In libreria: La santità dell’ultimo imperatore
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Romana de Carli Szabados, Finis Austriae. La santità dell’ultimo imperatore, Edizioni Fede & Cultura , 2011, pp. 196, € 18

 

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Beato Carlo d’Asburgo, agonia di un re

 

Davvero permase in Carlo sempre l’anelito di pace di un fervido credente in Dio.

Lo storico Fritz Weber magistralmente tratteggia la personalità dell’erede, di quella gigantesca responsabilità nello scenario viennese: "A Vienna regnava un giovane imperatore. Nessuno desiderava la pace più ardentemente di lui. Aveva ereditato un vecchio edificio e dalle crepe dei muri cominciava a filtrare l’acqua. Il nuovo sovrano portava sulle spalle il peso di un’immensa responsabilità, appunto".

Egli credeva fermamente nella possibilità di una conciliazione.

Anziché colpire i nemici della dinastia con tutto il rigore di chi afferma il proprio diritto all’autoconservazione, egli usava la clemenza. Nessuno comprese tale generoso gesto. Quelli che avversavano segretamente l’antiquata struttura statale sorridevano sarcastici; i nemici dichiarati lo interpretarono come un primo successo della loro tenacia.

Quelli che conservavano la propria fede nell’Austria-Ungheria subirono la prima cocente delusione nel vedere concessa la grazia ai colpevoli di alto tradimento e a chi colpiva alle spalle l’impero.

La seconda delusione fu negli approcci per la conclusione della Pace: intrapresi di comune accordo dalle Potenze Centrali, corrispondevano però, in primissimo luogo, alle intenzioni dell’imperatore Carlo. Il desiderio di porre fine al conflitto nasceva dal cuore sensibile di un uomo, che soffriva come pochi per le miserie dell’umanità, nasceva da una nobiltà d’animo infinitamente lontana e diametralmente opposta alle speculazioni dei freddi maestri di calcolo della parte avversa.

Il giovane imperatore si rifiutava di comprendere che si trattava sempre di più di una questione di vita o di morte, di esistere oppure no. Per lui il mondo era tutto, lo considerava come un’unità inscindibile saldamente fondata sui comandamenti divini e procurava di adempiere a questi comandamenti. Ma l’ora era dominata dal potere, dalla violenza e dalla tenacia nella lotta, per cui gli eventi lo travolsero. Tutto quello che perseguiva si trasformò in un’inarrestabile fatalità per lui e per il suo impero.

Tra il termine del 1916 e l’inizio del 1917 la speranza di una prossima pace venne sepolta. La guerra segue il suo corso, diceva il messaggio di capodanno: equivaleva forse a "non ne posso più, sono stanco di questi avvenimenti terribili che la provvidenza mi ha imposto di guidare, ma non posso tornare indietro, devo portare il peso di questa eredità, anche se le mie spalle sono troppo deboli per reggerlo".

Carlo era sempre più isolato, man mano che si avvicinava la fine della guerra e dell’Austria, ma nulla gli impediva di recitare il Te Deum come accadde l’ultimo giorno dell’anno 1918, con la spiegazione, molto sentita in merito al ringraziamento: "Se quest’anno è stato duro, poteva essere ben più tragico per tutti noi. Se si è disposti a prendere dalla mano di Dio ciò che è buono, bisogna anche essere disposti ad accettare con riconoscenza tutto ciò può essere difficile e doloroso. Del resto quest’anno ha visto la tanto sospirata fine della guerra e per il bene della Pace vale qualsiasi sacrificio e qualsiasi rinuncia" (testimonianza riportata da Paolo Mattei).

Divenne imperatore in piena guerra: non poteva capitargli di peggio… Dice di lui Antonio Borrelli: "Ultimo sovrano della duplice monarchia austro-ungarica, ne dovette subire il crollo pur essendo tanto diverso dai suoi predecessori, per la sua religiosità, dirittura morale, visione sociale riforma di uno Stato assolutista in uno confederale. La Radio Vaticana, il 3 novembre 1949 annunziava l’apertura del processo di beatificazione, gli Atti furono consegnati alla congregazione dei Riti il 22 maggio 1954; a maggio 2003 sono state riconosciute le virtù eroiche e quindi il titolo di venerabile".

Sin da fanciullo aveva dimostrato una particolare inclinazione verso la religione e la preghiera, si sentiva chiamato alla carità per il prossimo e fin da ragazzo raccoglieva soldi per i poveri. Da giovane ufficiale in Galizia, cercò sempre con successo di elevare la vita morale dei suoi soldati, i quali vedevano in lui il modello di uomo cattolico. I suoi principi religiosi lo portarono da imperatore a sostituire il feldmaresciallo Conrad anche per aver usato indiscriminatamente le corti marziali, alienando i cechi dalla Casa d’Austria.

L’autore puntualizza: "Benché fornito di ottima preparazione militare, formazione universitaria e istruzione di Stato Maggiore, fu l’unico fra i belligeranti ad accogliere le iniziative di Pace di Papa Benedetto XV, del resto sin dall’inizio del suo Governo era deciso a riportare la Pace ai suoi popoli. Intraprese varie iniziative di pacificazione con le altre potenze, senza riuscire a prevalere però nella cerchia dei generali statisti tedeschi; non andarono in porto nemmeno due tentativi di pace separata, a causa della fiera resistenza del governo italiano e che si seppero poi in giro. Carlo si ritirò dapprima in Ungheria, rinunciando ad ogni partecipazione agli affari di stato, ma senza abdicare come sovrano. I tentativi di riprendere il trono furono espletati per sua volontà, senza usare la forza militare, risparmiando così un alto costo di vite umane, tale atteggiamento gli costò la corona".

Il vero Giuda fu il reggente von Horthy, che lo tradì malgrado il giuramento e lo umiliò al punto da farlo attendere e poi non riceverlo proprio nelle stanze del sovrano esiliato, dove la grandezza dell’imperatore fu di accettare il tutto per non sfidare il destino costringendo i soldati a trasgredire gli ordini nel pieno rispetto delle regole militari. Rinunciò così modestamente ai suoi legittimi diritti, rispettando l’etica della sua educazione cristiana".

Due giornate di primavera gli furono fatali: quella del 23 marzo 1919, in cui si consumò il pianto dell’addio dalla Patria ed iniziò "la via Crucis" dell’esilio con il dolente pellegrinaggio, che culminò appunto nella seconda giornata, quella fatidica della morte, il primo aprile 1922. Così esclamò, stremato, l’ESULE, adagiato sul letto: "Era qualcosa di straordinario oggi con la santa Comunione, allorché udii il Confiteor provai la sensazione come se il Redentore stesse vicino a me e dicesse: ‘Viene impartita la Comunione’. E poiché non volevo capire, ripeté: ‘Io voglio che tu ti comunichi, non c’è tempo da perdere, non esiste nessun impedimento’. Allora non pensai più che durante la notte avevo mangiato un biscotto". Carlo la ritenne una profanazione, inoltre temeva il tossire durante la Messa, fu avvertito il celebrante ma quella mattina la tosse si calmò, allora fu spalancata la porta, di solito socchiusa per non essere visto, onde poter di bearsi della visione dell’altare. Sopraggiunse un peggioramento nella salute del Kaiser. Ma nella notte non ne volle sapere di prendere un’aspirina, che avrebbe compromesso il suo anelito di comunicarsi. Zita non desistette: "Tu devi guarire così vuole il Signore".

Dal 27 marzo fu esposto il Santissimo nella sua stanza, mancavano solo quattro giorni alla fine. La febbre era salita a 40,5 gradi, si presentava una giornata terribile, non lo fece trapelare il povero ammalato, anche perché senza sedativi, ma la sua confessione alla sera sconvolse chi lo curava, senza aver intuito quella immane sofferenza dedotta da queste parole lancinanti: "Ringrazio il Buon Dio, che questo giorno sia alla fine, non avrei mai pensato che potesse esserci una giornata così faticosa…".

Anche la sua esistenza si avvicinava alla fine... spesa per un’unica aspirazione: "Quella di conoscere il più chiaramente possibile in tutte le cose la volontà di Dio e di eseguirla e precisamente nella maniera più perfetta".

La notte, per l’uomo stremato, fu calma, e fu pietosa per la sposa spossata, che poté concedersi finalmente due ore di sonno.

Il 30 marzo esclamò: "Come sono diventato magro". E forse non si era accorto delle unghie diventate blu. La sua schiena era tutta una ferita e pertanto non gli era possibile giacere. Fu deciso di fargli una trasfusione, si offerse Zita, ma invano. Si rassegnò il misero e sibilò: "Sono stanco, tanto stanco…". Pregò Iddio di farlo dormire e gli furono concesse tre ore. L’ultimo giorno l’inquietudine non gli permise d’addormentarsi. Zita, seduta sul letto, gli teneva la mano, da qualche giorno Carlo non riusciva a fermarle, così leggere correvano sulla coperta come se non gli appartenessero più. Lei chiese cosa lo rendesse così inquieto.

"Nulla, solo non posso dormire e desidererei un bicchiere d’acqua però se non ti recasse disturbo".

La giovane imperatrice si spaventò, sul suo volto scorse decisi i tratti della morte: era la fine per l’ultimo delicato Absburgo, cacciato dalla Casa dei Padri come un traditore, ma accolto da Gesù come il suo figlio più caro per una protezione eterna.

 

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CAP. 15

REQUIEM PER UN KAISER

Il 9 marzo 1922 Karl intraprese una passeggiata con il Kronprinz e l’arciduchessina Adelaide per acquistare dei giocattoli per il piccolo Carlo Ludovico (nome del bisnonno, fratello minore di Franz Joseph), il cui compleanno cadeva il giorno seguente.

Allorché ebbe lasciato la casa fu raggiunto dalla contessa Mensdorff, che gli porse un mantello provvidenziale, da lui rifiutato. Giù in città appunto faceva molto caldo e nel ritorno a casa, attraverso la fredda regione nebbiosa, sembrò essersi raffreddato. Il 10 marzo si festeggiò il compleanno del piccolo arciduca – fu l’ultima festa in famiglia a cui prese parte il Kaiser.

Il 14 egli uscì per l’ultima volta e fece delle compere. Era appena rientrato quando il male lo colpì: attacchi di tosse e opprimente mancanza di respiro, che lo costrinsero a letto.

Il giorno di san Giuseppe gli fu offerta una grande gioia: nella sua stanza fu eretto un altare domestico e la Santa Messa fu celebrata. La malattia aumentò. Per riguardo al risparmio, il Kaiser non volle consultare alcun medico e soltanto una settimana dopo acconsentì che il dottor Monteiro lo visitasse. Era il 21 marzo – primo giorno di primavera, stagione del risveglio della natura, per lui il dischiudersi... del sonno eterno. Il medico ritenne la faccenda molto seria e raccomandò il consulto di un secondo medico, che non godeva delle simpatie del sovrano. Costò fatica e un po’ di convinzione indurre il Kaiser a rinunciare alla sua ripulsa contro il dottor Porto. Questi apparve il giorno seguente e confermò l’estensione del focolaio al polmone destro.

Nel frattempo giunse a Funchal il conte Josef Karoly, fratello dell’infelice rivoluzionario, che portava notizie della sua patria. Fu subito ricevuto: era l’ultima visita al Kaiser. Il 23 marzo si decise di portare l’ammalato dalla sua piccola stretta stanza del primo piano, giù in una grande stanza soleggiata abitata dalla vecchia arciduchessa Maria Teresa. Anche qui Karl si rifiutò d’accondiscendere a questa proposta "per non cacciare la nonna dalla sua stanza". Allorché fu convinto di questa necessità montò da solo sulla lettiga e da questa scese senza alcun aiuto: nel tragitto il Kaiser scorse il conte e si eresse per salutare l’ospite.

Appena seppero occupato il nuovo locale, i bambini misero la testa dentro e salutarono a gran voce, ma l’ammalato, che temeva il pericolo del contagio, li cacciò via perentoriamente anche se a malincuore. Quello stesso giorno si cominciò con iniezioni forti, per mezzo delle quali la malattia doveva essere localizzata; ciò nonostante il 25 marzo la febbre salì a 40 gradi. Tutta la notte l’ammalato venne tormentato da assalti di tosse, che duravano da tre a cinque minuti e scuotevano il corpo di Carlo, ma non potevano nulla sulla sua naturale amorevolezza.

All’inizio l’imperatrice provvide da sola a tutte le cure e alle veglie, appena molto più tardi si fece aiutare dalla contessa Mensdorff, una infermiera patentata. La tosse straziante era diminuita durante il giorno, la notte invece era stata molto brutta.

Egli aveva sognato che sua madre era giunta e in questo giorno delirò per la prima volta. La febbre era salita a 40,5 gradi. La difficoltà di respiro sembrava insopportabile. Doveva essere procurato dell’ossigeno. Allorché il Kaiser vide le bombole d’ossigeno, domandò: "La situazione è già così grave che io debba prendere l’ossigeno?". Al pomeriggio fu constatata una doppia polmonite e si cominciò con iniezioni di canfora e caffeina.

Quando lo stato dell’ammalato verso sera nuovamente si aggravò, padre Zsamboki consigliò che l’imperatore ricevesse gli olii sacri: l’imperatrice gliene parlò, Kaiser Karl si mostrò subito d’accordo e supplicò di ricevere i sacramenti la stessa sera.

Dapprima l’imperatrice dovette leggere tutto ad alta voce ciò che riguardava l’olio, affinché egli più tardi potesse seguire attentamente il sacro rituale. Poi chiese di confessarsi. Poiché si era confessato l’ultima volta otto giorni prima, l’imperatrice tentò di dissuaderlo da questa intenzione, egli però insistette su questo: "Prima di ricevere un nuovo sacramento, voglio confessarmi". Poi disse sorridente: "Io ho deposto una confessione a vita". Allora il Kaiser pregò il giovane religioso ancora una volta di avvicinarsi e disse forte e solenne: "Io perdono a tutti i miei nemici, a tutti, che mi hanno offeso e a tutti coloro che tramano contro di me". E ordinò: "Otto deve venire".

Erano le dieci della notte. Il principe ereditario venne svegliato, ma ci si meravigliò del desiderio dell’imperatore, che fino adesso mai aveva sopportato nella stanza i bambini. Allorché giunse dunque Otto, lo chiamò vicino al suo letto: "Egli deve poter veder tutto". Quando fu nuovamente rispedito nella sua stanza, Otto baciò la mano al padre e il Kaiser gli sorrise. Abbandonata la stanza scoppiò in lacrime, "poiché il papà aveva un aspetto così terribilmente misero, con la croce in mano, come se dovesse morire". Più tardi aggiunse: "Ora capisco perché la Madre di Dio era così triste sotto la croce". Il miglioramento non arrivava. Il pomeriggio del 28 marzo il Kaiser espresse il desiderio d’avvisare telegraficamente il primate Czernoch e il cardinale Piffl del suo stato. Si volle dapprima fargli credere si trattasse di una bronchite... sorridendo egli alludeva alla "cosiddetta" bronchite.

La febbre superava i 40 gradi. Allorché i medici furono andati domandò: "Che cosa hanno detto?". "Sono contenti". Scuotendo la testa esclamò: "So abbastanza portoghese per capire le loro osservazioni". S’informò di Otto e aggiunse: "Povero bambino, gli avrei risparmiato ieri il tutto, ma era necessario chiamarlo per l’esempio. Deve sapere come ci si comporta in tali situazioni quale cattolico e imperatore". Pregava Zita di leggergli i giornali, essa non voleva stancarlo, ma lui protestava: "Non cambia nulla. È mio dovere restare al corrente, non il mio piacere. Bitte, [sempre cortesissimo anche nell’estrema debolezza] leggi".

Al pomeriggio ricominciò a delirare. I suoi pensieri più intimi s’aggiravano intorno ai bimbi, alla patria, all’armata, al compito di sovrano... ora si trattava dei bimbi viennesi ai quali voleva procurare il latte o un sorso d’acqua da porgere ad un soldato al lazzaretto. "Oggi è venerdì? Viene presto venerdì?", quasi non potesse attendere la fine della settimana. Morì sabato primo aprile. Il primo collasso avvenne proprio mercoledì 29 marzo alle quattro.

I bimbi presero l’influenza uno dopo l’altro, Carlo chiedeva di loro e dell’Austria, esprimendosi con disinvoltura nella lingua del caso. Ma le sue mani erano nervose ed egli osservava di continuo le unghie, ormai blu. I dolori alla gamba erano insopportabili, non si lagnava mai, l’aveva promesso al buon Iddio. Persino rovesciatasi una borsa con l’acqua bollente sotto le coperte non urlò, ma disse di togliergli qualcosa dal letto.

Giovedì 30 marzo. Nella notte aveva sofferto molto. Nel sonno ripeteva: "Io sono stanco, tanto stanco..." rivoltosi alla nonna Maria Teresa la pregò di aiutarlo a non sudare più tanto. Ella gli mostrò il Crocifisso dicendo: "Gesù ha sudato sangue per noi". Da quel momento non si lagnò più di quella sofferenza, anche se la sua schiena era ormai un’unica ferita. Di pomeriggio riprese a delirare forte, erano giunti degli austriaci, voleva vederli assolutamente e salutarli, ma aggiunse: "Mi stanca tanto, sono così stanco". Nella notte si spaventò e chiese dei bimbi. Il mattino la contessa lo udì sussurrare: "Davvero è bene che esista la fiducia al cuore di Gesù. Altrimenti non si potrebbe sopportare il tutto".

Durante la sua malattia si palesarono in lui il dominio di sé, la tenacia interiore e la limpida, inesauribile, forza dell’animo. I medici affermarono di non aver mai vissuto un caso di tale forza d’animo. Rimase loro quasi inspiegabile come l’ammalato sapesse dominare le sue capacità cerebrali, malgrado la febbre alta, il dolore, il malessere e nonostante l’indicibile debolezza fisica.

Venerdì 31 marzo. La notte era stata relativamente tranquilla, la febbre era scesa a 39 gradi, ma con essa non la sua paura di contagiare i bimbi: "No, dietro al paravento non ci sono i nostri piccoli" affermò Zita. "Non i nostri, ma io non voglio arrecare questo dolore a nessun bimbo della terra". Le braccia erano di fuoco e gonfie per le numerose iniezioni; la testa dovette essere legata, poiché non gli riusciva di tenerla retta. Nel tardo pomeriggio l’ammalato era particolarmente stanco e sfinito per gli incessanti attacchi di tosse. Zita estrasse l’immagine del Sacro cuore di Gesù da sotto il cuscino dicendo che fosse necessario un po’ di sonno per lui. Carlo pieno di fervore implorò: "Caro Salvatore ti prego fammi dormire". S’addormentò subito e dormì tre ore. Verso sera ammise di desiderare un po’ d’acqua, ma solo se Zita non si dovesse alzare. Lei lo fece immediatamente e lui confessò: "Ondeggio continuamente tra il mio infinito amore per te per i bimbi e il mio egoismo". E non si trattava che di un bicchiere d’acqua. Molto tardi, allorché le ombre della notte già avvolgevano tutto, sospirò nella febbre: "Perché non ci lasciano a casa? Desidererei andare a casa con te". Questo fu l’ultimo desiderio di Kaiser Karl, esule esausto e uomo sfinito. Ora in pace nella anelata Patria eterna… dove non sarà più cacciato.

Nella notte da venerdì 31 marzo a sabato 1 aprile 1922 il Kaiser si svegliò, diresse gli occhi verso il crocefisso e cominciò a pregare, era talmente fiacco che la contessa dovette aiutarlo a congiungere le mani. Dopo un po’ ammise di non poterlo fare, era stremato. La dama lo pregò piuttosto di dormire, ma egli replicò: "Ho tanto da pregare".

Verso le 5 un collasso. Alle 7 la paralisi degli arti; l’arciduchessa Maria Teresa protesse con un cuscino gli occhi dell’ammalato dalla luce accecante della nebbia che si alzava; i medici iniettarono nelle gelide braccia sale da cucina. Il loro spietato verdetto: ancora due ore. I due dottori piansero come bambini: "Tutto è perduto, se non avviene un miracolo, ora". La sete lo bruciava, la febbre saliva, il polso accelerava, Carlo parlava con il suo medico, che si trovava tra l’altro a Vienna, e chiese della mamma e del fratello. Mentre Zita rassettava il letto e Carlo le sorrideva grato, spietata la luce rischiarò in pieno il suo viso.

Nonostante il pieno dominio di sé egli si spaventò alla vista dei tratti che contraddistinguevano la vicina morte. A fatica ella gli chiese come stava, la risposta fu laconica: "Bene".

Improvvisamente, poi, in piena lucidità esclamò: "Io dichiaro ancora una volta il manifesto di novembre nullo, perché è stato estorto. E nessun uomo me lo può prendere, poiché sono il re d’Ungheria". Verso le 9 l’imperatore domandò che giorno fosse.

Zita disse che era il giorno della madre di Dio. Sabato dunque, confermò rallegrato: era giunto il giorno della sua morte e lui lo sapeva.

Dopo le 9 il suo stato peggiorò visibilmente, Maria Theresia andò dal padre Zsamboki con la preghiera di portare la comunione a Sua Maestà, che la ricevette con grande gioia. Un raggio di sole squarciò la nebbia quando iniziò l’ultima l’agonia.

Karl pregò Zita di riposare vicino a lui. Dalle sue labbra uscì la fatidica esclamazione: "Andiamo insieme a casa [affiorava nell’ultimo istante di vita lo struggente desiderio dello sradicato, insistente più che mai] noi siamo già tanto vicini. Perché non ci lasciano?". La febbre era salita nuovamente a 40 gradi. Di nuovo essa sconvolse la sua coscienza ed egli chiese: "Quando viene mamma?". Poco dopo si volse all’imperatrice: "Non lo dimentichi vero, il re di Spagna ti aiuterà. Me l’ha promesso". Zita pensò, egli delira, ed annuì. Egli spalancò gli occhi la fissò e ripeté: "Non dimenticarlo, prendilo seriamente, tu lo conosci. Il re Alfonso è cavalleresco... me l’ha promesso seriamente". Il Kaiser da anni non aveva più visto il re di Spagno e quando l’imperatrice, più tardi, giunse con i bambini in terra spagnola, il re Alfonso le raccontò che nella notte precedente la morte dell’imperatore era stato assalito da un incubo: se il Kaiser fosse morto ed egli non avesse accettato la vedova e i bimbi, un destino simile avrebbe colpito la sua stessa moglie e i suoi figli. Trovò la pace solo dopo che il suo proposito era stato fissato, ovvero di concedere loro un asilo in Spagna. Del resto il re non fu meno sorpreso allorché Zita gli raccontò ciò che Carlo le aveva detto prima di morire.

Vennero le ore 10. Improvvisamente il Kaiser-martire disse molto chiaramente: "Devo tanto soffrire, per ritrovare di nuovo i miei popoli". L’imperatrice gli sussurrò: "Prega dunque il buon Dio con fervore. Egli ti risanerà". Carlo congiunse le mani e disse: "Se è la tua volontà, Signore risanami". Lo vide rabbrividire e lo sentì pentirsi dei suoi peccati e chiedere perdono; poi subito dopo forte la voce di Carlo: "Caro Iddio, proteggi i miei piccoli [li nominò uno ad uno con un certo sforzo], lasciali morire però piuttosto che commettano un peccato mortale, Amen. Sia fatta la tua volontà". Subito dopo ricadde riverso sul cuscino con gli occhi chiusi. Appena qualche attimo dopo: "Gesù, Gesù, vieni!". Era l’ora tra le 11 e le 11.30. L’imperatrice, eroica, non volle prendere espressamente commiato, non voleva richiamare la sua anima, già ormai lontana, all’ambascia, al dolore, alle tribolazioni. Conservò nel suo io più profondo l’ultima parola dell’imperatore a questo mondo, a lei appena sussurrata: "Ti amo infinitamente". E così se ne andò... nell’infinito.

L’ultima mezz’ora fu angosciosa ed angosciante; stava consumando anche l’ultima bombola d’ossigeno, con quel niente di fiato che gli restava, Carlo sospirò: "Voglio riposare, sono tanto stanco... – e supplicando – ...Santa Comunione, terribilmente volentieri". Chi poteva contraddirlo? Non certo padre Zsamboki: allora il suo viso da triste s’illuminò, anzi irradiò una gioia pura quando egli si accostò al divino sacramento, gioia che non si spense fino al suo spirare. Ad un tratto gridò chiaro: "Otto!".

Voleva vedere ancora una volta il Kronprinz, doveva insegnare al futuro capo della casa d’Austria come un Absburgo e un cattolico sa morire. L’imperatrice annuì e la contessa Mensdorff si precipitò a prendere l’erede.

Nel frattempo il Kaiser iniziò a gran fatica: "Ave Maria, gratia plena..." però Zita supplicò: "Ti prego, non pregare. Il Salvatore è qui, ti tiene nelle sue braccia. Abbandonati interamente a Lui".

Egli sussurrò "Ja, nelle braccia del Redentore ed io con te, tu ed io e i cari piccoli". Ella pronunciò sottovoce: "Gesù, per Te vivo...".

Ed egli mosse le labbra. Allora accadde l’irreparabile: l’ossigeno si esaurì proprio allorché entrò il principe ereditario. Ancor sedeva il Kaiser piuttosto eretto, ma senza l’aiuto della bombola s’accasciò sulle spalle di Zita. Il Padre accostò il Santissimo vicinissimo agli occhi del morente: "Vede, qui c’è il Signore". L’imperatore Carlo aprì gli occhi e guardò verso il cielo. L’imperatrice continuava a pregare ad alta voce per lui e poiché non gli riusciva ripetere le parole, sospirava egli piano piano. "Ja, Ja".

Grondante di lacrime Otto era inginocchiato accanto al letto del padre suo. Si era nel dubbio se si dovesse richiamare l’attenzione del padre sulla presenza del bimbo. Infine, Padre Zsamboki disse, con voce sostenuta: "Otto è qui!". Zita nel suo intimo supplicò tutti i santi e tutti gli angeli affinché il Kaiser non dovesse sentire, non dovesse essere ricondotto dalla sua pace nelle preoccupazioni di questo mondo, e tranquillizzò il principino singhiozzante. E in verità il Kaiser non percepì più nulla di cose terrene, ma tentò di pregare ancora. La sua fronte imperlata di sudore mortale ricevette di nuovo gli olii santi. Il Padre gli accennava le preghiere di morte nell’orecchio. La voce del Kaiser era appena percettibile. Sempre più veloce batteva il suo cuore, sempre più pallida diveniva la sua faccia, più lento e roco il respiro. L’imperatrice gli porse la croce del morente per un bacio, ma egli non possedeva più la forza per questo ed esclamò soltanto il nome di Gesù. Dieci minuti prima della morte riversò la testa all’indietro, spossato: "Io non ne posso più". "Il buon Iddio viene e ti prende" lo rincuorò l’imperatrice. Allora ripeté egli in un sussurro: "Gesù, vieni" e con sembianza rischiarata ripeté: "Avvenga la tua volontà, Gesù, Gesù, vieni! Ja, Ja! Mein Jesus, wie du willst... Jesus".

Tutto risuonò a guisa d’un dialogo, poi il respiro divenne irregolare. Con l’ultimo sospiro, quasi più forte, spirò con la parola "Gesù" sulle labbra. Erano le 12 e 23 minuti. Il cuore del Kaiser si fermò. Dal dito non gli tolsero una fede d’argento donatagli il 12 dicembre 1918 dai tirolesi, che non si era mai sfilata e alla quale teneva assai.

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