Commenti: CC - L'Islam deve accogliere l'invito di B.XVI alla ragionevolezza
Argomento: Islam

culturacattolica.it

#Islam: tra fede e ragione

Autore: Oliosi, Don Gino

A livello culturale un ritorno, oggi, alla sintesi tra fede e ragione è la sola via perché l’interpretazione del Corano si liberi dalla paralisi fondamentalista islamica e dalla ossessione della “jihad”. E’ il solo terreno per un dialogo veritiero del mondo Musulmano tra Cristianesimo e Occidente



In questo momento drammatico, accanto a difficili scelte politiche, non può mancare un ritorno a riproporre culturalmente soprattutto nelle università, nelle scuole con i mezzi della comunicazione sociale, tra credenti di fedi e religioni diverse una sintesi tra fede e ragione, il solo terreno per un dialogo veritiero di quel mondo musulmano non violento con il Cristianesimo, l’Occidente e la Modernità.
La prolusione di Benedetto XVI, tenuta il 12 settembre 2006 a Ratisbona, fa ancora pensare molto a livello teologico e pastorale per chi cattolico crede non in dio qualsiasi ma nel Dio che possiede un volto umano in Gesù Cristo come la Chiesa lo propone nel Catechismo e, per chi di altra confessione, religione o non credente, ha fiducia prioritariamente nella comune forza della ragione anziché porre al primo posto le ragioni della forza, del potere, dell’opportunità politica che stanno rubando la speranza stessa del futuro.
La citazione fatta a Ratisbona dei “Dialoghi con un maomettano” scritti alla fine del Trecento dal dialogante cristiano, l’imperatore bizantino Manuele I Paleologo, Benedetto XVI l’aveva scelto a ragion veduta. Si è in guerra, Costantinopoli è sotto assedio e di lì a mezzo secolo, nel 1453, sarebbe caduta sotto il dominio ottomano. Ma il colto imperatore cristiano porta il suo interlocutore di Persia sul terreno della verità. Della ragione, della legge, della violenza, su ciò che fa la vera differenza tra la fede cristiana e l’Islam, sulle questioni capitali da cui discendono la guerra o la pace tra le due civiltà.
Anche i tempi attuali per Benedetto XVI li vede come gravidi di guerra, e di guerra santa e chiede all’Islam di fissare nella predicazione esso stesso un limite alla “jihad”. Propone ai musulmani di slegare la violenza dalla fede, come prescritto dallo stesso Corano: “Sicuramente l’imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: “Nessuna costrizione nelle cose di fede”. E’ probabilmente una delle sure del periodo iniziale, dice una parte degli esperti, in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l’imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come trattamento tra coloro che possiedono il “Libro” e gli “increduli”, egli in modo sorprendentemente brusco, brusco al punto da essere per noi inaccettabile, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”. L’imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima. “Dio non si compiace del sangue – egli dice -, non agire secondo ragione,”sun logo, è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell’anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia…Per convincere un’anima ragionevole non è necessario disporre né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte”.Benedetto XVI chiedeva ai cattolici di uscire dai postulati della Riforma del XVI secolo cioè dover liberare la fede dalla ragione, dalla metafisica per farla tornare ad essere totalmente se stessa. E con il suo pensare illuminista di aver dovuto accantonare il pensare per far spazio alla fede. Kant ha agito in base a questo programma con una radicalità imprevedibile per gli stessi riformatori. Con ciò egli ha ancorato la fede esclusivamente alla ragione pratica, negandole l’accesso al tutto della realtà e quindi alla verità che libera dalla schiavitù dell’ignoranza. Le teologia liberale del XIX e del XX secolo apportò una seconda onda nel programma della deellenizzazione e nel sottofondo c’è l’autolimitazione moderna della ragione con il canone di una scientificità derivante solo dalla sinergia di matematica ed empiria. E così anche le scienze che riguardano le cose umane, come la storia, la psicologia, la sociologia e la filosofia, un metodo che esclude il problema di Dio, facendolo apparire come problema ascientifico o prescientifico. E oggi si è arrivati a dire che la sintesi con l’ellenismo, compiutasi nella Chiesa antica, sarebbe una prima inculturazione, che non dovrebbe vincolare le altre culture. Queste dovrebbero avere il diritto di tronare indietro fino al punto che precedeva quella inculturazione per scoprire il semplice messaggio del Nuovo testamento ed inculturarlo poi di nuovo nei loro rispettivi ambienti. Secondo Benedetto XVI “ non è semplicemente sbagliata; è tuttavia grossolana e imprecisa. Il Nuovo testamento, infatti, è stato scritto in lingua greca e porta in se stesso il contatto con lo spirito greco – un contatto che era maturato nello sviluppo precedente dell’Antico Testamento. Certamente ci sono elementi nel processo formativo della Chiesa antica che non devono essere integrati in tutte nel culture. Ma le decisioni di fondo, che appunto fanno parte della fede stessa e ne sono gli sviluppi, conformi alla sua natura…Questo tentativo, fatto solo a grandi linee, di critica della ragione moderna dal suo interno, non include assolutamente l’opinione che ora si debba ritornare indietro, a prima dell’illuminismo, rigettando le convinzioni dell’età moderna. Quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido viene riconosciuto senza riserve: tutti siamo grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto all’uomo e per i progressi nel campo umano che si sono donati. L’ethos della scientificità, del resto, è volontà di obbedienza alla realtà in tutti gli ambiti cioè alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che fa parte delle decisioni essenziali dello spirito cristiano”.
Anche pastoralmente, catecheticamente urge riallacciare alla fede la ragione, perché “agire contro la ragione è in contraddizione con la natura di Dio”. A Ratisbona Benedetto XVI ha esaltato la grandezza della filosofia greca, quella di Aristotele e Platone (il metodo socratico di sfidare gli ascoltatori con delle domande ha avviato l’università); ha mostrato che essa è parte integrante della fede biblica, cristiana nel Dio che è “Logos” (un Logos Amore, ma sempre Logos). E anche questo l’ha fatto a ragion veduta. Quando il Paleologo dialogava con il suo interlocutore persiano, la cultura islamica era da poco fuoriuscita dal suo periodo più felice, quello dell’innesto della filosofia greca sul tronco della fede coranica. Chiedendo oggi anche all’Islam di riaccendere nell’università, nelle scuole, nella predicazione delle moschee, nei mezzi della comunicazione sociale il lume della ragione aristotelica, Benedetto XVI non chiede l’impossibile perché se è avvenuto può avvenire, sia pure in tempi lunghi. L’Islam ha avuto il suo Averroè, il grande commentatore Arabo di Aristotele di cui fece tesoro un gigante della teologia cattolica come Tommaso d’Aquino. Un ritorno, oggi, alla sintesi tra fede e ragione è la sola via perché l’interpretazione islamica del Corano si liberi dalla paralisi fondamentalista e dalla ossessione della “jihad”, strumentalizzata ideologicamente da certi interessi, da certa politica. Culturalmente è il solo terreno per un dialogo veritiero del mondo musulmano con il cristianesimo e l’Occidente, se si libera dal relativismo, dal secolarismo. C’è solo il rammarico per come la lezione Benedetto XVI è stata fraintesa non solo nel mondo musulmano ma anche tra i cattolici e che oggi mostra tutta la sua attualità profetica.

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