Roberto de Mattei, Pio IX, Piemme 2000, ISBN-13: 9788838448935, pag. 253, Euro 14,50


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1861-1878: SCONFITTO O VINCITORE?

(proponiamo un estratto del capitolo terzo)
 
I. La questione romana: da Cavour a Porta Pia


Tutto l'ampio ventaglio di forze rivoluzionarie che confluisce nel "fascio" risorgimentale, dal neoguelfismo al liberalismo "cattolico", fino alle punte più accese del radicalismo democratico, trova il suo momento catalizzatore e aggregante nel mito della Roma "rigenerata" e "riformata", perché liberata dal principato civile del Pontefice. «La capitale del mondo pagano e del mondo cattolico - scrive De Sanctis, uno degli autori più rappresentativi dell'Italia risorgimentale - è ben degna di essere la capitale dello spirito moderno. Roma è dunque per noi non il passato, ma l'avvenire. Noi andremo là per distruggervi il potere temporale e per trasformare il papato» 3.

La "questione romana" è dunque realmente la "questione" del Risorgimento, di cui costituisce non un'appendice politico-diplomatica, ma il filo conduttore e il compimento. «La Rivoluzione attuale - scriveva Giuseppe Montanelli - mosse da Roma e prima o poi a Roma dovrà compirsi» 4. Il 1870, «l'Ottantanove d'Italia» 5, rappresenterà l'epilogo e il simbolico compimento del Risorgimento, o addirittura, per le società segrete, come affermerà il Gran Maestro della Massoneria italiana Adriano Lemmi, «il più memorabile avvenimento della storia del mondo» 6. «Siate tranquilli sul conto nostro - confiderà Cavour a Henry d'Ideville - noi impiegheremo cinquant'anni per compiere il nostro Ottantanove, evitando le scosse e gli eccessi attraverso i quali siete passati voi» 7.

La posizione di Pio IX sulla "questione romana" è ormai netta. Con le allocuzioni concistoriali Novos et ante 8 del 28 settembre 1860, Iamdudum cernimus 9 del 18 marzo 1861, Maxima quidem 10 del 9 giugno 1862, il Papa reitera la sua condanna delle pretese rivoluzionarie, sostenuto dall'adesione dell'episcopato cattolico, rinnovata al Pontefice nel Concistoro del 9 giugno 1862 da più di trecento arcivescovi o vescovi di tutto il mondo. Nelle sole province meridionali intanto il governo in pochi mesi processa e confina sessantasei vescovi (più della metà), tra i quali i cardinali arcivescovi di Napoli Sisto Riario Sforza, e di Fermo Filippo De Angelis 11, mentre le popolazioni del meridione resistono sotto forma di "brigantaggio" all'invasione piemontese 12. «La battaglia che si fa contro il Pontificato Romano - ribadisce Pio IX - non tende solamente a privare questa Santa Sede e il Romano Pontefice di ogni suo civile Principato ma cerca anche di indebolire e, se fosse possibile di togliere, totalmente di mezzo ogni salutare efficacia della Religione cattolica: e perciò anche l'opera stessa di Dio, il frutto della redenzione, e quella santissima fede che è la preziosissima eredità a noi pervenuta dall'ineffabile sacrificio consumato sul Golgota» 13. Due anni dopo, nel Sillabo dell'8 dicembre 1864, vengono esplicitamente condannate due proposizioni che si riferiscono al principato civile del Pontefice romano. Sono la 75: «Sulla compatibilità del regno temporale con lo spirituale disputano fra di loro i figli della cristiana e cattolica Chiesa» e la 76: «L'abolizione del civile imperio che possiede la Sede Apostolica gioverebbe moltissimo alla libertà e felicità della Chiesa». Nel 1865 nella allocuzione Multiplices inter 14, Pio IX, sulla scia dei suoi predecessori, rinnova la condanna e la scomunica delle società segrete, in particolare la Carboneria e la Massoneria, «che con le diversità delle sole apparenze si costituiscono di giorno in giorno e congiurano contro la Chiesa e la legittima potestà, sia in pubblico come in privato» 15.

Poche settimane dopo la proclamazione del Regno d'Italia, il conte di Cavour fu colpito da un'apoplessia che lo portò improvvisamente alla morte, la mattina del 6 giugno 1861. Durante il delirio che precede la morte, la vita è ancora così potente in lui che attraverso il vestibolo e due saloni si sentono risuonare le sue ultime parole, prive di senso: «Imperatore! Italia! Niente stato d'assedio!» 16. Un francescano amministra i Sacramenti al conte, scomunicato, senza esigere la ritrattazione degli errori 17.

L'opera di Cavour venne continuata da Bettino Ricasoli 18, il "barone di ferro" toscano, che ispirava la sua azione politica a un profetismo riformatore giustamente paragonato da Spadolini a quello mazziniano 19. Cavour stesso, sul letto di morte, aveva molte volte pronunciato il nome di Ricasoli indicandolo al Re come suo successore. Egli fu il primo della lunga serie di ex collaboratori di Cavour - Rattazzi, Farini, Minghetti, Lamarmora e Lanza - che si succedettero l'uno dopo l’altro alla Presidenza del Consiglio senza avere nessuno l'esperienza e l'abilità dell'artefice dell'unità d'Italia.

Il 24 giugno 1861 Napoleone III riconobbe ufficialmente come "Re d'Italia" Vittorio Emanuele II, con il quale il sovrano francese aveva rotto le relazioni diplomatiche a seguito dell'occupazione delle Marche e dell'Umbria. A partire da questo momento tra il re d'Italia e l'Imperatore dei Francesi, si sviluppò un rapporto ambiguo e contraddittorio sulla "questione romana" destinato ad avere un primo sbocco nella "Convenzione di settembre", stipulata a Parigi il 15 settembre del 1864 tra l'Italia e la Francia 20. Con tale accordo l'Italia si impegnava a non attaccare lo Stato Pontificio e a trasferire la capitale del Regno da Torino a Firenze; la Francia si obbligava a ritirare gradualmente, ma entro lo spazio di due anni, le sue truppe da Roma. La diplomazia pontificia, tenuta all'oscuro delle trattative, era persuasa, come tutti, che Firenze costituisse solo una tappa verso la conquista di Roma. «Chi volesse definire quella Convenzione - scrive la "Civiltà Cattolica" ­ non potrebbe dirla meglio, che Negotium perambulans in tenebris. Nelle tenebre fu concepito e nelle tenebre che proceda» 21.

Il 22 ottobre 1865 si votò per la prima volta in Italia dopo la morte di Cavour. Su venti milioni di abitanti che comprendeva il Regno da poco unito, senza Roma e Venezia, solo 504.263 erano i cittadini aventi diritto al voto, in base ai requisiti richiesti di istruzione e di censo, e solo 271.923 gli italiani che concretamente lo espressero recandosi alle urne. Firenze è da pochi mesi la nuova capitale del Regno unitario.

Nel 1866 il Regno d'Italia, raggiunse frattanto la sua altra meta: l'annessione di Venezia e del Veneto in seguito alla guerra austro-prussiana. Il governo austriaco si disse disposto a cedere Venezia e il Veneto a Vittorio Emanuele attraverso Napoleone III, purché l'Italia rimanesse neutrale. Il governo italiano, mosso dall'avversione antiaustriaca e dal desiderio di mostrare sul campo le proprie qualità belliche, rifiutò però l'offerta e il 20 giugno 1866, sotto la guida di Ricasoli, dichiarò guerra all'Austria. Mentre l'esercito prussiano passava di vittoria in vittoria, quello italiano, guidato dai generali Lamarmora e Cialdini, venne disfatto per terra a Custoza, il 24 giugno, e sul mare, a Lissa, il 20 luglio. Sconfitta sul campo, l'Italia ottenne una vittoria umiliante, accettando di ricevere il Veneto dall'Austria per le mani di Napoleone. La prima guerra nazionale del nuovo Regno d'Italia, da tutti invocata, lasciò uno strascico profondo di amarezze e di delusione.

Immediatamente dopo la proclamazione del Regno, il 25 marzo 1861, il conte di Cavour annunciò alla Camera dei deputati che «Roma sola deve essere capitale d'Italia» 1. L'obiettivo cavouriano, due giorni dopo, venne sancito di fronte a tutta l'Europa dal voto del primo Parlamento nazionale. La caduta del potere temporale del Papa non è più, a partire da questo momento, il programma occulto delle società segrete, ma quello pubblico ed ufficiale del Regno d'Italia appena costituito. Nasce così, come problema internazionale, la «questione romana» 2.
Argomento: In primo piano

Gigi di Fiore: Gli ultimi giorni di Gaeta. L’assedio che condannò l’Italia all’unità; Rizzoli 2010, Codice EAN 9788817043168;  353 pagine, Euro 20,00


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L’atto finale della guerra di conquista che chiamiamo “unificazione”, visto con gli occhi degli sconfitti


“Diciotto mila cittadini mandati a rovina e miseria” (Dal Consiglio comunale di Gaeta del 28 febbraio 1861).


“Noi combattemmo contro italiani, e fu questo necessario ma doloroso ufficio” (Generale Enrico Cialdini).


“La ringrazio a nome della Nazione Italiana. Mi congratulo di cuore coll’Esercito” (Vittorio Emanuele II al generale Cialdini).


Il 13 febbraio 1861, Francesco II di Borbone si arrese definitivamente all’esercito sabaudo: la fortezza di Gaeta, ultimo baluardo difensivo del Regno delle Due Sicilie, cedeva all’armata del generale Cialdini.
I cento giorni d’assedio che resero possibile il Regno d’Italia vengono tutt’ora ricordati in manifestazioni e rievocazioni, ma fu veramente l’evento glorioso che la storia ci racconta? O si trattò dell’epilogo di un’invasione sanguinosa, perpetrata ai danni di uno Stato sovrano, riconosciuto dalle altre potenze europee e consolidato da secoli di autonomia e tradizioni?
A Gaeta l’annessione fu portata a termine dai cannoni, che fecero strage di militari e civili stremati anche dal tifo. L’8 gennaio la piazzaforte fu sottoposta a un cannoneggiamento di dieci ore, che distrusse i quartieri civili; pochi giorni dopo l’ex comandante borbonico Edoardo D’Amico, tradito da tempo il suo schieramento e desideroso di dimostrare la nuova fede, diede inizio al bombardamento del 22 gennaio; a qualche ora dalla resa, mentre si preparava l’accordo, l’artiglieria piemontese continuò il fuoco per l’ultima strage.
Episodi che raccontano una guerra cruenta rimossa dalla memoria comune: un attacco che violava tutte le regole – iniziato senza una dichiarazione di guerra né agitazioni tali da giustificare un intervento straniero – al termine del quale nove milioni di persone furono costrette ad accettare le leggi e la burocrazia del Piemonte grazie a maneggi diplomatici, finanziamenti occulti, ambiguità.

Gigi di Fiore ricostruisce quasi ora per ora l’assedio brutale che pose fine a un conflitto tra italiani, con paziente lavoro di analisi e scavo archivistico, passione narrativa e gusto per l’aneddoto. Documenti e testimonianze, storia, cronaca militare e narrazione si uniscono per restituire vivido e reale il dolore di una città che non ha dimenticato. E permetterci di analizzare da una prospettiva diversa un peccato originale della nostra unità nazionale.


I cento giorni di storia italiana meno raccontati nei libri scolastici: è l’assedio di Gaeta, che segnò la fine del regno delle Due Sicilie e l’annessione del sud al resto dell’Italia. Quei tre mesi restano invece il simbolo di un’annessione nata male, con due eserciti regolari a farsi guerra: quello piemontese del nord e quello napoletano del sud. Una vicenda che costò oltre mille morti con tantissime vittime tra i civili rimosse dalla storia ufficiale.
Nel saggio di Gigi Di Fiore, attraverso nuovi documenti e testimonianze soprattutto di parte piemontese, attraverso uno stile raccontato c’è la narrazione della vita quotidiana nei due schieramenti contrapposti, le descrizioni di personaggi anche minori, aneddoti. Ma soprattutto, il dettaglio delle sofferenze dei civili e dei danni subiti dalla città di Gaeta in tre mesi di impietoso bombardamento. L’ultima resistenza dello stato delle Due Sicilie, allora ancora riconosciuto da tutte le diplomazie mondiali, in un testo che ne approfondisce e racconta tutti i dettagli, con una bibliografia di ben 8 pagine. “Abbiamo avuto conquistato alla causa l’efficacia dei cannoni Cavalli a lunga gittata” scrisse Cialdini, in un documento inedito, alla fine dell’assedio
Nei nuovi documenti del ministero della Guerra, citati nel testo, si ritrova proprio la conferma dell’uso sperimentale fatto dei micidiali cannoni Cavalli a lunga gittata a Gaeta, sulla pelle dei militari borbonici e dei civili gaetani. Un uso su cui vengono spese parole entusiaste, come di una nuova arma da perfezionare sempre più per il futuro. Una specie di “bomba atomica” dell’epoca per spezzare i residui di resistenza dell’esercito di Francesco II di Borbone. E poi, nelle cifre finali dei comandi piemontesi, i costi di tanto impegno di uomini e mezzi: 25 milioni per espugnare Gaeta.
Il libro si compone di Introduzione, Prologo, 12 capitoli, 3 appendici e due grandi foto d’epoca sull’assedio nei riguardi di copertina.


L'autore

Gigi Di Fiore, inviato speciale del “Mattino” di Napoli in passato redattore al “Giornale” di Montanelli, ha ottenuto nel 2001 il premio Saint Vincent per il giornalismo. Ha scritto diversi saggi su due temi principali: Risorgimento, Fine del regno delle Due Sicilie, Brigantaggio; Criminalità organizzata. Il suo testo “1861 - Pontelandolfo e Casalduni, un massacro dimenticato”, pubblicato nel 1998 e oggi introvabile, viene citato da tutti gli autori successivi che si sono occupati di quell'eccidio (Pino Aprile compreso). Vincitore del premio Pedio per la ricerca storia, del Landolfo d’oro per gli studi sull’eccidio del 1861. Il suo libro “Controstoria dell’unità d’Italia”, edito da Rizzoli nel 2007, è stato più volte ristampato ed è stato vincitore del premio Melfi, nonché finalista del prestigioso premio Aqui terme storia. Sui temi della storia del sud, ha scritto anche per la Utet nel 2004 “I vinti del Risorgimento” e per Grimaldi il romanzo “Gli ultimi fuochi di Gaeta”. Sulla camorra, ha pubblicato molti testi a partire dal 1993, qualcuno adottato anche all'università di Napoli.

(da ilfrizzo.it)

Argomento: In libreria

Massimo Viglione; La Rivoluzione Italiana. Storia critica del Risorgimento; Il Minotauro 2001; ISBN 88-8073-062-2; Pagine: 431; Prezzo:€ 25.24

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Negli ultimi anni ha preso vita in Italia un rinnovato interesse per la problematica risorgimentale, vista ed interpretata da numerosi studiosi, fra cui non pochi nomi di richiamo della cultura nazionale, in maniera non supinamente conforme alla “vulgata” celebrativa. In questo volume alcuni dei più noti esponenti di questo filone storiografico rivisitano l’intera vicenda risorgimentale al fine da un lato di fornire una visione più conforme alla verità storica degli eventi del processo unitario, dall’altro di evidenziare, nelle scelte politiche, amministrative – ed anche religiose e culturali – dei protagonisti del tempo, le radici profonde dei mali che hanno attanagliato – e ancora oggi attanagliano – la società nazionale e la vita quotidiana degli italiani. Ciò che è noto a tutti come “Risorgimento” fu in realtà una vera e propria rivoluzione politica, culturale e spirituale: la Rivoluzione Italiana. Come tale la vissero i protagonisti di allora la presentano oggi gli autori di questo volume.

Argomento: In libreria

Patrick K. O'Clery, La rivoluzione italiana. Come fu fatta l'unità della nazione, Ares Milano 2001, ISBN: 8881551942, ISBN-13: 9788881551941, Pagine: 788, Euro 25,00

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Patrick Keyes O’Clery, irlandese, aveva 18 anni quando nel 1867 si arruolò tra gli Zuavi per difendere il Papa: partecipò alla battaglia di Mentana dall’altra parte, ossia contro i garibaldini. A 21 anni, nel 1870, è nel selvaggio West americano a caccia di bisonti. Ma, appreso che l’esercito italiano si prepara a invadere lo Stato Pontificio, torna a precipizio: il 17 settembre 1870 è a Roma di nuovo. È filtrato tra le linee italiane con due compagni, un nobile inglese e un certo Tracy, futuro deputato del Congresso Usa. In tempo per partecipare, contro i Bersaglieri, ai fatti di Porta Pia.
Tornato in Inghilterra ed eletto parlamentare, si batterà per l’autonomia dell’lrlanda. Nel 1880 abbandona la politica per dedicarsi all’avvocatura. Morirà nel 1913, avendo lasciato due volumi sulla storia dell’unificazione italiana.



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LA RIVOLUZIONE ITALIANA

COME FU FATTA L’UNITA’ DELLA NAZIONE

Gli italiani leggono poco ma si appassionano alle dispute storiche, in particolare alla storia del Risorgimento. L’anno che è appena trascorso ha visto numerose polemiche e discussioni in merito al cosiddetto revisionismo storico con particolare riguardo alla nascita dell’unità d’Italia, toccando il massimo della rissosità in occasione della beatificazione del Papa Pio IX.

Qualche mese prima la casa editrice ARES di Milano pubblicava il volume di Patrick Keyes O’Clery, "La Rivoluzione Italiana", un corposo scritto di ben 780 pagine, in realtà si tratta della fusione di due libri. Il primo mai tradotto in Italia, scritto nel 1875, sotto il titolo : The Revolution of barricades, costituisce un’ampia rivisitazione della storia italiana a partire dalla Rivoluzione Francese, fino ai moti del 48, con particolare riguardo alla storia dei Papi che hanno contribuito a costruire la nazione italiana e soprattutto l’Europa cristiana. "Non si tratta di un’augusta apologia del Papa rescrive Alberto Leoni nella presentazione – ma dell’esaltazione del buon governo in quanto capace di scelte concrete ed efficaci, in contrapposizione all’astrattezza dell’ideologia". Il secondo volume, The making of Italy, del 1892 è invece la ricostruzione delle fasi conclusive del nostro Risorgimento fino alla presa di Roma. Questa parte è stata pubblicata in Italia nel lontano 1897 e poi negli anni ottanta.

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Argomento: In libreria

Angela Pellicciari, Risorgimento ed Europa, Fede e Cultura 2008, ISBN 9788889913864, pagine 128, Euro 12

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Nell’intento proclamato di far risorgere l’Italia dai suoi “quindici secoli di schiavitù” (i secoli che corrispondono all’era cattolica), i Savoia e i liberali si appropriano dell’ingente patrimonio che nel corso del tempo la popolazione ha donato alla Chiesa e, per tramite della Chiesa, ai poveri. Gli uomini del Risorgimento rapinano i beni di tutti in nome della libertà, della tolleranza e della monarchia costituzionale. E gli italiani si trasformano, per la prima volta nella loro storia, in un popolo di emigranti.
Dal 2000 al 2002 Angela Pellicciari smonta pezzo a pezzo la retorica risorgimentale in brillanti e smaliziati articoli, qui riproposti in una selezione aggiornata che costituisce anche un monito per il processo di unificazione europea. Se non stiamo attenti ci ritroveremo (questa volta in nome della democrazia, della tolleranza e del rispetto della diversità) sotto il giogo di un totalitarismo nichilista.  

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Intervista ad Angela Pellicciari sul libro: "Risorgimento ed Europa"
("Radici cristiane", maggio 2009)

D. Alla vigilia delle elezioni europee lei fa stampare un libro dal titolo “Risorgimento ed Europa Miti, pericoli, antidoti” (Fede e Cultura, pp. 124, 12 euro): una collezione di suoi vecchi articoli prevalentemente comparsi su La Padania. Quale è il senso di questa operazione culturale?

R. Il senso è quello di mandare un messaggio. E il messaggio è: stiamo attenti, cattolici. Stiamo attenti perché nel nome di bellissimi ideali rischiamo di esser colonizzati in modo brutale dalla mentalità nichilista, scientista e sessista che opera con successo in molti degli stati del nord e centro Europa e, da qualche anno, anche nella cattolica Spagna.

D. Ma cosa c’entra con l’Europa il Risorgimento?

R. Le spiego. Il processo di unificazione della penisola italiana, nato sotto i migliori auspici, favorito dagli stessi cattolici, compreso il papa, si è trasformato in uno spaventoso boomerang che ha tentato con satanica determinazione di sradicare dal cuore degli italiani la religione cattolica, che pure lo Statuto albertino definiva “unica religione di stato”. Pio IX ha ripetutamente denunciato la singolarità della persecuzione anticattolica in Italia. Mentre Lutero, Calvino, gli anglicani ed i protestanti tutti, hanno sempre apertamente attaccato e diffuso odio contro la chiesa di Roma, in Italia, culla del cattolicesimo, la strategia è stata diversa. Da noi i liberali, scrive Pio IX, hanno avuto l’impudenza di definirsi i più sinceri difensori di Gesù Cristo, della chiesa e dello stesso papa, spacciandosi per paladini dell’ordine morale.

D. Aveva ragione Pio IX a condannare e scomunicare l’intera élite liberale italiana?

R. Basta guardare ai fatti. In nome della “pura” morale e della vera “religione”, in nome della libertà e della costituzione, il Regno d’Italia ha soppresso tutti gli ordini religiosi della chiesa di stato, ha abolito tutte le opere pie ed ha ridotto il papa, Pio IX, allo stato di “prigioniero” in Vaticano. Il risultato di questo tipo di morale e di questo tipo di religione è stato la rovina della popolazione italiana nella seconda metà dell’Ottocento e agli inizi del Novecento fino alla prima guerra mondiale. Il Risorgimento è stato per gli italiani un dramma dalle proporzioni apocalittiche: per ironia della sorte il periodo che si chiama Risorgimento ha trasformato gli italiani in una nazione di emigranti. E questo, va pur detto, dopo che avevamo conosciuto, per più di due millenni, una storia ricca di primati.

Argomento: In libreria

Angela Pellicciari,  Risorgimento da riscrivere: liberali e massoni contro la Chiesa, Ares 2010, Pagine 336, ISBN: 8881553937, Euro 19

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Per non ripetere gli equivoci del Risorgimento

di Angela Pellicciari
(Da Studi Cattolici n. 295, aprile 2004)

Unione Europea: come andrà a finire non si sa, ma se la storia è magistra vitae cosa è successo in Italia durante il Risorgimento può aiutarci a capire da che parte rischia di tirare il vento. La domanda è: c’è un’analogia possibile fra unificazione italiana ed unificazione europea?
All’inizio dell’Ottocento un esercito invasore -le armate giacobine di Napoleone- saccheggia l’Italia in nome della libertà e del risorgimento della gloria nazionale. L’Inghilterra riprende la parola d’ordine ed i liberali italiani fanno da corifei: il mito del Risorgimento è all’opera.
Indipendenza, unità, libertà, monarchia costituzionale, stato “forte e potente”: cosa si poteva desiderare di più bello? Non erano d’accordo tutti gli italiani? Non lo hanno forse dimostrato votando compatti “sì” ai plebisciti?
Purtroppo no. Purtroppo le cose non sono andate così. Purtroppo il Risorgimento ha imposto, in nome della libertà, un totalitarismo elitario che ha provato a rifare i connotati degli italiani. Questo e non altro significa l’incisivo motto: “l’Italia è fatta, bisogna fare gli italiani”. Così come erano non andavano bene. Andavano rimodellati ad immagine e somiglianza dell’élite massonica e protestante che reggeva il mondo con pugno di ferro, naturalmente in nome del progresso e della civiltà.
Guidati dalla luce liberal-massonica, gli italiani andavano sollevati dal peso dei millecinquecento anni di oscurantismo cattolico: “Risorgimento del paganesimo”, dirà, con incisività, Leone XIII.
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Francesco Agnoli, Storia del Movimento per la Vita. Fra eroismi e cedimenti, Edizioni Fede & Cultura, 2010, ISBN-10: 8864090738, pp. 112, Euro 13.

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"... quando i progetti politici contemplano, in modo aperto o velato, la decriminalizzazione dell'aborto o dell'eutanasia, l'ideale democratico - che è solo veramente tale quando riconosce e tutela la dignità di ogni persona umana - è tradito nei suoi fondamenti (cfr. Evangelium vitae , n. 74). Pertanto, cari Fratelli nell'episcopato, nel difendere la vita 'non dobbiamo temere l'ostilità e l'impopolarità, rifiutando ogni compromesso ed ambiguità, che ci conformerebbero alla mentalità di questo mondo' (Ibidem, n. 82)".
Papa Benedetto XVI, ai Vescovi della Conferenza Episcopale del Brasile, 28 ottobre 2010

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PRIMA PARTE: COME È NATO E SI SVILUPPA IL MOVIMENTO PER LA VITA

Il Movimento per la Vita italiano è una realtà molto interessante, fatta di volontari, che nei Centri di aiuto alla vita (Cav) sostengono psicologicamente ed economicamente le mamme in difficoltà di fronte a una gravidanza inattesa o indesiderata, e composta di altri volontari che cercano di portare avanti una visione cristiana del nascere e del morire contrapposta alla cultura di morte che sembra ormai prevalere nella nostra società.

 

Due bracci: operativo e culturale

Il Movimento per la vita italiano (MpV) nacque tra il 1975, data del primo Centro di Aiuto alla Vita di Firenze, e il 1977, quando Piero Pirovano, Silvio Ghielmi, Emilio Bonicelli ed altre personalità del mondo cattolico milanese e lombardo diedero vita a un'associazione che voleva appunto opporsi alla cultura abortista avanzante. Il MpV ha dunque due bracci: uno operativo, che risponde all'esigenza della carità concreta e operativa, e uno culturale, che invece ha come primo compito quello di dire la verità, tutta la verità (essendo anche questa una forma di carità, non certo secondaria) sul diritto alla vita e sull'iniquità dell'aborto e della varie forme di manipolazione e uccisione dell'embrione umano.

Ebbene all'osservatore attento non sfugge però che il MpV italiano, di cui faccio parte con riconoscenza e orgoglio, è senza dubbio encomiabile per l'attività dei Cav, svolta con generosità e passione da migliaia di persone eccezionali, che dedicano il loro tempo e le loro forze al servizio del prossimo bisognoso, ma è altrettanto innegabilmente mancante dal punto di vista della carità culturale.

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Gigi Di Fiore, Controstoria dell'Unità d'Italia. Fatti e misfatti del Risorgimento, Rizzoli 2007, pagg. 461, ISBN: 8817018465, € 19,50

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"Quando i posteri esamineranno gli atti del governo e del Parlamento italiano durante il risorgimento, vi troveranno cose da cloaca."  Giuseppe Garibaldi

Come è possibile che un manipolo di 1000 garibaldini abbia sconfitto un esercito di 50.000 borbonici?
È una domanda cui le rievocazioni celebrative del Risorgimento italiano non danno risposte convincenti. E non è la sola, con sé ne porta molte altre: con quali poteri, con quali mafie dovettero allearsi Garibaldi e Cavour? Perché ci vollero cannoni e fucili per domare la ribellione contadina nelle regioni del Mezzogiorno subito dopo l’annessione?
Quella che la storia, scritta dai vincitori, ha battezzato “unificazione d’Italia” fu in realtà una guerra di conquista condotta dal Piemonte contro gli Stati sovrani del Centro e del Sud. E nei decenni successivi, dai manuali scolastici ai romanzi, fino agli sceneggiati televisivi, gli eventi che non si accordavano con la retorica patriottica sono stati nascosti o deformati.
Così, dei ventidue anni dall’esplosione rivoluzionaria del 1848 alla breccia di Porta Pia, molto rimane nell’ombra: il bombardamento piemontese di Genova nel 1849, i plebisciti combinati per le annessioni degli Stati centrali, le agitazioni manovrate da carabinieri infiltrati, i provvedimenti anticattolici, la guerra al brigantaggio e le “leggi speciali”, la corruzione dei conquistatori e le loro collusioni con la malavita locale. E personaggi pittoreschi come il temuto brigante Nicola Summa, detto “Ninco Nanco”, o la contessa di Castiglione, cugina del conte di Cavour, inviata a Parigi per ammaliare Napoleone III e conquistare il suo appoggio politico e militare al regno sabaudo.
Gigi Di Fiore chiama a raccolta queste figure e vicende dimenticate, per ribaltare un periodo cardine della nostra storia moderna e vederlo con gli occhi dei vinti. Recupera documenti e testimonianze di una storiografia spesso oggetto di una vera e propria congiura del silenzio. E restaura l’affresco scrostato del nostro Risorgimento portando alla luce gli intrighi e le ambiguità della guerra scatenata dal Nord contro il Sud. Una provocazione necessaria, per andare alle radici delle questioni irrisolte che ancora oggi spaccano il Paese.

Argomento: In libreria

R. GUITTON, Cristianofobia. La nuova persecuzione, Lindau 2010, ISBN: 978-88-7180-855-0; pp. 320, Euro 23,00.

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"I cristiani del Maghreb, dell'Africa subsahariana, del Medio e dell'Estremo Oriente sono perseguitati, muoiono o scompaiono in una lenta emorragia, vittime del crescente anticristianesimo. La cristianofobia è multiforme e si nutre di motivazioni tra loro assai diverse: tuttavia, ogni anno fa parecchie centinaia o addirittura migliaia di morti. In alcuni casi essa é frutto dell'adozione di una politica ispirata a idee di 'pulizia' etnica e religiosa il cui scopo é cacciare dalla culla del Cristianesimo le popolazioni cristiane, ostinatamente fedeli al credo dei loro antenati. Il nostro silenzio in proposito ricorda altri silenzi di sinistra memoria, e nel giro di due o tre decenni provocherà forse nuovi imbarazzati appelli al pentimento e dichiarazioni di rimpianto per non aver voluto far affiorare una verità che doveva essere resa nota a tutti".

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Queste parole del filosofo francese Renè Guitton, poste come significativo incipit del saggio qui presentato, riassumono realisticamente la spaventosa persecuzione - dalle dimensioni ormai globali - che il Cristianesimo sta vivendo in questo momento storico. Ridotti a una presenza poco più che simbolica in Terra Santa e perseguitati apertamente in diverse aree del Medioriente e in Asia (Cina, India, Corea del Nord, Vietnam), i cristiani sono oggi il gruppo religioso più perseguitato in assoluto. Nelle ultime settimane il tema sta finalmente emergendo anche sulle prime pagine dei mass-media internazionali ma duole constare che, superato il fatto eclatante di cronaca del momento (spesso una strage o un delitto particolarmente efferato), ben pochi si prendono poi cura di spiegare e far capire la difficile quotidianità che milioni di cristiani oggi sono chiamati a vivere. Il motivo è che, almeno nell'Occidente sempre più scristianizzato dei nostri giorni, si fa fatica a concepire che da qualche parte nel mondo i cristiani possano essere perseguitati semplicemente perchè cristiani. Questo atteggiamento di supponenza diffusa (evidentemente discriminatorio) porta così di fatto a ignorare, o censurare, le varie richieste di aiuto delle numerose minoranze cristiane che si trovano in condizioni di sofferenza, se non di vera e propria estinzione. Il risultato è un circolo vizioso perverso: nei loro rispettivi Paesi d'origine questi cristiani sono emarginati proprio perchè cristiani e non vogliono rinunciare ad esserlo ma, siccome sono emarginati nella loro stessa terra, in Occidente la loro sorte non interessa nessuno. Il saggio di Guitton quindi, in tesi, si propone di "combattere la gravissima disinformazione che affligge l'opinione pubblica occidentale a proposito della situazione dei cristiani nel mondo e in particolare nelle regioni dove essi sono minoritari, come nel Maghreb, nell'Africa subsahariana, in Medioriente e in Estremo Oriente" (pag. 11). 

 

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Per impostare il discorso nella giusta prospettiva occorre ricordare preliminarmente, a costo di ripetersi, che il Cristianesimo è nato in Oriente e qui si è sviluppato ben prima che l'Europa diventasse quasi completamente cristiana. La Chiesa primitiva, per secoli, vive soprattutto grazie all'afflato missionario delle fiorenti comunità mediorientali e che si affacciano numerose da una sponda all'altra del Mediterraneo. Ad ognuna di queste aree geografiche (oggi massicciamente islamizzate), visitate personalmente più volte dall'Autore durante la stesura del libro, è dedicato un capitolo del saggio. Chi si recasse oggi a Cartagine, magari entusiasmato dalla lettura delle opere di Sant'Agostino, scoprirebbe così che l'antica cattedrale è diventata un museo e - soprattutto - che i cartaginesi odierni non amano sentir parlare del grande Padre della Chiesa e neanche di San Cipriano - per citare un'altra grandissima figura di Vescovo locale - come di loro nobili antenati, anzi. In questo senso, la vicina Algeria rappresenta un caso-tipico. Dopo i repentini cambiamenti politici degli ultimi anni, la decennale guerra civile e lo spaventoso eccidio dei monaci trappisti di Tibhirne (di cui furono ritrovate le teste ma non i corpi, nel 1996), a nessuno è consentito mettere pubblicamente in discussione l'identità arabo-musulmana della nazione. Con la fine della comunità di Tibhirne, l'unico monastero maschile dell'africa settentrionale è oggi quello di Midelt, città situata alla congiunzione del Medio e dell'Alto Atlante marocchini. E questo è tutto, dopo diciassette secoli di Cristianesimo.

Argomento: In libreria

Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Lindau Edizioni 2010, EAN 9788871808949, pagine 632, Euro 38

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E' inutile nascondersi dietro a un dito: tutti stiamo rigirando tra le mani l'ultima fatica di Roberto de Mattei.

Il fatto è che probabilmente siamo di fronte alla ricerca più importante che sia mai stata scritta da uno storico cattolico sulla Chiesa degli anni precedenti e successivi al Concilio. Si tratta di un lavoro poderoso, di oltre 600 pagine, con molti documenti inediti e d'archivio, reperiti anche all’estero, specialmente tratti da diari di protagonisti del Concilio. Già. Perché De Mattei non è un millantatore, ma è davvero un professore universitario statale di storia moderna, come risulta dal sito del Ministero per l’Università (1).

Il suo lavoro è di fatto la prima e unica risposta "scientifica" alla faziosa Storia del Concilio del comunista G. Alberigo & compagni. Infatti, il piccolo libro di padre Ralph Wiltgen (The Rhine Flows into the Tiber: the Unknown Council; Hawthorn Books, New York 1967) non è mai stato tradotto in italiano, mentre la pur coraggiosa opera di Mons. Agostino Marchetto (Concilio Vaticano II contrappunto per la sua storia) è piuttosto una risposta apologetica all’opera di disinformazione svolta dai dossettiani di Bologna, che una vera e propria ricerca storica.

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Prima di proporre questo libro ai propri lettori, totustuus.it è stata colta da dubbi provocati da recensioni apparse sulla stampa e vari siti internet.

Quelle contrarie al libro, tuttavia, ci sono sembrate permeate dalla preoccupazione di conservare la propria rispettabilità: De Mattei è indubbiamente uno studioso scomodo e "crudo". Quelle favorevoli, non ci sembra che abbiano colto l’originalità del lavoro del professore romano.

A noi pare che la portata di quest’opera non possa essere ridotta alle sviste (pur presenti) sull'ermeneutica della continuità (Agnoli e Gnocchi con Introvigne) o etichettata banalmente come una storia del Concilio scritta da un punto di vista conservatore (l’ex prete Gianni Gennari e Melloni con Tornielli).

Ai primi va detto che, se è chiaro che l’unico modo corretto di leggere i testi del Concilio è alla luce dell’immutabile dottrina cattolica, è anche vero che il lavoro di uno storico va valutato per la sua scientificità e non per dei giudizi (per giunta controproducenti) forse provocati dal dolore per l'efficienza di chi vuol distruggere la Chiesa dall’interno.

Ai secondi, invece, basta far notare che il liquidare come "lefebvriano" uno studioso serio non solo non elimina la realtà dei fatti, ma ricorda tanto la democrazia dei soviet. Se, invece, le intenzioni di liquidare l’opera sono "buone", si deve ricordare che Benedetto XVI ha parlato della situazione della Chiesa dopo il Concilio come di "una battaglia navale nel buio della tempesta" (22-12-2005): ci sembra pertanto poco responsabile esibire un ottimismo superficiale o, come gli struzzi, nasconder la testa sotto la sabbia. Certo, è evidente che quest’opera piacerà anche agli eretici sedicenti tradizionalisti, ma costoro costituiscono ormai un fenomeno sociologicamente irrilevante e meritevole di cure.

Argomento: In libreria
Gilbert K. Chesterton,  Autobiografia; Lindau Edizioni 2010, EAN 9788871808772, Pagine 392; Euro 27,00
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Inchinandomi con la mia cieca credulità di sempre di fronte alla mera autorità e alla tradizione dei padri, bevendomi superstiziosamente una storia che all’epoca non fui in grado di verificare di persona, sono fermamente convinto di essere nato il 29 maggio del 1874 a Campden Hill, Kensington; e di essere stato battezzato secondo il rito anglicano nella piccola chiesa di Saint George, che si trova di fronte alla torre dell’acquedotto, immensa a dominare quell’altura. Non attribuisco nessun significato al rapporto tra i due edifici; e nego sdegnosamente che la chiesa possa essere stata scelta perché era necessaria l’intera forza idrica della zona occidentale di Londra per fare di me un cristiano.
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Mi hanno raccontato che, quando mi annunciarono che avevo un fratellino, il mio primo pensiero andò al piacere che provavo nel recitare versi e dissi: «Benissimo, d’ora in poi avrò sempre un pubblico». Se l’ho detto davvero, mi sono sbagliato. Mio fratello non aveva alcuna intenzione di essere un semplice ascoltatore e molto spesso obbligò me a essere il suo pubblico. Spesso tuttavia eravamo tutt’e due oratori senza pubblico. Discutemmo per tutta l’adolescenza e la giovinezza, finché diventammo la bestia nera di chi ci stava intorno. Gridavamo concitati l’uno contro l’altro, dai due lati del tavolo, discutendo di Parnell o del puritanesimo, o della testa di Carlo I, finché coloro che ci erano più vicini e più cari, scappavano via e intorno a noi si faceva il deserto. Anche se non c’è ragione di rallegrarsi tanto per aver costituito un supplizio per gli altri, sono felice di aver potuto esprimere sempre un’opinione su tutti i soggetti del mondo. Sono felice al pensiero che non cessammo mai di discutere e che non litigammo mai. Forse non ci azzuffavamo solo perché così avremmo troncato la discussione. A ogni modo, il dibattito tra noi non si interruppe mai, se non quando si avviava alla conclusione naturale, cioè la persuasione. Non era tanto che l’uno o l’altro finisse per ammettere di essere in errore, piuttosto, attraverso un processo di dissenso incessante, trovavamo infine un accordo. Cecil cominciò come una sorta di pagano ribelle, un nemico giurato dei puritani, un difensore dei piaceri da bohémien, socievole, ma totalmente laico e secolare; io cominciai con una tendenza a difendere, in modo un po’ vago, l’idealismo vittoriano e perfino a spendere una parola in favore del puritanesimo, soprattutto perché animato da una confusa simpatia inconscia per ogni tipo di religione. Alla fine, con un processo di eliminazione, giungemmo a pensare che una religione non puritana fosse più plausibile, e anche più piena di promesse. Quindi, anche se indipendentemente l’uno dall’altro, approdammo alla stessa Chiesa. Penso che per noi sia stato un bene aver messo alla prova nelle discussioni ogni minimo passaggio logico, con critiche continue e reciproche. Aggiungerò anzi qualcosa che sembra una vanteria, anche se intende essere un omaggio. Dirò che colui che si era fatto le ossa discutendo con Cecil Chesterton, non fu mai intimidito in seguito da altri dibattiti.
Argomento: In libreria
Elisabetta Sala, Elisabetta la sanguinaria. La creazione di un mito. La persecuzione di un popolo, Ares 2010, ISBN-10: 8881555069 ; ISBN-13: 978-8881555062 ; Euro 20,00
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Di tutta la grande famiglia dei "fratelli riformati", gli anglicani sono quelli che più si avvicinano ai cattolici. Ciò è dovuto al senso di moderazione degli inglesi, che hanno saputo trovare un compromesso tra gli estremi. L'equilibrio fu raggiunto da una sovrana, tollerante e di larghe vedute, che seppe contrastare il fanatismo religioso della sorella (Maria la sanguinaria) riuscendo a creare una fede nazionale. Elisabetta I fu la regina più amata della storia. Fu grazie a lei che l'Inghilterra si affermò come potenza mondiale; fu intorno a lei che i suoi sudditi si strinsero nel momento del pericolo.
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Tutto ciò è romantico e commovente; peccato che, come questo libro dimostra, sia profondamente falso.
Il regime elisabettiano fu, di fatto, un sistema totalitario tra i più amari della storia.
Peccato che il mito di Elisabetta sia stato costruito da una minoranza al governo che fece carte false per conservare il potere.
Peccato che il popolo si sia visto perseguitato, impoverito, come mai prima di allora.
Peccato che la tanto decantata "vicinanza" degli anglicani al cattolicesimo sia nata da un duplice desiderio molto semplice e concreto: gettare fumo negli occhi dei sudditi e formare una gerarchia di agenti governativi travestiti da ecclesiastici.
Peccato che l'evoluzione-involuzione degli inglesi sia costata migliaia di vite, molte delle quali finirono immolate e squartate sul patibolo per alto tradimento.
Argomento: In libreria
Giovanni Fasanella & Antonella Grippo, 1861. La storia del Risorgimento che non c'è sui libri di storia, Sperling & Kupfer 2010, ISBN-10: 8820049112 ; ISBN-13: 978-8820049119, 273 pagine; Euro 18,50
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E' il sottotitolo di un pamphlet di 273 pagine che ho appena finito di leggere, ha la pretesa di raccontare ai lettori la vera storia del risorgimento. Il titolo è scarno, 1861, edito daSperling & Kupfer (2010), gli autori sono Giovanni Fasanella, Antonella Grippo, due emeriti sconosciuti, tra l'altro lo scrivono che non sono storici di professione, ma giornalisti, insegnanti, appassionati di storia, soprattutto di quella 'nascosta', poco raccontata perché sottovalutata o, peggio, ignorata di proposito.
 

 Certamente questi scrittori non godono della simpatia dei cosiddetti storici di professione che hanno scritto per sempre la storia ufficiale risorgimentale e ora come   cani da guardia, stanno attenti che  che nessuno osi mettere in discussione la loro mitologia sul risorgimento.
 

 1861 è un libro che volutamente mette in discussione la leggenda aurea  risorgimentale, non è un libro sul passato, a dispetto delle apparenze, racconta il presente. Si perché gli autori raccontando i fatti, gli intrighi, di quegli anni, sono convinti che esiste un filo rosso che percorre l'intera storia italiana dalla sua nascita a oggi.
 

 “Un Paese che non sa da quale passato arriva difficilmente è in grado di capire il presente e – quel che è peggio – rischia di non essere capace di progettare il proprio futuro”. Gli autori s'interrogano sul modo in cui l'Unità venne prima realizzata e poi gestita. C'è un codice genetico del Paese che spesso riaffiora, ferite che non si rimarginano mai, soprusi, violenze e illegalità che tornano periodicamente a galla e che sono difficili da controllare proprio perché non si affrontano gli aspetti storici.
 Fasanella e la Grippo, forse raccontano episodi “minori”, ma questi certamente contribuiscono a illuminare aspetti sottaciuti dalla 'verità ufficiale', ignorati dai libri di testo su cui si è formata per intere generazioni la nostra coscienza collettiva. Soprattutto nel ventennio fascista, c'è stata una reticenza della storiografia, giustificata da un'esigenza prettamente politico-ideologica: era necessario creare una 'vulgata' sul Risorgimento proprio per 'nascondere' i metodi, non sempre legittimi, con cui era nata l'Italia.

 

 Secondo gli autori del libro, non si poteva né si voleva dire della 'guerra sporca', coloniale, di conquista, combattuta sotto l'egida di potenze internazionali con l'utilizzo sistematico di informatori e agenti provocatori, con plebisciti truccati e l'appoggio della malavita, ricorrendo addirittura alle stragi di civili inermi compiute da un esercito regolare.
 

 Sono verità scomode, che non devono essere raccontate, per non rischiare di far crollare il fragilissimo edificio unitario. Per questo il risorgimento è stato celebrato, più che raccontato. Del resto mi sembrache sia ancora questo l'indirizzo che viene dato dall'apparato celebrativo dei 150 anni dell'unità d'Italia. Capita puntualmente appena si organizza anche il più piccolo dei convegno nel più sperduto centro del nostro Paese.
 E' stato creato il mito intoccabile, che non si può mettere in discussione. Ma come sempre accade, - scrivono gli autori di 1861- prima o poi la polvere nascosta maldestramente sotto il tappeto riaffiora.. E riemergono tutte le questioni irrisolte, Persino velleità secessionistiche e progetti di frammentazione politico-territoriale, che vagheggiano quasi un ritorno a situazioni preunitarie del tutto anacronistiche.

Argomento: In libreria

P. GULISANO, Andreas Hofer. Il Tirolese che sfidò Napoleone, Ancora 2010, pp. 146, EAN 9788851407315, Euro 14,00.

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            Come noto, la Storia (quella con la ‘S’ maiuscola che si legge nei manuali e nei libri di testo scolastici e che contribuisce a determinare in modo sostanziale giudizi e forma mentis delle future classi dirigenti di un Paese) la scrivono solitamente i vincitori. Il dibattito di questi mesi sul cosiddetto ‘Risorgimento’, cioè sull’edizione italiana della Rivoluzione francese, con le sue gravose ricadute politiche, sociali e culturali marcatamente anticattoliche, ne è un esempio: tutti conoscono i ‘padri’ della Patria, come la retorica risorgimentale definisce Cavour, Garibaldi, Mazzini e lo stesso Vittorio Emanuele. Molti di meno, per non dire pochi eletti, conoscono invece la storia e le storie di quanti, non certo meno italiani dei primi, combatterono dalla parte degli sconfitti in quella prima manifestazione identitaria di popolo che furono le Insorgenze, ovvero le sollevazioni antinapoleoniche e controrivoluzionarie, spontanee, che si diffusero praticamente ovunque nell’Italia tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento in coincidenza con l’avanzata dell’occupante francese e l’instaurazione dei relativi governi giacobini, dichiaratamente promotori di istanze anticristiane ed estranee al corpo sociale della Penisola. A tal proposito, quest’anno ricorrono i cento anni dalla morte di Andreas Hofer (1767-1810), eroe della battaglia per la libertà del Tirolo e difensore esemplare della fede cristiana contro la politica massonica e illuminista degli aggressori francesi, spalleggiati nella fattispecie dalla Baviera giacobina (e in cui aveva una parte non irrilevante la loggia degli Illuminati, resa ultimamente famosa, ma sempre a sproposito, dall’ennesimo romanzo dello scrittore americano Dan Brown). Il documentato saggio di Paolo Gulisano, che è da tempo attento studioso del fenomeno delle Insorgenze, oltre ad essere affermato apologeta di primo livello e raffinato studioso della letteratura anglosassone del Novecento, fornisce quindi lo spunto ideale per riscoprire in modo autentico quelle radici dell'identità europea e italiana su cui tanto si discute, anche in considerazione del fatto che proprio pochi mesi fa la figura di Hofer è stata rievocata in una importante lettera pastorale dai Vescovi delle diocesi che storicamente hanno composto il Tirolo, opportunamente riportata in appendice al volume. 

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            L’Autore, presentando le coordinate storiche in cui gli eventi si svolgono, principia dalla considerazione che la ribellione guidata da Hofer fu soprattutto la reazione di una società contadina, tradizionale, cattolica, all'aggressione perpetrata dallo stato autoritario uscito dalla Rivoluzione Francese del 1789, “uno Stato formalmente espressione della rivoluzionaria volontà popolare, ma in realtà profondamente estraneo al popolo vero’, quello che viveva nelle grandi città come nelle campagne” (pag. 9). Certo, questa rivoluzione, che diventerà poi la révolution per eccellenza, ha sempre goduto di una stampa favorevole, “presentata come il riscatto degli oppressi contro una società ancora pressoché feudale, come lavanzare della modernità e del progresso... [In realtà] non molti hanno voluto rendersi conto che, al contrario, fu laffermarsi di un tentativo oligarchico di conquistare e reggere il potere ai danni degli stessi poveri, di cui principalmente la Chiesa si fece voce” (ibidem). La lotta di Hofer sarà quindi una vera e propria guerra di liberazione contro un invasore (le truppe franco-bavaresi al servizio di Napoleone) che in poco tempo aveva imposto al Tirolo una serie di riforme che riducevano pesantemente le antiche libertà (non ultima quella religiosa) e la storica autonomia politica della regione. Una prima invasione francese ebbe inizio nell’agosto del 1796 e sarà quella che porterà alla creazione di varie repubbliche rivoluzionarie modellate sull'esempio giacobino, tra cui la Repubblica Cispadana che in quel di Reggio Emilia “adottò il 7 gennaio 1797 il tricolore bianco rosso e verde quale bandiera nazionale. Non era altro, ovviamente, che il tricolore della rivoluzione francese, con il blu di Francia sostituito dal verde, il colore simbolo della massoneria” (pag. 38). Miracolosamente, è proprio il caso di dirlo, il Tirolo venne però risparmiato: il popolo scelse infatti di ricorrere anzitutto alle armi della Fede e giurò di venerare in modo particolare il Sacro Cuore di Gesù qualora fosse stato preservato dall’invasione. Così in effetti avvenne e il 3 giugno 1796 il voto fu solennemente espresso nel Duomo di Bolzano. La libertà era salva, per il momento. Nel frattempo il carismatico Hofer, che in passato era stato già eletto della Dieta tirolese come rappresentante dei contadini della val Passiria (il suo luogo natale), stimato per la sua integrità morale e lavoratore instancabile e appassionato della sua terra, diventa sempre più un punto di riferimento della comunità e lo è ancora quando nel novembre 1805, in seguito alla disfatta austriaca di Austerlitz, il trattato di Presburgo (attuale Breslavia, in Slovacchia) assegna la provincia del Tirolo – comprendente il territorio fra l'Inn e le Alpi, Trentino compreso – al re Massimiliano di Baviera, alleato di Napoleone.
Argomento: In libreria
  • Paolo Gulisano, C.S. Lewis. Tra fantasy e Vangelo, Edizioni Ancora , 2005, pp. 200, € 15.
  • Paolo Gulisano, I segreti del mondo di Narnia, Edizioni Piemme , 2008, pp. 201, € 14,50.
  • Giovanni Calabria-Clives Staples Lewis, Una gioia insolita. Lettere tra un prete cattolico e un laico anglicano, Edizioni Jaca Book , 1995, pp. 307, € 14,46.
  • Clives Staples Lewis, Diario di un dolore, Edizioni Adelphi , 1990, pp. 85, € 8.
  • Clives Staples Lewis, Le lettere di Berlicche, Edizioni Mondadori, 2000, pp. 154, € 8.
  • Clives Staples Lewis, I quattro amori. Affetto, amicizia, eros, carità, Edizioni Jaca Book , 1990, pp. 127, € 14.
  • Clives Staples Lewis, Le cronache di Narnia, Edizioni Mondadori , 2006, pp. 1152, € 22.

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Tutti i precedenti libri sono ottenibili a prezzi scontati su http://www.theseuslibri.it

 

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Percorsi con Clive Staples Lewis

 

Clive Staples Lewis (1898-1963) è stato uno scrittore irlandese reso noto al grande pubblico ultimamente anche in Italia, attraverso la trasposizione cinematografica dei primi due dei sette romanzi di genere fantasy scritti e raccolti con il titolo: "Le cronache di Narnia".

Soprattutto il primo della serie: "Il leone, la strega e l’armadio", composto dall’autore cristiano nel 1950, ha conosciuto un business e merchandising considerevoli, legati alle figure allegoriche del leone Aslan (Cristo), della gelida strega bianca e dei quattro ragazzini che attraverso e "attraversando" l’armadio, giungono nel freddo e crudele regno di Narnia, dove solo il calore del Bene e dell’Amore, ovvero il sacrificio e il soffio vitale di Aslan, possono ri-donare vita, calore e colore. Il monito che il vecchio professor Kirke fa ai quattro ragazzi: "Tenete gli occhi aperti" è sempre attuale e può essere rivolto a ciascuno di noi.

In questo modo semplice e chiaro, il consiglio di Kirke fa sì che l’incantesimo della fiaba e dell’allegoria di Lewis possa produrre benefici influssi anche su di noi, auspicabili cooperatori di Aslan.

Per saperne di più del fantastico mondo di Narnia ( a proposito, dovrebbe uscire prossimamente al cinema il terzo episodio della serie, dal titolo: "Il viaggio del veliero") rimando a due testi di Paolo Gulisano, entrambi editi da Ancora: "Tra fantasy e Vangelo" e "Il mondo di Narnia" e ad un testo di Edoardo Rialti : "Prima che faccia notte" (edizioni Bur).

Come ha scritto Walter Hooper, segretario personale e amico di C.S.Lewis, massimo curatore delle opere del grande scrittore nativo di Belfast : "Lewis sognò il leone di Narnia per scrivere la storia umana di Cristo".

Infatti per Lewis, come egli stesso scrisse: "Una storia puramente umana doveva contenere Dio, altrimenti non sarebbe stata umana". La faticosa riscoperta del ruolo di Cristo nella storia e nella vita degli uomini è condizione imprescindibile dell’autentica avventura umana. In Lewis tale riscoperta si traduce nel senso di gratitudine verso la vita, attraverso una gioia ben consapevole e testimoniata anche tra difficoltà segnate dalla presenza del male e del dolore. Quel dolore che il giovane Lewis conobbe fin dall’età di dieci anni, quando perse per malattia la cara mamma Flora, la quale lo aveva preparato allo studio del latino e gli aveva trasmesso la sua passione per la lettura.

Argomento: In libreria

Dario Fertilio, Musica per lupi, Marsilio 2010, Pagine 208, EAN9788831799669, Euro 15,00

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Non ci sono solo le missionarie opere cristiane, anche l'ateismo socialista ha prodotto le sue. Oltre alla cultura illuministica, sfociata presto nella ghigliottina francese, l'ateismo si è anche molto impegnato nel '900. Una sua maggiore opera fu avviata in Romania e per quanto incredibile possa sembrare, è la prova esistente di un luogo ben peggiore di Auschwitz.

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Ben oltre i Gulag, oltre ancora Pol Pot. Ma anche oltre Auschwitz e Mengele. L’apice dell’orrore del socialismo, l’orrore del totalitarismo, è stato toccato fra il 1949 e il 1952 nel carcere speciale di Pitesti, in Romania, a nord di Bucarest. Senza dubbio fu così, come documenta Musica per lupi. Il racconto del più terribile atto carcerario nella Romania del dopoguerra di Dario Fertilio (Marsilio, pagg. 172, euro 15) appena uscito in libreria. A Pitesti, sotto la guida di Eugen Turcanu (anch’egli detenuto, caratterizzato da acuta intelligenza, prestanza fisica e istruito allo scopo) il neonato regime socialista cercò, al fine di creare l'uomo nuovo, di azzerare l’anima dei prigionieri: intellettuali, borghesi, religiosi, persone comuni. «Soprattutto studenti universitari», come annota Fertilio, «d’opposizione al regime instauratosi, in Romania, sulla punta delle baionette sovietiche». Erano in gran parte legionari dell’Arcangelo Michele, o Guardie di Ferro: insomma, ex allievi del leader di estrema destra (e filo-nazista) Corneliu Codreanu. Lo strumento utilizzato erano le torture continue, giorno e notte, senza pausa. Queste torture, in un crescendo senza fine, potrebbero ricordare quanto descritto nelle 120 giornate di Sodoma del marchese De Sade, poi ripreso nel celebre film di Pier Paolo Pasolini. Ma furono molto peggio. Al punto che per leggere questo libro durissimo, bisogna mentire a se stessi e convincersi del fatto che non è possibile siano accadute simili atrocità.

Argomento: In libreria

Mons. Luigi Negri, Parole di fede ai giovani,  Edizioni Fede & Cultura , 2010, ISBN 9788864090672, pp. 80, € 8

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LA FELICITÀ È UN INCONTRO
presentazione di Massimo Pandolfi

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Un mio caro amico – che si chiama Gian Piero Steccato – nella primavera del 2009 è stato ricevuto dal Papa e gli ha fatto pervenire questo messaggio: «Ho voglia di vivere, sono entusiasta e curioso, amo la natura e il mondo in cui ho la fortuna e il privilegio di esistere. Sono consapevole che la mia fortuna è frutto della volontà del Signore e ringrazio infinite volte per quanto mi viene concesso».
Gian Piero è una persona felice. Eppure Gian Piero è da più di dieci anni un uomo completamente paralizzato, muto, cieco, mezzo sordo e attaccato ventiquattro ore su ventiquattro a un respiratore artificiale. È anche un po’ storpio.
Viene da chiedersi: come fa uno ridotto così a scrivere cose simili al Papa? È per caso matto? O forse è già un Santo? Ma è davvero felice? E che cos’è poi questa benedetta felicità?
È proprio attorno a questa parolina magica – felicità – che ruota tutto il lavoro svolto da Monsignor Luigi Negri con i giovani della sua Diocesi, lavoro quotidiano che tocca poi a ognuno di noi, adulto o bambino che sia, perché ciascuno deve imparare a vivere, deve imparare a cercare la sua felicità.
Il disgraziatissimo Gian Piero è felice di vivere, Cesare Pavese (viene ricordato in questo libro) si ammazzò la sera stessa in cui vinse il Premio Strega: non aveva trovato un senso alla sua esistenza e anche in quelle ore in cui poteva toccare il cielo con un dito, vedeva solo il dito e poi il nulla. Gli occhi del suo cuore non riuscivano ad aprirsi verso il cielo; non ha trovato niente e nessuno che glieli spalancasse.
Gian Piero Steccato e Cesare Pavese: c’è qualcosa che straripa dai nostri ordinari e forse banali argini umani in queste due esperienze e allora fa bene Negri, riprendendo le parole di Benedetto XVI, a suggerire ai giovani di andare controcorrente, «non per dimostrare chissà che cosa, ma per essere se stessi».
Cosa vuol dire essere se stessi? Vuol dire forse, parafrasando Raoul Follereau, che «la sola verità è amarsi» o come dice un po’ brutalmente, ma senza falsi buonismi, uno dei più bravi poeti contemporanei, Davide Rondoni: «Ognuno di noi cerca la felicità; è giusto, è normale. Anche perché io della felicità dell’altro non so che farmene. La questione della felicità è una questione personale, è una questione tua, una questione in cui si gioca la tua libertà, cioè ad un certo punto sei tu che dici e riconosci qual è la presenza che ti rende felice. La felicità non è un argomento, non è un tema, non è un’idea, non è un discorso: la felicità è un incontro». E Rondoni ci spiega anche come fa il mio amico Gian Piero ad essere felice, ci dimostra come per essere felici nella sua condizioni non sia affatto necessario essere matti o santi: «Il cristiano la chiama letizia, cioè il fatto che possa permanere uno sguardo positivo sulla vita anche nelle difficoltà, nel dolore. Io voglio essere felice anche nel dolore! Io posso essere felice anche nel dolore! Ci siamo abituati a mettere in contrapposizione questi due termini, ma non è così: si può essere felici anche nel dolore».

Argomento: In libreria

Francesco Pappalardo , Il Mito di Garibaldi. Una religione civile per l'Italia, Sugarco 2010, pp. 240, EAN 9788871986029, Euro € 18,50

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Nel suo ultimo saggio Francesco Pappalardo svela il vero volto dell’“eroe dei due mondi”: uno strumento nelle mani della massoneria, per realizzare un’Italia laicista e anticattolica

di Antonio Padovano
per L'Ottimista, del  16 Novembre 2010

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Davvero la massoneria pensava di utilizzare il Risorgimento italiano per cancellare il soglio di Pietro? È vero che Garibaldi mirava a realizzare una Nuova Italia radical-socialista? Perchè tanto odio contro la Chiesa cattolica da parte delle élite massoniche? E quali erano i rapporti tra Garibaldi e la Massoneria? 
A queste ed altre domande risponde il libro Il mito di Garibaldi – la religione civile per una nuova Italia (Sugarco, 2010) di Francesco Pappalardo.

Il volume di Pappalardo è prezioso perché “aiuta a distinguere fra il programma dell’unità d’Italia – che era coltivato anche da persone e ambienti lontanissimi dalla massoneria – e la modalità con cui l’unità fu realizzata prima e dopo il 1861, spesso in effetti secondo programmi massonici che trovarono in Garibaldi il loro simbolo. Questi, nel fare l’Italia erano soprattutto interessati a rifare o a disfare gli italiani, strappandoli alla fede cattolica per inseguire il mito di una nuova nazione, laicista e relativista, non ritrovata nella storia e nella vita reale della penisola ma costruita a tavolino nelle logge”.

Argomento: In libreria
S. GOUGUENHEIM, Aristotele contro Averroè. Il mito delle radici islamiche della società occidentale, Rizzoli 2009, ISBN:9788817028288, pagine 331, Euro 21,00.
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Raramente un libro colto di uno specialista solleva dibattiti internazionali. L'ultimo lavoro del medievista francese Sylvaine Gouguenheim però fa eccezione: nel saggio che ha sollevato più di una polemica nei mesi scorsi uscendo dai ristretti circoli intellettuali, infatti, l'autore dimostra con numerosi dati alla mano l'assoluta infondatezza dell'ultima convinzione postmoderna di stampo multiculturalista che vuole l'Europa, se non figlia dell'Islam, almeno moralmente e culturalmente debitrice. L'Islam illuminato di filosofi come Avicenna (980-1037) e Averroè (1126-1198) per intenderci, quello che si avvicinò e riprese parte della cultura greca classica, avrebbe insomma molto da insegnare all'Europa medievale oscurantista dei 'secoli bui' e anche oggi, nonostante qualche esagitato violento qua e là, questa nobile tradizione proseguirebbe in qualche modo. Se a qualcuno viene da sorridere farebbe bene a tornare alla realtà che è più vicina di quanto si possa immaginare se solo si considera che un recente rapporto dell'Unione europea, manifestando preoccupazione per la scarsa attenzione dedicata all'Islam nei nostri libri di testo scolastici, invita gli Stati europei a porre fine a questa discriminazione e riconsiderare “il posto dell'Islam rispetto al patrimonio europeo” (cit. a pag. 15). Il complesso saggio, articolato in cinque capitoli, si propone quindi di fornire una prima argomentata risposta a questo tipo di convinzioni prendendo in esame un periodo che va dal VI al XII secolo. Il trait d'union ideale del discorso è offerto dalla celebre lectio magistralis di Regensburg di papa Benedetto XVI che, pure se non viene citata, rappresenta autorevolmente la prospettiva d'insieme del lavoro nel momento in cui questo sottolinea le radici principalmente greche del Medioevo cristiano e l'influsso della cultura dell'impero bizantino, figlia diretta del 'tesoro classico', sulla storia del continente europeo.
Argomento: In libreria

Giorgia Brambilla, Il mito dell’uomo perfetto. Le origini culturali della mentalità eugenetica, Ed. If-press 2009, pp. 217, ISBN 978-88-95565-16-3 , Euro 10,80

 

 

 

Parte Seconda. Dopo la Seconda Guerra Mondiale: l’alba di una “nuova” eugenetica
I. La Genetica dopo la Seconda Guerra Mondiale
II. L’eugenetica liberale: a chi tocca oggi migliorare la vita?
III. Al cuore del problema teorico

Parte Terza. La questione antropologica ed etica
I. La “nipotina” dell’Illuminismo
II. La vera perfezione dell’essere umano

Conclusioni
Appendice I
Bioetica e ingegneria genetica
Bioetica e Diagnosi prenatale
Bioetica ed eutanasia neonatale
Appendice II
Discorso di Benedetto XVI ai partecipanti alla XV Assemblea Generale Ordinaria della Pontificia Accademia per la vita
Bibliografia

 

 


Di seguito proponiamo l'introduzione del volume:

 


INDICE
Parte Prima. I volti storici dell’eugenetica: da Galton ai regimi
I. Alle origini dell’eugenetica
II. Uno sguardo all’eugenetica anglosassone
III. Dall’esaltazione delle teorie di Mendel alla legge sull’aborto del 1938.
IV. Il positivismo italiano e la sua utopia eugenetica
V. L’eugenetica dei regimi

 


Le pratiche eugenetiche furono messe in atto solo dagli scienziati di Hitler?
L’ottimismo positivista e le organizzazioni statuali liberal-democratiche dell’Ottocento furono davvero così immuni dal controllo eugenetico della popolazione? E oggi a chi tocca migliorare la vita?
Quel compito di ricercare l’uomo perfetto, che prima era toccato a politiche di Stato o alla mano di dittatori, ora chi lo svolge e perché?
L’“eliminazione dei difettosi”, che da Galton è passata a politiche di “igiene pubblica” e poi alla tragedia nazista, come e dove avviene oggi?
La risposta a tali domande è possibile se si considera l’eugenetica attraverso un approccio antropologico, ovvero analizzando nei vari ambiti storico-culturali quella visione riduttivista e biologista dell’essere umano che caratterizza l’eugenetica e che, come tale, non è necessariamente legata ad un unico periodo storico. Visione, profondamente svilente, che riduce l’essere umano al suo patrimonio genetico e che questa ricerca intende descrivere a partire dalle sue origini culturali, dimostrando, quindi, che l’eugenetica è presente anche nel mondo contemporaneo sottoforma di mentalità, per poi mostrarne le gravi conseguenze sull’individuo e sulla società, con particolare riferimento al mondo della Bioetica.

 


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Argomento: In libreria
In libreria: La porta dei cieli
Jan Dobraczyński, La porta dei cieli. Il romanzo della Madre di Dio, Gribaudi, Milano 2005,  , ISBN 9788871528311 , pagine 104, € 7,50

Jan Dobraczyński (1910-1994) è stato un uomo politico e scrittore polacco, autore di romanzi “kattolici” tra i quali ricordiamo “La spada santa” dedicato a san Paolo, “Incontri con la Madonna Nera” di Częstochowa, intorno alla quale orbitano numerosi personaggi della storia polacca, “il fuoco arde nel mio cuore. Il romanzo di Teresa d’Avila” (tutti editi da Gribaudi, rispettivamente nel 2002, 2003 e 2004). Questo breve romanzo è dedicato alla figura della Vergine Maria – che egli chiama col nome ebraico Miriam – e ci permette di contemplare i fatti evangelici attraverso lo sguardo della Madre di Dio. L’autore attinge alle testimonianze dei Vangeli e degli Atti, integrandoli con la fantasia - per quanto ci sembri più naturale, alla scuola di sant’Ignazio di Loyola, pensare alla “composizione di luogo”, il cui fine non è l’immaginazione di cose inesistenti quanto farsi presenti alla vicenda per poterla “gustare e sentire interiormente.”

Sulla soglia della casa di Miriam si affaccia un ragazzino, Giovanni detto anche Marco – l’evangelista – inviato dal Maestro a Sua Madre per dirLe di raggiungerLo a Cana, alle nozze di un amico. In casa la curiosità di Marco è attratta da una croce piccolissima, a suo tempo fabbricata da Gesù con gli avanzi del legno di Giuseppe. «Non ne conosco il motivo. – risponde Miriam – Anch’io Gli dissi che le croci vere sono grandi, ma Lui mi rispose che le croci crescono allo stesso modo degli uomini…» (p. 8).
Argomento: In libreria

Padre Berardo ROSSI Ofm, Raimondo Montecuccoli, Un cittadino dell’Europa del Seicento, Edizioni DIGI GRAF, Pontecchio Marconi 2002, pag. 605, ISBN: 8890219823, Euro 25

 


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Per gli amanti della storia cattolica e militare dell’Europa del ’600 è sicuramente di grande interesse la lettura del volume dedicato a Raimondo Montecuccoli, celebre generale modenese al servizio del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica incarnato dalla Casa d’Asburgo negli anni torbidi delle guerre ai Turchi invasori d’Europa e delle lotte intestine e religiose che condussero alla Guerra dei Trent’anni.

Nato da nobile famiglia in rovina del Ducato di Modena nel 1609, Raimondo Montecuccoli passerà alla storia come il Feldmaresciallo Comandante dell’armata cristiana-imperiale che nel 1664, in Austria nei pressi di Graz sconfisse l’armata turca del sultano Maometto IV in marcia su Vienna, determinando il ritiro degli eserciti degli ottomani dai Balcani.

In verità, come sottolinea lo storico Raimondo Luraghi nell’introduzione all’opera di padre Rossi, si è sempre evidenziata la mancanza di una biografia organica del grande condottiero italiano, che fino al termine dell’Ancien Regime fu preso ad immagine ed esempio dai vertici della casta militare europea per le sue doti di fine stratega, storico, umanista. In Italia purtroppo non depose a favore del Feldmaresciallo Luogotenente Comandante Generale delle armate asburgico-imperiali (titolo acquisito dal Montecuccoli nel 1661 per grazia dell’imperatore Leopoldo I) il fatto di aver servito con convinzione alla Corte di Vienna, specialmente nell’Ottocento, quando il Risorgimento italiano individuò – con giudizio antistorico, come bene annota Luraghi – nell’Impero Austriaco il nemico stranero oppressore su cui far convergere i leit motiv demagogici di mobilitazione della borghesia e delle masse. Da ciò derivò l’eclissi degli studi sul Montecuccoli, il quale in verità si meritò fama ed onore per essere stato uno dei più autorevoli interpreti della vita intesa come missione militare al servizio della causa della fede cristiana.

Infatti il generale modenese è tra i più eroici condottieri delle armate imperiali nel corso della Guerra dei Trent’anni, cavalcando attraverso tutti i campi di battaglia dell’Europa centrale e rendendosi partecipe della difesa di Vienna dall’attacco degli eserciti degli Stati protestanti coalizzati con la Francia contro il Sacro Romano Impero.

Ancora: sarà nominato diplomatico personale dell’imperatore Ferdinando III nel 1653, con la missione importantissima di sostenere e condurre la regina Cristina di Svezia alla conversione al Cattolicesimo, ripudiando la religione protestante che aveva oramai conquistato tutto il nord Europa e la Scandinavia in particolare: Raimondo di Montecuccoli sarà uno dei cinque testimoni dell’evento dell’abdicazione della regina e della sua conversione a Bruxelles nel 1654. Tutto ciò viene narrato con tono divulgativo e apprezzabile nel libro di padre Rossi, presentando l’affresco di una società cosmopolita e multiculturale dove tuttavia l’elemento identificativo collante dell’Impero era la fede cattolica che permeava ogni manifestazione dell’agire umano.

Fonte: CR n.1155 del 28/8/2010

Pubblichiamo di seguito il cap. 13 dell'opera: "Della guerra col turco".

Argomento: In libreria
In libreria: Viva il Papa!

Alessandro Gnocchi-Mario Palmaro, Viva il Papa! Perché lo attaccano, perché difenderlo, Edizioni Vallecchi, 2010, EAN 9788884272072, pp. 200, € 13,00.


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VIVA IL PAPA !

 


 

L’esclamazione: "Viva il Papa!" ci riporta direttamente allo strepito ed alla gioia popolare che si raccolgono in Piazza S. Pietro ogniqualvolta il Pontefice si affaccia al davanzale della finestra.

Nel libro di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro ("Viva il Papa!" edito da Vallecchi), all’acclamante grido di giubilo si accompagna un sottotitolo: "Perché lo attaccano, perché lo difendono" con il quale viene analizzata l’origine della veemenza anti-papale nell’ineluttabilità dello scontro tra le forze in campo.

Spicca, in questa preziosa indagine, la capacità di "leggere" la presenza di Dio nella storia ed il Suo disegno provvidenziale attraverso i fatti di cronaca che accompagnano, spesso in modo inquietante, il pontificato di Benedetto XVI.

 


Nell’esporre le ragioni per difendere l’attuale regnante Pontefice, gli Autori hanno il merito di ricondurci così, fin dall’introduzione, al significato primigenio della battaglia tra il Signore dell’universo e il Principe di questo mondo, tra il Papa e il mondo. Mondo chiaramente inteso come regno laicista secolarizzato dove si sperimenta l’espulsione di Dio e dei Suoi diritti da ogni sfera della vita dell’uomo (spirituale, culturale, familiare, sociale e dei costumi).

 

Nella confusione dell’epoca moderna, Gnocchi e Palmaro hanno l’indubbio pregio di calibrare la loro analisi su una teologia della storia che ci ripropone il perenne conflitto fra il Bene e il Male e nel quale la Chiesa vera, quella fondata da Cristo sulla roccia di Pietro, ha un ruolo essenziale per la vita di ogni persona, in quanto strumento, àncora di salvezza per tutte le anime.

 


Gli Autori iniziano il saggio con due frasi emblematiche tratte dal volume: "La Chiesa Cattolica. Quando tutte le verità si danno appuntamento" del gigante cattolico inglese Gilbert Keith Chesterton (1874-1936), che compendiano l’impossibilità della Chiesa e della Verità di scendere a compromessi con il Mondo e la Menzogna. Ecco le significative frasi chestertoniane: "Non abbiamo bisogno di una religione che sia nel giusto quando anche noi siamo nel giusto" e : "Quello che ci occorre è una religione che sia nel giusto quando noi abbiamo torto".

 

Bisogna riconoscere a Gnocchi e Palmaro di aver centrato l’obiettivo, cioè quello di formulare un giudizio critico fondato su una sana teologia cattolica supportata dall’eccellenza dei riferimenti filosofici e letterari ( Robert Hugh Benson, Flannery O’ Connor, il già citato Chesterton e altri ancora). Raramente si riscontra nel panorama del giornalismo italiano un’attenzione alla Dottrina ed alla metafisica tomista di tale portata. Nella ricerca della verità e nella passione per la difesa del deposito tradizionale della fede vengono così seguite le parole di Benedetto XVI, come ad esempio quelle pronunciate nell’omelia della Messa di chiusura dell’anno sacerdotale, lo scorso 11 giugno : "Anche la Chiesa deve usare il bastone del pastore, il bastone con il quale protegge la fede contro i falsificatori, contro gli orientamenti che sono, in realtà, disorientanti. …Non si tratta di amore se si lascia proliferare l’eresia, il travisamento e il disfacimento della fede…".

Ecco così magistralmente riassunta la salvaguardia dell’ortodossia contro le superbe e mendaci eresie mondane.

 


Argomento: In libreria
In libreria: Imperi del mare

Roger Crowley, Imperi del mare. Dall'assedio di Malta alla battaglia di Lepanto, Bruno Mondadori, pp. 338, EAN 9788861593183, €. 28,00


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Roger Crowley, storico inglese, autore di "1453. La caduta di Costantinopoli", tradotto nel 2008 dalla Bruno Mondatori, pubblica ora "Imperi del mare. Dall'assedio di Malta alla battaglia di Lepanto". Oggetto della ricostruzione è il Mediterraneo, divenuto dopo la conquista di Costantinopoli da parte dei turchi ottomani, nel 1453, «l'epicentro di una guerra mondiale» (p. 4) fra l'islam e la Cristianità.
Un conflitto che durerà circa un secolo, assumendo varie forme: attriti di natura economica, incursioni di pirati, attacchi a porti e fortificazioni costiere, grandi assedi e alcune epiche battaglie navali. Il sultano Solimano I il Magnifico dà inizio alle ostilità con la presa di Belgrado nel 1521, quindi l'anno successivo assedia e conquista l'isola greca di Rodi — tenuta dagli ultimi superstiti dei grandi ordini militari crociati, i Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, poi di Malta —, infine minaccia Vienna nel 1529.

L'imperatore Carlo V d'Asburgo va in soccorso del fratello Ferdinando, re di Boemia e di Ungheria, ed occupa nel 1536 La Goletta e Tunisi, basi africane dei pirati barbareschi dell'ammiraglio turco Khayr al-Din «Barbarossa», che flagella da anni le coste italiane. Cinque anni dopo cerca invano di espugnare Algeri, ma il risultato è catastrofico: «Ad Algeri si ebbe una sovrabbondanza di schiavi, tanto che il 1541 passò alla storia come l'anno in cui i cristiani venivano venduti per una cipolla a testa» (p. 69). Le coste della penisola continueranno a essere oggetto delle scorrerie compiute dagli islamici, che saccheggiano città e villaggi, distruggono chiese e conventi, massacrano e riducono in schiavitù le popolazioni cristiane.
Argomento: In libreria
Cristina Siccardi, Nello specchio del cardinale John Henry Newman. La vera vita del convertito e ‘dottore’ di Santa Romana Chiesa, beatificato da Benedetto XVI, Edizioni Fede & Cultura, 2010, pp. 204, € 14,50.
 
 

«Newman appartiene ai grandi dottori della Chiesa,
perché egli nello stesso tempo tocca il nostro cuore
e illumina il nostro pensiero»
Joseph Ratzinger-1990
(Benedetto XVI)  
PREMESSA
Un più che secolare luogo comune, a partire da George Tyrrell (1861-1909) e proseguito con Ernesto Buonaiuti (1881-1946), fra i principali esponenti del modernismo italiano, ridotto allo stato laicale e scomunicato, fa del Cardinale John Henry Newman il precursore, quasi il padre nobile, del modernismo classico e, quindi, della nouvelle theologie, fino ad attribuirgli le radici degli elementi più innovativi del Concilio Vaticano II. Niente di più falso e di più distante dalla granitica, lucida e razionale Fede cattolica del grande convertito inglese. Pareva, quindi, utile ribadire la verità storica, in modo da cancellare le ombre delle calunnie di eresia sull‟uomo che Benedetto XVI ha beatificato a Birmingham il 19 settembre 2010, proprio come risposta alta e forte a quei vasti settori della Chiesa cattolica, non solo inglese, che antepongono il dialogo ecumenico alla riaffermazione del dogma.
L‟oratoriano Cardinale John Henry Newman affianca così altri grandi figli di san Filippo Neri: il dottore della Chiesa san Francesco di Sales (1567-1622), fondatore e primo preposto dell‟Oratorio di Thonon (Francia); san Luigi Scrosoppi (1804-1884), servo, fratello e padre di Udine; i beati Giovanni Giovenale Ancina (1545-1604), discepolo di san Filippo a Roma, poi Vescovo riformatore della diocesi subalpina di Saluzzo; Antonio Grassi (1592-1671), che con il suo esempio spinse molti confratelli all‟osservanza della Regola nella sua città di Fermo (Marche); Sebastiano Valfré (1629-1710), direttore spirituale di Casa Savoia, catechista, seminatore del Vangelo e della carità a Torino; José Vaz (1651-1711), indiano di Goa ed evangelizzatore dello Sri Lanka.
Pio XII confidò un giorno al filosofo cattolico Jean Guitton: «Non dubiti, Newman sarà un giorno dottore della Chiesa», mentre Paolo VI affermò che il Cardinale Newman appartiene a tutti coloro che «sono alla ricerca di un preciso orientamento e di una direzione attraverso le incertezze del mondo moderno».
Argomento: In libreria

Joseph de Maistre, Considerazioni sulla Francia, Editoriale Il Giglio 2010, pag. 152, Euro 15,00

 


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Questo libro demolisce l’origine contrattualistica del potere teorizzata da Rousseau ed il filosofismo di Voltaire, e mette a fuoco con grandissima lucidità, solo pochi anni dopo i tragici avvenimenti del 1789, la reale natura della Rivoluzione francese prevedendone anche gli esiti.

La prima traduzione italiana delle Considerazioni sulla Francia fu pubblicata a Napoli, per la Biblioteca Cattolica, nel 1828.


Tra il 1796 ed il 1797 Joseph de Maistre scrisse le sue Considérations sur la France, pubblicate anonime nel 1797. I rivoluzionari ne vietarono la diffusione, ma il libro circolò clandestinamente e fu ristampato in più edizioni. Il loro impatto in tutta l’Europa fu notevole, Maistre influenzò anche avversari accaniti. Basti citare - tra gli autori legati alla storia delle Due Sicilie - Vincenzo Cuoco, il cui saggio critico sulla Repubblica giacobina del 1799 tenne conto delle critiche demestriane all’astrattezza dei modelli costituzionali partoriti dagli ideologi e calati dall’alto su tradizioni e consuetudini delle Nazioni.
Argomento: In libreria
In libreria: Attacco a Ratzinger

Paolo Rodari e Andrea Tornielli, Attacco a Ratzinger, Edizioni Piemme agosto 2010, Pagine 322, ISBN 978-88-566-1583-8, Euro 18,00

 


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Ricordo ancora, come fosse oggi, le parole che sentii dire da un cardinale italiano, allora molto potente nella Curia romana, all'indomani dell'elezione di Benedetto XVI. "Due-tre anni, durerà solo due-tre anni...". Lo faceva accompagnando le parole con un gesto delle mani, come per minimizzare...

Joseph Ratzinger, il settantottenne Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede appena eletto successore di Giovanni Paolo II doveva essere un Papa di transizione, passare velocemente, ma soprattutto doveva passare senza lasciare troppa traccia di sé...

Certo, un accenno alla durata del pontificato la fece Ratzinger stesso, nella Sistina. Ho impressa nella mente l'immagine del momento in cui accettò l'elezione. Disse che sceglieva il nome di Benedetto per ciò che la figura del grande santo patrono d'Europa aveva significato, ma anche perché l'ultimo Papa che aveva preso questo nome, Benedetto XVI, non aveva avuto un pontificato molto lungo e si era adoperato per la pace.

Ma un pontificato non lungo, a motivo dell'età già avanzata, non significa passare senza lasciare traccia. Anche quello di Giovanni XXIII doveva essere – e dal punto di vista meramente cronologico è stato – un pontificato di transizione. Ma quanto ha cambiato la storia della Chiesa...

Ci ho ripensato molte volte: visto che non è passato così velocemente come qualcuno sperava, e visto che il suo pontificato è destinato a lasciare un segno, si sono moltiplicati gli attacchi contro Benedetto XVI.

Argomento: In libreria
CLAUDIO CRESCIMANNO, La riforma della riforma liturgica. Ipotesi per un ‘nuovo’ rito della Messa sulle tracce del pensiero di Joseph Ratzinger, con una prefazione di S.E.R. Mons. Ranjith Segretario Emerito della Congregazione per il Culto Divino e Arcivescovo di Colombo, Edizioni Fede & Cultura, 2009, pp. 340, € 24,00.
 

PREFAZIONE
 
Il Card. Joseph Ratzinger parlando della riforma liturgica postconciliare disse: “Il risultato [di codesta riforma] non è stato una rianimazione, ma una devastazione […]. Al posto della liturgia frutto di uno sviluppo continuo, è stata messa una liturgia fabbricata. Si è usciti dal processo vivente di crescita e di sviluppo per entrare nella fabbricazione. Non si è più voluto il divenire e la maturazione organica di Dio che vive attraverso i secoli e lo si è sostituito a mo di produzione tecnica, con una fabbricazione banale del momento” (“Prefazione” in Klaus Gamber, La réforme liturgique en question, ed. Sainte Madeleine, Le Barroux, 1992).
Sono parole forti ma, credo, davvero oggettive di ciò che veramente accadde nella liturgia durante gli anni immediatamente susseguenti alle riforme introdotte dai riformatori del Consilium ad Exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia; in modo particolare nei confronti della Liturgia Eucaristica.
I Riformatori erano sicuramente ben intenzionati nella loro ricerca e nel loro lavoro, ma hanno lasciato degli spazi per interpretazioni larghe di qualche loro orientamento che, in alcuni ambienti, favorì uno slittamento pericoloso verso unanarchia liturgica.
Per di più qualcuno interpretò i suddetti orientamenti come conseguenza delle aperture del Concilio e della sua Costituzione Sacrosanctum Concilium. Questa posizione è discutibile. Ma non si può negare che qualche cambiamento liturgico introdotto in certi ambienti era infatti frutto di un cosiddetto “Spirito del Concilio” che glorificava “tutto ciò che è nuovo”.

A
NTI SPIRITO DEL CONCILIO
Parlando di questultimo fenomeno il Cardinale disse: “Già durante le sedute e poi via via sempre più nel periodo successivo si contrappose un sedicente „spirito del Concilio che in realtà è un vero „anti-spirito. Secondo questo pernicioso anti-spirito – Konzils-Ungeist per dirlo in tedesco – tutto ciò che è „nuovo [o presunto tale: quante antiche eresie sono riapparse in questi anni, presentate come novità!], sarebbe sempre e comunque migliore di ciò che cè stato, o cè. È lanti-spirito del Concilio secondo il quale la storia della Chiesa sarebbe da iniziare dal Vaticano II, visto come una specie di punto zero” (Rapporto sulla fede, Edizioni San Paolo, 1985, p. 33).
Questo senso di esagerata passione per fare tutto ex novo, di guardare al passato con un certo senso di dispetto e di sorpassare le stesse indicazioni del Concilio, interpretandole a modo proprio, ha condizionato molti ambienti nella Chiesa man mano che il Concilio progrediva e poi nel tempo immediatamente successivo. A causa di questa tendenza alcuni elementi della liturgia Eucaristica stessa hanno subito accentuazioni sbilanciate. Per esempio: laspetto conviviale dellEucaristia a scapito della sua natura essenzialmente sacrificale; laspetto assembleare e antropocentrico a scapito di quello cristocentrico e trascendentale; laspetto del sacerdozio comune di tutti a scapito del ruolo insostituibile del sacerdozio ministeriale.
I riformatori, poi, accentuarono il concetto delle due mense – quella della Parola e quella dellEucaristia – equiparando in qualche modo la presenza reale ed integrale di Cristo nelle specie Eucaristiche con la dinamicità della Parola proclamata. Ma la natura di queste due presenze non è da mettere a paragone, e una tale equiparazione non è neanche fedele alla dottrina ecclesiale sullEucaristia.
Inoltre, un eccessivo e comunque ingenuo zelo per lecumenismo li entusiasmò e condusse ad eliminare alcuni aspetti della liturgia, considerati “difficili” per i fratelli separati, e ad introdurre altri considerati “accomodanti”. Su questo punto qualche affermazione fatta dal Segretario del Consilium mostra tristemente come, anche a quel livello, tale spirito di apertura comportasse un problema. In una presentazione del padre Annibale Bugnini apparsa su “LOsservatore Romano” del 19 marzo 1965 si parla del “desiderio […] di scartare [dal nuovo rito] ogni pietra che potesse costituire anche solo lombra di un rischio di inciampo o di dispiacere […] per i fratelli separati”. E, in un altro momento, che “la riforma liturgica ha fatto un notevole passo avanti e si è avvicinata alle forme liturgiche della Chiesa luterana” (“LOsservatore Romano”, 13 ottobre 1967). La Sacrosanctum Concilium, il documento conciliare che doveva essere lispirazione centrale di questa riforma, non aveva dato nessuna disposizione esplicita per questo ultimo orientamento. Difatti, il documento conciliare sullEcumenismo Unitatis Redintegratio, parlando delleventuale possibilità della comune celebrazione eucaristica con i fratelli separati, mette una condizione: “Superatis ostaculis perfectam communionem ecclesiasticam impedientibus” – “superati gli ostacoli che impediscono la perfetta comunione ecclesiastica” (UR, 4). Tale indicazione, come si vede, dimostra la necessità di essere cauti e prudenti, per non cadere in un falso ottimismo, o ingenuità ecumenica, che avrebbe avuto effetti negativi sulla fede cattolica. Senza una comune intesa nella fede, cosa che richiede tanto impegno e tempo di riflessione come anche preghiera, una liturgia condivisa non è possibile, perché, come dice il famoso assioma lex orandi lex credendi, la fede e la preghiera sono intimamente collegate. La posizione del padre Bugnini sopra citata già non corrispondeva ad una apertura congrua da parte dei fratelli separati verso la fede Eucaristica del Concilio, poiché quando Papa Paolo VI scrisse la Lettera Enciclica Mysterium Fidei, chiarendo alcune ambiguità dottrinali sorte sulla questione della “transubstantiatio”, in alcuni ambienti protestanti e tra alcuni teologi cattolici sorsero delle polemiche. Il Papa spiegava il motivo di quellEnciclica, anche allo scopo di comunicare, con apostolica autorità, il suo pensiero, perché “la speranza, suscitata dal Concilio, di una nuova luce di pietà Eucaristica che investe tutta la Chiesa” sembrava essere “frustrata e inaridita dai semi già sparsi di false opinioni” (MF, 13).
Si percepisce in quellEnciclica pubblicata il 30 settembre 1965, appena tre mesi prima della fine del Concilio e meno di due anni dopo la pubblicazione della Sacrosanctum Concilium, un intenso senso di preoccupazione del Santo Padre su ciò che stava accadendo.
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Vittorio Barzoni, I Romani nella Grecia e altri scritti antinapoleonici; a cura di Giovanni Brancaccio; Millennium Editrice 2005; Pagine: 274; ISBN: 8890163615; € 12,50


Con I Romani nella Grecia, pubblicato a Venezia agli inizi del 1798, Vittorio Barzoni compie il definitivo passaggio alla propaganda apertamente antinapoleonira da quella antigiacobina, espressasi nei suoi due Rapporti (1797), con i quali infiammò il dibattilo ideologico-politico sul sacrificio di Venezia all'Austria, sancito dal trattato di Campoformio.
In opposizione al mito della romanità alimentato dai rivoluzionari, in contrasto con il clima "classicheggiante" della Cisalpina e con l'intento di fornire una esegesi classicistica della nascente epopea di Bonaparte, che si atteggia ad eroe di stampo plutarchiano, il Lonatese individua nella storia della conquista romana della Grecia, ad opera del console Tito Quinzio Flaminino, il vincitore di Cinoscefale (197 a.C.), un avvenimento comparabile a quello vissuto dagli Italiani dopo la discesa dell'armée nella penisola.
Con l'opzione della lettura degli eventi coevi in chiave classica, il Barzoni, oltre a svolgere un'incisiva azione propagandistica antinapoleonica, infonde nuova linfa all'antica corrente anti-romana, offrendo - come opportunamente sottolinea Brancaccio - un eccezionale documento di valore storico e storiografico.


La politica imperialistica di Roma, la macchina della propaganda scipionico-senatoriale e l'esercito romano sono, ad avviso di Barzoni, elementi conformi a quelli della Francia rivoluzionaria.
L'imperialismo della Repubblica romana è sovrapponibile a quello della Repubblica rivoluzionaria francese.
Ma, a rendere i due imperialismi ancora più somiglianti, sono i comandanti dei due eserciti: Flaminino e Napoleone. Entrambi giovani, ambiziosi, arditi, capaci di esaltare con la loro retorica e con le loro gesta i propri soldati; entrambi artefici sottili di una lungimirante strategia politico-militare di tipo personale.
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Emanuela Marinelli,  La Sindone. Testimone di una presenza, San Paolo 2010, EAN 9788821567056, Pagine 264, Prezzo 15,00 € 

 



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Radio Vaticana intervista la sindonologa Emanuela Marinelli:"Il Sacro Lino è uno strumento di evangelizzazione, non un falso" 
 
C’è chi l’ha definita uno ‘straccio sporco’, chi un ‘falso realizzato per ingannare i fedeli’. Eppure la Sindone, continua ad attrarre l’attenzione di scienziati e storici. Secondo la sindonologa Emanuela Marinelli un approccio informato e rigoroso conduce a una certezza: il ‘Sacro Lino’, oltre a essere uno strumento di evangelizzazione, non è un falso. La studiosa italiana ne parla nel suo ultimo libro "La Sindone, testimone di una presenza’"edito dalla San Paolo.
Argomento: In libreria

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