MARTIN LUTERO - di A. Pellicciari: "Corrosione della Chiesa Cattolica mediante la protestantizzazione" (ed. Cantagalli)

 
http://www.edizionicantagalli.com/cgi-bin/catalogo/index_catalogue.pl Grazie al blog di Father Z  riportiamo un articolo di Andrea Gagliarducci, uscito su Vatican Monday del 04.01.2016 quale commento al nuovo libro di Angela Pellicciari, MARTIN LUTERO, sul pericoloso ed avanzato processo di corrosione della Chiesa Cattolica mediante una lenta e sorda protestantizzazione che sta mirando, ora come non mai, a destabilizzare il Ministero petrino e a deleggittimare il Magistero della Chiesa. 
Ecco la quarta di Copertina:

 
"Giornalisti, uomini di cultura e, in generale, la nostra classe dirigente, sono estimatori della Riforma protestante. Le nostre difficoltà, non ultime quelle economiche, sarebbero imputabili all'impermeabilità di noi italiani al vangelo della libertà proclamato da Lutero. A quasi cinquecento anni di distanza vale la pena domandarsi se questa valutazione corrisponda al vero oppure no. Capita con Lutero come all'epoca di Maometto: nel giro di qualche decennio l'orizzionte politico-religioso-economico-culturale cambia completamente. Perché? Che tipo di stato e di cultura si affermano con la Riforma? "Martin Lutero" risponde a queste domande a partire da cosa Lutero ha scritto, predicato e insegnato. Una lettura dettagliata ed argomentata che offre non pochi spunti di riflessione." ANGELA PELLICCIARI, Martin Lutero, ed. Cantagalli 2015, € 12,90, pagg. 173

Ecco alcuni  estratti del commento di Gagliarducci:
 
 
 
L'argomento non si occupa solo dei possibili effetti della Riforma sulla disciplina cattolica. Essa implica la natura stessa della Chiesa di Roma, come è stato storicamente concepito. Attraverso la sua predicazione, Martin Luther messo in discussione la sovranità della Santa Sede. Ha sostituito di fatto le nozioni di libertà e di scelte responsabili con il concetto di misericordia, e quindi valutate l'essere umano non è pienamente responsabile delle sue scelte, che è, non è libero. Ha scatenato la Chiesa dalla autorità del Papa, e sostituisce l'autorità del Papa con l'autorità di principi, cioè, con il potere secolare. Infine, ha avviato una campagna di denigrazione contro la Chiesa cattolica che risuona ancora nelle campagne dei media anticattolici attuali.
 
 
 
"Martin Luther" (Siena: Cantagalli, 2015), è un piccolo libro dello storico Angela Pellicciari, mette in luce il reale contenuto della predicazione e gli scritti di Martin Lutero. Leggendo il libro ci aiuta a capire molti dei dibattiti in corso. Soprattutto oggi è importante essere consapevoli del nemico nascosto e sottile che è la protestantizzazione.
 
 
 
Dall'elezione di Papa Francesco, questi temi sono diventati il ​​centro della agenda dei media concentrati sul Papa venuto dall'Argentina. L'Enfasi di Papa Francesco 'sulla misericordia si inserisce, alla fine, con l'idea di una Chiesa necessariamente disimpegnata a livello politico, ma molto impegnata su temi sociali. Dal momento che il Papa non ha preso parte al Concilio Vaticano II, era considerato più vulnerabile per la campagna mediatica che tende a ritrarre il Concilio come rottura nella storia della Chiesa.

[...]
 
 
La spinta per la soggettività è stato uno degli argomenti di Martin Lutero nella sua predicazione anti-romana. Angela Pellicciari scrive: "Con l'eliminazione della funzione del magistero, la negazione dell'ordine sacerdotale, l'esaltazione della libertà individuale e il rifiuto dell'importanza dei lavori per raggiungere la salvezza, ognuno fa le proprie scelte. Ognuno legge la Bibbia e la interpreta a modo proprio, confidando nell'aiuto dello Spirito Santo ".
 
 
 
    Alla fine, il rischio di istituzionalizzazione del "caso per caso il discernimento" è quello di arrivare al "dalla sola Scriptura" (sola fide) nozione che Martin Lutero ha promosso. Il sacerdote che discerne, caso per caso, mette da parte la funzione del magistero e fonda la sua attività sul suo personale interpretazione delle Scritture. Egli esercita un enorme potere discrezionale, ma è più un potere umano che uno derivato da Dio.
 
 
 
    Nella sua enciclica Spe Salvi, Benedetto XVI chiede: "Come può l'idea che hanno sviluppato il messaggio di Gesù 'sia strettamente individualistico e miri solo al singolo? Come si è arrivati ​​a questa interpretazione della «salvezza dell'anima» come fuga dalla responsabilità per l'insieme, e come si è arrivati ​​a concepire il progetto cristiano come ricerca egoistica della salvezza che rifiuta l'idea di servire gli altri? "
 
 
 
    Angela Pellicciari risponde: "Lo ha fatto perché Lutero ha erroneamente interpretato come "sottomissione a Roma" il carisma universale di Pietro e la sua funzione nella difesa di tutta la Chiesa. Di conseguenza, "il corpo è stato abbandonato", sembra "a favore delle anime, cioè della parte più interna di ciascuno di noi, che corrisponde alla nostra coscienza. È come se anima e corpo vengono posizionati uno contro l'altro, e ciascuno di essi va da sè. Come se l'obbedienza alla coscienza è un sostituto all'obbedienza a Pietro. "
 
 
 
    Questi sono ancora i temi principali del nostro tempo. Scuotere i fedeli dall'autorità della Chiesa, Lutero ne ha dato a principi, il potere secolare, un ruolo fondamentale. Egli ha anche affermato l'autorità del potere secolare contro il Papa, se il Papa commette errori. Ma l'autorità del Papa, la sua sovranità, si giustifica con la necessità di indipendenza dal potere secolare. Solo in questo modo - San Leone Magno ha spiegato - la Chiesa può essere credibile e realmente libera.

[...]
 
Quando il "Concilio dei media" è nato alla fine del Concilio Vaticano II, molti hanno cercato di guidare la Chiesa verso i territori che gli stessi vescovi che hanno preso parte il Consiglio non hanno voluto esplorare. Dopo il Concilio Vaticano II , il dibattito per lo più incentrato (1) sulla possibilità per i preti sposati e il sacerdozio femminile, (2) l'importanza dei vescovi locali , e anche su un enfasi data ai vescovi dal finalmente ammettendo alcuni dei membri del Consiglio del Sinodo per il Conclave , e (3) su un cambiamento di dottrina della Chiesa sulla morale sessuale , al fine di adattarsi meglio allo spirito del mondo .

[...]

Quando Lutero rompe l'unità della Chiesa con argomenti e offusca gran parte della storia della Chiesa, egli crea un terreno fertile in cui l'odio anti-cattolico può fermentare. Il tema del "libero esame" è ripreso dalla Massoneria che - in nome della ragione - ha lanciato l'attacco più forte contro gli insegnamenti della Chiesa cattolica, minando, in primo luogo, l'autorità della Chiesa.
 
Dopo secoli, l'autorità della Chiesa è stata minata nell'opinione pubblica, che oggi condivide una Chiesa povera che rimane con i poveri e non è coinvolto nelle questioni temporali (lasciando a 'principi' il potere di prendere decisioni sopra gli esseri umani). L'obiettivo finale è di minare completamente gli insegnamenti della Chiesa. Questo obiettivo alla base di molte delle pressioni a cui è avvicinato Papa Francesco nel cambiare l'insegnamento della Chiesa, o, almeno, di essere abbastanza ambigua nelle sue dichiarazioni di lasciare uno spazio libero per diverse interpretazioni.
 
Questo è il caso con il post-sinodale su cui c'è grande attesa per quanto riguarda la misura in cui la sua interpretazione oscillerà da un lato all'altro. È interessante notare che la Chiesa in Germania è stata  quella che ha spinto di più verso un ordine del giorno di misericordia, la stessa realtà della Chiesa a livello locale, che sentiva più di ogni altra l'impatto della Riforma protestante, e che più di ogni altro si sente attratto da spirito del mondo. Il sistema della Chiesa fiscale (la Kirchensteuer) ha reso una ricca realtà locale della Chiesa, ma anche mondano.
 
Benedetto XVI ha sottolineato questo mondanità nei suoi discorsi durante il suo secondo viaggio in patria nel 2011. Il Papa ha anche osservato che le tendenze secolarizzanti sono stati provvidenziali, in quanto hanno permesso la Chiesa a ripensare se stessa in termini più spirituali.Mentre tutti stanno spingendo per una "Chiesa più umana", una "Chiesa più divina" è ciò che è necessario, come ha osservato una volta il cardinale Joseph Ratzinger. Questo è il problema. Il nemico sottile  -che è la protestantizzazione -  è sempre attuale, ed è forse il nemico occulto che la Chiesa deve combattere sopra tutti gli altri.
 
Papa Francesco riuscirà a confrontarsi con esso? Sarà in grado di andare oltre le espressioni che descrivono il suo come un "pontificato di rottura", come il Concilio Vaticano II è stato considerato un Consiglio di rottura?Per questo motivo, il Concilio Vaticano II è ora fondamentale. Il lavoro rigoroso l'Arcivescovo Marchetto deve essere attentamente letto. La sua ultima pubblicazione, i diari di Pericle cardinale Felici, Segretario del Consiglio, testimoniano l'instancabile impegno di questo Padre del Consiglio per portare la Chiesa verso l'unità, nonostante le derive che è venuto fuori durante i dibattiti. Non era un tentativo di soffocare il dibattito, ma piuttosto un tentativo di dare loro una continuità con la storia e la dottrina della Chiesa.In attesa di documento post-sinodale Papa Francesco, tali questioni devono essere meditate.
 
Anche i vescovi e cardinali dovrebbero farlo. Papa Francesco sta cambiando il profilo di vescovi, e di conseguenza quella del Collegio Cardinalizio. Il Papa pone molta enfasi sulle Chiese locali; non vuole più diocesi di Classe A e di  Classe B. Il Concistoro imminente (sarà probabilmente terrà il 20 febbraio) ci deve dare un'indicazione chiara di idee Papa Francesco. Che Concistoro dovrebbe essere posto anche per una discussione su post-sinodale. Quindi, saremo in grado di capire se il Collegio dei Cardinali ha pienamente compreso l'importazione delle questioni in gioco. La Protestantizzazione della Chiesa la lascierebbe a corto di difese. Il mondo secolare potrebbe quindi "conquistare Roma", realizzazare quello che è sempre stato la meta finale.

--- da: http://blog.messainlatino.it/2016/01/martin-lutero-di-pellicciari-corrosione.html

Argomento: Fede e ragione

 La Gnosi luterana e la Dottrina del potere politico

 

 Il mondo cattolico sta affrontando questo 500mo anniversario della Riforma luterana (1517-2017) privilegiando due punti di vista. Ciò è evidente dal posizionamento di molti esponenti della gerarchia ecclesiastica e di molti teologi.

 Il primo di questi punti di vista consiste nel concentrarsi sulle “intenzioni” di Lutero, su cosa egli soggettivamente volesse fare. In genere si sostiene che egli non voleva una rivoluzione nella Chiesa ma una riforma. Da questo punto di vista si tende quindi a capovolgere la linea tenuta finora dalla teologia e dalla cultura cattolica in genere, che sempre si è impegnata a mostrare come non si fosse trattato di una “riforma” ma di una rivoluzione. Interpretando oggi le intenzioni di Martin Lutero, si tende invece a dire che è stata una riforma e non una rivoluzione.

Un’altra conseguenza di questa impostazione consiste nello spiegare gli eventi di cinquecento anni fa come una serie di inconvenienti storici, soprattutto di tipo comunicativo, dovuti alla situazione del tempo e per i quali la stessa Chiesa cattolica non è esente da responsabilità[1]. Le intenzioni di Lutero erano quindi buone, ma la situazione storica si incaricò di intralciarle e complicarle. Basterebbe togliere di mezzo questi intralci storicamente sedimentati e ricongiungersi alle intenzioni originarie di Lutero per ritrovare l’unità.

La tesi secondo cui Lutero non voleva una rivoluzione ma una riforma non è illegittima ed è stata autorevolmente sostenuta. Per esempio, Jean Guitton scriveva che “Né Erasmo, né Lutero, né Calvino hanno immaginato la metamorfosi che stavano per provocare”[2]. Il cardinale Kasper l’ha da tempo fatta propria e di recente, tornando sull’argomento, ne ha fatto il punto di forza per una rivalutazione aperta e completa di Lutero, la cui volontà sarebbe stata solo quella di ribadire la centralità della grazia divina nella salvezza[3]. Secondo il cardinale «Lutero era un uomo desideroso di rinnovamento, non un Riformatore. Con questa istanza evangelica Lutero si poneva nella lunga tradizione dei rinnovatori cattolici che lo avevano preceduto. Si pensi soprattutto a Francesco d’Assisi»[4].

L’accostamento tra Lutero e San Francesco ci dice tutta la pericolosità della tendenza a concentrarsi sulle intenzioni di Lutero, questo infatti non può essere né l’unico né il principale aspetto della questione. L’aspetto centrale è quello dogmatico e da questo punto di vista la Riforma è stata una rivoluzione e non solo una riforma, nonostante le intenzioni soggettive di Lutero.

Non voglio negare il rapporto esistente tra la riforma e la soggettività di Lutero. Questo rapporto è stato giustamente messo in evidenza da molti, come per esempio da Jacques Maritain[5] o, più recentemente, dal Padre Roberto Coggi[6]. Angela Pellicciari pure insiste sul temperamento di Martin Lutero ponendolo in relazione con la rivoluzione – e non con la riforma – da lui attuata[7]. Tutto questo serve per capire.

Però l’insistenza sulle intenzioni soggettive di Lutero distoglie l’attenzione dai contenuti dottrinali della Riforma, che passano in secondo piano, mentre quando si valuta una eresia meritano il primo piano. Del resto, se Lutero viene assunto come un “testimone”, bisogna precisare che l’autorevolezza del testimone è data non solo dalla sua buona fede soggettiva – appunto le sue intenzioni – ma anche dal contenuto oggettivo delle presunte verità che egli ci comunica[8]. La fede è sia fides qua che fides quae. Un aspetto è l’atto di fede e altro aspetto è il contenuto dell’atto di fede. Da un punto di vista cattolico i due elementi devono esserci entrambi, ma dal punto di vista luterano è sufficiente l’atto di fede perché Lutero propone una «fede senza dogmi»[9]. Incentrarsi quindi solo su questo punto è già una importante concessione all’impostazione protestante.

Il secondo punto di vista assunto da parte cattolica è di “fare un tratto di strada insieme”, come si sente ripetere. Anche questa prospettiva ha lo stesso esito della precedente: mette in secondo piano i contenuti dottrinali. Essa presuppone che si possano fare delle cose insieme prima di esserci chiariti chi si è. Come se le questioni cosiddette “pratiche” nel senso delle questioni di etica filosofica o di etica naturale fossero indipendenti dalle convinzioni dottrinali e dogmatiche. La cosa è particolarmente difficile da sostenere nel caso del Luteranesimo che nega l’esistenza di una filosofia pratica come pure di un’etica naturale.

Le diverse visioni dottrinali[10] dei Cattolici e dei Protestanti motivano diverse scelte pratiche e non si può passare alle seconde senza tener conto anche delle prime. Altrimenti sarebbe come dire che è possibile vivere indifferentemente alla propria fede religiosa o in modo da essa indipendente. Oppure mettendola da parte. Si percepisce qui una visione della dottrina intesa solo come teoria astratta. Non è difficile riscontrare, nel dialogo ecumenico una notevole difficoltà a trovare accordi pratici per esempio sulle questioni di bioetica e biopolitica e sui cosiddetti “nuovi diritti”, il che dimostra come sia impossibile “camminare insieme” senza i dovuti chiarimenti dottrinali. E’ la vecchia illusione di Maritain a proposito della convergenza pratica sui diritti umani indipendentemente dalle visioni del mondo che continua in altro contesto.

La centralità delle intenzioni è un tema tipicamente luterano. La Riforma, come si sa, pone al centro la coscienza soggettiva. La Riforma, secondo Maritain, «ha sbrigliato l’io umano nell’ordine spirituale e religioso»[11]. Il primato della prassi sulla dottrina è pure un tema tipicamente luterano: «L’istanza luterana è eminentemente pratica»[12]. Se il problema è “sentirsi” (in coscienza) in stato di grazia allora per riuscirci balzano in primo piano le nostre azioni; se poi le nostre azioni sono ritenute incapaci e insufficienti di provocare questo sentimento e si pensa che quindi non abbiano nessun rapporto con la grazia, ugualmente la prassi balza in primo piano come un ordine autonomo e indipendente dalla fede.

E’ mia convinzione che, privilegiando questi due punti di vista, i cattolici accolgano già in partenza importanti posizioni luterane.

 

Il Luteranesimo come Gnosi

Tra le varie letture della Riforma luterana ritengo che la più adatta a cogliere adeguatamente l’oggetto sia di vederla come una forma di Gnosi, ossia di una riconsiderazione della realtà a partire dal soggetto.

Un motivo classico della Gnosi è di distinguere tra due divinità, una positiva e una negativa. Ciò è stato evidente nel Manicheismo e nel Catarismo, ma anche nell’eresia gnostico-cristiana di Marcione il quale identificava il Dio cattivo con il Dio creatore e legislatore del Vecchio Testamento e il Dio Buono con il Dio misericordioso e salvatore del Nuovo Testamento. Anche Lutero distingue il Dio della Legge dal Dio della Misericordia. Il primo ci dà degli ordini impossibili da adempiere, il secondo ci giustifica nonostante i nostri peccati.

Un secondo motivo gnostico presente nel Luteranesimo è che la natura è completamente separata dalla grazia, come per gli Gnostici la materia dallo spirito. Tutto ciò che l’uomo fa seguendo le sue inclinazioni è solo sozzura, solo la fede salva. Da qui la separazione tra natura e soprannatura e tra ragione e fede come tra il male e il bene, la perdizione e la salvezza. La creazione, dopo il peccato delle origini, è radicalmente inquinata dal male. La salvezza, come nella Gnosi, è riservata a degli eletti, presenti da sempre nei disegni imperscrutabili di Dio e a ciò predestinati. Dello stesso parere erano gli Gnostici, secondo i quali solo ad una cerchia ristretta di “illuminati” Dio avrebbe concesso la salvezza.

Un terzo elemento gnostico del luteranesimo è la compresenza nell’uomo di sozzura e spiritualità. La salvezza per sola fede non cambia la nostra natura, che rimane peccatrice, ma Cristo la copre col suo mantello, fa propri i nostri peccati, ce ne libera assumendoli su di Sé. Sul tema della giustificazione la dottrina cattolica e quella protestante sono molto lontane: per la prima Cristo risana ontologicamente tramite la grazia la natura ferita, per la seconda la natura rimane ontologicamente ferita e Cristo condona i peccati come dall’esterno: «crede, infatti, che il suo peccato non è più suo, perché, quando c’è la fede in Cristo, è necessario che ogni peccato scompaia in Lui»[13]. Per il cattolicesimo il peccato e la grazia non possono convivere, mentre per il luteranesimo sì: pecca fortiter sed crede fortius; simul iustus et peccator. Noi siamo salvati, quindi, ma peccatori nello stesso tempo. Gli Gnostici ritenevano che anche nella lordura delle passioni più sfrenate l’individuo gnostico potesse mantenersi puro, perché quella lordura riguardava il corpo ma non il suo spirito, predestinato alla salvezza. Lutero pensa che la lordura riguardi la nostra natura corrotta ma non la nostra anima salvata già da Cristo. Si può essere peccatori e santi nello stesso tempo.

Può essere utile ricordare, a questo punto, che il Luteranesimo condivide il proprio carattere gnostico con tutta la modernità, o quantomeno con gli elementi fondanti il pensiero moderno[14]. Il punto decisivo è la sostituzione della prospettiva soggettiva alla prospettiva oggettiva: la dottrina della salvezza per sola Scriptura sostituisce la Tradizione con la risonanza soggettiva della Scrittura nel cosiddetto “libero esame”; la dottrina della salvezza per sola Fide intesa come atto soggettivo di affidamento, ossia come “fiducia”, sostituisce il contenuto dogmatico della fede con la “esperienza” della fede o, come dirà Shleiermacher, con il “sentimento della fede”[15]; la dottrina della salvezza per sola Gratia fa della natura qualcosa di non normativo per l’uomo e, quindi, a sua completa disposizione.

 

La dottrina luterana del potere politico

Questo ultimo punto della salvezza per sola Gratia è denso di molteplici implicazioni sociali e politiche. Esso stabilisce una incompatibilità tra natura e grazia. Nella visione cattolica la grazia non elimina la natura ma la perfeziona e così accade tra la ragione e la fede[16]. La separazione tra le due comporta che l’ambito naturale perda ogni collegamento con la fede, che si fa solo interiore, in modo che l’uomo è, in quanto credente in Cristo, libero, e in quanto cittadino, servo: «Il cristiano è completamente libero … il cristiano è il più sollecito verso tutti, sottoposto a tutti»[17].

Poiché la natura umana è irrimediabilmente malvagia e la stessa vita di Grazia non serve per purificarla, nella sfera naturale c’è bisogno del potere per tenere a freno gli istinti malvagi dei cittadini. Tale potere non è legato ad una norma morale naturale, dato che dalla natura vista in senso esclusivamente negativo non può derivare una legge morale, né è subordinato ad un potere spirituale che è, per Lutero, solo interiore, e quindi si tratta di un potere assoluto, che non deve rendere conto di sé stesso a nessuno.

E’ evidente l’influenza di questa concezione del potere sui grandi teorici del pensiero politico dell’età moderna. Su Jean Bodin, per esempio, secondo il quale “sovrano è colui che non dipende che dalla sua spada”, oppure su Thomas Hobbes, secondo il quale il potere è il Leviatano a cui i sudditi cedono ogni loro libertà, ma anche sul complesso della filosofia politica moderna di tipo contrattualistico – compresi quindi John Locke o Jean-Jacques Rousseau – secondo cui il potere politico non dipende da una comunità politica naturale che lo precede e che lo limita, ma è esso stesso il fondamento della comunità politica. Da Lutero si arriva così fino ad Hegel e alle varie forme di totalitarismo moderno e contemporaneo.

Secondo il grande teologo riformato Karl Barth, lo Stato è «in sé e per sé malvagio … una orrenda deformazione della guida diretta della storia da parte della giustizia divina … esso governa il male per mezzo del male e ogni politica, in quanto lotta per il potere … in quanto arte diabolica per ottenere la maggioranza, è essenzialmente suicida»[18]. Qual è l’atteggiamento del cristiano, allora, di fronte all’autorità politica e al potere così intesi? Barth dice: «Sottomettetevi! Lasciate cioè che lo Stato vada per la sua strada e voi, come cristiani, andate per la vostra»[19]. Qui la laicità della politica è radicale separazione dalla fede, essa non ha niente a che fare con il Regno di Dio: «La causa del rinnovamento divino non può essere mescolata, confusa con la causa del progresso umano”[20]. Tra impegno politico nella storia da un lato e vita cristiana dall’altro non c’è alcun rapporto, il Cristianesimo non è interessato al progresso umano[21].

Questa concezione del potere politico ha alimentato non solo le forme di Stato assoluto e totalitario, ma anche le democrazie contrattualistiche e procedurali, ossia le democrazie vuote di senso che oggi danno luogo a forme di democrazia totalitaria[22]. Il nesso di Lutero con Rousseau è a questo proposito evidente. Se la vita politica è sottratta a delle norme sia naturali che soprannaturali, essa è campo del volontarismo e l’unico criterio da seguire diventa la coscienza individuale. L’idea d Rousseau – “è sufficiente ascoltare se stessi per fare il bene”[23] – si incontra così con la centralità della coscienza nel sistema di pensiero luterano. Bisogna osservare che le due istanze, ossia la sottomissione cieca al potere da un lato e l’esercizio di una libertà di coscienza priva di contenuti e regole dall’altro, non sono in contrasto tra loro. La loro miscela spiega infatti la completa adesione delle sette protestanti all’attuale pensiero unico post-naturale delle democrazie evolute. Tutte le sette protestanti, infatti, hanno già completamente accettato l’aborto, il matrimonio gay, la fecondazione artificiale, la distruzione per legge della famiglia.

Aspetti filosofici della Riforma

Quella luterana è una nuova religione, ma oltre a ciò è anche una nuova visione della vita sociale e politica, dell’autorità e del potere, della morale e del diritto. Questo accade perché quella luterana è anche una filosofia. Ed infatti per i suoi contenuti filosofici la religione luterana ha influenzato enormemente la filosofia moderna e ha comportato la fine della filosofia cristiana[24]. A sua volta la teologia luterana e protestante ha influenzato notevolmente la teologia cattolica[25]. Su questo processo vale la pena di spendere due parole.

La filosofia luterana ha senz’altro un contenuto nominalista. Il mondo non presenta delle strutture ontologiche ma solo delle situazioni uniche e particolari, assolutamente non confrontabili l’una con l’altra. Il creato non è più un “discorso” che riveli una Sapienza, ma è frutto della pura Volontà di Dio. L’essere non si presta alla conoscenza e non esiste rapporto “analogico” tra il mondo e Dio, che è il Totalmente Altro. Affidarsi a Dio non ha nessun presupposto di ragione, è un puro “fidarsi”, un puro mettersi nelle sue mani. La fede non ha dei perché, essa non presenta condizioni di ragionevolezza come invece ha sempre pensato la filosofia cristiana. Il problema razionale se Dio esista, se e come possa essere conosciuto e cosa egli sia – ossia le primissime questioni della Summa Theologica di San Tommaso – non si pone. Si pone invece il problema dell’esperienza della sua salvezza. Il problema di Dio viene soggettivizzato, la rivelazione avviene nell’esperienza della coscienza. Nasce così la dissociazione tra ragione e fede che troviamo in Kant o la loro identificazione che troviamo in Hegel ma anche in tanti altri filosofi moderni. Si spiega così anche la dissociazione tra la fede e la morale, con la negazione di una filosofia morale naturale. Se oggi assistiamo al venire meno della credenza in “principi non negoziabili” la cosa va fatta risalire anche a Lutero.

Se la fede non si rapporta più con la ragione, cade tutta l’impalcatura della Dottrina sociale della Chiesa che ha due fonti: la rivelazione e la legge morale naturale. Finisce anche il ruolo pubblico della religione cattolica perché la Chiesa, se non esprime verità anche di ordine naturale, non ha titolo per pronunciarsi sulle questioni di etica pubblica. Ed infatti, nelle società molto caratterizzate dal protestantesimo, la fede inevitabilmente si privatizza.

Lutero distingue, come ha ben messo in evidenza Padre Coggi, il Cristo in sé dal Cristo per me[26], spostando l’attenzione dall’oggetto al soggetto, dalla ragione alla fede intesa come “fiducia”, dal Cristo della storia al Cristo della fede, dalla verità alla volontà, dalla libertà per alla libertà da e quindi è all’origine di tutti i tentativi di de-ellenizzare il cristianesimo e di demitizzarlo. Se la ragione è una meretrice, l’incontro tra cristianesimo e filosofia greca è stato un grave incidente che va superato. Se ciò che conta è il Cristo della fede, allora tutti gli elementi del Cristo della storia – incarnazione, miracoli, resurrezione, verginità di Maria – vanno eliminati per tenere solo il Cristo della fede[27]. Questa doppia prospettiva della de-ellenizzazione e della demitizzazione hanno notevolmente influenzato e spesso determinato la teologia cattolica specialmente postconciliare, a cominciare da Karl Rahner.

Se oggi anche i teologi cattolici ritengono centrale la coscienza, inesistente la metafisica, irrealistica la legge morale naturale, impossibili i principi non negoziabili e gli assoluti morali negativi, storici e mutevoli i dogmi,  costruita dal basso, ossia dal “popolo di Dio”, la Chiesa ciò è dovuto alla grande influenza della filosofia e della teologia protestante su quella cattolica e, per molti versi indicano una protestantizzazione della fede cattolica oggi ampiamente in atto. Non intendo con ciò riferirmi solo alle questioni dogmatiche e dottrinali, che sono certamente di primaria importanza, ma anche a quelle sociali e politiche. I cattolici stanno ampiamente imparando dai protestanti e il loro modo di guardare a quell’impegno sta velocemente mutando in profondità. Poiché la visione protestante della polis è maggiormente in sintonia con l’orizzonte moderno è probabile che ai cattolici questo cambiamento riservi molti applausi, ma la coerenza con la fede e la tradizione sono un’altra cosa. La fedeltà alla democrazia vista come procedura prima che come contenuto, l’accettazione dell’agenda radicale a proposito di molte questioni etiche, la celebrazione del pluralismo dei valori come discendente dalla libertà di coscienza, una visione della libertà senza legge e senza contenuto e, quindi, la sostituzione della autenticità (o coerenza con se stessi) alla veridicità (o coerenza con la verità) sono solo alcuni esempi dell’assimilazione dentro i comportamenti cattolici di modi di vedere di origine protestante. No mi soffermo qui su come questo sia penetrato anche nel modo di intendere la Chiesa, la liturgia, i sacramenti … perché non rientra nel tema del presente articolo.

 

I 500 anni dalla Riforma

L’eresia non è solo una opinione sbagliata, espressione della libertà di opinione, una critica costruttiva nell’attuale dibattito pluralista e democratico. Oggi spesso essa viene derubricata così, almeno da quando, con Hegel, filosofo protestante, l’errore e il male sono stati visti come positivi per la dialettica storica[28]. L’eresia oggi viene intesa come una sana provocazione alla Chiesa cattolica anziché tutti insieme possiamo procedere verso un cristianesimo più maturo e completo, maggiormente conforme alla volontà del Signore. Ma l’eresia è ben altro. Essa è una ferita in profondità fatta alla realtà e alla verità di cui Dio è garante e, quindi, l’origine di una serie di grandi sofferenze per l’umanità.

 

Stefano Fontana,
per http://www.vanthuanobservatory.org/ita/la-gnosi-luterana-e-la-dottrina-del-potere-politico-modena11-marzo-2017/

Argomento: Fede e ragione

 Martin Lutero: il lato oscuro di un rivoluzionario, di Angela Pellicciari; ed. Cantagalli, Siena 2016, pp. 206  - da: http://bibbia.verboencarnado.net/

 «Dal 1517 in poi la persecuzione contro la Chiesa fa un salto di qualità perché, dopo Lutero e dietro di lui, molte nazioni diventate protestanti vedono il proprio odio contro Roma (ma anche contro gli ebrei) giustificato dalla predicazione di un ex monaco agostiniano diventato “Mosè tedesco”, ovvero capo spirituale indiscusso della Germania. Lutero e i luterani si battono in nome della libertà e della uguaglianza, concetti che conosciamo bene, ma questi begli ideali servono ora a giustificare un assolutismo sconosciuto in ambito cristiano. Dove arriva Lutero la “Libertas ecclesiae” è un ricordo del passato perché le varie chiese nazionali sono completamente soggette al potere temporale». (pp. 5-6)

Sono queste parole di Angela Pelliciari, nella nuova edizione del suo libro su Lutero: il lato oscuro di un rivoluzionario (la prima edizione era del 2012). Si tratta di un saggio storico, in prima linea, ma accompagnato da utili e profondi riflessioni sul pensiero e la realtà luterana in se stessa, come fenomeno religioso e pure come atteggiamento filosofico. Ne basta un esempio da indicare: «Uguaglianza davanti a Dio e alla chiesa, in quanto che non c’è più gerarchia, anche se poi viene introdotta una diseguaglianza di tipo metafisico, terribile, che vede Dio dispensatore arbitrario ed assoluto del destino eterno degli uomini creati per la morte o per la felicità eterna senza che questi possano, con le loro opere, cercare di cambiare la loro sorte. De servo arbitrio: l’uomo non è libero, è schiavo. La volontà dell’uomo non ha alcun potere». (pp. 6-7)

«Con questo scritto – scrive la Pellicciari – mi ripropongo di tratteggiare le coordinate essenziali per capire la Riforma. Lo faccio, come mia abitudine, a partire dei documenti, esaminando da vicino gli scritti di Lutero, puntando a far emergere le idee forti del “profeta della Germania” a partire dell’analisi puntuali dei testi». (p.11) Ecco perché, inoltre ai commenti inseriti nel testo principale, il volumetto viene accompagnato da tre appendici con testi da Lutero stesso, tradotti, più una piccola collezioni delle immagini e caricature ideate da lui, specialmente ridicolizzando la figura del Papa di Roma.

Pellicciari inizia con un’analisi storica: Dallo scontro fra papato e impero vince, momentaneamente, un re, il re di Francia. Questo si intravvede già con l’accesa di Filippo IV il Bello a partire del 1285, in lotta contro il Papa Bonifacio VIII. Dal 1309 al 1377 avrà luogo il duro esilio dei papi in Avignone, esilio che metterà, in sostanza, il papa sotto scacco e subendo la pressante influenza del re di Francia. (cfr. pp. 20-21) Inoltre, la Chiesa si organizzava (fino a Napoleone) con il sistema dei benefici. Ad ogni “officio”, ad ogni carica ecclesiastica, corrispondeva un rendita che consentiva al titolare dell’officio di svolgere il compito affidatogli. Durante il papato di Avignone si decide che la persona incaricata di un officio debba anticipare la rendita di un anno del beneficio annesso, versandolo alla Santa Sede. Così è stato evidente che diventava vescovo, cardinale, parroco, viceparroco e via dicendo, solo chi disponeva dei risorsi finanziare. Non basta. Dal momento che i ricchi sono pochi, si concentra nelle loro mani un grande numero di offici ed a coloro che possono anticipare le rendite di un anno viene affidato un numero esorbitante di incarichi, succedendo così che alcuni vescovi e parroci diventavano titolari di decine – a volte centinaia – di diocesi e parrocchie. Affidavano ai vicari la cura dei fedeli, e questi, titolari di numerosi vicariati, nominavano sostituti. (cfr. pp. 22-23) Ovviamente, i danni prodotti dalla cattività avignonese sono incalcolabili.

A questa cattività succederà il chiamato scisma di Occidente, con due papi in carica. Il rifiuto del pensiero metafisico porta per sé l’oblio dell’interesse per la sostanza, la qualità e per le essenza delle cose. Cita l’autrice il Papa Benedetto XVI, chi affermava che il patrimonio della filosofia greca, che criticamente purificato, è parte integrante della fede cristiana, viene messo in discussione nella teologia moderna con tre ondate che cominciano con la Riforma del XVI secolo. La Fede non appare più come vivente parola storica, ma come elemento inserito nella struttura di un pensiero filosofico. (cfr. pp. 29-30)

Inoltre a quei motivi storici remoti, che in certo modo, contribuirono a creare il clima propizio perché la Riforma prendesse il sopravvento, ci sono pure delle motivazioni storiche più prossime nel tempo, e in stretto rapporto con la situazione della Germania degli inizi del sec. XVI. Infatti, «alla fine del XV secolo mentre i regni europei, vanno rafforzando il potere del re con marcata tendenza all’assolutismo, in Germania le cose vanno alla maniera antica, secondo l’uso feudale: il potere è ripartito in una moltitudine di soggetti laici ed ecclesiastici». (p. 31) Allo stesso tempo, la vita culturale tedesca è vivace: vengono fondate molte università, il paese possiede delle famiglie di commercianti e banchieri più potenti al mondo, inoltre da Costantinopoli caduta erano arrivati una schiera di studiosi, filosofi, teologi, rabbini, che rendevano familiare lo studio delle lingue: latino, greco, ebraico. Soltanto che dalla ricca, esoterica Firenze, viene contagiato un umanesimo che si rivolgeva minuziosamente alle fonti – compressa la Scrittura – ma molto critico della scolastica ed delle diverse forme di religiosità popolare. In Germania questo umanesimo si colora di nazionalismo. Così, la letteratura di lingua tedesca nasce antiromana e il Dante locale si chiama Lutero che nel 1534 compone la traduzione della Bibbia. (cfr. pp. 32-33) L’originalità di questa traduzione consisté nel scrivere nella “lingua comune”, quella che in Germania capiscono tutti. Questa traduzione è spesso libera al punto che, per esplicitare o enfatizzare meglio alcuni passaggi ritenuti fondamentali, non esita a modificare il testo introducendo parole non presenti nell’originale. Così, in Rom 3,28: Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede indipendentemente delle opere della legge, è tradotto con l’aggiunta dell’aggettivo “sola (fede)” che non è irrilevante ai fini della comprensione del testo. (cfr. nota 36, p.43)

Si è parlato molto dello scandalo provocato per le prediche delle indulgenze, soprattutto in Germania, vale a dire la remissione della pena temporale per i peccati, una volta rimessa la loro colpa, indulgenza che la Chiesa ha il potere di amministrare. E’ vero che quello sia stato un vero scandalo ed è anche un miracolo che la Chiesa sia riuscita a sopravvivere; ciononostante, la riforma luterana non nasce da questo scandalo, come si crede abitualmente.

Martin Lutero, nato il 10 novembre 1483 a Eisleben, in Sassonia, dopo certi studi decide di farsi monaco a causa di un voto fatto a sant’Anna. Pur se sviluppa una rapida carriera sia in campo accademico che ecclesiastico, deve sostenere dure lotte contro le concupiscenze e le tentazioni. E’ nella dottrina della ‘giustificazione per la fede’ dove troverà il fondamento della sua propria teologia. Così scrive: «Nonostante l’irreprensibilità della mia vita di monaco, mi sentivo peccatore davanti a Dio; la mia coscienza era estrematamene inquieta, e non avevo alcuna certezza che Dio fosse placato dalle mie opere soddisfattorie. Perché non amavo quel Dio giusto e vendicatore, anzi, lo odiavo, e se non lo bestemmiavo in segreto, certo mi indignavo e mormoravo violentemente contro di lui».[1] Questo atteggiamento lo porta alla scoperta della nuova esegesi che, secondo lui, bisogna fornire di Rom 1,17: E’ (nel vangelo) che si rivela la giustizia di Dio di fede in fede, come sta scritto: Il giusto vivrà mediante la fede. Questa “giustizia” Dio la dona, se il giusto ha fede. Così crede di scoprire in quella giustizia di Dio anche la sua misericordia. (cfr. pp. 39-40)

Già nel 1517 Lutero compone 97 tesi in occasione del baccellierato di Franz Gunther. Ecco qualche saggio: “l’uomo, diventato simile ad un albero marcio, non può non volere né fare altro che male” (tesi n.3); “E’ falso dire che la volontà è libera di decidersi per il bene o per il male. La volontà non è libera, è schiava” (n.5); “Non diventiamo giusti facendo quello che è giusto, ma è quando siamo stati resi giusti, che compiamo la giustizia. Contro i filosofi (n.40); “tutto Aristotele nei riguardi della teologia è come le tenebre nei confronti della luce” (n.50). (cfr. p. 41)

La prima (n.3) è la tesi della natura corrotta totalmente ed essenzialmente dopo il peccato originale. L’uomo non sarebbe più in condizione di raggiungere nessun bene. La seconda (n.5), molto legata alla prima, versa sulla negazione del libero arbitrio e la predestinazione. Nella sua opera De servo arbitrio troviamo le seguente insinuazioni: «L’uomo non è responsabile delle proprie azioni; quindi non ci può essere per lui alcuna ricompensa o alcuna condanna. C’è semplicemente l’imperscrutabile volontà di Dio che dall’eternità destina qualcuno all’inferno, qualcun altro al paradiso. Doppia predestinazione: Dio non predestina tutti alla salvezza, Dio salva o condanna gli uomini senza che questi abbiano alcuna possibilità di sfuggire al loro destino: “Chi, dici tu, s’impegnerà a correggere la propria vita? Rispondo: nessuno può né potrà farlo”, ma “gli eletti e gli uomini pii verranno corretti mediante lo Spirito santo; gli altri periranno senza essere corretti”». (cfr. p. 61)

La terza (n.40) costituirà uno dei capisaldi del sistema luterano: il principio della “sola fede”: “Soltanto la fede senza alcuna opera rende pio e beato”, scrive in La libertà del cristiano. Per non prendere in considerazione il testo della lettera di Giacomo 2, 14-21, che mostra la necessità delle opere per far conoscere la fede, definirà questa lettera come “una lettera di paglia”, rifiutandola del canone (distinguendo tra ‘libro’ e ‘libro’ all’interno della Bibbia; cfr. pp. 73-74).

L’ultima si rapporta con il disprezzo della metafisica e di tutto il sapere razionale umano. Altri capisaldi del pensiero luterano saranno la “sola Scrittura” ed il libero esame, per il quale ad ogni cristiano gli viene di interpretare la Bibbia in modo suo, pure se contro il parere della Chiesa, contraddicendo quanto detto nella seconda lettera di Pietro (2Pt 1, 20-21), anche essa disprezzata dal riformatore.

Tutto quanto detto è stato affermato e vissuto da Lutero in un clima di aperta opposizione al Papa ed al suo Magistero, opposizione che andava ogni volta in crescendo nelle sue diatribe. In una delle sue opere più significative: Ai principi cristiani della nazione tedesca, parte del seguente principio che viene dato per scontato, quando avrebbe dovuto essere dimostrato. Questo è: I “romanisti” – i cattolici – “hanno eretto intorno a sé con grande abilità tre muraglie, con le quali essi si sono fino ad ora difesi di modo che nessuno ha potuto riformarli, e in tal modo l’intera cristianità è orribilmente decaduta”. (p. 63)

L’immagine delle muraglie è un pretesto e una provocazione, perché invitano ad assalirle. Queste muraglie sono: La prima: i pontefici “hanno stabilito e proclamato che l’autorità secolare non aveva alcun diritto sopra di loro ma al contrario, che la spirituale era superiore al temporale”;

La seconda: il papa ha evocato a sé “l’interpretazione della Scrittura”;

La terza: “hanno inventato che nessuno può convocare un concilio se non il papa”;

Lutero rimprovera ai papi di aver svolto il proprio ruolo con coscienza: di aver difeso la libertà della chiesa dal potere temporale. E guadagna, in questo scritto, le seguenti posizioni di principio:

– a Roma c’è l’anticristo;

– Roma è nemica della Germania;

– il ceto dirigente tedesco deve prendere coscienza di questa situazione e regolarsi di conseguenza (p.64).

Lo stacco definitivo della Germania della comunione con Roma lo proclama Lutero in un’altra sua opera: Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca, con delle conseguenze che noi conosciamo e che sono arrivati fino a Hitler.[2]

Dopo aver suscitato, in tedesco, l’odio e disprezzo verso Roma, Lutero passa al latino per illustrare, in modo apodittico, quanto siano i sacramenti. Scrive: “Io nego i sette sacramenti; per il momento se ne devono conservare solo tre: il battesimo, la penitenza, l’eucaristia”. Così scrive nel De captivitate Babylonica ecclesiae (p. 66). Rifiuterà il carattere di sacrificio della Messa ed il Battesimo l’accetterà in tanto venga accompagnato di una percezione soggettiva della fede (pp. 67-70).

Ci sarebbe molto da dire e commentare ancora, come il dramma della lotta dei contadini. La propaganda luterana con i suoi fogli volanti, le sue parole di ordine semplice, la diffusione a tappeto delle rozze e violente incisioni antiromane e anticattoliche, fa breccia e raggiunge tutti gli strati della popolazione, anche i più popolari. Così succede che nel 1524 – 1525 i contadini di molte zone della Germania si sollevino contro principi e vescovi, e contro le amministrazioni municipali saldamente in mano alla borghesia. Sollevazioni c’erano state ormai prima, quando il potere padronale (dopo il 1400) si era irrobustito facendo perdere le conquiste delle istituzione medievali dei contadini. Borghi, conventi, chiese e castelli sono saccheggiati e distrutti. I contadini svevi stendono il proclama della rivolta: I dodici articoli dei contadini (cfr. p. 102).[3] Lutero viene chiamato in causa e interviene con il suo opuscolo: Esortazione alla pace, sopra i dodici articoli dei contadini di Svevia. Rimprovera i padroni in nome di Dio ma rimprovera anche i contadini, chiamandoli a comportarsi cristianamente. La sua mediazione fallisce ed è allora che «il popolo va avanti con le sue richieste evangeliche di libertà, uguaglianza e giustizia: Il “papa di Wittenberg” (Lutero) non perdona l’insubordinazione in nome della riforma e scrive un testo di straordinaria violenza: Contro le bande brigantesche e assassine di contadini, nel maggio 1525» (p. 104).[4] A luglio di quel anno le guerre erano finite ed i principi tedeschi, benedetti da Lutero, avevano vinto, nelle maniere più atroci.[5] Da quel momento in poi, Lutero sarà il più acerrimo difensore dei principi elettori che si convertono al protestantesimo, e questi, a sua volta, lo difenderanno dall’imperatore e dal papa.

«I rivoluzionari di tutti i tempi – scrive la Pellicciari – hanno in comune il linguaggio: un linguaggio semplice, chiaro, popolare, lapidario. Un linguaggio che corrisponde alle esigenze della propaganda, facile da ripetere, che fa breccia e si impone con la forza degli immagini, linguaggio che punta al cuore più che all’intelletto e alle viscere più che al cuore. Un linguaggio che, facendo leva sulle emozioni, genera indignazione e disprezzo e scatena odio. Lutero, il grande rivoluzionario dell’epoca moderna, non fa eccezione» (pp. 41-42).

La sua, aggiungiamo noi, è stata una rivoluzione in nome del Vangelo, solo che, come ogni rivoluzione, ha tradito i principi e le fondamenta sul quale diceva ispirarsi; in questo caso, lo stesso Vangelo. Inoltre, come ogni rivoluzione, ha iniziato un cammino di degradazione e ha prodotto come conseguenza, delle rivoluzioni ancora più terribili da quella iniziata da lui; due secoli e mezzo dopo, la rivoluzione francese tornerà sulle orme del sangue e della violenza, questa volta non accettando il Vangelo, ma solo un’idea sfumata di una divinità deista che aveva dato origine a tutto e poi si ne era svincolata. Un secolo e mezzo in più, la strada continuerà, questa volta con il terribile bolscevismo, che ancora sotto lo stendardo rivoluzionario, espellerà definitivamente ogni idea di Dio per parlare di divinizzazione della classe operaria, alla quale, paradossalmente, ridurrà nella più completa schiavitù. E’ la triplice rivoluzione anticristiana, della quale ci parlava con saggie parole il gran sacerdote argentino Julio Meinvielle. E’ il nostro compito, in questo processo, quello di stare sotto lo stendardo di Cristo, al quale appartiene, senza dubbio e come profetato, la vittoria finale (cfr. Ap 19,11ss).

P. Carlos Pereira, IVE., da: http://bibbia.verboencarnado.net/

NOTE

[1] Prefazione alle sue opere completa composta ad un anno prima della morte, nel 1545.

[2] L’autrice riporta il testo in Appendice I, pp. 133-155.

[3] Il testo in Appendice I, pp. 157-158.

[4] Testo in Appendice I, pp. 159-168.

[5] In una predica del 1526, riportata in parte dall’autrice in nota 78, incita Lutero ai principi ad esercitare ogni forma di violenza contro i contadini.

 

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Argomento: Chiesa

 Laddove non arriva la legge arrivano i giudici.
 Alcuni sindaci hanno deciso di far celebrare le unioni civili in luoghi differenti rispetto a quelli dove si celebrano i matrimoni.
 In due casi la decisione è stata recentemente annullata dai tribunali amministrativi regionali. 

A Padova, dietro ricorso dell’Arcigay, i giudici hanno sentenziato che l’amministrazione comunale “non ha fornito adeguati elementi a giustificazione delle proprie scelte in ordine a giorni e luoghi dedicati alle dichiarazioni di costituzione delle unioni civili, atti a fugare i sospetti di un intento discriminatorio”.

Stesso copione si è ripetuto qualche giorno fa a Stezzano in provincia di Bergamo. Sempre i solerti militanti dell’Arcigay e della Rete Lenford – un gruppo di avvocati che da anni patrocinano le cause a difesa delle rivendicazioni dei gay – hanno trascinato in giudizio l’amministrazione comunale perché aveva destinato una sala differente da quella per i matrimoni per la celebrazione delle unioni civili.
In questo caso addirittura il comune dovrà sborsare 4mila euro a favore della coppia omosessuale.

Da una parte scegliere ambienti differenti per la celebrazione dei matrimoni e delle unioni civili rispecchia la lettera della legge Cirinnà la quale qualifica l’unione civile come “specifica formazione sociale” e non come “matrimonio” (art. 1 comma 1).
Il rimando, peraltro assolutamente erroneo, è all’art. 2 della Costituzione, non certo all’art. 29 che disciplina il matrimonio. Quindi in punta di diritto se la stessa Cirinnà non ha voluto equiparare matrimonio e unione civile è logico e congruo che questa mancanza di equiparazione sopravviva anche all’atto della celebrazione.

Ma passando dalla lettera alla legge alla sua ratio, quindi dagli aspetti formali a quelli sostanziali, è di tutta evidenza che le unioni civili sono matrimoni civili, difettando solo del dovere di fedeltà (ma un recente disegno di legge vorrebbe cancellare tale dovere anche per i coniugi così da togliere anche questa differenza) e della possibilità di adottare qualsivoglia minore. In tal prospettiva
il luogo della celebrazione per le unioni civili dovrebbe essere il medesimo di quello deputato alla celebrazione delle nozze.

La questione, al netto dell’ottima volontà di quei primi cittadini contrari alle unioni civili e che cercano dunque di ostacolarle in tutti i modi, è di lana caprina.
La duplice bocciatura da parte del Tar delle delibere dei sindaci ci fa comprendere ancora una volta che è strategicamente errato giocare di rimessa sui principi non negoziabili.

Assegnare un ufficietto alle coppie gay che si vogliono unire civilmente, delegare la celebrazione a terzi, lottare fino alla morte perché il dovere di fedeltà non venga richiesto anche alle coppie omo è operazione di cabotaggio a corto raggio che prima o poi si rivelerà fallimentare.
E’ perdersi nelle sfumature del male, dimenticandosi del male, cioè dell’omosessualità che è diventata con la Cirinnà un bene giuridico.

E’ il solito inganno in cui cadono molti - anche tra i cattolici - seppur in ottima fede e animati da speranze altrettante ottime.
E’ l’inganno che ha portato molti a battagliare contro le pillole abortive difendendo l’aborto chirurgico, a lottare per il testamento biologico credendo così di fare terra bruciata a danno di chi vuole l’eutanasia, ad impegnarsi per le provette piene di gameti omologhi credendo così di scampare all’eterologa.

Ora si vogliono locali differenti per gli etero e gli omo in comune tentando così disperatamente di far comprendere che unioni civili e matrimoni non sono la stessa cosa.
Ma se non si va alla radice del problema cercando di debellarlo la sconfitta sarà a tutto campo e si patirà anche sulle questioni accessorie come queste che riguardano gli spazi per la celebrazione delle unioni civili.

Bene dunque trovare tutti quegli strumenti di deterrenza alle unioni civili, a patto di evitare forme di collaborazione alle stesse, ma senza scordarsi il nocciolo della questione che invece a distanza di poco più di sette mesi è già stato ingoiato e digerito un po’ da tutti: nessun riconoscimento giuridico ad una relazione tra due persone dello stesso sesso.
In breve, torniamo ai fondamentali.

 

04-01-2017 Cirinnà, non è una questione di location di Tommaso Scandroglio

da: http://www.lanuovabq.it/mobile/articoli-cirinna-none-una-questionedi-location-18544.htm#.WHCP91yWWM8

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