Paola Mastrocola, Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare, Guanda 2011, ISBN 978-88-6088-164-9, pag. 271, Euro 17,00

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Mastrocola: studiare non serve?

«Theodor Wiesengrund Adorno. Qualcuno, per caso, ancora se lo ricorda? Criticava la condiscen­denza per gli uomini come sono, vista come falsa virtù... 'Il bor­ghese – diceva – è tollerante. Il suo amore per la gente così com’è nasce dall’odio per l’uomo come dovrebbe essere'». È una delle provocazioni contenute nel libro di Paola Mastrocola, Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare (Guanda), che af­fronta il drammatico problema di una scuola che ha smesso di inse­gnare. Il problema, spiega abil­mente l’autrice, che oltre a essere una nota scrittrice è anche do­cente di Lettere al liceo, è il frutto di una società essenzialmente e­donista, che non intende impe­gnarsi a far crescere i propri figli.

La frase di Adorno fotografa con i­nusitata efficacia questo stato di cose e ha il grande pregio di ob­bligare alla discussione.

«Lui so­steneva che il consumismo di massa ci avrebbe ridotto a restare quello che eravamo, cioè massa amorfa. Il sospetto è che abbia a­vuto ragione. E la scuola ne è una diretta conseguenza. Oggi un ra­gazzo può agevolmente chiedersi se lo studio serva ancora. Il dram­ma è che noi adulti abbiamo ri­sposto di no. Così i giovani non studiano. Al liceo ho molti stu­denti che si interessano alle lezio­ni, bravi ragazzi, che però a casa non aprono libro. E non c’è nes­suno che faccia loro comprendere l’importanza dello studio».

Non lo fa la scuola, non lo fa la famiglia, non lo fa la società. Ne consegue, pare di capire, una sorta di grande inganno i cui i nostri ragazzi sono le vere vittime.

«Un inganno dai tanti volti. La scuola fa lavorare in gruppo quando sappiamo benis­simo che si tratta di un modo per non studiare. Insegna a lavorare sfruttando il web e questo è vera­mente il massimo che si potesse fare per fre­gare i giovani: dire lo­ro che tanto c’è il computer, che si può sempre mettere la pa­rola giusta sul motore di ricerca e poi si sca­rica, si copia e incolla e il compito del gior­no è fatto. Non c’è nemmeno bi­sogno di leggere quello che si è scaricato».

Sono i professori, per­sino i libri di testo che chiedono agli studenti di studiare in questo modo con internet.

«E così si a­valla la logica che per studiare non serve fatica. Anzi, non serve proprio studiare. Servono solo le nuove abilità: utilizzare i nuovi programmi, navigare in rete, chattare, collegarsi a facebook».

Se si avanzano critiche su questi ar­gomenti c’è sempre il professore che con tono di compatimento ti fa notare che forse sei retrogrado, antiquato, reazionario.

«Ma è una falsità. Siamo noi i più moderni. Noi che usiamo tranquillamente tutte le nuove tecnologie cono­scendo Dante e Petrarca, avendo letto Tasso, Leopardi e Montale, sapendo di latino e di sintassi. Insomma, vogliamo o no che i nostri ragazzi abitino anche una sfera mentale, spirituale, del­le idee e non siano interamente calati nel più puro materialismo? Vogliamo che la scuola serva an­cora a qualcosa? Cosa vogliamo che facciano i nostri figli?».

Biso­gnerebbe chiederlo alle famiglie, che oltre a non far studiare i figli a casa se la prendono con maestri e professori quando danno troppi compiti o pretendono qualcosa di più dagli studenti.

«È quella che nel libro ho definito l’inversione delle responsabilità. Se le famiglie remano contro gli insegnanti che vogliono lavorare la scuola non serve più. Meglio che tolga il di­sturbo, appunto. I genitori sem­pre schierati dalla parte dei figli sono il fenomeno più deva­stante del mondo scolastico. Del resto la scuola e il modo di approcciarsi alla scuola sono il rifles­so della società».

Viene da chiedersi come sia potuto ac­cadere tutto questo.

«Le rispondo con una provocazio­ne: forse siamo un Paese troppo progredito per credere ancora nella scuola».

Un’affermazione drammatica.

«Drammatica, ma realista. La nostra società, cioè tutti noi, è troppo concentrata sul suo ombelico, è troppo rivolta al piacere. La famiglia media pensa a come impiegare il tempo libero nei divertimenti, nello sport, pen­sa ad avere due auto, due telefo­nini, la tv dell’ultima generazio­ne... in tutto questo la scuola è un disturbo. Ci sono i compiti da fa­re, c’è da impegnarsi a seguire i fi­gli, a spronarli... Molto più facile affidarli alle badanti tecnologiche, come la tv, internet, le play sta­tion. Si sono perduti i valori peda­gogici della fatica, dell’umiltà. Studiare è un impegno e le fami­glie non vogliono più che i figli studino. Pensano alla scuola co­me a un contenitore».

Detta così sembra una delle pessime conse­guenze del ’68?

«Questa situazio­ne è certamente figlia anche delle ideologie, delle letture cattive e distorte degli scritti di don Milani, quello che nel libro chiamo il donmilanismo, che ha portato a una scuola appiattita verso il bas­so. Della lettura di comodo dei li­bri di Gianni Rodari, che defini­sco rodarismo e che ha portato al­l’inganno criminale della scuola creativa, che lascia spazio alla fantasia, ma non insegna la gram­matica, la struttura del pensiero e del discorso. Ma per per diventare grandi bisogna prima aver molto letto, molto pensato e molto stu­diato, poi ci si può aprire alla creatività vera».

 

di Roberto I. Zanini
da Avvenire del 17 febbraio 2011, pag. 27

    

 

Argomento: In libreria
In libreria: L'enigma del sangue

Joseph Thornborn, L'enigma del sangue, Piemme 2010, Pagine 378, ISBN 978-88-566-0229-6, Euro 19,00

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E' notte. Nella cattedrale di Torino scoppia un incendio. Il fuoco lambisce la cappella dov’è conservata la Sacra Sindone.
Una squadra di pompieri sottrae alle fiamme la teca contenente la reliquia e la sostituisce con una copia perfetta. In realtà il furto è opera di una setta satanica, il cui obbiettivo è dimostrare che Gesù era soltanto un uomo, e quindi che non è risorto.
Nel frattempo don Sebastiano Blodbodj, un sacerdote dell’Archivio Segreto Vaticano, viene mandato a San Giovanni Rotondo per rintracciare un antico vasetto di terracotta che contiene tracce di sangue ed è misteriosamente legato al segreto della Sindone.
L’omicidio di un uomo, studioso dei Templari, porta sulle tracce della setta anche una giovane detective francese che, entrata in contatto con don Sebastiano, scopre che entrambi perseguono lo stesso scopo, quello di snidare l’organizzazione occulta che trama per ferire al cuore la cristianità.
Con l’aiuto provvidenziale di John Costa, giornalista italo-americano amico del sacerdote, don Sebastiano e Claudine Mathieu affronteranno un percorso a ostacoli, fitto di pericoli e di misteri, per combattere il male e salvare il destino della Chiesa.

Argomento: In libreria

Edmondo Coccia, I nipotastri di Voltaire. Fango sulla Chiesa, Fede e cultura 2010, Isbn: 978-88-6409-049-8, pagg. 160, € 15.00

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Un excursus sui principali personaggi che popolano l’ambiente anti-cattolico odierno, raccontato con linguaggio graffiante e satirico che però non cela al lettore la verità.

La definizione dei contemporanei libellisti contro la Chiesa cattolica come “nipotastri di Voltaire” è motivata dal fatto che questo grande filosofo, scrittore, drammaturgo e poeta francese del diciottesimo secolo viene giustamente ritenuto l’antesignano di ogni atteggiamento ostile nei confronti del cristianesimo in genere, della Chiesa cattolica in particolare.
Si consenta d’affermare, però, che nessuno degli attuali eredi e continuatori del suo pensiero e del suo spirito appare all’altezza dell’illustre antenato, né per originalità d’idee né per lo stile letterario, caratterizzato da sorprendenti doti d’umorismo, ironia, satira, sarcasmo, difficilmente riscontrabili nella produzione letteraria dei suoi nipotastri.
In questo libro troviamo, allora, una carrellata di tali individui, puntualmente smontati dall’Autore: Dan Brown, Piergiorgio Odifreddi, Corrado Augias, Claudio Rendina, Marco Politi ed Emma Bonino, Gianluigi Nuzzi.
Quello che apparirà chiaro alla fine della lettura sarà il bilancio, sia pure sommario, di ciò che l’idea religiosa in genere ha prodotto nella storia dell’umanità e di quanto invece hanno prodotto atei e agnostici.

 

"ATEI E AGNOSTICI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI CONTRO LA CHIESA"

Il mese scorso ho così modificato un moto di Voltaire: Infanga, infanga, qualcosa resta. Ora leggendo il libro di Edmondo Coccia, I Nipotastri di Voltaire, edito da Fede & Cultura la mia idea si rafforza.

Recensire un libro dove l’autore a sua volta è recensore di altri libri, forse è una novità. Una significativa caratteristica di questo libro è che l’autore ti offre una sintesi in 155 pagine, delle baggianate, delle idiozie, delle bubbole, del pensiero-filosofia (si fa per dire) dei più illustri atei, agnostici dei nostri tempi: Dan Brown, Piergiorgio Odifrddi, Corrado Augias, e poi Claudio Rendina, Marco Politi e Gianluigi Nuzzi, senza la necessità di leggere migliaia di pagine dei loro libri, spesso a tratti anche un po’ noiosi, e magari perdendo tempo utile per leggere altro.

Il professore Edmondo Coccia li ha letti tutti, e ci tiene a scriverlo, non li ha comprati, li ha presi in prestito in biblioteca, naturalmente non per tirchieria ma per non dare soldi a chi diffama la Chiesa. Quindi per averci “liberati” dalla noiosa lettura dei testi, credo che bisogna ringraziarlo, non solo ma occorre anche ringraziare l’editore Giovanni Zenone di Fede & Cultura, che ha individuato nel dotto professor Coccia un ottimo e gioioso recensore che riesce a confutare nella logica cattolica dell’apologetica, le bubbole propagate da somari messi in cattedra dai mass media, per meriti ‘culturali’ di fare il tiro a bersaglio (col fango) contro la Chiesa.

I libri presi in esame da Coccia sono: Il Codice da Vinci, di Brown, Perchè non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici) edito da Longanesi di Odifreddi, Inchiesta su Gesù (2006), Inchiesta sul cristianesimo (2008), Disputa su Dio e dintorni (2009), di Augias, mentre di Rendina, ha letto La santa casta della Chiesa, edito da Newton Compton. La Chiesa del NO, di Politi e Vaticano S.p.A. Di Nuzzi.

Si tratta di una “libellistica” di moda e di sicuro successo economico. Infatti basta entrare da Feltrinelli o da Mondadori, o in qualsiasi altra libreria più o meno fornita, per vedere addirittura nei pressi delle casse, con evidente scopo pubblicitario-economico, intere cataste di libri (“80.000 copie vendute in una settimana!”). Un successo ormai garantito dalla redditizia moda del ‘gossip’.
Naturalmente di questo genere esistono altri libri, una produzione letteraria – puntualizza Coccia – che non può essere liquidata, naturalmente, con un rifiuto generico e preconcetto di quanto vi viene proposto: si cadrebbe nella stessa dimensione del pregiudizio e dell’ostilità intenzionale che ispirano, a quanto pare, certi autori nello scrivere le loro opere.

Per questo è necessario, per stabilire la Verità, un confronto diretto con tutti gli elementi contenuti nelle rispettive opere. Così Coccia si è letto tutti i volumi “regalandoci” le recensioni. Prima di recensirli, Coccia giustifica il titolo che ha messo al libro, “I Nipotastri di Voltaire”, è motivata dal fatto che questo grande filosofo, scrittore drammaturgo e poeta francese del diciottesimo secolo viene giustamente ritenuto l’antesignano di ogni atteggiamento ostile nei confronti del cristianesimo in genere, della Chiesa cattolica in particolare.
Però sottolinea Coccia, nessuno degli attuali eredi e continuatori del suo pensiero e del suo spirito appare all’altezza dell’illustre antenato, né per originalità d’idee né per lo stile letterario, caratterizzato da sorprendenti doti d’umorismo, ironia, satira, sarcasmo, difficilmente riscontrabili nella produzione letteraria dei suoi nipotastri.

Certo Voltaire seppe vedere della Chiesa solo gli aspetti negativi, come la superstizione e il fanatismo, lui ormai è morto e sepolto, mentre la Chiesa ancora esiste è vegeta ed ha prodotto tutta una serie straordinaria di pontefici e di santi. Se vogliamo fare un bilancio storico di quello che hanno prodotto gli atei e agnostici e gli uomini di Chiesa non c’è partita. Di fronte a tutti i tesori prodotti dalla fede in Dio, in qualsiasi “dio”, in ogni epoca storica, in ogni luogo, in ogni religione, mi sa dire che cavolo hanno prodotto atei e agnostici?

 

Argomento: In libreria
In libreria: Ero gay

Luca di Tolve, Ero gay, a Medjugorje ho ritrovato me stesso, Ed. Piemme 2011, EAN 9788856615616, pagg. 208, Euro 15,00

 

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Tra i tanti disagi psichici che caratterizzano larga parte della gioventù contemporanea, un peso non irrilevante è dovuto a disturbi di derivazione familiare, affettiva e sessuale. Mancanza di solide famiglie alle spalle, assenza del padre, ricomposizioni familiari traumatizzanti, violenze e umiliazioni subite e tante altre situazioni estreme, possono facilmente sfociare in degenerazioni del comportamento, fino alle più gravi devianze e a tormentosi e insuperabili sensi di colpa.

In questo quadro angosciante e terribile, Luca Di Tolve ci racconta, in un libro appena uscito, e in modo fin troppo dettagliato, la sua discesa verso l’abisso morale ed umano, in cui l’omosessualità da tendenza adolescenziale si trasformò poco a poco in un vanto, e persino un mezzo di lucro e di potere, per giungere poi alla resurrezione, grazie all’incontro con ottimi psicologi e soprattutto all’approdo nella fede cattolica (cfr. L. Di Tolve, Ero gay, ed. Piemme, Milano 2011, euro 15).

La sincerità del racconto, che inizia dalla prima adolescenza, si presta assai bene a mettere in luce la dinamica della “vita gay” e presenta una descrizione della comunità omosessuale davvero sulfurea: tutto, ma proprio tutto, dietro l’apparenza dei nobili ideali della tolleranza e dell’inclusione sociale, ruota attorno al sesso, al piacere ricercato nei peggiori modi, e al denaro a sua volta strumento di potere, di prestigio e di facili rapporti edonistici.

Dopo la separazione dei genitori e l’allontanamento del padre, il giovane Luca inizia a maturare una femminilità di modi e di giochi, preferendo relazionarsi con le compagne di classe che con i maschi. Giustamente si nota che «la separazione tra due genitori è quanto di peggio possa capitare a un figlio (…); una ferita profonda lo segnerà per tutta la vita» (p. 23).

La madre, sola e inesperta, commise vari errori, per esempio facendo circondare il figlio da sole donne o perfino educandolo, anche nel vestiario, «come (...) una bambina» (p. 25). Alle scuole medie subì il fascino del suo compagno di banco e questa passione giovanile lo tormentò per lunghi anni. Fino al punto che la madre decise di portarlo dallo psicologo, anzi da una psicologa, la quale rassicurò i due, asserendo dall’alto della cattedra, che l’omosessualità latente nel piccolo era «una variante naturale del comportamento» (p. 35). In realtà, secondo Di Tolve, tutto derivò dalla «mancanza di una guida (…) come modello di riferimento maschile positivo» (p. 34).

Dopo le scuole medie iniziò a prendere maggiormente coscienza del mondo, della cultura e della realtà. Scrive: «Edotto dagli psicologi e confermato dalla tv sulla normalità dei rapporti omosessuali, mi misi direttamente in cerca di altri gay» (p. 36). E da lì iniziò una discesa nell’abisso che durò lunghi anni, in attesa del sole. Conobbe un gay più grande d’età, fu introdotto negli ambienti omosessuali e perse ogni scrupolo.

«Il sesso era stata la chiave di accesso al mondo omosessuale ed era il linguaggio che ora mi permetteva di farne parte stabilmente» (p. 40). La vita divenne per lui una continua ricerca di esperienze, soprattutto notturne, all’insegna della trasgressione, nei locali gay milanesi. Così conobbe «ricchi imprenditori e importanti manager» (p. 42) e «oltre al consumo di sostanze stupefacenti e all’abuso di alcol, si praticava, ovunque e a qualunque ora, sesso facile e occasionale» (pp. 42-43).

Di tappa in tappa la sua vita divenne quella di un militante omosessuale, di un “prostituto” e di un imprenditore lanciato nella cultura gay. Ricorda per esempio il ruolo assolutamente vergognoso avuto da certi ambienti, tipo l’Arcigay, a cui si iscrisse «per liberare l’omosessualità dai vecchi tabù della morale cristiana» (p. 68).

In un parco di Milano «ci si scambiava il telefono per rivedersi, la notte, nelle discoteche dell’Arcigay, dei luoghi ben congegnati allo scopo: attrezzati con tendoni scuri e luci da penombra, si strutturavano nella forma di un labirinto, che ospitava all’interno moltissimi anfratti e siparietti» (p. 66). Nelle stesse riviste gay lesse in quegli anni oscuri che «su 156 coppie [omosessuali] prese a campione, solamente sette avevano retto un rapporto esclusivo per la durata massima di cinque anni» (p. 72).

La labilità dei rapporti umani gli fece notare tutta la fragilità di un “sentimento” che in realtà gli si rivelò poi come “una trappola” (p. 25). Nel tempo conobbe dall’interno quella insidiosissima «lobby magmatica e tutt’altro che silenziosa: essa si avvale dell’appoggio di una certa intellighenzia culturale, che affonda solide radici negli ambienti dello spettacolo e dei media, e mette insieme, in un unico cartello, tutte le tipologie umane che non brillano in esempio di fedeltà» (p. 79).

Rivolgendosi a genitori ed educatori, nota ancora: «L’influenza negativa dei media non viene compresa subito; ma una trasmissione televisiva può veramente eccitare i sentimenti, traviarli, agire sulla volontà e sull’intelletto» (p. 81). Omettiamo volutamente l’accurata descrizione dei vari stili gay che conobbe: feticismo, dominazione, sadismo, leather, etc. etc.

A poco a poco la nausea per la perversione lo fece tornare in sé. Così attraverso sane amicizie disinteressate, la lettura della Bibbia e l’ascolto di “Radio Maria”, in pochi mesi avvenne una difficile conversione con parallelo abbandono del peccato e del male. «L’Arcigay e le altre associazioni di categoria mi guardano come un rinnegato (…). Ho ricevuto minacce di morte» (p. 120).

Dopo aver notato le strabilianti somiglianze tra mondo gay e occultismo satanico (cfr. pp. 126-149), Luca Di Tolve ha superato importanti tappe di conversione, di pentimento e di nuovo inizio. Avendo ritrovato la fede e la norma morale, nel 2008 si è sposato e da allora, assieme alla moglie, dirige il Gruppo Lot (in omaggio di colui che fuggì da Sodoma…) e cerca di aiutare tutti coloro che a causa delle devianze psichiche soffrono di problemi umani, psicologici e spirituali.

 

da: ag. Corrispondenza Romana n.1198/05 2 luglio 2011

Argomento: In libreria

Alberto Leoni, L'Europa prima della crociate, Fede & guerre nella formazione della Cristianità occidentale, Ares 2010, pagine 296, Euro 18.

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IL LIBRO – I secoli compresi tra la fine dell’Impero romano d’Occidente e gli albori del secondo millennio segnano la nascita dell’Europa. Queste pagine narrano le vicende di Imperi e principati duraturi o effimeri, di popoli e stirpi, di eroici condottieri e di eccezionali individualità religiose, in uno spazio geografico che va dal Mediterraneo al mare del Nord, dalle coste dell’oceano Atlantico alle pianure germanico-slave, fino alle terre di Bisanzio e agli altipiani iranici. Su questo immenso scacchiere geopolitico si sono svolte nell’alto Medioevo battaglie decisive per la sopravvivenza della fede cristiana e della libertà. Nel descriverle in tutta la loro barbarica crudezza, Leoni spiega le tattiche e le strategie delle forze in campo, sottolineando con realismo come la resistenza armata dei cristiani prima e poi le loro vittorie su pagani e islamici siano state condizioni essenziali per l’opera di evangelizzazione e inculturazione promossa dalla Chiesa verso i popoli dell’intera Europa, progressivamente inglobati nell’universalismo cristiano. Nei ferrei secoli dell’Età di mezzo il cristianesimo occidentale fu spesso a rischio di estinzione: i saraceni dell’Africa settentrionale giunsero addirittura a Roma, saccheggiando la stessa basilica di San Pietro. Pochi decenni dopo, alle soglie del Mille, lo scenario muta radicalmente: terminate le invasioni, definita nei suoi contorni generali la mappa politico-territoriale del Continente, portata a compimento la riforma della Chiesa per iniziativa di grandi Pontefici, gli europei si accingono nel segno della Croce a varcare il mare diretti in Oriente.

 

DAL TESTO – “Con la vittoria di Costantino e il riconoscimento non più della semplice esistenza del Cristianesimo, ma della sua superiorità su tutte le altre religioni, l'atteggiamento della Chiesa davanti alla questione militare passò da «una rigorosa non ingerenza al riconoscimento della funzione positiva dell'esercito stesso». In realtà la svolta costantiniana è molto meno marcata di quanto possa sembrare. Non essendoci mai stata una pronuncia ufficiale della gerarchia ecclesiastica su questo argomento, il fatto che la fine della persecuzione fosse stata procurata dalle armi costantiniane non poté non far apparire l'elemento militare come decisivo nella storia della Chiesa e della salvezza. I tempi erano cambiati, poiché i cristiani, come fedeli del «Dio più forte», dovevano ora assumersi la responsabilità della sicurezza dell'Impero, e la risoluzione del Concilio di Arles del 314 ha proprio questo significato. La questione esaminata dai vescovi in quell'occasione era nata dalla diserzione di alcuni soldati cristiani dalle file di Massenzio. Tale atto, ben lungi dall'essere approvato, incorse nella condanna recisa da parte dei vescovi. Erano ormai maturi i tempi in cui Ambrogio, in una lettera a Paterno del 393, poteva esprimersi con la durezza di un veterano: «Hostem ferire victoria est, reum aequitas, innocentem homicidium». La Chiesa, di fronte a un mondo che scompariva in modo clamoroso e ineluttabile, raccoglieva la sfida che le veniva lanciata, assumendosi fino in fondo la responsabilità che era stata propria dell'Impero”.

INDICE DELL’OPERA - Premessa - Introduzione - Capitolo primo. Alle origini della tradizione militare cristiana: cittadini, legionari, martiri (l. La situazione militare nell'Impero romano da Traiano ai Severi & la risposta cristiana - 2. L'anarchia militare & l'avvento di Diocleziano - 3. Il soldato romano (& cristiano) al tempo di Costantino & la nascita della cavalleria medioevale - 4. I cristiani nel III secolo & la grande persecuzione di Diocleziano - 5. L'avvento di Costantino il Grande - 6. La campagna d'Italia & la battaglia di Ponte Milvio - 7. La rivoluzione costantiniana - 8. Marsa, la Persia, Adrianopoli: tappe della disfatta - 9. Lo scontro finale tra Cristianesimo & paganesimo: Ambrogio, Simmaco & l'altare della Vittoria - 10. La battaglia del Frigido) - Capitolo secondo. Gli eroi cristiani dei secoli «oscuri» (l. L'Armenia di Vardan Mamikoyan - 2. La Francia di Clodoveo - 3. San Germano, san Lupo & la battaglia dell'Alleluja - 4. Armi & battaglie di Artorius di Britannia) - Capitolo terzo. L'epopea di Eraclio & la guerra della Vera Croce (622-629) (l. La discutibile riconquista di un Impero: Giustiniano & Belisario - 2. L'Impero romano d'Oriente sull'orlo del crollo - 3. Eraclio, l'uomo del destino - 4. La riforma di Eraclio & l'esercito dei themi - 5. La guerra della Vera Croce - 6. Gli Avari assediano Costantinopoli - 7. L'offensiva finale di Eraclio) - Capitolo quarto. L'espansione islamica dalla Siria alla Francia (1. La catastrofe dello Yarmuk & la perdita della Palestina (633) - 2. I due assedi di Costantinopoli - 3. La rinascita dell'Impero bizantino - 4. L'Islàm alla conquista dell'Europa: l'invasione della Spagna dal Guadalete a Covadonga - 5. Poitiers & la fine dell'espansione musulmana) - Capitolo quinto. Carlo Magno & la formazione dell'Europa: la spada & la missione (I. L'avvento dei Franchi nella storia dell'Occidente - 2. L'evoluzione dell'esercito carolingio - 3. Dalla distruzione di Irminsul (772) alla conversione di Vitichindo (785) - 4. Dalla rivolta bretone (786) alla morte di Pipino (810)) - Capitolo sesto. La prima grande guerra europea: le invasioni barbariche del IX secolo (1. Un secolo di ferro - 2. Il monastero: da arca della cultura a bersaglio prioritario - 3. Il regno di Ludovico il Pio (814-840) & i primi segni del cedimento - 4 . La disintegrazione dell'Impero carolingio - 5. Le prime offensive saracene verso la Sicilia & Roma - 6. La resistenza in Irlanda & nei Paesi celtici all'invasione carolingia - 7. L'Inghilterra salvata dai santi guerrieri: il martirio di Edmondo & l'epopea di Alfredo - 8. La fine dell’Impero carolingio & l’inizio dell’Europa delle nazioni - 9. Il momento della riscossa: Saucourt, Parigi & Lovanio - 10. Dalla campagna del Tamigi alla battaglia di Brunanburh. Il trionfo del Cristianesimo sassone) - Capitolo settimo. Vittoria & rinascita dell'Europa cristiana nel X & XI secolo (1. Le ragioni di una ripresa - 2. Origine & affermazione della cavalleria medioevale - 3. Il flagello magiaro & la difesa dell'Europa centrale - 4. Enrico di Sassonia a Riade - 5. Ottone il Grande & la battaglia della Lech - 6. La conquista della Sicilia da parte dei Saraceni - 7. L'ascesa della potenza navale delle Repubbliche marinare - 8. La venuta dei Normanni in Italia - 9. La seconda invasione vichinga in Inghilterra - 10. Brian Boru, una vita per l'Irlanda - 11. La battaglia di Clontarf - 12. L'epopea della Reconquista iberica: da Alfonso I al saccheggio di Santiago di Compostela - 13. La lotta per le investiture & la libertas Ecclesiae: le imprese di Matilde di Canossa - 14. La seconda fase della Reconquista: l'avvento degli Almoravidi & il Cid Campeador - Capitolo ottavo. La nascita delle Crociate (1. La Cristianità alla vigilia della prima Crociata - 2. Il crollo della potenza bizantina - 3. La Crociata, sintesi di secoli di storia - 4. «Dio lo vuole!») - Indice dei nomi - Indice generale

Argomento: In libreria

Robert Hugh Benson, Il Padrone del Mondo,  Edizioni Fede & Cultura , 2011, pp. 357, € 14

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Vesrione gratuita in formato elettronico: http://www.totustuus.it/modules.php?name=Downloads&d_op=viewdownload&cid=35


PREFAZIONE DI S.E. MONS. LUIGI NEGRI
Carissimi amici, sono lieto
di accompagnare con poche parole la riedizione de Il padrone del mondo, uno dei libri che ha inciso più profondamente nella mia personalità.
Peraltro, confidenzialmente, posso dirvi che parlando con il Santo Padre ho avuto la confidenza che anche per Lui, la lettura de Il padrone del mondo, nella prima edizione tedesca, fu un fatto di grande importanza.
Questo libro, scritto nel 1907 da un grande cristiano, è una profezia terribile per la concretezza e per la specificità del mondo in cui viviamo e del cammino che ha portato a questo mondo. Da un lato questo enorme apparato che omologa le persone, i gruppi sociali, le nazioni, i popoli, che li omologa sulla base di un umanismo sostanzialmente ateo, che ha dei riferimenti a valori comuni che sono valori cristiani profondamente laicizzati e secolarizzati.
Quindi una società dove non esistono più differenze, qualsiasi tipo di differenza: quella religiosa, quella sociale, quella culturale viene sentita come negativa e il tentativo che è quello di operare una unificazione o, come si potrebbe dire una omologazione dell’intero pianeta differenze che incombono minacciosamente come tutto L’EST, tutto l'oriente, ma al di là dello specificarsi delle cose l'intuizione di Benson e che si sarebbe andati verso una negazione di Dio attraverso la costruzione di una società obiettivamente senza Dio. Ora, per costruirsi questa società, anche questa è un'intuizione formidabile, occorre divinizzare il tentativo che si sta facendo, come ai tempi della costruzione della torre di Babele; si deve assolutizzare il progetto e si devono divinizzare coloro che realizzano questo progetto e siccome la logica dell'unità è una logica ferreamente umana, si deve assolutizzare colui che di fatto sta guidando questa grande operazione. Ecco l'immagine di Giuliano che è sostanzialmente l'anticristo, l'anticristo soft, ma l'anticristo di una società che vuole fare a meno di Dio e quindi vuole fare a meno di Cristo. Ma l'intuizione formidabile, vorrei dire non soltanto sul piano della disamina di carattere culturale e sociale, ma dal punto di vista ecclesiale è che Benson indica che la strada che la Chiesa non può non percorrere, anche nelle situazioni terribili in cui vive, è la strada della presenza, essere cristiani presenti come ha ricordato il Santo Padre Benedetto XVI alla mia Diocesi, qualche giorno fa.
Di fronte a questa presenza che si riduce progressivamente, numericamente in modo spaventoso ma che non finisce, nonostante i tentativi contro questa differenza, servono tutti i mezzi, ma soprattutto viene riabilitata la violenza, una violenza cinica perché una volta che si sia tolta la peste del cristianesimo la società potrà veleggiare verso il futuro senza più remore o condizionamenti. Quindi, si persegue e si realizza la distruzione totale di Roma e qualsiasi emergenza della grande tradizione cattolica.
Umanesimo ateistico e violenza verso il cristianesimo, ma la Chiesa resiste, si riduce progressivamente, ma tenta di arrivare a distruggere il rifugio dell'ultimo papa e mantiene forte il senso dell’ unità attorno a Pietro e al suo successore. E comunque, per quanto gravissimamente condizionata, non muore e anche con proporzioni numericamente ridotte è ancora una realtà che esiste, coagulata attorno a quella grande idea di un unico ordine religioso del crocifisso, che è stata la grande intuizione del protagonista del romanzo che poi finirà per essere il Papa estremo. Ecco, io credo che la Chiesa di oggi debba imparare, non tanto dalla disamina di carattere socio-culturale ma da questo vigoroso richiamo alla verità della comunione ecclesiale, alla forza della testimonianza, alla necessità di andare in missione confrontandosi con tutti i tentativi di violenza, anche quella che scoppia all'interno del Sacro Collegio, ridotto a poche unità e che riproduce, in maniera drammatica il tradimento di Giuda.
Alla fine è il grande problema lasciato aperto, mentre si dei pochi Cardinali che si sono radunati con lui, quando la vittoria sembra già a portata di mano e anzi è quasi realizzata, scoppia qualche cosa di assolutamente escatologico, come una lotta escatologica fra il Cristo e l’Anticristo. Uomini di fede come ame amano pensare che alla fine di questa lotta escatologica in spe contra spem apparirà il Signore glorioso e trionfante.
Ma il cammino che ci è stato fatto percorrere da questo libro è comunque un cammino di sanità culturale, intellettuale e morale e per i cristiani può essere un aiuto a dell'esperienza della fede e della responsabilità alla missione.

+ Luigi Negri
Vescovo di San Marino­Montefeltro


PREFAZIONE DELL’AUTORE
Questo libro produrrà senz’altro sensazioni di sconforto e sarà (per ciò e per altri motivi) oggetto di ogni tipo di critica;; ma mi è sembrato che il mezzo migliore per esprimere valori e princìpi che mi stanno a cuore e che io credo veri ed infallibili fosse quello di tradurli in avvenimenti che possono commuovere.
Non ho inteso fare la voce grossa ed ho sempre trattato con deferenza e con rispetto, per quanto possibile, le opinioni opposte alle mie. Non sta a me dire se abbia conseguito l’intento o meno.
R.H. Benson
1907

Argomento: In libreria

F. Agnoli- M. Luscia (a cura di), Contro-canti. Per non omologarsi al pensiero dominante.,  Edizioni Fede & Cultura , 2010, pp. 80, € 6

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INTRODUZIONE
“Contro-canti”: cioè pensieri, riflessioni, ragionamenti non in linea con il politicamente corretto. Non in accordo con le banalità dei luoghi comuni che assediano una cultura sempre più effimera e superficiale.
Abbiamo semplicemente voluto ragionare, liberamente, sulle questioni importanti: Dio, la vita, l‟amore, la fede, la morte, l‟aborto, l‟eutanasia…
Questa fatica, di analizzare la realtà, la cronaca, ciò che passa e ciò che resta, nasce da uno sguardo sull‟ambiente circostante curioso, speranzoso, dinamico; nasce da un‟amicizia all‟interno di un‟associazione, “Libertà e persona”, che da diversi anni cerca, come una voce fuori dal coro, di dire la sua, ma in accordo con una bimillenaria Tradizione che a noi non pare debba essere così facilmente cancellata in nome di un progresso spesso fasullo e di una mancanza di ideali e di valori, che sfocia sovente nel più triste nichilismo.

Buona lettura e buona riflessione.
Francesco Agnoli e Marco Luscia

CHIESA DEI SÌ E L’ASTICELLA ALTA
C‟è da alcuni di mesi in vendita un libro, La chiesa dei „no‟, scritto dal solito giornalista di “Repubblica”, in cui viene esposto un concetto molto semplice: l‟assurdità anacronistica del comportamento della Chiesa cattolica starebbe nei troppi “no” che essa propone nell‟ambito della dottrina morale. Non c‟è bisogno di leggere il volume, per comprendere che a monte di esso sta la totale incomprensione del messaggio di Cristo. In verità i “no” della Chiesa, assolutamente poco incline a sottoporre la verità al gioco dei sondaggi, sembrano tali a chi poco riflette sulla natura dell‟uomo, sempre alla ricerca di un equilibrio, rotto al principio della sua storia, tra le tensioni animali, impersonali e violente, e le esigenze della ragione e dello spirito. Sembrano “no”, oggi, a coloro che non amano mettersi in discussione, fare l‟esame della propria coscienza, come il buon vecchio Seneca, tutte le sere, per procedere, almeno un poco, nella faticosa strada della virtù.

Siamo abituati da alcuni secoli, infatti, ad un concetto tanto distorto di diritti dell‟uomo, che siamo ormai convinti che la parola “dovere” non esista neppure più e, soprattutto, che non c‟entri nulla con la nostra realizzazione. Eppure proprio la morale cristiana fu accolta all‟origine del cristianesimo, come un grande “sì” che generò una entusiastica accoglienza in molti che videro nella sequela di Cristo il modo per vivere pienamente e trascendere, nello stesso tempo, il momento presente, l‟attimo fuggente, per affermare la nostra durata immortale. La morale cristiana difatti ci ricorda ogni giorno cosa siamo, quale sia l‟immensa dignità umana, per impedirci di precipitare al livello delle bestie, nella servitù, come direbbe Dawkins, ai nostri geni egoisti.

La Chiesa nasce dunque dai “sì”: il fiat della Vergine, quello di Cristo, al calce amaro, e quello di Pietro, chiamato a donare la propria stessa vita nel martirio. Il “no” dei comandamenti, allora, è solo la parte preliminare, per così dire, dell‟atto virtuoso, sommamente libero, che nasce da una rinuncia, un “no”, appunto, per un “sì” più grande.

È come se la Chiesa tenesse sempre alta l’asticella, per ricordarci che abbiamo anche ali e non solo piedi appesantiti; rami e non solo radici; occhi dello spirito, e non solo della carne; desideri nobili e non unicamente appetiti capricciosi e istintivi. Ci addita l‟amore pieno, quando vorremmo godere solamente di quello carnale; e mentre ci sconsiglia le ghiande dei porci, ci dona il pane celeste. Ci libera dalla malinconia dei sensi, dalle passioni tristi, dalla frenesia del potere e del successo, dalla schiavitù del peccato e dell‟io prepotente, e nel contempo ci stimola al “sì” dell‟umiltà, del perdono, della misericordia, della carità…

Ad ogni “no” a ciò che vi è di più basso, oppone un “sì”, sonoro, squillante, affinché non sprofondiamo nel non-essere, nell‟accidia, nell‟istinto di morte. In questo la Chiesa ha una sua pedagogia: conosce nel contempo la bassezza dell‟uomo e la sua grandezza, il nostro “no” e il nostro “sì” alla vita, il nostro essere quasi sospesi tra l‟Essere e il nulla. Per questo il “no” precede il “sì”, l‟Antico Testamento anticipa il Nuovo, il timore servile di Dio, l‟amore filiale per Lui. Perché, resi consapevoli di ciò che ci impedisce di essere veramente uomini, di ciò che ci tiene legati a terra, possiamo intraprendere un cammino positivo, creativo, originale, di libertà e di crescita.

Mi spiego con un esempio: il “no” al divorzio. Perché questa posizione, che oggi appare così rigida, nel passato, invece, segnò la più grande liberazione della donna dall‟arbitrio e dalla prepotenza dell‟uomo? Perché il matrimonio indissolubile è l‟assunzione di un impegno, di un giogo dolce e leggero, che ci rende più uomini, più completi, più felici, più sereni. La Chiesa, per citare Giacomo Balmes, conosce a fondo quello che siamo: di fronte alla passione distruttiva, che può travolgere i sensi e la libertà dell‟uomo più fedele, preferisce frenarla da principio, piuttosto che lasciarla divampare; soffocarla, chiudendole ogni porta, piuttosto che concederle terreno; lasciarla morire di inedia, piuttosto che permettere che ingrossi sempre più, sino a divenire insaziabile. Come con un giocatore d‟azzardo: non è efficace contrattare con lui, permettergli di giocare, ma solo in certi giorni. Non si otterrà nulla: il giocatore dilapiderà il suo patrimonio, e la passione lo divorerà piano piano.

Come il gioco genera gioco, così il divorzio genera divorzio. È un fatto ormai constatato in tutte le società moderne. Per questo la Chiesa non lo accetta, come principio, perché la sua sola possibilità è come un grimaldello, è l‟“occasione che fa l‟uomo ladro”: basta a scardinare un matrimonio solido, in un momento di difficoltà; ad annichilire del tutto la volontà, quando essa è indebolita; a scoraggiarci e ad indurci a cambiare strada, quando invece si dovrebbero stringere i denti, per ripartire lungo la via intrapresa. Sembra solamente un divieto, ma è una proposta, un‟affermazione: amare per sempre si può! È possibile, è umano, è bello, ed è anche doveroso.

Il principio, l‟indissolubilità del matrimonio, nella sua apparente durezza, è il bastone offerto alla nostra fragilità, per tenerci in piedi anche quando staremmo per cadere. È il “no” che dobbiamo dirci, quando giungono lo scoraggiamento, l‟ira, la passione cieca. Devi, perché puoi. È nella nostra natura la durata dell‟amore: farlo crescere, coltivarlo, vivificarlo ogni giorno. Ogni giorno dirgli un nuovo “sì”, impedendo che il tempo, la trascuratezza, l‟incostanza, l‟egoismo, la freddezza, lo uccidano.


Francesco Agnoli

Argomento: In libreria

S. FONTANA, L'età del Papa scomodo. Chiesa e politica negli ultimi tre anni. Cantagalli 2011, pp. 248, Euro 16,00.

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    Quando si tratta di affrontare la delicata questione 'Chiesa e politica' non sono molti, soprattutto nel nostro Paese, gli studiosi in grado di offrire delle riflessioni scevre da pregiudizi ideologici e da letture faziose, o parziali, della realtà. Per comprendere la vita della Chiesa, al cui vertice visibile vi è quel Pontefice 'eletto' – servendosi di uomini – dalla Terza Persona della Santissima Trinità, lo Spirito Santo, bisogna d'altronde seguirla, possibilmente dall'interno, e non limitarsi ai 'lanci d'agenzia' su internet o agli 'strilli' dei giornali alla moda. E' necessario conoscere poi adeguatamente la ricca storia, bi-millenaria, del Papato, leggere i documenti e gli interventi che il Magistero produce di volta in volta, in primis per la salvezza delle anime, in ogni epoca storica. Occorre insomma investire del tempo e delle risorse, magari mettere in discussione le proprie idee radicate, o perfino se stessi. Il professor Stefano Fontana, direttore del benemerito e sempre aggiornato Osservatorio internazionale Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa (www.vanthuanobservatory.org), del settimanale diocesano triestino Vita Nuova (www.vitanuovatrieste.it/) e consultore del Pontificio  Consiglio Giustizia e Pace è uno dei pochi a fare eccezione. L'anno scorso, per i tipi della Cantagalli di Siena, aveva dato alle stampe una impegnata riflessione su quella crisi diffusa di identità e, quindi, di senso (www.totustuus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=3515) che sembra una delle 'cifre distintive' della nostra epoca e che sta causando un inquietante, quanto inedito, fenomeno sociale: quello della perdita della vocazione a ogni livello, tanto personale quanto sociale (e non solo in ambito ecclesiastico). Questa volta Fontana sposta invece l'analisi sul versante ecclesiale e in particolare sul rapporto Chiesa-politica (in Italia e all'estero) concentrandosi sugli ultimi tre anni di predicazione, di missione e di governo di Benedetto XVI.
 

Argomento: In libreria

Michel Villey, Il diritto e i diritti dell'uomo, Editore Cantagalli, EAN9788882724436, Pp. 208, Euro 20,00

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“I diritti dell’uomo sono irreali. La loro impotenza è evidente. È bellissimo vedersi promettere l’infinito; ma poi, come stupirsi se la promessa non è mantenuta!”
Muovendosi in direzione opposta alla grande popolarità riscossa dal concetto di “diritti umani”, Michel Villey contesta l’idea moderna che anima le Dichiarazioni Universali e attraverso uno studio critico del linguaggio ne individua errori e ambiguità.  
Se il linguaggio condiziona il pensiero, è compito della filosofia mettere in discussione le espressioni di uso comune per smascherare equivoci e fare chiarezza.  
Per la sua coraggiosa battaglia, Villey sceglie il metodo storico, riscoprendo le radici del concetto di diritto nell’antica Roma e nei classici del pensiero latino, da Cicerone ad Aristotele, primo filosofo del diritto in senso stretto, fino al Corpus Iuris Civilis di Giustiniano, in cui ritrova l’origine del legame tra l’idea del diritto e quella di “giustizia”.
L’errore dei sostenitori dei diritti umani sta per Villey nel mescolare la natura generica dell’uomo, l’uomo al singolare, e il concetto più ampio di diritto, il quale invece ha bisogno di entità concrete a cui riferirsi e che sancisce un rapporto, una relazione tra soggetti.
Grazie a un’attenta analisi etimologica e strutturale dei due termini in gioco il filosofo francese dimostra la contraddizione che sorge dal loro arbitrario accostamento e invita a un ripensamento critico della concezione moderna di diritto.
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Michel Villey (1914-1988)
Storico francese del diritto, specialista di diritto romano. Ha insegnato alle Università di Strasburgo e di Parigi. Con Henri Batifol ha fondato a Parigi il Centro di Filosofia del diritto ed ha diretto gli “Archives de Philosophie du droit”. Tra le sue maggiori opere: Philosophie du droit. Définitions ed fins du droit. Les moyens du droit. (Dallonz, 1986); Critique de la Pensée juridique moderne (Dalloz, 1973); La formazione del pensiero giuridico moderno) Jaca Book, 1986).

 

Argomento: In libreria

Jung Chang e Jon Halliday, Mao la storia sconosciuta,editore TEA, ISBN-13: 978-8850215249, 960 pagine, Euro 12

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Quando i comunisti mangiavano (per davvero) i bambini

La sinistra italiana ha il dispiacere di vedere fatti a pezzi i miti su cui si regge la sua stessa esistenza e i ritratti che continuano a campeggiare su bandiere e magliette che si vedono in ogni sua manifestazione. Prima Fidel Castro, ora Mao Tse-tung (1893-1976). Quarant'anni fa, nell'agosto 1966, cominciava in Cina la rivoluzione culturale, cioè la distruzione sistematica della cultura cinese. Tre milioni d'intellettuali e membri di gruppi sociali "sospetti" furono uccisi, e cento milioni di cinesi incarcerati o deportati. Bastava avere in casa un libro non marxista per rischiare la deportazione o peggio. Il clima è stato rievocato a fosche tinte anche da quotidiani di Centrosinistra. Il crimine di leso Mao Tse-tung è stato subito denunciato sui giornali della sinistra radicale, e l'onorevole Oliviero Diliberto - prendendosi una rara pausa dai suoi impegni di propagandista degli Hezbollah - ha invitato a riconoscere anche quanto di buono fu fatto da Mao in Cina.

A Diliberto si consiglia allora la lettura del capitolo sulla rivoluzione culturale della mirabile biografia Mao la storia sconosciuta (Longanesi, Milano 2006) della grande scrittrice cinese Jung Chang, scritta in collaborazione con Jon Halliday - una lettura obbligatoria nonostante la mole (960 pagine) per chiunque voglia capire il comunismo cinese ­-, che rimanda a un'opera, purtroppo mai tradotta in italiano, del dissidente cinese Zheng Yi, Scarlet Memorial: Tales of Cannibalism in Modern China, pubblicata nel 1996 negli Stati Uniti dall'autorevole Westview Press.

Dopo la morte di Mao, senza troppa pubblicità, alcune commissioni d'inchiesta indagarono sulle atrocità della rivoluzione culturale. Una lavorò nel 1983 sulla contea di Wuxuan. Lo stesso Zheng Yi, un giornalista comunista che aveva militato nelle Guardie Rosse, fu inviato da un giornale di partito di Pechino con lettere di accreditamento ufficiale che invitavano le autorità locali a mettersi a sua disposizione per un'inchiesta. All'epoca, Deng Xiao Ping (1904-1997), che al tempo della rivoluzione culturale era stato estromesso dalla dirigenza del partito, malmenato e mandato a lavorare in una fabbrica di trattori di provincia, dove era sfuggito per miracolo a un tentativo di assassinio, era diventato il padrone della Cina e aveva interesse sia a screditare la "banda dei quattro" che aveva promosso gli eventi del 1966, sia a far filtrare qualche cauta critica allo stesso Mao Tse-tung che non lo aveva certamente protetto.

Regnante Deng Xiao Ping, s'indaga sugli eccessi della rivoluzione culturale e migliaia di militanti che si sono resi colpevoli di atrocità sono incriminati. Il lavoro dei tribunali sembra serio, e molti vedono una franca indagine su questo orribile passato come il preludio all'inevitabile democratizzazione. Ma la classe dirigente del Partito Comunista Cinese e lo stesso Deng la pensano diversamente. La repressione del movimento degli studenti in Piazza Tiananmen nel 1989 segna la fine della breve primavera di speranze democratiche in Cina.

Dopo Tiananmen, il regime si chiude su se stesso. Su Mao, responsabile secondo Jung Chang di settanta milioni di morti, si applica la "regola delle dieci dita", che sembra usata in Italia anche da Diliberto e compagni: nove dita, insegnano i libri di scuola cinesi, lavoravano per il bene del popolo, una sfuggiva al controllo e deviava. Come ricordano Roderick MacFarquhar e Michael Schoenhals nella loro recente summa storica sulla rivoluzione culturale, Mao's Last Revolution (Harvard University Press, Cambridge [Massachusetts], 'altra opera indispensabile nonostante la mole (oltre 600 pagine) - gli storici cinesi e stranieri che indagano sulle atrocità, fino ad allora incoraggiati dal regime di Deng, improvvisamente trovano ostacoli. Gli archivi, che si erano miracolosamente aperti, si chiudono. Le istruttorie sono concluse frettolosamente e le condanne sono sorprendentemente lievi: meno di cento condanne a morte in tutta la Cina - un Paese che ha il record di pene capitali nel mondo, applicate anche a reati che non implicano la perdita di vite umane - per i massacri di massa della rivoluzione culturale, pene da cinque a quindici anni per i responsabili di autentici eccidi.

Argomento: In libreria

Rao Cassarà Rosa, Una culla per Medjugorje, Chi salva una vita salva l’intera umanità, Fede & Cultura  2007, ISBN-13: 9788889913574, 64 p., Euro 10,00

 

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PREMESSA

Il desiderio di andare a Medjugorje era maturato in me da quando avevo letto uno dei tanti messaggi della Madonna che appare ormai dal 1981 ai veggenti locali. Nel dare questo messaggio, la Madonna si presentava come se portasse un peso enorme che a stento riusciva a reggere tra le braccia e che Le incurvava le spalle. La Vergine aveva spiegato ai veggenti che erano gli aborti compiuti nel nostro tempo in ogni parte del mondo: costituivano un macigno agli occhi di Dio, così insostenibile da costringerla a chiedere a tutti gli uomini di buona volontà di pregare e di difendere la vita nascente, minacciata di morte. Conservo ancora quel messaggio. Capii subito che quella di Medjugorje era la "mia" Madonna, perché avrebbe compreso la mia sofferenza e il senso d

’impotenza che continuo a provare di fronte alla tragedia e all’ingiustizia sociale dell’aborto volontario. La invocavo tante volte e custodivo la Sua immagine. In tanti anni d’impegno a difesa della vita nascente, avevo chiesto continuamente a Maria di aumentare in me la fortezza, fisica e spirituale, e di darmi il discernimento per comprendere la differenza fra testardaggine, vanità, tenacia e volontà di Dio. La mia fiducia era stata ripagata con una serie di occasioni e coincidenze che, casuali ad occhi scettici, per me erano state provvidenziali. Benché non ami i pellegrinaggi, quasi all’improvviso decisi di recarmi a Medjugorje. Mi erano accaduti dei fatti strani, molte emozioni mi avevano stremata, allora consegnare a Maria il risultato di tanta fatica era il solo modo per chiudere un’esperienza forte come quella realizzata negli ultimi anni. La solitudine è stata la cosa che più mi ha fatto soffrire in questa avventura. Condivisione e collaborazione saltuarie mi hanno incoraggiato a proseguire, ma più frequenti sono state le sollecitazioni a demordere, a smettere di lottare, a chiudere definitivamente l’argomento "Culla". Qualcuno mi ha fatto notare che parlo della Culla come se fosse una "mia creatura", forse non a torto, a causa del mio coinvolgimento emotivo. Infatti, l’idea della Culla è passata dalla mente e dal cuore di una madre all’altra, in una catena di solidarietà che ne ha consentito la realizzazione. Ho deciso di raccontare questi episodi per rendere merito a chi ha collaborato e perché sento il dovere di testimoniare e ringraziare la Vergine Maria per la Sua intercessione . Spero che la storia della Culla, che ho voluto raccontare interamente per la prima volta, e la mia testimonianza del pellegrinaggio servano a far riflettere sul progetto che Dio ha su ciascuno di noi.

 

 

INTRODUZIONE

Un viaggio, un itinerario in pieno svolgimento, per il quale, anzi, non s’è che all’inizio. Di questo si tratta in questo "diario": si volteggia dagli asfittici ed oppressivi tuguri della burocrazia e della cultura nichilista verso una luce radiosa. Si sfiorano il duro splendore d’un cielo d’un cobalto infinito, l’asprigno sapore d’una terra violata, bagnata dall’odio, le siepi di croci di Mostar. Più stupore saprà istillare il racconto di Rosa Rao Cassarà, meno sentirà lo "smacco" narrativo il lettore avvezzo a troppo pensiero debole postmoderno. Egli, da Palermo, si ritroverà nei Balcani, per poi dunque tornare in Italia, rinnovato nella luce. Perché la storia della culla, d’una vocazione dall’Alto a compiere un assurdo agli occhi del mondo, le vicende della protagonista non seguono la miope logica dei tratti meramente umani. Ma Rosa non indulge per nulla ad una devozione sdolcinata, tutt’altro. Coglie la ragione come metodo, per inchinarsi al Mistero laddove esso si sprigiona con forza, dolcezza, imprevedibile come un piovasco infine calato sull’arsura terrestre. Non si potrà così far null’altro se non convenire che le sezioni in cui s’articola tale "diario"rispondono ad una ferrea logica. Che, se fosse qui svelata, tradirebbe fin troppo della sorpresa che si cela in queste pagine. Eppure v’è di più. Di ritorno dalla terra mariana, cosa resta? Un vago ricordo, immancabilmente destinato a sbiadirsi? Nient’affatto! E’ scritto, ma mi preme ribadirlo pure in questa sede. Il "miracolo" vissuto da Rosa nella sua pervicace, a tratti disperata, solitaria, troppo spesso incompresa battaglia, fiorisce nella speranza. Nella certezza che un impegno efficace per risolvere i drammi sociali del consorzio umano fonda la propria scaturigine nella tutela di ciò per cui ogni uomo è uomo. Ossia la vita.

Senza un concreto attivarsi in tal senso, le fondamenta della convivenza umana sono destinate ad implodere, irreparabilmente minate nel loro asse portante. Nell’attimo stesso in cui si decreta che anche una sola persona debba (o possa) essere messa a morte, la società degrada a mera congregazione di "Certi Esseri Umani", ponendo in se stessa un’esiziale contraddizione, ed ingenerando al contempo un’atroce disuguaglianza di fatto. Quando altri uomini si reputano legittimati a disporre dell’esistenza dei loro simili, si gettano le basi per qualcosa che, più o meno raffinato, non si rivela che una barbarie: la legge del più forte, del più prepotente. Guarda caso, ciò è perpetrato in modalità oggigiorno sempre più subdole: con l’aborto, l’omicidio è "nascosto", sottratto alla vista, contrabbandato sotto le mentite spoglie d’un solidarismo mefistofelico; ai malati, invece, si propone il trapasso con il carillon della compassione più bieca, e così via. Si tratta invece qui di squarciare il velo di menzogna ch’avvolge tali crimini. E Rosa, con il Movimento per la Vita, ci spinge ad urlare che "Il Re è Nudo". Che la vita va salvaguardata. Fuori da ciò, v’è solo l’omicidio, lo sterminio. E’ straordinario che un tale percorso, da Medjugorije, dal cuore dei martoriati Balcani, piombi nei nostri salotti. E ci convinca che su questo terreno sta il punto di convergenza più forte tra chi, come Rosa, ha il dono della fede e chi, da laico, si batte per l’affermazione dell’assoluta intangibilità della vita umana. Per sottrarsi finalmente, al giogo opprimente ed oscurantista del fondamentalismo laicista. Perché la vita umana è l’in sé , l’essenza, la pietra angolare della società stessa. Pietra di paragone, non pietra d’ inciampo.

Argomento: In libreria

Aiuto alla Chiesa che soffre, Perché mi perseguiti? Libertà religiosa negata, luoghi e oppressori, testimoni e vittime, Ed. Lindau, pp. 176; ISBN: 978-88-7180-934-2 , euro 10,00

 

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Al 70% della popolazione mondiale è negata la libertà religiosa, di coscienza e di pensiero. È quanto si apprende da «Perché mi perseguiti? Libertà religiosa negata, luoghi e oppressori, testimoni e vittime», recentemente pubblicato dall’Opera di diritto pontificio “Aiuto alla Chiesa che Soffre” (ACS). Il volume – edito da Lindau – raccoglie i dati presentati nel «Rapporto 2010 sulla Libertà religiosa nel mondo» (realizzato ed edito da ACS che lo ha presentato alla stampa nel novembre scorso), ma senza limitarsi ad esserne una mera sintesi. Si tratta infatti – come spiega il direttore di ACS-Italia, Massimo Ilardo – «di un vademecum sulla libertà religiosa nel mondo e sul diritto fondamentale – troppo spesso ignorato, violato o rimosso – di credere, di vivere e di manifestare la propria fede o credenza, senza discriminazioni».
Non solo dati, dunque, ma anche e soprattutto riflessioni in linea con l’importante compito di formazione al valore della libertà religiosa come diritto naturale dell’uomo, da sempre svolto dall’Opera. Tale diritto è oggi negato in molte parti del mondo a fedeli di ogni credo: cristiani, ebrei, indù, musulmani, buddisti o diversamente credenti. E sbaglia chi ritiene che il liberale Occidente sia al riparo da forme di restrizione o emarginazione delle fedi, come testimonia, ad esempio, la norma francese che proibisce alle ragazze musulmane di indossare il velo, ai cristiani di indossare croci troppo visibili e ai sikh il turbante.
Il Sussidio è rivolto a chi desidera conoscere ed essere informato su questo tema, a chi svolge un servizio di formazione e catechistico nelle parrocchie, nelle scuole pubbliche e private, nei seminari e nelle università, ma anche e soprattutto agli operatori e ai professionisti della comunicazione «ai quali – spiega Ilardo – spetta il diritto-dovere di informare, aiutare a capire, offrire opportunità e momenti di riflessione, di dialogo e di coinvolgimento aperti a tutti, senza preclusioni o esclusioni». La premessa – dal significativo titolo «Perseguitati perché testimoni - Libertà di credere: chi non la vuole?» – fornisce una panoramica mondiale delle negazioni della libertà religiosa, esponendo in box riassuntivi i risultati di alcune ricerche; secondo i dati forniti da “Amnesty International”, da almeno due decenni il cristianesimo sembra essere la religione più perseguitata del mondo. I cristiani messi a morte ammontano a ben 12.692. Di questi, 5.343 sono sacerdoti e seminaristi, 4.872 religiosi e religiose, 126 vescovi e 2.351 laici.
Nella Sezione «Libertà religiosa… Cioè. Ricadute e conseguenze a livello individuale e comunitario» sono elencate le diverse forme – assai concrete – in cui questo diritto si declina sia a livello individuale che comunitario. Tra di esse c’è la libertà di convertirsi a un’altra religione, quella di poter pregare e disporre di un luogo di culto. I due capitoli successivi sono estremamente legati. Se «Testimonianza e martirio - Gesù, Parola di Dio, radice della nostra fede» sottolinea la valenza spirituale e comunitaria attraverso citazioni tratte dal Vecchio e Nuovo Testamento, lo spessore “spirituale” e carismatico che il tema del rispetto della libertà religiosa ha per “Aiuto alla Chiesa che Soffre” fin dagli anni ’60, è messo in evidenza nella parte intitolata «Cristiani perseguitati e martiri. L’amore di Dio, fondamento della speranza che è in noi», contenente alcuni frammenti dalle «Direttive Spirituali» del fondatore di ACS, padre Werenfried van Straaten. «La nostra Opera – scrisse in una delle lettere che per oltre 50 anni hanno aperto il Bollettino-ACS «L’Eco dell’Amore» – vi offre la possibilità di condividere il dolore di Gesù. Tramite noi, siete in grado di alleviare la Sua Via Crucis, come Veronica e Simone di Cirene, e di stare ai piedi della Sua croce, come Maria e Giovanni. Non sottraetevi a questo compito. Perché nulla è più terribile del disinteressarsi di Gesù sofferente nella Sua Chiesa. E nulla è più prezioso del consolare Gesù abbandonato nei Suoi fratelli perseguitati».
 
Tratte dall’Edizione 2010 del Rapporto ACS sulla libertà religiosa nel mondo, chiude il Sussidio una selezione di 21 Schede di Paesi in cui le persecuzioni sono più diffuse, acute e violente e dove ACS è presente con Progetti a sostegno della Chiesa locale. Dall’Afghanistan al Vietnam le violazioni alla libertà religiosa sono fotografate anche attraverso gli spazi intitolati «Testimoni, volti, avvenimenti». In quello dedicato all’Egitto sono pubblicati alcuni passaggi del discorso pronunciato da Giovanni Paolo II nel 2000 durante il suo Pellegrinaggio al Monte Sinai; negli altri ci sono testimonianze di uomini e donne di fede che, spesso a costo della vita, hanno operato nei Paesi sui quali è pubblicata la Scheda. Sono ricordati padre Angelo Maggioni, missionario del PIME ucciso nel Bengala, il vescovo cambogiano Joseph Chhmar Salas, morto di sfinimento e di fame nella pagoda di Teuk Thla trasformata in ospedale, l’eritrea Hana Hagos Asgedom arrestata due anni fa insieme ad altri 15 studenti dell’Università di Mai-Nehfi per aver partecipato a un gruppo di studio sulla Bibbia e morta in carcere il 24 gennaio 2010.

 

Argomento: In libreria

René Rémond, Il nuovo anticristianesimo, Lindau 2007, ISBN: 978-88-7180-646-4, pp. 128, euro 13,00

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IL LIBRO
L’inizio del nuovo millennio non è stato facile per il cristianesimo.
Se certe forme di anticlericalismo del passato sono ormai definitivamente tramontate, una nuova leva di detrattori e di critici è apparsa all’orizzonte, fomentando una violenta polemica anticristiana, che riscuote un certo consenso presso il grande pubblico.

È un’offensiva che non proviene più dagli ambienti laici tradizionali, ma da pensatori più iconoclasti, che vogliono dar vita a una sorta di «ateismo » militante.
In questo libro-intervista René Rémond riflette, insieme a Marc Leboucher, sulle motivazioni di una tale ostilità e risponde alle obiezioni di questi odierni accusatori.
La sua è un’analisi lucida e precisa, che prende in esame, uno dopo l’altro, tutti gli attacchi rivolti al cristianesimo e al clero e fa emergere le diverse posizioni di laici e cattolici su delicate questioni di grande attualità, quali la liberalizzazione dei costumi, i PACS, i movimenti gay e femministi, il progresso scientifico e le conseguenti questioni di bioetica, fino ad arrivare alla Costituzione europea

 

René Rémond, francese, storico della politica scomparso da poche settimane, nel suo ultimo libro-intervista realizzato con Marc Leboucher, dal titolo Il nuovo anticristianesimo, ha ben focalizzato l'attenzione su come l'inizio del nuovo millennio non coincida affatto col profilarsi di un'epoca tranquilla per il cristianesimo, i cui nuovi detrattori fomentano polemiche ed attacchi violenti su più fronti. Affetti da una sorta di iconoclastia, non pochi filosofi, intellettuali, politici, gruppi di pressione, lobbies e non di rado movimenti politici stanno da un po' di tempo a questa parte gettando le basi per una specie di «ateologia» militante, con un approccio volto ad enfatizzare l'edonismo libertario di stampo neo-positivista e neo-pagano.

L'ostilità al cristianesimo è ben evidente nell'accusa rivolta principalmente alla religione cattolica di voler dettare legge in fatto di costumi, etica e morale sia a livello pubblico-culturale che privato-comportamentale. Nella rivendicazione di una libertà totale per l'individuo, e nella pretesa di non avere alcun limite di fronte a ciascun proprio desiderio, si va manifestando la contrarietà a qualunque forma di intervento del magistero della Chiesa cattolica o della religione nella sfera pubblica. Ciò si traduce, in buona sostanza, in una contestazione nei riguardi di qualsiasi ingerenza di un'istanza etico-morale nella definizione delle norme sociali e legislative, dei modi di pensare e dei criteri orientativi comportamentali. Dopo l'aborto ed il divorzio, la lotta dei gruppi laicisti, relativisti e nichilisti si dirige ora verso la promozione valoriale e sociale, fra le altre cose, delle unioni di fatto, dei matrimoni omosessuali e della possibilità per gay e lesbiche di adottare bambini, della fecondazione artificiale e della ricerca scientifica sugli embrioni umani, della clonazione umana, dell'eutanasia, della droga. Per non parlare poi del filone esoterico, gnostico, occulto e new-age tanto in voga oggi, per il cui tramite si vogliono più o meno direttamente scardinare i punti fermi della dottrina cristiana, minandola sin dalle fondamenta e provando ad iniettare germi di confusione e smarrimento nel grande pubblico. Il cristianesimo è tacciato, in altri termini, di essere portatore di atteggiamenti ed approcci oscurantisti, reazionari, medievali, omo-fobici ed anti-scientifici.

Argomento: In libreria

Armando Valladares, Contro ogni speranza - 22 anni nel gulag delle Americhe dal fondo delle carceri di Fidel Castro, Ed. Spirali, Pagine 400, Euro 25,00

 

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Abbiamo sentito degli stermini nella russia comunista. Ci hanno raccontato degli stermini nella Cina Di Mao Tze Tung. Forse non sappiamo nulla della Cambogia, con i Kmher rossi, ma sicuramente conosciamo la storia vietnamita, anche se forse un po'... "americanata" attraverso i film.
 
Ma chi ha mai sentito parlare di Cuba? La storia dei missili nucleari provenienti dall'URSS che hanno paralizzato popolazioni con il terrore di una guerra nucleare forse è conosciuta. Ma è successo anche qualcos'altro. Prima. 
Armando Valladares era una persona come tante. Lavorava per lo Stato (dipendente del Ministero delle Comunicazioni), era un bravo cittadino e un cristiano praticante. Un giorno alcuni poliziotti arrivarono a casa sua con un mandato di perquisizione. Dopo essersi assicurato che non era armato (cosa che invece avevano sostenuto i mandanti) cercarono in tutta la casa, senza trovare nulla di sospetto.

"Lo portiamo via per un rapido interrogatorio, le garantisco che lo riaccompagneremo noi fra un'ora" disse il capo alla povera madre, già avanti con l'età. La madre e la sorella lo aspettarono, ma lui non è più tornato.
 
Accusa: controrivoluzionario.
Prove: nessuna.
Pena: 30 anni di carcere (o ergastolo, non viene citato nel libro).
Motivo: i cristiani sono contrari alla rivoluzione, quindi controrivoluzionari e pertanto pericolosi (inoltre fu accusato di innumerevoli crimini tra cui sabotaggio, ma di cui non si aveva alcuna prova: quando chiese dove avesse effettuato i sabotaggi, nessuno fu in grado di rispondergli).
 
Dopo che fu incarcerato dissero alla stampa che era un agente della CIA e vennero organizzate manifestazioni che chiedavano la sua morte.
 
Fece il giro delle prigioni cubane, ma non in ottanta giorni, come forse sperava. Impiegò 22 anni.
 
Dopo alcuni difficili mesi di carcere, cominciarono a proporgli la riabilitazione: doveva accettare il comunismo e tutte le idee. Lo Stato non poteva accettare che ci fossero prigionieri politici, e infatti la notizia non fu mai confermata dal governo, per cui tentarono in ogni modo di far accettare il comunismo ai detenuti. E proprio in tutti i modi... Ma lui non cedette mai. Sottoposto assieme a migliaia di compatrioti a torture inaudite, decise di mantenere salda la sua fede fino alla fine (racconta di come il suo rapporto con Dio sia riuscito a salvarlo e a renderlo deciso a mantenere i suoi ideali).
 
Ma per noi, che abitiamo in case riscaldate, con l'acqua corrente e anche calda (depurata, si può bere anche dal rubinetto), letti comodi con lenzuola sempre pulite e profumate, vestiti belli lavati dalla lavatrice e bagni con tutti i confort, forse non riusciamo a immaginare neanche le condizioni di vita di quegli uomini: non poveracci, perchè un'umanità come quella è dfficile trovarla nel nostro mondo. Lasciato marcire in camere talmente affollate che non ci stavano tutti sdraiati, senza finestre, lasciati nudi per gran parte del tempo, anche (specialmente) in inverno, senza potersi lavare, con vermi e ratti che, affamati, affollavano le fogne e, spinti dalla fame, giungevano ad attacare i detenuti. Acqua razionata (un litro al giorno per bere e lavarsi, difatti non si lavavano) e cibo assolutamente insufficiente e di qualità... non adatta: venivano serviti cibi destinati agli allevamenti oppure scaduti, cotti male in condizioni igieniche terribili. Cosa faremmo noi se trovassimo un topo nella minestra?
 
E questo non è ancora nulla in confronto alle azioni volte a convincere i detenuti politici (quelli che rifiutavano la rivoluzione, senza aver commesso crimini particolari) ad accettare la riabilitazione. Soldati armati di baionette, fili elettrici (senza copertura...) bastoni e fucili, catene e quant'altro, quando avevano voglia (oppure quando veniva imposto loro da psicologi che studiavano le reazioni dei detenuti) aprivano una cella e picchiavano il detenuto, finchè questi sveniva. Dopo i pestaggi, solo i più gravi venivano curati. I prigionieri erano lasciati in condizioni tali da vivere sul filo della morte. Poi torture, quelle sperimentate dai comunisti dell'URSS e poi trasmesse ai compagni cubani, in particolare psicologiche: cose che costarono parecchi suicidi e gravi danni celebrali (una delle varie "cose" era quella di mettere prigionieri nelle stesse celle di pazzi, in modo che impazzissero anche loro, e che chiedessero così la riabilitazione, oppure il fatto di simulare l'arrivo dei soldati per il pestaggio, senza che poi entrassero nella cella per davvero, il che provocava terrore contino nei prigionieri, che prima o poi, speravano gli aguzzini, sarebbero capitolati).
 
L'unica arma dei detenuti era lo sciopero della fame: numerose volte Valladares ricorse a questo espediente, arrivando così a fare uno sciopero di 46 giorni (forzato: dopo alcuni giorni gli negarono gli alimenti), dopo il quale fu costretto alla sedia a rotelle. Anche un suo amico, dopo averne intrapreso uno, fu privato del cibo: fu lasciato morire di fame, cosa che accadde dopo 56 giorni.
 
Molte altre cose ancora più terribili sono narrate in questo libro, cose che purtroppo erano già accadute durante Nazismo e Fascismo, e poi con il Comunismo in modo ancora più evidente. Per sapere di più conviene leggerlo. E' un po' lungo, ma ne vale la pena.
 
Ma una persona mi faceva poi riflettere riguardo a una cosa. Come mai sono successe queste cose? Che cosa ha portato alla formazione di organizzazioni (se si possono definire così) volte a reprimere uno o tanti pensieri diversi dall'organizzazione stessa?
 
E' abbastanza evidente come tutto nasca principalmente nel Novecento (cosa non del tutto vera: basti pensare al caso della rivolta della Vandea, in cui una popolazione fu quasi completamente sterminata durante la rivoluzione francese, per il fatto di non averla accolta). Che cosa c'era prima, che cosa ha portato a tali nefandezze? S

critto da Francesco Paludetto Lunedì 27 Settembre 2010 00:00 Questo articolo è stato letto 411 volte
http://www.cogitoetvolo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1154:contro-ogni-speranza&catid=17:libri-qmustq&Itemid=162

 

Argomento: In libreria
In libreria: Guerra contro Gesù

Antonio Socci, La guerra contro Gesù, Rizzoli 2011, ISBN: 17037365, pag. 448, Euro: 19,90

 

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Recensione di Rino Cammilleri apparsa sul mensile Il Timone.

 

 

Antonio Socci è, con Vittorio Messori, l’unico apologeta cristiano che scrive bestsellers venduti in centinaia di migliaia di copie. La sua ultima fatica, La guerra contro Gesù (Rizzoli), certo scalerà le classifiche (se non le avrà già scalate quando questa puntata del Kattolico vedrà la luce). Oh, stavo dimenticando gli ultimi due papi, anche loro apologeti e anche loro bestselleristi.

Il vostro Kattolico ha l’età per ricordare i tempi in cui certe cose circolavano come il samizdat in un gruppo di carbonari da cui gli stessi preti prendevano le distanze.

A me capitò addirittura di essere scacciato dal sagrato di una chiesa perché volantinavo contro il divorzio: il parroco chiamò i vigili (e poi fu fatto vescovo).

 

Molta strada è stata fatta da allora e ringraziamo Dio per questo.

Ma è tanta quella che ancora resta da fare, inutile nasconderselo.

Io stesso ho pubblicato i miei lavori con i maggiori editori nazionali, Mondadori, Rizzoli, Piemme. Il che dimostra che non c’è, ormai, alcuna preclusione ideologica nei confronti dell’apologetica cattolica: basta che venda (pecunia non olet).

 

Ebbene, è proprio qui il punto.

La mia stessa esperienza dimostra che quando ho parlato della Madonna o del Quadrato Magico ho fatto bestellers. Non così quando mi sono occupato di narrativa, per esempio. E mi basta leggere l’ultimo vendutissimo romanzo di Mastro Eco per constatare che la mia roba è di gran lunga migliore, lo dico con tutta umiltà-onestà.

Ma questo vuol dire una cosa, una cosa tragica: i cattolici hanno introiettato il ghetto, sono stati davvero convinti a ripiegarsi in una «scelta religiosa», a starsene in sagrestia o nei santuari e a non rompere.

Fateci caso: molte delle firme del «Timone» vengono, sì, invitati nei talkshow televisivi, ma solo quando si parla di papi, santi, madonne e miracoli. Ogni altro intellettuale può strologare su tutto, anche su papi, santi, madonne e miracoli. Gli intellettuali cattolici solo su questi. Se fate un giro sulla stampa è uguale, così come alla radio.

Un comico, un cantante, un regista paleomarxisti o perfino anarchici possono dire la loro sull’universo mondo. Non così un cattolico dichiarato. Il quale può occuparsi solo di vaticanologia o devozione.

 

Ero, qualche tempo fa, a firmare copie di un mio libro presso una libreria di Arona, sul Lago Maggiore. Si fermò una signora distinta e, vedendo il titolo (Antidoti), mi chiese di che si trattava. Risposi che l’autore leggeva una serie di fatti secondo la visuale cattolica. Al sentire la parola «cattolica» la signora mi interruppe: «Ah. Be’, di libri di preghiere ne ho già tanti… ».

L’aneddoto non è eccezionale. Cattolico uguale devozionale è l’equazione che lo stesso popolo cattolico ha fatto sua. Dunque, forza con le Madonne, la vita di Giovanni Paolo II, di Cristo e di Padre Pio: gli editori spalancheranno le braccia e l’investimento pubblicitario.

Ma se ti azzardi a proporre qualcos’altro, storcono la bocca: non si vende. Neanche ai cattolici. I quali, per primi, vogliono solo Madonne, Wojtyla, Gesù e Padre Pio.

 

Dunque, c’è molto lavoro da fare, molto.

Mentre lo facciamo e in attesa che si allarghi la nuova generazione di intellettuali credenti, continuiamo a concimare la vigna come fa Socci nel suo nuovo libro e a consolidare le fondamenta di quello in cui crediamo.

Argomento: In libreria

Scott Hahn, La Cena dell’Agnello. La Messa come Paradiso sulla terra, Cantagalli, Siena, 2011, EAN: 9788882726335, pp. 163, € 14,50

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Nella Premessa a La Cena dell’Agnello, padre Benedict J. Groeschel C.F.R. ci spiega che quello che abbiamo tra le mani è un libro su cose apparentemente diversissime quali «[...] la fine del mondo e la Messa quotidiana; l’Apocalisse e la Cena del Signore; la monotonia della vita quotidiana e la Parusia, il ritorno del Signore» (p. 7). Ciò che le unisce è appunto l’Agnello divino, figura centrale di questo libro ma anche della conversione del suo autore, il teologo e apologeta cattolico statunitense Scott Hahn (n. 1957) , già ministro protestante presbiteriano poi entrato nella Chiesa cattolica nel 1986 – seguito pochi anni dopo da sua moglie Kimberly. Autore di numerosissimi libri e saggi, meriterebbe ben altra fortuna in Italia dove purtroppo finora era stato tradotto soltanto Roma dolce casa. Il nostro viaggio verso il cattolicesimo (Ares, Milano 2003).

L’autore introduce la prima parte – Il dono della Messa (pp. 13-62) – chiedendosi cosa abbiano in comune una realtà tanto familiare come la Messa e un libro tanto strano come l’Apocalisse? Semplicemente – si fa per dire – il libro dell’Apocalisse ci mostra che la Messa è il Paradiso sulla terra. Scott Hahn parte dal racconto della sua prima Messa. Ancora protestante, almeno fino alla consacrazione, viene poi colto di sorpresa quando scopre di essere nientemeno che nell’Apocalisse: «In meno di un minuto l’espressione "Agnello di Dio" era ricorsa quattro volte. […] Ero al banchetto nuziale che Giovanni descrive alla fine del libro conclusivo della Bibbia. Ero davanti al trono celeste, dove Gesù è sempre salutato come l’Agnello. Non ero pronto per questo, comunque – ero a Messa!» (p. 20).

Quella Bibbia che aveva sempre studiato da protestante improvvisamente era diventata viva e concreta sull’altare: «Finora nessun libro era per me così visibile, in quella cappella buia, come il Libro della Rivelazione, l’Apocalisse, che descrive la liturgia degli angeli e dei santi in cielo» (p. 21). Scott Hahn pensa di aver (ri)scoperto qualcosa di nuovo ma si accorge che la sua idea – il collegamento tra liturgia e Apocalisse – è già stata "rubata" dalla Chiesa cattolica…

Perché proprio l’Agnello? A Gesù sono attribuiti molti altri appellativi nelle Scritture, sicuramente ben più autorevoli e maestosi dell’agnello che tuttavia compare nell’Apocalisse compare ben 28 volte! Per capirlo, dobbiamo fare un passo indietro, fino ai sacrifici antichi - che Gesù porta a compimento – riuniti nel Tempio di Gerusalemme: Gesù è il nuovo e definitivo agnello sacrificale. «Il nostro supremo atto di culto è un atto supremo di sacrificio: la Cena dell’Agnello, la Messa» (p. 35).

Argomento: In libreria

Rino Cammilleri, Come fu che divenni CCP (cattolico credente e praticante), Ed. Lindau 2011, ISBN: 978-88-7180-905-2, pp. 208, euro 16,50

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«Il libro che tenete in mano è il racconto della mia conversione al cattolicesimo romano. Non che prima fossi protestante o giainista, no. Come quasi tutti gli atei e gli agnostici d’Italia odierni sono stato battezzato nel rito di Santa Romana Chiesa ma poi, come spesso accade, ho smarrito la via. Per ignoranza. Per noncuranza. Perché il battesimo ti fa, sì, diventare cristiano, ma per mettersi a fare il cristiano ci vuole, appunto, una conversione. Perché raccontarla, domandate? Potrei rispondere come fece Manzoni quando gli chiesero come mai avesse deciso di scrivere il suo capolavoro: “Per fare un po’ di bene”.
Non so quale bene potrà fare, e a chi, questo libro. So solo, e lo garantisco, che la lettura non è noiosa. Infatti, quantunque sia uno dei tanti outing di convertiti (l’ultimo, a mia scienza, è Joe Eszterhas, lo sceneggiatore del celebre film Basic Instinct), non è uguale – e neanche simile – a nessun altro. Come diceva Chesterton (altro convertito): “La Chiesa è una casa con cento porte e nessun uomo vi entra mai con la stessa identica angolazione di un altro”.»
Rino Cammilleri

 

Argomento: In libreria

Alessandro Gnocchi-Mario Palmaro, L’ultima Messa di Padre Pio. L’anima segreta del santo delle stigmate, Edizioni Piemme, 2010, pp. 236, € 15.

 

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Con questo saggio-inchiesta: “L’ultima Messa di Padre Pio” (Edizioni Piemme), Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro hanno cercato di scandagliare in profondità “l’anima segreta del santo delle stigmate” , come recita il sottotitolo del libro.

Significativa è la scansione del ritmo dell’indagine che, già dal prologo, evidenzia luoghi, date, festività collegate, come un resoconto-diario di un viaggio di due pellegrini sulle tracce  di un santo che, nonostante la sua umiltà, i suoi patimenti,la sua riservatezza, ha fatto molto parlare di sé.

Questo percorso di ricerca della verità incontra così tappe inedite ed impreviste, come il santuario di Santa Maria del Monte a Campobasso, dove un quadro del 1971 del pittore Amedeo Trivisonno

dal titolo: “L’apparizione della Madonna a Padre Pio” commissionato da padre Pellegrino da Sant’Elia a Pianisi, ha riprodotto l’apparizione della Vergine a padre Pio nel giorno dell’Assunzione nel lontano 1905. Fu in quell’occasione che padre Pio accettò, come ricordano gli Autori, di essere l’Alter Christus che tutti noi abbiamo conosciuto.

Nella cronologia-biografia del santo di Pietrelcina, stilata a fine libro da Gnocchi e Palmaro, è possibile rinvenire che, precedentemente all’apparizione della Vergine del 1905 sopra menzionata, padre Pio ebbe tre visioni nel 1903, nelle quali gli venne prospettato il suo futuro.

Nella nostra mentalità secolarizzata di uomini post-moderni increduli ed indifferenti, diventa assai difficile cogliere il senso autentico e potente di queste visioni, nelle quali cielo e terra comunicano e corrispondono ben oltre i nostri mondani progetti, ben oltre i nostri fini terreni.

Avendo ridotta tutta la realtà ad un “problema” che l’uomo può decifrare con le sole sue forze, si è compiuta una duplice operazione negativa: da una parte si è sottratto il “mistero” dalla stessa realtà e, dall’altra, si è eretta una palizzata egocentrica e soggettivistica alla comprensione oggettiva. In altre parole, ci si è resi refrattari all’azione della grazia, che proviene dallo spirito di Dio e che illumina, fortifica, sostiene la nostra ragione, perfezionandone così l’umanità.

Ecco perché, io credo, padre Pio ci rimandi al sostanzialmente altro, appunto alter Christus, poiché lui non si è opposto alla grazia ed ha corrisposto totalmente al progetto ed alla volontà di Dio fino alla condivisione della croce con il ricevimento delle stigmate.

L’ultima Messa di padre Pio suggella così, secondo le indicazioni degli Autori, l’adesione alla Passione di Cristo riproposta nella Santa Messa; è lì, dove il sacerdote consacra il pane e il vino, che si comprende il valore immutabile di quel rito, del sacrificio di Cristo.

Si possono così ancora percepire quelle parole di padre Pio che gli Autori hanno finemente riproposto lungo tutto il loro itinerario sulle tracce del santo di Pietrelcina: “Il mondo potrebbe stare anche senza sole, ma non senza la Santa Messa”.

Come ben recita l’antico detto: “Chi cerca trova”, Gnocchi e Palmaro, nella loro ricerca appassionata, si sono imbattuti, con grande sorpresa, in un’autentica miniera d’oro, costituita da un archivio di un figlio spirituale di padre Pio, l’industriale padovano Giuseppe Pagnossin.

Da questa ingente mole di documenti rinvenuti, lettere e fotografie inedite, autentico patrimonio e testimonianza della fede di padre Pio, Gnocchi e Palmaro hanno potuto così ulteriormente desumere come effettivamente il santo di Pietrelcina arginasse l’Anticristo, preservando la Santa Messa, facendo proprie le parole di Sant’Ireneo, che nel suo trattato Contro le eresie, citando il profeta Daniele, ebbe a considerare: “Il santuario sarà desolato: è stato offerto il peccato al posto del sacrificio e la giustizia è stata gettata a terra … verranno soppressi il sacrificio e la libagione e nel tempio si verificherà l’abominio della desolazione e sino alla fine del tempo sarà dato compimento alla desolazione”. Ecco perché l’ultima Messa di padre Pio assume un significato emblematico: l’abominio della desolazione profetizzato da Daniele è un mondo senza Messa e la riproposizione del sacrificio di Cristo, così come l’assunse padre Pio, è l’antidoto contro il veleno del Nemico, dell’Anticristo.

Argomento: In libreria

Roberto Marchesini, Martirio al Santuario. Angelo Minotti e l’Avanguardia cattolica, D'Ettoris Editori, Crotone 2011, pagine 100, isbn  978-88-89341-19-3, €11.90

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Estratto fornito dall'autore.

A partire dalla fine della guerra, all’ostilità che la Chiesa subiva da parte dello Stato liberale si aggiunsero le violenze socialiste dapprima e fasciste poi.

Finita la Grande Guerra, era opinione diffusa tra i socialisti che la rivoluzione fosse imminente; questo clima psicologico, unito ai disordini sociali che sfociarono nel “biennio rosso”, portò ad un crescendo di violenza socialista nei confronti dei cattolici, che aveva assunto un tono particolarmente preoccupante nella diocesi di Milano: frequenti tentativi di invasione delle Chiese e di incendio dei circoli e sedi delle associazioni, assalti alle processioni, sacerdoti e giovani cattolici vilipesi, parodie blasfeme erano all’ordine del giorno. I cattolici vivevano in un clima di paura e, forse come mai in precedenza, il rischio era quello di una rinuncia alla testimonianza pubblica della fede.

Il cardinal Ferrari, che aveva promosso in tutte le parrocchie gli oratori maschili e femminili, dopo la chiusura dell’Opera dei congressi diede impulso ai circoli giovanili maschili, federati nel 1906 nell’Unione Giovani Cattolici Milanesi. E fu a questi giovani che il cardinal Ferrari si rivolse per porre un freno alle violenze: uno “sparuto gruppo di giovani, 6 o 7 in tutto, si ritrovavano ogni giovedì sera in Arcivescovado per conoscere dove era necessaria la loro presenza la domenica successiva”. Fu questo il primo nucleo dell’associazione denominata Avanguardia Cattolica, “la spada dietro l’armadio” dei cattolici milanesi, secondo una definizione del cardinale Montini.

I giovani avanguardisti venivano scelti tra quelli più attivi, con una intensa vita spirituale e dotati anche di una certa prestanza fisica; avevano come compito principale la difesa fisica delle celebrazioni religiose e delle istituzioni cattoliche, ma venivano curate anche la formazione culturale e la vita spirituale dei membri: “Sorti in un contesto di violenza, la loro azione fu giudicata necessaria per lo svolgimento delle manifestazioni religiose. Avrebbero potuto facilmente degenerare, ma sin dall’inizio si puntò ad una formazione particolare di questi gruppi: essi dovevano essere i più sensibilizzati a riguardo della necessità degli aspetti pubblici della fede. Il loro motto «O Cristo o morte!» doveva investire tutta la loro esistenza e corrispondere ad una vita esemplare e ad un modo radicale di vivere la propria fede, quale riferimento per tutti gli altri giovani. Negli avanguardisti si vide la figura del cristiano totalmente e prontamente disponibile alle esigenze del popolo di Dio e capace di nutrire con questo servizio e questo spirito eroico la propria spiritualità; un modo quindi tipico di aderire alla Gioventù cattolica, condividendo gli stessi ideali ma accentuandone la dimensione pubblica. In seguito ad essi si affidò l’organizzazione e lo svolgimento delle più importanti riunioni; praticamente, secondo il loro statuto, dovevano rappresentare all’interno della gioventù cattolica il gruppo trainante”.

Ecco la testimonianza di un vecchio avanguardista: “Eravamo […] quell’insieme di giovani […] che non nascondeva, praticandolo, il suo cattolicesimo, sempre assiduo alle pratiche di pietà, che voleva sempre essere nello stato di grazia, che sfilavano dignitosamente e compostamente fieri a testa ben dritta e fronte alta, senza torcicolli, nelle Processioni, di quelle processioni che finalmente poterono svolgersi indisturbate grazie all’Avanguardia. […] Quasi sempre è bastata la nostra presenza, il nostro fermo contegno a raffreddare o a far rinsavire gli animi dei provocatori. Quante volte si è dovuto usare più forza verso noi stessi per tenere le mani a posto, che non dar libero sfogo al sangue che ci bolliva nelle vene, al giusto risentimento che ci infiammava”.

Il loro motto, “O Cristo o morte”, era ricamato sui gagliardetti bianchi, bordati di nero, con una croce nel centro. Il cardinale Schuster dettò il “Decalogo dell’Avanguardia”:

  1. Scopo: la tutela dei diritti dei Cattolici Italiani coi mezzi autorizzati dalle Leggi.
  2. Membri: i più generosi, già spiritualmente formati entro le file dell’AC.
  3. Requisiti: senza macchia e senza paura.
  4. Aiuti: l’uso frequente del Pane dei forti.
  5. Armi: «Forti nella Fede», illuminati nella cultura religiosa, onorati nella vita.
  6. Posto: sempre avanti.
  7. Metodo: organizzazione compatta e che ben funziona agli ordini dei Capi.
  8. Spazio vitale: in Chiesa e fuori; nei Sindacati e nell’AC; nella vita politica e civile della Patria; nel Senato e nella piazza.
  9. Vantaggi: intervenire e farsi rispettare. “Gli assenti hanno sempre torto”.
  10. Premio: Dio, ed il proprio diritto.

 

Argomento: In libreria

Grazia Mangano Ragazzi, IN OBBEDIENZA ALLA VERITÀ: la discrezione/prudenza come perno della spiritualità di Santa Caterina da Siena (Con una presentazione del Cardinale Carlo Caffarra), Cantagalli, Siena 2010, ISBN: 8882725561, pagine 320, Euro 24,00

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Il secolo scorso è stato per molti aspetti un "secolo cateriniano". È infatti nel ventunesimo secolo che l’autorità ecclesiastica ha elevato Caterina a Dottore della Chiesa e a compatrona d’Europa, ed è sempre nel secolo scorso che si sono sviluppati i primi studi critici sulle fonti cateriniane. A seguito di questi eventi e di questo fermento di studi, oggi il lettore ha a disposizione un’edizione critica di gran parte del corpus cateriniano ed un amplissimo ventaglio di scritti sulla vita e l’opera di Caterina, come evidenziato dai cinque volumi bibliografici finora pubblicati dal Centro Nazionale di Studi Cateriniani.

A tutt’oggi, però, non esisteva una monografia che analizzasse la nozione di discrezione/prudenza che, come conclude l’autrice del libro qui presentato, è davvero una nozione chiave per comprendere il messaggio spirituale di Caterina. Monografia rigorosa ed originale su questo aspetto decisivo della spiritualità cateriniana, questo libro è allo stesso tempo, grazie anche al ricchissimo apparato di note e di richiami bibliografici in tre lingue, un’utilissima introduzione al pensiero di Caterina. Questo suo carattere è stato ben colto dal Cardinal Caffarra che, nella sua presentazione, ha notato come il libro, pur affrontando un tema specifico della teologia cateriniana, s’inserisce in tutto il luminoso contesto del suo pensiero.

Dopo un capitolo introduttivo, dove l’autrice spiega la scelta dell’argomento assieme al piano ed alla metodologia della sua ricerca (oltre a riassumere i tratti salienti della vita di Caterina), il libro si articola in quattro parti: una prima parte critica in cui l’autrice fa il punto sui problemi di critica testuale delle opere cateriniane (Dialogo, Lettere ed Orazioni); una seconda parte analitica dove l’autrice procede ad un esame puntuale dei passi cateriniani che si riferiscono alla discrezione/prudenza; una terza parte storico-comparativa nella quale vengono ricercate le fonti della discrezione/prudenza cateriniana nella tradizione anteriore (Ambrogio, Agostino, Cassiano, Benedetto, Gregorio Magno, Bernardo, Riccardo di san Vittore e Tommaso d’Aquino) per poi mettere la discrezione/prudenza secondo Caterina a confronto con gli scritti di alcuni suoi contemporanei (Domenico Cavalca, Brigida di Svezia, Giovanni Colombini e Raimondo da Capua); ed infine una parte sintetica dove l’autrice mette in luce come la discrezione/prudenza sia condizione essenziale di unità nella riflessione cateriniana e perno di tutta la sua spiritualità. Alla conclusione generale segue una bibliografia molto estesa che è anche utilissimo inventario delle edizioni dei testi cateriniani e dei principali scritti/periodici/siti web sulla vita e l’opera della santa, in italiano, inglese e francese.

Il contributo principale del libro è quello di avere mostrato come sia proprio nella discrezione/prudenza che emerge in tutta la sua forza il fondamento della riflessione cateriniana, cioè la conoscenza e l’amore della "prima Verità" che è Dio, fonte di ogni essere, verità e bene. Per la senese, infatti, il più grande dono di Dio all’uomo è averlo creato a Sua immagine e somiglianza, dandogli non soltanto l’esistenza ma anche la capacità di conoscerLo ed amarLo attraverso le tre facoltà dell’anima (memoria, intelletto e volontà). Conoscendo Dio, l’uomo conosce anche se stesso: il "vero cognoscimento" è conoscenza di sé e di Dio e quindi dell’unica verità che conta, cioè quella che riguarda la vita o la morte eterna. Questa conoscenza, indispensabile per la salvezza, è una conoscenza soprannaturale che viene data all’uomo attraverso la grazia divina. Ma restare in questa conoscenza, in cui l’uomo deve abitare continuamente come in una "cella", dipende dal suo "esercitare le virtù". In definitiva, la senese nega che si possa restare nella verità ricevuta da Dio senza il concreto esercizio delle virtù.

Nella riflessione cateriniana, la discrezione/prudenza, coniugando il discernimento con la sua realizzazione nel retto agire morale, finisce anche per essere la condizione della vera libertà dell’uomo: facendolo "dimorare" nell’amore della verità quale suo "seguitatore", la discrezione/prudenza libera l’uomo dalla servitù del peccato. Ed è proprio questo fondamento fortemente morale della sua spiritualità, con il costante richiamo all’agire virtuoso quale condizione imprescindibile del rapporto con Dio, che rende la senese una santa tanto scomoda quanto attuale nel tempo presente.

***

Presentazione del Cardinale Caffarra

Il libro che presento è frutto di studi prolungati, rigorosi e appassionati sul pensiero di Santa Caterina da Siena.

Assieme a Teresa d’Avila, Caterina fu la prima donna ad essere proclamata dal Santo Padre Paolo VI, di venerata memoria, Dottore della Chiesa. Il solenne atto pontificio non era che la conclusione coerente della stima che la Chiesa da secoli nutriva per questa donna, anche a motivo del suo profondo pensiero teologico.

È noto ai fedeli che la qualifica di Dottore ad un santo/a indica in esso/a un sicuro punto di riferimento circa il modo di pensare la fede, e un maestro fidato per essere più profondamente introdotti nel Mistero di Cristo e della Chiesa. Caterina è tutto questo in grado eminente sulla scia del suo grande fratello di religione Tommaso d’Aquino.

La luminosità, lo splendore della sua teologia, nasce da quel contatto vitale con le Res Divinae di cui Caterina godette fin dalla più tenera età. Ma soprattutto è la sua immersione nel mistero della Chiesa che la introdusse in modo unico nel Mistero di Cristo.

Il libro che l’autrice ora propone, pur affrontando un tema specifico della teologia cateriniana, s’inserisce in tutto il luminoso contesto del suo pensiero. La Chiesa oggi ha particolare bisogno di rimanere alla scuola dei suoi grandi Dottori, chiamata come è ad annunciare Cristo facendo fronte ad inedite sfide del pensiero e della cultura.

Non posso dunque non augurare numerosi lettori a questo libro, perché Caterina sia sempre più conosciuta e assimilata nel suo pensiero!

Argomento: In libreria

Don Robert Skrzypczak, Karol Wojtyła al Concilio Vaticano II. La storia e i documenti, , Fede & Cultura, 2011, pp. 448, € 35.

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Per gentile concessione dell'editore pubblichiamo le pp. 7-15 del 1° capitolo

Il Collegio Pio Latino Americano in via Aurelia a Roma vanta una bellissima biblioteca con una ricca collezione di libri, stampe e riviste.

A tre giorni dal conclave, mercoledì 11 ottobre 1978, quel luogo attirava l’attenzione di molti cardinali. Si chinavano sui documenti e, sfogliandone le pagine, rievocavano i grandi temi d’attualità di cui era vissuto il mondo cattolico ai tempi del Concilio Vaticano II, conclusosi ormai da tredici anni. Si parlava del bisogno di una Chiesa molto più biblica e meno clericale; di una fede che potesse diventare un incontro più personale con Dio anziché una sintesi dei testi sacri. Le grandi sfide del mondo contemporaneo: il comunismo e l’ateismo come il relativismo morale, pretendevano dalla Chiesa, consapevole della propria identità e missione, una risposta coerente; oltre a tutto, nel moderno dopoguerra non ci si aspettava dal cristianesimo un atteggiamento moralistico o un potere autoritario bensì un messaggio evangelico che sapesse spiegare all’uomo il suo destino e illuminare la sua esperienza.

Tutti questi testi, letti e riletti con dovuta concentrazione dai presuli in visita a quella singolare mostra, risalivano ad uno di loro – il cui nome veniva pronunciato sempre più spesso nei colloqui di corridoio, fra i commenti, battute e prove pre-elettive –: Karol Wojty

ła. Erano i testi dei suoi interventi tenuti durante le sedute plenarie del Concilio. A qualcuno dei visitatori, forse, veniva spontaneo chiedersi come mai un uomo del genere si fosse perso nella congerie dei resoconti e studi postconciliari. La mostra era stata voluta ed organizzata da due porporati che portavano singolari cognomi: il cardinale Franz König di Vienna e il cardinale John Krol di Philadelphia. Era stata per caso quella circostanza, in apparenza di poco conto, che sembrava configurare un «corteo regale»[1] che avrebbe portato l’arcivescovo di Cracovia alla dignità di Successore di san Pietro, e avrebbe arricchito la Chiesa per molti anni di uno dei più straordinari papi moderni?

Karol Wojtyła quale Padre del Concilio Vaticano II è tuttora poco conosciuto[2]. Vi è un gran numero di pubblicazioni sulla vita e le opere di questo personaggio, conosciuto successivamente con il nome di Giovanni Paolo II; tuttavia manca un adeguato studio sul periodo della sua effettiva partecipazione ai lavori della più grande assemblea dei Pastori della Chiesa Cattolica nel XX secolo. Le biografie del Santo Padre, anche le più dettagliate, vi dedicano a malapena alcune pagine nel tentativo di riempire le lacune che emergono tra due importanti tappe della vita di Giovanni Paolo II: la sua polacca «maturazione» alle dignità ecclesiastiche, e quello che ha inaugurato il giorno 16 ottobre 1978[3]. Nessuno, fino ad ora, aveva tentato di misurarsi con la totalità del contributo apportato ai dibattiti del Vaticano II da parte dell’arcivescovo di Cracovia, e ciò fa sembrare l’esperienza della sua partecipazione ai discorsi conciliari solamente un «episodio».

La presente antologia di tutti gli interventi di Karol Wojtyła al servizio del Concilio, sia orali sia messi per iscritto, esposta nella seconda parte del saggio, è alla sua primissima edizione. Essa viene anche pubblicata in polacco con il testo latino a fronte. Il latino era allora la lingua ufficiale della Chiesa, lo usavano i Padri conciliari per comunicare fra di loro, il polacco invece era il modo con il quale pensava la mente e sentiva il cuore del Pastore di Cracovia. Credo, che integrare la biografia di Giovanni Paolo II con la più ampia presentazione del suo impegno conciliare, non esaurisca l’importanza di questa pubblicazione.

Argomento: In libreria

Arturo Ruiz Freites, Mabel e la morte. L’eutanasia (EDIVI, Segni 2011), di prossima apparizione.




SULLA “DICHIARAZIONE ANTICIPATA DI TRATTAMENTO (DAT)”


Estratto dal libro, per gentile concessione dell'autore.

II.II.8.2. Dichiarazione anticipata di trattamento (DAT) ed il cosiddetto “testamento biologico”

 


La “dichiarazione anticipata di trattamento” (DAT), antecedente e per iscritto, avente un oggetto entro i limiti morali, non sarebbe di per sé illecita. Anche se, come indichiamo più avanti (1), sono molto discutibili la sua convenienza e la sua prudenzialità, soprattutto in certe circostanze culturali e politiche, particolarmente quando non si garantisce che non si offrirà in qualche modo la possibilità e l’occasione di leggi e pratiche eutanasiche – nell’immediato o in un futuro più o meno prossimo, una volta che si è aperta alle maggioranze numeriche la possibilità di dettare legge su di un oggetto così delicato ed importante, confinante con il divino, in un modo così volubile e contingente –.

Il problema grave sorge quando, infatti, la si vuole imporre come “diritto” di dichiarazione senza limite morale e di conseguenza senza limite legale né per il paziente né per gli eventuali responsabili, parenti o agenti sanitari. Di fatto ciò viene promosso da tanti con questo scopo immorale e contrastante con la cultura umanista e cristiana dei nostri popoli, mettendo in atto una illegittima rivoluzione culturale mossa dagli interessi politici ed economici che abbiamo indicato.

Accettare di legiferare in materia deve presupporre un contesto che eviti che la legge, sottomessa a una volontà di maggioranze senza regole, permetta di entrare nell’ambito indisponibile della vita, come ad esempio un articolo costituzionale che indichi, appunto, l’inviolabilità della vita umana e di conseguenza l’indisponibilità all’intervento umano su di essa dal concepimento fino al suo termine naturale. E quanto più si rinforza in conformità con l’etica il limite legale fondamentale per garantire la saldezza di un retto ordinamento legale secondario in materia tanto grave, data la malizia della rivoluzione culturale all’attacco contro l’integrità degli uomini, meglio è.

Occorre ancora precisare che la terminologia “testamento biologico” è di per sé abusiva, perché indicativa di una disponibilità della vita anche in ambito indisponibile, giacché si fa “testamento” dei beni disponibili, non della propria vita. Perciò è evidente l’ambigua malizia, di fatto, delle campagne per promuovere leggi di libero “testamento biologico”. È preferibile, per evitare le ambiguità, se si vuole dire ciò che è lecito, parlare piuttosto di “volontà o dichiarazione anticipata di trattamento”.

 

E' possibile scaricare gratuitamente l'intero estratto di 14 pagine del libro cliccando su: http://www.totustuus.it/data/Freites_Estratto_libro_ARF_su_DAT.zip

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Argomento: In libreria

Card. Avery Dulles, C.S. Storia dell’apologetica, con una prefazione di mons. Luigi Negri,  Edizioni Fede & Cultura , 2010, pp. 384, € 29


Sconto su: http://www.theseuslibri.it


 

PREFAZIONE


Sono lietissimo di presentare questo significativo volume dedicato dal Card. Dulles alla Storia dellApologetica.


In qualche modo ho lapologetica nel sangue. Da studente universitario presso la facoltà di filosofia dellUniversità cattolica nei primi anni sessanta, sotto la guida del più grande metafisico del secolo scorso, il prof. Gustavo Bontadini, avevamo dato vita a un centro di apologetica in cui cercavamo di difendere la Fede leggendo dal punto di vista di unautentica coscienza cristiana e di una piena adesione alla filosofia neotomista le vicende culturali del passato e del presente.


Per me lapologetica è una dimensione sostanziale della fede, perché il movimento che la fede vive per comunicare le ragioni profonde della sua identità e quindi per incontrare, sulla base della razionalità umana, posizioni, istanze, questioni. Questo movimento, che implica lapprofondimento della propria identità e quindi lapertura al confronto e al dialogo con tutte le posizioni, costituisce uneredità preziosa della posizione teologica e filosofica cattolica.


Queste formulazioni mi sembrano anche il punto di vista sostanziale di questo ottimo volume in cui le fasi dellapologetica storica vengono tratteggiate dal Card. Dulles con uninterpretazione profonda, una grande maestria filologica e una grande passione ecclesiale.


Non si ama infatti la Chiesa senza difenderla, cioè senza mostrare che la verità della fede incontra e valorizza ogni autentico sforzo delluomo per comprendere se stesso, non senza denunciare e negare quelle posizioni che essendo contro Dio sono inevitabilmente anche contro luomo.


Mi pare che questo mio intendimento e la lettura di questo ottimo testo, cui auguro il miglior successo, sono ben espresse da questa espressione di Timothy George: «Lapologetica è per tutti. Questa storia particolare, anche se non manca di erudizione, è stata scritta nella convinzione che gli argomenti nei quali gli apologeti cristiani si sono imbattuti nelle varie epoche sono, o dovrebbero essere, di interesse comune per chiunque si ponga le domande fondamentali sulla vita umana: chi sono? Da dove vengo e dove vado? Qual è il significato della mia vita e della vita stessa? Come dovrei vivere in questo mondo? Cè vita oltre la tomba e dove sarò trenta secondi dopo la mia morte? Queste domande, naturalmente, non appartengono solo ai cristiani. Esse appartengono ad ogni uomo. Ma la fede cristiana non si ritrae dal compito di considerare queste domande alla luce del nostro comune umano affanno e con laiuto della ragione illuminata dalla fede».


Con la mia benedizione piena di gratitudine


†Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro


 


 


Preghiera serale dell’apologeta


Da tutte le mie storpie sconfitte e oh! Molto più


da tutte le vittorie che pensavo mie;


dallintelligenza sparata in tuo nome


per la quale, se gli angeli piangono, la gente ride;


da tutte le mie prove della Tua divinità,


Tu, che non dai segno, liberami.


Sono solo spiccioli i pensieri. Non permettere che invece che a Te,


mi affidi alla consunta loro immagine del tuo capo.


Da tutti i miei pensieri, anche dai miei pensieri di Te,


o Tu splendido Silenzio, cadi, e liberami.


Signore della porta stretta e della cruna dellago,


toglimi dal mio nulla per paura che muoia.


C.S. Lewis


 


PREMESSA

Argomento: In libreria

Ormai ci siamo, la beatificazione di Giovanni Paolo II è avvenuta! Per chi volesse approfondire le proprie conoscenze sulla vita del novello beato, segnaliamo solo alcuni titoli abbastanza noti.

Il primo, imprescindibile e d'immenso valore perché redatto dal pontefice stesso è l'autobiografico Dono e mistero, (Città del Vaticano, 1996, consultabile: http://www.vatican.va/archive/books/gift_mystery/documents/archive_gift-mystery_book_1996_it.html ) incentrato soprattutto sulla vocazione al sacerdozio del giovane Lolek; al susseguirsi delle esperienze giovanili, dall'iscrizione alla facoltà di lettere e filosofia di Cracovia passando per la morte del padre e l'esperienza teatrale fino alla consacrazione e al dottorato in teologia, il Santo Padre aggiunge alcune profonde meditazioni sul profondo valore del ministero sacerdotale. Delle numerose citiamo una sola, molto profonda e d'attualità: "Ma al di là del dovuto rinnovamento pastorale, sono convinto che il sacerdote non deve avere alcun timore di essere «fuori tempo», perché l'«oggi» umano di ogni sacerdote è inserito nell'«oggi» del Cristo Redentore".

Molto celebre e anche molto voluminoso è il libro di George Weigel Testimone della speranza, (Mondadori, 1999) densissima e approfondita biografia del beato Wojtyla scritta quasi come una sorta di "apologia" del Santo Padre, giustamente presentato come un uomo intensamente innamorato di Cristo e alieno da ogni ideologia o etichettatura politica, innovatore ma sempre nel secolo della Tradizione, coraggioso nel confrontarsi sia contro il comunismo sia contro le "democrazie totalitarie" occidentali.
Weigel, che è teologo rigoroso e preciso ma per nulla noioso, ricorre a fonti di primissima mano (tra le quali oltre ai suoi amici di gioventù e i vari cardinali di Curia, figura il papa stesso) ci presenta in modo particolare il contributo dato dal Papa per una "nuova" teologia morale basata sulla centralità della persona, immagine di Dio, da opporre quindi a tutti i tentativi (tanto socialistici quanto liberalistici) di degradare l'umano dalla sua "innata grandezza" di figlio di Dio.

Più scorrevole e meno propenso a digressioni teologiche è Bernard Lecomte con il suo Giovanni Paolo II. La biografia (Baldini Castaldi Dalai Editore, Milano, 2004). Pur avendo un taglio più divulgativo e attento agli aneddoti rispetto a Weigel, Lecomte si mostra in grado di saper cogliere le peculiari caratteristiche del papa polacco come uomo né di destra né di sinistra, ma non per questo incolore, innovatore ma saldamente ancorato alle verità della Chiesa.

Su questo punto si innesta l'ultimo libro che presentiamo, di Antonio Socci, I segreti di Karol Wojtyla (Rizzoli, 2009) che legge la vita e il pontificato del Santo Padre alla luce delle sua vita di intensa preghiera e delle sue poco conosciute esperienze mistiche, dando particolarmente il giusto risalto alla centralità della devozione mariana del Pontefice che, lungi dall'essere un "abbellimento" accessorio, costituiva la fonte stessa del suo straordinario coraggio e del suo zelo apostolico (in tal senso l'atto di consacrazione al Cuore Immacolato del 13 maggio 1982 viene letto come un segno provvidenziale alla luce dei successivi eventi mondiali).

G.L.

INTERVISTA.
Parla il biografo Weigel: ha mostrato la strada della speranza, senza fragili ottimismi.
Argomento: In libreria
Robert Hugh Benson, Con quale autorità,  BUR Rizzoli, 2005, pp. 418, € 9,80.
Robert Hugh Benson, L’amicizia in Cristo,  Edizioni Jaca Book, 1988, pp. 160, € 11.
Robert Hugh Benson,  Confessioni di un convertito,  Edizioni Gribaudi, 1996, pp. 144, € 8,50.
Robert Hugh Benson, L’alba di tutto,  Edizioni Fede & Cultura, 2010, pp. 324, € 16.

Tutte le opere di Padre Benson sono acquistabili con sconto su http://www.theseuslibri.it

Ricordiamo anche che su http://www.totustuus.it sono scaricabili gratuitamente queste altre 10 opere di P. Benson: (1) Oddfish! Perdinci! [inedito in Italia: prima trad. italiana] (2) Con quale autorità? (3) La luce invisibile (4) Paradossi del cattolicesimo (5) La storia di Richard Raynal, eremita [inedito in Italia: prima trad. italiana] (6) Vieni ruota! vieni forca! [inedito in Italia: prima trad. italiana] (7) Il dominatore del mondo (8) Il trionfo del Re [inedito in Italia: prima trad. italiana] (9) Cristo nella Chiesa (10) Il baronetto vagabondo [inedito in Italia: prima trad. italiana]

 
 
Percorsi con Robert Hugh Benson

 
 
“Gli pareva tutto un mondo da cui Dio stesso aveva voluto ritirarsi, dopo averlo lasciato nella più completa soddisfazione di sé, privo di fede e di speranza”.
Ecco come appariva il mondo al personaggio di Padre Percy Franklin che è protagonista nel romanzo fanta-politico:”Il padrone del mondo”, scritto da Benson nel 1907.
Chi era Benson ? Perché questo fanta-romanzo suscitò preoccupazioni e destò un notevole interesse in tutto il mondo occidentale ?

Robert Hugh Benson (1871-1914), figlio di un pastore anglicano divenuto arcivescovo di Canterbury, è stato un romanziere  inglese che divenne inizialmente diacono nel clero anglicano ed attraverso una tormentata vita spirituale condotta alla ricerca della Verità, passando attraverso un ordine contemplativo della Chiesa d’Inghilterra (Comunità della Casa della Resurrezione), approdò alla Chiesa Cattolica Romana, che lo accolse e lo consacrò sacerdote nel 1904 nella basilica di San Silvestro a Roma. Furono le encicliche di Leone XIII, in particolare l’Apostolicae Curae e l’insegnamento del Beato Cardinale Newman, oltre ad altre vicende personali, come l’imbattersi sorprendentemente in una chiesetta cattolica a Luxor in Egitto, che lo fecero ulteriormente riflettere sul carattere davvero universale (e non solo nazionale) della Chiesa Cattolica.

Nonostante la breve vita (Benson si spense prematuramente all’ età di 43 anni per problemi cardiaci), egli scrisse altri libri, dei quali faremo ampia menzione in seguito. Tornando al romanzo: “Il padrone del mondo”, che rese celebre il sacerdote-scrittore nel mondo, Benson paventò l’avvento dell’Anticristo (costruito nel personaggio di Giuliano Felsemburgh) non raffigurandolo con sembianze diaboliche ma, al contrario, proponendolo come un ingannatore messaggero di pace in un mondo dove le guerre, le malattie, il dolore erano stati progressivamente cancellati dalla scienza(non solo medica) con il trionfo dei valori umani e l’allontanamento dalla via salvifica costituita da Gesù Cristo e dalla Chiesa. Drammatico e sconvolgente rimane a tutt’oggi l’interrogativo che, nel romanzo, il Santo Padre (Silvestro III) pone a Padre Franklin: “Che cosa è avvenuto, che cosa avviene, che cosa avverrà e che cosa si dovrebbe fare ?” a cui risponde accoratamente il sacerdote con le prime ed ultime cose da farsi: la Messa, la preghiera ed il rosario. Se il mondo (con il successo dell’Umanitarismo) nega la loro potenza, il cristiano, sale della terra, deve cercare in loro sostegno e rifugio. Benson era solito indicare una via per portare i fratelli, soprattutto quelli più lontani, a Cristo e quella via era Maria ed il luogo era Lourdes.

Bisognava costituire, seguendo sempre le parole di Padre Franklin in risposta agli interrogativi del Papa, “un ordine di pazzi: pazzi di amore, pronti a tutte le battaglie, fino al martirio. Come Gesù”.
“Tutte le cose in Gesù Cristo: in Gesù Cristo, ora e sempre!”.
Argomento: In libreria
Cornelio Fabro, Vangeli delle Domeniche (Opere Complete Cornelio Fabro - Volume 15), ISBN: 978-88-89231-22-7 ; Euro € 25,00 ; 310 pp.  EDIVI, 2010

 

www.edivi.com

 

AVVERTENZA

Queste riflessioni sul Santo Vangelo furono lette, nella maggior parte, alla Radio italiana (Programma nazionale) negli anni 1954-55 e vedono ora la luce per la pressione degli amici e la benevolenza dell’Editore. Si tratta di poca e povera cosa, per lo più improvvisata e grezza, senz’alcun ricorso alle risorse della tecnica e dell’acribia scientifica di cui sono fornite altre ben più valide esposizioni contemporanee del sacro testo. Questo testo è stato qui visto e letto nella povertà e desolazione di spirito del nostro tempo, quasi in forma di colloquio con i dubbiosi, i tribolati, gli sperduti in un mondo che promette progresso e lascia il cuore sempre più in pena e lo spirito senza bussola. Come allora quando leggevo agli ignoti cortesi ascoltatori, vorrei anche oggi che queste povere cose si dissipassero appena lette per far emergere soltanto Lui, il nostro Redentore e Salvatore, nella suasiva veemenza della sua Parola e nel conforto dolcissimo della sua Presenza in questo vespero folle dell’umanità che non osa credere più all’amore di Dio e si rassegna a vivere senza speranza.
L’Autore
Roma, Ognissanti 1958
Argomento: In libreria
Nicola Bux, Come andare a messa e non perdere la fede, Piemme, Milano 2010, ISBN 978-88-566-1547-0 , pp. 194, € 12,00
 


 
 
Una bella liturgia può convertire quando trasmette una bellezza, letteralmente, “dell’altro mondo”. Talvolta però quell’anticipo di paradiso presente “in mysterio” nel sacramento, viene oscurato da aggiunte e invenzioni più o meno originali, che possono di volta in volta divertire o annoiare, ma il cui denominatore comune è l’incapacità di innalzare le anime a Dio. E le chiese si svuotano, nonostante – o forse anche a causa di – decenni di sperimentazioni nate proprio con lo scopo di avvicinare la liturgia ai fedeli. I quali però - al di là della ristretta cerchia di “tecnici parrocchiali” dediti all’“animazione liturgica” – vorrebbero solo una messa “a forma” di messa, magari in una chiesa a forma di chiesa. Tutto ciò si è verificato, in omaggio ad una concezione “fai da te”– peraltro mai fatta propria dal Concilio, che pure viene perennemente invocato per giustificare qualsiasi novità – che pretende di assegnare a ciascuno un ruolo liturgico, perché tutti avrebbero diritto a “fare” qualcosa durante la messa. L’unico privato di diritti nella liturgia è Dio, la cui marginalità è efficacemente rappresentata dal tabernacolo sempre più relegato in un angolo e sostituito al centro dalla sede del sacerdote, che appare spesso come il vero protagonista della celebrazione.
 

Questo libro di don Nicola Bux, pertanto, è incentrato sulla riscoperta dello ius divinum, sul diritto di Dio ad essere adorato come Egli vuole, e non secondo i capricci della nostra “creatività” (sempre motivata da inattaccabili “ragioni pastorali”...). L’autore non ha bisogno di molte presentazioni, essendo già abbastanza noto per l’impegno profuso nella “buona battaglia” per la sacralità della liturgia, che gli auguriamo di continuare a portare avanti con la recente nomina a consultore della Congregazione per il Culto Divino.
Argomento: In libreria

C. D. CAVONI – R. PUCCETTI, Il Papa ha ragione! L'Aids non si ferma con il condom, Fede & Cultura 2010, Isbn: 978-88-6409-036-8, pp. 90, Euro 9,50.


Sconto su: http://www.theseuslibri.it


 

Nel marzo 2009, come noto, Papa Benedetto XVI, ha intrapreso il suo primo viaggio in Africa visitando il Camerun e l'Angola. In quei giorni il Pontefice ha detto e fatto tante cose ma solamente una - c'è da scommetterci - passerà nelle pagine dei libri di storia 'politicamente corretti': l'intervista concessa ad alcuni giornalisti sull'aereo che lo portava in Africa e in cui egli avrebbe detto, in stridente contrasto con ogni elemento di buon senso (?), che la terribile epidemia dell'Aids non si risolve con l'importazione massiccia di preservativi da regalare o vendere agli africani. Qualcuno ricorderà quel che accadde in seguito: da più parti, non esclusi uomini politici di fama internazionale e autorevoli ministri di governo, si levarono voci sdegnate chiedendo che il Papa rettificasse quanto aveva detto, pena la condanna pubblica e senza appello della Santa Sede e della missione della Chiesa tutta, giudicata come un'organizzazione sessuofoba e arretrata, ormai completamente fuori dal corso della storia. Il giornalista Cesare Davide Cavoni e il medico e bioeticista Renzo Puccetti, socio fondatore dell'associazione Scienza & Vita, placate finalmente le polemiche, sono tornati sul 'luogo del misfatto' e, l'uno rileggendo le pagine dei giornali e delle agenzie-stampa, l'altro interrogando la letteratura scientifica disponibile e gli studi più affidabili, hanno avviato un'indagine a 360 gradi su quel famoso viaggio per cercare di capire che cosa è andato storto nella comunicazione della Santa Sede e se dietro questo ulteriore, devastante attacco al Magistero petrino ci siano dei mandanti e dei colpevoli materiali.


Dopo la prefazione di Francesco Agnoli (pp. 5-7), che inquadra i termini generali della questione, contestualizzando opportunamente lo sfondo temporale del viaggio del Papa, nella prima parte del saggio ("Cronistoria tra media e realtà", pp. 8-56) Cavoni raccoglie i titoli delle prime pagine dei principali quotidiani, italiani e stranieri, che riportano le parole della famosa intervista di Benedetto XVI sull'aereo diretto in Africa. E già qui c'è da sobbalzare: il lavoro certosino del giornalista (impreziosito da una mole non indifferente di fonti d'archivio, tutte citate a piè di pagina) dimostra, articoli alla mano, che ben pochi si sono preoccupati di riportare per intero la domanda del giornalista francese e la risposta, data a braccio, dal Papa. E' impressionante osservare come la rassegna comparativa delle citazioni - tra Le Monde, La Repubblica, El Pais, fino ad arrivare agli immancabili L'Unità e Liberazione - evidenzi un sostantivo o un aggettivo in più o in meno a seconda dell'impostazione culturale data al problema Aids, come se fosse normale 'aggiustare' le dichiarazioni di una persona, attribuendogli persino parole che non ha mai pronunciato, secondo le proprie convenienze ideologiche o politiche. Ma che cosa aveva detto veramente il Papa sull'aereo?


Argomento: In libreria

Roberto Marchesini, Quello che gli uomini non dicono. La crisi della virilità, SugarCo 2010, ISBN: 8871986059, ISBN 13: 9788871986050, pagine 160, Euro 14.50


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Tra i tanti fenomeni emergenti di questi ultimi anni c'è sicuramente la crisi dell'uomo, inteso come maschio. È debole, stanco, demotivato, passivo, solo. E triste. Alcuni uomini sono depressi, insicuri, ansiosi; sperimentano un senso di inadeguatezza sia in famiglia, che sul lavoro, che con gli altri uomini; hanno una scarsa autostima e poca fiducia in sé e nelle proprie capacità; si sentono timidi, paurosi, deboli. Le ricerche dicono che aumenta l'impotenza maschile, l'ansia da prestazione sessuale, l'infertilità maschile e rilevano persino una graduale riduzione del desiderio sessuale e del livello di testosterone, l'ormone maschile.


E' una crisi di virilità. Intesa come disponibilità a rischiare la vita per salvarla, per salvare l'onore (cioè la dignità umana), per la fedeltà ai propri valori; intesa come assertività, coraggio, fortezza. Il termine virilità deriva dal latino, lingua che usa due termini diversi per indicare l'uomo: vir e homo; stessa cosa vale per il greco: aner e anthropos. Homo e anthropos indicano l’uomo in quanto maschio, mentre vir e aner rimandano alla persona maschile pienamente realizzata, ossia l'eroe.


La crisi della virilità è per l'uomo una crisi d'identità: egli non sa più chi è, come è, come dovrebbe essere e come lo vogliono gli altri. Ci prova, ad accontentare tutti, ma non funziona: sembra che nessuno sia contento di lui. E questo lo fa soffrire.

È una crisi inedita, nella storia dell'umanità. Non è mai accaduto che così tante persone restassero senza risposta davanti agli interrogativi “Chi sono? Quale è il mio ruolo? Quale è il mio posto nel mondo?”.


È la terribile situazione in cui qualunque cosa facciano è sbagliata. Per molti significa: “Tu sei sbagliato”. Gli psicologi clinici l'hanno chiamata “doppio legame”, e hanno ipotizzato che sia alla base della schizofrenia.


Oggi gli uomini non hanno vita facile. Pare, infatti, che per la società odierna la civiltà sia femminile, la barbarie maschile. Tutto ciò che ha un vago odore di virilità suscita disgusto e disprezzo. Sembra che meno testosterone c'è in giro, meglio è. Se un uomo vuole essere non certo apprezzato, ma per lo meno tollerato, deve mostrarsi assolutamente alieno dai conflitti, per nulla risoluto, attento ai sentimenti più che al raggiungimento degli obiettivi, un po’ come l’orsacchiotto che i bambini tengono sul cuscino: inerte, passivo e perciò innocuo. Un uomo, insomma, non virile. L'unico uomo buono è l'uomo morto; o quello castrato. Basti pensare alla forza, tipica caratteristica maschile; se ne sente parlare come se fosse un sinonimo di violenza, anziché esserne l'antidoto. Male-bashing, lo chiamano: aggressione anti-maschile.

Argomento: In libreria

Massimo Viglione, 1861. Le due Italie - Identità nazionale, unificazione, guerra civile. Ares 2011, EAN 9788881555222, Pagine 424, Euro 20,00


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Dal gentile autore riceviamo la conclusione dell'opera:


 

Il nodo da sciogliere della storia italiana
 
Il mito risorgimentale poggia su molteplici travisamenti storici, ideali e religiosi (ideologia risorgimentale), il cui risultato è questo indiscutibile “dogma nazionale”: in Italia, per essere patrioti, per dimostrare di amare l’Italia, occorre amare il Risorgimento, in quanto è con esso che è nata la nostra patria. Si è sempre voluto a tutti i costi (e oggi con rinnovato spirito) far penetrare nelle menti degli italiani che l’unica via al patriottismo sia la celebrazione risorgimentale, la venerazione dei quattro “padri della patria”. È la più grande vittoria della vulgata risorgimentale, l’inganno per eccellenza: il far credere che chi narra ciò che è stato occultato (le insorgenze, il settarismo utopista, la guerra alla Chiesa Cattolica, i brogli elettorali dei plebisciti, le stragi di “briganti”, il piemontesismo, il fiscalismo, l’emigrazione, ecc.) e di contro non celebra Mazzini e Cavour, Vittorio Emanuele II e Garibaldi, Napoleone e Gioberti, sia “anti-italiano” o comunque contro l’unità nazionale. O magari studioso poco serio…
Chiunque sia ormai a conoscenza di quanto descritto e considerato in questo studio e vi abbia serenamente meditato, non può non vedere come la vittoria del Savoia e del partito piemontese, grazie al geniale Ministro che tutti e tutto mosse, non fu la vittoria dell’Italia, e tanto meno degli italiani; fu solo la vittoria di una élite potente e prepotente, che, con il pretesto dell’unificazione (poiché tale fu, non unità), gettò in realtà le basi storiche, politiche, ideologiche e sociali per la futura affermazione del totalitarismo e delle tragedie che il nostro popolo ha subito nel XX secolo.
Con il Risorgimento nasce lo Stato italiano, non però la nazione italiana; essa esisteva già da secoli, riposava sulla identità italiana, classica, cattolica, romana, universale. Il Risorgimento è stato invero proprio la negazione di tutto questo: è stato fatto contro la Chiesa, contro l’idea universale di Roma, senza rispettare, anzi abbattendole, le tradizionali realtà locali esistenti nella Penisola, riducendo tutto al Piemonte e al suo re. E questo senza alcun consenso popolare, attuato solo da un piccolo gruppo di oligarchi, con l’appoggio “mediatico” dei ceti intellettuali e quello economico del mondo settario e massonico, mediante inganni, corruzione e stragi mai accadute nella precedente storia italiana. Soprattutto, vendendosi anima e corpo allo straniero, anzi, a quei tre stranieri (Gran Bretagna, Francia e Prussia) verso i quali la nostra politica unitaria sarà debitrice o comunque subordinata in maniera non minore di quanto lo era quella degli Stati preunitari alla sola Austria.
Se è vero che patriota è chi difende la propria patria, prima dell’unificazione risorgimentale era perfettamente chiaro chi fossero i patrioti: erano coloro che combattevano per le proprie patrie, secolari e legittime, amate dalle popolazioni (insorgenti e “briganti”), mentre, per essere patrioti nel senso risorgimentale, occorre accettare l’idea mazziniana e utopistica che la patria è nel mondo della volontà e non in quello reale della storia, della religione, della lingua, delle tradizioni.
Dopo l’unificazione questo non è più così chiaro; infatti, tanto per addurre il più classico degli esempi, è evidente che, nell’ultima guerra civile italiana, tanto i fascisti (che si presentavano come coloro che avevano portato a compimento il Risorgimento, specie dal punto di vista mazziniano) quanto i partigiani (che si definivano a loro volta come gli eredi del Risorgimento, specie dal punto di vista garibaldino) si definivano patrioti, andando gli uni con il Capo del Governo e gli altri con il Capo dello Stato, ed entrambi lottando in nome dell’Italia (ed entrambi in realtà sottomessi a eserciti stranieri invasori) in una guerra civile – la Terza – devastante e mai veramente risolta nelle coscienze di molti, ancora oggi, dopo quasi settant’anni, carico cruento di odio dell’Italia repubblicana. Ciò accadde per il semplice motivo che l’Italia nata dal Risorgimento non rispecchia la vera identità nazionale.
Come ha detto lo storico liberale Rosario Romeo: «Lo Stato nazionale che negli intenti dei suoi creatori doveva essere la chiave destinata ad aprire agli italiani le porte del mondo moderno, ha evidentemente fallito nel suo compito; e gli italiani, nei vari ceti e in modi diversi, cercano di inserirsi nella realtà moderna ed europea per altre vie ed in altri contesti». Il che sta a significare non solo che la Rivoluzione Italiana ha ferito per sempre l’identità nazionale e diviso gli italiani, ma che essa non è neanche riuscita in realtà a costruire i presupposti della sua esistenza: lo Stato nazionale – in quanto non l’ha costruito nell’animo di quegli italiani che voleva cambiare – e l’“italiano nuovo”, appunto.
E qui torniamo ai drammatici interrogativi del dibattito dell’estate del 2009, con cui abbiamo aperto questo studio. Se vogliamo provare a dare una riposta agli interrogativi di Galli della Loggia e degli altri intellettuali, occorre riflettere che il problema è che la “vecchia Italia” non esiste più (se non nell’animo dei singoli ancora legati ai valori della civiltà di cui essa era espressione e protagonista), mentre la “nuova Italia” non è mai esistita, almeno non quella sognata dai rivoluzionari. Ciò che esiste è un’ibrida commistione di pertinace attaccamento alle radici disvelte e di efficace sovversione anarchica spirituale e morale dell’identità nazionale. Pertanto, non v’è attaccamento vero e sincero all’Italia nata dal Risorgimento.
Rileggiamo ancora il fondamentale assunto dello stesso Galli della Loggia: «Si delinea in tal modo un fatto decisivo: la tendenziale cesura tra l’identità nazionale e l’identità italiana, cioè tra il modo di nascita e di essere dello Stato nazionale e il passato storico del paese, divenuto la sua natura». Da cui la sua denuncia dell’estate del 2009: l’immagine che gli stessi italiani hanno del loro Stato è «un’immagine a brandelli e di fatto inesistente: dal momento che ormai inesistente sembra essere qualsiasi idea dell’Italia stessa».
Ecco il risultato della Rivoluzione Italiana.
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