interno delle associazione cattoliche che più da vicino si occupano di queste problematiche etiche e giuridiche.

La Chiesa si è sempre attenuta ai principi della legge morale naturale e degli insegnamenti del Signore e, su queste tematiche decisive per una società che voglia dirsi umana, ha espresso un insegnamento coerente e preciso. Ad esso bisogna attenersi anche nel momento attuale e in occasione delle nuove sfide legislative.

Si tratta di evitare, in particolare, che entrino nel pensare cattolico i principi individualistici dell’autodeterminazione assoluta, in modo che la verità della persona umana e il suo autentico bene possano guidare anche in futuro l’agire nei confronti dei sofferenti, degli anziani, dei disabili e delle persone giunte al termine della loro vita terrena.

 

da: http://www.vanthuanobservatory.org/notizie-dsc/notizia-dsc.php?lang=it&id=2476

Argomento: Vita

 D'AGOSTINO SU AVVENIRE DIFENDE LA LEGGE SULLE DAT FACENDO FINTA CHE NON SIA EUTANASIA

Così, grazie anche alle ''rassicurazioni'' del quotidiano della Cei, sarà legittimo per legge uccidere persone come Eluana Englaro

 

di Marco Ferraresi

Con uno sconcertante editoriale del professor Francesco D'Agostino, il quotidiano Avvenire - e quindi la Cei - si schiera decisamente a favore dell'attuale proposta di legge sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat) in discussione alla Camera (per quanto migliorabile), e critica pesantemente quanti si oppongono alla legge e la considerano il primo passo verso la legalizzazione dell'eutanasia. D'Agostino - che scrive in qualità di presidente dell'Unione Giuristi Cattolici Italiani (Ugci), organismo sotto la diretta tutela del segretario della CEI, monsignor Nunzio Galantino - sostiene la necessità di una buona legge sul fine vita e quella attualmente in dicussione per lui evidentemente lo è, seppure sia da emendare in alcuni punti. Si tratta di una posizione che non solo non è condivisa dalla maggioranza dei medici, ma neanche da quella dei giuristi cattolici. E infatti l'uscita di D'Agostino ha provocato l'immediata presa di distanza da parte di Marco Ferraresi, membro del Comitato centrale dell'Ugci, che nella lettera aperta che qui pubblichiamo contesta a D'Agostino le sue affermazioni.

CARO D'AGOSTINO, SULLE DAT NON MI RAPPRESENTI
In un articolo pubblicato su Avvenire il 30 marzo, il Presidente dell'Unione Giuristi Cattolici Italiani, Francesco D'Agostino, ritiene che la proposta di legge sul fine vita "non è in alcun modo finalizzata a introdurre in Italia una normativa che legalizzi l'eutanasia". Chi ritiene il contrario leggerebbe il testo "in modo forzato", analogamente a quanto farebbe un interprete "subdolo e malevolo".
Quale membro del Consiglio centrale dell'Unione Giuristi Cattolici Italiani mi dissocio dalle considerazioni del Presidente, che dimostra a mio avviso di non aver compreso il testo della proposta di legge. Esso introdurrebbe, eccome, l'eutanasia nel nostro ordinamento. Lo argomenta bene l'appello del Centro Studi Livatino firmato da oltre 250 giuristi. Tra i profili critici delle riflessioni di D'Agostino, ne sottolineo tre.
In primo luogo, la proposta di legge snatura la professione medica, conferendo al paziente un potere sulle determinazioni del medico: il testo della proposta infatti prevede il diritto del paziente di dettare "disposizioni" di trattamento, che il professionista sarebbe obbligato ad eseguire.
In secondo luogo, il testo in discussione alla Camera prevede sì alcuni limiti alla volontà del paziente (la non contrarietà a norme legali, alla deontologia e alle buone prassi clinico-assistenziali). Ma questi limiti - a parte la loro genericità e dunque manipolabilità in sede giudiziale - sono contemplati unicamente per la richiesta positiva di applicazione di trattamenti sanitari. Al contrario, i limiti non operano con riguardo, in negativo, al "diritto" del paziente di rifiutare o interrompere le terapie e finanche l'idratazione e l'alimentazione artificiali (si v. gli artt. 1, comma 7, e 3, comma 4), queste ultime considerate tout court delle terapie. Con la conseguenza che il medico potrebbe essere costretto dal paziente ad atti eutanasici anche commissivi (per es. togliere una flebo contenente un antibiotico di rilievo vitale).
In terzo luogo, l'articolo di D'Agostino tace su altri profili gravi del testo in discussione, come l'eutanasia di minori e incapaci, decidibile dai genitori e tutori, a meno che un medico non si opponga e il giudice dia ragione al medico (cfr. art. 2).
Che proprio il Presidente dell'Unione Giuristi Cattolici Italiani si esprima in questo modo su punti così delicati, che ineriscono al diritto alla vita e al comandamento di non uccidere, non può che suscitare dolore e sconcerto.


Nota di BastaBugie: sono passati solo nove mesi dall'approvazione della Legge Cirinnà e, in barba a tutti i "paletti", la totale equiparazione tra Unioni Civili e Matrimonio è già avvenuta. Lo dimostrano le sentenze degli ultimi giorni: utero in affitto e adozione tout court per le coppie gay. C'è da stupirsi? Niente affatto. E' accaduto esattamente lo stesso per aborto, divorzio e fecondazione assistita. La morale è semplice: sui principi non negoziabili non si può accettare alcun compromesso politico. Eppure la Cei e i parlamentari cattolici non vogliono capirlo e sul "fine vita" stanno ripetendo lo stesso errore.

Tutto questo lo spiega bene Riccardo Cascioli nel seguente video della durata di tre minuti e mezzo:
https://www.youtube.com/watch?v=SUU07HhAOQw


ORA PER AVVENIRE VA BENE LA MORTE DI ELUANA ENGLARO
Giacomo Rocchi, Consigliere della Corte di Cassazione, nell'articolo sottostante dal titolo "Ora per Avvenire va bene la morte di Eluana Englaro" spiega come la proposta di legge sulle Dat, se approvata, renderebbe assolutamente legittima la morte di un paziente come Eluana Englaro. Basta leggere gli articoli della proposta e paragonarli a quanto successo allora. Eppure secondo il professor D'Agostino questa non è eutanasia. Così si mente ai lettori di Avvenire.
Ecco dunque l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 1° aprile 2017:
L'articolo del professor Francesco D'Agostino apparso su Avvenire del 30 marzo e già commentato dalla Bussola ieri, contiene un passaggio "pesante": «Il disegno di legge non è in alcun modo finalizzato a introdurre in Italia una normativa che legalizzi l'eutanasia. Questo è ciò che invece sostengono alcuni tra i suoi avversari, ma per farlo devono interpretarlo in modo forzato. Onestà vuole che una legge vada valutata per ciò che dice e non per ciò che potrebbe farle dire un interprete subdolo o malevolo».
Visto che il mio lavoro è di interpretare ed applicare le leggi (non di fare il filosofo), propongo al prof. D'Agostino (e ai nostri lettori) una "prova sul campo" del progetto di legge in discussione: vediamo come funzionerebbe.
Prima, però, faccio una domanda: cosa è avvenuto con l'uccisione di Eluana Englaro? Rispondo: una disabile in stato di incoscienza, dopo essere stata interdetta, è stata fatta morire interrompendo nutrizione e idratazione per decisione del padre/tutore cui hanno dato attuazione medici e paramedici. La disabile non era malata né, tanto meno, prossima alla morte. Io questa la definisco eutanasia: l'uccisione di una disabile decisa da chi riteneva che ella fosse «morta il giorno dell'incidente stradale», resa possibile da un ordine dei giudici e da sanitari che eseguivano la decisione del tutore. Non so come la definisca il prof. D'Agostino.
E allora, vediamo cosa dice l'articolo 2 del progetto di legge: «Il consenso informato della persona interdetta ai sensi dell'articolo 414 del codice civile è espresso o rifiutato dal tutore, sentito l'interdetto ove possibile, avendo come scopo la tutela della salute psicofisica e della vita della persona».
Quindi abbiamo un tutore (come era Beppino Englaro) che può rifiutare le terapie erogate all'interdetta (come era Eluana Englaro). Può rifiutare anche la prosecuzione di nutrizione e idratazione? Certamente sì: lo dice l'art. 1, menzionando «il diritto di revocare in qualsiasi momento (...) il consenso prestato, anche quando la revoca comporti l'interruzione del trattamento, incluse la nutrizione e l'idratazione artificiali».
E i medici, di fronte a questo rifiuto di proseguire nella nutrizione e idratazione, cosa faranno? Il principio generale è che «il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente (e quindi del tutore) di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo»; tuttavia, nel caso degli incapaci, se il tutore «rifiuti le cure proposte e il medico ritenga invece che queste siano appropriate e necessarie, la decisione è rimessa al giudice tutelare su ricorso del rappresentante legale della persona interessata o del medico o del rappresentante legale della struttura sanitaria».
Come funziona questa norma? È semplice: il medico non è obbligato a ricorrere al giudice tutelare se è d'accordo con la decisione del tutore e, quindi, può semplicemente interrompere la nutrizione e idratazione all'incapace, cioè ucciderlo.
Per uccidere Eluana Englaro furono necessari la volontà del tutore di farla morire, diverse pronunce della magistratura (l'ultima quella della Corte d'appello di Milano che diede il via libera finale) e un gruppo di medici e paramedici che concordavano con la decisione di Beppino Englaro e la eseguirono.
Con questa legge, per ottenere lo stesso risultato nei confronti di altri disabili, non sarà necessaria una sentenza dei giudici: basterà un tutore (o il genitore di un minore o di un neonato) e un medico che è d'accordo con lui e che non farà alcuna opposizione; un medico che il tutore potrà scegliere (la scelta del medico curante, come è noto, è libera).
Ci saranno almeno conseguenze penali, verrebbe da dire. La legge, premurosamente, garantisce ai medici che eseguiranno la volontà dei tutori l'esenzione «da responsabilità civile o penale»; esattamente come è avvenuto per la morte procurata di Eluana Englaro.
Il prof. D'Agostino può smentire questa interpretazione? A me non pare «subdola o malevola» e nemmeno forzata: è una piana applicazione del testo di legge.
Ci sarebbero molte altre cose da dire su quell'articolo e soprattutto sulla proposta di legge in discussione: l'appello promosso dal Centro Studi Livatino espone chiaramente i motivi per cui si tratta di un disegno che ha un contenuto nella sostanza eutanasico.
Vorrei soltanto sottolineare un aspetto, che il prof. D'Agostino finge di non comprendere: egli ritiene che la legge in discussione riguardi davvero soltanto i problemi di terapia, i malati gravi e, magari, morenti; quasi che si stia approvando una "normativa di settore", che riguarda poche situazione-limite.
Al contrario, l'eutanasia che si vuole legalizzare (ovviamente senza dirlo) è quella dei disabili, degli anziani (soprattutto se poveri o in stato di demenza), dei neonati "imperfetti" che, forse, "non vale la pena" rianimare per non farli gravare sulla famiglia e sulla società.
In definitiva, il Parlamento ha in mente ciascuno di noi: cosicché, se non saremo stati così sciocchi da firmare una disposizione anticipata di trattamento - il nulla osta ad una rapida liberazione di un posto letto in ospedale o nella casa di riposo ... - rischieremo ugualmente di doverci difendere da tentativi di farci morire in anticipo, con il timbro dello Stato.
«La storia ci impone di avere coraggio», conclude il prof. D'Agostino. È vero: occorre il coraggio della verità integrale (e forse anche il coraggio di dimettersi quando è il momento).

 
Titolo originale: Parola d'ordine: fare finta che non sia eutanasia
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 31/03/2017
Argomento: Vita

 

L’erosione dell’ordinamento sacramentale cattolico in Germania

 

Commento al comunicato stampa
della Conferenza Episcopale Tedesca del 1 febbraio 2017

di Christian Spaemann

E così ci si è arrivati. I vescovi tedeschi hanno fatto qualcosa di cui non avevano assolutamente la potestà: hanno indebolito l’ordinamento sacramentale della Chiesa cattolica. I fedeli in situazioni irregolari, vale a dire in relazioni sessuali stabili al di fuori di un matrimonio sacramentale, avranno la possibilità di ricevere i sacramenti. Quel che qui conta è «rispettare … la loro decisione di ricevere i sacramenti». I sacerdoti che si attengono alla prassi sinora in vigore, secondo il documento dei vescovi, dovranno far cadere la tendenza a un «giudizio sbrigativo» e a un «atteggiamento rigoristico ed estremo». I vescovi hanno fatto propria la logica di un falso concetto di misericordia, con conseguente caricatura di coloro che seguono il magistero della Chiesa cattolica e la sua intrinseca ragionevolezza.

Nel loro documento i vescovi tedeschi violano delle norme chiare, che numerosi papi, in particolare Giovanni Paolo II, e il Catechismo della Chiesa Cattolica hanno stabilito in maniera inequivocabile in linea con tutta la tradizione magisteriale della Chiesa. Il richiamo dei vescovi all’esortazione postsinodale “Amoris Laetitia” di papa Francesco, non giustifica questo modo di procedere, dal momento che essa deve essere interpretata alla luce della tradizione. Diversamente, non le si dovrebbe prestare la propria sequela, dal momento che il Papa non sta al di sopra della tradizione magisteriale della Chiesa.

Nella sostanza, il punto è che, secondo l’insegnamento della Chiesa, vi sono norme che valgono senza eccezioni e non sono soggette a valutazioni particolari, che possano, cioè, essere decise caso per caso in maniera diversa. Ciò rientra nella natura stessa della persona umana, cui compete una dignità che impone determinati limiti nell’approccio con se stessi e con gli altri. Rientra qui la sessualità umana, che non può essere strumentalizzata o vissuta al di fuori di certi contesti, senza ferire la propria dignità o risultare colpevole, indipendentemente da come debbano essere valutate le circostanze soggettive e, quindi, la colpa personale. Se qualcuno, per esempio, ha un disturbo cerebrale organico, a causa del quale non può governare i suoi affetti e in conseguenza del quale continua a insultare sua moglie, egli, malgrado questo fatto, finisce lo stesso per macchiare la sua relazione con lei e continuerà a provare dispiacere per come la tratta, anche se non può farci nulla o quasi nulla.

La sessualità umana può essere intesa solo a partire dal suo significato. Secondo la concezione cristiana, essa è espressione della comunione tra uomo e donna, su un piano biologico, corporeo, spirituale e personale, «un simbolo reale della donazione di tutta la persona» (Giovanni Paolo II, esortazione postsinodale “Familiaris Consortio” (FC 80). 
Della persona nella sua integralità fanno parte il passato e il futuro e, pertanto, la donazione di tutta la persona è possibile solo nel pieno coinvolgimento del suo passato e del suo futuro, così come si esprime nel Sì del matrimonio.
Per questa ragione la Chiesa colloca da sempre la sessualità della persona umana nel contesto del matrimonio, come l’unico luogo, dove essa può essere vissuta in corrispondenza con la dignità che Dio ha voluto per essa. Si tratta di un comandamento e non di un ideale, come, invece, si continua a chiamarlo.
Ogni esercizio della sessualità che non corrisponda a questo comandamento costituisce, oggettivamente, una separazione della persona interessata dalla sua vocazione, vale a dire, un peccato.
Su questo non ci sono eccezioni.
Allo stesso modo, i metodi artificiali, che hanno come scopo impedire il concepimento, violano sempre la dignità dell’atto sessuale, perché i partner, in qualche modo, finiscono per considerarsi reciprocamente come oggetto, anche qualora si fosse in  presenza di circostanze difficili e i partner fossero sicuri  di avere delle buone intenzioni l’uno verso l’altro. Il linguaggio del corpo costituisce, infatti, una realtà oggettiva, che non si può travalicare mediante un atteggiamento soggettivo.
Si è qui di fronte al cosiddetto “actus intrinsece malus”. Con questa espressione si intendono atti o contesti di atti che, in nessun caso, possono essere definiti come buoni. Tommaso d’Aquino ha elaborato questo concetto e Giovanni Paolo II lo ha fissato come magistero vincolante della Chiesa nella sua enciclica “Veritatis Splendor” (VS 79). In base ad esso «le circostanze o le intenzioni non potranno mai trasformare un atto intrinsecamente disonesto per il suo oggetto in un atto “soggettivamente” onesto o difendibile come scelta» (VS 81). Questo principio vale in maniera specifica per la sessualità umana.

Un punto decisivo nell’attuale confusione riguardo al magistero ecclesiale in questo ambito sta nella lettura riduttiva delle affermazioni di Giovanni Paolo II nella sua enciclica “Familiaris Consortio” (FC 84). Essa è emersa anzitutto nella Relatio del gruppo sinodale di lingua tedesca, del 21 ottobre 2015, e, successivamente, ha trovato accesso nel documento conclusivo del sinodo. Essa è stata ripetuta in numerose presi di posizione di vescovi e cardinali e ha trovato espressione in AL, ripresentandosi oggi nell’ultimo comunicato stampa della Conferenza Episcopale Tedesca.
Che cosa è accaduto? Nell’articolo 84 FC, trattando dei divorziati risposati, si afferma che si devono «ben distinguere le diverse situazioni».  In questo passo si citano alcune motivazioni, umanamente comprensibili, per cui delle persone sposate, dopo una separazione, avviano una nuova unione. È chiaro che all’allora pontefice premeva richiamare il lato soggettivo delle situazioni coinvolte e una valutazione della responsabilità morale che doveva essere applicata in maniera differenziata ai singoli casi, in maniera tale da sensibilizzare il clero a una pastorale attenta e discreta.
Proprio qui, però, c’è il punto decisivo: Giovanni Paolo II non  ne deduce affatto che nei singoli casi di colpa soggettiva diminuita o superata sia possibile l’accesso ai sacramenti. Al contrario, poche righe più sotto introduce con un chiaro “Nihilominus …” il limite della situazione oggettiva di disordine che vale per tutti coloro che vivono in una tale situazione: «La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Viene, poi, una precisazione decisiva:  i divorziati risposati sono da ammettere ai sacramenti solo se «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi».

Il linguaggio del corpo nella sessualità non può, dunque, essere travalicato semplicemente mediante delle circostanze attenuanti né una situazione oggettiva di peccato può essere legittimata mediante l’amministrazione dei sacramenti. Una differenziazione per casi singoli non è qui possibile. Questo insegnamento e l’ordinamento sacramentale che ne risulta, in accordo con tutta la tradizione magisteriale della Chiesa, è stato espressamente confermato nei successivi documenti del magistero, tra l’altro nel Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC 1650) e nell’esortazione postsinodale di Benedetto XVI “Sacramentum Caritatis” (29).

Questo passaggio decisivo di FC è stato, invece,  sistematicamente tralasciato nei documenti più recenti. Si tratta di un tentativo, chiaramente non trasparente, di armonizzare dei testi contradditori. Invece di prendere posizione rispetto alla netta delimitazione del “Nihilominus”, nei testi pubblicati su questo tema si mantiene la prospettiva soggettiva della situazione irregolare. Si raccomanda, così, un approfondito esame di coscienza, con il quale la persona coinvolta, nel cosiddetto “forum internum”, l’ambito della coscienza individuale, dovrebbe riflettere sul passato e sul presente delle proprie relazioni (tra gli altri AL 300). In tal modo si desta l’impressione che la volontà di far luce e rielaborare le conseguenze morali e psicologiche di un divorzio e di un nuovo matrimonio civile, come, per esempio, il  chiarimento delle responsabilità nei confronti del partner precedente o della relazione con i figli nati dal primo matrimonio, possa essere presupposto sufficiente per l’ammissione ai sacramenti. 

Secondo l’insegnamento della Chiesa, invece, in casi simili tali premesse sussistono solo quando siano rispettati i criteri oggettivi dell’ordinamento cristiano della vita, vale a dire o l’astinenza sessuale o la non validità del matrimonio sacramentale, magari dimostrabile solo nel foro interno. Proprio qui sta la linea di rottura con l’insegnamento della Chiesa, che, esattamente in questo punto non viene affatto portato al suo sviluppo o approfondita, come continuamente si sostiene.

La logica interna di una pastorale della misericordia, unicamente orientata alla soggettività dei fedeli, porta di per sé molto oltre la questione dei divorziati risposati civilmente. Nei corrispondenti documenti, come, per esempio, nella Dichiarazione dei vescovi tedeschi, si continua,  difatti, a parlare di «situazioni irregolari». Coloro che «non sanno ancora decidersi per il matrimonio» vengono, a loro volta, citati in questo contesto. Appare allora del tutto conseguente che anche la LGTB-Community voglia prendere la parola nella Chiesa e pretenda che sia allentata la disciplina per ciò che la compete (https://newwaysministryblog.wordpress.com/2017/01/23/instructions-on-amoris-laetitia-from-maltas-bishops-can-inform-lgbt-issues-too/, vgl. hierzu auch http://www.kath.net/news/57028). Perché, del resto, dovrebbero essere esclusi?  Ovviamente questo tipo di sviluppo non si ferma nemmeno davanti all’enciclica “Humanae Vitae” di Paolo VI, che viene messa in dubbio nella sua non equivocabilità (Instrumentum laboris 2016, Art. 137; cfr., qui, anche http://www.kath.net/news/54124).

Le conseguenze del nuovo concetto di misericordia non possono essere limitate al solo ambito delle relazioni di coppia e della sessualità. Così, proprio richiamandosi ad AL, una parte dell’episcopato canadese, ha stabilito di concedere l’accompagnamento dei sacramenti della Chiesa in prossimità della morte a delle persone che intendono avvalersi del suicidio assistito o dell’eutanasia (https://cruxnow.com/global-church/2016/09/21/canadian-bishops-issue-guidelines-assisted-suicide-cases/).

Ci troviamo solo all’inizio di quanto può svilupparsi da questa concezione della misericordia.  Lungo una simile china scivolosa si può con certezza prevedere che cosa sta per arrivare: si deve solo seguire la logica. Quel che qui accade è fatale anche perché nei relativi documenti ecclesiali non viene più cercato alcun collegamento  ragionevole con la tradizione ecclesiale. Si mette così in questione l’intima unità di fede e ragione. In molti fedeli si fa strada quindi l’impressione di una sorta di possibilità di costruire a piacimento in quel che riguarda la fede, la morale e la pastorale e tutto questo spinge l’avanzata del relativismo. 
All’idea che si va diffondendo che il cristianesimo cattolico  possa elaborare il proprio insegnamento facendo a meno del diritto naturale, dell’antropologia e della coerenza interna dei propri contenuti, sembra ispirarsi il breve tweet del gesuita italiano Antonio Spadaro: «La teologia non è matematica. 2 + 2 in teologia può far 5 … » (Epifania 2017).

La domanda che ora si pone è se i sacerdoti che si attengono all’ordinamento sacramentale della Chiesa sinora tramandato, possano essere definiti come rigoristi, estremisti e privi di misericordia. Questi verdetti colpiscono anche san Giovanni Paolo II e, con lui innumerevoli sacerdoti in tutto il mondo? Ovviamente, no.  Chiarire che esistono dei limiti non è di per sé assenza di misericordia.
Rigorista sarebbe un sacerdote che, per esempio, sottoporre a pressioni, senza considerazione per il contesto e per le conseguenze, una donna risposata, con tre figli, e pretendere che sin da subito si rifiuti al marito, minacciandole l’inferno.
Rigorista sarebbe anche un sacerdote che si rifiutasse di accompagnare pastoralmente, in maniera generica,  una persona che ha deciso di chiedere l’eutanasia. Ben difficilmente si possono negare l’accompagnamento, la benedizione e la preghiera.
Invece, spiegare alla persona interessata perché non può ricevere l’assoluzione sacramentale nella Confessione o la Comunione non ha nulla a che fare con il rigorismo. Conosco sacerdoti che hanno ottimi contatti con delle persone in situazioni irregolari, che le trattano con rispetto, le integrano nella loro parrocchia, senza amministrare loro i sacramenti.

Dei concetti sociologici oggi così frequentemente usati nella Chiesa, come “inclusione” o “nessuno deve essere rifiutato”, soggiacciono spesso a un equivoco di fondo. Se un paziente cerca il mio aiuto come medico, neppure il più radicale sostenitore della psichiatria sociale pretenderebbe da me che io accettassi da prescrivere a quel paziente il farmaco che lui a tutti i costi vuole avere. È da sempre un fatto ovvio e parte della liturgia, sia in Oriente che in Occidente, che i fedeli confessino i loro peccati in forma generale, prima di unirsi al Signore nella Comunione. Prendiamo le distanze dai nostri peccati, ci rivolgiamo al Signore e riceviamo nella Comunione il suo perdono. Nel caso dei peccati gravi il sacramento della Confessione deve precedere la Comunione. È quindi altrettanto ovvio che le persone, che vivono in relazioni sessuali obiettivamente disordinate, non partecipino alla Comunione, qualora, per qualunque ragione si tratti, non si sentano in condizione di rinunciarvi.

È fuori discussione che esistano numerose situazioni di vita, in cui delle relazioni sessuali vengano vissute al di fuori di un matrimonio valido.  A questo proposito c’è, però, una differenza fondamentale se si conserva il timore reverenziale davanti alla santità di Dio e ai suoi comandamenti mediante l’astinenza eucaristica, sperando nella Sua misericordia, o se  ci si arroga il giudizio su se stessi, senza cambiare la situazione di vita che contraddice i comandamenti, pretendendo di discolparsi, mediante la confessione di altri peccati e l’unione con Cristo nella Comunione. La constatazione delle «circostanze attenuanti», vale a dire il giudizio soggettivo di chi amministra e di chi riceve il sacramento, non può passare sopra la situazione oggettiva.
La Chiesa su questo punto non ha affatto la piena potestà. La grazia di Dio non è legata ai sacramenti, ma solo a Lui compete in questi casi il giudizio, e noi non lo conosciamo. «La Tua parola è luce ai miei passi», si legge nel salmo (119, 105). Proprio nei casi in cui alla stessa persona interessata, a chi le sta intorno e a chi l’ha in cura d’anima appare particolarmente difficile vederla come peccato, si dovrebbe tener presente che noi non conosciamo la volontà assoluta di Dio e, quindi, non possiamo superare i limiti del cono di luce che ci è concesso. Qui si richiede l’umiltà, non l’amministrazione dei sacramenti. La misericordia di Dio non può essere imposta per decreti.

L’affermazione dei vescovi tedeschi che nel discernimento riguardo all’amministrazione del sacramento in situazioni irregolari «la coscienza di tutte le persone coinvolte sia da prendere nella massima considerazione», il fatto che i sostenitori del nuovo concetto di misericordia parlino di «situazioni complesse» e la tesi secondo cui non ci sarebbero «soluzioni semplici», appaiono come argomenti mendaci che rendono opachi dei dati di fatto di per sé semplici. 
Perché dovrebbe essere difficile per le persone coinvolte stabilire se vivono in castità o no? Anche chiarire se il matrimonio contratto sacramentalmente sia stato invalido o no è qualcosa che senza particolari strapazzi per la coscienza può essere chiarito con l’aiuto di un esperto canonista. In una delle sue ultime interviste l’anziano e saggio Konrad Adenauer, richiesto circa la sua propensione a semplificare, disse che si devono vedere le cose così profondamente da renderle semplici. Se si rimane solo alla superficie delle cose, esse non sono semplici, ma se si guarda in profondità, allora si vede quel che è reale, e questo – spiegava – è sempre semplice.

Coloro che vogliono allentare l’ordinamento sacramentale cattolico, se si guardano le cose in questo modo, non possono certo richiamarsi alla misericordia divina. In tal caso non si finisce certo per fare il bene delle persone coinvolte. È scandaloso vedere come a questo scopo essi si richiamino al diario della santa suora Faustyna Kowalska. Giovanni Paolo II fu colui che ne riconobbe l’importanza e che canonizzò questa semplice religiosa. Io stesso, qualche anno fa, studiai a fondo questo libro e non vi trovai nemmeno una traccia di incoraggiamento a pretendere di andare oltre i limiti rispetto alla misericordia di Dio fonte di timore e tremore. Al contrario, spirito e lettera di questo scritto si muovono in tutt’altra direzione.

Tutti i fedeli che vivono in relazioni sessuali irregolari, soprattutto coloro che si trovano dalla parte delle vittime, che sono stati feriti, abbandonati, forse persino abusati, e che si sono già sforzati di vivere in castità, in breve, tutti coloro che meritano in maniera particolare la comprensione della Chiesa, sono esortati a non fare uso delle nuove possibilità di ricevere il Sacramento. Essi, mediante l’astinenza eucaristica, possono a loro modo rendere testimonianza alla santità di Dio e dei suoi comandamenti. In tal modo, essi potrebbero anche stare più vicini a Dio di alcuni di coloro che, in nome di una falsa idea di misericordia, vogliono amministrare i sacramenti.

(Traduzione dal tedesco di Giuseppe Reguzzoni http://www.kath.net/news/58530 . da http://www.corrispondenzaromana.it/lerosione-dellordinamento-sacramentale-cattolico-in-germania/)

Argomento: Chiesa

Non è lecito fare la Comunione se si è in peccato mortale.
 Non sono leciti i rapporti sessuali fuori dal matrimonio.
 Non è lecito divorziare e "ri-sposarsi".

 

BEATIFICAZIONE DI LAURA VICUÑA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Colle Don Bosco (Torino) - Sabato, 3 settembre 1988

 

1. “Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli” (Lc 10, 21).

A queste parole del Signore Gesù, l’evangelista aggiunge: “Esultò nello Spirito Santo” (Lc 10, 21).

Desideriamo accogliere nei nostri cuori un raggio di questa esultanza, perché ci troviamo insieme in occasione del centenario della morte di san Giovanni Bosco, al quale si possono riferire in modo particolare tali parole del nostro maestro e salvatore.

Similmente si riferisce a lui anche tutto ciò che leggiamo nell’odierna liturgia, seguendo la prima lettera di san Giovanni: “Ho scritto a voi, figlioli, perché avete conosciuto il Padre . . . colui che è fin dal principio . . . a voi, giovani, perché siete forti, e la parola di Dio dimora in voi e avete vinto il maligno” (1 Gv 2, 14).

Sull’esempio di san Giovanni apostolo ed evangelista, anche san Giovanni Bosco, durante tutti gli anni della sua vita e del suo apostolato ha scritto una lettera: una “lettera viva” nel cuore della gioventù. E l’ha scritta in questa esultanza che è data ai piccoli e agli umili nello Spirito Santo.

2. Questa lettera viva veniva già letta durante la vita e il servizio sacerdotale di san Giovanni Bosco. E la stessa “lettera viva” continua ad essere scritta nei cuori dei giovani, ai quali giunge l’eredità del santo educatore di Torino.

E tale “lettera” diventa particolarmente limpida ed eloquente, quando da quest’eredità di generazione in generazione crescono sempre nuovi santi e beati.

Conosciamo tutti la splendida schiera di anime elette, formatesi alla scuola di don Bosco: san Domenico Savio, il beato Michele Rua, suo primo successore, i beati martiri Luigi Versiglia e Callisto Caravario, santa Maria Domenica Mazzarello, cofondatrice delle Figlie di Maria Ausiliatrice, e oggi anche la giovane Laura Vicuña, che viene elevata agli altari, in occasione del Giubileo salesiano.

3. La nuova beata, che oggi onoriamo, è frutto particolare dell’educazione ricevuta dalle Figlie di Maria Ausiliatrice, ed è perciò significativa parte dell’eredità di san Giovanni Bosco. È giusto quindi rivolgere anche il nostro pensiero all’Istituto delle Suore Salesiane ed alla loro fondatrice, per attingere più profonda devozione ai santi fondatori e nuovo ardore apostolico, specialmente nella formazione cristiana dei giovani.

Misteriosi sono sempre per noi i disegni di Dio, ma alla fine risultano provvidenziali. La giovane Maria Domenica Mazzarello, che ebbe umili origini a Mornese, piccolo paese della diocesi di Acqui, già aveva maturato il proposito di consacrarsi ad una vita di donazione al Signore. Incontratasi con don Bosco, scoprì la sua vocazione definitiva, seguendo l’apostolo della gioventù, il quale desiderava fondare anche un’istituzione femminile. Entrata nell’orbita spirituale e apostolica di don Bosco, Maria Domenica Mazzarello riunì il primo gruppo di religiose a Mornese e il 5 agosto 1872, con la vestizione e la professione, diede inizio ufficiale all’Istituto.

Da quell’inizio, in breve tempo, le fondazioni si susseguirono in Italia, varcando poi anche le frontiere dell’Oceano, con le prime missioni nell’Uruguay e nella Patagonia. Dal giorno in cui la fondatrice, insieme con altre quattordici giovani, si era consacrata al Signore, fino al giorno della sua morte, avvenuta il 14 maggio 1881, erano appena trascorsi nove anni; ma in quel breve spazio di tempo la santa aveva posto le basi di un promettente istituto religioso, che poi si sarebbe sviluppato in modo davvero meraviglioso. “Mi sono offerta vittima al Signore” aveva confidato un giorno ad una giovane missionaria; e don Bosco aveva commentato: “La vittima era gradita a Dio e fu accettata”.

Possiamo dire che questo “spirito” della fondatrice si è mantenuto vivo e ardente nelle Figlie di Maria Ausiliatrice! La fede profonda e convinta, unita ad una fervida e costante devozione a Maria santissima, a san Giuseppe, all’angelo custode; la semplicità di vita, espressa in modo particolare da un energico distacco dai gusti mondani e da una intensa e incessante laboriosità; lo zelo ardente per la formazione e la salvezza delle giovani secondo le direttive del “metodo preventivo”, hanno fatto in modo che in cento e più anni di vita le attività si siano moltiplicate con gli oratori, le scuole di vari ordini e gradi, le opere assistenziali e sociali, gli asili infantili, la cura degli anziani, l’apostolato nelle parrocchie, l’assistenza ai sacerdoti, in cinque continenti, in decine e decine di nazioni, in tutte le lingue, secondo un programma altamente umanitario e profondamente cristiano.

4. In questa atmosfera visse e si perfezionò la giovane Laura Vicuña, “fiore eucaristico di Junín de Los Andes, la cui vita fu un poema di purezza, di sacrificio, di amore filiale”, come si legge sulla sua tomba. Orfana di padre, militare di grande bontà e valore, esule da Santiago del Cile a Temuco, venne ad abitare con la madre e la sorella nel villaggio di Quilquihué, nel territorio argentino di Neuquén. L’ambiente purtroppo - a detta degli storici - era moralmente inquinato; la stragrande maggioranza delle unioni coniugali era irregolare, anche perché, mescolati agli indigeni, vivevano avventurieri, evasi e fuoriusciti. La stessa madre della piccola Laura, entrata a servizio di un “estanciero”, era commiserata sia per la sua infelice convivenza sia per la ferocia dell’uomo a cui si era legata. La piccola Laura trovò ben presto un rifugio spirituale presso le Suore Salesiane, nel piccolo collegio femminile di Junín de Los Andes. Qui ella si preparò alla prima Comunione ed alla Cresima; e qui si accese di ardore per Gesù, tanto da decidere di consacrare a lui la sua vita nell’Istituto di don Bosco, tra quelle suore che tanto l’amavano e l’aiutavano. All’età di dieci anni, ad imitazione di Domenico Savio, di cui aveva sentito parlare, volle formulare tre propositi: “1) Mio Dio, voglio amarvi e servirvi per tutta la vita; perciò vi dono la mia anima, il mio cuore, tutto il mio essere; 2) Voglio morire piuttosto che offendervi con il peccato; perciò intendo mortificarmi in tutto ciò che mi allontanerebbe da voi! 3) Propongo di fare quanto so e posso perché voi siate conosciuto e amato, e per riparare le offese che ricevete ogni giorno dagli uomini, specialmente dalle persone della mia famiglia”.

Nella sua giovane età Laura Vicuña aveva perfettamente compreso che il senso della vita sta nel conoscere ed amare Cristo: “Non amate né il mondo n le cose del mondo!” - scriveva san Giovanni evangelista - “Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui, perché tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. Ed il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno” (1 Gv 2, 15-17).

Laura aveva appunto compreso che ciò che conta è la vita eterna e che tutto ciò che è nel mondo e del mondo passa inesorabilmente. Seguendo poi le spiegazioni del catechismo, comprese la pericolosa situazione in cui si trovava sua madre e, sentendo un giorno dal Vangelo che il vero amore giunge a dare la vita per la persona che si ama, offrì la sua vita al Signore per la salvezza della mamma.

Divenuta poi quella casa un pericolo anche per lei, al fine di difendere la sua innocenza aveva ottenuto dal confessore il permesso di portare un cilicio. Un brutto giorno venne aggredita e malmenata da quell’uomo; il quale, accecato dalla passione, la percosse violentemente e la lasciò tramortita di spavento. Ma aveva vinto lei, la giovane Laura. Questa però ormai, consumata da varie malattie, andava velocemente declinando, confortata dall’Eucaristia e dalla speranza della conversione della mamma. Nell’ultimo giorno della sua vita, poche ore prima di morire, chiamò vicino a sé la mamma e le rivelò il grande segreto: “Sì mamma, sto morendo . . . Io stessa l’ho chiesto a Gesù e sono stata esaudita. Sono quasi due anni che gli offrii la mia vita per la tua salvezza, per la grazia del tuo ritorno. Mamma, prima di morire non avrò la gioia di vederti pentita?”.

A questa rivelazione, serena e confidente, l’animo della madre diede un sussulto: mai avrebbe potuto immaginare tanto amore in quella sua figlia! E spaventata nel conoscere la sofferenza che aveva accettato per lei, promise di convertirsi e di confessarsi. Ciò che fece prontamente e sinceramente. La missione della giovane Laura era ormai compiuta! Ora poteva entrare nella felicità del suo Signore!

5. La soave figura della beata Laura, gloria purissima dell’Argentina e del Cile, susciti un rinnovato impegno spirituale in quelle due nobili nazioni, e a tutti insegni che, con l’aiuto della grazia, si può trionfare sul male; e che l’ideale di innocenza e di amore, seppur denigrato e offeso, non potrà in fine non risplendere ed illuminare i cuori.

6. Il rito della “beatificazione”, che con tanta gioia e solennità stiamo celebrando in questo luogo in cui ha origine una storia di santità, - luogo giustamente denominato “la collina delle beatitudini giovanili” - ci deve anche far riflettere sulla importanza della famiglia nella educazione dei figli e sul diritto che questi hanno di vivere in una famiglia normale, che sia luogo di amore reciproco e di formazione umana e cristiana. Esso è un richiamo per la stessa società moderna perché sia sempre più riguardosa dell’istituto familiare e dell’educazione dei giovani. La beata Laura Vicuña illumini tutti voi, giovani, ed ispiri e sostenga sempre voi, Figlie di Maria Ausiliatrice, che siete state le sue educatrici!.

7. “Gesù esultò nello Spirito Santo”.

Oggi la Chiesa di Cristo - e particolarmente la Famiglia Salesiana - partecipa a questa letizia.

Esultiamo per la elevazione alla gloria degli altari di una figlia spirituale di san Giovanni Bosco, educata nella Congregazione femminile delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Esultiamo in modo particolare con la gioia della vostra madre, santa Maria Domenica Mazzarello. Esultiamo con la vostra gioia, care sorelle!

Ecco, “il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno” (1 Gv 2, 17).

La nuova beata Laura Vicuña ha imparato nella Famiglia Salesiana a fare la volontà di Dio. L’ha imparata da Cristo, mediante questa comunità religiosa, che le ha mostrato la via alla santità.

“Chi ama . . . dimora nella luce” (1 Gv 2, 10).

  San Giovanni Eudes

LA VITA ED IL REGNO DI GESÙ NELLE ANIME CRISTIANE

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PRESENTAZIONE: "Me infelice se non evangelizzo, se non converto".


Nato in Normandia nel 1601 viene ordinato sacerdote nel Collegio dei gesuiti di Caen. Egli è il primo apostolo del culto liturgico ai Sacri Cuori di Gesú e di Maria. Nel 1641 fonda due Congregazioni religiose, una maschile e una femminile, dedicate ai Sacri Cuori. Fondò poi rifugi per togliere le ragazze dalla strada e una Congregazione di Religiose per assisterle, l'ordine di «Nostra Signora della Carità del Rifugio».  Scrive numerose opere, fra cui la più conosciuta e la più considerevole è «Il cuore ammirabile della Madre di Dio». Morì nel 1680.

 

Questo "padre, dottore e apostolo del culto liturgico dei SS. Cuori", come viene chiamato nel decreto di beatificazione (1909), nacque il 14-11- 1601 a Ri, nella diocesi di Sées (Normandia), primogenito dei sette figli di Isacco, coltivatore e chirurgo. Fin dall'infanzia Giovanni si segnalò per il temperamento focoso, ma anche per una rara pietà alla quale dava libero sfogo davanti al tabernacolo e ad un'antica immagine di Maria SS. A nove anni uno dei suoi compagni, in un diverbio, gli diede uno schiaffo. Invece di reagire, il nostro santo si pose in ginocchio e, porgendo l'altra guancia, disse all'insolente: "Se vuoi, percuotimi anche su questa". Fatta la prima comunione (1613), sollecitò il permesso di cibarsi del pane celeste ogni mese.

Dopo che ebbe appreso i primi elementi della grammatica da un sacerdote dei dintorni di Ri, Giovanni fu mandato a Caen, nel collegio che i gesuiti avevano aperto da poco, dove fu sempre tra i primi della classe, e meritò per la grande pietà dai compagni l'appellativo di "il devoto Eudes". Egli fece parte della Congregazione Mariana e a quattordici anni emise il voto di perpetua castità. Considerandosi fidanzato della SS. Vergine passò un anello nel dito di una statua di lei.

Al termine della filosofia il suo direttore spirituale lo assicurò che era chiamato al sacerdozio anche se suo padre gli aveva già cercato la sposa. Ricevuta la tonsura, studiò la teologia e l'apologetica all'università di Caen. Poi, sentendo nascere in sé il desiderio della perfezione religiosa, il confessore lo esortò a entrare nella Società dell'Oratorio di Gesù fondato nel 1611 dal P. de Bérulle per la restaurazione dello stato sacerdotale in Francia. Giovanni Eudes fu ricevuto nel noviziato di Parigi (1623) durante il quale ebbe come maestri due geni: lo stesso P. de Bérulle (+1629) e il suo successore, Carlo de Condren (+1641) che, secondo Madama di Chantal, era un uomo capace di istruire gli angeli.

Ordinato sacerdote (20-12-1625), dopo un periodo di preghiera e studio nel ritiro di Nostra Signora delle Virtù di Aubervilliers, ottenne di recarsi a piedi al paese natale devastato dalla pestilenza, per curare i malati, confortare i morenti e seppellire i morti. Egli percorse prima le campagne di Caen, poi si trasferì ad Argentan dove l'epidemia scomparve appena gli abitanti, dietro l'esortazione del santo, si furono messi sotto la protezione di Maria SS. Giovanni Eudes fu allora destinato alla casa che l'oratorio aveva aperto a Caen, in cui trascorse circa quattro anni nello studio della Morale, nel ministero della predicazione, del catechismo e delle confessioni. Quando la peste riapparve per la seconda volta proprio a Caen (1631) quasi tutti, clero compreso, fuggirono. Il P. Eudes restò e, per non contaminare i confratelli, prese alloggio in una botte che la badessa benedettina della SS. Trinità aveva fatto collocare in un prato sulla riva del fiume Orne. Il morbo diminuì dopo che il santo aveva fatto innalzare statue della Madonna su tutte le porte della città. Quando rientrò all'Oratorio si ammalò gravemente, ma guarì perché la sua missione non era ancora terminata.

Le fatiche apostoliche per il P. Eudes cominciarono propriamente nel 1632 con le missioni popolari nella diocesi di Coutances. Nel 1629 il P. De Condren, succeduto al cardinal de Bérulle, lo nominò capo di tutte le missioni che sarebbero state affidate all'Oratorio in Normandia. I frutti che egli raccolse con i suoi trenta scelti operai furono molto abbondanti. Alla sua parola ardente e penetrante sovente l'uditorio prorompeva in lacrime, i penitenti assiepavano i confessionali, i nemici si riconciliavano, chi possedeva quadri osceni o libri cattivi li bruciava pubblicamente in espiazione dei propri scandali.

Una delle grandi pene che provava il P. Eudes era quella di costatare come i felici risultati ottenuti nelle missioni non fossero duraturi per la mancanza di sacerdoti istruiti e morigerati. Deliberò allora di adoperarsi per fondare e dirigere seminari già ordinati dal Concilio di Trento. Dato che l'Oratorio era stato fondato per promuovere la riforma del clero, propose ai superiori maggiori di aggiungere alle funzioni già fissate gli esercizi particolari per gli ordinandi, facendone egli stesso l'esperimento con un seminario nella casa di Caen, di cui era superiore dal 1640. Con suo grande stupore il permesso gli fu rifiutato. Gli Oratoriani, dimentichi dello scopo essenziale e primordiale della loro istituzione, preferivano continuare a consacrarsi all'educazione della gioventù laica.

La sua idea di fondare una nuova Società per la formazione del clero e il rinnovamento del popolo con le missioni, fu approvata da parecchi vescovi e dalla mistica normanna Maria des Vallées con cui il santo era in relazione. Lo stesso cardinale Richelieu, primo ministro di Luigi XIII, informato del gran bene che egli operava tra il clero con le sue conferenze, lo fece chiamare a Parigi per incoraggiarlo e autorizzarlo a dare inizio alla sua opera. Per la nascita della Congregazione di Gesù e Maria a Caen, il P. Eudes scelse la data del 25-3-1643, fedele discepolo del cardinal de Bérulle nel fare della persona del Verbo Incarnato il centro di tutta la vita spirituale.

Fin dal principio egli fu sostenuto validamente dal suo vescovo di Bayeux, Mons. d'Angennes, e coadiuvato da alcuni zelanti sacerdoti che si posero alla sua scuola senza emettere voti di religione. Secondo l'intenzione del fondatore essi dovevano trovare nel loro sacerdozio la ragion d'essere della propria santificazione. Per realizzare la vita di Cristo in loro e nei fedeli, egli propose a tutti la devozione ai Sacri Cuori di Gesù e Maria, e affidò ad essi il compito di propagarla nelle missioni.

Egli stesso con l'approvazione di numerosi vescovi ne compose la Messa e l'Ufficio che in breve si propagarono in tutta la Francia con grande livore dei giansenisti. La festa del Sacro Cuore di Maria fu da lui introdotta nel 1648, quella del Sacro Cuore di Gesù nel 1672, un anno prima delle apparizioni e delle rivelazioni a S. Margherita M. Alacoque. Il P. Eudes scrisse moltissimo con praticità e unzione in difesa di questa devozione, sulla Madonna, sul sacerdozio, sulla vita cristiana incentrata sempre sul Verbo Incarnato.

A Caen, dove tutto era perfettamente regolato, accorsero molti sacerdoti a fare gli esercizi spirituali, pensionanti, studenti di teologia, laici desiderosi di conoscere la propria vocazione. Di mano in mano che i membri crescevano, il P. Eudes moltiplicava le Case di prova per informare gli aspiranti alla sua spiritualità e prepararli alle missioni popolari. Sovente si udiva esclamare: "Me infelice se non evangelizzo, se non converto". Dotato delle più belle qualità di oratore sacro, non si stancò mai di predicare. La gente accorreva ad ascoltarlo fino da dieci leghe di distanza e con qualunque tempo. Mentre il santo predicava tanti non facevano che piangere. Nelle domeniche e nelle feste non era raro vedere riunite attorno a lui sulle piazze o in aperta campagna fino a dieci, quindici mila persone. A Valognes nel 1643 se ne contarono quarantamila e, cosa meravigliosa, fu da tutti udito distintamente. Le sue missioni duravano almeno sei settimane e ottenevano ovunque frutti meravigliosi. Per confessarsi tante persone facevano la fila per tré, quattro giorni. Perfetto organizzatore, nessuna categoria sociale veniva da lui trascurata, compresi i bambini della prima comunione.

Nelle missioni il P. Eudes aveva avuto la gioia di condurre sul retto sentiero parecchie famose Roccatrici. Da principio le affidò a buone famiglie di Caen, poi per esse istituì l'Ordine di Nostra Signora della Carità del Rifugio ( 1641), i cui membri s'impegnavano con un quarto voto a consacrarsi all'educazione delle prostitute pentite. Da esso sbocciò, nel 1835, per opera di S. Maria Eufrasia Pelletier, l'Istituto di Nostra Signora di Carità del Buon Pastore per la preservazione e la rieducazione delle giovani.

Nello svolgimento del suo apostolato non mancò al P. Eudes il sigillo della cancelleria del cielo: la croce. A intervalli furono suscitate grandi tempeste contro di lui dai suoi nemici i quali lo tacciarono di ingannatore, di ribelle ai superiori, di spergiuro e perfino di sacrilego. Alla morte di Mons. D'Angennes gli furono tolti tutti i poteri e il suo successore Mons. Mole poco mancò che gli facesse chiudere il seminario che aveva fondato. I giansenisti e i gallicani riuscirono a metterlo momentaneamente in cattiva luce davanti al re Luigi XIV, e tentarono di arrestare la fondazione del suo seminario di Rouen e d'impedire a Roma l'approvazione del suo Istituto con libelli diffamatori perché sapevano di avere in lui un irriducibile avversario. Ai suoi sacerdoti raccomandava infatti: "Essi devono stare lontani da noi come l'inferno è lontano dal cielo, come il fuoco dall'acqua".

Le pene morali, continue e lancinanti, gli scossero la salute. Per oltre vent'anni soffrì di grande freddo alla schiena. Negli ultimi anni patì spaventosi dolori per le febbri e le emorroidi, la ritenzione di urina e un'ernia. Morì il 19-8-1680. Pio X lo beatificò l'11-4-1909 e Pio XI lo canonizzò il 31-5-1925. Le sue reliquie sono venerate a Caen nel monastero di N. S. della Carità.
___________________
Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 8, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 199-203.
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Argomento: Aggiornamenti
  Nel Tempo di Passione, che abbraccia le due settimane che precedono la Pasqua, la Chiesa contempla in lutto i dolorosi avvenimenti che segnarono l’ultimo anno della vita del Redentore del mondo (Settimana di Passione) e l’ultima settimana della Sua vita mortale (Settimana Santa).

 Con l’avvicinarsi del Venerdì Santo, la voce di dolore della Chiesa diviene più vibrante e commossa, e tra breve essa farà sentire i suoi lamenti inconsolabili per la morte del suo divino Sposo. «Il Cielo della Santa Chiesa si oscura sempre più», scrive dom Guéranger. Il Redentore divino, fattosi uomo per amore dell’uomo, sta per espiare l’umano peccato sostituendosi ai suoi fratelli colpevoli. Egli si riveste dei nostri peccati, dice il Profeta, come di un mantello, e si fa peccatore per noi per poterlo portare nella sua carne sulla croce e distruggerlo con la sua morte (cf 1 Pt 2,24).

Nell’Orto degli Ulivi, tutti i peccati commessi dall’umanità colpevole, dagli albori del mondo fino alla consumazione dei secoli, affluiscono come flutti melmosi nell’anima purissima del Salvatore del mondo, che diviene così «il ricettacolo di tutto il fango umano e il rifiuto della creazione» (Mons. Gay). Il Padre deve allora trattarlo come maledetto, poiché è scritto: «Sia maledetto chiunque è appeso al legno» (Gal 3,11). Per la nostra salvezza bisognava davvero che Gesù fosse appeso al legno della Croce, affinché la vita ci fosse resa dal legno che ci aveva dato la morte, e che colui che in un albero aveva trionfato, da un albero – a sua volta – fosse vinto (Prefazio della Croce).

La Sacra Liturgia nota che, «poiché i nostri progenitori erano stati ingannati da satana, bisognava che uno stratagemma divino sventasse l’artificio del serpente». S. Bernardo lo spiega dicendo che «poiché Gesù non aveva che l’apparenza del peccato, fu appunto quest’apparenza a mascherare la trappola in cui satana cadde». E S. Agostino: «Per un giusto permesso di Dio, Lucifero perdette il diritto di morte che aveva sui peccatori il giorno in cui egli fu abbastanza temerario da usarlo contro il Giusto». Si tratta di una lotta senza precedenti e senza pari tra il principe della morte e il Dio della vita, ma «immolandosi Cristo trionfa» e – col più grande dei divini paradossi – morendo ci dona la vita.

Nella Domenica delle Palme, Egli avanza come un conquistatore, circondato di onori dalla folla che acclama: «Osanna al Figlio di David, benedetto colui che viene nel nome del Signore, il Re d’Israele». Ma dopo una gloria passeggera e fugace, il Figlio dell’uomo è sottoposto ad un infamante e menzognero processo. Condannato al peggiore dei supplizi, voluto non solo per ucciderLo, ma anche per cancellarne la memoria, Egli sale sulla croce, trono prezioso che il suo Sangue «orna della porpora regale».

L’oracolo di Davide si è compiuto: ¥Dio ha regnato dal legno», che da oggetto di ignominia è divenuto il vessillo del re e la nostra sola speranza in questo tempo di Passione. «Noi ci prostriamo davanti alla Croce, poiché è per essa che è venuta la gioia in tutto il mondo» (Liturgia). E per dimostrare che è solo in questa prospettiva salvifica che la Chiesa guarda ed adora la Santa Croce, gli artisti cristiani di un tempo cambiavano la corona di spine in una corona araldica e reale.

La Sacra Liturgia, rovesciando – con il suo linguaggio e suoi simboli – la nostra umana comprensione, non fa che riflettere il sapiente e misterioso disegno di Dio il Quale, nonostante le astuzie degli uomini e gli ostacoli più insormontabili da essi posti, si realizza inesorabilmente nella sua pienezza. Anzi, trionfando dell’umana bassezza, esso rifulge più glorioso, poiché Dio, nella Sua provvidenza, calcola anticipatamente ogni minuto ostacolo che gli uomini possono frapporre ai Suoi divini disegni.

Ecco perché il Salmo canta: «Insorgono i re della terra e i principi congiurano insieme contro il Signore e contro il suo Messia: Se ne ride chi abita i cieli, li schernisce dall’alto il Signore» (2, 2-9). Dio non solo irride le astute tattiche e i perversi ragionamenti umani, ma li ribalta con sovrana sapienza, facendoli servire ai Suoi imperscrutabili fini. E, difatti, nel corso della vita del Salvatore, mentre gli Scribi e i Farisei avevano tentato di distruggerLo e coprirLo di ignominia, non compresero che, con l’ignominia di cui volevano ricoprirlo, preparavano il Suo più grande trionfo.

Il Salvatore del mondo fu condannato dai Giudei per un meschino opportunismo politico verso l’autorità romana, ma – mai come allora – fecero di Pilato, che quella autorità rappresentava, un misero zimbello nelle loro mani. E lui, che di quel processo infamante pretendeva vigliaccamente di lavarsi le mani, è da 2000 anni ricordato da tutti i cristiani ogni volta che si recita il Credo. I Giudei simularono di condannare Gesù per difendere la loro nazione, e proclamarono solennemente di non avere altro re all’infuori di Cesare.

Essi «Finsero di temere le sedizioni popolari, e vi ricorsero quando vollero che il popolo condannasse Gesù alla morte di croce. Finsero di condannare Gesù per amore alla verità, e ricorsero alle false testimonianze; finsero di ucciderlo per amore della Legge, e violarono la Legge» (D. Ruotolo). Frutto di un processo menzognero, anche il Calvario si presentò come una menzogna. «Il Redentore vi apparve come uomo, ed era Dio, vi apparve come reo, ed era la santità stessa, vi apparve come maledetto, ed era la benedizione del genere umano» (ivi).

Più precisamente, Egli – facendosi maledizione per noi – appese alla croce il chirografo della nostra condanna. Fu in questa apparenza di menzogna che l’uomo ottenne la benedizione e la salvezza. Il Redentore fu coperto di sangue, e la Madre sua fu ai suoi piedi per presentarlo, così sfigurato, al Padre. «Quel sangue sembrava orrore di pena, ed era amore, quelle spine sembravano obbrobrio, ed erano una corona regale, quei chiodi sembravano il sanguinoso vincolo della libertà, ed erano il definitivo affrancamento dalla schiavitù». «Tutto era, ci si perdoni la frase, una menzogna divina, perché in questa divina finzione la benedizione cadde sul Re d’amore per noi, e Maria Immacolata fu la Madre della benedetta umanità rigenerata» (ivi).

Il Tempo di Passione non è un semplice ricordo storico di questi avvenimenti riferentesi alla persona di Gesù; esso è una realtà per tutto il Corpo mistico. Il dramma del Golgota si estende a tutta la Chiesa che, con Cristo suo capo, rivive la Passione del suo Signore. Il Processo infamante di Gesù nostro Signore non è terminato. Pascal diceva giustamente che Gesù è in agonia fino alla fine del mondo.

Ma, in realtà, tutti i misteri della vita del Signore continuano e continueranno fino alla consumazione dei secoli nella sua Chiesa. Anche il Suo processo. Ora come allora assistiamo alla defezione degli apostoli, al tradimento di Pietro, alle menzogne create per distruggere il Suo Corpo e, se fosse possibile, cancellarlo dalla memoria del mondo. Il processo di Gesù fu una farsa e una menzogna, ma una “menzogna divina” perché non sfuggì all’ordine delle cose voluto da Dio.

Nessun dettaglio della Passione del Redentore, come della Sua vita, sfuggì alla divina economia della Sua misteriosa provvidenza. Così avviene per la Sua Chiesa. Se essa, nella sua componente umana, è prona al mondo e alle sue sirene, se il Sinedrio modernista la vende per trenta denari, se Pietro la tradisce e gli apostoli fuggono impauriti davanti ad un vergognoso e infame processo mondano, rimane tuttavia un piccolo gregge attorno alla Vergine Santissima che, ai piedi della Croce, impietrita dal dolore, contempla, ora come allora, non la morte del Figlio ma la salvezza del mondo.

(Cristiana de Magistris, 12/04/2017 per http://www.corrispondenzaromana.it/il-processo-di-cristo-e-il-processo-della-chiesa/)

Argomento: Devozione

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