Commenti: CC - I talebani abitano La Repubblica
Argomento: Fede e ragione

Don Chisciotte e i talebani (di casa nostra)

CulturaCattolica.it - domenica 1 luglio 2012

A volte certe battaglie sembrano il combattimento di Don Chisciotte contro i mulini a vento: giudicate inutili e perdenti.



Che volete farci? Oggi ne incominciamo un’altra. Sarà perché le ultime hanno avuto esiti positivi (chi ci segue con fedeltà potrà ricordare lo smacco all’UAAR; gli interventi critici sullo spettacolo di Castellucci e il cambiamento del finale di quell’opera ritenuta blasfema¬; la nomina di Shahbaz Bhatti «Uomo dell’anno 2011», con la gioia di avere ascoltato pronunciare il suo nome dal Papa Benedetto durante le feste del Natale; e, ultima in ordine di tempo, la presa di posizione contro il «Codice Etico» della Cattolica, riportata da vari organi di stampa, che ha avuto l’esito di far slittare la data di applicazione ed ha aperto la strada per una sua modifica…). Ma oggi cominciamo un’altra battaglia soprattutto perché quello che accade non ci trova mai disinteressati, avendo fatto nostro il detto di Terenzio Afro: «Nulla di quanto è umano ci è estraneo» [“Homo sum. Mihi humani nihil alienum puto”]. Non è la nostra filosofia di vita quella di lasciare che gli altri «stiano nel loro brodo»!
In questo però abbiamo una caratteristica che ci ha insegnato la Chiesa, «Madre e maestra di umanità», come l’ha definita il grande Giovanni XXIII: «Esaminate ogni cosa, trattenete ciò che vale». Quindi non la presunzione che, arrivati noi, tutto quanto ci ha preceduto sia da buttare, non la sicumera (così presente ad esempio in Repubblica) per cui tutti gli altri sono nell’errore o in malafede, essendo noi soli i giusti e gli onesti, quelli le cui ricette sarebbero il toccasana della società.
Una preghiera che da giovani abbiamo imparato così recitava: «Signore, dacci la forza di cambiare le cose che possiamo cambiare. Dacci la pazienza di sopportare le cose che non possiamo cambiare. Dacci l’intelligenza di capire quali sono le prime e quali le seconde».
Tutto ciò mi ha donato, insieme ad un senso critico, il gusto di costruire senza rifiutare quanto di vero e di buono e di bello si trova nella storia e presso altre posizioni umane, religiose e culturali. Diceva Goethe (citato ne Il mondo di Sofia di Jostein Gaarder): «Colui che non è in grado di darsi conto di tremila anni rimane al buio e vive alla giornata». Così sappiamo ritrovare i frammenti di bene presenti ovunque, esercitando una stima per tutto ciò che esiste.
E invece che cosa sta accadendo? Sembra che molti uomini di oggi (politici, magistrati, giornalisti, a volte – purtroppo – insegnanti…) trovino il loro vanto nel distruggere ciò che li ha preceduti, gettando discredito e disprezzo su una storia umana che – perché ha le sue radici nel giudaismo e nel cristianesimo – andrebbe soltanto messa in soffitta (se benevoli) o cancellata (secondo i vari «integralisti»).
Abbiamo riportato quanto sta accadendo a Varese (e non è l’unico caso) a proposito delle unioni civili e del registro che le vuole in qualche modo legittimare.
Sorge spontanea una domanda. «Ma in che cosa sono diversi costoro dai talebani che in Afghanistan hanno distrutto i capolavori religiosi del passato, perché non appartenenti alla tradizione islamica? E dagli islamici del Mali che hanno distrutto i santuari riconosciuti dall’UNESCO patrimonio della umanità?» E non ditemi che sono realtà diverse, perché l’animo che genera queste posizioni è proprio lo stesso: togliere dignità a chi è diverso, a chi porta una tradizione nella quale più non ci riconosciamo. Certo, si potrebbe fare valere il reciproco, dimenticando però che la novità che si vuole realizzare ha come condizione la cancellazione dell’altro, a cui sono tolti valori e diritti.
Abbiamo bisogno di maestri, che ci facciano imparare quell’atteggiamento che il beato Giovanni Paolo II indicava come caratteristica della missione, che non è mai distruzione, ma sempre valorizzazione di tutto ciò che è buono e vero.
Non dunque i mulini a vento sono il nostro obiettivo, ma la possibilità per l’uomo di vivere una vita carica di dignità e di rispetto; quella vita che ha trovato nel messaggio evangelico (garante di quei valori universali e non negoziabili che sono autentico patrimonio della umanità) la sua forza propulsiva ed esperienziale.
 

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