di Roberto de Mattei

Cento anni dopo la sua morte la figura di san Pio X si erge dolente e maestosa, nel firmamento della Chiesa. La tristezza che vela lo sguardo di Papa Sarto nelle ultime fotografie, non lascia solo intravedere le catastrofiche conseguenze della guerra mondiale, iniziata tre settimane prima della sua morte. Ciò che la sua anima sembra presagire è una tragedia di portata ancora maggiore delle guerre e delle rivoluzioni del Novecento: l’apostasia delle nazioni e degli stessi uomini di Chiesa, nel secolo che sarebbe seguito.

Il principale nemico che san Pio X dovette affrontare aveva un nome, con cui lo stesso Pontefice lo designò: modernismo. La lotta implacabile al modernismo caratterizzò indelebilmente il suo pontificato e costituisce un elemento di fondo della sua santità. «La lucidità e la fermezza con cui Pio X condusse la vittoriosa lotta contro gli errori del modernismo – affermò Pio XII nel discorso di canonizzazione di Papa Sarto – attestano in quale eroico grado la virtù della fede ardeva nel suo cuore di santo (…)».

Al modernismo, che si proponeva «un’apostasia universale dalla fede e dalla disciplina della Chiesa», san Pio X opponeva un’autentica riforma che aveva il suo punto principale nella custodia e nella trasmissione della verità cattolica. L’enciclica Pascendi (1907),con cui fulminò gli errori del modernismo, è il documento teologico e filosofico più importante prodotto dalla Chiesa cattolica nel XX secolo. Ma san Pio X non si limitò a combattere il male nelle idee, come se esse fossero disincarnate dalla storia. Egli volle colpire i portatori storici degli errori, comminando censure ecclesiastiche, vigilando nei seminari e nelle università pontificie, imponendo a tutti i sacerdoti il giuramento antimodernista.

Questa coerenza tra la dottrina e la prassi pontificia suscitò violenti attacchi da parte degli ambienti cripto-modernisti. Quando Pio XII ne promosse la beatificazione (1951) e la canonizzazione (1954), Papa Sarto fu definito dagli oppositori estraneo ai fermenti rinnovatori del suo tempo, colpevole di aver represso il modernismo con metodi brutali e polizieschi. Pio XII affidò a mons. Ferdinando Antonelli, futuro cardinale, la redazione di una Disquisitio storica dedicata a smontare le accuse rivolte al suo predecessore sulla base di testimonianze e di documenti,. Ma oggi queste accuse riaffiorano perfino nella “celebrazione” che l’“Osservatore Romano” ha dedicato a san Pio X, per la penna di Carlo Fantappié, proprio il 20 agosto, anniversario della sua morte.

Il prof. Fantappié recensendo sul quotidiano della Santa Sede, il volume di Gianpaolo Romanato Pio X. Alle origini del cattolicesimo contemporaneo (Lindau, Torino 2014), nella sua preoccupazione di prendere le distanze dalle «strumentalizzazioni dei lefebvriani», come scrive in maniera infelice, utilizzando un termine privo di qualsiasisignificato teologico, arriva ad identificarsi con le posizioni degli storici modernisti. Egli attribuisce infatti a Pio X, «un modo autocratico di concepire il governo della Chiesa», accompagnato «da un atteggiamento tendenzialmente difensivo nei confronti dell’establishment e diffidente nei riguardi degli stessi collaboratori, della cui fedeltà e obbedienza non di rado dubitava». Ciò«fa comprendere anche come sia stato possibile che il Papa abbia sconfinato in pratiche dissimulatorie o esercitato una particolare sospettosità e durezza nei confronti di taluni cardinali, vescovi e chierici. Avvalendosi delle indagini recenti sulle carte vaticane, Romanato elimina definitivamente quelle ipotesi apologetiche che cercavano di addebitare le responsabilità delle misure poliziesche agli stretti collaboratori anziché direttamente al Papa». Si tratta delle medesime critiche riproposte qualche anno fa, in un articolo dedicato a Pio X flagello dei modernisti, da Alberto Melloni, secondo cui «le carte ci consentono di documentare l’anno con cui Pio IX era stato parte cosciente ed attiva della violenza istituzionale attuata dagli antimodernisti» (“Corriere della Sera”, 23 agosto 2006).

Il problema di fondo, non sarebbe «quello del metodo con cui fu represso il modernismo, bensì quello della opportunità e validità della sua condanna». La visione di san Pio X era “superata” dalla storia, perché egli non comprese gli sviluppi della teologia e dell’ecclesiologia del Novecento. La sua figura in fondo ha il ruolo dialettico di un’antitesi rispetto alla tesi della “modernità teologica”. Perciò Fantappié conclude che il ruolo di Pio X sarebbe stato quello di«traghettare il cattolicesimo dalle strutture e dalla mentalità della Restaurazione alla modernità istituzionale, giuridica e pastorale».

Per cercare di uscire da questa confusione possiamo ricorrere ad un altro volume, quello di Cristina Siccardi, appena pubblicato dalle edizioni San Paolo, con il titolo San Pio X. Vita del Papa che ha ordinato e riformato la Chiesa, e con una preziosa prefazione di Sua Eminenza il cardinale Raymond Burke, prefetto del Supremo tribunale della Segnatura Apostolica.

Il cardinale ricorda come fin dalla sua prima Lettera enciclica E supremi apostolatus del 4 ottobre 1903, san Pio X annunciava il programma del suo pontificato che affrontava una situazione nel mondo di confusione e di errori sulla fede e, nella Chiesa, di perdita della fede da parte di molti. A questa apostasia egli contrapponeva le parole di san Paolo: Instaurare omnia in Christo, ricondurre a Cristo tutte le cose. «Instaurare omnia in Christo – scrive il cardinale Burke – è veramente la cifra del pontificato di san Pio X, tutto teso a ricristianizzare la società aggredita dal relativismo liberale, che calpestava i diritti di Dio in nome di una “scienza” svincolata da ogni tipo di legame con il Creatore» (p. 9).

Argomento: Attualità

L’arcivescovo di Trento si prostra all’ideologia del secolo
(di Christian De Benedetto)

Giornali locali e nazionali, siti internet, blog, radio e televisioni hanno parlato, spesso disinformando, di quanto accaduto all’Istituto Sacro Cuore di Trento – scuola pubblica (non statale) paritaria cattolica – tra la direttrice suor Eugenia Liberatore e una dipendente a tempo determinato cui la scuola non ha rinnovato il contratto di lavoro.

Una questione assolutamente particolare, come è un rapporto di lavoro, è divenuta così un “caso nazionale” semplicemente perché l’insegnante cui non è stato rinnovato il contratto di lavoro ha ritenuto di portare il proprio caso all’attenzione della stampa trovando in “Repubblica” una tribuna interessata a farne l’ennesimo spot sulla così detta omofobia. E si, perché l’insegnante in questione sarebbe lesbica e, proprio per questa sua omosessualità, sarebbe stata “discriminata” dalle suore che gestiscono l’Istituto Sacro Cuore.

Non si tratterebbe solo d’una insegnante lesbica ma, come ha ricordato madre Eugenia, d’una insegnante che, durante le ore di lavoro presso una scuola cattolica quale è l’Istituto Sacro Cuore, avrebbe ripetutamente espresso opinioni favorevoli all’omosessualità. Il tutto provocando l’indignata reazione di molti genitori che hanno rivolto forti lamentele alla direttrice chiedendo provvedimenti contro una condotta giudicata incompatibile con il progetto educativo della scuola.

L’Arcigay e la galassia LGBT hanno gridato alla persecuzione, i media laici hanno cavalcato la notizia sotto l’etichetta (ormai di moda) dell’omofobia, “Avvenire” e “Sir” si sono segnalati per la timidezza, la ministra Stefania Giannini ha inviato degli ispettori sentenziando: «Laddove ci trovassimo di fronte ad un caso legato ad una discriminazione di tipo sessuale agiremmo con la dovuta severità». Dalla CEI neppure una parola e così dai superiori di suor Eugenia. Le suore dell’Istituto Sacro Cuore di Trento sono state lasciate sole, mentre giornali e politica davano il peggio di sé.

Di fronte al terrorismo verbale che ha violentemente aggredito le suore “colpevoli di omofobia”, proprio quei Pastori che dovrebbero difendere il gregge loro affidato anche a costo della propria vita hanno mostrato il volto pusillanime d’una gerarchia sempre più prostrata al mondo.

In tanto timoroso silenzio l’Arcivescovo di Trento mons. Luigi Bressan ha, invece, parlato. Il buon cattolico penserà che il Vescovo di suor Eugenia abbia fatto sentire la sua forte voce in difesa della decisione presa dalle suore, per ricordare il diritto della Chiesa a educare e delle scuole cattoliche a selezionare i docenti secondo un progetto educativo conforme al Vangelo, per denunciare la violenza dei media e la follia giuridica che si nasconde dietro il termine “omofobia” come la diabolicità dell’agenda LGBT. Niente di tutto questo! «Non ci deve essere nessun tipo di discriminazione di tipo sessuale» queste, invece, le parole di mons. Bressan che ha subito convocato suor Eugenia «per chiarire le cose». Eppure san Giovanni Paolo II ricorda che la Sacra Scrittura «presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni» (CCC, 2357) e che la stessa inclinazione omosessuale è oggettivamente disordinata (CCC, 2358).

Argomento: Chiesa

Il fallimento della pastorale progressista

(di Mauro Faverzani, per Corrispondenza Romana del 23 luglio 2014)

 

Se davvero a soffocare la frequenza alle Messe e le vocazioni nei Seminari fosse una Chiesa ricurva su sé stessa e conservatrice, come pontificano (a sproposito) molti soloni del post-Concilio, la Germania dovrebbe rappresentare in tal senso un “unicum”, una sorta di “isola felice”, un’esplosione di vitalità ecclesiale.

Ha la maggior percentuale di vescovi “ribelli”, ipercritici verso Roma, iperprogressisti ed aperti al nuovo purchessia (quindi, accesso ai Sacramenti da parte dei divorziati risposati ed omosessuali), a favore del celibato dei preti e del sacerdozio femminile. Cosa chiedere di più? Ma i numeri, ancora una volta, dimostrano il contrario.

Dimostrano come certi pastori, politicamente corretti ma spiritualmente distratti, non facciano presa, non rappresentino un modello convincente per i loro fedeli, non siano testimoni credibili ed autorevoli. Perdendo anime. Sono state diffuse dalla Chiesa cattolica tedesca le ultime statistiche ufficiali relative al 2013: in Germania i cattolici sono ancora oltre 24 milioni, quindi circa il 30% della popolazione complessiva. Alcuni cambiamenti strutturali, frutto delle scelte pastorali compiute nelle Diocesi, han comportato una flessione nel numero delle parrocchie, passate da 11.222 a 11.085.

Le prime note davvero dolenti riguardano i Sacramenti, che han registrato una netta contrazione, confermando così una tendenza già manifestatasi negli anni precedenti. Nel 2013 sono stati celebrati 164.664 battesimi contro i 167.505 del 2012; 43.728 i matrimoni contro i 47.161 del 2012. Nella Chiesa cattolica han fatto il proprio ingresso 3.062 persone, 6.980 quelle riammesse. Nulla però di cui entusiasmarsi, poiché gli abbandoni hanno avuto un’impennata, passando dai 118.335 del 2012 (cifra comunque preoccupante) addirittura ai 178.805 del 2013. La frequenza alle Messe lo scorso anno è ulteriormente calata, per la precisione del 10,8%: secondo le statistiche, solo 2,6 milioni di cattolici avrebbero partecipato alle funzioni domenicali, stima peraltro ritenuta da alcuni già ottimistica. Nel 2012 furono 2,9 milioni, nel 2011 furono 3 milioni.

Un’emorragia continua, crescente, inarrestabile. Crollo anche nel numero dei sacerdoti cattolici in Germania: sono 146 in meno su un totale già non entusiasmante di 14.490. In lieve aumento solo i cooperatori laici, passati dai 3.119 del 2012 ai 3.140 del 2013. Di necessità, virtù. Ma non possono certo sostituirsi al clero. Sono numeri, che lasciano veramente allibiti. Da leggersi con urgenza come un chiaro invito rivolto ai sacerdoti tedeschi, affinché recuperino – ed in fretta – credibilità, autorevolezza, coerenza morale e ideale tra la sana Dottrina e la prassi.

Poiché perder fedeli non comporta, come nel mondo dei media, solo un calo di audience. Significa perdere anime, impedir loro di giungere a quella Salvezza, cui solo la Chiesa può condurle. Significa in ultima istanza rendersene responsabili. Ed, un giorno, doverne rispondere di fronte a Dio. (Mauro Faverzani)

Argomento: Chiesa

Galantino, buchi e toppe (peggiori…)

(di Marco Tosatti su La Stampa del 21-07-2014)

 

Galantino, buchi e toppe. Sono in un luogo in cui i collegamenti internettanti sono labili e discontinui, e vedo solo ora la notizia che Zenit riporta di un’intervista del Segretario generale della CEI, mons. Nunzio Galantino, al mensile “Sempre”.

Mons. Galantino risponde alle critiche che gli sono state rivolte. “Un’aggressione che in realtà mi ha fatto un po’ male”. Il riferimento, scrive Zenit, è alle polemiche seguite alle sue dichiarazioni in cui sosteneva di non identificarsi “con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche”. Il Segretario della Cei ritiene si sia trattato di un equivoco dovuto a strumentalizzazioni mediatiche. “L’intervista in questione – spiega – è nata in un contesto specifico: l’influenza che hanno i mezzi della comunicazione sociale. In quell’occasione dichiaravo che dobbiamo stare attenti soprattutto alla televisione nella quale si utilizzano solo le immagini che aiutano a sostenere la propria tesi personale. Citavo l’esempio di chi inquadra i volti più inespressivi di coloro che recitano il rosario davanti alle cliniche contro l’aborto”.

Un metodo mediatico che “intende depotenziare non solo il rosario recitato davanti alla clinica, ma anche il movimento, grande e straordinario, che c’è dietro”, afferma mons. Galantino. Per cui, il suo era piuttosto un monito a stare in guardia da simili strumentalizzazioni. La dichiarazione decontestualizzata dall’intervista è stata dunque la fonte dell’equivoco. “A volte – riflette il presule – gli esponenti di certi nostri movimenti non leggono l’intervista per intero, ma solo il titolo del giornale, che evidentemente ha tutto l’interesse a scegliere unicamente l’espressione che fa scandalo e crea problemi. Così partono 10.000 tweet o 15.000 post su Facebook contro il vescovo Galantino… “. In questo contesto di critiche che gli sono state rivolte contro, il segretario della Cei afferma di essere rimasto “impressionato” dalla “cattiveria sommaria di certe persone che dicono di recitare il rosario. È preoccupante sapere che chi recita il rosario poi è capace di esprimersi con questi toni, con questa violenza verbale”.

Ecco il brano dell’intervista del 12 maggio , riportata dal Quotidiano Nazionale. Domanda: Negli anni scorsi la Cei ha investito molto sui valori non negoziabili (vita, famiglia, educazione). Il Papa non ha a cuore questa espressione, anche lei? Risposta: “Pensiamo alla sacralità della vita. In passato ci siamo concentrati esclusivamente sul no all’aborto e all’eutanasia. Non può essere così, in mezzo c’è l’esistenza che si sviluppa. Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche, che praticano l’interruzione della gravidanza, ma con quei giovani che sono contrari a questa pratica e lottano per la qualità delle persone, per il loro diritto alla salute, al lavoro”.

Argomento: Chiesa

Teologi agguerriti mettono in croce la teologia in ginocchio di Kasper

(di Matteo Matzuzzi su Il Foglio del 24-07-2014) 

 

Roma. “Consideriamo il recente volume del cardinale Kasper, basato sul suo discorso al Concistoro, come una tipica proposta sul divorzio e il nuovo matrimonio”.

A scriverlo, in un corposo articolo che sarà pubblicato sul numero di agosto della rivista Nova et Vetera, otto teologi statunitensi – tra cui sette domenicani – docenti alla Pontificia facoltà dell’Immacolata concezione di Washington, all’Ateneo dell’Ohio e alla Catholic University of America. “Le proposte del cardinale Kasper sono simili a quelle che, negli ultimi mesi, erano apparse sui media in quanto discusse dalla Conferenza episcopale tedesca”, notano prima di tutto gli estensori del saggio, aggiungendo che “sebbene di per sé relativamente semplici, tali proposte sollevano un’ampia gamma di questioni teologiche”.

Il punto di partenza per ogni discussione in vista del Sinodo, osservano, è che “un matrimonio rato e consumato tra due battezzati non può essere sciolto da alcun potere umano, incluso quello di vicario che è assegnato al Romano Pontefice”. E’ stato Giovanni Paolo II, prosegue il saggio, a chiarirlo “una volta per tutte”.

Se la chiesa “dovesse cedere alle crescenti pressioni che vorrebbero metterla a tacere sulla dimensione pubblica del matrimonio, ciò costituirebbe un passo verso uno sviluppo in negativo e vorrebbe dire abbandonare un elemento essenziale nonché la ragione stessa del matrimonio”.

Dallo studio delle proposte illustrate dal cardinale Kasper, si legge sulla rivista fondata nel 1926 dal futuro cardinale Charles Journet e da Jacques Maritain, e oggi diretta dal cardinale Georges Cottier, ciò che emerge è “una sfiducia nella castità”. “L’eliminazione dell’obbligo della castità per i divorziati – scrivono i teologi domenicani – costituisce la principale innovazione delle proposte medesime, dato che la chiesa permette già ai divorziati risposati, che per un motivo grave continuano a vivere insieme, di ricevere la comunione qualora accettino di vivere come fratello e sorella e non vi è pericolo di scandalo.

L’assunto delle attuali proposte, a ogni modo, è che tale castità sia impossibile per i divorziati. Forse che ciò non evidenzia una velata disperazione nei confronti della castità e del potere della grazia di sconfiggere il peccato e il vizio?”.

Smentita, poi, la tesi del porporato tedesco secondo cui il Primo concilio di Nicea abbia decretato l’ammissione dei divorziati risposati alla comunione: “Tale affermazione costituisce un’errata lettura del Concilio e travisa le controversie sul matrimonio del I e del III secolo”.

Niente da fare neppure per la prassi delle chiese ortodosse, pure citata dal Papa un anno fa conversando con i giornalisti a bordo dell’aereo che lo riportava a Roma dopo la settimana trascorsa in Brasile: “La chiesa cattolica ha più volte ribadito di non potere ammettere la prassi ortodossa” e, tra l’altro, “le proposte più recenti invocano ciò che neanche gli ortodossi d’oriente accetterebbero: la comunione per coloro che contraggono unioni civili non consacrate”, osservano i docenti di Teologia firmatari dell’articolo su Nova et Vetera, aggiungendo che “ammettere alla comunione richiederebbe inevitabilmente che la chiesa cattolica riconoscesse e benedicesse i secondi matrimoni dopo il divorzio, il che è evidentemente contrario alla dottrina cattolica già stabilita e a quanto espressamente insegnato da Cristo”.

Argomento: Chiesa

Chi è Mario Castellano, il terzo commissario dei francescani dell'Immacolata?

(di Emmanuele Barbieri)

 

A un anno di distanza dall’inizio del commissariamento dei Francescani dell’Immacolata, la sorte dell’Istituto è ormai in mano ad un triumvirato composto da padre Fidenzio Volpi, il commissario designato dalla congregazione dei Religiosi, dal padre Alfonso Bruno, il Francescano “parricida”, e da un eccentrico personaggio fino ad oggi in ombra, ma più che mai attivo come consulente dell’operazione poliziesca: il “professor” Mario Castellano. Chi è dunque costui?

Mario Castellano nasce a Imperia, nel 1949, da una famiglia benestante. Il padre Adolfo, ex rappresentante di commercio della riso Scotti, fu partigiano bianco e consigliere comunale DC; lo zio è stato l’arcivescovo di Siena Ismaele Mario Castellano. Il giovane Castellano dopo essersi laureato in Giurisprudenza, ha preso il titolo di avvocato, professione che non esercita. Le sue simpatie politiche sono sempre state di sinistra. Più precisamente proviene dalla sinistra Dc, e ad Imperia è noto come un cattocomunista. Si dice anche che, fin dagli Novanta, Castellano sia affiliato al Grande Oriente di Sanremo. Ci attendiamo che l’interessato smentisca questa notizia.

Pur non essendo mai stato professore, ha insegnato diritto all’università di Managua subito dopo la presa del potere dei sandinisti (fu per motivi ideologici che il nostro per un certo periodo si trasferì in Nicaragua, sposandosi ivi con una nicaraguense dalla quale si separò qualche anno dopo). Ha collaborato a vari siti e blog, di orientamento esoterico e pro-islamico, prima di divenire il “braccio destra” o, secondo alcuni “la mente sinistra” di padre Alfonso Bruno, che ha raggiunto nella casa di Boccea e ha seguito talvolta nelle ispezioni nelle case “ribelli”.

Fin dal 2005 Castellano scrive entusiasta: in difesa dei diritti dei musulmani in Italia; in favore della multiculturalità; sull’adeguamento del nostro sistema giuridico ai diritti dei musulmani sulla casa comune di tutti (credenti e non credenti, e credenti di tutte le Fedi)(cfr. I Musulmani e lo Stato, in http://www.ildialogo.org/islam/castellano19082005.htm).

Nel 2008 i dichiara a favore della rimozione dal Messale “tridentino” di tutto ciò che può offendere la sensibilità ebraica. L’Autore, inoltre, presenta in chiave positiva, benefica, l’esoterismo come uno dei tre motivi per cui noi cattolici non siamo «condannati in eterno» a combattere contro musulmani ed ebrei (cfr. Fratelli maggiori o “perfidos iudeos”, in http://www.ildialogo.org/Ratzinger/EnciclicheBXVI_1227792181.htm). Su Islam-online.it nel 2010 definisce le moschee islamiche «fattore di stabilità e sicurezza» (cfr. http://www.islam-online.it/2010/03/ben-vengano-le-moschee-fattore-di-stabilita-e-sicurezza/).

[continua]

Argomento: Chiesa

Che papocchio!!!!
COLPO BASSO IN VATICANO DEI TIFOSI DI “PAPA SCALFARI”  

di Antonio Socci, www.antoniosocci.com 17 luglio 2014

 

Ma cosa sta succedendo in Vaticano? C’è qualche buontempone che si diverte a sabotare papa Bergoglio o si tratta di una specie di autosabotaggio? E’ in corso addirittura una tacita e inaudita sfida di Francesco ai suoi critici?

Il Vaticano è appena uscito – assai malconcio – dall’incidente di domenica scorsa, ovvero la seconda intervista del papa a Scalfari che padre Federico Lombardi – portavoce della Santa Sede – ha dovuto smentire sui punti più importanti, a velocità supersonica, anche per la sollevazione dei cardinali, nella stessa mattina di domenica, e ora si apre un nuovo caso ancora più clamoroso.

Ricordate la prima intervista a Scalfari, quella esplosiva del 1° ottobre scorso?

Non solo viene riproposta dal sito ufficiale del Vaticano, ma addirittura fra i “discorsi” ufficiali del Papa, quindi promossa – se ben capiamo – ad atto magisteriale. Un fatto a dir poco dirompente…

Ricordiamo anzitutto i fatti. In quell’intervista il giornalista attribuiva al papa dichiarazioni così clamorose e temerarie che esplose lo sconcerto di molti cattolici e l’imbarazzo del mondo ecclesiastico.

In Vaticano ci misero un po’ a capire cosa fare perché l’indomani – il 2 ottobre – l’intervista fu addirittura ripubblicata dall’Osservatore romano. Sembra che il Papa stesso non abbia gradito questa iniziativa.

Padre Lombardi in quei giorni cercò di tamponare lo sconcerto generale affermando che il Papa non aveva rivisto personalmente il testo (che tuttavia Scalfari aveva inviato alla Santa Sede per la verifica).

La stessa testata ultrabergogliana “Vatican Insider” ha riconosciuto che “in effetti l’articolo conteneva espressioni difficilmente attribuibili a Papa Francesco”.

Ma la presa di distanza ufficiale tardò molte settimane e parve assai imbarazzata. Arrivò il 15 novembre quando fu decisa la cancellazione di quel testo dal sito ufficiale del papa e del Vaticano (www.vatican.va).

In quell’occasione padre Lombardi si arrampicò sugli specchi spiegando che “l’intervista è attendibile in senso generale, ma non nelle  singole valutazioni: per questo si è ritenuto di non farne un testo consultabile sul sito della Santa Sede. In sostanza, togliendola si è fatta una messa a punto della natura di quel testo. C’era qualche equivoco e dibattito sul suo valore. Lo ha deciso la Segreteria di  Stato”.

Ricordiamo le dichiarazioni più dirompenti contenute nell’intervista. Scalfari attribuiva al Papa questa incredibile dichiarazione. Alla domanda se esiste un Bene oggettivo e chi lo stabilisce, il Papa avrebbe risposto: “Ciascuno di noi ha una sua visione del Bene e anche del Male. Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene… Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce”.

Queste parole, che contraddicono duemila anni di Magistero della Chiesa e la Sacra Scrittura (basti pensare al Decalogo dato da Dio a Mosè), di per sé potrebbero essere usate arbitrariamente da chiunque per giustificare i propri atti, anche da Stalin o da Hitler. Anche loro – con i loro crimini – perseguivano la loro (perversa) idea di bene e di male.

C’erano poi altre affermazioni sconcertanti attribuite al papa: il proselitismo come “solenne sciocchezza”, la risposta evasiva sulla condanna della Teologia della liberazione fatta da papa Wojtyla, la frase: “io credo in Dio. Non in un Dio cattolico, non esiste un Dio cattolico, esiste Dio”.

Oppure il giudizio pesantissimo sui suoi predecessori (“i Capi della Chiesa spesso sono stati narcisi, lusingati e malamente eccitati dai loro cortigiani. La corte è la lebbra del papato”), che somiglia a un autogol perché se c’è un papa lusingato da tutti è proprio Bergoglio (e ognuno ha i suoi cortigiani).

Ora tutto questa intervista, da cui il Vaticano aveva preso le distanze, viene rilanciata dallo stesso sito vaticano che l’aveva cancellata.

Per volere di chi dal momento che tale rimozione era stata decisa dalla Segreteria di Stato? Sopra la Segreteria di Stato c’è soltanto il Papa. E’ lui che ha voluto il rilancio? E per quale motivo questo ripensamento? Chi sta sfidando? I cardinali? E perché?

Infine la questione più scottante. L’intervista non è riproposta – come si potrebbe pensare – in una sorta di rassegna stampa. Bensì nella parte del magistero papale, fra i Discorsi.

Argomento: Chiesa

Francesco parla, Scalfari trascrive, Brandmüller boccia

Come storico della Chiesa, il cardinale tedesco confuta la tesi secondo cui il celibato del clero sarebbe un'invenzione del secolo X. No, obietta: ha origine già con Gesù e gli apostoli. E spiega perché

di Sandro Magister, per chiesa.espressonline


 

ROMA, 19 luglio 2014 – "Forse lei non sa che il celibato fu stabilito nel X secolo, cioè 900 anni dopo la morte di nostro Signore. La Chiesa cattolica orientale ha facoltà fin d’ora che i suoi presbiteri si sposino. Il problema certamente esiste ma non è di grande entità. Ci vuole tempo ma le soluzioni ci sono e le troverò".

È questa la risposta sul tema del celibato del clero che papa Francesco dà a Eugenio Scalfari nell'intervista concessa al fondatore del quotidiano "la Repubblica" e nume dell'intellettualità laica italiana, pubblicata domenica 13 luglio.

Lo stesso giorno, una nota di padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede, ha precisato:

"Se si può ritenere che nell’insieme l’articolo riporti il senso e lo spirito del colloquio fra il Santo Padre e Scalfari, occorre ribadire con forza quanto già si era detto in occasione di una precedente 'intervista' apparsa su 'Repubblica', cioè che le singole espressioni riferite, nella formulazione riportata, non possono essere attribuite con sicurezza al papa".

In particolare, padre Lombardi ha messo in dubbio che il papa abbia annunciato, a proposito del celibato del clero: "Le soluzioni le troverò".

Ma nulla ha eccepito sull'altra molto più spericolata asserzione messa sulla bocca del papa, secondo cui "il celibato fu stabilito nel X secolo, cioè 900 anni dopo la morte di nostro Signore".

Uno storico della Chiesa autorevole come il cardinale tedesco Walter Brandmüller,, per più di vent'anni presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, si è infatti sentito in dovere di mostrare l'infondatezza della tesi.

Lo ha fatto con un intervento sul quotidiano "Il Foglio" del 16 luglio, riprodotto qui di seguito integralmente (cliccare su "leggi tutto" qui in basso).

Anche la precedente intervista di Scalfari a Francesco, apparsa su "la Repubblica" del 1 ottobre 2013, aveva sollevato dubbi sulla sua attendibilità. Tant'è vero che il successivo 15 novembre fu tolta dal sito ufficiale del Vaticano, dove era stata collocata tra i discorsi del papa e dove in seguito è inspiegabilmente ricomparsa, tradotta in cinque lingue, per poi di nuovo sparire pochi giorni fa.

Lo stesso Scalfari ammise di aver accompagnato l'invio preliminare al papa della sua stesura di quel primo colloquio – che non sollevò obiezioni e fu pubblicata tale quale – con un biglietto nel quale scriveva tra l'altro:

"Tenga conto che alcune cose che Lei mi ha detto non le ho riferite. E che alcune cose che Le faccio riferire, non le ha dette. Ma le ho messe perché il lettore capisca chi è Lei".

Mesi dopo, un secondo colloquio tra Scalfari e Francesco non ebbe nessuna "traduzione" giornalistica, su prudenziale richiesta vaticana.

Ma dopo il ferzo colloquio, avvenuto il 10 luglio scorso, anche questa volta senza registratore, il papa avrebbe dato di nuovo il via libera a Scalfari perché ne scrivesse, con il risultato che s'è visto.

Argomento: Chiesa

Morale cattolica stravolta e “riscritta” dal vescovo di Treviri

(di Mauro Faverzani)

Provocano sofferenza e dolore le scioccanti parole pronunciate da mons. Stephan Ackermann, Vescovo di Treviri, dirompenti come un fiume in piena: rotti gli argini della fede, hanno devastato la Dottrina cattolica, ferito la sensibilità dei credenti, sconcertato tutti. Complice la solita intervista, rilasciata questa volta al quotidiano “Allgemeine Zeitung”.

Secondo un recente sondaggio, i cattolici delle diocesi tedesche riterrebbero esser fuori dal mondo i divieti imposti dalla morale sessuale della Chiesa: richiesto di un commento in merito, mons. Ackermann non ha fatto mistero di voler letteralmente stravolgere regole e precetti: «Dobbiamo rafforzare il senso di responsabilità delle persone – ha detto – ma poi dobbiamo anche rispettare le decisioni da loro assunte in coscienza». Sull’accesso ai Sacramenti per i divorziati risposati, «siamo qui a far proposte», ha ribattuto, come se tutto non fosse da sempre già stabilito e chiaro.

Circa i rapporti prematrimoniali, si è quasi rammaricato: «Non possiamo cambiare completamente la Dottrina cattolica – ha dichiarato – ma possiamo elaborare criteri per i quali in questo o quest’altro caso concreto siano giustificabili. Non ci sono solo l’Ideale da una parte e la condanna dall’altra». Evidentemente quel che insegna la Chiesa Cattolica poco gl’importa… Ancora su pianificazione familiare e contraccezione: «La distinzione tra contraccezione naturale e non – ha “esternato” mons. Ackermann – è in qualche modo artificiosa. Temo che nessuno la capisca più…».

E per l’omosessualità la Chiesa dovrebbe, a suo dire, fare appello al senso di responsabilità del singolo: «La visione cristiana dell’uomo passa attraverso la polarità dei sessi, ma noi non possiamo semplicemente bollare l’omosessualità come innaturale», benché essa non debba essere vissuta in promiscuità e quale fonte di gratificazione. Certo la Chiesa Cattolica pone come punto fermo l’unicità del matrimonio tra uomo e donna, ha proseguito, ma quando una vita di coppia, vissuta in modo fedele e cosciente, venisse iscritta in un apposito registro, «certo non potremmo ignorare l’assunzione di tale responsabilità», benché ‒ bontà sua… ‒ non ritenga essere «una soluzione» percorribile neppure la benedizione delle coppie gay promossa nelle comunità protestanti. Sconcertante.

Il celibato dei preti, a suo giudizio, non rappresenta canonicamente «un dogma», benché abbracciare il sacerdozio significhi oggi anche conformarsi a tale stato di vita. Cosa ci riservi il futuro, però, ha concluso sibillino mons. Achermann, non sarebbe dato prevedere…

Argomento: Chiesa

Punito dal suo vescovo per essere un sacerdote Cattolico

La stampa internazionale – anche quella italiana – ha ripreso con una certa evidenza la notizia relativa a don Thomas Ladner, il sacerdote austriaco sospeso dall’insegnamento per aver parlato ai suoi alunni di inferno e Purgatorio. Nessuno però si è chiesto cosa ci fosse dietro il duro provvedimento assunto dal Vescovo di Innsbruck, mons. Manfred Scheuer, nei confronti di questo suo giovane prete, a soli 36 anni già molto apprezzato come docente di religione dai genitori dei bimbi iscritti presso la scuola elementare di Stans, in Tirolo, un paese di 1.500 anime in tutto.

La decisione della Diocesi li ha sorpresi. Ed amareggiati. Al punto da spingerli ad organizzare in fretta e furia una raccolta-firme, per riavere, col prossimo anno scolastico, don Thomas in aula. Lo stesso Sindaco, Michael Huber, ha inviato una forte lettera di protesta in Curia, definendo la decisione di revoca dell’insegnamento «inaccettabile», unilaterale e causa di scompiglio presso la comunità locale, che, secondo quanto riportato dal quotidiano Tiroler Tageszeitung, non sarebbe stata minimamente consultata in una scelta pur gravida di conseguenze. Sugli scolari e sulle famiglie.

La “colpa” del reverendo non sarebbe solo quella d’aver parlato in classe dei Novissimi e della famiglia con un linguaggio giudicato dalla Diocesi «retorico» e «non più attuale», «inadatto ai bambini ed al loro stato di vita». No, l’altra “grave” colpa di don Thomas, cooperatore peraltro presso la locale parrocchia, sarebbe quella di voler vivere sul serio la propria vocazione, al punto da portare abitualmente la talare. Comportamenti evidentemente sgraditi in Diocesi. Ma perché?

Il Vescovo, mons. Scheuer, nella Conferenza Episcopale austriaca, è responsabile dei settori Caritas e Pax Christi. Di quest’ultima è addirittura Presidente nazionale. E Pax Christi, in Austria, predica l’ambientalismo, il pacifismo, l’antimilitarismo, l’antinuclearismo, l’egualitarismo, l’ecumenismo, il conciliarismo – con annessi «segni dei tempi» -. Tutti gli “ismi” ideologicamente possibili, insomma. Ma non solo. Basta uno sguardo al sito di Pax Christi Österreich, per cogliere come e quanto punti sullo spirito di Assisi, sull’emancipazione delle donne e sulla teologia femminista. Il Vescovo di Innsbruck è a capo di tutto questo.

Quanto a morale sessuale ed accesso ai Sacramenti per i divorziati risposati, in un’intervista rilasciata lo scorso 30 gennaio a Die Presse, mons. Scheuer ha dichiarato di aspettarsi un «processo dinamico» da parte della Chiesa e di aver letto, in questo senso, come un segno di speranza il fatto che il Papa avesse incaricato il Card. Kasper della relazione d’apertura al Concistoro.

Argomento: Chiesa

Meglio la Manif pour tous che i divorziati. Bordate cardinalizie sul Sinodo

di Matteo Matzuzzi | Il Foglio 05 Luglio 2014

 

“Sarebbe utile capire che non è obbligatorio ricevere la comunione quando si va a messa. Ci sono molte ragioni per le quali un cristiano potrebbe scegliere di non riceverla. Una minore pressione su questo aspetto sarebbe d’aiuto per quanti non sono in grado” di accostarsi al sacramento.

Il cardinale canadese Thomas Collins, arcivescovo di Toronto e stimato a Roma – il Papa l’ha incluso tra i pochi porporati che fanno parte della recentemente rinnovata commissione cardinalizia di sorveglianza sullo Ior – interviene sui temi oggetto dell’ormai imminente Sinodo straordinario sulla famiglia, che aprirà i battenti il prossimo 5 ottobre a Roma. E la sua è una posizione lontana dalle aperture che parte del collegio cardinalizio ha manifestato in occasione della relazione sviluppata lo scorso febbraio in concistoro da Walter Kasper.

“Molti divorziati si risposano”, ha osservato Collins in una lunga intervista al blog Word on fire, aggiungendo che ciò determina l’impossibilità di ricevere i sacramenti, “come la santa comunione”. E questo perché “essi persistono in una condotta di vita che oggettivamente contrasta con il chiaro comando di Gesù.

Questo è il punto. Il punto non è che essi hanno commesso un peccato”. La misericordia, prosegue il porporato canadese, è infatti “assicurata in modo abbondante a tutti i peccatori. L’omicidio, l’adulterio e ogni altro peccato – non importa quanto grave – è perdonato da Gesù, soprattutto attraverso il sacramento della riconciliazione, e il peccatore perdonato può ricevere la comunione.

Riguardo il divorzio e il secondo matrimonio, il problema ha invece a che fare con la consapevole decisione di persistere in una situazione non in linea con il comando di Gesù”.
E’ dunque “giusto” che queste persone “non ricevano i sacramenti”.

La soluzione deve essere cercata altrove, altre strade vanno esplorate, spiega Collins, magari andando ad approfondire il concetto di “comunione spirituale” sul quale a lungo s’era soffermato Joseph Ratzinger prima in qualità di prefetto della congregazione per la Dottrina della fede e poi come Pontefice.

Pensa a una partecipazione “orante”, il porporato, definendo una “tragedia” la possibilità che gli esclusi dalla comunione possano lasciare la chiesa: “E’ probabile che i loro figli e quindi anche i loro discendenti saranno allontanati dalla chiesa. Dobbiamo pensare a ciò che è possibile fare per raggiungere le persone che si trovano in questa situazione, in modo amorevole ed efficace. Ma facendo questo, dobbiamo essere attenti al comando di Cristo, e quindi alla necessità di non compromettere la santità del matrimonio”.

Anche perché, a quel punto, “le conseguenze sarebbero ancor più terribili, soprattutto in un mondo in cui la stabilità del matrimonio è già tragicamente compromessa”. Ed è su questo che il cardinale Collins insiste: “La fedeltà all’insegnamento di Cristo sull’indissolubilità del matrimonio non è aperta a cambiamenti”.

Argomento: Chiesa

(di Maurizio Grosso)
Suor Fernanda Barbiero oltre ad essere stata di recente nominata dalla Congregazione dei Religiosi visitatrice delle Suore Francescane dell’Immacolata con poteri di commissaria è anche una maestra dorotea, laureata in teologia, docente presso la Pontificia Università Urbaniana.

A differenza di P. Volpi, commissario dei Frati, suor Fernanda ha un pensiero ben delineato, che vale la pena conoscere. Nell’ultimo editoriale firmato per la rivista dell’USMI “Consacrazione e servizio” (marzo-aprile 2014), Suor Fernanda dedica una sua meditazione al mistero della Risurrezione di Cristo, «nuovo inizio per l’uomo». Le donne che al mattino di Pasqua si recano al sepolcro fanno un’esperienza unica e sconvolgente: Colui che era morto ora è vivo. Con il Vivente bisogna lasciare anche la nostalgia del passato, le cose che con Lui sono morte. Scrive suor Barbiero: «Colui che cercano tra i morti è vivo! Il significato è chiaro: non ripiegatevi sul passato, non vivete di nostalgia; quel Gesù che avete amato è vivo; il rapporto con lui non è chiuso nel passato. Si tratta di credere e appoggiare su questa sicurezza di vita, di amore, di speranza con sincerità e semplicità».

Suor Fernanda però pare dimentichi, anche se così succintamente, che il Crocifisso è risorto non un altro Gesù. Il suo «passato», i segni della sua Passione e Morte dolorose, rimangono scolpiti per sempre nel suo corpo glorificato. Quella qui abbozzata da suor Fernanda è in realtà la via per rifiutare il valore sacrificale della S. Messa a favore di una Messa considerata solo convivio e comunione fraterna, mero servizio all’uomo.

Con la S. Messa c’è poi il rifiuto della vita religiosa come sacrificio e oblazione. Ma questo è un altro discorso e ci porterebbe altrove. Abbiamo invece uno spaccato del pensiero teologico applicato alla vita consacrata di suor Fernanda Barbiero in uno dei suoi articoli più riusciti e anche più interessanti per la profondità con cui unisce, senza necessariamente citarli, filosofi come Kant e Hegel, facendo esplicito riferimento a maestri come B. Secondin, Meister Eckart e il priore (non monaco) di Bose, Enzo Bianchi.

L’articolo dal titolo profetico: La vita religiosa abita ancora la storia? è apparso in due parti sulla stessa rivista dell’USMI, nel settembre e nell’ottobre 2005 (la seconda parte è molto più interessante e di questa ci occuperemo). Bisogna liberarsi delle immagini di Dio. Dio non abita le immagini, ma la quotidianità, cioè la storia, la quale, al dire della teologa, è come un tempio: «…dobbiamo interrogarci e riconciliarci con la storia come qualcosa di realmente importante, come unico tempio dove Dio ha preso volto e casa». Abitare la storia significa liberarsi della filosofia dell’essere, che è essenzialmente metafisica e ci spinge in un oltre indecifrato, oltre il visibile, per concentrarci invece nell’al di qua, trasformando la fede in un’etica. Scrive suor Barbiero: «Noi religiose siamo state formate a un tipo di fede e di spiritualità che ci trattiene nella ragione.È una spiritualità congelata nella filosofia dell’essere, non più attuale per l’urgenza di costruire un’etica. Ed etica vuol dire relazione di vita, non ragione. (…) Noi dovremmo semplificare la religiosità e renderla più vicina ai bisogni reali dei poveri. C’è troppo “invisibile”, troppo arcano. La direzione della vita religiosa pare dimostrare che la santità ha il suo epicentro nell’al di là, nell’invisibile, o in una carità molto più vicina all’elemosina che alla responsabilità e all’impegno per un mondo più giusto. «Cercate il regno di Dio e la sua giustizia», ha detto Gesù. Dove?».

Nella storia appunto. Nell’al di qua. Ma ciò che più sorprende è la base kantiana del suo discorso. La stessa critica di Kant, superficiale e unilaterale, viene mossa da suor Barbiero alla fede e quindi alla vita religiosa: dal momento che la ragione non può più conoscere le cose come tali e l’intelligenza non è più capace di Dio, della verità, Dio può essere al massimo il custode di una moralità, del dovere giustificato per se stesso. Smettere la ragione per ripiegarsi sull’etica. Che significherà: vivere la testimonianza religiosa non come contemplazione di Dio quale fine della vita religiosa, ma come servizio all’uomo, come impegno per un mondo più giusto. Questa è la vera “teologia di liberazione” di suor Fernanda, non una mera e ormai superata teologia della liberazione, ma liberazione dalla stessa teo-logia a favore di un rinnovato impegno sociale. Devi perché devi servire l’uomo. È necessaria la relazione esistenziale non l’essere. Per suor Barbiero è ora di «amare al di là dell’erotismo egoista. Questo non si raggiunge nella solitudine, ma nella relazione concreta».

Argomento: Chiesa

(di Tommaso Scandroglio)

Come è noto Donum vitae è il nome dell’Istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede redatta nel 1987 che come sottotitolo riporta la seguente enunciazione di principio: «Il rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione».

In Germania alcuni membri del Zentralkomitee deutscher Katholiken (Comitato centrale dei cattolici tedeschi) fondarono nel 1999 un’associazione omonima il cui fine era quello di impegnarsi «per la tutela della vita umana, vale a dire proteggere la vita dei bambini non nati». L’associazione Donum vitae ha circa duecento centri sparsi su tutto il territorio nazionale e fornisce anche consulenza on line. Mediamente all’anno ha la possibilità di incontrare circa 50mila donne. Ma come spesso accade il troppo zelo sfocia nell’errore. Infatti l’associazione incontra sì le mamme che vogliono abortire per tentare di persuaderle, ma se non ci riesce rilascia un attestato, indispensabile a termine di legge, per accedere alle pratiche abortive.

A motivo di ciò i vescovi tedeschi nel 2006 hanno vietato all’associazione di fregiarsi del titolo di “cattolica”, proibendo altresì ai fedeli di aderirvi. Altre ammonizioni sono seguite negli anni successivi da parte dell’episcopato tedesco. Di recente però pare che ci sia stata una certa apertura verso questa realtà associativa. Infatti l’edizione di quest’anno del Katholikentag di Ratisbona ha visto anche la presenza di uno stand di Donum vitae.

Tuttavia...



Nota: L’associazione era conscia che il suo operato non era in linea con la dottrina cattolica, tanto è vero che nel gennaio del 1998 scese in campo lo stesso Giovanni Paolo II per vietare espressamente ai consultori il rilascio del certificato abortivo. Successivamente il Papa scrisse ancora una lettera specificando che, qualora i consultori avessero comunque firmato il controverso attestato, occorreva inserire questa dicitura: «Questo certificato non può essere utilizzato per l’esecuzione depenalizzata di aborti», rendendo quindi nullo in punta di diritto – e dunque inservibile – il certificato stesso. Ma per tutta risposta i Ministeri della salute di ogni Land precisarono che tale eventuale dicitura era «tamquam non esset», cioè era da considerarsi come se non fosse stata mai apposta perché priva di valore legale. Ergo quei certificati che avessero recato tale nota pontificia erano, nonostante ciò, assolutamente validi per richiedere l’aborto. Si era quindi tornati nuovamente al punto di partenza tanto che la Congregazione per la Dottrina della Fede si trovò a precisare nel settembre del ‘99: «Se tale certificato dovesse ancora servire per una interruzione di gravidanza, sarebbe allora legittimo il rimprovero che viene sollevato da molti nei confronti della Chiesa, vale a dire che il suo messaggio è teorico e senza conseguenze concrete», ribadendo così il divieto di rilasciare il famigerato certificato perché incompatibile con l’insegnamento della Chiesa. Nonostante queste parole adamantine, tredici vescovi si appellarono ancora una volta al Papa perché rivedesse le proprie posizioni. In particolare l’associazione Donum vitae fu ripresa nel 2000 dal Nunzio Giovanni Lajolo il quale senza mezzi termini giudicò l’operato della stessa «in aperta contraddizione con le istruzioni emanate dal Santo Padre», configurando il rilascio del certificato un coinvolgimento nella applicazione di una legge «che permette l’uccisione di persone innocenti». La giustificazione di Donum Vitae, come di altre sigle “cattoliche”, alla base della decisione di voler rilasciare il certificato abortivo è la seguente: se ci togliamo dall’iter abortivo, che tra le altre cose prevede obbligatoriamente la sottoscrizione dell’attestato, non possiamo effettuare quei colloqui dissuasivi che permetterebbero a qualche donna di evitare l’aborto. Meglio che incontrino un operatore non abortista che offra alle donne valide alternative all’aborto che uno abortista. Ma in questo caso l’azione buona volta a dissuadere la donna è necessariamente connessa con una malvagia (rilasciare il certificato) e dunque nel caso che la prima non andasse a buon fine l’operatore sarebbe costretto ex lege a compiere un’azione intrinsecamente malvagia. Nemmeno la seguente obiezione regge: «Se non rilascio io il certificato lo farà comunque un’altra persona». Infatti nella prospettiva etica l’aspetto importante è che non sia io a compiere il male. Vero è che nulla cambia nel risultato: il danno ci sarà comunque. Ma tutto cambia nella responsabilità morale: sarà un’altra persona che si sarà macchiata di questo crimine. (Tommaso Scandroglio - CORRISPONDENZA ROMANA 18 giugno 2014)
Argomento: Chiesa

A rischio di chiusura non c’è solo lo storico quotidiano “l’Unità” fondato da Antonio Gramsci. In campo missionario ha chiuso i battenti un’altra testata simbolo, la rivista “Ad Gentes“, non solo per il crollo verticale delle vendite, ma più ancora per la quasi scomparsa del genuino spirito missionario dall’orizzonte della Chiesa, cioè dai dicasteri vaticani, dalle diocesi, dalle parrocchie, dai seminari, dalle vocazioni.

Questa, almeno, è la severa e drammatica diagnosi che ne fa un grande esperto di missioni, padre Piero Gheddo, decano del Pontificio Istituto Missioni Estere di Milano e principale estensore dell’enciclica missionaria di Giovanni Paolo II, la “Redemtoris missio” del 1990.

Ecco qui di seguito le riflessioni che ci ha inviato.

SE LA MISSIONE ALLE GENTI SCOMPARE DALL’ORIZZONTE
di Piero Gheddo



Nota: Per noi missionari “ad gentes” e per la Chiesa italiana non è una buona notizia. I superiori degli istituti missionari italiani hanno deciso la chiusura della rivista semestrale “Ad Gentes”, fondata nel 1997, l’unica in lingua italiana che espressamente tratta della “missio ad gentes”, oltre a quelle dei singoli istituti missionari. Perché chiude? A quanto è dato sapere, i motivi sono due: 1) Gli abbonati sono pochissimi, le copie stampate quasi tutte inviate in omaggio o in cambio a biblioteche, università, seminari, ecc.; e quindi gli istituti aderenti devono coprire il passivo economico; 2) La missione alle genti sta perdendo la sua identità e interessa sempre meno, almeno in Italia: parrocchie, diocesi, seminari e il popolo di Dio. I mass media ne parlano sempre meno, eccetto quando ci sono casi di martirio o di persecuzione che riguardano missionari italiani. Padre Dino Doimo, missionario del PIME a Hong Kong dal 1959, mi dice: “Torno in missione col cuore amareggiato, perché vedo che l’ambiente italiano non è più favorevole per le missioni e noi missionari. Tutti dicono che la missione è qui in Italia. La conversione a Cristo del continente Cina interessa parenti e amici e pochi altri”. Dal 1958 gli istituti missionari italiani, attraverso la pontificia unione missionaria del clero, mandano i loro animatori missionari nei seminari diocesani, minori e maggiori. Ciascuno è incaricato dei seminari di una regione da visitare nel corso dell’anno, e così visita tutti i seminari italiani, che ricevono ogni anno un animatore diverso. Adesso, mi dice un giovane animatore, “si sta chiudendo questo periodo perché è difficile trovare un seminario che accolga volentieri un missionario e lo faccia parlare. I seminaristi sono pochi, molto impegnati e le missioni interessano sempre meno. Tutto questo segnala quanto ormai tutti sanno, che la Chiesa italiana, con la crisi di fede e di vocazioni sacerdotali e religiose, si chiude in se stessa e gli istituti missionari sono intesi soprattutto per il contributo che le loro case, chiese e sacerdoti danno in aiuto alle comunità parrocchiali con scarso clero. Mi chiedo se gli istituti missionari, come il mio PIME e tanti altri, religiosi o di clero secolare, si interrogano sulla decadenza e la svalutazione del nostro carisma specifico, il primo annunzio ai non cristiani, che sono ancora circa l’80 per cento dell’umanità. E ricordo che il nostro carisma di missionari “ad gentes” è stato ampiamente confermato dal Vaticano II e dal magistero ecclesiastico seguente fino ad oggi. Dato che da 61 anni sono sacerdote missionario in Italia (prete dal 1953), mi permetto di indicare i due errori fondamentali che un po’ tutti abbiamo compiuto, senza alcun spirito polemico, ma per aiutare a riflettere. 1) Dopo la “Fidei donum” (1957) e il Vaticano II (1962-1965) si è incominciato a dire che tutta la Chiesa è missionaria e gli istituti missionari non hanno più senso. Ma sia il decreto conciliare “Ad gentes” (n. 6) che l’enciclica “Redemptoris missio” (nn. 33-34) affermano con chiarezza che la missione alle genti non va confusa con l’attività pastorale che si rivolge ai battezzati e quindi che “questi istituti restano assolutamente necessari” (Ad gentes, 27). Nella “Redemptoris missio” (n. 66) si legge: “La vocazione speciale dei missionari ‘ad gentes’ e ‘ad vitam’ conserva tutta la sua validità. Al riguardo s’impone una approfondita riflessione, anzitutto per i missionari stessi, che dai cambiamenti della missione possono essere indotti a non capire più il senso della loro vocazione, a non saper più che cosa precisamente la Chiesa si attenda da loro”. Questa riflessione forse è mancata e anche gli istituti missionari rischiano di non credere più nel loro carisma originario, mentre le giovani Chiese del mondo non cristiano hanno assoluto bisogno di loro anche oggi, lo dicono tutti  vescovi. Lo stesso è avvenuto per le pontificie opere missionarie. Fin che erano pontificie e non dipendenti dai vescovi italiani, svolgevano il loro compito primario: ricordare la missione alle genti, universale, aiutarla con preghiere, vocazioni, aiuti materiali. Da quando sono opere diocesane, la missione alle genti è diventata il gemellaggio di una diocesi italiana con una delle missioni. Si è chiuso l’orizzonte, i missionari sono quelli della diocesi, quasi sempre in America Latina e in Africa. Adesso, con la crisi delle diocesi italiane, è facile immaginare cosa succede. 2) Il secondo sbaglio fondamentale è stato di politicizzare la missione alle genti ed è una vita che condanno (inutilmente) questa tendenza suicida degli istituti missionari, che ha cambiato la nostra immagine nell’opinione pubblica italiana. In “Missione senza se e senza ma” (EMI 2013, pag. 250) racconto in un capitolo (”La crisi dell’ideale missionario”) la storia di questo suicidio. Fino al concilio Vaticano II c’era la chiara affermazione della nostra identità: andare ai popoli non cristiani, dove ci mandava la Santa Sede, annunziare e testimoniare Cristo e il suo Vangelo, di cui tutti hanno bisogno. Certo si parlava anche delle opere di carità, di istruzione, di sanità, di promozione, di diritti e opere di giustizia per i poveri e gli sfruttati. Ma su tutto emergeva l’entusiasmo di essere stati chiamati da Gesù per  portarlo a popoli che vivono senza conoscere il Dio dell’Amore e del Perdono. C’era l’entusiasmo della vocazione missionaria gioiosamente manifestato e quindi si parlava spesso di catechesi, catecumenato, conversioni a Cristo, preghiere e sofferenze per le missioni, del perché i popoli hanno bisogno di Cristo, ecc. Soprattutto si parlava di vocazioni missionarie, perché il missionario è un privilegiato che va fino agli estremi confini della terra per realizzare il testamento di Gesù quando sale al cielo. Ma oggi, ditemi voi: chi manifesta entusiasmo per la vocazione missionaria e dove è finito l’appello per le vocazioni missionarie “ad gentes”? Oggi noi missionari facciamo le campagne nazionali per il debito estero, contro la produzione di armi, contro i farmaci contraffatti e per l’acqua pubblica; oggi non si parla più di missione alle genti ma di mondialità e di opere sociali o ecologiche. Mi sapete dire quanti giovani e ragazze si entusiasmano e si fanno missionari dopo una manifestazione di protesta contro la produzione di armi? Nessuno. Infatti gli istituti missionari non hanno quasi più vocazioni italiane. Non lamentiamoci perché si chiude la rivista “Ad Gentes”. Nel quadro di tutto quel che ho detto, ha un suo logico significato.
Argomento: Chiesa

In Giappone come sulle rive del Reno: la resa della Chiesa

Le risposte dei vescovi giapponesi e centroeuropei al questionario del sinodo sulla famiglia registrano il cedimento dei cattolici al "pensiero unico" dominante. Ma anche l'incapacità di guida dei pastori

di Sandro Magister

 

 

ROMA, 6 giugno 2014 – Sono finora sei le conferenze episcopali che violando la consegna della riservatezza hanno rese pubbliche le risposte alle 39 domande del questionario preparatorio al prossimo sinodo dei vescovi, convocato sul tema della famiglia.

In Italia la rivista dei dehoniani di Bologna "Il Regno" ha fornito le traduzioni integrali dei sei documenti nei numeri 5, 7 e 9 del 2014:

> "Il Regno - Documenti"

Come si può notare, cinque su sei di queste conferenze episcopali appartengono a quell'area geografica centroeuropea che fu l'ala marciante delle innovazioni del Concilio Vaticano II ma successivamente è stata anche la più segnata dal fenomeno della secolarizzazione.

Oggi è sopratutto da quest'area che vengono le più forti pressioni per un cambiamento della dottrina e della prassi pastorale in materia di matrimonio, in particolare con la richiesta di dare la comunione ai divorziati risposati.

Si sa che papa Francesco non gradisce questa insistenza sulla sola questione della comunione ai risposati. L'ha detto rispondendo ai giornalisti durante il viaggio di ritorno a Roma dalla Terra Santa. Per lui la questione è "molto, molto più ampia" e va affrontata nella sua globalità. Riguarda la famiglia in quanto tale. Che è in crisi ovunque, ha detto: "È in crisi mondiale".

Le risposte dei vescovi giapponesi al questionario presinodale sono la conferma clamorosa di questa convinzione del papa.

Ma c'è di più. Sono la conferma che l'eclisse della visione cristiana della famiglia è il prodotto non solo del "pensiero unico" dominante, ma anche della resa della Chiesa a tale pensiero.

I vescovi giapponesi lo riconoscono con candore:

"La Chiesa in Giappone non è ossessionata dalle questioni sessuali".

In questa e in altre loro affermazioni c'è l'ammissione di un diffusa rinuncia, da decenni, a proporre la novità cristiana sui terreni cruciali della vita e della famiglia.

In Giappone i cattolici autoctoni sono appena 440 mila, lo 0,35 per cento di una popolazione che non è mai stata cristianizzata nel suo insieme. Ma dalla descrizione che ne fanno i vescovi si ricava un profilo di Chiesa tutt'altro che da "minoranza creativa" in terra di missione. Una Chiesa molto ripiegata sulla gestione dell'esistente. Molto vicina al profilo medio di quel cattolicesimo residuale, fortemente secolarizzato, tipico dell'area centroeuropea.

Da questo punto di vista, anche la tesi cara a Jorge Mario Bergoglio di una Chiesa troppo sbilanciata, se non "ossessionata", durante i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, sulle questioni dell'aborto, del matrimonio omosessuale e dei contraccettivi, appare contraddetta dai fatti.

Infatti, stando alle risposte al questionario presinodale finora rese pubbliche, non risulta in alcun modo che in Centroeuropa o in Giappone la "Evangelium vitae" o i "principi non negoziabili" siano stati un asse portante della pastorale della Chiesa degli ultimi decenni, a livello di vescovi, sacerdoti e fedeli, né che al posto di questo la Chiesa si sia prodotta in uno slancio missionario concentrato "sull'essenziale" della proposta evangelica.

Non è avvenuta né l'una né l'altra cosa, come prova, qui di seguito, l'antologia tratta dalle riposte dei vescovi del Giappone al questionario presinodale.

Il documento dei vescovi giapponesi – firmato da Peter Takeo Okada, arcivescovo di Tokyo e presidente della conferenza episcopale – è tanto più interessante perché frutto di una consultazione ristretta ai soli vescovi e ai superiori maggiori degli ordini religiosi maschili e femminili.

È una sorta di confessione esplicita di resa, da parte di coloro che pur hanno in sorte di guidare quella piccola Chiesa tra i moderni "pagani".

Argomento: Chiesa

L'autorità intervenga almeno con la stessa durezza mostrata nei confronti dei francescani dell'Immacolata!

L’infelice sortita di mons. Mogavero

Autore: Amato, Avv. Gianfranco   Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
martedì 7 gennaio 2014

A partire dal costante insegnamento della Chiesa e del supremo magistero, il Vescovo è custode, e non creatore, della dottrina cattolica Sconcerta e disorienta l’ultima uscita del Vescovo di Mazara del Vallo, mons. Domenico Mogavero, circa l’apertura della Chiesa cattolica al riconoscimento legale delle unioni di fatto tra omosessuali.

Argomento: Chiesa

Ostia non è propriamente un centro sperduto. Pertanto, sembra strano che non si siano mai sollevate proteste per ciò che è raffigurato con tutta evidenza nella chiesa parrocchiale Santa Maria Regina Pacis, enorme costruzione in stile neo-barocco consacrata nel 1928 e da qualche anno ritoccata con nuove vetrate e nuovi (orribili) dipinti all’interno.

Ora, circa l’assenza di ogni elemento di bellezza e di cattolicità nella stragrande maggioranza delle opere di arte “sacra” contemporanea è inutile parlare, tanto è notorio. E di sicuro non bisogna prendersela solo e tanto con gli artisti, quanto piuttosto con chi commissiona loro certi lavori per poi approvarli senza batter ciglio. Ma nel caso specifico c’è un dato inquietante e gravissimo, che non esitiamo a definire blasfemo.
All’esterno della chiesa, sulla facciata laterale che dà sul cortile dei locali parrocchiali, chiunque può notare (come documentato dalle foto che alleghiamo) tre mosaici. In posizione centrale c’è Madre Teresa di Calcutta, una beata della Chiesa cattolica, mentre alla sua destra c’è il ritratto di Gandhi e alla sua sinistra quello di Martin Luther King. Sembrerebbe uno scherzo, ma purtroppo non lo è.

Qual è il punto in comune tra questi tre personaggi? Perché raffigurare su un luogo di culto cattolico due figure appartenenti a religioni diverse? Perché accostarli con una religiosa, consacrata a Dio, la cui vita e spiritualità l’hanno resa degna di essere venerata dai fedeli cattolici? Qui siamo al di là di ogni più spinto ecumenismo e di ogni più dannoso irenismo.

Associare questi tre personaggi è un atto blasfemo nei confronti della beata Teresa di Calcutta e soprattutto nei confronti di Cristo. Permettere simili operazioni “artistico-spirituali” significa non aver capito nulla del Cattolicesimo. Significa svuotarlo dell’essenziale e ridurlo a opzione meramente culturale. Significa togliere di mezzo Dio e mettere al suo posto l’uomo.
Madre Teresa non faceva filantropia, ma vera carità cristiana e infatti aiutava i poveri attingendo forza da ore e ore di adorazione eucaristica fatta in ginocchio, adorando Colui che è l’unica Via, l’unica Verità e l’unica Vita: Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo, Salvatore e Redentore del mondo. Gandhi e Martin Luther King, le cui vite private peraltro furono tutt’altro che esemplari, avranno anche fatto battaglie giuste, ma parziali e mancanti, perché non erano nella piena Verità.

Il dramma della Chiesa attuale è proprio questo: in nome del buonismo, del politicamente corretto, degli applausi, delle battaglie civili, essa ha smarrito ciò che la fonda, cioè Cristo. La confusione dottrinale è talmente grande che non ci si accorge nemmeno di errori così eclatanti. E quel che più stupisce e addolora è che nessuna autorità ecclesiastica sia intervenuta per far rimuovere il blasfemo accostamento. A quando un pubblico e risolutivo intervento? (F.C.)

 

(C) Corrispondenza Romana, 16 luglio 2013

Argomento: Chiesa

+ Luigi Negri Vescovo di Ferrara-Comacchio

"La S. Messa secondo il rito antico è celebrata oggi nella grande Solennità di Pentecoste, che ricorda alla Chiesa di ogni tempo, di ogni momento, e quindi ad ogni cristiano, che l’avvenimento della Fede e quindi lo svilupparsi della Fede in una vita di comunità e in una vita di comunione, in una pratica della carità, in un esercizio attivo della missione, tutto questo nasce dal miracolo dell’effusione dello Spirito Santo nel cuore dei fedeli, che è dono purissimo del Signore!

Argomento: Chiesa

AsiaNews 3-4-2012

BANGLADESH
Bangladesh: Ex imam si converte al cattolicesimo. Ridotto in fin di vita
di Maria Gomes

Il leader musulmano diventa cristiano presbiteriano all’estero. Incontra una cattolica, si sposano, e decide di farsi cattolico. Tornato in Bangladesh, affronta il rifiuto totale della comunità d’origine. Ma tra violenze e ostracismo sociale, resta saldo nella sua fede: “Credo in Cristo, l’ho accolto. È il mio salvatore”.

Argomento: Islam

Il Papa ha deciso di nominare il vescovo di La Spezia nuovo patriarca di Venezia

Andrea Tornielli
Città del Vaticano

Benedetto XVI ha scelto il successore del cardinale Angelo Scola sulla cattedra di San Marco: è il vescovo di La Spezia, Francesco Moraglia, di origini genovesi. L’annuncio è atteso a giorni e l’ingresso nella diocesi della Serenissima potrebbe avvenire entro marzo.

Si conclude così l’attesa durata sette mesi, dopo la nomina di Scola a Milano. La «macchina» delle consultazioni per la scelta del successore si è messa in moto con notevole ritardo, complice anche il fatto che dopo l’estate è cambiato il nunzio apostolico in Italia: l’arcivescovo Giuseppe Bertello, che aveva gestito il dossier Milano, è stato promosso alla guida del Governatorato e ora diventerà cardinale, mentre al suo posto di ambasciatore vaticano presso il Quirinale è stato scelto il nunzio in Argentina Adriano Bernardini.

Argomento: Chiesa

AsiaNews 17/10/2011 13:33
FILIPPINE - ITALIA

L’Anno della Fede e il martirio di p. Fausto Tentorio

di Bernardo Cervellera

La morte del missionario del Pime in contemporanea con l’annuncio dell’Anno della Fede, voluto da Benedetto XVI per riscoprire la fede cristiana e imparare a trasmetterla a tutto il mondo. La vita del sacerdote ucciso è segno del “bene che non fa rumore”, ma fa crescere frutti di fede e di amore. Un’alternativa ai black bloc.

Argomento: Attualità

Libero 11 settembre 2011

Uno sfregio a padre Pio

di Antonio Socci

Sono milioni ogni anno i pellegrini che si recano a San Giovanni Rotondo. E negli ultimi tempi si trovano davanti a sorprese che lasciano sconcertati, nel nuovo edificio di Renzo Piano dove è stato portato il corpo di san Pio.
Per esempio i mosaici (che a me non piacciono) realizzati da Marko Rupnik proprio per il sepolcro del Padre. In tutto il ciclo delle raffigurazioni c’è una testata giornalistica italiana che viene mostrata e di conseguenza viene – per così dire – pubblicizzata.
Una sola: “l’Unità”. E’davvero molto sorprendente perché nel mosaico si vede padre Pio che addirittura benedice una tizia che ha in mano appunto “l’organo del Partito comunista italiano”.

La Cantata di Bach che Ratzinger predilige

È quella dell'ultima domenica dell'anno liturgico luterano, con al centro la parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte. Tutti i particolari di un ricordo personale di papa Benedetto, alla vigilia del suo prossimo viaggio in Germania

di Sandro Magister

Argomento: Arte

Avvenire 3 agosto 2011
PROGETTO CEI

I «tesori» delle diocesi svelati dalle tecnologie

C'è una porzione di storia della Chiesa conservata nelle diocesi, nelle sedi provinciali degli enti ecclesiastici, persino nelle parrocchie. È nascosta nei registri, rinchiusa negli archivi. Schedata e classificata, magari, ma costretta comunque a una dimensione locale. E invece legando fra loro i frammenti della vita ecclesiale si può provare a riscoprire una trama che intreccia le origini dei grandi personaggi o che collega le esperienze di comunità distanti fra loro. La chiave è offerta dalle nuove tecnologie. E da un progetto destinato a sfruttarle a fondo. 

Argomento: Notizie

I cristiani perseguitati in Pakistan subiscono la stessa accusa mossa a Gesù.


Fides 2011-04-09

ASIA/PAKISTAN - Nuovo caso di false accuse di blasfemia contro un cristiano

 

Faisalabad (Agenzia Fides) – Un cristiano di nome Arif Masih, 40 anni, del villaggio di Chak Jhumra, nel territorio di Faisalabad, è stato arrestato il 5 aprile dalla polizia locale con l’accusa di blasfemia. E’ quanto comunica all’Agenzia Fides la Commissione “Giustizia e Pace” della diocesi di Faisalabad, esprimendo “grave preoccupazione per un nuovo caso basato su false accuse”.

Argomento: Chiesa
AsiaNews 22/03/2011 13:23

GIAPPONE

I missionari del Pime lanciano il “Progetto emergenza Giappone”

Una richiesta di aiuto da destinare alla Caritas nazionale e alla diocesi di Sendai, la più colpita dagli effetti del terremoto. “Per il momento non abbiamo intenzione di andar via, anche se l’ambasciata italiana lo consiglia”.
Argomento: Attualità
AsiaNews 28/02/2011 10:49

L’India, l’utero in affitto e il “turismo medico”. I rischi di un progresso senza etica


Una relazione del dott. Carvalho, esperto indiano, alla recente assemblea generale della Pontificia accademia per la vita sottolinea il pericolo di una tecnologia senza controlli e senza confini etici. Il monito di Benedetto XVI: i medici devono difendere le donne dall’inganno dell’aborto.
Argomento: Vita
Teresa Belgiojoso

I GIOVANI VANNO AMATI
E` IL SEGRETO PER EDUCARLI
Argomento: Vita

Riceviamo dal blog Ragione e Fede e pubblichiamo con piacere.

Ieri si è liquefatto (o fuso) nuovamente il sangue di San Gennaro nel Duomo di Napoli. Facciamo il punto sulla situazione scientifica rispetto a questo avvenimento.



IN COSA CONSISTE?
Il sangue di san Gennaro è conservato nel Duomo di Napoli (assieme al busto aureo ed argenteo del Santo e al suo cranio) in una boccetta di vetro sigillata, con volume stimato di circa 60 millilitri, riempita per metà dal liquido. Questa bottiglietta, accanto ad un’altra più piccola e vuota, è contenuta tra due pareti di vetro in un reliquiario portatile d’argento. Durante la cerimonia del miracolo di San Gennaro, il reliquiario è più volte mosso, agitato e capovolto al fine di evidenziare l’avvenuta liquefazione, che diviene visibile senza difficoltà: in certi casi quasi immediatamente, in altri dopo alcuni giorni, sebbene solidificatosi nell’arco dei secoli. Si dice, su basi non comprovate dalla scienza, che in qualche circostanza il sangue “ribolla”, cambi di peso e di colore, ma non vi sono prove certe che confermino questi fenomeni. L’evento è quasi sempre avvenuto in date precise durante l’anno da circa 700 anni.

PERCHE’ SI PARLA DI MIRACOLO?
Si parla di miracolo quando si è difronte ad un fatto oggettivamente inspiegabile a qualunque disamina, a qualunque procedimento indagativo della ragione. La scienza ci dimostra come il sangue umano, se sigillato in vitro per un certo periodo, solitamente si coaguli, senza più tornare al proprio stato liquido. Ma anche quando dovesse rompersi il coagulo (con conseguente liquefazione), ciò potrebbe avvenire una tantum: senza alcuna possibilità, dunque, di ulteriore ritorno alla coagulazione iniziale. Il liquido conservato nel Duomo di Napoli, invece, sta misteriosamente continuando, nel corso dei secoli, a solidificare ed a liquefarsi più volte, senza entrare mai a contatto con l’aria.

Argomento: Notizie

ITALIA: a Napoli si è ripetuto l'evento della liquefazione del sangue di san Gennaro

 


 

Radio Vaticana 19-09-2010.- Questa mattina a Napoli si e' ripetuto l’evento della liquefazione del sangue di san Gennaro. Alle 9.22 l'arcivescovo della città, il cardinale Crescenzio Sepe, con il tradizionale sventolio del fazzoletto bianco, ha dato l'annuncio dall'altare della cattedrale, dove fin dalle prime ore del mattino si sono ritrovati centinaia di fedeli.

 
La teca, contente il sangue del patrono di Napoli che si e' liquefatto, e' stata prelevata dalla Cappella del Tesoro e portata in processione fino sull'altare dove il cardinale ha dato l'annuncio accolto da un caloroso applauso.
 
“Napoli - ha detto il cardinale Sepe nel corso dell'omelia della celebrazione - ha sempre vissuto di pane e di speranza. Ora sembra che siamo arrivati ad un punto di svolta: niente e' scontato, ne' il pane ne' la speranza. Come e' potuto accadere?''.
 
L'arcivescovo di Napoli ha quindi richiamato tutti a fare ''un serio esame di coscienza collettiva nel quale tutti, per la parte di propria competenza, sono chiamati in causa''. Parlando poi del clima di violenza che si registra in Campania, l'arcivescovo ha ricordato la tragedia di Castel Volturno, l'uccisione del sindaco Vassallo e infine un pensiero e' andato alle vittime degli incidenti sul lavoro.
 
La liquefazione del sangue di San Gennaro si ripete abitualmente tre volte l'anno: il 19 settembre, solennità liturgica del patrono di Napoli e della Campania; il sabato precedente la prima domenica di maggio, quando si svolge la processione delle reliquie nel centro storico; e infine il 16 dicembre, anniversario dell'eruzione del Vesuvio del 1631 fermata dopo le preghiere dei napoletani al santo. (R.P.)
Argomento: Notizie

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