Il 2017 è l’anno del centesimo anniversario delle apparizioni di Fatima. Per i devoti della Madonna nessun modo migliore di iniziare l’anno che quello di rinnovare la pratica dei primi cinque sabati del mese che la Santa Vergine stessa ha così vivamente raccomandato.

Fin dalla prima apparizione alla Cova da Iria, il 13 maggio 1917, la Madonna chiede ai veggenti la recita quotidiana del Santo Rosario. Nell’apparizione del 13 giugno, la Santa Vergine dice a Lucia che Gesù vuole servirsi di lei «per farsi conoscere e amare. Vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. A chi la abbraccia, prometto la salvezza; e queste anime saranno amate da Dio come fiori posti da me ad adornare il suo trono». Terminate queste parole, suor Lucia racconta di aver visto «di fronte alla palma della mano destra della Madonna, un cuore circondato di spine, che parevano conficcate in esso. Comprendemmo che era il Cuore Immacolato di Maria, oltraggiato dai peccati della umanità, che voleva riparazione».

Nella terza apparizione, quella del 13 luglio, la Madonna dopo aver mostrato l’inferno e annunciato un terribile castigo se l’umanità non si fosse convertita, aggiunge: «Per impedire tutto questo verrò a chiedere la consacrazione della Russia al mio Cuore Immacolato e la comunione riparatrice nei primi sabati». Nella quarta apparizione del 15 agosto, la Santa Vergine chiede: «Pregate, pregate molto e fate sacrifici per il peccatori, perché molte anime vanno all’inferno perché non vi è chi si sacrifichi per loro».

Nella sesta e ultima apparizione, il 13 ottobre 1917, la Santa Vergine appare ai bambini di Fatima con lo scapolare del Monte Carmelo. Lucia ha spiegato in seguito: «La Santa Vergine voleva che tutti portino lo scapolare, che è il segno della consacrazione al Cuore Immacolato di Maria. Il Rosario e lo Scapolare sono inseparabili».

Le apparizioni della Madonna a suor Lucia continuarono anche dopo il 1917 confermando i messaggi precedenti. Il 10 dicembre 1925, la Santissima Vergine, con al fianco il Bambino Gesù su una nuvola luminosa, appare a suor Lucia, nella sua cella nella casa delle Dorotee, a Pontevedra. La Madonna le pone una mano sulla spalla mentre nell’altra mano regge un Cuore circondato di spine.

In quel momento il Bambino dice: «Abbi compassione del Cuore della Tua Madre Santissima avvolto nelle spine che gli uomini ingrati gli configgono continuamente, mentre non v’è chi faccia atti di riparazione per toglierle». La Santissima Vergine aggiunge poi: «Guarda, figlia mia, il mio Cuore circondato di spine che gli uomini ingrati infliggono continuamente con bestemmie e ingratitudini. Consolami almeno tu e fa’ sapere questo: A tutti coloro che per cinque mesi, al primo sabato, si confesseranno, riceveranno la santa Comunione, reciteranno il Rosario, e mi faranno compagnia per quindici minuti meditando i quindici Misteri del Rosario con l’intenzione di alleviare la mia pena, io prometto di assisterli nell’ora della morte con tutte le grazie necessarie alla salvezza».

È questa la grande Promessa del Cuore Immacolato di Maria che si affianca alla promessa dei Primi Venerdì del mese fatte dal Sacro Cuore di Gesù a santa Margherita Maria Alacoque. Un confessore di Lucia le chiede il perché del numero cinque. Lei rivolge la domanda a Gesù, il quale, nella notte tra il 29 e il 30 maggio 1930, le risponde: «Si tratta di riparare le cinque offese dirette al Cuore Immacolato di Maria»:

  1. Le bestemmie contro la sua Immacolata Concezione.
  2. Le bestemmie contro la sua Verginità.
  3. Le bestemmie contro la sua Maternità divina e il rifiuto di riconoscerla come Madre degli uomini.
  4. L’opera di coloro che pubblicamente infondono nel cuore dei piccoli l’indifferenza, il disprezzo e perfino l’odio contro questa Madre Immacolata.
  5. L’opera di coloro che la offendono direttamente nelle sue immagini sacre.

Ci si può chiedere inoltre perché la Madonna abbia scelto il giorno di sabato. La risposta è che da tempo immemorabile questo giorno è stato dedicato alla Madonna perché, secondo molti santi e teologi, fu quello della assoluta e perfetta fede di Maria. Mentre Gesù era chiuso nel sepolcro e gli stessi Apostoli dubitavano, Maria illuminò con la sua fede le tenebre della Passione. Il Sabato Santo fu il giorno del suo massimo dolore, per la perdita di Gesù, ma anche il giorno di una sconfinata fiducia nella Sua vittoria.

La Madonna a Fatima ha indicato le condizioni per questo trionfo.
Una dipende dal Papa ed è la consacrazione della Russia al Suo Cuore Immacolato fatta solennemente in unione con tutti i vescovi del mondo.
La seconda richiesta, però, quella della diffusione della pratica dei cinque primi sabati del mese, è rivolta ad ogni fedele.

È passato quasi un secolo ma la profezia è ancora incompiuta perché la Russia non è stata consacrata alle condizioni richieste e la pratica dei cinque sabati è caduta nel dimenticatoio. Per evitare, o almeno ridurre gli effetti del castigo che incombe sull’umanità, ricordiamo a tutti, singoli, famiglie e in particolare sacerdoti e parrocchie la necessità di pregare e di agire per esaudire le richieste della Madonna di Fatima.


(Maddalena della Somaglia per http://www.corrispondenzaromana.it/fatima-limportanza-dei-primi-sabati-del-mese/)

Argomento: Madonna

 «Le forme di convivenza more uxorio, al di fuori di un matrimonio religioso valido, contraddicono o no la volontà di Dio?».
Il parroco che mi pone la domanda non nasconde di trovarsi in una situazione complicata. Si arrovella, ma è come in un labirinto. Dopo «Amoris laetitia», gli riesce difficile dare risposte univoche e chiare ad alcune domande di importanza fondamentale sia per la salvezza delle anime sia per la coerenza interna della dottrina cattolica.
Si parla molto, e a ragione, dei dubia espressi su «Amoris laetitia» dai cardinali Brandmüller, Burke, Caffarra e Meisner, ma tanti sono anche i dubia, per niente teorici, nei quali si dibattono i preti in cura d’anime.

«Il vescovo mi dice che nulla è cambiato e di stare sereno, ma la verità – racconta il sacerdote – è che la confusione è grande in questo momento. Sembra che ognuno possa esprimere la propria valutazione, decidendo di conseguenza, senza che ci sia più un punto fermo al quale agganciarsi. Chi si appella alle norme precedenti ad “Amoris laetitia”, che non sono state revocate,  è spesso guardato con sospetto se non con aperta ostilità, come se fosse un ottuso dottore della legge, incapace di amore e misericordia. Chi invece vuole aderire ad “Amoris laetitia” si trova a confrontarsi con un appello al “discernimento” che, alla fine, risulta generico. Mi chiedo: la più alta forma di misericordia non è forse quella di indicare certezze circa un chiaro cammino di santificazione, specie in questo nostro tempo di totale sbandamento morale?».

L’elenco dei dubia espressi dal parroco coincide con quelli dei quattro cardinali che hanno scritto al papa ed è segnato dalla stessa preoccupazione.
«Nella “Familiaris consortio” di san Giovanni Paolo II leggiamo:  “Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni”. È un passo che Francesco riprende, ma qual è la verità? Sta nella dottrina che la Chiesa ha sempre affermato o sta, come sembra emergere da “Amoris laetitia”, nel modo in cui le persone vivono, in coscienza, una data situazione?».

«Le cosiddette unioni irregolari possono esprimere in qualche misura il bene del matrimonio cristiano, oppure lo contraddicono? Costituiscono o no una condotta di vita peccaminosa? E in una unione irregolare si può scorgere una realizzazione, sia pure parziale e graduale, della legge divina?».

Il parroco spiega che tra i preti ci sono sempre state diverse linee di condotta, tanto è vero che le persone che non ottenevano il via libera verso la comunione in una parrocchia potevano ottenerlo in un’altra. Ma adesso sembra che la Chiesa stessa, attraverso la via del caso per caso, giustifichi e legittimi questa che è a tutti gli effetti un’ambiguità che rischia di togliere credibilità tanto alla dottrina quanto alla pastorale.

«Quanta importanza si deve dare alla coscienza individuale? Può essere considerata la sorgente del bene e del male? Capisco – dice il parroco – che viviamo in una società secolarizzata e dobbiamo fare i conti, come raccomanda il papa, con la realtà per quella che è, senza rifugiarci in un mondo che trova riscontro solo sulla carta, ma l’indissolubilità del vincolo matrimoniale va considerata come un ideale verso cui tendere o come verità da vivere e testimoniare?».

Il parroco si interroga con passione e anche sofferenza. Per lui queste domande non sono teoria: hanno il volto di persone con le quali si confronta direttamente e che da lui si aspettano risposte. Ma quali?

«La fedeltà alla nuova unione può in qualche misura “compensare” lo scioglimento del vincolo matrimoniale fino al punto da considerare la nuova unione come non peccaminosa? E che cosa significa che i divorziati civilmente risposati sono membra vive della Chiesa? Vuol dire che non si trovano in situazione oggettiva di peccato? Ma se non si trovano in situazione di peccato vuol dire che il matrimonio non è indissolubile?».

E poi: in che cosa deve consistere, concretamente, il discernimento che è al centro della proposta di «Amoris laetitia»? A che cosa deve tendere? Il discernimento pastorale, per esempio, può spingersi fino a ritenere che la nuova unione, vissuta nella fedeltà e nell’amore sincero, è più santa della prima, nonostante sia stata infranta l’indissolubilità?

Domande su domande. «I divorziati risposati possono essere considerati in  stato di grazia? Possono dunque ricevere l’assoluzione e accostarsi all’eucaristia anche se non rinunciano alla nuova unione e anche se non la vivono nella castità? Non dico che prima di “Amoris laetitia” fosse facile affrontare certi argomenti, ma adesso sembra diventato impossibile, perché il documento è confuso».

«Se lei mi chiede se il processo di discernimento può arrivare a sostenere l’ammissione all’eucaristia, in virtù della presenza di circostanze attenuanti, per i divorziati civilmente risposati che vivono more uxorio, io le devo dire che, a questo punto, sinceramente non lo so».

E che dire del soggettivismo che sembra essersi intrufolato nel documento? «Il fatto che una persona sia soggettivamente convinta, in coscienza, dell’invalidità del matrimonio è sufficiente per giustificare il secondo matrimonio, concedere l’assoluzione e ammettere all’eucaristia? Dopo “Amoris laetitia”, come faccio a giustificare l’impossibilità di dare la comunione a persone civilmente risposate che vivono more uxorio nella fedeltà? Il documento, anche se formalmente mi lascia libero di discernere, di fatto mi spinge a dare la comunione».

«Più leggo il testo e meno mi si chiariscono le idee. Dopo “Amoris laetitia” e la sua proposta di valutare caso per caso, come faccio a sostenere l’universalità della legge divina? Il vescovo mi dice che non sono io a dover discernere per decidere chi può e chi non può accostarsi alla comunione eucaristica: il mio ruolo deve essere quello di aiutare le persone a prendere coscienza dello stato in cui si trovano, davanti a Dio e alla Chiesa. Sono belle parole, ma, con tutto il rispetto, non tengono conto della realtà. Le persone vogliono risposte chiare. Anche le più disponibili e comprensive, che sono la maggioranza, a un certo punto chiedono di approdare a qualche risultato. E comunque non manca chi ha un atteggiamento rivendicativo: il papa ha dato il permesso, quindi lei, caro signor parroco, deve adeguarsi!».

Le domande si accumulano, le risposte si allontanano. «L’ultima volta che l’ho incontrato, il vescovo mi ha confidato: “Io tra poco me ne andrò in pensione e sono molto contento di andarci; non invidio voi che restate in prima fila, in mezzo a questa confusione”. Per lo meno è stato sincero. Resta il fatto che io mi sento a corto di risposte».
Viene in mente Bob Dylan, fresco premio Nobel: «The answer, my friend, is blowin’ in the wind». «La risposta, amico mio, soffia nel vento».
Ma è il vento dello Spirito?

di Aldo Maria Valli, da http://www.aldomariavalli.it/2016/12/24/amoria-laetitia-i-dubia-di-un-parroco-e-una-risposta-blowin-in-the-wind/

Argomento: Chiesa

 La gerarchia ecclesiastica italiana sembra ormai aver definitivamente divorziato dal popolo cattolico.

È l’impressione netta che si ricava dalle reazioni alla formazione del nuovo governo, e in particolare, per la nomina della senatrice PD Valeria Fedeli al ministero dell’Istruzione. Chi sia la senatrice Fedeli è noto, così come le sue crociate pro-gender nella scuola (noi ne abbiamo parlato ieri). E infatti dal momento dell’annuncio del nuovo governo si è creata una immediata agitazione nel mondo delle associazioni che hanno dato vita ai Family Day e tra i genitori già impegnati ad evitare che le scuole siano trasformate in campi di rieducazione, per usare un’espressione di papa Francesco.

«Questa scelta – ha detto per esempio Massimo Gandolfini, presidente del Comitato Difendiamo i Nostri Figli - ha chiaramente i toni della provocazione, se non della vendetta, verso le Famiglie del Comitato per il No, colpevoli di aver vinto il referendum». Gandolfini «assicura collaborazione per iniziative contro ogni forma di odiosa discriminazione, violenza o bullismo», ma consapevole di cosa significhi la Fedeli al Miur assicura allo stesso modo anche battaglia contro «qualsiasi tentativo di trasformare i nostri figli in cavie di sperimentazioni ideologiche». 

Che a una battaglia più aspra per la libertà di educazione e per difendere i figli bisogna prepararsi (come prima e più di prima) è chiaro anche ai parlamentari che hanno già sperimentato il “metodo Renzi-Boschi”. La deputata Eugenia Roccella, di Idea, ha parlato ad esempio – e sempre riferendosi alla scelta della Fedeli - di «stesso marchio di fabbrica del precedente sui temi etici e antropologici».

Si potrebbe continuare, ma a fare più notizia in effetti è il silenzio dei vescovi italiani, o per essere più precisi della Conferenza episcopale italiana che, per statuto, si occupa dei rapporti tra Chiesa cattolica e Stato italiano. Nulla da dire sul neo-ministro. Come interpretare questo silenzio? Sorpresa? Costernazione? Tentativo di riordinare le idee dopo un duro colpo?

Niente di tutto questo: pura e semplice connivenza con questo governo e con questa maggioranza parlamentare che – come abbiamo dimostrato nei giorni scorsi – è la più laicista e anti-famiglia della storia repubblicana. Per capire basta prendere in mano la surreale edizione di ieri del quotidiano Avvenire, organo ufficiale della CEI. Il caso Fedeli non è neanche menzionato, per Avvenire è un semplice avvicendamento che non merita più di tre parole.

In compenso l’editoriale del direttore Tarquinio, dietro al solito linguaggio clericale, esprime pieno appoggio al governo di un Gentiloni dallo «stile misurato e consapevole» (tradotto in linguaggio corrente vuol dire “siamo tutti con te”). “Il governo dei doveri” viene definito, ma invano cerchereste tra i doveri elencati dal direttore di Avvenire un pur qualche riferimento alla famiglia (peraltro scomparsa dall’orizzonte dei ministeri) o alla libertà di educazione. 

Ricordiamolo quando alla prossima occasione il direttore di Avvenire cercherà di accreditare il suo giornale in prima linea nella battaglia contro l’indottrinamento gender nella scuola o a difesa della famiglia. Balle, sono ben altre le preoccupazioni che albergano da quelle parti. Né si pensi che si tratta di una scelta autonoma del direttore. Soprattutto su certi temi a decidere è l’editore nella persona di monsignor Nunzio Galantino, segretario della CEI e plenipotenziario per i media legati alla Conferenza episcopale.

La controprova? L’altrettanto surreale comunicato dell’altra creatura affidata alle soffocanti mani di monsignor Galantino: il Forum delle Famiglie. Nessuna preoccupazione emerge dal comunicato stampa che riporta le dichiarazioni del vice-presidente del Forum Maria Grazia Colombo, solo ringraziamenti al ministro uscente Stefania Giannini (quella che “la teoria gender non esiste e se lo dite ancora vi denuncio”) e grande spirito di collaborazione con il ministro Fedeli da cui ci si attende una scuola che valorizzi tutte le sue componenti. Per concludere che «siamo a sua disposizione e le auguriamo buon lavoro». Stesi a tappetino.

La gerarchia ecclesiastica dunque va per la sua strada, ci diranno che loro non fanno muri ma costruiscono ponti. La realtà è ben diversa, questa è la strada dei mercanteggiamenti politici, dell'opzione preferenziale per il PD, degli scambi per salvare l’Otto per Mille: questa gerarchia pensa evidentemente che a salvare la presenza della Chiesa in Italia siano i soldi dello Stato e non la fede e la missione. E per questo abbandona il suo popolo che invece, seppur ridotto a minoranza, intende testimoniare nella società anche difendendo la dignità umana. Come è stato per i Family Day, ad accompagnare in questo cammino ci sono almeno singoli vescovi che non abdicano al loro ruolo, ma è ben triste constatare la diserzione dei vertici e come coloro che hanno sempre sulle labbra i poveri e il popolo sono poi quelli più pronti a sostenere il potere. 

 

Riccardo Cascioli, per http://www.lanuovabq.it/it/articoli-i-vescovi-divorziano-dal-popolo-cattolico-18364.htm

Argomento: Chiesa

 La Chiesa della misericordia di fronte ai Dubia dei cardinali:
si riscopre tribunale dell'Inquisizione

Li hanno dipinti come “vecchi rincoglioniti”, quattro cardinali isolati e fuori dal mondo, rimasuglio di una Chiesa ormai superata che vede solo la rigidità della dottrina e non capisce la Misericordia che entra nelle pieghe della vita. Insomma, uno scarto della Chiesa, un’appendice marginale neanche degna di un “sì” o un “no” alle loro domande.

Eppure devono averne una gran paura se da giorni stiamo assistendo a un crescendo di insulti e accuse pesanti, ormai un vero e proprio linciaggio mediatico, contro i quattro cardinali – Raymond Burke, Walter Brandmuller, Carlo Caffarra e Joachim Meisner – rei di aver resi pubblici cinque “Dubia” già presentati a papa Francesco riguardo all'esortazone apostolica Amoris Laetitia. Addirittura siamo arrivati a richieste di dimissioni dal collegio cardinalizio o, in alternativa, suggerimenti al Papa di togliere loro la berretta cardinalizia.

I protagonisti sono i più vari: vescovi che hanno da regolare conti personali, ex filosofi che rinnegano il principio di non contraddizione, cardinali amici di papa Francesco che malgrado l’età non hanno abbandonato i sogni rivoluzionari, intellettuali e giornalisti che si considerano “guardiani della rivoluzione”, e l’immancabile padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica e vera eminenza grigia di questo pontificato, tanto da essere conosciuto a Roma come il vice-Papa. Quest’ultimo poi, come un adolescente qualsiasi, si è reso protagonista di bravate sui social che lasciano esterrefatti: dapprima con un tweet ha apostrofato il cardinale Burke paragonandolo al “verme idiota” del Signore degli anelli (tweet poi cancellato); quindi si è messo a rilanciare tweet offensivi nei confronti dei quattro cardinali partiti dall’account “Habla Francisco” (Parla Francesco), che si è scoperto ieri riportare all’indirizzo e-mail di padre Spadaro alla Civiltà Cattolica. E poi l’immancabile Alberto Melloni, punto di riferimento della Scuola di Bologna che lavora per una riforma della Chiesa fondata sullo “spirito” del Concilio Vaticano II.

È un vero e proprio nuovo tribunale dell’Inquisizione che, colpendo i quattro, intende intimidire chiunque abbia l’intenzione di esprimere anche semplici domande, figurarsi chi volesse esternare delle perplessità.

È un atteggiamento inquietante, una difesa del Papa quanto meno sospetta da parte di chi ha apertamente contestato i predecessori di papa Francesco. E solo per aver posto delle semplici domande di chiarimento a proposito dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia che, come chiunque può constatare, ha dato origine a interpretazioni opposte e sicuramente non conciliabili. Al proposito bisogna ricordare che i “Dubia” sono uno strumento molto utilizzato nel rapporto tra vescovi e Congregazione per la Dottrina della Fede (e attraverso questa con il Papa). La novità in questo caso è semplicemente nell’aver resi pubblici questi Dubia, ma dopo ben due mesi di vana attesa di una risposta, che i quattro cardinali hanno legittimamente interpretato come un invito a proseguire la discussione.

Eppure per Melloni si tratta di «un atto sottilmente eversivo, parte di un gioco potenzialmente devastante, con ignoti mandanti, condotto sul filo di una storia medievale». Atto eversivo, spiegherà Melloni in un’altra intervista, perché fare domande significa mettere il Papa sotto accusa, un metodo da inquisizione. Cose da non credere: chiedere chiarimenti è diventata un’attività eversiva, da Inquisizione. E gli «ignoti mandanti» poi: accuse vaghe, scenari fantasiosi ma che devono dare l’impressione di una cospirazione da fronteggiare con decisione. E infatti ecco il passaggio successivo: «Chi porta attacchi come questo (…) è qualcuno che punta a dividere la Chiesa», dice. E quindi ecco le conseguenze auspicate: «…nel diritto canonico è un crimine, punibile».

Addirittura criminali, dunque, perché vogliono dividere la Chiesa. Poco importa se la realtà è esattamente opposta: la spinta a rivolgere delle domande al Papa nasce proprio dalla constatazione della divisione nella Chiesa che si è palesata con le opposte interpretazioni di Amoris Laetitia.

C’è proprio puzza di maoismo nella Chiesa, rumore di Guardie Rosse e di avanguardie rivoluzionarie; ci mancano solo i campi di rieducazione. Anzi no, pare che già ci siano anche quelli, almeno stando al solito Melloni. Infatti, ci spiega il perché papa Francesco non abbia usato nei confronti di monsignor Lucio Vallejo Balda – nelle carceri vaticane per lo scandalo Vatileaks – quella clemenza che ha invece invocato per i carcerati nei vari paesi del mondo: «A fine Giubileo si capisce il perché: papa Francesco non vedeva in quel processo una procedura penale, ma un gesto pedagogico verso gli avversari» che ora «rischiano molto». Insomma, colpirne uno per educarne cento.

Si tratta di una lettura davvero inquietante, a maggior ragione se si pensa che quanti oggi si scatenano a difesa del Papa per delle semplici domande di chiarimento che dovrebbero essere normali, fino a ieri contestavano apertamente i predecessori di papa Francesco. Anzi, vedono oggi in papa Francesco la possibilità di cancellare quanto sulla famiglia hanno insegnato Paolo VI e Giovanni Paolo II. L’enciclica Humanae Vitae (Paolo VI) e l’esortazione apostolica Familiaris Consortio (Giovanni Paolo II) sono state nel mirino di vari episcopati europei (Austria, Germania, Svizzera, Belgio) anche nel recente doppio Sinodo sulla famiglia.

E chi di costoro si è scandalizzato quando il cardinale Carlo Maria Martini ha scritto chiaro e tondo (Conversazioni notturne a Gerusalemme) che l’Humanae Vitae ha prodotto «un grave danno» col divieto della contraccezione cosicché «molte persone si sono allontanate dalla Chiesa e la Chiesa dalle persone»? E ha auspicato un nuovo documento pontificio che la superi, soprattutto dopo che Giovanni Paolo II seguì «la via di una rigorosa applicazione» della Humanae Vitae? Certamente nessuno, perché ciò che conta non è l’oggettività del Magistero (il cui riferimento è la Rivelazione di Dio), ma il progetto ideologico di queste avanguardie sedicenti interpreti della volontà popolare.

E allora c’è un’intima coerenza nel fatto che i papisti di oggi siano i ribelli di ieri. Sì, ribelli. Perché da Paolo VI in poi, questi vescovi e intellettuali, questi maestri di obbedienza al Papa, hanno dichiarato guerra al Magistero in quanto non recepiva lo spirito del Vaticano II; hanno firmato manifesti, documenti e appelli in cui contestavano apertamente il Papa regnante, fosse Paolo VI, Giovanni Paolo II o Benedetto XVI. Ricordiamo almeno il pesante documento del noto moralista tedesco Bernard Haring nel 1988 contro Giovanni Paolo II che tanto sostegno ricevette in tutta Europa, subito seguito dalla Dichiarazione di Colonia, nel 1989, dello stesso tenore, firmata da numerosi e influenti teologi tedeschi, austriaci, olandesi e svizzeri. E in Italia subito accolta con favore, tra gli altri, da quel Giovanni Gennari  che oggi fa il quotidiano custode dell’ortodossia dalle colonne di Avvenire.

Ma nello stesso anno in Italia arriva anche il Documento dei 63 teologi, una Lettera ai cristiani pubblicata sulle colonne de Il Regno, in cui si contesta apertamente il magistero di Giovanni Paolo II. E nell’elenco dei firmatari ci troviamo nomi noti che hanno imperversato in seminari e atenei pontifici negli ultimi decenni, realizzando un vero e proprio magistero parallelo di cui oggi vediamo gli amari frutti. Facevano le vittime, ma tutti hanno fatto brillanti carriere, qualcuno è anche diventato vescovo come quel monsignor Franco Giulio Brambilla, attualmente vescovo di Novara e in corsa per succedere al cardinale Angelo Scola a Milano. Ma guarda caso, tra le firme troviamo l’immancabile Alberto Melloni, con i suoi colleghi della Scuola di Bologna (Giuseppe Alberigo in testa), il priore della Comunità di Bose Enzo Bianchi, Dario Antiseri, Attilio Agnoletto.

Sono gli stessi che hanno continuato ad attaccare pubblicamente Benedetto XVI, anche con palesi prese in giro, riguardo alla corretta interpretazione del Concilio Vaticano II che Melloni, Bianchi e co. hanno sempre visto come svolta radicale e irreversibile «nella comprensione della fede ecclesiale», contro l’ermeneutica della riforma nella continuità spiegata da papa Ratzinger. E come non ricordare le vesti stracciate per la scomunica tolta ai lefevriani mentre ora neanche un sospiro si è levato di fronte alle aperture unilaterali di papa Francesco.

Sono questi i personaggi che oggi pretendono di giudicare cardinali, vescovi e laici preoccupati della grave confusione che si è creata nella Chiesa. Una banda di ipocriti e sepolcri imbiancati, che perseguono da decenni una loro agenda ecclesiale, che usano il Papa per affermare un loro progetto di Chiesa, e che oggi si permettono l’arroganza di chi pensa di essere al comando di una vincente e gioiosa macchina da guerra. Sono questi i veri fondamentalisti, sostenuti da una stampa compiacente che non vede l’ora di cancellare definitivamente ogni traccia di identità cattolica. Che però, purtroppo per loro, non soccomberà. 

Riccardo Cascioli, per http://www.iltimone.org/35380,News.html

Argomento: Chiesa

Il PM, terminate le indagini e non avendo ritenuto sussistenti gli elementi per esercitare l’azione penale, ha chiesto l'archiviazione del procedimento a carico del fondatore dei Frati Francescani dell'Immacolata. Ottima notizia.

Attendiamo ora la decisione del GIP e speriamo che accolga la richiesta dell'Ufficio del Procuratore per vedere definitivamente prosciolto p. Manelli.

E' stato scritto a proposito:
"Il castello di accuse contro Padre Manelli era assurdo ed inverosimile. 
Paradossale, incongruente e perciò falso. 
Tuttavia è stato difeso da pochi, e dentro la Chiesa nessuna parola si è alzata da un solo Vescovo a sua difesa, almeno per chiedere verità e giustizia.
 Appariva agli occhi del clericalismo dominante un reietto.  
E' stato difeso dal Signore e dalla Madre di Dio, l'Immacolata che il padre Manelli immensamente ama, che hanno istillato nei loro figli, fedeli cattolici di tutto il mondo, laici e semplici religiosi e sacerdoti, la difesa del verità e della giustizia e la riconoscenza verso la Congregazione a cui ha dato vita.
A volte è sembrata una causa persa, di fronte alla macchina da guerra ordita contro di lui ed i FFI. 

Bisognerà riflettere su chi e cosa ... ha ordito questa macchinazione e perché".

Quando finirà la persecuzione contro i frati dell'Immacolata?  
Preghiamo per " I veri sacerdoti - P.Manelli lo è - che sono malvisti e di peso nell'attuale temperie storica, nella Chiesa invasa, in punti chiave, dai modernisti e da chi ha fatto e intende portare avanti il compromesso col mondo e con i suoi poteri forti ". 

"Non vorrei mai che alcuno pagasse per le calunnie e per il dolore inferto a P.Manelli, ai Frati e alle Suore Francescani dell'Immacolata : vorrei che se ne pentisse, ad maiorem Dei gloriam, non a gloria di Padre Manelli" 

AC



PADRE MANELLI: ARCHIVIATE LE ACCUSE CONTRO IL FONDATORE DEI FRANCESCANI DELL’IMMACOLATA 


di Marco Tosatti 
 
 
Archiviate le accuse contro padre Stefano Manelli, il fondatore dei Frati Francescani dell’Immacolata. 
Dopo circa un anno di indagini, il Pubblico Ministero presso il Tribunale di Avellino, Sost. Dott. A. Del Bene, ha chiesto l’archiviazione del
procedimento nei confronti del religioso, il cui ordine é ancora commissariato, senza che sia stata data dopo anni, una motivazione valida da parte della Congregazione per i religiosi. 
 
Padre Stefano Manelli, nel recente passato era stato oggetto di una campagna di stampa particolarmente virulenta, e che sembrava in realtà mossa e ispirata da qualcuno all’interno del suo ordine religioso.
 
Accuse a effetto, dichiarazioni scandalistiche di ex suore, perfino il sospetto di un assassinio; la saga dei Francescani dell’Immacolata non si era fatta mancare nulla, e c’era stato nei mass media chi aveva seguito forse con troppo entusiasmo e senza grande spirito critico la marea interessata delle accuse. 
 
Adesso che la magistratura, con la richiesta di archiviazione, fa giustizia della campagna che potrebbe essere giudicata diffamatoria, emerge che il fondatore dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata, è stato ingiustamente accusato di aver leso l’integrità fisica e morale delle suore del convento di Frigento compiendo atti di violenza sessuale e di maltrattamenti nei confronti delle stesse. 
 
Le persone a lui vicine commentano che “L’esito delle indagini ha fatto chiarezza sulle “ipotesi di accusa” restituendo giustizia e dignità a Padre Stefano Mannelli da tempo oggetto di calunniosi e diffamatori attacchi amplificati dagli organi di stampa”. 
 
E ora che la magistratura si è espressa, che sembra che padre Manelli non abbia stuprato, maltrattato e ucciso nessuno, torna la domanda, da porre alla Congregazione per i religiosi, al suo Prefetto, e al suo Segretario: che cosa ha fatto padre Manelli; e che cosa hanno fatto i Francescani dell’mmacolata per essere trattati con tanta durezza? 
 
La cronaca, nella sua ironia, ha voluto che la notizia dell’archiviazione giungesse proprio alla it.)fine dell’anno della Misericordia… 
Argomento: Chiesa

 Quattro cardinali hanno inviato, il 19 settembre, a papa Francesco e al cardinale Gerhard Müller, prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede, una serie di questioni, nella forma canonica dei "dubia", relative all'Esortazione Apostolica Amoris Laetitia.

Riportiamo il testo integrale, firmato dai cardinali Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna, Raymond Burke, patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta, Walter Brandmüller, presidente emerito del Pontificio Comitato di Scienze Storiche e Card. Joachim Meisner, Arcivescovo emerito di Colonia.

L'appello non ha ancora ricevuto risposta.
 

Fare chiarezza.

Nodi irrisolti di "Amoris laetitia" - Un appello

 

1. Una premessa necessaria

L’invio della lettera al Santo Padre Francesco da parte di quattro cardinali nasce da una profonda preoccupazione pastorale.

Abbiamo constatato un grave smarrimento di molti fedeli e una grande confusione, in merito a questioni assai importanti per la vita della Chiesa. Abbiamo notato che anche all’interno del collegio episcopale si danno interpretazioni contrastanti del capitolo ottavo di "Amoris laetitia".

La grande Tradizione della Chiesa ci insegna che la via d’uscita da situazioni come questa è il ricorso al Santo Padre, chiedendo alla Sede Apostolica di risolvere quei dubbi che sono la causa di smarrimento e confusione.

Il nostro è dunque un atto di giustizia e di carità.

Di giustizia: colla nostra iniziativa professiamo che il ministero petrino è il ministero dell’unità, e che a Pietro, al Papa, compete il servizio di confermare nella fede.

Di carità: vogliamo aiutare il Papa a prevenire nella Chiesa divisioni e contrapposizioni, chiedendogli di dissipare ogni ambiguità.

Abbiamo anche compiuto un preciso dovere. Secondo il Codice di diritto canonico (cann. 349) è affidato ai cardinali, anche singolarmente presi, il compito di aiutare il Papa nella cura della Chiesa universale.

Il Santo Padre ha deciso di non rispondere. Abbiamo interpretato questa sua sovrana decisione come un invito a continuare la riflessione e la discussione, pacata e rispettosa.

E pertanto informiamo della nostra iniziativa l’intero popolo di Dio, offrendo tutta la documentazione.

Vogliamo sperare che nessuno interpreti il fatto secondo lo schema “progressisti-conservatori”: sarebbe totalmente fuori strada. Siamo profondamente preoccupati del vero bene delle anime, suprema legge della Chiesa, e non di far progredire nella Chiesa una qualche forma di politica.

Vogliamo sperare che nessuno ci giudichi, ingiustamente, avversari del Santo Padre e gente priva di misericordia. Ciò che abbiamo fatto e stiamo facendo nasce dalla profonda affezione collegiale che ci unisce al Papa, e dall’appassionata preoccupazione per il bene dei fedeli.

Card. Walter Brandmüller

Card. Raymond L. Burke

Card. Carlo Caffarra

Card. Joachim Meisner

*

2. La lettera dei quattro cardinali al papa

Al Santo Padre Francesco

e per conoscenza a Sua Eminenza il Cardinale Gerhard L. Müller

Beatissimo Padre,

a seguito della pubblicazione della Vostra Esortazione Apostolica "Amoris laetitia" sono state proposte da parte di teologi e studiosi interpretazioni non solo divergenti, ma anche contrastanti, soprattutto in merito al cap. VIII. Inoltre i mezzi di comunicazione hanno enfatizzato questa diatriba, provocando in tal modo incertezza, confusione e smarrimento tra molti fedeli.

Per questo, a noi sottoscritti ma anche a molti Vescovi e Presbiteri, sono pervenute numerose richieste da parte di fedeli di vari ceti sociali sulla corretta interpretazione da dare al cap. VIII dell’Esortazione.

Ora, spinti in coscienza dalla nostra responsabilità pastorale e desiderando mettere sempre più in atto quella sinodalità alla quale Vostra Santità ci esorta, con profondo rispetto, ci permettiamo di chiedere a Lei, Santo Padre, quale supremo Maestro della fede chiamato dal Risorto a confermare i suoi fratelli nella fede, di dirimere le incertezze e fare chiarezza, dando benevolmente risposta ai "Dubia" che ci permettiamo allegare alla presente.

Voglia la Santità Vostra benedirci, mentre Le promettiamo un ricordo costante nella preghiera.

Card. Walter Brandmüller

Card. Raymond L. Burke

Card. Carlo Caffarra

Card. Joachim Meisner

Roma, 19 settembre 2016

*

3. I "Dubia"

1. Si chiede se, a seguito di quanto affermato in "Amoris laetitia" nn. 300-305, sia divenuto ora possibile concedere l’assoluzione nel sacramento della Penitenza e quindi ammettere alla Santa Eucaristia una persona che, essendo legata da vincolo matrimoniale valido, convive "more uxorio" con un’altra, senza che siano adempiute le condizioni previste da "Familiaris consortio" n. 84 e poi ribadite da "Reconciliatio et paenitentia" n. 34 e da "Sacramentum caritatis" n. 29. L’espressione "in certi casi" della nota 351 (n. 305) dell’esortazione "Amoris laetitia" può essere applicata a divorziati in nuova unione, che continuano a vivere "more uxorio"?

2. Continua ad essere valido, dopo l’esortazione postsinodale "Amoris laetitia" (cfr. n. 304), l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II "Veritatis splendor" n. 79, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, circa l’esistenza di norme morali assolute, valide senza eccezioni, che proibiscono atti intrinsecamente cattivi?

3. Dopo "Amoris laetitia" n. 301 è ancora possibile affermare che una persona che vive abitualmente in contraddizione con un comandamento della legge di Dio, come ad esempio quello che proibisce l’adulterio (cfr. Mt 19, 3-9), si trova in situazione oggettiva di peccato grave abituale (cfr. Pontificio consiglio per i testi legislativi, Dichiarazione del 24 giugno 2000)?

4. Dopo le affermazioni di "Amoris laetitia" n. 302 sulle "circostanze attenuanti la responsabilità morale", si deve ritenere ancora valido l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II "Veritatis splendor" n. 81, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, secondo cui: "le circostanze o le intenzioni non potranno mai trasformare un atto intrinsecamente disonesto per il suo oggetto in un atto soggettivamente onesto o difendibile come scelta"?

5. Dopo "Amoris laetitia" n. 303 si deve ritenere ancora valido l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II "Veritatis splendor" n. 56, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, che esclude un’interpretazione creativa del ruolo della coscienza e afferma che la coscienza non è mai autorizzata a legittimare eccezioni alle norme morali assolute che proibiscono azioni intrinsecamente cattive per il loro oggetto?

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4. Nota esplicativa a cura dei quattro cardinali

IL CONTESTO

I "dubia" (dal latino: "dubbi") sono questioni formali poste al Papa e alla Congregazione per la Dottrina della Fede chiedendo chiarificazioni circa particolari temi concernenti la dottrina o la pratica.

Ciò che è particolare a riguardo di queste richieste è che esse sono formulate in modo da richiedere come risposta "sì" o "no", senza argomentazione teologica. Non è nostra invenzione questa modalità di rivolgersi alla Sede Apostolica; è una prassi secolare.

Veniamo alla concreta posta in gioco.

Dopo la pubblicazione dell’esortazione apostolica postsinodale "Amoris laetitia" sull’amore nella famiglia, si è sollevato un ampio dibattito, in particolare attorno al capitolo ottavo. Nello specifico, i paragrafi 300-305 sono stati oggetto di divergenti interpretazioni.

Per molti – vescovi, parroci, fedeli – questi paragrafi alludono o anche esplicitamente insegnano un cambio nella disciplina della Chiesa rispetto ai divorziati che vivono in una nuova unione, mentre altri, ammettendo la mancanza di chiarezza o anche l’ambiguità dei passaggi in questione, nondimeno argomentano che queste stesse pagine possono essere lette in continuità col precedente magistero e non contengono una modifica nella pratica e nell’insegnamento della Chiesa.

Animati da una preoccupazione pastorale per i fedeli, quattro cardinali hanno inviato una lettera al Santo Padre sotto forma di "dubia", sperando di ricevere chiarezza, dato che il dubbio e l’incertezza sono sempre altamente detrimenti alla cura pastorale.

Il fatto che gli interpreti giungano a differenti conclusioni è dovuto anche a divergenti vie di comprendere la vita cristiana. In questo senso, ciò che è in gioco in "Amoris laetitia" non è solo la questione se i divorziati che sono entrati in una nuova unione – sotto certe circostanze – possano o meno essere riammessi ai sacramenti.

Piuttosto, l’interpretazione del documento implica anche differenti, contrastanti approcci allo stile di vita cristiano.

Così, mentre la prima questione dei "dubia" concerne un tema pratico riguardante i divorziati risposati civilmente, le altre quattro questioni riguardano temi fondamentali della vita cristiana.

LE DOMANDE

Dubbio numero 1:

Si chiede se, a seguito di quanto affermato in "Amoris laetitia" nn. 300-305, sia divenuto ora possibile concedere l’assoluzione nel sacramento della Penitenza e quindi ammettere alla Santa Eucaristia una persona che, essendo legata da vincolo matrimoniale valido, convive "more uxorio" con un’altra, senza che siano adempiute le condizioni previste da "Familiaris consortio" n. 84 e poi ribadite da "Reconciliatio et paenitentia" n. 34 e da "Sacramentum caritatis" n. 29. L’espressione "in certi casi" della nota 351 (n. 305) dell’esortazione "Amoris laetitia" può essere applicata a divorziati in nuova unione, che continuano a vivere "more uxorio"?

La prima domanda fa particolare riferimento ad "Amoris laetitia" n. 305 e alla nota 351 a piè di pagina. La nota 351, mentre parla specificatamente dei sacramenti della penitenza e della comunione, non menziona i divorziati risposati civilmente in questo contesto e neppure lo fa il testo principale.

Il n. 84 dell’esortazione apostolica "Familiaris consortio" di Papa Giovanni Paolo II contemplava già la possibilità di ammettere i divorziati risposati civilmente ai sacramenti. Esso menziona tre condizioni:

- Le persone interessate non possono separarsi senza commettere una nuova ingiustizia (per esempio, essi potrebbero essere responsabili per l’educazione dei loro figli);

- Essi prendono l’impegno di vivere secondo la verità della loro situazione, cessando di vivere insieme come se fossero marito e moglie ("more uxorio"), astenendosi dagli atti che sono propri degli sposi;

- Essi evitano di dare scandalo (cioè, essi evitano l’apparenza del peccato per evitare il rischio di guidare altri a peccare).

Le condizioni menzionate da "Familiaris consortio" n. 84 e dai successivi documenti richiamati appariranno immediatamente ragionevoli una volta che si ricorda che l’unione coniugale non è basata solo sulla mutua affezione e che gli atti sessuali non sono solo un’attività tra le altre che la coppia compie.

Le relazioni sessuali sono per l’amore coniugale. Esse sono qualcosa di così importante, così buono e così prezioso, da richiedere un particolare contesto: il contesto dell’amore coniugale. Quindi, non solo i divorziati che vivono in una nuova unione devono astenersi, ma anche chiunque non è sposato. Per la Chiesa, il sesto comandamento "non commettere adulterio" ha sempre coperto ogni esercizio della sessualità umana che non sia coniugale, cioè, ogni tipo di atto sessuale al di fuori di quello compiuto col proprio legittimo sposo.

Sembra che, se ammettesse alla comunione i fedeli che si sono separati o divorziati dal proprio legittimo coniuge e che sono entrati in una nuova unione nella quale vivono come se fossero marito e moglie, la Chiesa insegnerebbe, tramite questa pratica di ammissione, una delle seguenti affermazioni riguardo il matrimonio, la sessualità umana e la natura dei sacramenti:

- Un divorzio non dissolve il vincolo matrimoniale, e i partner della nuova unione non sono sposati. Tuttavia, le persone che non sono sposate possono, a certe condizioni, compiere legittimamente atti di intimità sessuale.

- Un divorzio dissolve il vincolo matrimoniale. Le persone che non sono sposate non possono realizzare legittimamente atti sessuali. I divorziati e risposati sono legittimamente sposi e i loro atti sessuali sono lecitamente atti coniugali.

- Un divorzio non dissolve il vincolo matrimoniale, e i partner della nuova unione non sono sposati. Le persone che non sono sposate non possono compiere atti sessuali. Perciò i divorziati risposati civilmente vivono in una situazione di peccato abituale, pubblico, oggettivo e grave. Tuttavia, ammettere persone all’Eucarestia non significa per la Chiesa approvare il loro stato di vita pubblico; il fedele può accostarsi alla mensa eucaristica anche con la coscienza di peccato grave. Per ricevere l’assoluzione nel sacramento della penitenza non è sempre necessario il proposito di cambiare la vita. I sacramenti, quindi, sono staccati dalla vita: i riti cristiani e il culto sono in una sfera differente rispetto alla vita morale cristiana.

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Dubbio numero 2:

Continua ad essere valido, dopo l’esortazione postsinodale "Amoris laetitia" (cfr. n. 304), l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II "Veritatis splendor" n. 79, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, circa l’esistenza di norme morali assolute, valide senza eccezioni, che proibiscono atti intrinsecamente cattivi?

La seconda domanda riguarda l’esistenza dei così detti atti intrinsecamente cattivi. Il n. 79 dell’enciclica "Veritatis splendor" di Giovanni Paolo sostiene che è possibile "qualificare come moralmente cattiva secondo la sua specie […] la scelta deliberata di alcuni comportamenti o atti determinati prescindendo dall’intenzione per cui la scelta viene fatta o dalla totalità delle conseguenze prevedibili di quell’atto per tutte le persone interessate".

Così, l’enciclica insegna che ci sono atti che sono sempre cattivi, che sono vietati dalle norme morali che obbligano senza eccezione ("assoluti morali"). Questi assoluti morali sono sempre negativi, cioè, essi ci dicono che cosa non dovremmo fare. "Non uccidere". "Non commettere adulterio". Solo norme negative possono obbligare senza eccezione.

Secondo "Veritatis splendor", nel caso di atti intrinsecamente cattivi nessun discernimento delle circostanze o intenzioni è necessario. Anche se un agente segreto potesse strappare delle informazioni preziose dalla moglie del terrorista commettendo con essa un adulterio, così da salvare la patria (ciò che suona come un esempio tratto da un film di James Bond è stato già contemplato da San Tommaso d’Aquino nel "De Malo", q. 15, a. 1). Giovanni Paolo II sostiene che l’intenzione (qui "salvare la patria") non cambia la specie dell’atto ("commettere adulterio") e che è sufficiente sapere la specie dell’atto ("adulterio") per sapere che non va fatto.

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Dubbio numero 3:

Dopo "Amoris laetitia" n. 301 è ancora possibile affermare che una persona che vive abitualmente in contraddizione con un comandamento della legge di Dio, come ad esempio quello che proibisce l’adulterio (cfr. Mt 19, 3-9), si trova in situazione oggettiva di peccato grave abituale (cfr. Pontificio consiglio per i testi legislativi, Dichiarazione del 24 giugno 2000)?

Nel paragrafo 301 "Amoris laetitia" ricorda che "la Chiesa possiede una solida riflessione circa i condizionamenti e le circostanze attenuanti". E conclude che "per questo non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta ‘irregolare’ vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante".

Nella Dichiarazione del 24 giugno del 2000 il Pontificio consiglio per i testi legislativi mirava a chiarire il canone 915 del Codice di Diritto Canonico, che afferma che quanti "ostinatamente persistono in peccato grave manifesto, non devono essere ammessi alla Santa Comunione". La Dichiarazione del Pontificio consiglio afferma che questo canone è applicabile anche ai fedeli che sono divorziati e risposati civilmente. Essa chiarisce che il "peccato grave" dev’essere compreso oggettivamente, dato che il ministro dell’Eucarestia non ha mezzi per giudicare l’imputabilità soggettiva della persona.

Così, per la Dichiarazione, la questione dell’ammissione ai sacramenti riguarda il giudizio della situazione di vita oggettiva della persona e non il giudizio che questa persona si trova in stato di peccato mortale. Infatti soggettivamente potrebbe non essere pienamente imputabile, o non esserlo per nulla.

Lungo la stessa linea, nella sua enciclica "Ecclesia de Eucharistia", n. 37, San Giovanni Paolo II ricorda che "il giudizio sullo stato di grazia di una persona riguarda ovviamente solo la persona coinvolta, dal momento che è questione di esaminare la coscienza". Quindi, la distinzione riferita da "Amoris laetitia" tra la situazione soggettiva di peccato mortale e la situazione oggettiva di peccato grave è ben stabilita nell’insegnamento della Chiesa.

Giovanni Paolo II, tuttavia, continua a insistere che "in caso di condotta pubblica che è seriamente, chiaramente e stabilmente contraria alla norma morale, la Chiesa, nella sua preoccupazione pastorale per il buon ordine della comunità e per il rispetto dei sacramenti, non può fallire nel sentirsi direttamente implicata". Egli così riafferma l’insegnamento del canone 915 sopra menzionato.

La questione 3 dei "dubia" vorrebbe così chiarire se, anche dopo "Amoris laetitia", è ancora possibile dire che le persone che abitualmente vivono in contraddizione al comandamento della legge di Dio vivono in oggettiva situazione di grave peccato abituale, anche se, per qualche ragione, non è certo che essi siano soggettivamente imputabili per la loro abituale trasgressione.

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Dubbio numero 4:

Dopo le affermazioni di "Amoris laetitia" n. 302 sulle "circostanze attenuanti la responsabilità morale", si deve ritenere ancora valido l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II "Veritatis splendor" n. 81, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, secondo cui: "le circostanze o le intenzioni non potranno mai trasformare un atto intrinsecamente disonesto per il suo oggetto in un atto soggettivamente onesto o difendibile come scelta"?

Nel paragrafo 302 "Amoris laetitia" sottolinea che "un giudizio negativo su una situazione oggettiva non implica un giudizio sull’imputabilità o sulla colpevolezza della persona coinvolta". I "dubia" fanno riferimento all’insegnamento così come espresso da Giovanni Paolo II in "Veritatis splendor", secondo cui circostanze o buone intenzioni non cambiano mai un atto intrinsecamente cattivo in un atto scusabile o anche buono.

La questione è se "Amoris laetitia" concorda nel dire che ogni atto che trasgredisce i comandamenti di Dio, come l’adulterio, il furto, lo spergiuro, non può mai, considerate le circostanze che mitigano la responsabilità personale, diventare scusabile o anche buono.

Questi atti, che la Tradizione della Chiesa ha chiamato peccati gravi e cattivi in sé, continuano a essere distruttivi e dannosi per chiunque li commetta, in qualunque stato soggettivo di responsabilità morale egli si trovi?

O possono questi atti, dipendendo dallo stato soggettivo della persona e dalle circostanze e dalle intenzioni, cessare di essere dannosi e divenire lodevoli o almeno scusabili?

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Dubbio numero 5:

Dopo "Amoris laetitia" n. 303 si deve ritenere ancora valido l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II "Veritatis splendor" n. 56, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, che esclude un’interpretazione creativa del ruolo della coscienza e afferma che la coscienza non è mai autorizzata a legittimare eccezioni alle norme morali assolute che proibiscono azioni intrinsecamente cattive per il loro oggetto?

"Amoris laetitia" n. 303 afferma che "la coscienza può riconoscere non solo che una situazione non risponde obiettivamente alla proposta generale del Vangelo; può anche riconoscere con sincerità e onestà ciò che per il momento è la risposta generosa che si può offrire a Dio". I "dubia" chiedono una chiarificazione di queste affermazioni, dato che essi sono suscettibili di divergenti interpretazioni.

Per quanti propongono l’idea di coscienza creativa, i precetti della legge di Dio e la norma della coscienza individuale possono essere in tensione o anche in opposizione, mentre la parola finale dovrebbe sempre andare alla coscienza, che ultimamente decide a riguardo del bene e del male. Secondo "Veritatis splendor" n. 56, "su questa base si pretende di fondare la legittimità di soluzioni cosiddette 'pastorali' contrarie agli insegnamenti del Magistero e di giustificare un’ermeneutica 'creatrice', secondo la quale la coscienza morale non sarebbe affatto obbligata, in tutti i casi, da un precetto negativo particolare".

In questa prospettiva, non sarà mai sufficiente per la coscienza morale sapere che "questo è adulterio", "questo è omicidio" per sapere se si tratta di qualcosa che non può e non deve essere fatto.

Piuttosto, si dovrebbe anche guardare alle circostanze e alle intenzioni per sapere se questo atto non potrebbe, dopo tutto, essere scusabile o anche obbligatorio (cfr. la domanda 4 dei "dubia"). Per queste teorie, la coscienza potrebbe infatti legittimamente decidere che, in un certo caso, la volontà di Dio per me consiste in un atto in cui io trasgredisco uno dei suoi comandamenti. "Non commettere adulterio" sarebbe visto appena come una norma generale. Qua e ora, e date le mie buone intenzioni, commettere adulterio sarebbe ciò che Dio realmente richiede da me. In questi termini, casi di adulterio virtuoso, di omicidio legale e di spergiuro obbligatorio sarebbero quanto meno ipotizzabili.

Questo significherebbe concepire la coscienza come una facoltà per decidere autonomamente a riguardo del bene e del male e la legge di Dio come un fardello che è arbitrariamente imposto e che potrebbe a un certo punto essere opposto alla nostra vera felicità.

Però, la coscienza non decide del bene e del male. L’idea di "decisione di coscienza" è ingannevole. L’atto proprio della coscienza è di giudicare e non di decidere. Essa dice, "questo è bene", "questo è cattivo". Questa bontà o cattiveria non dipende da essa. Essa accetta e riconosce la bontà o cattiveria di un’azione e per fare ciò, cioè per giudicare, la coscienza necessita di criteri; essa è interamente dipendente dalla verità.

I comandamenti di Dio sono un gradito aiuto offerto alla coscienza per cogliere la verità e così giudicare secondo verità. I comandamenti di Dio sono espressione della verità sul bene, sul nostro essere più profondo, dischiudendo qualcosa di cruciale a riguardo di come vivere bene.

Anche Papa Francesco si esprime negli stessi termini in "Amoris laetitia" n. 295: "Anche la legge è dono di Dio che indica la strada, dono per tutti senza eccezione".

 

da: Corrispondenza Romana del 14/11/2016 http://www.corrispondenzaromana.it/nodi-irrisolti-di-amoris-laetitia-un-appello/

Argomento: Chiesa

Non c’è nessuna continuità tra le idee di Giovanni Paolo II e la confusione attuale.

In tanti pastori, oggi regna la diplomazia politicante anziché la pastorale evangelica.

Chi vive secondo la logica della verità, del Padre e delle differenze, è criticato, ridicolizzato, minacciato

Contro alcune tendenze nella Chiesa moderna

di Stanislaw Grygiel

 

Al ricordo di quel memorabile 22 ottobre di trentotto anni fa, mi sento oppresso più che altre volte dalle tenebre che coprono l’Europa e il popolo di Dio. I “padroni” dell’Unione europea odiano l’Europa e la demoliscono. Fanno di tutto per sigillare le sorgenti dalle quali l’Europa scaturisce. Non arrivano a comprendere che essere europeo significa qualcos’altro dall’essere suddito del loro potere. Credono che l’europeo debba sapersi sottomettere ai loro calcoli che trasformano le cose e anche gli uomini in oggetti da vendere e da comprare. Separano la libertà dalla verità, la fratellanza dal Padre e l’uguaglianza da qualsiasi differenza.
Per loro ogni uomo deve essere privo dell’identità di persona, perché solo così potrà essere disponibile a fare ciò che gli sarà imposto. Una simile dittatura non tollera che il nichilismo morale e culturale. Chi vive secondo la logica della verità, del Padre e delle differenze, chi cerca di dare parole adeguate agli uomini e alle cose, è criticato, ridicolizzato, minacciato e talvolta, come il Giusto di Platone, ucciso dagli schiavi incatenati al muro delle opinioni nella caverna. Nelle strade, nelle pagine di giornale di questa caverna in cui siamo gettati, le trombe degli schiavi delle opinioni suonano l’inno della gioia pagana che esalta l’ingenuo affidarsi alla promessa del “serpente”: “Conoscerete il bene e il male” (Gen 3, 5).

Il suono delle trombe della modernità irrompe nei matrimoni e nelle famiglie e, di conseguenza, irrompe anche nella Chiesa che in loro nasce. Distrugge le mura morali dietro le quali le persone impaurite cercano riparo. Persino molti apostoli abbandonano la via crucis o addirittura fuggono da sotto la croce per rifugiarsi nei nascondigli offerti dalla modernità. Il peggio è che alcuni di loro hanno impugnato le trombe e suonano teologicamente lo stesso inno pagano della gioia e della felicità. Come siamo lontani dalle beatitudini del Discorso sulla Montagna (cfr. Mt 5 1 e s.)!
Si sono lasciati degradare a tal punto che non si rendono conto d’avere accettato di funzionare come “utili idioti” che aiutano i padroni della modernità ad appiattire i matrimoni, le famiglie e, quindi, la Chiesa stessa a quota zero, sostenendo spudoratamente che a questa quota abbiamo a che fare con la profondità del mare. Le conseguenze del caos e della confusione da loro prodotti nelle menti e nei cuori di tanti uomini non li lasceranno, esigendo che ne rendano conto davanti al Signore dell’universo e della storia.

Mi viene alla mente la distinzione che Platone fa tra i “semplici operai” (homines fabri) e i costruttori dei ponti (ponti-fices). I “semplici operai” producono oggetti il cui commercio crea tra gli uomini legami calcolati a seconda degli interessi. Invece i ponti-fices aprono gli uomini a ricevere il dono divino, cioè il Ponte che Dio costruisce per scendere verso di loro dall’altra riva del fiume della vita. I “semplici operai” non comprendono che l’amore umano, per essere ciò che dice di essere, cioè amore, deve lasciarsi trasfigurare nell’Amore divino.
Perciò non comprendono che donare se stessi a un’altra persona significa donarsi per sempre. Chi toglie se stesso a chi si è donato, commette un furto gravissimo e rischia di prendere la via dell’adulterio.

L’antropologia degli homines fabri è basata non sull’esperienza della ricerca della verità ma sull’esperienza delle cadute e delle malattie morali. Non c’è affatto di che meravigliarsi se la pratica pastorale da loro proposta si oppone alla Parola che è la Verità, la Via e la Vita. Seguono non Cristo ma Mosè, che per la sclerosi del loro cuore (sklerocardia) aveva permesso agli ebrei di abbandonare la propria moglie e prenderne un’altra (cfr. Mt 19, 3-9). E’ una pastorale che io chiamerei diplomazia politicante piuttosto che pastorale evangelica.
Simili pastori giocano a carte truccate con gli uomini e con Dio, poiché non credono più che l’uomo sia chiamato a trascendere se stesso e camminare sul ponte ascendente che Dio ha iniziato a costruire in lui. Non credono che la grazia divina possa rendere l’uomo idoneo a una vita in castità e allora anche nel celibato. Parlano non della fedeltà con-creativa con Dio ma di quella creativa a favore della debolezza umana.
Nulla sapendo della salute e non essendo perciò capaci di diagnosticare il male, confondono le malattie con la salute. Confondono il male con il bene, il falso con il vero. Di conseguenza, invece di avere dei medici abbiamo tanti guaritori che sanno fare molte cose ma ignorano l’unum necessarium. Ubbidiscono ai “conoscitori del bene e del male” che suggeriscono loro le “nuove strategie pastorali” micidiali per la vita spirituale della Chiesa. E’ proprio a questo che mirano i padroni del mondo moderno, stringendo alleanza con gli “utili idioti”.

Alcuni osano dire che sono il pensiero filosofico e l’insegnamento di san Giovanni Paolo II ad avere aperto la porta a ciò che oggi sta accadendo. Vedono una continuità tra le sue idee e la confusione attuale. Sono d’accordo che c’è una continuità nell’insegnamento della Chiesa, ma non dobbiamo identificarlo con il caos provocato dai “semplici operai” ispirati dal postmoderno.
Uno di loro, per rafforzare le proprie opinioni in favore del trattamento più liberale dei divorziati, cita il libro “Persona e atto” di Karol Wojtyla e il Colloquio ad esso dedicato (tenuto nel 1970 non a Cracovia, come lui scrive, ma a Lublino – ne sono testimone, poiché vi ho preso parte attiva). Le analisi fatte in questo libro mostrano come l’uomo sia costituito soggetto libero, sovrano, le cui scelte sono atti dell’amore inteso come dono di sé e la cui responsabilità è legata con il suo dovere di esigere da sé anche ciò che da lui non esigono gli altri. C’è sempre il rischio di abusare del pensiero del Santo, quando non gli si è compagni nella salita verso la cima dell’atto della creazione, da dove promana la luce della verità divino-umana della persona umana.

L’oblio del fatto che il pensiero antropologico di Karol Wojtyla è nato nell’esperienza morale dell’uomo, cioè nella comunione con le altre persone e nello stesso tempo nell’esperienza della presenza di Dio in ogni uomo, nella Bibbia e nella Chiesa, permette di manipolare l’eredità di san Giovanni Paolo II, la cui comprensione della persona umana nata nella purezza del cuore e della mente combaciava con la Parola del Dio vivente, Gesù Cristo, e non invece con quella di Mosè. Qui tocchiamo un punto cruciale per la visione wojtyliana del continuo sviluppo della nostra comprensione della salvezza.

Non sarebbe possibile parlare di continuità dell’insegnamento nella Chiesa, se la Chiesa non fosse radicata nella Persona di Cristo presente nel Vangelo e nell’Eucaristia. Senza la continua adorazione di Cristo così presente in mezzo a noi, l’insegnamento nella Chiesa non sarebbe che un Talmud cristiano, cioè una raccolta di studi, di commenti, nei quali il Vangelo si rifletterebbe come il sole nella luna. I riflessi assumono diverse forme e qualità, ma non è la luna a segnare l’avvento dell’aurora.

La Parola in cui Dio crea e salva l’uomo è una sola, ma egli stesso, l’uomo, la sente più volte. Perché? Perché cambiano le situazioni nelle quali l’uomo sente ciò che Dio semel dixit. L’uomo semmai matura, radicando il proprio essere nella profondità infinita della Parola del Dio vivente. La sua maturazione avviene nel continuo ritornare al Principio in cui Dio lo sta pensando creativamente. Essa consiste nel continuo rinascere o, se si vuole, nel convertirsi al Principio, e non nelle riforme.

Proprio per questo non capisco perché certi miei amici hanno paura di pensare dell’uomo e della Chiesa in modo mistico, escatologico e verticale. Si abbassano a fare nella Chiesa la politica che in fin dei conti trasformerà la pastorale in un gioco di statistiche. Ciò non aiuta la Chiesa a dare parole adeguate al matrimonio, alla famiglia, e nemmeno a se stessa.
La rinascita, la conversione dell’uomo e della Chiesa mai sono state l’effetto di decreti scaturiti da commissioni o da discussioni che sono soltanto scambio di parole. Ogni rinascita, ogni conversione avviene nella bellezza propria dello scambio dei doni che sono le persone. I “semplici operai” che cercano di riformare la Chiesa pestano l’acqua nel mortaio. Il carattere sacramentale della Chiesa non è da pestare così.

Aiutare l’uomo moralmente malato a conoscere e a riconoscere la verità del proprio essere costituisce il primordiale amore e la primordiale misericordia che l’uomo può e deve esercitare verso gli altri. Misericordiosi sono quelli che pensano se stessi e gli altri non più secondo una logica orizzontale ma secondo quella verticale.
Le fondamenta dell’amore e della misericordia non sono gettate nelle statistiche – queste non conoscono né l’amore né la misericordia che sono per sempre – ma nella verità che, come dice la Veritatis splendor, è sempre e dappertutto, e in ogni situazione è verità. Non dimenticherò mai la risposta data da san Giovanni Paolo II alla domanda: “Se la Bibbia dovesse essere distrutta e Lei avesse la possibilità di salvarne una sola frase, quale sceglierebbe?”, “Sceglierei questa: ‘La verità vi farà liberi’”.

Non so perché, ma mentre compongo questo scritto mi è stato dato di vedere la frase scelta da san Giovanni Paolo II nel suo insieme. Gesù dice infatti: “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero i miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8, 31-32). Nel senso profondo del termine, solo la fedeltà alla persona ci fa liberi. La fedeltà alle cose ci rende schiavi.
Allora la verità desiderata dal cuore umano altro non può essere che Dio disceso e rimasto in mezzo a noi. Albeggia ormai, quando abbandoniamo le opinioni e camminiamo verso di Lui presente nel Vangelo e nell’Eucaristia, intorno alla quale si raduna la Chiesa. L’alba annuncia il sorgere del sole.
Nelle tenebre di questa notte la pallida aurora annuncia il sorgere di quel Sole che è “centro dell’universo e della storia” (Redemptor hominis, 1).
Eppure tremo. Perché?

 

 

Stanislaw Grygiel è docente ordinario di Antropologia filosofica al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia di Roma, è stato allievo di Karol Wojtyla all’Università di Lublino, diventandone poi consigliere.

http://www.ilfoglio.it/articoli/2016/10/25/chiesa-moderna-papa-giovanni-paolo-ii-religione___1-v-149808-rubriche_c379.htm

Argomento: Papa

 Mons. Becciu è noto per la misericordia verso il totalitarismo socialista di Fidel Castro e per non essersi mai accorto delle migliaia di cubani che soffrono nei campi di concentramento e in carcere.

 Ha poi diffamato (con misericordia) la Segreteria per l'economia della Santa Sede.

Pochi giorni fa ha esteso la sua opera misericordiosa a Radio Maria, definita "offensiva e scandalosa".
Ma purtroppo l'emittente cattolica ha calato come al solito le brache.

Preghiamo per il Santo Padre: perchè si lasci consigliare prima di fare altre nomine episcopali.

Terremoto e castigo divino, fulmini su Radio Maria

di Riccardo Cascioli, per La NBQ del 05-11-2016

 

E alla fine toccò anche a Radio Maria entrare nel mirino dei nuovi giudici implacabili che puniscono inesorabilmente quanti non si sottomettono alla dura legge della Misericordia. Fatto senza precedenti, è stato addirittura il numero 2 della Segreteria di Stato, monsignor Angelo Becciu, a intervenire pesantemente per ammonire Radio Maria a «correggere i toni del suo linguaggio e conformarsi di più al Vangelo e al messaggio della misericordia e della solidarietà propugnato con passione da papa Francesco specie nell’anno giubilare». Parole che sono pietre per una emittente che, pur di dimostrare fedeltà agli indirizzi pastorali di papa Francesco, ha eliminato dalla conduzione diversi collaboratori di peso. Ma cosa avrà combinato il buon padre Livio Fanzaga per meritare questa reprimenda?

In realtà padre Livio c’entra poco, il “crimine” è stato commesso da padre Giovanni Cavalcoli, teologo domenicano, durante la sua trasmissione lo scorso 30 ottobre. Secondo l’Espresso, che per primo ne ha dato notizia, padre Cavalcoli avrebbe detto che il recente terremoto è conseguenza dell’approvazione della legge sulle unioni civili. Da qui lo scatenarsi della bagarre, l’intervento di monsignor Becciu e a ruota altri vescovi, e controreplica di Cavalcoli che invita tutti a ripassare il catechismo. Ma ricostruiamo tutta la vicenda.

PADRE CAVALCOLI

Avesse veramente detto le cose come sono state riportate dalla stampa, indubbiamente padre Cavalcoli avrebbe detto qualcosa di insostenibile, come del resto aveva già spiegato Gesù: «Quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (Lc. 13, 4-5). Il disastro naturale non è la punizione diretta per un peccato, piuttosto costituisce un invito alla conversione.

Ma per tornare a padre Cavalcoli, in realtà il suo discorso è stato molto più articolato nel tentativo di rispondere a un ascoltatore sul tema delle conseguenze del peccato mortale e dell’eventuale relazione tra peccati mortali e terremoti. Padre Cavalcoli ha spiegato il significato di peccato mortale; ha affermato che le catastrofi naturali sono conseguenza del peccato originale; è stato molto prudente nel collegare il terremoto alla conseguenza di gravi peccati come quello dell’approvazione delle unioni civili «per non trarre conclusioni che rischierebbero quasi la superstizione»; ma allo stesso tempo ha detto che sì, può essere anche pensato come «castigo divino» ma non nel «senso afflittivo» quanto «nel senso di richiamo alle coscienze».

LA STAMPA

I giornalisti ci hanno messo un po’ ma alla fine l’Espresso è uscito denunciando la “frase choc” di radio Maria: “il terremoto è la punizione per la legge sulle unioni civili”. Una semplificazione scorretta, una evidente strumentalizzazione. All’inizio la frase viene attribuita a padre Livio, poi corretta: responsabile del misfatto è padre Cavalcoli, che immediatamente si ritrova nel tritacarne dell’informazione. A ruota arrivano tutti i giornali, ovviamente nessuno si disturba a verificare quanto abbia effettivamente detto. E allora quella frase, così ingiusta nei confronti degli sfollati del Centro Italia, arriva ai piani alti del Vaticano…

MONSIGNOR BECCIU

… e il numero 2 della Segreteria di Stato, monsignor Becciu, interpellato dall’ANSA, non si fa pregare e spara a zero:  «Sono affermazioni offensive per i credenti e scandalose per chi non crede», dice monsignor Becciu che, dopo aver impartito altre lezioni di misericordia, allarga il discorso dal singolo intervento all’attività della radio: «Radio Maria deve correggere i toni del suo linguaggio e conformarsi di più al Vangelo e al messaggio della misericordia e della solidarietà propugnato con passione da papa Francesco specie nell'anno giubilare». Seguono le scuse alle vittime del terremoto. 

L’intervento del Sostituto alla Segreteria di Stato vaticana, come prevedibile, fa il giro del mondo. E a ruota lo seguono altri vescovi: monsignor Domenico Pompili, vescovo di Rieti, parla di «scempiaggini blasfeme»; e monsignor Antonio Napolioni, vescovo di Cremona, non può «tacere davanti alle bestemmie che vengono elargite da pulpiti digitali, stampati o parrocchiali quando si attribuisce al terremoto la valenza di "castigo di Dio per le unioni civili"». È chiaro che nessuno di loro ha ascoltato o letto per intero l’intervento di padre Cavalcoli, sono bastate poche righe sui giornali di regime per decretare la sentenza. E del resto padre Cavalcoli, immediatamente accalappiato dai conduttori del programma radiofonico La Zanzara, non fa nulla per placare la tempesta, magari spiegando la differenza fra ciò che aveva detto e ciò che è stato riportato, anzi rincara la dose citando anche Sodoma e Gomorra.

RADIO MARIA

Prima ancora che monsignor Becciu scagliasse i suoi fulmini, nel tentativo di prevenire la tempesta Radio Maria si era affrettata a smentire il coinvolgimento di padre Livio e a prendere le distanze da padre Cavalcoli, di cui però – sul sito dell’emittente - veniva correttamente riportato audio e trascrizione completa dell’intervento: «Le espressioni riportate – si legge nel comunicato – sono di un conduttore esterno, fatte a titolo personale, e non rispecchiano assolutamente il pensiero di Radio Maria al riguardo». Evidente l’imbarazzo per un “incidente” che rischia di far saltare delicati equilibri ecclesiali a danno dell’emittente. Imbarazzo tale da non tentare neanche di chiarire cosa ha effettivamente detto padre Cavalcoli, abbandonato così al suo destino. Ma l’intervento di monsignor Becciu dimostra che, malgrado l’estrema abnegazione con cui padre Livio sostiene la linea pastorale del pontificato – fedele allo statuto dell’emittente –, a Roma ci sono molti che non amano Radio Maria e il rilancio dei messaggi di Medjugorje.

Fa comunque molto riflettere la pesantezza dell’intervento di monsignor Becciu, che non ha assolutamente precedenti. Considerando le vere e proprie eresie che spesso vengono diffuse da giornali ed emittenti cattoliche anche istituzionali senza che dai vertici Cei o vaticani venga articolato un solo suono, il siluro lanciato per una interpretazione tendenziosa di un intervento lascia stupefatti. Non può poi certo essere ignorato il fatto che monsignor Becciu non si è limitato a stigmatizzare l’infelice uscita di padre Cavalcoli, ma ha voluto regolare i conti con la conduzione di Radio Maria in generale. Cambi linguaggio e si converta al messaggio della Misericordia, ha detto chiaramente; e non si sa con quale autorità visto che Radio Maria non dipende dalla Santa Sede.

Ma si capisce che in questo clima di pacificazione con il mondo, la nomenclatura non tollera neanche che si usi un concetto come “castigo”, che pure ha fondamento biblico e si trova anche in una preghiera popolare come l’Atto di dolore («…peccando ho meritato i Tuoi castighi»). Nessuno credo abbia in mente di proporre l’idea di un Dio vendicativo ma fare credere alla gente che il peccato non abbia conseguenze temporali, oltre che eterne, è un inganno bello e buono.

E questo, pur lasciando in pace le popolazioni vittime del terremoto, che hanno bisogno di aiuti materiali ma anche di preghiere, non certo di battaglie ideologico-religiose e di regolamenti di conti giocati sulla loro pelle.

 

Argomento: Attualità

  Mentre l'attenzione dei cattolici italiani veniva deviata sull'assurda diatriba "se Dio punisca o no", si è svolta a Roma un incredibile "marcia": per la prima volta nella storia, una Conferenza Episcopale ha dato il suo appoggio ad un evento promosso dalla lobby che più di ogni altra ha attaccato la famiglia, la vita nascente, la fecondazione artificiale, la droga: il Partito Radicale.

 

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In psicologia la resilienza indica la capacità d’affrontare, contro tutto e contro tutti, le avversità in cui si sia immersi.

A modo suo, il «Gruppo di San Gallo», spiazzato dall’elezione di Benedetto XVI, fu dunque resiliente, seppe cioè far buon viso a cattiva sorte e lavorare in vista di tempi migliori, tempi che effettivamente per quel sodalizio giunsero col Pontificato Bergoglio, cui tanto si dedicò, preparandone il terreno.

La stessa cosa sta avvenendo con l’adesione sì-no-forse della Cei alla IV «Marcia per l’amnistia, la giustizia, la libertà», promossa per questa domenica dal Partito Radicale, non a caso intitolandola a Marco Pannella ed a papa Francesco, non a caso proprio in concomitanza col Giubileo dei Carcerati. Tale adesione è lampante nelle dichiarazioni attribuite lo scorso 19 ottobre da Radio Radicale al Sottosegretario e portavoce della Cei, don Ivan Maffeis; è più sfumata, invece, e ridotta ad una semplice “condivisione d’intenti” in una sua precisazione successiva. Non è dato sapere se davvero si sia trattato di un semplice equivoco con una parziale, ma intempestiva rettifica, o se viceversa la ridda di proteste subito levatesi dal mondo cattolico abbia suggerito una rapida marcia indietro.

Comunque sia, tale sostegno, che ha giustamente scandalizzato molti, in realtà non dovrebbe stupire. Come già fece il «Gruppo di San Gallo», operante a lungo dietro le quinte, anche in questo caso è evidente un lavoro di silente e meticolosa preparazione durato non anni, bensì decenni e manifestatosi in modo esplicito solo una volta conquistate posizioni di vertice ed una volta raggiunte consolidate probabilità di successo.

Così non stupisce che, alla notizia della morte del leader radicale, L’Osservatore Romano lo abbia ricordato come «protagonista tra i più noti della vita politica italiana, portando avanti battaglie appassionate contro la pena di morte, contro la fame nel mondo e per il miglioramento delle condizioni dei carcerati», senza cenni espliciti ad aborto, divorzio e dintorni; non stupisce, perché già nel 2010 lo stesso direttore del quotidiano della Santa Sede, Giovanni Maria Vian, incoraggiò l’avvio di un dialogo con Pannella ed Emma Bonino.

Non è uscita dal cilindro l’idea d’individuare nella situazione carceraria l’humus del compromesso radical-ecclesiale, poiché già ripetuti e chiari furono in passato i segnali in tal senso. Nell’aprile 2012 i Vescovi della Basilicata, all’unanimità, aderirono alla Marcia organizzata dai Radicali a Roma, schierandosi a favore dello svuotamento delle carceri. Marcia, cui annunciarono la propria partecipazione anche don Andrea Gallo, don Antonio Mazzi, don Luigi Ciotti, 20 cappellani delle carceri ed un’ampia rappresentanza del volontariato cattolico.

Solo sei mesi dopo, il 23 ottobre, dai microfoni di Radio Radicale, l’allora direttore dell’Ufficio Comunicazione della Cei, mons. Domenico Pompili, annunciò di condividere la battaglia per l’amnistia promossa dai Radicali e di aderirvi anche a nome della Cei. Mons. Pompili ha fatto carriera: l’anno scorso papa Francesco lo ha nominato Vescovo di Rieti.

Sempre secondo Radio Radicale, lo stesso Pontefice, quando due anni fa chiamò Pannella al telefono, gli avrebbe assicurato sostegno «contro questa ingiustizia» ovvero contro le condizioni detentive nelle carceri italiane.

Così anche le frequenti visite, compiute da mons. Vincenzo Paglia al capezzale di Pannella, non furono né sorprendenti, né casuali: Il Fatto Quotidiano dello scorso 20 maggio ha anzi specificato come mons. Paglia – peraltro da poco nominato da papa Francesco Gran Cancelliere dell’Istituto Giovanni Paolo II e presidente della Pontificia Accademia per la Vita – conoscesse e frequentasse il leader radicale «dai primi anni Novanta» e lo definisse, con ammirazione, uno che «ha speso la vita negli ideali in cui ha creduto». L’elenco potrebbe continuare: tutti gesti, segni e parole assolutamente convergenti e certo frutto non del caso, vogliono anzi dire qualcosa.

Quel che è certo è che da tempo qualcuno premeva e qualcun altro pazientemente tesseva le trame, per giungere a “reclutare” la Cei nella marcia radicale di questa domenica, col pieno avallo del Segretario generale della Conferenza episcopale, mons. Nunzio Galantino. La giornalista Costanza Miriano ha parlato di «un gesto fatto non in un momento d’entusiasmo», bensì di «una scelta ragionata». Più che ragionata, è stata proprio meditata. E’ diverso.

E’ in quest’ottica che si comprende come mai improvvisamente le posizioni dei Radicali su divorzio, aborto, eutanasia, eugenetica, fecondazione assistita, “nozze” gay, legalizzazione delle droghe con relative «sale da iniezione» siano state messe in secondo piano, bypassate in questo convinto plauso accordato dalla Cei alla marcia “Pannella-Bergoglio”, senza nemmeno più citarle, benché mai rinnegate dall’impenitente partito, neppure sfiorato dall’eventualità d’aver sostenuto con esse posizioni frontalmente contrarie al diritto naturale ed ai principi non negoziabili.

Non son trascorsi molti anni da quel 2011, in cui i Radicali invocarono a gran voce l’imposizione dell’Ici alla Chiesa per tutte le sue attività “commerciali” (o presunte tali), in singolare sincronia con l’identica richiesta mossa da Gustavo Raffi, all’epoca Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia.

Non son trascorsi molti anni da quel 2012, in cui i Radicali invocarono a gran voce la prostituzione tassata, il testamento biologico, nonché l’abolizione dell’otto per mille alla Chiesa Cattolica, con tanto di «presidio anticoncordatario» davanti all’ambasciata italiana presso la Santa Sede, al grido di «Abrogare il Concordato, denunciare il Trattato».

E come dimenticare lo sconcertante spot pro-eutanasia, promosso da una delle più importanti sigle della galassia radicale, l’associazione Luca Coscioni, con l’allucinante slogan «A.A.A. Cerchiamo malati terminali per ruolo da protagonista. Anche prima esperienza».

Ma di tutto questo non v’è traccia nell’acritico sostegno accordato dalla Cei alla marcia pannelliana. Un sostegno, che viene da lontano

(M. F. per http://www.corrispondenzaromana.it/notizie-brevi/cei-e-marcia-radicale-un-abbraccio-che-viene-da-lontano/).

Argomento: Vita

 "Le iniziative di Stati e governi che aprono le porte senza chiedere agli immigrati un minimo di regole e di assenso ai valori e alle leggi dei propri paesi sono insostenibili"

 

Migranti, la rivolta di Gorino e le colpe dei governi

 

 

Mentre infiammano le polemiche sulla rivolta che ha portato al rifiuto di oltre una decina di immigrati da un ostello di Gorino, in provincia di Ferrara, e mentre si accusano i residenti di razzismo, si rischia però di dimenticare l’origine del problema: “Il dramma  - spiega alla Nuova BQ L'Arcivescovo di Ferrara-Comacchio, Luigi Negri - di un’immigrazione massiccia e regolata con approssimazione”. La prefettura ha infatti ordinato la requisizione della struttura alle 12.55 di lunedì annunciando l’arrivo immediato dei migranti e costringendo i proprietari a cancellare le prenotazioni, generando la ribellione dei cittadini. Proprio in questi giorni anche in Francia la polizia, nel mirino degli immigrati, ha protestato contro il governo che, mentre si avvicinano le elezioni, si rifiuta di prendere provvedimenti contro i delinquenti che assediano le caserme. “Una convivenza è possibile solo a partire da regole comuni e queste si insegnano attraverso una politica che non fa dell’integrazione una bandiera pericolosa ma un obiettivo da raggiungere”.

Sua Eccellenza, la vostra diocesi ha espresso solidarietà a quanti sono stati respinti dall’ostello, come si spiega invece la reazione dei cittadini ferraresi?

Come ho sempre ricordato parlando di immigrazione, il rifiuto all’ospitalità, anche la più faticosa, è contrario ad una coscienza cattolica. Ma è chiaro che questa affermazione solenne deve poi fare i conti con una realtà che si fa di giorno in giorno sempre più problematica ed esclusiva. Infatti, le due affermazioni che si ripetono e che sembrano contrastarsi, quelle del “tutti dentro” o all’opposto del “tutti fuori”, sono entrambe ideologiche e quindi anziché risolvere o integrare generano esattamente l’opposto: esclusione ed esasperazione.

Quali soluzioni suggerisce invece uno sguardo cristiano?

Una visione autenticamente cristiana, e quindi realista, suggerisce ad esempio l’accoglienza secondo un numero che permetta davvero di realizzarla. Altrimenti si produce sia lo sconvolgimento dell’esistenza civile dei cittadini sia degli stranieri. Questo sconvolgimento è aggravato dal fatto che l’Italia apre le porte da sola, mentre l’Europa stenta a farsi carico del problema. Su questo concordo con il Presidente del Consiglio, per cui non possiamo fare da soli quello che gli altri non fanno.

Eppure il governo spinge i Comuni ad ospitare gli immigrati tramite bonus economici, mentre in Francia la polizia sta protestando. Cosa ne pensa?

Non sono un politico, posso però fare una considerazione personale: le iniziative di Stati e governi che aprono le porte senza chiedere agli immigrati un minimo di regole e di assenso ai valori e alle leggi dei propri paesi sono insostenibili. Noi cristiani vogliamo aiutare la gente, tanto che la Diocesi ha offerto le proprie strutture e il proprio aiuto nel pensare a un piano di accoglienza, ma sappiamo che le iniziative populiste con il fine di guadagnare consenso e voti peggiorano solo la situazione di tutti. E’ così evidente l’insostenibilità della vicenda che anche la brava gente o la polizia, esasperate, sono spinte a gesti di protesta. La responsabilità principale è dei governi: dovrebbero badare di più alla realtà dei propri cittadini che alle ideologie perseguite da anni senza più governare in maniera quantomeno corretta.  

Cosa intende per corretta?

Non basta accogliere, bisogna preparare i propri cittadini all’accoglienza. Inoltre, occorre integrare davvero, dandosi cioè un obiettivo fondamentale per permettere la convivenza. Ad esempio, non si può non chiedere a chi emigra in Europa di sottoscrivere alcuni valori sostanziali, non si può non domandare il rispetto per la dignità di ogni essere umano e il rifiuto dello strapotere dei maschi sulle femmine. Infine, non si può non pretendere il riconoscimento della divisione fra legge civile e religiosa, la cui confusione farebbe retrocedere la nostra civiltà di mille anni. Occorre incentrare l’integrazione sulla comune ragione che unisce gli uomini, da qualsiasi regione o religione del mondo essi provengano, nel riconoscimento della legge naturale. Solo da qui può partire un cammino che porti all’obiettivo dell’integrazione. Attenzione quindi alla mediocrità e all’approssimazione che creano disastri molto più gravi di quelli che si dice di voler risolvere.

Un’altra soluzione l’hanno proposta recentemente alcuni prelati nigeriani, libici, siriani e iracheni che hanno chiesto all’Occidente di smettere di promettere accoglienza, illudendo quanti lasciano tutto per un sogno che spesso si trasforma nell’incubo della delinquenza.

La posizione di questi prelati è di assoluto realismo. Un realismo che distingue i pastori preoccupati della vita dei loro figli e anche del bene comune dei paresi in cui vivono, da quanti parlottano sui mass media per interessi politici di parte. Ho visto e letto interviste fatte a questa povera gente immigrata, gente illusa da chi invoca l’accoglienza, magari sorvolando sugli incidenti e i morti prodotti dagli scafisti che cariano la gente su barconi fatiscenti a prezzi esorbitanti. Questa è una forma di schiavitù sostanziale di persone che, se non muoiono prima, vengono poi abbandonate dai nostri Paesi, incapaci di integrare, alla delinquenza. Possiamo, per aderire ad una visione ideologica essere conniventi con questa situazione? Vorrei capire cos’è davvero questa "comunità internazionale" che dovrebbe affrontare questi problemi, mentre dal predicare un’accoglienza come responsabilità obiettiva passa nei fatti a una connivenza con la delinquenza. 

di Benedetta Frigerio
26-10-2016
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-migranti-la-rivolta-di-gorino-e-le-colpe-dei-governi-17834.htm

Argomento: Politica

 Motivazioni e moventi veri di Lutero

by · 14 settembre 2016

 

Con il termine “Riforma” s’intende quella importante rivolta religiosa che diede vita al Protestantesimo. Rivolta che ebbe origine con Martin Lutero (1483-1546), il quale, nella notte del 31 ottobre del 1517, espose al pubblico 95 tesi con cui si scagliò contro la Chiesa cattolica.

Perché nacque la Riforma? Prima di tutto va negato ciò che solitamente si afferma e cioè che la Riforma sarebbe nata dalla cosiddetta “vendita delle indulgenze”. In quegli anni si costruiva la nuova Basilica di San Pietro e per finanziare i lavori si decise di raccogliere in tutta la cristianità offerte per lucrare indulgenze. In Germania l’operazione venne affidata ad un personaggio tutt’altro che edificante, Johan Tetzel. Ma attenzione: questo non fu il vero motivo della nascita della Riforma!

Un altro mito da sfatare è quello secondo cui Lutero avrebbe voluto solo “riformare” la Chiesa. Faccio un esempio per farmi capire. Se prendo un vaso prezioso molto impolverato, un conto sarebbe se mi limitassi a spolverarlo, facendolo tornare alla lucentezza originaria, altro se lo scagliassi a terra facendolo in mille pezzi e poi pretendessi di ricostruirlo a mio piacimento. “Riformare” significa tornare alla forma originaria (ri-formare); ebbene, Lutero non riformò ma distrusse tutto. Un solo esempio: su sette sacramenti ne conservò solo due: il Battesimo e l’Eucaristia (ma sarebbe meglio dire uno e mezzo, poi vedremo perché).

Torniamo alle indulgenze. Che la Chiesa del tempo non navigasse in buone acque, è vero. Era quello un periodo assai triste e non era raro trovare cardinali e prelati che preferissero la lettura di Orazio e Seneca piuttosto che delle Scritture. Ma Lutero era fin troppo intelligente per non poter capire che la possibile non santità degli uomini di Chiesa non compromette la santità della Chiesa stessa. Lo aveva capito san Francesco, certamente più sapiente di Lutero ma indubbiamente meno colto, figuriamoci se non lo poteva capire lui, il monaco che tradurrà l’intera Bibbia in tedesco moderno. Tanto lo poteva capire che quando nel 1510 andò a Roma, da novizio, non si scandalizzò della corruzione nei sacri palazzi e concluse così come dovrebbe saper concludere ogni cristiano: un conto è la fallibilità degli uomini altro la santità della Chiesa. Ma poi, dopo l’affissione delle 95 tesi, iniziò ad affermare che il Vescovo di Roma (cioè il Papa) era un “anticristo”, e ciò indipendentemente dal comportamento, degno o indegno che fosse. Insomma, è Lutero stesso a dirlo: non faccio quello che faccio perché scandalizzato da monsignor Tizio o da monsignor Caio, ma perché la Chiesa così com’è non è la chiesa di Cristo. Scrisse a papa Leone X una lettera che accompagnava il suo trattato Sulla libertà religiosa: «Mi sono scagliato contro le dottrine empie, e ho severamente criticato i miei avversari, non a causa dei loro cattivi costumi, ma a causa della loro empietà».

Per quanto invece riguarda il secondo mito (cioè che Lutero avrebbe voluto solo riformare la Chiesa), basti vedere ciò che fece il monaco tedesco. Abolì: il sacerdozio ministeriale, il primato di Pietro, il potere temporale. Affermò la salvezza solo attraverso la Fede, una giustificazione non reale ma apparente (la Grazia non rende veramente giusti ma spinge Dio a considerare giusto l’uomo quando invece non lo è davvero), la libera interpretazione delle Scritture. Negò l’esistenza del Purgatorio. Ridusse i sacramenti da sette a due: Battesimo ed Eucaristia; ma, come ho detto prima, sarebbe meglio dire a uno e mezzo, perché dell’Eucaristia rifiutò il concetto di transustanziazione per accettare solo quello di consustanziazione. In parole più semplici: con l’Eucaristia, secondo Lutero, l’ostia non si trasformerebbe solo in Corpo di Gesù, ma, accanto alla sostanza dell’ostia ci sarebbe la sostanza del Corpo di Gesù. Ciò comportava l’impossibilità di adorare il Santissimo Sacramento perché l’adorazione sarebbe stata rivolta non solo al Corpo di Gesù ma anche all’ostia e ciò avrebbe comportato un atto d’idolatria. Si capisce bene come questa teoria luterana costituisca la possibilità per i suoi seguaci di arrivare a negare totalmente la presenza reale di Gesù nell’ostia consacrata. Infine Lutero apportò modifiche sostanziali alla cristologia.

Dunque, Lutero non fu spinto da ciò che solitamente si dice: corruzione della Chiesa, “vendita delle indulgenze” e quant’altro. Ci fu dell’altro. Visto poi che è sapienza comune del cristiano il saper distinguere tra santità della Chiesa e peccabilità degli uomini di Chiesa, non ci si accorge che se si afferma che tutto ciò che Lutero fece, lo fece solo perché scandalizzato dalla corruzione della Chiesa del tempo (e molto spesso questo lo si dice per motivi ecumenici), a pagarne le conseguenze è la stessa memoria di Lutero. In tal caso, infatti, Lutero figurerebbe come un personaggio dall’intelligenza e dalla preparazione teologica tutt’altro che interessanti.

Allora quali furono i veri motivi che spinsero Lutero? Mi sembra che si possano ridurre almeno a tre. Uno culturale, uno filosofico ed un altro psicologico.

Il motivo culturale ci fa capire che Lutero era figlio dei suoi tempi; tempi di successo dell’umanesimo e del filologismo come “segni” di un evidente antiautoritarismo. Per umanesimo s’intende un vasto movimento culturale e spirituale sorto nei primi decenni del 1400 in Italia, incentrato sullo studio e sulla valorizzazione dell’uomo. Per filologismo s’intende lo studio critico dei testi comprendente la ricerca delle fonti e la loro analisi. L’abolizione luterana del Primato di Pietro, del sacerdozio ministeriale e del Magistero sono segni chiari di questo rifiuto del concetto di autorità.

Passiamo al motivo filosofico. I tempi di Lutero segnavano il trionfo del cosiddetto nominalismo (negazione del valore degli universali) che fu un’estremizzazione della ragione per cui i fatti e le idee erano messi sullo stesso piano. Questo nominalismo avrebbe determinato nel protestantesimo tanto una causa scatenante quanto una causa reagente. Causa scatenante: il razionalismo che venne fuori dal nominalismo facilitò l’insorgere del soggettivismo (senza gli universali non è possibile la metafisica e, senza la metafisica, è possibile solo il soggettivismo). Causa reagente: la reazione allo scetticismo del razionalismo nominalistico condusse facilmente alla fiducia nella sola fede, cioè al fideismo; e infatti il Protestantesimo è convintamente fideista.

E infine il motivo psicologico. Lutero, in realtà, non aveva la vocazione né alla vita monastica né al sacerdozio; da qui la sua infelicità. Una tesi molto accreditata afferma che quando era all’Università di Erfurt, si batté a duello con un compagno, Gerome Bluntz, uccidendolo. Ed entrò nel monastero degli agostiniani solo per sfuggire alla giustizia. Lui stesso lo dice: «Mi sono fatto monaco perché non mi potessero prendere. Se non lo avessi fatto, sarei stato arrestato. Ma così fu impossibile, visto che l’ordine agostiniano mi proteggeva». Questa assenza di vocazione lo rese nevrotico e infelice. Si narra che durante la sua prima Messa, al momento dell’offertorio, stava per fuggire e fu trattenuto dal suo superiore.

Potremmo chiederci: ma se eventualmente si sbaglia la vocazione, è possibile mai che il Signore non dia la grazia sufficiente per andare avanti? Certamente. Il problema di Lutero fu un altro e cioè che non volle rendersi docile alla Grazia. Quando si abbandona tutto e si tradisce la verità è sempre perché si è prima abbandonato la preghiera. Lutero stesso scrisse nel 1516, cioè prima della svolta della sua vita: «Raramente ho il tempo di pregare il Breviario e di celebrare la Messa. Sono troppo sollecitato dalle tentazioni della carne, del mondo e del diavolo».

Fu così che credette di trovare la soluzione della sua infelicità nella Lettera ai Romani (1,17): «Il giusto vivrà per la sua fede». Per la salvezza non occorre nessun sforzo di volontà se non quello di abbandonarsi ciecamente alla fede nel Signore (fideismo).

In Lutero dunque si ritrova tanto il volontarismo quanto il fideismo. Il volontarismo: darsi una vocazione che non si ha; il fideismo: negare totalmente qualsiasi contributo della volontà. Due errori completamente diversi, ma, proprio perché errori, dalla origine comune.

L’ipotesi di una successione diacronica di volontarismo e di fideismo in Lutero troverebbe conferma negli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola, contemporaneo di Lutero, che impostò la spiritualità del suo Ordine (i Gesuiti) in chiara prospettiva antiluterana. Scrive sant’Ignazio: «Ci sono tre tempi o circostanze per fare una buona e sana elezione. Il primo: è quando Dio nostro Signore muove e attrae tanto la volontà che, senza dubitare né poter dubitare, l’anima devota segue quello che le è mostrato, come fecero san Paolo e san Matteo nel seguire Cristo nostro Signore. Il secondo: quando si riceve molta chiarezza e conoscenza per mezzo di consolazioni e desolazioni, e per l’esistenza del discernimento degli spiriti. Il terzo: è il tempo di tranquillità. L’uomo, considerando prima perché è nato, e cioè per lodare Dio nostro Signore e salvare la sua anima, e desiderando questo, elegge come mezzo uno stato o un genere di vita nell’ambito della Chiesa, per essere aiutato nel servizio del suo Signore e nella salvezza della propria anima. È tempo di tranquillità quello in cui l’anima non è agitata da vari spiriti e usa delle sue potenze naturali liberamente e tranquillamente». Dunque, dice sant’Ignazio, è molto importante non sbagliare la propria vocazione avendo come unico scopo quello di rendere gloria a Dio.

Che ci sia anche un’allusione all’esperienza di Martin Lutero?

http://www.civiltacristiana.com/motivazioni-e-moventi-veri-di-lutero/

Argomento: Chiesa

  Lutero: qualche spunto di realtà

 

Nel 1510 Martino Lutero, allora monaco agostiniano, si recò a Roma per portare una lettera di protesta in merito a una diatriba interna al suo Ordine. La volgata protestante vorrebbe che, di fronte al desolante spettacolo di decadenza ("una cloaca", dirà lui in riferimento sia all'Urbe che alla Chiesa), il monaco di Wittemberg fosse rimasto scioccato. Il ché avrebbe innescato in lui prima il rigetto, poi il dubbio e infine la ribellione. Dunque, una reazione forse esagerata ma tutto sommato giustificata.

 

 
Un'attenta lettura delle fonti originali ci fa vedere, invece, uno spirito irrequieto e già incline alla ribellione. Forse è il caso di gettare uno sguardo su alcuni di questi documenti, che altro non sono che le stesse opere (Werke) di Martino Lutero, nelle due edizioni ufficiali: quella di Wittemberg (1551) e quella di Weimar (1883). Conviene anche rilevare che gli autori citati — Emme, Brentanno, De Wette e Bruckhardt — sono tutti protestanti.

 

1. La "vocazione" religiosa di Lutero


L'ingresso di Martino Lutero nell'Ordine agostiniano non fu dovuto tanto ad una vocazione religiosa quanto al fatto che era latitante e voleva sfuggire alle autorità. Quando era studente di Diritto all'Università di Erfurt, Lutero si batté a duello con un compagno, Gerome Bluntz, uccidendolo. Per sfuggire alla giustizia, egli entrò allora nel monastero degli Eremiti di S. Agostino (1). Lo stesso Lutero ammise il vero motivo del suo ingresso in monastero: "Mi sono fatto monaco perché non mi potessero prendere. Se non lo avessi fatto, sarei stato arrestato. Ma così fu impossibile, visto che tutto l'Ordine Agostiniano mi proteggeva" (2).


Purtroppo, nel monastero non imparò a diventare buono. Egli stesso confessava in un sermone del 1529: "Io sono stato un monaco che voleva essere sinceramente pio. Al contrario, però, sono sprofondato ancor di più nel vizio. Sono stato un grande furfante ed un omicida" (3). La sua vita spirituale era in rovinoso declino. Nel 1516, Lutero scrisse: "Raramente ho il tempo di pregare il Breviario e di celebrare la Messa. Sono troppo sollecitato dalle tentazioni della carne, del mondo e del diavolo" (4). Ancora nel 1516 egli dichiarava: "Confesso che la mia vita è sempre più prossima all'inferno. Giorno dopo giorno divento più abietto" (5).


Nel convento, Lutero era soggetto a frequenti crisi di nervi, ad allucinazioni deliranti, in preda anche a segni di possessione. Nel guardare il crocifisso egli spesso era assalito da convulsioni e cadeva a terra (6). Quando celebrava la Messa, era preso dal terrore: "Arrivato all'Offertorio ero così spaventato che volevo fuggire. Mormoravo ‘Ho paura! Ho paura!'" (7).


Agitato, nervoso, continuamente in crisi, tentato dal diavolo (che, secondo lui, gli appariva in forma di un enorme cane nero col quale condivideva perfino il letto) roso dai rimorsi, Lutero cominciò a formarsi l'idea che fosse predestinato alla dannazione eterna, e questo gli faceva odiare Dio: "Quando penso al mio destino dimentico la carità verso Cristo. Per me, Dio non è che uno scellerato. L'idea della predestinazione cancella in me il Laudate, è un blasphemate che mi viene allo spirito" (8).


Lutero, insomma, si immaginava già nell'inferno: "Io soffrivo le torture dell'inferno, ne ero divorato. Mi assaliva perfino la tentazione di bestemmiare contro Dio, quel Dio rozzo, iniquo. Io avrei mille volte preferito che non ci fosse Dio!" (9).

 

2. L'apostasia di Lutero. La dottrina della giustificazione


Lutero non faceva nulla per lottare contro i suoi difetti. I suoi confratelli agostiniani lo descrivevano come "nervoso, di umore molto sgradevole, arrogante, ribelle, sempre pronto a discutere e ad insultare". Egli stesso dirà di sé: "Io mi lasciavo prendere dalla collera e dall'invidia" (10).


Eccitato da cattive letture, orgoglioso al punto di non accettare nessuna autorità, Lutero cominciò a contestare diversi punti della dottrina cattolica fino a rigettarli quasi completamente.


Lutero difendeva le sue rivoluzionarie idee in modo arrogante, ritenendosi "l'uomo della Provvidenza, chiamato per illuminare la Chiesa con un grande bagliore". "Chi non crede con la mia fede è destinato all'inferno — proclamava —  La mia dottrina e la dottrina di Dio sono la stessa cosa. Il mio giudizio è il giudizio di Dio" (11).


In un'altra lettera ecco cosa dice di se stesso: "Non vi sembra un uomo stravagante questo Lutero? Quanto a me, penso che egli sia Dio" (12). Sulle sue dottrine egli asseriva ancora: "Sono certo che i miei dogmi vengono dal cielo. Io vincerò, il Papato crollerà nonostante le porte dell'inferno!" (13).


Fu in queste lamentevoli condizioni spirituali che, verso la fine del 1518, successe ciò che Lutero stesso ha chiamato «das Turmerlebnis», l'avvenimento della Torre, vero punto di partenza del protestantesimo. In cosa è consistito questo «Turmerlebnis»? Lutero stava, molto prosaicamente, seduto al WC nella torre che serviva di bagno del monastero, quando improvvisamente ebbe un'"illuminazione" che lo fece "pensare in un'altro modo":


"Le parole giustizia e giustizia di Dio — scrive Lutero  — si ripercuotevano nel fondo della mia coscienza come un fulmine che distrugge tutto. Io ero paralizzato e pensavo: Si Dio è giusto, egli punisce. E, siccome continuavo a pensare a ciò, sono improvvisamente venute al mio spirito le parole di Habacuc: Il giusto vive della fede. E ancora: La giustificazione di Dio si manifesta senza l'azione della legge. A partire da questo punto, io ho cominciato a pensare in altro modo" (14).


Questo "altro modo" era la dottrina della giustificazione per la sola fede, indipendente dalle opere, la pietra angolare del protestantesimo.


Secondo Lutero, i meriti sovrabbondanti di Nostro Signore Gesù Cristo assicurano agli uomini la salvezza eterna. All'uomo, quindi, basta credere per salvarsi: "Il Vangelo non ci dice cosa dobbiamo fare, esso non esige niente da noi. (...) [Il Vangelo dice semplicemente] credi e sarai salvato" (15)


Di conseguenza, su questa terra possiamo anche condurre una vita di peccato senza rimorsi di coscienza né timore della giustizia di Dio, poiché basta avere fede che siamo già salvati: "Anche se ho fatto del male, non importa. Cristo ha sofferto per me. A questo si riduce il cristianesimo. Dobbiamo sentire che non abbiamo peccato, anche quando abbiamo peccato. I nostri peccati aderiscono a Cristo, che è il salvatore del peccato" (16).


Lutero anzi sosteneva che, per rafforzare la nostra fede, dobbiamo peccare sempre di più. Così rimarrà chiaro che è Cristo che ci salva e non noi. Quest'idea Lutero la sintetizzava nella sua nota formula: esto peccator et pecca fortiter. In una lettera all'intimo amico Melantone del 1° agosto 1521, Lutero afferma: "Sii peccatore e pecca fortemente ma con ancora più fermezza credi e rallegrati in Cristo. (...) Durante la vita presente dobbiamo peccare" (17).


Scrivendo a un'altro seguace, Lutero diceva ugualmente: "Devi bere con più abbondanza, giocare, divertirti e anche fare qualche peccato. (...) In caso il diavolo ti dica: Non bere! Tu devi rispondere: in nome di Gesù Cristo, berrò di più! (...) Tutto il decalogo deve svanirsi dagli occhi e dall'anima" (18).


A un'altro amico, egli scrisse ancora: "Dio ti obbliga solo a credere. In tutte le altre cose ti lascia libero e signore di fare quello che vuoi, senza pericolo alcuno di coscienza. Egli non se ne cura, quando anche lasciassi tua moglie, abbandonassi il tuo padrone e non fossi fedele ad alcun vincolo" (19).


Ovviamente, le conseguenze dell'applicazione di queste dottrine non potevano essere altro che il dilagare del peccato e del vizio. Lutero stesso lo ammette. Per quanto riguardava i suoi seguaci protestanti, egli scriveva: "Sono sette volte peggiori di una volta. Dopo la predicazione della nostra dottrina, gli uomini si sono dati al furto, alla menzogna, all'impostura, alla crapula, all'ubriachezza e a ogni genere di vizi. Abbiamo espulso il demonio — il papato — e ne sono venuti sette peggiori" (20).

 

3. Un uomo pieno di vizi


Il primo a piombare nel vizio è stato proprio lui. Il 13 giugno 1521, scrisse a Melantone: "Io mi trovo qui insensato e indurito, sprofondato nell'ozio, pregando poco e senza più gemere per la Chiesa di Dio, perché nelle mie carni indomite ardo di grandi fiamme. Insomma, io che dovrei avere il fervore dello spirito, ho il fervore della carne, della libidine, della pigrizia, dell'ozio e della sonnolenza" (21).


In un'altro scritto, Lutero è altrettanto chiaro: "Sono un uomo esposto e coinvolto nella vita di società, nella crapula, nelle passioni carnali, nella negligenza ed in altre molestie" (22).


Lutero rapì dal convento una monaca cistercense, Caterina Bora, e la prese per amante. Nel 1525, "per chiudere le cattive lingue", secondo quanto dichiarava, l'ha sposata, nonostante tutte e due avessero fatto voto di castità. Lutero aveva una chiara nozione della riprovevole azione che aveva compiuto. Egli scrisse al riguardo: "Con il mio matrimonio sono diventato così spregevole che gli angeli rideranno di me e i demoni piangeranno" (23).


Ma Caterina non fu l'unica donna nella sua vita. Egli aveva la brutta abitudine di avere rapporti carnali con monache apostate, che egli stesso addescava dai conventi. Su di lui scrive il suo seguace Melantone: "Lutero è un uomo estremamente perverso. Le suore che egli ha tirato fuori dal convento lo hanno sedotto con grande astuzia ed hanno finito col prenderlo. Egli ha con loro frequenti rapporti carnali" (24).


Lutero non faceva segreto della sua immoralità. In una lettera all'amico Spalatino leggiamo infatti: "Io sono palesemente un'uomo depravato. Ho tanto a che fare con le donne, che da un po' di tempo sono diventato un donnaiolo. (...) Ho avuto tre mogli allo stesso tempo, e le ho amate così ardentemente che ne ho perse due, andate a vivere con altri uomini" (25).


Lutero aveva anche il vizio dell'ubriachezza e della gola. "Nel bere birra — affermava — non c'è nessuno che si possa paragonare a me". E in una lettera a Caterina, diceva: "Sto mangiando come un boemio e bevendo come un tedesco. Lodato sia Dio!" (26). Verso la fine della vita, l'ubriachezza lo dominava totalmente: "Spendo le mie giornate nell'ozio e nell'ubriachezza" (27).

 

4. Bestemmiatore


Ma forse in nessun altro campo si è manifestato tanto il cattivo spirito di Lutero quanto nella sua tendenza a bestemmiare, specie contro la Chiesa ed il Papato. Seguono alcuni esempi, tutti tratti dalle sue lettere e sermoni:


"Certamente Dio è grande e potente, buono e misericordioso, ma è anche stupido. È un tiranno" (28).

"Cristo ha commesso l'adulterio una prima volta con la donna della fontana di cui ci parla Giovanni. Non si mormorava intorno a lui: Che ha fatto dunque con essa? Poi ha avuto rapporti sessuali con Maria Maddalena, quindi con la donna adultera. Così Cristo, tanto pio, ha dovuto anche lui fornicare prima di morire" (29).


Lutero fa di Dio il vero responsabile del tradimento di Giuda e della rivolta di Adamo. "Lutero — commenta lo storico protestante Funck Brentano — arriva a dichiarare che Giuda, tradendo Cristo, agì per imperiosa decisione dell'Onnipotente. La sua volontà [di Giuda] era diretta da Dio; Dio lo muoveva con la sua onnipotenza. Lo stesso Adamo, nel paradiso terrestre fu costretto ad agire come agì. Egli fu messo da Dio in una situazione tale che gli era impossibile non cadere" (30).


"Tutte le case chiuse, tutti gli omicidi, le morti, i furti e gli adulteri sono meno riprovevoli che l'abominazione della Messa papista" (31).


Non meraviglia che, mosso da tali idee, Lutero scrivesse a Melantone a proposito delle sanguinose persecuzioni di Enrico VIII contro i cattolici inglesi: "È permesso abbandonarsi alla collera, quando si sa che specie di traditori, ladri e assassini sono i papi, i loro cardinali, i loro legati. Piacesse a Dio che vari re di Inghilterra si impegnassero a farli scomparire" (32).


"Perché non acchiappiamo papa, cardinali e tutta la cricca della Sodoma romana e ci laviamo le mani con il loro sangue?" (33).

 
"La corte di Roma è governata per un vero Anticristo, di cui ci parla S. Paolo. (...) Credo di poter dimostrare che, nei giorni nostri, il Papa è peggio dei turchi" (34).


"Così come Mosè ha distrutto il vitello d'oro, così dobbiamo fare noi con il papato, fino a ridurlo in ceneri. (...) Vorrei abolire tutti i conventi, vorrei farli sparire, raderli al suolo (...) affinché di essi non rimanga sulla terra neanche la memoria" (35).


Nella risposta alla bolla di scomunica, Lutero scrisse con arroganza: "Io e tutti i servi di Gesù Cristo riteniamo ormai il trono pontificio occupato da Satana, come la sede dell'Anticristo, noi ci rifiutiamo di ubbidire" (36).


Lutero è morto in mezzo a orribili bestemmie contro il Papato, contro la Chiesa e contro i santi. Sentendo arrivare la fine, ha dettato una "preghiera" che finiva così: "Muoio odiando il Papa. (...) Vivo, io ero la tua peste, morto sarò la tua morte, o Papa!"

di Julio Loredo
per: http://www.atfp.it/2004/94-dicembre-2004/459-lutero-la-realta-dei-fatti.html

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Note

1. Dietrich Emme, Martin Luther, Seine Jugend und Studienzeit 1483-1505. Eine dokumentarische Darstellung, (Bonn, 1983).

2. In Dietrich Emme, Warum ging Luther ins Kloster? In Theologishes, 1984, pp. 6188-6192.

3. Id. Ibid. Emme cita il documento originale: Wa W, 29, 50, 18.

4. W.M.L. de Wette, Luther, M., Briefe, Sendshreiben und Bedenken vollstandig Gesammelt, Berlino, 1825-1828,  I, p. 41.

5. Id., ibid., I, 323.

6. Franz Funck Brentanno, Luther, Parigi, Grasset, 1934, pp. 29-39.

7. Martin Luther,  Werke, ed. Weimar, 1883, I, 487. Tischrede del 5 maggio 1532.

8. Brentanno, op. cit., p. 53.

9. Id., ibid., p. 32.

10. Id., ibid.

11. D. Martin Luther, Werke, ed. di Weimar, 1883, X, 2, Abt. 107.

12. Martin Luther, Werke, ed. di Wittemberg, 1551, t. IV, p. 378.

13. D. Martin Luther, Werke, Weimar, X, 2, Abt. 184.

14. Brentanno, op. cit., pp. 65-73.

15. D. Martin Luther, Werke, Weimar, XXV, 329.

16. Id. Ibid., XXV, 331.

17. De Wette, op. cit., II, p. 37.

18. De Wette, op. cit., ibid.

19. Werke, ed. Weimar, XII, p. 131.

20. Werke, ed Weimar, XXVIII, p. 763.

21. De Wette, op. cit., II, p. 22.

22. De Wette, op. cit., I, 232.

23. De Wette, op. cit., III, 2,3.

24. De Wette, op. cit., III, 3.

25. De Wette, op. cit., III, 9.

26. In Carl August Burkardt, Dr. Martin Luther, Briefwechsel, Leipzig, 1886, p. 357.

27. De Wette,op. cit., II, 6.

28. Martin Luther,  Tischreden, No. 953, Werke, ed. Weimar, I, 487.

29. Martin Luther, Tischreden, No. 1472, Werke, ed Weimar, XI, 107.

30. Brentanno, op. cit., p. 246.

31. Martin Luther, Werke, ed. Weimar,  XV, 773-774.

32. Brentanno, op. cit., p. 354.

33. Id., ibid., p. 104.

34. Id., ibid., p. 63.

35. Martin Luther, Werke, ed. Weimar, VIII, 624.

36. Citato Brentanno, op. cit., p. 100.

Argomento: Chiesa

 Mons. Galantino manda la CEI alla marcia dei radicali: offesa non solo per i cattolici, ma per tutti gli italiani.
Galantino vada a casa subito, senza "se" e senza "ma".

Perché la CEI alla marcia dei radicali?

di Costanza Miriano

 

Non è rabbia, non è delusione. È un dolore lancinante, quello che provo, nel leggere che la CEI dà la sua convinta adesione alla marcia per l’Amnistia, la Giustizia, la Libertà intitolata a Marco Pannella e Papa Francesco organizzata per il 6 novembre a Roma dal Partito Radicale Transnazionale Nonviolento e Transpartito in occasione del Giubileo dei carcerati.

È un dolore perché amo di un amore filiale la Chiesa, sposa di Cristo, la amo come la mia vera famiglia, le sono riconoscente e le devo tutto, cioè il battesimo, i sacramenti che solo attraverso le sue mani ricevo, il catechismo, cioè la verità su me stessa.

Ma che sta succedendo? I nostri pastori? I nostri padri nella fede? Quelli che hanno il dovere di confermarci? Quelli che hanno il compito altissimo di annunciare Gesù Cristo crocifisso e risorto agli uomini?
Perché marciano con il partito che più di tutti ha contribuito con le sue battaglie di morte a cambiare la mentalità profonda dell’uomo contemporaneo, sempre più lontano da Dio?

Il compito della Chiesa è prima di tutto annunciare, con amore, all’uomo la verità su se stesso, non difendere i diritti umani: se non partono da Dio i diritti umani sono opinabili, relativi.
Perché un carcerato, che sia colpevole o innocente, va difeso (e io dico che va difeso!) e un bambino, sicuramente innocente, nella pancia della mamma, no?
Lo sanno, i radicali, che il Giubileo annuncia la remissione delle colpe per la salvezza eterna, e non il miglioramento della qualità della vita nelle carceri? Che c’entrano con il Giubileo persone, rispettabilissime, che non credono però nella vita eterna?

È ovvio che la CEI e  i cristiani tutti siano a favore della dignità dei carcerati. Io direi che ogni uomo che sia degno di questo nome lo è. Chi è a favore di detenzioni disumane? Chi desidera che i carcerati, già dolorosamente provati della loro libertà, stiano male (se non altro perché poi escono più arrabbiati e pericolosi di prima)? Chi è per la violenza? Chi è per la guerra? Chi è per la fame? Questi sono valori umani minimi, impossibile non condividerli.
Ma perché marciare con i radicali, quelli che si vantano di aver maciullato con le loro mani (e le pompe di bicicletta) migliaia di feti, di bambini nelle pance delle donne?
Ricordiamo che con il loro partito transnazionale, grazie a finanziamenti mondiali, i radicali hanno contribuito a rendere possibile il fatto che oggi abbiamo una candidata alla presidenza dell’impero che si è detta favorevole all’aborto al nono mese con schiacciamento della testa del bambino mentre esce dall’utero, tecnicamente un omicidio in piena regola.

Perché la Chiesa continua a non essere originale?
Non ha senso che per cercare di attirare i cuori dei ragazzi – che desiderano l’Assoluto – facciamo i concerti per i ggiovani (con due g) invitando artisti, spesso di mezza tacca, nella speranza che per sentire le loro canzoni i ragazzi si bevano anche qualche predica. Io agli eventi organizzati dalla sposa di Cristo voglio sentir parlare dello Sposo, se voglio ascoltare il cantante x – spesso non credente – vado al suo concerto.

Perché scimmiottiamo il mondo?
La risposta secondo me è semplice: non ci crediamo più neanche noi, che essere cristiani è tutta un’altra cosa. E’ entrare nella vita del battesimo, o almeno desiderarlo ardentemente, e quindi tutto il resto impallidisce al confronto, e lo spettacolino magari è pure bello, ma è un’altra cosa.

Se qualcuno dovesse ritirar fuori la vecchia roba dei muri e dei ponti: non sto dicendo che se una PERSONA che ha idee radicali dovesse avere bisogno di qualcosa non si debba essere pronti persino a dare la vita per lei.
Sto dicendo che le IDEE radicali sono irrevocabilmente, strutturalmente, irrimediabilmente, profondamente e totalmente contro Dio, che è il Dio della vita, che è il Dio che ci chiede di ascoltare la sua voce di Padre che ama e che sa qual è il meglio per noi, mentre l’uomo disegnato dai radicali è un uomo che sa solo lui cosa è bene per sé, che decide della vita sua e di quella dei più deboli, i feti, i malati che è meglio far morire di fame e di sete.

Noi dobbiamo amare le persone radicali, ma dobbiamo odiare le loro idee.
Le dobbiamo odiare proprio per amor loro.
Perché queste idee, che mettono l’uomo al centro del suo mondo, impediscono di mettere al centro del cuore Cristo, e quindi impediscono la felicità. (E le persone radicali che ho conosciuto erano infelici).
Proprio perché amiamo le persone radicali dobbiamo sperare che siano in grado di “comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza,  l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza”.

Ero indecisa se scrivere queste parole, ma oggi alla messa, oltre alla lettera agli Efesini appena citata, che era la prima lettura, ci si è messo pure il Vangelo, e mi ha convinta. È quello in cui Gesù dice di essere venuto a portare divisione sulla terra.Fuoco. Il battesimo! Se in una famiglia ci sono cinque persone “saranno divisi tre contro due e due contro tre” dice Gesù.
Alza muri anche Gesù? Ovviamente no.
Sta parlando della divisione che c’è tra chi cerca di vivere secondo il battesimo e chi no. Non è divisione nel senso di rancore, cattiveria, odio, ovviamente. E’ che si entra in un’altra dinamica di vita e quindi si può vivere vicini, condividere tante cose, compreso l’impegno per i carcerati, per l’ambiente, contro la fame, contro la guerra, ma non si condivide l’intimo respiro che sta dentro ogni cosa.

Scrive don Giussani in “Il cammino al vero è un’esperienza” – che provvidenzialmente, parlando di tutt’altro, un amico mi ha spedito stamane – “Un cristianesimo filtrato dalla nostra saggezza, ridotto a noi, porta all’equivoco e non alla testimonianza, genera compromesso con gli avversari e non vittoria della nostra fede. Non si può annacquare il vino di Dio con l’acqua dei suoi avversari. Non si afferma il cristianesimo sottacendo gli aspetti della sua verità. Amare gli altri non è dimenticare ciò che ci distingue da loro per cercare punti d’accordo. Non ameremo gli altri se innanzitutto noi non portiamo loro la Realtà per cui non siamo come gli altri, la Realtà cioè che viene da Cristo”

E, se non sono presuntuosa nel chiosare Giussani, gli avversari non sono mai le persone, ma le bugie di cui loro sono ostaggio. Volere il loro vero bene significa annunciare la verità, quella che la Chiesa col suo deposito ci garantisce non essere una proiezione delle nostre fantasie.

È vero, il Papa parla di “piccoli passi” per non essere violenti nei confronti di chi non ha il dono della Fede, e probabilmente la decisione di dare la convinta adesione alla marcia radicale viene dal desiderio di obbedire al Papa.
Mi chiedo solo se sia stato correttamente interpretato. Un conto è non essere violenti – che so, fare una contro manifestazione in opposizione a quella radicale – un conto è aderire convintamente a quella marcia.
Per me la più grande violenza che si possa fare a qualcuno è di lasciarlo nel suo buio, nella sua bugia, nel suo errore.
È non fargli la carità.
La carità del pane (delle ciabatte i pennarelli i bagnoschiuma le penne i calzini che Padre Maurizio raccoglie da noi tutte le settimane per i detenuti, per esempio), ma anche, insieme, la carità della verità.

Dice il Papa che dobbiamo far interrogare l’altro con la nostra bontà, e solo se e quando ce lo chiederà, potremo rispondere in nome di Chi compiamo certi gesti.
È vero, non dobbiamo mettere la Verità davanti a noi, come uno stendardo, un gonfalone che ci ingombra e ci impedisce di guardare l’altro negli occhi.
Ma non possiamo neanche seguire il gonfalone degli altri, se, e sottolineo se, davvero crediamo che quello stendardo porta alla morte.

Sensibilizziamo dunque l’opinione pubblica sul tema delle carceri, e tanti amici cristiani si danno da fare concretamente per loro, ma non dimentichiamo che ci stiamo a fare su questa terra.
Non a combattere per un mondo migliore, ma a cercare Dio. E se non lo annuncia più la Chiesa, chi lo farà?
Se il sale perde sapore, con che saleremo?

Lo dico quindi, con rispetto filiale, con il dolore di una figlia grande che vede i genitori sbagliare: pastori, siate uomini, e tornate a fare i padri.
Se non dovete fare i vescovi pilota, e non lo avete fatto anche quando era il vostro popolo, il popolo della vita, le famiglie, i padri e le madri, i bambini, a chiedervelo supplicante, non fatelo neanche quando a chiedervelo è il popolo della morte.

https://costanzamiriano.com/2016/10/20/perche-la-cei-alla-marcia-dei-radicali/

Argomento: Chiesa

 Si espande la sottomissione di una parte del clero al mondo, ma qualcuno non ci sta. Due casi di resistenza da imitare: a Savona e ad Anversa. Un Vice-sindaco e degli studenti non accettano il nuovo corso.

Rinfresco in parrocchia dopo il rito civile gay: il vicesindaco Maineri contro don Cozzi

Valeria Pretari per la: La Stampa

Mancano ormai pochi giorni al primo matrimonio gay di Ceriale e già in paese non si parla d’altro. Pomo della discordia è la sala parrocchiale dell’oratorio di Sant’Eugenio, concessa dal parroco alla coppia arcobaleno per il rinfresco dopo il rito civile in Comune, in programma lunedì.

Una notizia che ha diviso il paese a metà tra chi in fondo nella scelta del prete non ci vede nulla di male e chi invece la ritiene una stonatura che si poteva evitare.

A gridare per primo allo scandalo è stato il vicesindaco Eugenio Maineri: «Non mi stupisco che questo episodio accada in una diocesi già coinvolta in passato in numerosi scandali. Sono basito che questa unione venga festeggiata in un locale di proprietà della parrocchia con il suo benestare. A me risulta che la Chiesa si sia schierata contro le unioni di coppie dello stesso sesso e concedere la sala per brindare a questo evento è come appoggiare platealmente questo matrimonio».

Per nulla scomposto dalle polemiche e dalle voci, che in questi giorni si sono rincorse in paese è il parroco don Antonio Cozzi: «Questi due ragazzi sono cittadini come gli altri e non ritengo di aver sbagliato nell’aver concesso la sala parrocchiale. La Chiesa accoglie chiunque, io non giudico le scelte personali e le vite dei miei parrocchiani, il mio compito è tendere la mano a tutti, senza giudicare, bisogna essere misericordiosi».

Continua Maineri: «Non condivido questa scelta, anzi il prossimo anno per protesta durante la processione patronale di San Rocco non sarò di certo in prima fila vicino al parroco, ma chiuderò il corteo al fondo. Per me, parafrasando una celebre frase manzoniana: questo rinfresco non s’ha da fare». 

«No monsignore, quello che propone non è cattolico».
Studenti contro il vescovo di Anversa, che vuole benedire le unioni gay

«No monsignore, quello che propone non è cattolico». Così l’Unione degli studenti cattolici fiamminghi di Anversa ha risposto con un comunicato al proprio vescovo, monsignor Johan Bonny, che in una recente intervista a De Morgen ha affermato che la Chiesa cattolica dovrebbe riconoscere le unioni tra gay, lesbiche e bisessuali. «Penso che la Chiesa – ha dichiarato – dovrebbe essere più aperta nel riconoscere la qualità di fondo delle coppie omosessuali, lesbiche e bisessuali. I valori di fondo sono per me più importanti della forma istituzionale: l’etica cristiana difende la relazione stabile o quella dove esclusività, fedeltà e cura per l’altro abbiano un ruolo centrale».

RICONOSCERE UNIONI GAY. Già collaboratore del cardinale Walter Kasper al Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, il vescovo di Anversa, che l’anno prossimo potrebbe sostituire l’arcivescovo di Malines-Bruxelles André-Joseph Léonard, ha aggiunto che «la Chiesa deve riconoscere la qualità fondamentale di una relazione diversa [da quella tra uomo e donna]. (…) Come nella società esistono diversi quadri legali per i partner, così dovrebbe essere in seno alla Chiesa, che dovrebbe avere diverse forme di riconoscimento per diversi tipi di relazione».

«OMOSESSUALI DA SEMPRE BENVENUTI». Gli studenti cattolici hanno contestato il vescovo perché le sue parole, secondo loro, «darebbero a intendere che attualmente gli omosessuali non hanno un posto nella Chiesa. Questo è palesemente sbagliato perché (…) la Chiesa è aperta a tutte le persone, a prescindere dall’orientamento sessuale. Anche gli omosessuali, e non ci sarebbe bisogno di dirlo, sono i benvenuti».

MATRIMONIO E SESSUALITÀ. Ma parlando di riconoscere le unioni omosessuali, continuano gli studenti, «monsignor Bonny varca la frontiera della decenza e della morale. (…) Il matrimonio, sacramento istituito da Gesù, è aperto all’uomo e alla donna, che si uniscono liberamente. La sessualità esperita all’interno del matrimonio ha come obiettivo la riproduzione umana e la crescita della famiglia e la Chiesa non la ammette al di fuori del matrimonio tanto per le coppie gay quanto per quelle eterosessuali». E se la Chiesa non accetta i matrimoni tra omosessuali «è perché la sessualità non può essere asservita al suo scopo».

OMOFOBIA. Questa presa di posizione degli studenti cattolici ha suscitato la reazione dei Giovani socialisti di Anversa, che hanno criticato la «visione angosciante dell’omosessualità all’interno della Chiesa» e denunciato l’associazione studentesca cattolica per «omofobia».


di Leone Grotti, per Il Timone
Argomento: Chiesa

 Montini: Lutero falso riformatore;
la sua è la religiosità dell’uomo cieco sui misteri di Dio

 Dalla prefazione di mons. Giovanni Battista Montini al libro di Jacques Maritain Tre Riformatori. Lutero, Cartesio, Rousseau (Morcelliana, 1928)

 

«Il libro […] rintraccia le origini del soggettivismo contemporaneo, in cui si vuole dai più ravvisare quel peculiare carattere che costituisce la modernità del pensiero, e che una esperienza altrettanto dolorosamente moderna denuncia come causa delle tre grandi rivoluzioni, eufemisticamente chiamate riforme – religiosa con Lutero, filosofica con Cartesio, sociale con Rousseau –, di cui soffre l’anima e il secolo nostro, e di cui, infatuata com’è di quei dogmi riformatori, l’età nostra non riesce a scoprire né rimedio, né scampo.

Così che se coloro i quali della modernità si gloriano, come della propria ragione di vivere e di pensare, potessero persuadersi non essere tale modernità svincolata da una esorbitante influenza del passato, […] sarebbero indotti a riconoscere nel relativismo individualista, prodotto dal soggettivismo, non già una fonte ed una veste di libera personalità, ma un abbandono inavvertito e spesso servile all’opprimente gioco delle condizioni esteriori in cui essi hanno cominciato a studiare e a pensare.

[…] la triplice riforma, la quale voleva non solo mutare, ma addirittura abbattere il principio della tradizione con il principio individualista, non [ha] fatto altro che inaugurare un’altra tradizione, a cui non il dogma del vero oggettivo è sostegno, ma il dogma arbitrario e asseverante del riformatore.

[…] quando il seguace dei riformatori, ch’è il figlio del nostro mondo attuale, dopo d’essersi riconosciuto discepolo, passi a riconoscere il valore dei maestri suoi, e possa accorgersi che ad essi una sola cosa mancò – quella propria ch’è da tutti invece loro attribuita come eminentemente illustrata e vissuta, e per la quale divennero celebri -, da quale stupore, da quale disillusione e forse da quale umile e benefico desiderio di novità antica, non dovrà sentirsi sorpreso?

Poiché a Lutero mancò la religione, a Cartesio la ragione, a Rousseau la moralità sociale, non già perché rispettivamente essi abbiano verbalmente negato tale campo di loro competenza, o in esso non abbiano prodotto grandissime opere e causato durevolissime conseguenze, ma perché, riformatori volendo essere, e radicali, in realtà o in genere, negarono il principio delle cose prese a riformare; così che da Lutero ai nostri giorni, la religione piegò in religiosità, rimanendo senza altro contenuto che l’emozione dell’uomo rifatto cieco sui misteri di Dio; dopo Cartesio la filosofia si umiliò nel dubbio, fino a disperare del vero, e restar paga delle proprie esperienze immanentistiche; e la società, che in Rousseau vide il sistematore nuovo, tumultuò e perdette il primitivo amore che l’unificava, e decadde così, lottando e soccombendo travagliata da furori sovversivi e anarchici.

Perciò se la sapienza di queste limpide pagine potesse convincere qualche giovane che s’ha da esser cauti a parlar di riforme, cioè ad inventare sistemi nuovi e mai prima scoperti, e a procedere nel pensiero e nella vita con la spavalda e avventurosa libertà degli egoisti e dei rivoluzionari, credo che sarebbe raggiunto scopo sufficiente e opportuno anche per i nostri tempi e per il nostro paese».

 

Da: http://www.iltimone.org/35222,News.html

Argomento: Chiesa

 Clamoroso autogol della TV di Galantino: il film "Cristiada", trasmesso in prima serata, mostra come la rivolta armata è non solo lecita ma anche doverosa per un cattolico. Può portare il martirio e la santificazione. E la vittoria per la causa della fede.

La Storia della Chiesa smentisce certe teorie pacifiste che trovano ancora spazio anche tra alcuni vescovi.
Incorrotto il corpo del piccolo guerriero che ha offerta la vita per Cristo Re: re dei cuori, ma anche delle nazioni.

 

La canonizzazione del martire cristero José Sanchez Del Rio

(di Cristina Siccardi) José Sanchez Del Rio, che morì a 14 anni in difesa della fede cattolica per amore di Cristo Re e della Madonna, sarà canonizzato il 16 ottobre prossimo da Papa Francesco, il quale visitò la sua tomba durante il viaggio apostolico del febbraio scorso. Nel bellissimo film Cristiada questo giovane ed eroico martire compare con lo stendardo raffigurante la Madonna di Guadalupe. «Cara mamma», scrisse prima di morire sul biglietto che sarà rinvenuto sul suo corpo, «mi hanno catturato, stanotte sarò fucilato. Ti prometto che in Paradiso preparerò un buon posto per tutti voi. Il tuo José che muore in difesa della fede cattolica per amore di Cristo Re e della Madonna di Guadalupe».

Egli nacque il 28 marzo 1913 a Sahuayo de Morelos, in Messico, nel tempo in cui governava il Presidente Plutarco Elías Calles, a capo di un governo massonico e socialista, propugnatore di leggi anticattoliche e laiciste. La persecuzione ai danni della Chiesa messicana fu feroce, l’obiettivo era quello di annientarla: scuole cattoliche e seminari chiusi, sacerdoti sottoposti all’autorità civile, preti stranieri espulsi. La popolazione non poteva sfuggire alla scelta, o rinunciare alla fede o perdere il lavoro. Di fronte a tutto ciò si sollevò una ardita, valorosa e fiera insurrezione, così forte da ricordare la resistenza vandeana ai tempi della Rivoluzione francese. Un esercito, composto da contadini, operai, studenti… difese il proprio Credo e per farlo fu costretto ad impugnare le armi. Ecco, dunque, formarsi l’esercito dei Cristeros, sostenitori del Regno sociale di Nostro Signore Gesù Cristo. «¡Viva Cristo Rey!» il loro grido di battaglia e la Madonna di Guadalupe la loro bandiera.

Il fanciullo José impugna con orgoglio quello stendardo mariano il giorno della cruenta battaglia di Cotija. È il 6 febbraio 1928. Ha supplicato la madre di non essere lasciato a guardare, ma di poter far parte della milizia di Cristo. Ottenuto il consenso, si prepara ad affrontare anche la morte: tutto per Cristo Re. Diventa così la mascotte dei Cristeros, che lo chiamano Tarcisius come il santo adolescente di Roma, che subì il martirio mentre portava l’Eucaristia ai cristiani in carcere: scoperto, aveva stretto al petto il Corpo di Gesù per non farlo cadere in mani profane e venne barbaramente ucciso, come lo sarà anche il prossimo san José.

Infatti, quando, nella concitazione della battaglia frontale un proiettile abbatte il cavallo del suo comandante, il ragazzo messicano gli offre il suo e tenta di coprirgli la ritirata a colpi di fucile, ma il tentativo fallisce, ed entrambi vengono catturati. José finisce prigioniero nella chiesa del suo paese, Sahuayo, profanata dai soldati federali e trasformata in un pollaio. Vedendo un tale sacrilegio, José non trattiene la sua santa rabbia e tira il collo a qualche gallinaceo, ma il gesto provoca una tragica rappresaglia. Alcuni soldati lo picchiano, lo torturano, tuttavia non lo piegano e non lo tacciono. A ripetizione insistente continua a formulare il grido di battaglia: «¡Viva Cristo Rey!».

L’8 febbraio è costretto ad assistere, come ammonizione, all’impiccagione di Lázaro, un altro ragazzo che era stato imprigionato insieme a lui. Il corpo del giovane, ritenuto morto, viene trascinato nel vicino campo santo, dove è abbandonato; tuttavia si tratta di morte apparente, infatti Lázaro si riprende e fugge via. La tenace e ostinata resistenza di José, che nessuna sofferenza è in grado di flettere, diventa una questione da risolvere al più presto per i persecutori. Gli aguzzini cercano di fargli rinnegare la fede promettendogli, oltre alla libertà anche del denaro, una brillante carriera militare, persino un espatrio nei ricchi Stati Uniti d’America. Ma la sua risposta è una sola: «Viva Cristo Re, viva la Madonna di Guadalupe!».

I senza Dio escogitano un’alternativa: chiedere un riscatto ai genitori, ma José li convince a non pagare. Padre e madre, autentici cattolici, che sanno vedere oltre la contingenza presente e la finitudine terrena, comprendono la giustizia filiale di quella richiesta. José riesce ancora a ricevere una volta la Santa Comunione prima del 10 febbraio 1928, quando verso le 23 i militari, con spietato odio, spellano le piante dei piedi del santo, costringendolo a camminare sul sale, per poi spingerlo verso il cimitero.

Mentre il giovane continua a gridare il nome di Gesù e di Maria, uno dei soldati lo ferisce accoltellandolo, e per l’ultima volta gli chiedono di rinnegare il suo Credo, ma egli rifiuta ancora e domanda di essere fucilato, continuando a invocare a gran voce gli immacolati Nomi. Vorrebbero finirlo a pugnalate, ma il capitano, innervosito da quelle sante grida, estrae la pistola e gli spara. José spira, ma dopo essere riuscito a tracciare una croce sul terreno con il proprio sangue.

Testimone, José Sanchez Del Rio, di fondamentale importanza per questi tempi della religione dell’uomo che si fa dio e non della Santissima Trinità, dove il pensiero massonico ha esteso il suo potere dagli “illuminati” alla cultura generale e mentalità comune, a tal punto da far apparire una Madre Teresa di Calcutta, anch’essa canonizzata il 4 settembre scorso, simbolo del moderno pensiero solidale, ignorando come essa agì dopo aver ascoltato Cristo in più visioni.

Era il 10 settembre 1946 quando avvertì la Voce di Gesù: «Voglio missionarie indiane Suore della Carità, che siano il mio fuoco d’amore fra i più poveri, gli ammalati, i moribondi, i bambini di strada. Sono i poveri che devi condurre a Me, e le sorelle che offrissero la loro vita come vittime del Mio amore porterebbero a Me queste anime», perché «Ho sete di anime». E migliaia, migliaia ne donò Madre Teresa a Dio.

«Sacro Cuore di Gesù, confido in Te. Sazierò la Tua sete di anime» scriverà all’arcivescovo Périer il 27 marzo 1957.
Alla cerimonia dei premi Nobel del 1979 gridò contro l’aborto legalizzato.
Alla domanda che le venne posta in quella sede «Che cosa possiamo fare per promuovere la pace mondiale?», ella rispose senza esitazione: «Andate a casa e amate le vostre famiglie».

Donare la vita a Dio, sia in modo cruento che in modo incruento, è il segreto della Comunione dei Santi.

(Cristina Siccardi. per http://www.corrispondenzaromana.it/la-canonizzazione-del-martire-cristero-jose-sanchez-del-rio/)

Argomento: Chiesa

"L'Islam è un pericolo: vogliono sottometterci con le armi e con i figli"

Il prelato: "Quando saranno maggioranza imporre la sharia al mondo sarà un obbligo"

Fausto Biloslavo - Mar, 04/10/2016

 

Trieste L'Islam che vuole conquistare il mondo, le bandiere nere che puntano su Roma, l'immigrazione che sovverte la maggioranza, i cristiani sotto tiro pure in Occidente, nessuna alternativa alla famiglia tradizionale e Vladimir Putin «convertito» sono solo alcune risposte forti del cardinale Raymond Leo Burke nell'intervista esclusiva a il Giornale (guarda il video).

Patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta e membro della Congregazione delle cause dei santi, il porporato del Wisconsin, classe 1948, è lo stendardo della chiesa tradizionale. Non pronuncia mai una parola contro Papa Francesco, ma durante tutta l'intervista naviga fuori dal coro del politicamente corretto a cominciare dalla difesa a spada tratta della famiglia classica.

Nel 2016 i cristiani sono ancora perseguitati?

«In certe parti del mondo sono perseguitati e anche espulsi dalle loro terre. E accade in paesi storicamente importanti dal punto di vista religioso come l'Iraq, dove arrivò Abramo, terra dei caldei. Ma anche nei paesi del primo mondo, per esempio nel mio paese (gli Stati Uniti, nda), c'è il tentativo di negare ai cristiani il diritto di seguire la propria coscienza. E di resistere all'aborto, alla sterilizzazione o altre prassi mediche che procurano la morte (eutanasia, nda). I problemi per i cristiani non riguardano solo il Medio Oriente, ma anche l'Occidente».

La stessa Unione europea, in nome del politicamente corretto, spesso chiude gli occhi sulle minacce ai cristiani. Cosa ne pensa?

«É chiaro che i musulmani hanno come obiettivo finale conquistare il potere sul mondo. L'Islam attraverso la sharia, la loro legge, deve governare il mondo e permette atti di violenza contro gli infedeli, come i cristiani. Ma noi stentiamo a riconoscere questa realtà e a reagire difendendo la fede cristiana».

Lei sostiene che chiudiamo gli occhi?

«Sì e penso che le ragioni siano molte. In tanti non capiscono cos'è veramente l'Islam. E creano questi slogan, che crediamo tutti nello stesso Dio, che siamo tutti quanti uniti dall'amore e così via. Non è vero. Un'altra ragione è che i cristiani hanno molto trascurato una verità fondamentale: c'è un solo salvatore del mondo, Gesù Cristo. Non dobbiamo fare proselitismo imponendo la cristianità, ma se crediamo in Gesù è nostro dovere darne testimonianza. Penso che questa testimonianza non sia più molto forte anche nei paesi che un tempo venivano chiamati cristiani, come le nazioni europee».

Lei ha appena scritto un libro, «Hope for the world: to unite all things in Christ», che parla anche di Islam.

«L'Islam è una minaccia nel senso, che per il vero musulmano Allah deve governare il mondo. Cristo nel Vangelo disse date a Cesare quello che è di Cesare. Al contrario la religione islamica che si basa sulla legge del Corano punta a governare nel Paese dove si trovano i musulmani. Fino a quando sono minoranza non possono insistere, ma quando diventano maggioranza devono applicare la sharia. Oggi ci sono enclave, interi quartieri, in Europa dove vige di fatto il regime musulmano».

Si riferisce a Molenbeek, le banlieue, quartieri in Inghilterra e paesi del Nord, villaggi in Bosnia. Rappresentano dei tentativi di integrazione falliti?

«É un fallimento perché si tratta di uno Stato dentro uno Stato. Il problema è che i musulmani puntano all'espansione. Tutta la storia della presenza islamica in Europa è un tentativo di conquistarla. Abbiamo appena celebrato l'8 settembre la vittoria dei cavalieri di Malta dopo tre mesi di assedio dei musulmani nel 1565. Malta sarebbe stato il trampolino di lancio verso l'Europa».

Sui muri di Sirte, ex roccaforte delle bandiere nere in Libia, c'erano tante scritte dello Stato islamico sulla conquista di Roma.

«É un pericolo reale. L'Islam si realizza nella conquista. E qual è la conquista più importante nei confronti dei cristiani? Roma».

In Siria e Iraq i cristiani rischiano di scomparire?

«Certo. Esiste un piano per sradicarli. I paesi cosiddetti cristiani insistono sull'eguale diritto per tutte le religioni, ma in determinate nazioni musulmane non si può neppure costruire una chiesa o professare il proprio credo in pubblico».

Contro lo Stato islamico bisogna intervenire militarmente?

«Bisogna fermarlo con i giusti mezzi a nostra disposizione trattandosi di criminali della peggior specie».

Il nostro giornale ha lanciato una campagna con il sostegno dei lettori per raccontare la tragedia attuale dei cristiani. Che ne pensa?

«Apprezzo quello che il Giornale sta facendo per rendere nota la persecuzione dei cristiani. Il vero servizio dei media non è ripetere le cose che piacciono alla maggioranza, ma rincorrere la verità dei fatti. Negli Stati Uniti, ma non solo, la gente non sente mai una voce diversa, fuori dal coro».

L'immigrazione è una risorsa o un pericolo?

«Ho sentito diverse volte degli islamici che spiegavano: Quello che non siamo riusciti a fare con le armi in passato lo stiamo facendo oggi con la natalità e l'immigrazione. La popolazione sta cambiando. Se va avanti così, in paesi come l'Italia, la maggioranza sarà musulmana».

Se così fosse siamo noi troppo deboli?

«Tutto questo accade per la corruzione dell'Occidente. Non ci sono più famiglie sufficientemente numerose. In maniera supina accettiamo prassi che sono contrarie alla legge naturale come l'aborto o il cosiddetto matrimonio fra persone dello stesso sesso. É la dimostrazione che non siamo più forti nelle fede. Ed una facile preda per la conquista».

Lei è americano. Vladimir Putin, il presidente russo, ex ufficiale del Kgb, è una minaccia o l'ultimo difensore di valori tradizionali?

«Sono molto soddisfatto della sua difesa della vita e della famiglia, come Dio ha creato dall'inizio con un uomo e una donna. Non possiamo negare ad un persona come Putin la conversione. É possibile che oggi abbia capito quello che non capiva 30 anni fa (ai tempi del Kgb, nda)».

Argomento: Islam

 Una crescente parte del Popolo di Dio diviene sempre più succube della cultura moderna dominante, delle sue idee, mode e tendenze.
 E' l'eterno ritorno del "cedere per non perdere", che si oppone alla santa intransigenza fondata sulla verità.
 Il risultato? La scomparsa del Popolo di Dio, senza escludere la scomparsa delle strutture stessa della Chiesa.

"Cedere su qualcosa per non perdere applausi" è da sempre l'atteggiamento spirituale della Terza Forza giansenistica, del cattolicesimo liberale, di quello democratico o modernista, del progressismo, dei cattolici adulti della "scelta religiosa" del postconciliare.
 Al suo opposto, la vera fede ci ricorda che "la Chiesa non può sottrarsi al compito di evangelizzazione e di educazione" (Mons. L. Negri): una fede che non è missionaria, è un fede destinata all'estinzione.
 Una chiesa che rinuncia al proselitismo (cioè ad operare per la conversione di tutti degli uomini e delle nazioni), che rifiuta il comandamento finale del Vangelo di Matteo (28,19) è stata quella del QUEBEC, in Canada, sulla quale si riporta l'impressionante situazione.

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Nel regno senza cieli

Benvenuti in Québec, il luogo più ateo d’occidente. Dove il cattolicesimo è stato allegramente espugnato

di Giulio Meotti | Il Foglio del 03 Ottobre 2016

 

Un paesaggio sterminato, grande come mezza Europa, che ha il sapore della provincia francese, dove le strade sono fiancheggiate da file di case in stile franco-normanno, dalle quali si diffonde un’aria di intimità che le rende subito care al turista. E poi le botteghe che commerciano ricordi e oggetti sacri. Le strade che hanno nomi di santi, di re, di generali di Francia, tortuose e strette. Case di mattoni, con gli abbaini aperti negli aguzzi tetti d’ardesia. E le insegne: “La laiterie du public”, “Boulangerie Lapointe”, “Restaurant chez Denise”, “Hotel Normandie”…

Benvenuti in Québec, uno degli angoli più religiosi e fertili d’occidente, i cui nomi delle strade dicono tutto: Saint-Augustin-de-Desmaures, Saint-Nicolas, Saint-Basile-Sud, Sainte-Catherine-de-la-Jacques-Cartier, Notre-Dame-de-Portneuf, Saint-Marc-des-Carrières, Sainte-Anne-de-la-Pérade, Saint-Pierre-les-Becquets, Sainte-Geneviève-de-Batiscan, Saint-Luc-de-Vincennes, Saint Maurice, Saint-Louis-de-France. Ma religioso e fertile soltanto nel ricordo, ormai. Un saggio sulla rivista First Things racconta il Québec come la provincia più decristianizzata dell’emisfero occidentale.  La “scomparsa del cattolicesimo in Québec” è diventato persino un classico della sociologia della religione. “Non c’è luogo religiosamente più arido tra il Polo Nord e la Terra del Fuoco”, si legge in First Things. “E tutto è successo in un batter d’occhio”.

E pensare che fu fondata qui, in Québec, la prima chiesa di tutto il Nord America, Stati Uniti inclusi, da cui venne lanciata l’evangelizzazione del continente. La voce si è diffusa in tutto l‘occidente: “Stanno chiudendo le chiese in Québec”. Fino agli anni Ottanta, anche l’Italia importava parrocci dalla Belle Province canadese. A Montereale arrivarono dieci sacerdoti canadesi, nominati parroci dall’arcivescovo dell’Aquila, per poter riaprire finalmente le troppe chiese abbandonate da anni. Ma la colonia canadese all’Aquila non si limitava al cospicuo gruppo che si è formato intorno alla comunità del Figli di Maria. Canadese è il rettore del seminario, padre Denis Laprise, e poi il vicerettore, padre Pierre Mastropietro. L’elenco si allunga con il prefetto degli studenti del seminario, padre Roger Botly, e con il vicerettore del seminario aquilano “De Urbe”, padre Michel Palud. Oggi è il Québec a dover importare sacerdoti dal Vietnam, da Haiti e dall’America Latina.

Oggi, all’interno della chiesa di Saint-Jude, a Montréal, i personal trainer hanno preso il posto dei preti e le macchine per il body building hanno sostituito i fonti battesimali. In questa città, ex roccaforte cattolica in cui Mark Twain ha detto una volta che non si poteva buttare un mattone senza rompere una finestra di una chiesa, i canadesi non sanno più che farci con le chiese. Saint-Jude ha così lasciato il passo a un centro benessere e a una spa che ha aperto nel quartiere alla moda di Plateau Mont-Royal. La ristrutturazione, che è costata 2,65 milioni di dollari canadesi, ha vinto pure un premio della rivista Canadian Architect.

“Diventa quasi una religione per alcune persone”, ha detto al National Post Sonya Audrey Bonin, direttore generale della palestra Saint-Jude Espace Tonus. “Lo yoga, il prendersi cura di sé, essere attenti a ciò che si mangia, avere uno stile di vita sano”. E in un’epoca laica in cui le persone vanno più in palestra che in chiesa, la spa e palestra è stata salutata come un modello per preservare gli edifici religiosi che costituiscono una parte importante del patrimonio architettonico del Québec.
In Québec si è passati dal famoso “cattolicesimo culturale” all’aperta discussione sulla “exculturation” della religione cattolica. Il Théatre Paradoxe nel sud-ovest di Montréal ha rilevato la chiesa di Notre-Dame-du-Perpétuel-Secours dopo la sua chiusura nel 2009. A un costo di  2,7 milioni di dollari, il progetto ha mantenuto la chiesa nella facciata, ma la navata centrale è oggi teatro di concerti e conferenze, e gli spettacoli da discoteca hanno sostituito gli inni della domenica. Gli edifici religiosi sconsacrati in Québec sono così abbondanti che il governatorato ha istituito un comitato consultivo per contribuire ad affrontare la vendita di queste chiese. Come racconta la radio pubblica canadese Cbc, “anche la diocesi anglicana del Québec potrebbe presto essere estinta”.

Il 64 per cento delle congregazioni protestanti chiuderanno entro cinque anni o verranno integrate con altre chiese.
Al campus dell’Università del Québec, la stanza cattolica è stata trasformata in una sala da preghiera per gli studenti musulmani. E come racconta il Globe and Mail, “un terzo delle chiese cattoliche di Québec City hanno chiuso”. Nella regione di Gaspésie, un solo prete si prende cura di dieci parrocchie. A rotazione. In rue Saint Laurent, nel quartiere italiano di Montréal, un condominio di lusso sorge dove un tempo c’era Saint Jean de la Croix, vecchia e grande chiesa, dopo aver rimosso le campane e aver trasformato le navate in bilocali a migliaia di dollari il metro quadro. La diocesi cattolica di Montréal ha venduto 50 chiese ed altri edifici religiosi negli ultimi quindici anni.

Il 24 maggio 2015, è stata celebrata l’ultima messa nella famosa chiesa di San Giovanni Battista. Costruita nel 1880 e dedicata al patrono dei canadesi francesi, la chiesa era fra quelle di maggior profilo dell’arcidiocesi e della provincia del Québec. La sua capienza di 2.400 persone ne dà una importanza pari alla cattedrale di San Patrizio a New York. E nonostante fosse annoverata tra gli edifici considerati “intoccabili”, il vescovo ausiliare del Québec, Gaetan Proulx, ha parlato del “segnale che ci stiamo muovendo verso qualcosa di diverso”. Il vescovo Proulx ritiene “realistico” che la metà delle chiese debba chiudere nei prossimi dieci anni. Michael Gauvreau, uno storico della McMaster University in Ontario, e Kevin J. Christiano, un sociologo alla Notre-Dame, in un libro dal titolo “Church confronts Modernity”, fanno risalire questo deserto religioso alla “rivoluzione tranquilla” degli anni Sessanta, “il raggiungimento della maggiore età di un popolo nel suo incontro con la modernità tardiva”.

Gauvreau parla di “due decenni di intimidatoria e  sempre più acuta denigrazione di un’élite spirituale auto-nominatasi”. Come ha scritto Charles Doran, uno studioso americano: “Il clero che aveva salvato il Québec dall’arretratezza di Luigi XV e della sua corte ora è diventato un peso. Una fede cattolica che aveva fornito il cemento sociale per la colonia, il conforto dalla paura, è diventata un ricordo imbarazzante di un passato che tutti volevano dimenticare”. E’ così, come ha spiegato Richard John Neuhaus in “Appointment in Rome”, che i vescovi del Canada sono entrati “finemente in sintonia” con le preferenze e i capricci della cultura d’élite. “Con stupefacente rapidità, paragonabile soltanto dai Paesi Bassi, il Québec è passato da essere una delle società più osservanti a una fra le meno”, scrive Neuhaus. “Scuole, ospedali e servizi sociali sono stati rigorosamente confiscati; le vocazioni sacerdotali sono evaporate; la partecipazione alla messa è crollata; le chiese si sono svuotate; e i politici e i preti insieme hanno dichiarato la rivoluzione un successo”.

Anche per questo Papa Benedetto XVI aveva nominato relatore del sinodo dei vescovi del 2008 e poi prefetto della congregazione per i vescovi il canadese originario del Québec Marc Ouellet, proveniente dalla rivista internazionale di teologia Communio, fondata tra gli altri da Joseph Ratzinger e Hans Urs von Balthasar, e che da primate del Canada si è battuto per ridare voce e corpo al cristianesimo nella sua terra. Ma senza grande successo. Lo stato del cattolicesimo in Québec oggi è a dir poco triste. I sociologi parlano di una “caduta libera”. Nel 1966, c’erano 8.800 sacerdoti; oggi ce ne sono 2.600, la maggior parte dei quali anziani e molti in case di cura. Nel 1945, la partecipazione alla messa settimanale era pari al 90 per cento; oggi siamo a quattro per cento. Centinaia di comunità religiose sono semplicemente scomparse.

Il tasso di natalità è sceso da una media di quattro figli per coppia a 1,5, ben al di sotto di quello che i demografi chiamano il “tasso di sostituzione”. Si parla di un calo della fertilità così rapido e netto che non ha uguali nei paesi sviluppati. Per quanto riguarda il ruolo pubblico del clero, esso è trattato con “indifferenza gentile”. Il Consiglio del Québec per il patrimonio religioso ha riferito che un record di 72 chiese sono state chiuse nel 2014. La situazione è apparentemente ancora peggiore nell’arcidiocesi di Montréal. Da 257 parrocchie nel 1966 si è passati a 169 parrocchie nel 2013. Il nuovo arcivescovo di Montréal, Christian Lépine, ha dovuto lanciare una moratoria a tempo indeterminato sulla vendita delle chiese. I vasti edifici cattolici si svuotano, le risorse sono sempre più scarse, il clero sta invecchiando.

Nell’arcidiocesi di Québec, dal 1997 al 2010 il numero dei sacerdoti è passato da 166 a 73. Dal 2001 al 2006, la percentuale totale di battesimi in Québec è passato dal 73,5 per cento al 59,9. Quarant’anni fa, la diocesi di Montréal aveva già chiuso un certo numero di parrocchie nel centro della città. Una dozzina di chiese monumentali, vendute alle autorità pubbliche, sono state demolite per far posto a strade, scuole e parchi pubblici. Allo stesso tempo, una crescente consapevolezza dell’importanza del patrimonio cattolico ha fatto sì che questi grandi monumenti siano entrati nell’immaginario collettivo.

Uno slogan è apparso all’improvviso in tutto il Québec: “Le nostre chiese sono i nostri castelli!”. Con il suo alto campanile che può essere visto da tutta la città, la chiesa di San Giovanni Battista a Montréal era “il simbolo che la fede cattolica è ben definita qui”, ha detto il vescovo Proulx. “Le chiese sono in Québec ciò che i castelli sono in Francia”. Nello stemma del Québec vi è il giglio, il leone e la scritta “Je me souviens”: mi ricordo. Ma cosa, esattamente, si ricorda oggi in Québec?
Mentre a Roma si discute del sesso degli angeli, la Bella Provincia cattolica è già stata espugnata.

(Su questo stesso argomento, Meotti aveva scritto relativamente alla Francia: http://www.ilfoglio.it/articoli/2014/01/27/cattolici-adieu___1-v-93088-rubriche_c184.htm

Argomento: Chiesa

 I cattolici di tutto il mondo esultano per le lacrime che i massmedia piangono di fronte alle parole del Papa.
Costoro, abituati a dare risalto ad alcune espressioni poco chiare, si erano recati in massa all'incontro del sabato pomeriggio con gli "agenti di pastorale" (quale più adatto?), con la speranza di poter nuovamente diffondere confusione nel Popolo di Dio.
Ma il 1° ottobre Papa Francesco è stato chiarissimo e ha riproposto la dottrina cattolica.

 

1. Ecco un estratto di ciò che ha detto sulla famiglia (qui il testo ufficiale della conversazione):

La Bibbia ci dice che Dio ha creato l’uomo e la donna, li ha creati a sua immagine (cfr Gen 1,27). Cioè, l’uomo e la donna che diventano una sola carne sono immagine di Dio. [...] chi paga le spese del divorzio? Due persone, pagano. Chi paga? [...]
Paga Dio, perché quando si divide “una sola carne”, si sporca l’immagine di Dio. E pagano i bambini, i figli.

L'espressione "si sporca l'immagine di Dio" richiama la philosophia perennis, esposta nei due Catechismi universali (Trento e S. GIovanni Paolo II) che la Chiesa Cattolica propone ai fedeli di ogni tempo e luogo.
Eccola: "2384 Il divorzio è una grave offesa alla legge naturale. [...]  Il divorzio offende l'Alleanza della salvezza, di cui il matrimonio sacramentale è segno. Il fatto di contrarre un nuovo vincolo nuziale, anche se riconosciuto dalla legge civile, accresce la gravità della rottura: il coniuge risposato si trova in tal caso in una condizione di adulterio pubblico e permanente".

"Si sporca l'immagine di Dio" non significa soltanto che si fa peccato mortale.
Significa che il divorzio è un atto contro natura. Infatti, la natura umana è stata creata direttamente da Dio; è perciò che l'indissolubilità viene detta "di diritto naturale divino".
Dunque, nessuna eucaristia per i divorziati volontariamente è possibile. Come per nessuna convivenza e libera unione, per nessuna unione civile e matrimonio omosessuale, per nessun omosessualismo, per nessun rapporto sessuale al di fuori del vincolo matrimoniale.

 

2. Ma c'è ancora qualcosa.
La lobby del relativismo massmediatico piange anche per questa seconda frase della conversazione del Papa in Georgia:

[C'è] un grande nemico del matrimonio, oggi: la teoria del gender. Oggi c’è una guerra mondiale per distruggere il matrimonio. Oggi ci sono colonizzazioni ideologiche che distruggono, ma non si distrugge con le armi, si distrugge con le idee. Pertanto, bisogna difendersi dalle colonizzazioni ideologiche.

E' una frase che riprende quanto detto ai vescovi polacchi in tema di "gender": "Papa Benedetto, che sta bene e ha un pensiero chiaro, mi diceva: “Santità, questa è l’epoca del peccato contro Dio Creatore!
Lo riprende e lo migliora, abbandonando la tesi che la diffusione del gender sia fatta per fare soldi e che sia voluta da alcuni paesi.
Ora si capisce meglio: il gender è diffuso in odio a Dio e alla natura umana, ed è promosso dalle centrali relativistiche mondiali.

 

3. Infine, una sottolineatura tutt'altro che scontata: l'invito a "difendersi".
E siccome parla di difendersi da idee distruttive, la frase può essere di sostegno a chi non ha abbandonato la battaglia delle idee e l'apologetica.
Quante espressioni poco chiare del passato sono state corrette in due sole frasi!
La lobby relativistica mondialista piange, e ha commesso un grave errore: segnalare una conversazione del Papa che contiene due utili strumenti per combattere quella stessa lobby.

 

4. Preghiamo e ringraziamo Maria Santissima che ci ha ottenuto una grazia specialissima all'inizio del mese del Santo Rosario.
Preghiamo e chiediamo che ci ottenga una nuova "Loreto", una pastorale subordinata alla dottrina cattolica e incentrata su "l’impegno dei cristiani nella costruzione di una società a misura d’uomo e secondo il piano di Dio".
Preghiamo per avere la forza e l'intelligenza di diffondere, incessantemente, queste frasi per combattere la Rivoluzione.

In alto gli stendardi!
Non è mai finito il tempo delle falangi di Cristo Redentore!

© totustuus.it

Argomento: Socialismo

 Nonostante la forte attenzione riservata dai massmedia al Santo Padre, sembra che il popolo di Dio stia disertando sempre più i pellegrinaggi alla Sede Apostolica.
I dati delle Udienze Generali, della Confcommercio e CNA.

Altro che Olimpiadi, il vero scandalo è il Giubileo

Piangono alberghi, ristoranti, negozi e trasporto Nell’Anno Santo a picco turismo e consumi
(http://www.iltempo.it/roma-capitale/2016/09/23/roma-altro-che-olimpiadi-il-vero-scandalo-e-il-giubileo-1.1576097)

 

Il conto ufficiale dei pellegrini arrivati nella Capitale in oltre otto mesi di tempo dall’inizio del Giubileo segna 16.348.566; è aggiornato al 18 settembre e cresce di ora in ora. Eppure, questi 16 milioni e più di visitatori non hanno avuto un minimo di impatto economico sulla città: niente segno più per l’occupazione alberghiera, tantomeno per i pubblici esercizi, niente ancora per il commercio al dettaglio né per i trasporti su gomma. Insomma, mancano un paio di mesi alla fine dell'evento giubilare e per le categorie produttive è stato un vero e proprio flop. Tanto da far dare un giudizio unanime: «Saremmo andati molto meglio se il Giubileo non ci fosse stato».

TURISMO

Il più categorico nel suo giudizio è Giuseppe Roscioli, presidente Federalberghi Roma: «Da gennaio 2016 a luglio, gli arrivi sono aumentati dell’1,5% ma l’anno scorso sull’anno precedente nello stesso periodo considerato l’incremento era stato del 4,61%. Questo significa che siamo cresciuti molto di più quando il Giubileo non c’era». È vero, precisa Roscioli, «c’è stato anche l’allarme terrorismo che ha rallentato il flusso turistico, ma in Europa, al netto dell’Italia, il turismo è cresciuto del 5%, quindi il problema sta proprio nella Capitale». Sono i dati dell’occupazione degli alberghi 1 e 2 stelle i più emblematici: avrebbero dovuto raccogliere il maggior numero di pellegrini visto che si tratta di un turismo di qualità bassa. Invece, nel periodo gennaio/luglio 2016 gli alberghi a 1 stella hanno segnato una diminuzione dello 0,08% degli arrivi e dell’1,03% delle presenze mentre quelli a 2 stelle del 2,69% delle presenze e del 2,33% degli arrivi.

EXTRALBERGHIERO

Un po’ meglio è andata al settore extralberghiero, almeno a livello di occupazione delle stanze che sono rimaste tra gennaio e agosto al 70-80%. Ma, spiega Claudio Cuomo, presidente extralberghiero della Confesercenti: «Il Giubileo ha influito negativamente sul fronte prezzi, scesi fino a 35-40 euro a camera. Questo è stato causato dal fatto che la clientela che di solito spende di più ha evitato di venire a Roma proprio perché c’era il Giubileo e quella che è venuta ha una capacità di spesa molto più bassa». In poche parole è stata la qualità del turismo a risentirne maggiormente.

BAR E RISTORANTI

Più turisti che girano e che, si diceva, avrebbero consumato nei bar e nei ristoranti. Almeno così speravano gli esercenti. Tutt’altro. Claudio Pica, presidente Associazione esercenti di Roma e Provincia, parla addirittura di un danno per il settore. «La flessione degli incassi è intorno al 6-8% da inizio del Giubileo ad oggi quando invece avevamo stimato un incremento di almeno il 10% degli affari. Gli esercenti hanno grossi problemi ad essere in regola con i pagamenti ai fornitori e a mantenere gli stessi livelli occupazionali». Anche nell’area attorno ai Musei Vaticani i ristoratori lamentano scontrini medi di 15 euro, segno che il turista che entra si ferma alla bibita e al panino più che consumare seduto al tavolo.

TRASPORTI

Da sempre i pellegrini richiamano i pullman privati che li trasportano da una parte all’altra della città. Per questo Giubileo, tuttavia, il via vai dei torpedoni è stato ridotto proprio all’osso. Parla di vero e proprio flop Paolo Delfini, presidente Cna trasporto: «Prima del Giubileo registravamo una media di 400 pullman al giorno. Oggi siamo al 60/70 per cento in meno, un danno notevole per il settore». Una prova? «Basta vedere che nelle zone a più alta concentrazione di pellegrini, come ad esempio via della Conciliazione o via Gregorio VII, altezza San Pietro, non si registrano per nulla file di pullman o traffico».

SHOPPING

E sul fronte commercio? Peggio che mai. Per David Sermoneta, presidente dell'Associazione Piazza di Spagna «questo turismo non è certo quello che spende nei negozi del centro per fare shopping». Ma neppure nelle vie più periferiche si registra il minimo movimento da poter imputare al Giubileo. 

Damiana Verucci

 

Alle udienze di Papa Francesco si registra un forte calo di presenze.

da: http://www.lalucedimaria.it/alle-udienze-di-papa-francesco-si-registra-un-forte-calo-di-presenze/

Cerchiamo di capire il motivo del vistoso calo di popolarità e di consensi nei confronti di Papa Francesco che secondo questi dati ufficiali riguardanti le presenze alle udienze di Bergoglio mettono in luce questa realtà indiscutibile. Una spiegazione plausibile secondo noi potrebbe essere che molti hanno frainteso le dichiarazioni del Pontefice su alcune tematiche delicate [...].

Un’emorragia lenta e costante, che in poco più di due anni ha assunto proporzioni preoccupanti. Il numero delle persone che il mercoledì si reca a piazza San Pietro per assistere all’ udienza del Papa ha iniziato a calare con l’ avvento di Francesco al soglio di Pietro, ed il trend non accenna a cambiare verso.

Da che è diventato Pontefice, Bergoglio ha perso suppergiù due fedeli su tre. I numeri non potrebbero essere più ufficiali: a diffondere il conto delle presenza è stata infatti la Prefettura della casa pontificia, ossia l’ organismo vaticano che ha tra i propri compiti quello di provvedere all’organizzazione delle udienze. L’occasione per la pubblicazione del riepilogo è stata offerta dalla centesima udienza tenuta da Bergoglio questo mercoledì.

I numeri: ai cento appuntamenti di Francesco hanno preso parte in totale 3.147.600 persone.
Interessante il dato disaggregato sui singoli anni. Nel 2013, primo anno di pontificato del Papa argentino, i fedeli presenti sono stati 1.548.500 per un totale di 30 udienze (da tenere a mente che il pontificato è iniziato nel marzo di quell’ anno); nel 2014 alle 43 udienze officiate da Francesco hanno preso parte 1.199.000 fedeli; per l’ anno in corso, dove si contano 27 udienze compresa quella di questa settimana, il totale si ferma a quota 400.100.

Per rendersi conto della portata di questa emorragia è utile fare il calcolo delle presenze medie per udienza: nel 2013 l’ udienza papale media è stata seguita da 51.617 persone, nel 2014 da 27.883, nel 2015 da 14.818. E il trend sembra essere in ulteriore contrazione, dato che dal Vaticano fanno sapere che all’ ultima udienza l’ affluenza si è attestata in circa sulle diecimila persone. In ultima analisi, da quando è diventato Papa Jorge Bergoglio ha perso per strada poco meno di due fedeli su tre.

Il confronto diventa ancora più stridente se si va a fare il confronto con chi lo ha preceduto alla guida della Chiesa. I numeri di Giovanni Paolo II, non a caso passato alla storia come Pontefice tra i più amati di sempre, restano irraggiungibili: nel suo primo anno di pontificato, in sole nove udienze, Wojtyla raggiunse quota 200mila fedeli, arrivando nel corso dell’ anno successivo al picco fatto senare a quota 1.585.000 fedeli. Dopo qualche anno di relativa stanca, il grande exploit con l’ Anno Santo del 2000, quando i pellegrini tornarono ad essere in numero superiore ad un milione e 400mila.

MEGLIO RATZINGER

Se da un Pontefice dal carisma unanimemente riconosciuto come Wojtyla certi numeri non stupiscono, lo stesso non può tuttavia dirsi per un Papa al contrario dipinto come respingente e poco incline a suscitare il carisma delle folle: Joseph Ratzinger.

Negli otto anni di Pontificato, Benedetto XVI ha fatto registrare un totale di 20.544.970 fedeli tra incontri in Vaticano e a Castel Gandolfo. Particolarmente lusinghieri i risultati del 2012 (quando i pellegrini sono stati in tutto 2.351.200), del 2011 (2.553.800, persino meglio dell’ anno che sarebbe seguito) e quelli relativi all’ inizio del pontificato: nei primi otto mesi da guida della Chiesa, infatti, Ratzinger aveva fatto registrare oltre 2 milioni e 800 mila fedeli, con 810mila fedeli in appena nove udienze da aprile (momento dell’ elezione) alla fine dell’ anno.
Un trend che, come detto, in seguito all’elezione di papa Francesco ha conosciuto una brusca ed inattesa inversione di tendenza. E che, visti i dati di questi ultimi mesi, le carte in regola per peggiorare pare averle tutte.
Argomento: Chiesa

 In questi giorni Tv2000 ha trasmesso, a più riprese, un documentario che presenta la santa di Calcutta come un’invasata cristiana. Qual'è la sua colpa? Forse, in tempi di comunione ai divorziati, di cedimento alle convivenze, di benedizioni alle unioni gay, è stata quella di aver detto davanti a tutto il mondo, al conferimento del Nobel: “Io sento che il più grande distruttore della pace oggi è l’aborto, perché è una guerra diretta, un’uccisione diretta, un omicidio commesso dalla madre stessa – disse la suora -. Oggi il più grande distruttore della pace è l’aborto. Tante persone sono molto preoccupate per i bambini in India, per i bambini in Africa, dove tanti ne muoiono di malnutrizione, di fame e così via, ma milioni muoiono deliberatamente per volere della madre. E questo… è il grande distruttore della pace oggi. Perché se una madre può uccidere il proprio bambino, cosa mi impedisce di uccidere te e a te di uccidere me? Nulla”.

Chi ha trasmesso il documentario più crudele contro Madre Teresa?
La Tv dei vescovi

di Sabino Paciolla, per Tempi.it del 7 settembre 2016

 

“Madre Teresa: al servizio di Dio” è il titolo di un documentario trasmesso in quattro momenti diversi (sabato 3 settembre alle 7.35 e 23.20 e domenica 4 settembre alle ore 12.50 e 18.30) da Tv2000, la televisione che fa riferimento alla Chiesa italiana. Il filmato è presentato sul sito di Tv2000 così: «È un documentario dai toni forti, talvolta crudeli, ma che mette in luce la forza interiore di questa donna, ma anche le sue fragilità. È un ritratto che esalta tutte le sfumature di una personalità complessa e controversa». Mah! A noi pare un’infelice accozzaglia di tutte le feroci critiche che per molti anni sono state scaraventate contro la santa di Calcutta. E che fino a ieri pensavamo potessero arrivare solo da un certo mondo laicista, non certo da una televisione di chiara ispirazione cattolica. Qui di seguito pubblichiamo un post tratto dalla pagina Facebook In movimento.

 

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Domenica 4 settembre è stata canonizzata Madre Teresa di Calcutta.

Come scriveva don Giussani nella presentazione del libro di Cyril Martindale Santi, «il santo non è un superuomo ma un uomo vero… perché aderisce a Dio e quindi all’ideale per cui è stato costruito il suo cuore e di cui è costituito il suo destino… fare la volontà di Dio dentro una umanità che rimane tale e pur diventa diversa».

Noi che corriamo, persi nella sbadataggine della vita quotidiana, nel giorno della canonizzazione sentiamo il bisogno di essere aiutati a conoscere e comprendere l’eccezionalità di quella grande persona, per fermarci un attimo e comprendere la nostra vita. E magari per questo accendiamo TV2000, la televisione dei vescovi italiani. Di mattina danno un documentario su Madre Teresa di Calcutta, girato nel 2010, diretto da una giornalista francese, tale Patricia Boutinard Rouelle, che anziché dipingere una santa ci descrive una persona ossessionata dal peccato, moralisticamente integralista, che involontariamente fa del male pensando di fare del bene. Il documentario viene addirittura riproposto nel pomeriggio, tanto è importante.

Per chi non l’avesse visto, e per meglio capirne il tenore, ne riporto alcuni passaggi. 
Nel documentario la voce fuori campo dice che nelle case della congregazione religiosa delle Missionarie della carità, luoghi sporchi e fatiscenti, si può entrare purché non si pongano domande, facendo quasi intendere che ci si trovi in luoghi dove alle suore sia imposto dall’alto il silenzio, in modo che non si diano spiegazioni, quasi fossero luoghi “omertosi”. Sono posti dove le persone moribonde vengono accompagnate alla morte, e quindi a Cristo, piuttosto che alla guarigione. Dubbi vengono fatti sorgere circa la destinazione dei fondi, si dice infatti: «Le donazioni arrivano, la congregazione è ricca, ma la questione denaro è poco chiara, non ci sono cifre disponibili».

Madre Teresa sarebbe una persona tormentata dal pensiero di non avere abbastanza fede e dunque «come incontrare Dio se non offrendogli sempre più anime. Per placare la sete di Gesù (notate come Gesù venga raffigurato come “assetato”, ndr), Madre Teresa si imbarca in una sorta di corsa alle anime. La sua lotta contro l’aborto non è forse il maggiore esempio di questa volontà di salvare più anime?». E quindi ecco il filmato del discorso tenuto in occasione del ricevimento del premio Nobel per la pace, in cui afferma che l’aborto è il maggior distruttore della pace. Ma, subito dopo, viene intervistato un padre gesuita, definito stretto collaboratore di Madre Teresa, che afferma che «nelle parole di Madre Teresa non vede nessuna compassione nei confronti delle donne costrette ad abortire, ma un giudizio morale». Il gesuita dice che nell’ascoltare quelle parole proferite durante la cerimonia del Nobel si è sentito a disagio. Per il commentatore «questa crociata (notare il termine, ndr) contro l’aborto nasconde un’altra battaglia, quella contro la contraccezione».

Si passa poi a visitare il reparto con bambini disabili in cui alcuni vengono legati per questione di sicurezza. Per questo, la voce fuori campo si chiede perché le suore non utilizzino i soldi per assumere altro personale. Ma Madre Teresa è ossessionata dalla sofferenza, da disabilità o altro non importa, e viene rappresentata quasi come una persona masochista, e per darne un esempio viene citata una sua affermazione, definita «molto strana»: «I poveri sono amareggiati e soffrono perché non hanno la felicità che la povertà ci dona quando nasce per amore di Cristo».

Ad alcune ragazze universitarie svizzere, che hanno passato un mese in una casa delle Missionarie della carità peruviana, con bambini handicappati, le suore, che si danno per amore ai poveri, sette giorni su sette, non avendo tempo di pensare a se stesse, appaiono quasi inumane, e si chiedono se esse abbiano dei sentimenti. Le ragazze fanno quasi intendere che il luogo sia un “lager” poiché le suore impongono le restrizioni, frutto del loro voto di povertà, anche ai poveri bambini sfortunati. Quindi la voce fuori campo dice: «A che serve il voto di povertà se fa soffrire chi vogliamo aiutare? Per le suore servire Dio dà senso a tutto ciò che fanno, rischiando di allontanarle dalla realtà e dagli uomini». Madre Teresa come una persona ossessionata da un vuoto interiore alla ricerca di Dio, un’ossessione che le fa fare cose strane.

Infine si passa a Londra. I cronisti, accompagnando le suorine nelle loro escursioni notturne, si meravigliano perché pensavano di andare in alcune zone interdette, in alcune periferie difficili, «ma no, niente affatto. Con alcune medagliette della Vergine in mano, partono per un quartiere animato del centro, dove, usando una loro espressione, “vanno a salvare le anime dalle tenebre del peccato”». Si vedono così alcuni pornoshop e una suora che riprende, con voce autoritaria e moralisticheggiante (nella voce tradotta italiana) una persona frequentante quei locali. La suora, nella voce originale, non ha, ovviamente, quel tono. Il fine è quello di raffigurare una realtà che non esiste, di proporre una tesi ideologicamente precostituita.

Dopo la visione di questo documentario verrebbe spontaneo chiedersi: «Ma perché si canonizza una tale persona? Una persona ossessionata dal peccato? Che fa crociate contro l’aborto solo per portare più anime a Cristo e ingraziarselo, visto che sente di avere poca fede? Che salvando bambini dall’aborto e criticando la contraccezione non porta certo aiuto ad una nazione sovraffollata come l’India? Una persona che “plagia” le suorine sue consorelle tanto da farle diventare delle macchine, inumane ed insensibili persino ai loro stessi bisogni?».

Il documentario di TV2000 è in pieno accordo con l’editoriale di MicroMega pubblicato il giorno prima della canonizzazione dal titolo: “Madre Teresa NON era una santa”, in cui si sostiene che Madre Teresa ha aperto case dove i malati venivano abbandonati a loro stessi, nonostante abbia raccolto centinaia di milioni di sterline da donazioni che non si saprebbe dove siano finiti, forse su conti bancari segreti. Che ha aperto sì 517 case di accoglienza in oltre 100 paesi, ma che questo costituisce «una ragione senza dubbio valida per chiudere un occhio, almeno qui in Terra. Ai giudizi divini, penserà qualcun altro».

E allora, mi chiedo, è possibile che venga prodotto, proprio sulla TV dei vescovi italiani, seguita da tante semplici persone che si fidano, un documentario così radicalmente denigratorio della figura della santa Teresa di Calcutta? Diffuso proprio nella mattinata della sua canonizzazione, e riproposto addirittura per ben due volte nella stessa giornata? Quale il fine? Che cosa ci vuole dire? TV2000 di che cosa ci vuole convincere? Sono tanti gli interrogativi che aumentano la nostra confusione, anche se una cosa è certa: qualcosa non quadra!

Argomento: Chiesa

 LA CHIESA POVERA

 

Ogni tanto torna di moda parlare di Chiesa povera, per i poveri.

Si sa che, normalmente, quelli che amano parlare di Chiesa povera sono i ricchi, sono quelli che poveri non sono. Chi ha assaggiato la fatica della povertà economica, non ama la povertà e non la augura a nessuno, nemmeno alla Chiesa.

Sono i borghesi che, per rifarsi un’anima a buon prezzo, hanno bisogno di un fremito di commozione sulla povertà altrui, e per un’invidia mista a un laicismo acido pretendono che la Chiesa sia economicamente povera.

Così dicendo non vogliamo affermare che la povertà, non la miseria!, non sia un valore; la povertà è uno dei consigli evangelici, che con la castità e l’obbedienza segna il cammino di perfezione della vita religiosa. E per tutti, anche per chi non è in convento, è da coltivare con estrema attenzione: la sobrietà, la modestia e la morigeratezza quanto sono necessarie alla vita cristiana di tutti!

Ma a che serve la povertà? A non sperare in se stessi, ma unicamente nella Grazia di Dio.

Questo è il punto. La povertà, con anche il suo aspetto di sobrietà economica, non serve in se stessa, serve perché rimette l’uomo nella posizione più vera, quella della sua totale dipendenza da Dio. Ed è innegabile che chi è in difficoltà economica, il povero, può capire di più cosa sia questa dipendenza, questo dover sperare in un Altro; e Dio diventa per lui più concretamente Provvidenza.

Ma questo non è mai automatico; e lo è meno che mai nel mondo odierno post-comunista, che ahimè comunista resta, che ha chiuso la povertà nella prigione della lotta di classe e della lotta per i diritti personali, e così facendo ha ucciso con l’ateismo la povertà; l’ha uccisa, non l’ha risolta!

Anche la Chiesa non può vivere la questione della povertà come il mondo post-comunista, che resta malato di comunismo.

Chiesa povera vuol dire Chiesa semplice, che non ha altra sicurezza che quella che le viene dalla grazia di Cristo e dalla Divina Rivelazione.

I poveri non hanno tempo da perdere, non hanno voglia di elucubrazioni pseudo-intellettuali. Per loro la vita urge, devono arrivare al dunque e presto, per mangiare e vivere.

E non è così anche del cristiano, quando è seriamente impegnato con la vita? Quando si è coscienti che la vita è una lotta drammatica, non si perde tempo, non ci si intrattiene sull’inutile o sul futile, si vuole giungere subito alla questione della salvezza, alla questione della grazia che salva.

Chiesa povera è allora quella impegnata sul fronte della grazia, sul fronte della salvezza delle anime, con gli strumenti dati da Dio: predicazione e sacramenti.

Ma l’orizzonte si fa sempre più scuro: dov'è questa Chiesa preoccupata della salvezza delle anime? Sembra che la maggiore parte del clero e del laicato impegnato sia occupata nel servizio al mondo. La predicazione ufficiale parla di pace del mondo, di fraternità universale, di umanità consapevole... un linguaggio degno del mondo massonico e della propaganda marxista di decenni fa.

No, questa Chiesa impegnata in qualcosa d’altro non è una Chiesa povera, anche se fa volontariato per i poveri. Non è una Chiesa povera, anche se apre a dismisura centri di accoglienza, perché  ha perso la radice della vera povertà, che è sperare solo in Dio.

Non possiedo né oro né argento, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo alzati e cammina” (At 3, 6) Nel nome di Gesù Cristo... così agisce San Pietro con lo storpio alla porta del tempio, così agisce la Chiesa di sempre di fronte ai mali del mondo: dona la grazia che salva, invitando alla conversione, quella vera.

Quando invece la Chiesa si imborghesisce parla dei poveri, ma non vive la povertà che ha come cuore il miracolo della grazia. Parla dei poveri la Chiesa ammodernata, ma è borghese nel midollo, perché cerca i mezzi umani per essere come gli altri club sociali. E anche quando parla di grazia di Dio, ne parla come un cappello aggiunto al suo pelagiano impegno tutto umano. Non è una Chiesa povera, perché la grazia di Dio, quella che discende dalla Croce di Cristo e dai sacramenti, non diventa mai il principio di giudizio e di azione.

Eppure saremo salvi se accoglieremo la grazia di Dio, e vivremo di conseguenza.

Domandiamo a Dio la grazia di vedere tornare la Chiesa a questa nobile povertà. Alla povertà coraggiosa che domanda ai peccatori di tornare a Cristo, e a coloro che non lo conoscono ancora di convertirsi a lui, unico Redentore.

E supplichiamo i pastori legittimi della Chiesa perché ci lascino vivere così: non ci interessano i borghesi che amano avere un po’ di commozione per i poveri, no - non ci interessano davvero. Vogliamo vivere da poveri, cioè integralmente cattolici, credendo pienamente nell’efficacia della grazia di Dio; credendo nell’assoluta necessità dei sacramenti; posando la vita sulla potenza della preghiera vissuta e insegnata.
Ci interessa vivere di questo, e non di altre elucubrazioni pastorali.

La mia casa sarà casa di preghiera: ecco la Chiesa povera.

 

Editoriale di "Radicati nella fede", settembre 2016

Argomento: Chiesa

 L’ingiustificata rimozione del vescovo di Albenga

di Emmanuele Barbieri per Corrispondenza Romana del 7 settembre 2016)

 

In data 1° settembre 2016 la Sala Stampa Vaticana ha comunicato che «il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Albenga-Imperia (Italia), presentata da S.E. Mons. Mario Oliveri. Gli succede S.E. Mons. Guglielmo Borghetti, finora Coadiutore della medesima diocesi».

Il Corriere della Sera dello stesso giorno, annunciando le sue dimissioni, ha scritto che «mons. Guglielmo Borghetti, “uomo di fiducia del Pontefice”, lo scorso maggio aveva già “svuotato” il seminario ligure nel quale erano stati accolti aspiranti al sacerdozio scartati dalle altre diocesi: le norme varate da Ratzinger stabiliscono infatti che non può essere sacerdote chi ha tendenze omosessuali».
È noto purtroppo che non c’è seminario italiano privo di sacerdoti di tendenze omosessuali, anche perché la parola d’ordine corrente negli ambienti ecclesiastici è che l’omosessualità, a differenza della pedofilia, non è una colpa grave.
La situazione della diocesi di Albenga non è certo peggiore di quella di altre diocesi, anche molto più importanti.
Perché colpire proprio questo vescovo?

Peraltro, nell’annuncio dato dal Bollettino della Santa Sede non si legge il fatidico caso 401 § 2 circa la rinunzia di un vescovo diocesano, quando egli rassegni le sue dimissioni prima del compimento del settantacinquesimo anno di età, caso in cui rientra mons. Oliveri.
Nel commiato che il Presule ha presentato alla sua diocesi, mons. Oliveri afferma di dimettersi per una richiesta da parte del Papa.
E cita un passaggio di una lettera a lui rivolta dal card. Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i Vescovi, in cui lo si invita – in quanto ormai vescovo emerito  – a «voler contribuire con le Sue parole e con i Suoi gesti, notoriamente ispirati dalla bontà, dalla cristiana carità e dalla saggezza pastorale, al rasserenamento degli animi, al mantenimento della pace nei cuori dei sacerdoti e dei fedeli di codesta comunità diocesana».

I motivi gravi per cui il Papa ha obbligato mons. Oliveri a lasciare la guida della sua diocesi non vengono enunciati dalla Santa Sede (non viene citato il canone del C.I.C. riguardante le questioni gravi, cosa che invece avviene in tutti i casi in questione).
Un vescovo, i cui gesti sono ispirati dalla «saggezza pastorale» non è certo invitato alle dimissioni per un comportamento non idoneo.

Il motivo della dimissioni di mons. Oliveri va quindi ricercato altrove.
La sua vera colpa non è quella che il Corriere della Sera gli addebita: la mancanza di severità riguardo alla condotta morale del suo clero, bensì quella che lo stesso giornale, in un altro passaggio suggerisce: di essere «fedele a Benedetto XVI nella possibilità di celebrare la messa con il vecchio rito (cosa che amava fare personalmente a differenza del Papa Emerito)».

La ragione di fondo della rimozione di mons. Oliveri va identificata nel fatto che il vescovo di Albenga ha sempre ispirato il suo ministero e la sua opera ad una visione di piena continuità con il magistero perenne della Chiesa.
In occasione del XXV anniversario di Episcopato è apparso il primo volume che raccoglie le sue opere, Fides et pax (Cantagalli, Siena 2016), ove si può trovare un compendio del suo insegnamento, così dissonante da quello corrente.

La voce di un Vescovo secondo cui «la nostra  missione è di natura soprannaturale e tende essenzialmente al Regno dei Cieli, alla vita con Dio, ben consci, illuminati, dalla parola di Cristo che il suo regno “non è di questo mondo”, “non è di quaggiù”» (dall’Omelia dell’Ingresso in Diocesi il 25 Novembre 1990), suonava ben diversa da quella di tanti Presuli, oggi impegnati solo ad aprire le chiese agli immigrati, disinteressandosi del loro bene spirituale.

Mons. Oliveri si è distinto inoltre per la generosa accoglienza verso un altro genere di migranti: i seminaristi e i sacerdoti perseguitati dai loro vescovi per l’amore che portavano alla Tradizione della Chiesa. Molti di loro oggi si sentono orfani.
Ancora una volta, ad un’autentica figura episcopale è stata tolta la parola. (Emmanuele Babieri)

Argomento: Chiesa

 San Giovanni Paolo II, nel 1985, aveva indicato la via della presenza cattolica nella società italiana, della lotta. A distanza di soli 30 anni, sembra che si debba essere subalterni al demonio, al mondo, alla carne, alle ideologie correnti.

Caro Giovagnoli su Loreto manipoli la storia

di Mons. Luigi Negri - Arcivescovo di Ferrara - 27-08-2016

 

Pubblichiamo una lettera aperta di monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio, al professor Agostino Giovagnoli, ordinario di Storia contemporanea all'Università Cattolica di Milano, in seguito al suo intervento al Meeting di Rimini in cui presenta una rilettura della storia della Chiesa italiana degli ultimi trenta anni, a partire da una critica al Convegno ecclesiale di Loreto del 1985 (clicca qui per leggere i principali passaggi discutibili a cui si riferisce monsignor Negri).


Carissimo Giovagnoli,

ti scrivo usando quella confidenza e sincera lealtà con cui abbiamo vissuto i nostri rapporti fin quando sono stato docente della Università Cattolica. Ricordo i nostri bei dibattiti svolti fra una lezione e l’altra: ho cercato di aprirmi alle tue ragioni, molto diverse dalle mie, ma credo che anche tu in questo dialogo abbia potuto identificare il senso e la ragione della mia presenza in Cattolica e nella Chiesa italiana.

Sono rimasto molto colpito, negativamente, dal tuo intervento al Meeting di Rimini sul genio della Repubblica. Certamente sono affermazioni, le tue, che richiederanno chiarimenti e approfondimenti, ma intanto sto al senso del tuo intervento.

Sono due i punti di dissenso dalla tua posizione:

Il primo riguarda una rilettura scorretta, gravemente scorretta, di quello che è stato il grande convegno di Loreto del 1985.
In quell’occasione Giovanni Paolo II si prese la responsabilità di indicare le linee di una identità dei cattolici italiani nel loro servizio al bene comune, riproponendo in maniera esplicita il valore insostituibile della Dottrina sociale della Chiesa, considerata come elemento dinamico così come era stato lungo la storia degli ultimi secoli. 

Tu accenni a una resistenza: io ricordo bene il clima di resistenza e di distanza in cui l’intervento del Santo Padre fu seguito quasi senza nessun applauso.
Applausi che invece debordarono moltissimi nei confronti dell’allora presidente dell’Azione Cattolica, di cui purtroppo ora non ricordo il cognome ma che era certamente su posizioni molto diverse da quelle di san Giovanni Paolo II.

Il Papa chiuse allora una stagione triste della Chiesa italiana piena di complessi di inferiorità, piena di reticenze, di resistenze; ha chiuso il dualismo fede-politica, fede-cultura, fede-ragione, ridando il senso dell’avvenimento della fede come avvenimento unitario, globale, aderendo al quale si procede verso il cambiamento integrale della propria intelligenza, della propria affezione. 

 

Il contributo che Loreto ha indicato ai cattolici italiani era quello di una presenza fortemente identificata.
Non contro nessuno: fortemente identificata come avvenimento di fede, fortemente identificata come appartenenza al mistero della Chiesa e soprattutto tesa a investire la realtà della vita sociale di una presenza missionaria nella quale - e attraverso la quale - avveniva un significativo incontro tra i cattolici e le altre componenti della vita sociale italiana.

Il modo per lavorare per l’unità – e qui entro nel secondo livello delle mie osservazioni – è esattamente questo appena descritto.
Non di lavorare senza identità, senza caratterizzazioni per una unità del popolo italiano che così come viene adombrata da te non c’è mai stata; per una unità che è tutto sommato una sorta di indifferenza che è la promessa se non già l’esperienza di una omologazione, che è certamente oggi il grande pericolo della nostra società.

Ciascuno non sa più chi sia veramente perché mancano le possibilità di quell’approfondimento della propria identità che – come diceva il mio grande maestro don Luigi Giussani – è la condizione per una effettiva possibilità di dialogo.
Il dialogo è il dialogo tra identità, non è una sorta di meccanismo neutrale che c’è per forza propria. Io ho lavorato più di sessanta anni per la Chiesa in Italia, e credo che il contributo che ho dato insieme a tantissimi amici di Comunione e Liberazione (Cl) sia stato quello del recupero di una identità cristiana in funzione di una missione sempre più forte, più libera, capace di creare effettivamente una società più vera, più libera, più umana.

Adesso tanti fatti, tanti avvenimenti e tante esperienze della vita di Cl mi sembra siano presentate secondo una ottica ideologica che non posso condividere perché questi avvenimenti non sono accaduti come vengono descritti oggi. E poi perché mi sembrano di una enorme banalità.

Caro Giovagnoli, sono intervenuto perché ci sia una possibile chiarificazione tra noi, e ci si aiuti a integrarsi.

Ma lasciami anche dire che ho aspettato invano che ci fossero voci libere come la tua che ricordassero ai responsabili del Meeting e a tutti che non è possibile che venga negato nell’ambito del Meeting il diritto di parola a gente che porta sulle sue spalle il peso di una fedeltà alla Chiesa che ha significato martirio, a volte offerta della vita (il riferimento è a quanto accaduto per il dibattito sulla normalizzazione dei rapporti tra Cuba e Stati Uniti, clicca qui).
Mi è suonata terribile l’affermazione di una responsabile del Meeting secondo cui lo spirito del Meeting «non è di dare voce a chi non può parlare».
Vorrei dire a costoro: scusatemi, io per 36 anni non solo ho avuto questa esperienza ma ho lavorato perché chi non aveva voce nella società potesse averla almeno nello spazio libero di un dialogo fra identità operate o sostenute dall’amore a Cristo e all’uomo.

 

* Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

da: La Nuova BQ.it

Argomento: Chiesa

 Farà carriera? Temiamo di no... Perchè siamo arrivati al punto di meravigliarci quando un vescovo parla di fede... 

 Domine salva nos perimus!

Le parole di fede del vescovo di Ascoli Piceno

(di Cristina Siccardi)

 

L’omelia che Monsignor d’Ercole ha tenuto ad Ascoli Piceno il 27 agosto u.s. per i funerali di Stato in suffragio delle vittime del terremoto che ha colpito il centro Italia è il segnale che, anche in tempi di aperta apostasia, di commistioni sincretiche anticattoliche, di corruzione spirituale e morale, il coraggio della Fede viene invocato come unica e reale risorsa.

Parole retoriche, qualcuno potrebbe dire, oppure di un’età della Chiesa modernista che tutto infetta… e invece no, perché abbiamo ascoltato parole di Fede, parole di un Pastore che all’angoscia del proprio gregge ha dato risposte tratte dal patrimonio della Tradizione della Chiesa.

Il Vescovo di Ascoli Piceno ha invitato tutti a puntare al coraggio della Fede, come fece Giobbe. Il terremoto con la sua violenza può togliere tutto, eccetto il coraggio della Fede, «scialuppa quando ci si trova in un mare in tempesta».

Il Vescovo si è rivolto ai fedeli in questi termini: «Cari amici, mi rivolgo soprattutto a voi che siete diventati la mia famiglia. “E adesso, vescovo, che si fa?ˮ. Quante volte in questi giorni, amici miei, mi son sentito ripetere questa domanda. Dai familiari delle vittime; da chi si ritrova senza famiglia e senza casa; dai giornalisti in cerca di notizie; dai parenti e dagli amici nell’obitorio fra le salme che aumentano con il passare delle ore e dei giorni. Domande spesso solo pronunciate con il pianto e lo sguardo perso nel nulla. Esiste una risposta? (…) Questa stessa domanda – “E adesso che si fa?ˮ – l’ho rivolta in queste interminabili giornate di commozione e di strazio a Dio Padre, suscitato dall’angoscia di padri, madri, o figli rimasti orfani, dall’avvilimento di esseri umani derubati dell’ultima loro speranza. “E adesso, Signore, che si fa?ˮ. Quante volte, nel silenzio agitato delle mie notti di veglia e d’attesa, ho diretto a Dio la medesima domanda: a nome mio, a vostro nome, nel nome di questa nostra gente tradita dal ballo distruttore della terra. Mi è venuto subito in mente l’avventura di Giobbe, questo giusto perseguitato dal male». La polvere, ha proseguito il Vescovo, è «tutto ciò che è rimasto a questa gente, Signore, dopo la tragedia. Tutto sembra diventato polvere (…) Un intero pezzo di storia adesso non c’è più. Polvere, nient’altro che polvere: la polvere che per Giobbe, dopo il dramma di una fatica disumana, diventa altare sul quale brilla la vittoria di Cristo».

Da Giobbe alla citazione di uno scrittore cattolico, legato, per idee religiose e civili, alla gloriosa Tradizione cristiana, quella con la T maiuscola, fiera della sua identità, quella Tradizione che ha permesso, con la semina della Buona Novella, di raccogliere nel mondo abbondanti frutti miracolosi di vita, sia terrena che eterna. La frase guareschiana citata da Monsignor d’Ercole è stata estrapolata da un’omelia di Don Camillo, tenuta dopo un’alluvione a Brescello: l’acqua ha tutto ricoperto, ma non la voce della Fede: «Le acque escono tumultuose dal letto del fiume e tutto travolgono: ma un giorno esse torneranno placate nel loro alveo e ritornerà a splendere il sole. E se, alla fine, voi avrete perso ogni cosa, sarete ancora ricchi se non avrete perso la fede in Dio. Ma chi avrà dubitato della bontà e della giustizia di Dio sarà povero e miserabile anche se avrà salvato ogni cosa».

Il sisma, che ha tragicamente coinvolto molti paesi e molti abitanti, è simbolo dei terremotati giorni dell’età contemporanea, dove non soltanto l’ateo si rivolta contro le leggi divine, ma gli stessi ministri di Dio si contrappongono alla logica del diritto naturale e del diritto divino, alle Sacre Scritture, come alla professione di Fede, queste ribellioni dovrebbero far tremare i polsi di ogni persona che non ha occultato la coscienza: perdere un proprio caro, perdere la propria casa, perdere la propria attività lavorativa sono dolori terribili, ma sono temporanei, a fronte della perdita per sempre della propria e/o delle altrui anime. Per chi crede, esiste la Divina Provvidenza che agisce attraverso la virtù della speranza in Gesù Cristo, l’Agnello immolato per ciascuno, che ha portato la salvezza anche per le vittime del 24 agosto.

Due figure letterarie sono emblematiche nell’aver avuto o non avuto fiducia nella Divina Provvidenza, rispettivamente Silvio Pellico e Primo Levi. Basta osservare il termine della loro vita per rendersene conto.
Il cattolico Pellico, seppure fiaccato dal carcere dello Spielberg, morì in pace con se stesso e con il mondo: fu la Fede a salvarlo.
Il non cattolico Levi non resse alla memoria della prigionia del campo di concentramento e si suicidò.
Scrisse Pellico «Sia benedetta la Provvidenza, della quale gli uomini e le cose, si voglia o non si voglia, sono mirabili stromenti ch’ella sa adoprare a fini degni di sé».
Aveva scritto Levi: «Se non altro perché un Auschwitz è esistito, nessuno dovrebbe oggi parlare di Provvidenza».

Invece siamo ancora qui a parlarne, forte e chiaro. La invochiamo supplicanti. E grazie alla Divina Provvidenza, che ha già permesso la presenza di suoi «stromenti» (pompieri che hanno salvato vite, volontari che hanno dispiegato e dispiegano forze ed energie, milioni di euro raccolti con i soli sms…), su queste povere terre martoriate la polvere scomparirà per far spazio a case e chiese, come ha affermato Monsignor d’Ercole: «Le torri campanarie dei nostri paesi, che hanno dettato i ritmi dei giorni e delle stagioni, sono crollate, non suonano più. Ma un giorno, esse continueranno a suonare, riprenderanno a suonare».

(Cristina Siccardi, per Corrispondenza romana del 31/8/2016)

Argomento: Chiesa

 Maestro nella vita spirituale? Intransigente custode della fede? Campione nella lotta contro la modernità? Niente di tutto questo.  

 Vaticano, promosso il vescovo che ha fatto il barbone

 

Città del Vaticano - Largo ai vescovi da strada. La Chiesa da tre anni in qua, pian piano, procedendo gradualmente, sta mutando volto. Man mano che nelle diocesi i vescovi se ne vanno in pensione raggiungendo il 75esimo anno, il Papa li sta sostituendo con candidati di rottura, pastori disposti a tutto pur di evitare ogni scontro. Si tratta di successori degli apostoli che si avvicinano al suo modo di agire per costruire l'ospedale da campo, decisamente più aperti alla modernità, accoglienti solo verso gli emarginati, propensi ad un dialogo a 360 gradi capace di ignorare l'esistenza di steccati culturali o ideologici.
In sintesi meno ardimentosi e più conformisti.
L'ultima nomina che va in questa direzione riguarda il Canada, la città di Regina. A ricoprire la sede vacante è andato un giovane vescovo, Donald J. Bolen, noto forse soltanto per avere provato a vivere come un homeless per tre giorni, facendo la fila alle mense, chiedendo l'elemosina, dormendo in alloggi di fortuna, fraternizzando con gli altri senza tetto di Saskatoon, una cittadina canadese di 200 mila abitanti, dove le estati sono calde e gli inverni sono capaci di arrivare anche a meno 50 gradi.
Dopo qualche anno di seminario e di sacerdozio, Bolen in quei giorni ha finalmente riportato una esperienza capace di cambiarlo. “Ho capito molte cose”.

Insomma l'identikit del vescovo 'modello' è il prete callejero, il prete da strada, colui che non ha paura a ignorare l'odio del mondo alla Chiesa, per immergersi solo in uana parte della realtà circostante abbandonando, se occorre, le certezze della fede.
L'orientamento di Bergoglio era stato chiaro sin dall'inizio, anche in Italia, con la nomina di Galantino che da vescovo di Cassano allo Jonio si è ritrovato a fare il segretario della Cei. Catapultato dalla periferia al centro da un giorno all'altro. Uno che non si è mai fatto chiamare “eccellenza” ma solo don Nunzio e che ha sempre viaggiato in seconda classe o guidato la sua utilitaria un po' scassata. Pronto a inchinarsi davanti ai potenti della politica, dell'economia, dei mass media.
Poi è stata la volta dei nuovi arcivescovi di Bologna e Palermo. Altri due esempi illuminanti. Anche lì si è trattato di una sorpresa per il profilo dei prescelti. Il nuovo vescovo di Palermo, Corrado Lorefice, prima era uno sconosciuto parroco siciliano che ha scritto un libro sulla Chiesa dei poveri secondo il Concilio Vaticano II.

A Bologna, invece, Bergoglio ha nominato Matteo Zuppi, già vescovo ausiliare di Roma, con alle spalle una storia di impegno per i poveri e per la pace in Africa. La scorsa estate, invece, aveva mandato a Padova un parroco di Mantova, Claudio Cipolla, anche in questo caso andando a pescare fuori dalla regione ecclesiastica del Triveneto e dai nomi proposti.
 
L'idea del Papa è di mescolare le carte, ricoluzionare le logiche delle promozioni e delle ambizioni di chi spera in uno scatto di posizione fino arrivare alla porpora. Insomma la Chiesa 3.0.  

da Il Messaggero del Mercoledì 13 Luglio 2016, di Franca Giansoldati con integrazioni

Sulla stessa incredibile vicenda Cfr. La Stampa.

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Nomine episcopali

I nuovi vescovi “targati” Francesco: in tre anni cambiato il volto delle diocesi

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Argomento: Chiesa

 Il finanziere George Soros ha dato consistenti contributi ad organizzazioni cattoliche per «spostare le priorità della Chiesa cattolica americana» dai temi vita e famiglia a quelli della giustizia sociale: occasione particolare, la visita di Papa Francesco negli Usa nel settembre 2015. È quanto emerso nei giorni scorsi, in aggiunta alle precedenti rivelazioni, dai numerosi documenti riservati hackerati alla sua Open Society Foundation. La notizia è circolata soprattutto negli Stati Uniti, focus dell’azione di Soros, ma merita di essere ripresa e conosciuta ovunque perché le sue implicazioni riguardano la Chiesa universale.

Se la Chiesa cade nelle mani di Soros

di Riccardo Cascioli

artiamo dai fatti contenuti nei documenti pubblicati da DC Leaks: nell’aprile 2015 la Open Society ha versato 650mila dollari nelle casse di due organizzazioni legate ad ambienti cattolici progressisti, PICO e Faith in Public Life (Fpl), con lo scopo di «influenzare singoli vescovi in modo da avere voci pubbliche a sostegno di messaggi di giustizia economica e razziale allo scopo di iniziare a creare una massa critica di vescovi allineati con il Papa». Le due organizzazioni destinatarie dei versamenti sono state scelte, spiegano i documenti, perché impegnate in progetti a lungo termine che hanno lo scopo di cambiare «le priorità della Chiesa cattolica statunitense». La grande occasione è data dalla visita del Papa negli Stati Uniti e la fondazione di Soros punta esplicitamente ad usare i buoni rapporti di PICO con il cardinale honduregno Oscar Rodriguez Maradiaga, tra i principali consiglieri di papa Francesco, per «impegnare» il Pontefice sui temi di giustizia sociale e anche avere la possibilità di inviare una delegazione in Vaticano prima della visita di settembre in modo da far ascoltare direttamente al Papa la voce dei cattolici più poveri in America.

C’è poi un Rapporto del 2016, un bilancio dell'anno precedente, in cui la fondazione di Soros si ritiene soddisfatta di come sia andata la precedente campagna in vista della visita del Papa e anche per il numero di vescovi che, in vista delle presidenziali, hanno apertamente criticato i candidati che puntano sulle paure della popolazione, con evidente riferimento a Donald Trump ed altri candidati repubblicani.

Se questa soddisfazione sia giustificata o meno e quanto la visita del Papa sia stata effettivamente influenzata da questa azione di lobby, è certo materia di discussione. Ma ognuno può trarre le sue conclusioni ripercorrendo discorsi, incontri, conferenze stampa e polemiche legate a quella visita. Quello che qui preme sottolineare sono invece due realtà che tali documenti portano alla luce e che hanno un valore ben oltre la contingenza di una visita papale.

Il primo e più importante è il grande investimento che organizzazioni filantropiche tradizionalmente anti-cattoliche stanno facendo per sovvertire l’insegnamento della Chiesa. È questo il vero scopo del cambiamento di priorità invocato, dai temi su famiglia e vita a quelli di giustizia sociale. In questo Soros si colloca nel solco di una tradizione ultradecennale che vede protagoniste le principali fondazioni americane, dai Rockefeller ai Ford, dai Kellog a Turner e così via. È un progetto di “protestantizzazione” che il sottoscritto aveva già documentato in un libro pubblicato venti anni fa (Il complotto demografico, Piemme). Il motivo? La Chiesa cattolica che, in sede di organizzazioni internazionali ha come obiettivo fondamentale di difendere la dignità dell’uomo, è l’ultimo baluardo che si oppone all’instaurazione di un nuovo ordine mondiale che vuole ridurre l’uomo a semplice strumento nelle mani del potere.

Parte fondamentale di questo progetto è la diffusione universale del controllo delle nascite, dell’aborto come diritto umano, della distruzione della famiglia e della promozione dell’ideologia di genere. Proprio negli anni ’90 del secolo scorso, in un ciclo di conferenze internazionali dell’ONU (dal vertice di Rio de Janeiro sull’ambiente nel 1992 fino al summit di Roma sull’alimentazione nel 1996) si scatenò una battaglia diplomatica senza precedenti tra Stati Uniti e Unione Europea da una parte e Santa Sede dall’altra proprio su questi temi. Sebbene possiamo oggi notare come quell’agenda abbia fatto passi da gigante a livello mondiale, la strenua resistenza della Chiesa, che aveva trascinato con sé molti Paesi in via di sviluppo (vittime di questo neo-colonialismo) ha ritardato e sta ostacolando quel progetto. Molto lo si deve a Giovanni Paolo II, il quale ha sempre avuto chiaro che la famiglia e la vita sono oggi il principale terreno su cui si gioca la battaglia per la dignità dell’uomo. Vale la pena ricordare per inciso che proprio per questo motivo e per questa battaglia, il Papa istituì allora il Pontificio Consiglio per la Famiglia e anche l’Istituto per gli studi su Matrimonio e Famiglia presso la Pontificia Università Lateranense (l’Istituto Giovanni Paolo II che nei giorni scorsi ha visto un cambiamento significativo alla sua guida).

Si può capire quindi come si siano intensificati gli sforzi internazionali per indebolire la Chiesa su questo fronte. Negare l’esistenza di princìpi non negoziabili e la promozione quasi esclusiva della giustizia sociale a scapito dei temi di famiglia e vita è la via maestra per raggiungere questo scopo. E i soldi di Soros sono parte di questi sforzi che però vanno ben oltre l’attività della sua Fondazione.

Del resto - e qui è la seconda questione - questi personaggi e queste organizzazioni trovano una facile sponda all’interno della Chiesa stessa in certi ambienti progressisti che già per conto loro condividono questo approccio. Proprio le due organizzazioni finanziate da Soros nel 2015 ne sono una dimostrazione. PICO, ad esempio, è stata fondata nel 1972 dal padre gesuita John Baumann e si propone di affrontare i problemi sociali attraverso l’organizzazione di cellule fondate sulle comunità delle varie religioni presenti, per intenderci un modello evoluto di comunità di base di sudamericana memoria. Proprio per questo PICO si è guadagnata il supporto del cardinale Maradiaga (c’è un video promozionale del 2013 in cui il cardinale invita a sostenere PICO). Ma tale organizzazione è anche ispirata dal “guru” comunista Saul Alinski, conosciuto come il “profeta” dell’organizzazione delle comunità di base e delle minoranze etniche. Del resto nell’elenco dei finanziatori di PICO troviamo le Fondazioni Ford e Kellogg in aggiunta a un’altra decina di fondazioni dalla forte identità liberal. Curiosamente, poi, si trova Alinski anche all’origine della carriera politica di Hillary Clinton e non può quindi sorprendere l’impegno di PICO, tra l’altro, nella campagna elettorale per le presidenziali.

Impegno ancora più esplicito per l’altra organizzazione finanziata da Soros, Faith in Public Life, che tra i successi del 2015 – oltre alla “preparazione” della visita del Papa, tra cui un sondaggio ad hoc sui cattolici americani teso a supportare l’agenda liberal – cita anche la mobilitazione per bloccare la legge sulla libertà religiosa della Georgia, finalizzata tra l’altro a garantire l’obiezione di coscienza contro l’imposizione dell’ideologia gender e delle nozze gay. 

Quanto il cardinale Maradiaga e altri esponenti dell’episcopato sono coscienti o partecipi di questo disegno decisamente anti-cattolico? Non lo sappiamo e non ci azzardiamo a processarne le intenzioni. Possiamo solo notare come certi esponenti ecclesiali di primo piano vengano individuati come omogenei ai progetti di chi vuole distruggere la Chiesa, a prescindere poi dal successo o meno che abbiano certi tentativi di approccio. 

Però qui corre l’obbligo di aggiungere un dato inquietante ai documenti rivelati. Si può infatti facilmente capire che di tale progetto di cambiamento nella dottrina della Chiesa faccia parte anche un'opera di infiltrazione di specifici personaggi nei centri decisionali della Chiesa. E non si può non andare immediatamente al caso di Jeffrey Sachs, l’economista dell’ONU e direttore dell’Earth Institute che ha avuto un ruolo importante nell’enciclica “Laudato Sii”, tanto da essere chiamato dal Vaticano sia per le presentazioni dell’enciclica sull’ambiente sia per i convegni internazionali sullo sviluppo sostenibile.

La sua inspiegabile onnipresenza è stata contestata nei mesi scorsi – oltre che dal nostro giornale (clicca qui, qui e qui) – dalle principali organizzazioni pro-life e pro-family internazionali perché Sachs è ben noto come grande sostenitore delle politiche di controllo delle nascite. Ma è stato difeso a spada tratta dal presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, il vescovo argentino Marcelo Sanchez Sorondo, che ne ha anche sponsorizzato la nomina da parte di papa Francesco nella Pontificia Accademia da lui presieduta. Ebbene, ciò che forse non è stato detto, è che Sachs è anche conosciuto per essere un uomo di Soros (peraltro entrambi sono ebrei originari dell’Est Europa), da diversi decenni impegnato nella concezione e diffusione di teorie economiche a sostegno dell’Open Society perseguita da Soros.

Alla luce dei documenti che attestano le strategie di Soros nei confronti della Chiesa cattolica, la presenza di Sachs nei piani alti del Vaticano risulta meno inspiegabile, sebbene ancora più inquietante. A questo punto sarebbe però opportuno che a spiegarsi siano il vescovo Sorondo, il cardinale Maradiaga e quanti altri sono coinvolti in questa rete.

 

Argomento: Chiesa

 Vescovi coraggiosi. L'aquila di Ferrara:
 "No ai musulmani alle messe cattoliche"

di Andrea Morigi, per Libero del 17 agosto

 

Ora basta con i musulmani a messa. Al termine della celebrazione eucaristica del 15 agosto, nella Cattedrale di Ferrara, l' arcivescovo Luigi Negri ha qualche sassolino da togliersi dalle scarpe. Così, prima della benedizione solenne, torna all' ambone e si rivolge all' assemblea: «Mi sembra fondamentale una chiarificazione», esordisce. Quel che aveva ritenuto di omettere nella predica è un avvertimento: «È certamente importante che in un tempo così delicato come quello che stiamo vivendo, si attivino tutte le possibilità di dialogo e di incontro per favorire la reciproca conoscenza tra gli appartenenti alle diverse religioni. Sono infatti sinceramente convinto che la conoscenza attraverso il dialogo possa favorire un clima sociale migliore».

Fin qui, tutto bene. Se non che, dopo la partecipazione di alcuni esponenti della comunità islamica alle celebrazioni liturgiche anche nel territorio della diocesi di Ferrara-Comacchio, un decreto di espulsione disposto il 10 agosto dal Viminale nei confronti dell' albanese Hidri Sajmir, residente nella vicina Vigarano Mainarda, ha fatto venire alla luce il lato oscuro delle moschee locali, quello violento. Per dirla con le parole del ministro dell' Interno Angelino Alfano, l' uomo svolgeva «un' attività di proselitismo rivolta ai fedeli con un linguaggio denso di tratti di fanatismo e consultava online, freneticamente, siti con contenuti riferibili allo Stato Islamico».

Gente così, meglio tenerla fuori dai confini italiani. In ogni caso, per quanto riguarda la pratica pastorale, non è di nessuna utilità invitare in chiesa fedeli di altre religioni o persone non battezzate che generano soltanto confusione e sconcerto fra i cattolici. Soprattutto dopo che meno di un mese fa, il 26 luglio, a Saint-Etienne-du-Rouvray, in Normandia, proprio dei fedeli di Allah hanno sgozzato un prete che stava celebrando. È naturale che anche fra i cattolici praticanti sorga qualche dubbio sull' improvviso embrassons-nous.

Infatti, in Francia, un' indagine sociologica dell' istituto Ifop pubblicata da Le Monde il 12 agosto indica che il 45% dei cattolici francesi percepiscono l' islam come «una minaccia». L' anno scorso, erano appena il 33%. Fra i francesi in genere, invece, solo una lieve variazione, dal 32 al 33%. Il buonismo delle gerarchie ecclesiastiche appare sempre meno convincente, secondo il sondaggio che registra anche l' opinione del 71% dei fedeli, per i quali l' islam è troppo influente e troppo visibile, alla faccia dei proclami sulla laicità. Quattro anni fa chi la pensava così era soltanto il 60%. E ora i cattolici non sopportano più nemmeno l' ostentazione del velo da parte delle donne musulmane: dal 54% di quattro anni fa, sono saliti al 67, contro il 63% della media francese. Altro che sottomissione.

Indipendentemente dalla lettura dei quotidiani d' Oltralpe, monsignor Negri coglie la medesima atmosfera nel suo piccolo gregge. È convinto «che le iniziative intraprese nelle celebrazioni eucaristiche delle scorse domeniche - da inquadrarsi nel momento drammatico dell' uccisione di P. Jacques Hamel, in cui i rappresentanti delle comunità islamiche hanno espresso vicinanza alle comunità cristiane - dopo aver raggiunto il loro obiettivo abbiano anche esaurito la loro funzione». Grazie a tutti, insomma.
Ma adesso ognuno torni a frequentare i propri luoghi di culto.

«È infatti un bene che i cattolici possano ora vivere autonomamente la santa messa come è nella natura della celebrazione liturgica di questo sacramento, che non è stato istituito allo scopo di far dialogare le diverse religioni, ma per far partecipare i battezzati al mistero della passione, morte e risurrezione del Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio», spiega ancora il vescovo.
Quel che gli preme, infine, è scardinare le argomentazioni di quanti nell' occasione hanno sottolineato la presunta devozione mariana dei musulmani, o almeno la significativa presenza della Vergine Maria in una sura del Corano. La differenza con chi la venera come Madre di Dio è enorme. Dunque «noi non possiamo accettare che neanche per scherzo si possa parlare di Maria con un' accentuazione soltanto storica o storicistica. Non possiamo accettare di ridurre il mistero della Madre del Signore a realtà secondaria, che non toccherebbe la sostanza del dogma di Cristo. Chi riduce l' importanza del mistero della divina maternità della Vergine Maria attacca decisamente la sostanza della fede».

Non è nemmeno necessario che nomini i musulmani. Tanto il popolo di Dio, raccolto lì davanti, ha già capito tutto.

di Andrea Morigi

Argomento: Islam

 Maria di fronte al Protestantesimo

Tratto da: P. Amadio Tinti OSM:  MARIA DEBELLATRICE DELLE ERESIE

 

Cessato lo scisma d'Occidente, la Chiesa era quanto mai impegnata a ristabilire la disciplina, mediante una radicale riforma. Se non che, sotto il pretesto di ritornare alla vera vita cristiana, sorsero, eretici che pretesero riformare la Chiesa stessa. Questi furono Martin Lutero, Ulderico Zuinglio e Giovanni Calvino.

Con questo non vogliamo già dire che l'origine e la diffusione di questa pseudoriforma debba attribuirsi direttamente a Lutero, no; ma solo diciamo che Lutero e compagni trovarono il terreno preparato. Gli abusi e gli scandali che si deploravano nel secolo XVI, potevano dare occasione, ma non la vera causa delle aberrazioni luterane, perché, sebbene la corruzione fosse allora grande, non era però, ai tempi di Lutero come ai tempi di S. Pier Da­miani e di S. Bernardo. Né migliori erano i cosiddetti riformatori di una chiesa che, senza confronti, era più santa di loro. (Mauri. Lez. Eccl. P. II. p. 197).

I motivi che facilitarono la cosìddetta riforma di Lutero, vanno piuttosto ricercati nello scadimento della riverenza dovuta all'autorità Pontificia: scadimento che si era già verificato fino dai tempi della lotta di Filippo il Bello, dall'esilio di Avignone ecc.

Altro motivo fu pure la tendenza a separare dalla Religione il potere civile. Infatti si pretese allora di negare l'autorità Religiosa nei rapporti pubblici, sociali; a cui si aggiunse il fatto dell'Impero che da tempo aveva cessato di essere, secondo la sua istituzione, tutela dei diritti della Chiesa.

In questo stato di cose, apparve Lutero.

Lutero era figlio di un minatore. Nacque ad Esleben (Sassonia) il 10 Novembre 1483. A 14 anni studiò a Magdeburgo e ad Eisenach, presso i Padri Francescani. A 18 anni frequentò l'Università di Erfurt, dove ottenne i gradi di filosofia. In seguito, mentre attendeva allo studio del diritto, atterrito dalla morte di un suo amico che gli cadde al fianco fulminato, entrò (1503) nell'Ordine degli Agostiniani detti Monaci Eremiti.

Per quattro anni parve tutto dedito agli studi e a Dio. Nel 1507, ordinato Sacerdote, passò a Vittemberga, presso un Convento dello stesso Ordine, dove pubblicamente insegnò la Dialettica e la fisica di Aristotele.

Frate senza vocazione, a poco a poco cominciò a persuadersi che il giogo delle virtù Sacerdotali e Religiose gli erano ormai insopportabili. Nel suo orgoglio, non sapeva trovare un conforto e alcun aiuto nella preghiera. Si confermò sempre più nella persuasione che la natura umana è corrotta, e si consolava al pensiero di una fatalità di colpe, dalle quali si viene giustificati per la esterna applicazione dei meriti di Gesù Cristo, me­diante la fede.

Questa giustificazione esterna, senza le opere, è l'errore fondamentale di tutta la dottrina luterana. (Pighi. Hist. Eccl. To. III. p. 121).

Frattanto venivano pubblicate in Germania (15 Settembre 1517) le Indulgenze che Leone X concedeva ai fedeli che, in espiazione dei loro peccati, avessero concorso con elemosine alla costruzione del Tempio di S. Pietro in Roma.

A questa predicazione delle Indulgenze, Lutero alzò la voce, accusando i predicatori di vendere le Indulgenze allo scopo di arricchire e aprire la via ad ogni vizio, facendo credere al popolo che poi col denaro si potesse cancellare ogni peccato.

Il Papa Leone X adoperò tutti i mezzi per ricondurre Lutero a miglior consiglio, ma invano. Finché il 15 Giugno 1520, con la Bolla «Exurge Domine», furono condannate 41 proposizioni, tolte dalle opere di Lutero. Venne sospeso dalla predicazione, e gli fu fatta la minaccia di dichiararlo eretico se entro 60 giorni non avesse ritrattato i suoi errori. Ma Lutero continuò nella sua ostinazione al punto di rispondere alla Bolla con ingiurie ed opuscoli infami «Adversus execrabilem bullam anticristi», e di più il 10 Dicembre 1520, davanti alle mura di Wittemberga, in mezzo ad un gran baccano di gente, bruciò la Bolla Pontificia e il Corpus Juris Canonici.

Dopo forti polemiche con i Papi, dai quali venne scomunicato, e non poche contese con gl'Imperatori, Lutero moriva il 18 Novembre 1546, nella spaventevole insensibilità dell'impenitenza, fra le disillusioni e le amarezze del malcostume suo, e dei suoi discepoli. (Mauri. Lez. Eccl. P. II. p. 203).

Intanto Melantone, Zuinglio e Calvino ed altri eretici della medesima stregua, pur seguendo, in sostanza, gli insegnamenti di Lutero, vi andavano apportando non poche varianti, per cui il protestantesimo si suddivise in tante sette quante erano le diverse opinioni.

Non è facile poter dire i grandi mali che portò questa eresia dei protestanti alla Chiesa e alle nazioni in cui riusciva a penetrare...!

Oltre alla Germania, sede del luteranesimo, l'Inghilterra subì gravissimi danni. Enrico VIII, che aveva preso le difese del Cattolicesimo contro Lutero (1521), e si era meritato dal Papa Leone X il titolo di «difensore della fede», nel 1527, trascinato da una indegna passione verso Anna Boleyn, pretendeva da Clemente VII che venisse dichiarato nullo il suo matrimonio celebrato con Caterina di Aragona, da lui sposata nel 1509. Ma il Papa rispose non essere lecito quanto chiedeva Enrico.

Sdegnato per tale rifiuto, irritato per l'opera dei due Cardinali Capeggio Vescovo di Salisbury, e Wolsey, Cancelliere del regno, delegati dal Papa per esaminare la causa, Enrico VIII comandò che il Capeggio uscisse dall'Inghilterra, poi depose dalla carica di Cancelliere Wolsey, confiscandogli tutti i beni.

Non contento, si fece dichiarare dal Parlamento, oltre che re anche capo della chiesa in Inghilterra, accettando la dottrina dei protestanti.

Nel 1533 celebrò il matrimonio con Anna Boleyn, facendo credere al suo Cappellano di Corte di avere avuto la dispensa da Roma.

Privò del diritto al regno la figlia legittima Maria, dichiarando erede al trono Elisabetta, figlia naturale.

Scomunicato da Paolo III (30 Agosto 1535), Enrico non conobbe più freno. Si abbandonò ad ogni eccesso contro Vescovi, Abbazie, Monasteri, non che contro tutti i cattolici. Il Cardinale Fischer e il dottissimo Tommaso Moro, gran Cancelliere del regno, perché si opposero alle sue pazze deliberazioni, salirono il patibolo (1535).

Moriva Enrico VIII il 28 Gennaio 1547.

Ad Enrico successe Edoardo VI, che aveva nove anni. Dai suoi perfidi reggitori, fu introdotta una nuova costituzione ecclesiastica, con la quale veniva minacciata la morte a chi avesse ancora creduto al Primato di Pietro, al Purgatorio ecc. Ma Edoardo morì ancora giovanetto. Ad Edoardo successe Maria d'Aragona, che pensò a riconciliare lo Stato con Roma, ma anch'essa morì presto; ed il trono lo ebbe Elisabetta, il cui governo di 45 anni, può de­finirsi di dispotismo e di vergogna.

Queste rovine morali e religiose le subì pure la Francia, per gli Ugonotti. Questi Ugonotti formavano una comunità calvinista politico-religiosa. Da Ginevra, da Friburgo e da Berna scesero e si diffusero in Francia. Nel 1559 tennero a Parigi il loro primo sinodo in cui decisero di attenersi all'ordinamento ecclesiastico e alla costituzione presbiteriale di Calvino. In questa era pure compresa una professione di fede detta «confessione Gallicana», che stabiliva la pena di morte ai fedifraghi. La Religione Cattolica fu chiamata «culto idolatrico», le chiese «templi idolatrici», i Vescovi «malandrini», il Papa «anticristo».

Divenuti una falange di 800.000 unità, ebbero l'importanza di un gran partito. Sotto questo aspetto, si immischiarono nella lotta di successione al trono di Francia, fomentando guerre per la durata di trent'anni. Ovunque seminavano stragi ed orrori, come quelli della notte di S. Bartolomeo, in cui furono uccisi cinquemila Ugonotti (Encicl. Catt. P. III).

Sarebbe una impresa troppo grave voler descrivere gl'immensi mali che ne vennero alla Chiesa e a tante nazioni, per causa dei protestanti!

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Piuttosto ci domandiamo: Cosa ha fatto la Madre di Dio contro questi eretici e le loro dottrine?

Ci risponde la storia. Nel 1526 i calvinisti esordirono il loro ingresso in Parigi con insultare e oltraggiare il culto alla Madre di Dio. Mutilarono una statua della Vergine SS. ma, che era oggetto di grande venerazione ai francesi, e le spiccarono il capo. Il popolo di Parigi si sentì offeso e profondamente commosso da questo attentato contro la sua fede. Il re Francesco I fece fare un'altra statua d'argento dorato, molto più bella della prima, e, portandola egli stesso con le sue mani, seguito da una immensa processione, la collocò nel luogo ove era l'antica; mentre quella mutilata, nello stato di mutilazione, fu portata con grande pompa nella Chiesa di S. Gervaso, dove fu venerata sotto il titolo di Nostra Signora della Tolleranza (Nicolas. Vol. II. p. 231).

Chi non vede qui l'intervento della Vergine SS. ma che, dal sacrilegio, trasse motivo di un trionfo pubblico, a confusione della eresia?

Sempre in Francia, nella città di Salins, Maria liberava il popolo a Lei devoto dalla eresia calvinista:

Questa città aveva un umile e pio Religioso dell'Ordine Cistercense di nome Pietro Marmet. Egli passava gran parte del giorno e della notte davanti ad una Immagine della Beatissima Vergine, di cui era teneramente devoto, e non cessava di supplicarla con lagrime perché si prestasse alla liberazione del suo popolo.

I calvinisti ad ogni costo volevano impadronirsi di Salins: la guerra si faceva sempre più dura: stava ormai per essere assediata. Il popolo già si presentava alla mente gli orrori dei saccheggi e delle profanazioni, della carneficina che, in quei tempi, accompagnavano sempre le vittorie degli eretici.

Il Religioso Cistercense, nella previsione di tanti mali, si presentò ai Capi della città, e propose loro, se volevano uscirei da sì grave afflizione, di fare voto di edificare e consacrare un Tempio a Maria SS.ma. Il voto fu fatto, e fu pure designato il luogo dove sarebbe stato costruito.

Ascoltiamo, su questo avvenimento, ciò che scrive il Ricciardi nei suoi volumi intorno ai Santuari Mariani.

«Mirate, o Madre pietosa, ripeteva il P. Marmet davanti alla Immagine della Vergine, alla nostra afflizione! Se le porte della nostra città saranno forzate da quelle orde inferocite, il Santuario che vi dedichiamo, sarà il primo oggetto del loro furore... I Monasteri saranno abbattuti, le cose più sacre, profanate, la fede perseguitata... Alzate il vostro braccio e cada, per il vostro potere, la forza di coloro che minacciano i nostri altari. Salvate quelli che vi amano e che sono consacrati a voi. Siate la nostra liberatrice».

«Salins era per cadere nelle mani degli eretici, quando una fanciulla di dieci anni, in letto ammalata, alzò improvvisamente la voce esclamando: Ecco, ecco, la Madonna scaccia i nemici. Nello stesso momento il P. Marmet, levatosi dall'orazione, corse fuori dal Monastero, e a quanti incontrava ripeteva: Adesso, adesso la Vergine nostra Liberatrice sta mettendo in fuga i nemici. Così era. Gli eretici calvinisti, assaliti da improvviso ter­rore, abbandonarono il campo, senza che alcuno li minacciasse, e con la confusione di una vera fuga, si allontanarono lasciando gran parte dei loro bagagli».

«Indescrivibile fu l'esultanza del popolo che salutava la Madre di Dio quale sua Liberatrice. Fu costruito il Santuario. Venne innalzata sopra l'altare una statua della B. V. avente sul petto uno scudo e sotto ai piedi un trofeo di lance e bandiere, per attestare il trionfo sul nemico, dovuto alla Madre di Dio». (Ricciardi. Santuar. Marian. Vol. IV. p. 384).

Non è questo un trionfo di Maria contro i protestanti?

Cosa ha fatto ancora la Madre di Dio? Ha impedito che l'eresia protestante entrasse in Italia.

A Tirano, nella Valtellina, ai confini dell'Italia con la Svizzera, esposta agli assalti degli eretici, la Vergine Madre di Dio (1504) apparve ad un certo Mario Omodei, ordinandogli di dire al popolo che erigesse un Tempio dove Ella posava i piedi. L'eresia, proprio allora, minacciava di invadere la terra italiana. Ma il popolo della Valtellina eseguì a Tirano tutto quello che aveva chiesto la Madonna. Quando l'eresia tentò di passare dalla Svizzera in Italia, la Madre di Dio Maria, dal suo Santuario, parve dicesse: «Di qui non si passa», e l'eresia non entrò!

Il bel Santuario, ufficiato dai Servi di Maria, è tuttora là, centro di pellegrinaggio e di vita cristiana, che conferma ancora la potenza di Maria contro i nemici della fede.

A Pietralba di Bolzano, anch'essa esposta al pericolo della eresia (1553), la Madre di Dio apparve ad un certo Leonardo detto Weissensteniner, chiedendo che le si costruisse una Cappella. Nello scavare le fondamenta, si trovò una piccola statua della Vergine Addolorata, una Pietà, scolpita in quella stessa pietra bianca che abbonda in quella terra, da cui viene il nome Pietra Alba. Costruita la Cappella, la Vergine Addolorata cominciò a spargere tale ab­bondanza di favori e grazie, da chiamare attorno a sé turbe di fedeli che accorrevano da ogni parte d'Italia, dalla Germania ecc. E quando da quel confino italiano parve che il protestantesimo volesse entrare, Maria SS. ma Addolorata sembrava dicesse: Sono la forza di Dio... non entrerete!

Anche questo Santuario, ufficiato dai Servi di Maria, è tuttora centro di vita spirituale, per i tanti pellegrinaggi che là accorrono, perché si sentono protetti e difesi dalla materna bontà della SS. ma Vergine.

Non sono questi veri trionfi di Maria contro gli eretici?

Ma altre apparizioni e strepitosi miracoli potremmo ancora citare, avvenuti in quegli stessi anni in cui l'eresia tentava di entrare nella nostra terra italiana, con cui la Madre di Dio, presente a tutti i pericoli che minacciano i suoi devoti, dissipava le astuzie e le macchinazioni dei nemici della Chiesa.

Nè vale il dire che intanto vi sono nazioni, grandi nazioni, nelle quali predomina il protestantesimo, che anzi è la religione dello Stato.

Questo è vero. Però non bisogna dimenticare che in queste stesse nazioni, cattolici ne rimasero. Resistettero. Pagarono a caro prezzo la loro integerrima fedeltà alla Chiesa di Roma, ai suoi dogmi e al suo Pontefice. E questo, è vittoria.

Inoltre dall'origine del protestantesimo ad oggi, non troviamo più l'avversario che impiccava e squartava i cattolici. Nel 1791, in quelle nazioni, i cattolici potevano aspirare alla magistratura, celebrare il proprio culto in Chiese e Cappelle. Finché si è giunti alla legge che sanziona l'uguaglianza, dal punto di vista legale, tra i cattolici e protestanti.

Non parliamo poi delle tante conversioni che si succedono con un crescendo che ha del prodigioso, specialmente tra persone le più istruite e più quotate nella società. E non sono questi veri trionfi?

Conveniamone pure: la progressiva distruzione del protestantesimo conferma la lode alla gran Madre di Dio: «Gaude, Maria Virgo, cunctas haereses sola interemisti in universo mundo».

Argomento: Madonna

 Padre Marco, piazzato sulla collina, levava il crocifisso verso il luogo dove maggiormente si manifestava il pericolo per le armi cristiane; Jan Sobieski, a capo della sua cavalleria, spalleggiato dagli alleati si diresse con disprezzo del pericolo e grandissimo coraggio direttamente verso il cuore dell’accampamento turco, la tenda di Kara Mustafà, e superò di slancio anche il fossato che la circondava per difenderla.
Il terrore si impadronì del Gran Visir che fece precipitosamente suonare la tromba della ritirata: la rotta fu totale!

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Si ricorda che il magnifico film di cui è protagonista il Beato Marco d'Aviano è visibile gratuitamente su youtube: https://www.youtube.com/watch?v=A0Fh0BOUZLQ
 

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Preghiera del Beato Marco d'Aviano

da lui composta per l'occasione e letta all'alba del 12 settembre 1683, dopo la celebrazione della S. Messa e la benedizione impartita all'esercito cristiano che si accingeva a dare vittoriosamente battaglia ai
Turchi che assediavano Vienna

 

O grande Dio degli eserciti, guardaci prostráti qui ai piedi della Tua Maestà, per impetrarTi il perdono delle nostre colpe.
Sappiamo bene di aver meritato che gl’infedeli impugnino le armi per opprimerci, perché le iniquità, che ogni giorno commettiamo contro la Tua bontà, hanno giustamente provocato la Tua ira.
O gran Dio, Ti chiediamo il perdono dall’intimo dei nostri cuori; esecriamo il peccato, perché Tu lo aborrisci; siamo afflitti perché spesso abbiamo eccitato all’ira la Tua somma Bontà.
Per amore di Te stesso, preferiamo mille volte morire piuttosto che commettere la minima azione che Ti dispiaccia.
Soccórrici con la Tua grazia, o Signore, e non permettere che noi Tuoi servi rompiamo il patto che soltanto con Te abbiamo stipulato.

Abbi dunque pietà di noi, abbi pietà della tua Chiesa, per opprimere la quale già si preparano il furore e la forza degl’infedeli.
Sebbene sia per nostra colpa ch’essi hanno invaso queste belle e cristiane regioni, e sebbene tutti questi mali che ci avvengono non siano altro che la conseguenza della nostra malizia, síici tuttavia propizio, o buon Dio, e non disprezzare l’opera delle Tue mani. Ricordati che, per strapparci dalla servitù di Satana, Tu hai donato tutto il Tuo prezioso Sangue.
Permetterai forse ch’esso venga calpestato dai piedi di questi cani?
Permetterai forse che la fede, questa bella perla che cercasti con tanto zelo e che riscattasti con tanto dolore, venga gettata ai piedi di questi porci?
Non dimenticare, o Signore, che, se Tu permetterai che gl’infedeli prevalgano su di noi, essi bestemmieranno il Tuo santo Nome e derideranno la Tua Potenza, ripetendo mille volte: “Dov’è il loro Dio, quel Dio che non ha potuto liberarli dalle nostre mani?”
Non permettere, o Signore, che Ti si rinfacci di aver permesso la furia dei lupi, proprio quando T’invocavamo nella nostra miserevole angoscia.

Vieni a soccorrerci, o gran Dio delle battaglie! Se Tu sei a nostro favore, gli eserciti degl’infedeli non potranno nuocerci.
Disperdi questa gente che ha voluto la guerra! Per quanto ci riguarda, noi non amiamo altro che essere in pace con Te, con noi stessi e col nostro prossimo.
Rafforza con la tua grazia il tuo servo e nostro imperatore Leopoldo; rafforza l’animo del re di Polonia, del duca di Lotaringia, dei duchi di Baviera e di Sassonia, e anche di questo bell’esercito cristiano, che sta per combattere per l’onore del Tuo Nome, per la difesa e la propagazione della Tua santa Fede. Concedi ai príncipi e ai capi dell’esercito la fierezza di Giosué, la mira di Davide, la fortuna di Jefte, la costanza di Joab e la potenza di Salomone, tuoi soldati, affinché essi, incoraggiati dal Tuo favore, rafforzati dal Tuo Spirito e resi invincibili dalla potenza del Tuo braccio, distruggano e annientino i nemici comuni del nome cristiano, manifestando a tutto il mondo che hanno ricevuto da Te quella potenza che un tempo mostrasti in quei grandi condottieri.
Fa’ dunque in modo, o Signore, che tutto cospiri per la Tua gloria e onore, e anche per la salvezza delle anime nostre.

Te lo chiedo, o Signore, in nome dei tuoi soldati.
Considera la loro fede: essi credono in Te, sperano tutto da Te, amano sinceramente Te con tutto il cuore.
Te lo chiedo anche con quella santa benedizione, che io conferirò a loro da parte Tua, sperando, per i meriti del Tuo prezioso Sangue, nel quale ho posto tutta la mia fiducia, che Tu esaudirai la mia preghiera.
Se la mia morte potesse essere utile o salutare, per ottenere il Tuo favore per loro, ebbene Te la offro fin d’ora, o mio Dio, in gradita offerta; se quindi dovrò morire, ne sarò contento.

Libera dunque l’esercito cristiano dai mali che incombono; trattieni il braccio della Tua ira sospeso su di noi, e fa’ capire ai nostri nemici che non c’è altro Dio all’infuori di Te, e che Tu solo hai il potere di concedere o negare la vittoria e il trionfo, quando Ti piace.
Come Mosè, stendo dunque le mie braccia per benedire i tuoi soldati; sostienili e appóggiali con la Tua Potenza, per la rovina dei nemici Tuoi e nostri, e per la gloria del Tuo Nome. Amen.

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Breve descrizione degli eventi bellici della fine del Seicento
che videro questo grande europeo nel ruolo di assoluto e decisivo protagonista.


L’idea del Sultano era quella di creare un secondo impero turco al centro d’Europa con Vienna capitale.
Nel luglio 1683 il Visir Kara Mustafà giunse a Belgrado e la conquistò; nell’avanzare, le guarnigioni cristiane venivano massacrate.
I turchi dilagarono in Ungheria e l’Imperatore Leopoldo, per non essere fatto prigioniero fuggì a Linz.
Le truppe turche arrivate sotto Vienna, trasformarono i suburbii in un mare di fuoco. La città subì un assedio di due mesi.
La popolazione poteva vedere l’immensità dell’accampamento turco ed udire la sera ed il mattino il terribile grido di Allah Akbar.

Padre Marco, su istanza dell’Imperatore Leopoldo I, fu nominato, da Innocenzo XI, Legato Pontificio. La situazione destava grande preoccupazione ed il Papa temeva per la sorte del cattolicesimo e della cristianità in tutta Europa.
Padre Marco raggiunse immediatamente l’esercito della coalizione che era stata promossa dallo stesso Pontefice.

Contro l’esercito turco forte di 150.000 uomini, i príncipi cristiani ne potevano schierare a malapena 70.000: austriaci al comando del Duca Carlo di Lorena, polacchi guidati dal Re Jan Sobieski, tedeschi guidati dai Duchi di Baviera e di Sassonia, volontari italiani posti agli ordini delle truppe del principe Eugenio di Savoia, tutti erano coscienti del loro ruolo e del loro gravoso compito.
Mancavano del tutto i francesi e gli inglesi. I primi si erano addirittura alleati con la Sublime Porta in chiara posizione antagonista nei confronti dell’Austria: tutto sommato credevano che la caduta del Sacro Romano Impero germanico, avrebbe spalancato la porta alla loro egemonia sul continente, dopo che una dinastia francese aveva già sostituito i sovrani spagnoli. Balza alla vista la miopia di questo disegno e l’inconsistenza assoluta di certe mire. Ma se davvero i turchi avessero vinto, forse che si sarebbero fermati a Vienna o, secondo i loro piani politico-religiosi, sarebbero dilagati in Italia e messo in scacco e cercato di mandare in fumo i deliranti disegni del Re di Francia?
Gli inglesi, nel loro splendido isolamento insulare, erano pronti a fare affari con un’Europa musulmanizzata, ma alla fine il loro potenziale finanziario avrebbe comunque prevalso e reso dipendente in modo assoluto un Impero che oltre alla vis religiosa altro non offriva se non desertificazione e miseria!

I capi della coalizione cristiana, al solito, erano divisi, ognuno avrebbe voluto essere il capo della coalizione medesima a dispetto degli altri. Il tutto mentre a Vienna si moriva di fame e le sue difese erano sempre più rese inoffensive dalle mine che i turchi facevano brillare sotto i forti e sotto le mura della città.

Padre Marco con la forza che gli era concessa dal divino, dopo aver parlato con l’Imperatore Leopoldo, riuscì nella improba impresa di portare la pace e l’unità nel campo cristiano. Così si esprimeva in un dispaccio inviato al cardinale Cibo, Segretario di Stato Vaticano: «Due volte composi e sedai il Re di Polonia, altissimamente disgustato et indussi ad affrettare la marcia più di una settimana. Col Divino aiuto potei aggiustar moltissime e gravi differenze insorte nei primi capi dell’esercito».
Poi, scrivendo all’Imperatore, affermò: «… Ebbi tanta grazia di Dio da sollecitare il soccorso di almeno 10 giorni di quello che sarebbe conseguito; che essi soli cinque giorni fusse tardato, sarebbe forse caduta Vienna nelle mani dell’inimico».

L’8 settembre, festa della Natività di Maria, l’esercito cristiano nella pianura di Tulnn si fermò per una giornata di preghiera. Una cosa del genere non si era mai vista prima: JanSobieski, il Re polacco, scrisse alla moglie: «Padre Marco ha celebrato la Messa con molta devozione; ha tenuto un infiammato discorso; c’è chiesto di avere molta confidenza in Dio e nella Madonna, calata la sua benedizione, facendoci ripetere più volte: Gesù! Maria!».

Alle prime luci dell’alba del 12 settembre 1683, padre Marco, celebra la Messa sulla collina del Kahlemberg, Messa che viene servita dal Re di Polonia e da suo figlio Giacomo.
I paramenti usati per questo rito sono ancora conservati a Rizzios di Calalzo in Cadore, ovviamente del tutto ignorati e dimenticati. Certi avvenimenti e reliquie è meglio che cadano nell’oblio, come succede per la vittoria sui protestanti ottenuta da Wallenstein, oppure la Madonna sfregiata dagli stessi protestanti e conservata in Santa Maria delle Vittorie a Roma. È quasi assurdo ma sembra che ci si vergogni di certe vittorie cristiane volute e benedette da Dio.
Al rito seguì l’assoluzione e la distribuzione dell’Eucarestia ai comandanti cattolici; i protestanti furono comunque benedetti da padre Marco che, ricordiamolo, era il Legato Pontificio. Seguì la recita di una commovente preghiera da lui stessa composta.

Lo scontro fu brevissimo. Padre Marco, piazzato sulla collina, levava il crocifisso verso il luogo dove maggiormente si manifestava il pericolo per le armi cristiane; Jan Sobieski, a capo della sua cavalleria, spalleggiato dagli alleati si diresse con disprezzo del pericolo e grandissimo coraggio direttamente verso il cuore dell’accampamento turco, la tenda di Kara Mustafà, e superò di slancio anche il fossato che la circondava per difenderla.
Il terrore si impadronì del Gran Visir che fece precipitosamente suonare la tromba della ritirata: la rotta fu totale! Il potentissimo esercito turco abbandonò tutto: tende, armamenti, vettovaglie ed anche le ingenti ricchezze frutto dei saccheggi e delle ruberie precedenti.
Il numero dei cristiani morti fu basso, ma nel campo turco le perdite furono ingenti, molte dovute alla confusione e al panico che seguì l’assalto delle armate cristiane.
A Roma le campane suonarono a festa per tre giorni: in ricordo dell’evento Papa Innocenzo XI estese a tutta la Chiesa la festa del Santo Nome di Maria.
Il Re di Polonia Jan Sobieski scrisse al Pontefice: «Venimus, Vidimus et Deus vicit». Lo stesso padre Marco fu convinto che la vittoria era stata un miracolo: niente è impossibile a Dio!

Cosa ancora più toccante: mentre i comandanti cattolici cantarono il solenne Te Deum nella cattedrale di Santo Stefano nella Vienna liberata, padre Marco si ritirò nella chiesa dei Cappuccini per pregare per i soldati caduti, cristiani e musulmani, vittime loro malgrado della violenza bellica.
Padre Marco è sepolto nella Chiesa dei Cappuccini di Vienna, sopra alla celebre cripta dei cappuccini (Kapuziner Krypt), ove giacciono le spoglie di tutta la Casa d'Austria.

A Vienna c’è un monumento dedicato al cappuccino: «A padre Marco d’Aviano, anima della liberazione di Vienna. 12 settembre 1683».
Questo è scritto sul cippo del monumento.

L’attività e la sua missione in Austria continuò: riuscì a fare stipulare un’alleanza tra Santa sede, Serenissima Repubblica di Venezia e Polonia, che portò alla liberazione di Buda, capitale ungherese, dopo ben 145 anni di dominazione turca.
Padre Marco scrisse all’imperatore: «Viva Gesù e Maria! Buda è stata presa d’assalto. È un vero miracolo di Dio!».
Padre Marco d’Aviano passò attraverso la breccia della città portando una statua della Madonna che personalmente collocò nel Duomo di Santo Stefano che era stato trasformato in moschea dai turchi. Ottenne dall’Imperatore il restauro di tutte le chiese ungheresi che i turchi avevano devastato e che i sacerdoti svolgessero il ruolo di ufficiali di stato civile.

Nel 1688 anche la strategica roccaforte di Belgrado tornò ai cristiani. Dopo la caduta della città, 800 soldati turchi caddero prigionieri: essi temevano moltissimo per l’incolumità della propria vita, dal momento che era loro costume massacrare i prigionieri nemici; padre Marco intercedette per loro presso il Duca di Baviera e per loro ottenne che fossero risparmiati in quanto anch’essi figli di Dio.
I prigionieri volevano ricompensare il francescano con doni, ma fedele ai suoi voti di povertà ed umiltà mostrò loro che dovevano ringraziare Gesù Crocefisso.
Essendo scoppiata una rivoluzione nell’impero turco, padre Marco tentò di far liberare anche la Bosnia, la Moldavia e la Bulgaria. Non tutti sentivano, come lui, la causa dell’Europa unita in Gesù Cristo e libera dall’oppressione.
Possiamo facilmente immaginare, alla luce di ciò, quali esiti completamente differenti avrebbe potuto avere il corso degli avvenimenti recenti nella ex Jugoslavia.

Argomento: Islam

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