Discorsi: CC - Preghiamo per l'esito del sinodo

Parliamo con chiarezza del Sinodo sulla Famiglia

Autore: Prof. Mons. Livio Melina, Preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli Studi su Matrimonio e Famiglia  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
venerdì 16 ottobre 2015


Il card. Dolan di New York, tramite il Dr. George Weigel, ha invitato lunedì sera, 12 ottobre 2015 (Columbus Day) il Prof. Mons. Livio Melina, Preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli Studi su Matrimonio e Famiglia ad un incontro con cardinali e vescovi americani o di lingua inglese al Roof Garden della Residenza Paolo VI per una conversazione sul Sinodo. Grati all'autore pubblichiamo il testo



Il Dott. George Weigel mi ha chiesto di esporre le speranze mie e dell’Istituto che presiedo circa il Sinodo dei Vescovi in corso. Potrei dire sinteticamente: spero, come tutti sperano, un rinnovamento della pastorale familiare adeguato alle sfide di oggi. Ma con questo non avrei detto nulla e vi avrei delusi. In realtà la speranza per non essere  falsa ha bisogno di realismo. E il realismo è anche legato a certi timori. I miei timori nascono dal testo su cui il Sinodo sta lavorando e che è stato preparato come guida ai lavori, un testo che, a differenza di altre circostanze sinodali, sta avendo un’importanza enorme. La domanda a cui vorrei rispondere è dunque la seguente: è possibile raggiungere la speranza che tutti abbiamo, seguendo le linee delineate in questo testo? E come è possibile eventualmente cercare di migliorare questo testo?
Sono infatti convinto che l’Instrumentum laboris abbia gravi insufficienze ed ambiguità su almeno tre punti concreti e temo che se lasciato con queste insufficienze porterà alla rovina non solo della pastorale familiare, ma anche ad una gravissima crisi ecclesiale, molto peggiore e più radicale di quella suscitata dal rifiuto dell’enciclica Humanae vitae. La famiglia infatti è un bene essenziale per la missione della Chiesa nel mondo: senza di essa la Chiesa non può svolgere la sua missione, se essa viene distrutta, è distrutto l’uomo (come disse papa Benedetto XVI), è distrutto anche il linguaggio con cui possiamo parlare di Dio.
1) mi preoccupa come si parla di gradualità (al n. 57), che è il contrario di quanto affermato precedentemente dal magistero di san Giovanni Paolo II. Il tono comprensivo verso i peccatori è in sé buono, ma a motivo di questo si trae l’erronea conclusione di non voler condannare il peccato e così si presenta convivenze senza matrimonio e tra omosessuali come positive tappe di un cammino. Ciò è falso. La “convivenza”, ad esempio, non è una tappa verso il matrimonio, ma il contrario: essa indebolisce un futuro matrimonio, come mostrano gli studi sociali, perché è una coppia aggregativa, e non generativa; non solo è priva dei beni del matrimonio (come il vincolo pubblico, la fedeltà, l’apertura alla procreazione), ma rientra in una logica che li nega; una unione omosessuale stabile non è un passo di crescita, ma al contrario, in quanto tale  rende più difficile la vita in Cristo. Esige dunque un richiamo alla conversione e non merita una lode per gli aspetti positivi che vi si riscontrano.
2) mi preoccupa, inoltre, di come viene impostato il discorso circa l’Eucaristia, che è ricondotta ad una logica di sociologia dell’accoglienza di tutti nella Chiesa (ad es. n. 122). Essa è il tesoro della Chiesa: il sacramento del vero corpo e sangue di Cristo, segno dell’alleanza sponsale di Cristo con la Chiesa, legato intrinsecamente al sacramento dell’alleanza nuziale tra uomo e donna. L’ammissione di chi vive in un’unione diversa dal matrimonio sacramentale introduce una “falsità nel segno sacramentale”, direbbe san Tommaso d’Aquino. Inoltre, lasciare la decisione alle singole comunità nazionali o locali, come si è sentito proporre, quasi si trattasse di materia puramente disciplinare, aprirebbe le porte al relativismo e distruggerebbe l’unità sacramentale della Chiesa Cattolica.
3) mi preoccupa, infine, di come si parla della coscienza e del discernimento morale (n. 137), che introduce un’idea di coscienza individualistica, contraria a Gaudium et spes 16 e alla Tradizione della Chiesa. Se si accettasse la formulazione attuale del testo si cadrebbe in un soggettivismo, che nega tanto il magistero di Humanae vitae nel suo valore normativo specifico, quanto quello di Veritatis splendor sulle norme morali assolute come espressione e difesa di una verità sul bene. E quando un testo magisteriale nega un altro testo magisteriale precedente con ciò evidentemente mina l’autorità stessa della Chiesa come tale.
Vorrei ancora spendere qualche parola circa il tema della misericordia, su cui ci sono, a mio avviso molti equivoci. Separata dalla verità la misericordia diventa una povera parola umana, che può mascherare un inganno. In effetti la misericordia da sola non offre criteri per agire: essa spinge ad agire per il bene dell’altro, ma non può indicare il contenuto dell’azione. Sono le virtù morali e le norme che offrono questi contenuti e questi criteri. Altrimenti cadiamo nel sentimentalismo, che interpreta l’eutanasia come atto di pietà. Un medico compassionevole, che non conosce la sua scienza è un vero pericolo per i malati.
In questo senso anche la pastorale dev’essere intimamente unita alla dottrina. Certamente la Chiesa deve raggiungere le persone là dove sono e come sono, ma deve accompagnarle verso ciò che sono chiamate ad essere per potersi salvare: per questo è necessario esprimere un giudizio e non sottrarsi all’invito alla conversione. Una pastorale staccata dalla verità e dalla dottrina si trasforma in una strategia per guadagnarsi il consenso, cioè in una strategia per il potere. La Chiesa non dovrebbe arrossire di proporre il Vangelo nella sua integralità perché esso è forza di salvezza per l’uomo.
Ecco i miei timori. E le speranze? Evidentemente sono correlative a quanto detto precedentemente. Bisogna partire dalla famiglia come da un Vangelo e non come da un problema. E quindi partire dalla luce della fede e non dalla sociologia.
Mi sembra che dobbiamo proclamare la famiglia come la via della Chiesa. E riconoscere il grande dono che la Chiesa ha ricevuto sia con la testimonianza profetica di Paolo VI in Humanae vitae, sia con la grande teologia del corpo di san Giovanni Paolo II, che non è ancora stata adeguatamente studiata e diffusa tra i pastori e i fedeli. Non è un moralismo o un giuridicismo casuistico che ci servono (questa è una battaglia di retroguardia); è il coraggio di un annuncio positivo e integrale della verità.
In questo senso si dovrebbe insistere sulla formazione dei pastori nella pastorale familiare, sia sacerdoti che laici: una formazione positiva organica, guidata da un’adeguata visione dell’uomo e della donna, all’altezza delle sfide odierne. Il nostro Istituto è stato voluto e fondato da san Giovanni Paolo II proprio per questo, ed è oggi presente ora in 12 sedi nel mondo, comprese quella centrale di Roma e quella di Washington DC: la sua azione documenta una grande fecondità pastorale, anche se ovviamente dobbiamo ancora crescere e lavorare.

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