In vari casi la Chiesa (del postconcilio) si è dimostrata troppo tollerante nei confronti dell'omosessualità. Così facendo ha provocato dolore, morte, inferno alle anime.

 Omosessualismo in USA: “La chiesa deve chiedere perdono ai gay?”;
una testimonianza scioccante di Joseph Sciambra, ex omosessuale


“La chiesa deve chiedere perdono ai gay? ” di Joseph Sciambra
fonte: http://josephsciambra.com/should-the-catholic-church-apologize-to-gays/

Traduzione di Pietro Romano

“Ai tempi in cui ero un ragazzino combattuto e impaurito che stava crescendo all’interno dei confini confusi della Chiesa Post Conciliare degli anni Settanta, necessitavo di qualcuno, chiunque, che mi insegnasse e mi affermasse che Gesù voleva da me di più che essermi amico: voleva essere il mio Salvatore, che Gesù voleva salvarmi da me stesso. Sentivo fin dalla tenera età che qualcosa di terribilmente sbagliato stava accadendo dentro di me.
Ero terrorizzato e avevo bisogno di aiuto. Tuttavia, il Cristo che mi presentarono era meramente una figura storica: un tizio che ci stava dentro, ma che era morto e distante; era il Gesù-Hippy di “Godspell” (film del 1973, ndr) che indossava una maglietta di Superman, con la Bibbia, come un supereroe dei fumetti.
Divenuto adolescente, mentre velocemente viravo verso l’omosessualità, poche persone lo notarono, ma non fecero nulla per aiutarmi. A scuola, una sorta di epidemico relativismo veniva celebrato come una regola di vita individuale: una regola fatta su misura per ogni essere umano sulla terra. Il “distaccato” Gesù della mia infanzia si interessava molto poco del mio tran tran quotidiano e delle mie inclinazioni (sessuali).

Ero a un passo dall’accettare la mia omosessulità, quando un prete Cattolico mi disse che non dovevo preoccuparmi perchè, come tutti gli omosessuali, ero nato così. Mi rimandò sulla mia strada con una raccomandazione socialmente responsabile: fare sesso protetto.

A strettissimo contatto con la devastazione portata dall’AIDS e presa coscienza che la mia realizzazione come omosessuale era peggio di quello che pensassi, l’unica presenza Cattolica nel quartiere di Castro a San Francisco era la Parrocchia del Santissimo Redentore (Most Holy Redeemer parish).
Sebbene i sacerdoti che erano assegnati in quella parrocchia stessero con amorevolezza seppellendo tutti i corpi sprecati e senza vita dei nostri amici morti per la malattia, amici che erano in un’età in cui non si desidera per nulla di morire, costoro (i preti) CONFUSERO LA COMPASSIONE per i malati e i morti CON LA TOTALE RINUNCIA DI QUALSIASI SEGNALE DI INSEGNAMENTO CATTOLICO SULL’OMOSESSUALITA’. Volevano esserci amici, ma non Padri.

Fu durante uno di quei momenti, dopo aver perso un altro amico e dopo essermi svegliato nel primo pomeriggio per rendermi conto che avevo riempito la tazza del water con altro sangue, che decisi di abbandonare le pratiche omosessuali; ma un prete a cui mi ero rivolto cercò di minimizzare le mie preoccupazioni e spingermi verso la fede del “gene gay” assicurandomi che ero nel posto a cui appartenevo e che essere gay era quello che mi apparteneva. E così rimasi nelle mie abitudini.

Anni dopo, il sangue usciva copiosamente sul pavimento del mio bagno e non potei più negare che la mia testarda alleanza al sogno gay si stava trasformando in un incubo senza ritorno dal quale non mi sarei mai svegliato.
Per qualche ragione, che non afferro, mi rivolsi di nuovo alla religione della mia infanzia. Pregai perché le cose cambiassero, perché in quel momento nessuno avrebbe potuto convincermi che ci fossero ragioni per le quali io dovessi voler rimanere nelle condizione di essere omosessuale; ma, necessitavo di aiuto. Solo poco cambiò. Andai nuovamente all’uscio della Chiesa Cattolica, un uomo fratturato e sanguinante e, sì, mi fu detto nuovamente che ero gay.

Nonostante ciò, in qualche modo fui perseverante e il Signore Gesù Cristo mi consegnò nelle mani di tre sacerdoti. Per la maggior parte del tempo, questi tre sacerdoti furono molto difficili da trovare. Infatti erano principalmente dei preti semi-licenziati e anche perseguitati o parzialmente rifiutati dalle loro diocesi o congreghe o ordini religiosi. Ma io avevo sentito che avevano il cuore buono, retto e senza timori. E furono Padri di un uomo perso, solo, che in fondo era ancora un ragazzino.

Avanti negli anni, sono ritornato a pensare ai vari amici che avevo e che poi ho perso: il serio e sempre alla ricerca ex-cattolico che ammetteva la caducità delle ondate radicali dello stile di vita gay, ma rimase nella sua condizione di omosessuale perché continuava a leggere “La Chiesa e l’omosessualità” di Padre J. McNeill; l’inspiegabile cattolico gay della domenica che rimase gay-convinto e alla ricerca dell’uomo giusto all’interno della sua chiesa a favore degli LGBT all’interno di gruppi della diocesi di Oakland; oppure il prudente e conservatore tizio del Midwest che ascoltava i consigli dal “pastore” della parrocchia locale di San Francisco e poi si è messo insieme con un uomo. Oggi, sono tutti morti.

La Chiesa deve chiedere scusa ai gay?
A questi uomini, che persero la loro vita in quanto ingannati e disorientati da preti in conflitto con se stessi, la Chiesa dovrebbe chiedere scusa. Ma a cosa servirebbe ora?

In aggiunta, la Chiesa dovrebbe chiedere perdono per aver tollerato troppo a lungo Padre John J. McNeill (Prete gesuita che fondò poi la Queer Teology, ndr), il quale disse: “L’orientamento omosessuale non ha niente a che fare con il peccato, con il disturbo, con il fallimento; invece è un dono di Dio che va accettato, vissuto in pieno e con gratitudine … Gli essere umani non scelgono il loro orientamento sessuale; lo scoprono come un qualcosa che viene loro donato”.
E anche Suor Jeannine Gramick, l’apostata Suora, a cui fu proibito dalla Chiesa di prestare servizio pubblico agli omosessuali, dopo quasi 20 anni di indagine si spostò da un ordine religioso ad un altro (la sua attuale casa – The Sisters of Loretto, è nell’ombra di un’investigazione Vaticana dal 2008 che è ancora in atto); nel frattempo continua a fare convegni e incontrare spesso prelati americani con i quali disquisisce i suoi punti di vista.
Infine, la Chiesa dovrebbe chiedere scusa per preti come Don James Martin S.J. che continua a sottolineare che “gli omosessuali sono nati così”.
……….
[vengono fatti altri esempi, ndr]
……………..

L’idea dell’omosessualità come un qualcosa di “donato” (da chi?) e non “scelto” è direttamente ricavata dalle parole di Padre McNeill; come può un uomo di Chiesa partorire tali parole dalla sua filosofia: “In fondo se una persona è capace di atti solitari come la masturbazione, allora quell’atto masturbatorio, intrapreso con gratitudine verso Dio per il dono del piacere sessuale ricevuto, è sessualità buona. Ancora meglio risulta essere il sesso quando due uomini feriti interiormente si incontrano per condividere un piacere sessuale” ?!

Questi uomini, come gli sfortunati preti che cercarono di darmi consigli, volevano mantenere uomini e donne “gay” come tali. Attraverso la loro pastorale hanno avallato l’omosessualità in tutte le persone che sentivano attrazione per persone dello stesso sesso: l’hanno fatto con me, l’hanno fatto a un numero incalcolabile di altre persone.
E, ripetendoci continuamente che eravamo “gay”, dove pensavano che potessimo finire?

E se questi sono solo alcuni personaggi messi in rilievo all’interno della tetra Chiesa pro-gay che opera all’interno della Chiesa Cattolica, ci sono molti altri ministri e programmi pastorali, operanti e attivi all’interno delle maggiori diocesi degli USA, che appoggiano apertamente l’omosessualità come uno stile di vita autentico e percorribile.

Recentemente, durante un mio intervento alla comunità “gay” di San Francisco, ho parlato con un giovane gay-cattolico a proposito della mia vita dopo aver lasciato l’omosessualità; abbiamo discusso sul perché ho lasciato le pratiche omosessuali e della mia gioia nell’aver abbracciato la castità. Ha risposto seccamente: “eh no! Ma questo non è quello che ci dicono al Santissimo Redentore!”

In conclusione, caro Papa Francesco: chiedere scusa per la dannosa catechesi, per i dannosi programmi pastorali, per i preti negativi, e per i Vescovi Apatici che non fanno nulla per correggerli.

Così come per tutti coloro che se ne sono andati, troppo giovani, perché nessuno si è mai preoccupato di dire loro la Verità.

 Per un curioso disegno della Provvidenza, proprio il 1517 è l'anno in cui il giovane Sant'Ignazio di Loyola lascia la vita agiata e mondana, iniziando un cammino che - passando per l'eroica difesa in armi di Pamplona - si concluderà con la stesura degli Esercizi Spirituali sotto l'ispirazione della Vergine Maria. Così, proprio mentre lo spretato Lutero, vigliacco e sporcaccione, dava inizio alla più immonda rivolta contro il Redentore, nella solitudine della grotta di Manresa Nostra Signora forgiava il suo campione: la spina dorsale della vera riforma, la Riforma cattolica. Celebriamo dunque i 500 anni di Sant'Ignazio di Loyola!  L'Europa pretenda le scuse da tutte le sette luterane!

La cosiddetta “contro-riforma”. Vera riforma e trionfo di santità

da: Il settimanale di padre Pio, del 5 giugno 2016
di Corrado Gnerre

La perenne vitalità del Cattolicesimo prorompe con più vigore e forza proprio nei periodi più critici, e dimostra che lungo i secoli la Chiesa romana non ha mai perso nulla perché ha sempre conservato il dono della santità, da cui è sbocciata una fioritura ..

 

«Il XVI secolo, tempo di prove terribili nella prima metà, epoca di trionfo nella seconda. Lo storico non mancherà di provare con i fatti che la santità vi appare in proporzione analoga. San Gaetano domina quasi da solo la prima metà; ma non appena scocca l’anno 1550, una fioritura meravigliosa sboccia sui rami dell’albero secolare del Cristianesimo; e mentre il Protestantesimo si arresta finalmente nelle sue conquiste, Dio si compiace di mostrare che la Chiesa romana non ha perduto nulla perché ha conservato il dono della santità. Sarebbe necessario riscrivere una storia cristiana del XVI secolo qualora in essa non si desse giusto rilievo al rinnovamento dei costumi cristiani iniziato da san Gaetano e continuato con tanto vigore e ampiezza da sant’Ignazio di Loyola e dai Santi della Compagnia di Gesù; alla riforma della disciplina formulata nei saggi decreti del Concilio di Trento e resa effettiva da Papi come san Pio V e da vescovi come san Carlo Borromeo; alla rinascita dell’apostolato dei Gentili con san Francesco Saverio e a quello delle città cristiane con san Filippo Neri; alla purificazione dei Chiostri ad opera di Teresa, Giovanni della Croce, Pietro d’Alcantara. È necessario risalire al IV secolo per ritrovare una costellazione di Santi radiosa quanto quella che brillò nel cielo della Chiesa, quando la cosiddetta Riforma ebbe infine stabilito le proprie frontiere».
Queste parole le ha scritte Dom Prosper Guéranger (1805-1875), Abate di Solesmes, nel suo preziosissimo Il senso cristiano della storia. Attenzione a ciò che si detto infine: «È necessario risalire al IV secolo per ritrovare una costellazione di Santi radiosa quanto quella che brillò nel cielo della Chiesa, quando la cosiddetta Riforma ebbe infine stabilito le proprie frontiere».

Non provvedimenti repressivi ma “lievito” per la società

Il periodo della cosiddetta “controriforma” va dalla conclusione del Concilio di Trento fino al XVII secolo. Un periodo difficile per la Chiesa, tanto difficile che da qui è partita una falsità che ha percorso e percorre ancora il divenire storico e gli studi sulla storia, ovvero il fatto che, per reagire al “rinnovamento” protestante, la Chiesa Cattolica avrebbe compiuto un’opera di semplice restaurazione. Da qui il termine “controriforma”. Invece nella cosiddetta “controriforma” non si agì tanto con provvedimenti repressivi quanto con l’influenza sulla società; un’influenza profonda e diffusa per la capacità che il Cattolicesimo stesso ebbe di influire sulla sensibilità collettiva. Un’influenza nel campo dell’arte, nelle forme di devozione popolare, nella cultura e nella vita degli uomini. A proposito della devozione popolare, in quegli anni si sviluppò un forte culto della Madonna e dei Santi. Innumerevoli erano i Rosari recitati in pubblico e i corsi di catechismo per i più giovani.

Un’esplosione di Santi e di Ordini religiosi

Dunque, la “controriforma” fu piuttosto una “riforma” e in essa la Chiesa Cattolica diede il meglio di sé. Ci fu in quel periodo un fiorire di Santi e di Ordini religiosi. Iniziamo dai Santi: sant’Ignazio di Loyola, san Francesco di Sales, san Carlo Borromeo, santa Teresa d’Avila, san Giovanni della Croce, san Francesco Saverio, san Gaetano di Thiene, san Giovanni di Dio e altri ancora... E poi gli Ordini religiosi: i Gesuiti, i Cappuccini, i Teatini, i Barnabiti, le Orsoline... L’Ordine dei Teatini fu fondato nel 1524 da san Gaetano di Thiene per coadiuvare i Parroci. I Cappuccini furono fondati nel 1528 da Matteo da Bascio per la predicazione fra il popolo. I Barnabiti nel 1530 da sant’Antonio M. Zaccaria per l’educazione dei giovani. I Fatebenefratelli nel 1540 da san Giovanni di Dio per la cura degli ammalati. E sempre per la cura degli ammalati in quel periodo san Vincenzo de’ Paoli fondò le Suore della Carità. Nel 1575 san Filippo Neri fondò l’Ordine dei Padri dell’Oratorio (o Filippini), dedito soprattutto all’educazione cattolica dei bambini e dei giovani. Nel 1600 san Giuseppe Calasanzio fondò l’Ordine dei Padri delle Scuole Pie (anche detti Scolopi) per l’istruzione dei giovani. Per non parlare della mistica con i grandi riformatori Carmelitani: santa Teresa d’Avila e san Giovanni della Croce. 

Istruzione per tutti

A proposito dell’istruzione, altro che arretratezza della “controriforma”! Il Medioevo aveva avuto buone scuole, ma non ordinate in classi frequentate da ragazzi della stessa età. Fu invece proprio questo che operò delle innovazioni importanti. Sant’Ignazio di Loyola avvertì l’esigenza di riorganizzare il sistema pedagogico nei collegi retti dal suo Ordine e fissò nel 1599 quello che è stato chiamato “L’ordinamento degli studi” (ratio studiorum). Gli allievi dei collegi passavano da una classe all’altra in base ai risultati acquisiti e percorrevano un itinerario scolastico fondato soprattutto sullo studio delle lingue classiche. Il greco e il latino venivano considerati importanti per la formazione della futura classe dirigente non solo per il valore della loro letteratura o per il fatto che una di esse era la lingua ufficiale della Chiesa, ma come esercizio di ordine mentale e strumento formativo per l’intelligenza dei giovani.
Se il Liceo “moderno” si deve a sant’Ignazio di Loyola, la scuola gratuita per tutti si deve soprattutto a san Giuseppe Calasanzio, il quale nel 1597, dopo aver visitato la Parrocchia di Santa Dorotea in Trastevere, dove si trovava una scuola i cui allievi dovevano pagare una retta, riuscì a convincere il Parroco a rendere gratuita quella scuola e ad accogliere tutti i ragazzi, con preferenza per i ragazzi poveri del quartiere. In cambio si sarebbe fatto carico dell’insegnamento personalmente e con alcuni collaboratori.

Contrastare il fideismo protestante

Dunque, al di là delle differenze, il tratto comune dei Santi della “controriforma”, e degli Ordini religiosi che alcuni di questi fondarono, fu quello di contrastare l’errore protestante sul versante della ricomposizione del rapporto opere-fede. Lutero, infatti, con la sua teoria della sola Fide aveva annullato l’apporto salvifico dato dalle opere riducendo tutto a un puro fideismo.
Ebbene, la Provvidenza rispose donando spiritualità che si esprimevano proprio nella valorizzazione sia delle opere sia della fede in una ricomposizione armonica. Fu una “risposta” per riconfermare le fondamenta della societas christiana, per riconfermare la compenetrazione di natura e soprannatura evitando sia la separazione che la confusione. Fu una risposta della Provvidenza per riconfermare la Fede cattolica.
Dom Prosper Guéranger, sempre ne Il senso cristiano della storia, scrive: «Non si devono tacere i miracoli [...] di san Filippo Neri a Roma e di san Francesco Saverio nelle Indie, che nel XVI secolo attestarono clamorosamente che la Chiesa papale, malgrado le blasfemie della Riforma e la decadenza dei costumi, era tuttavia l’unica depositaria delle promesse e roccaforte della fede».

.[Il testo di Dom Gueranger è tra i libri scaricabili gratuitamente da totustuus.it]

Argomento: Chiesa

 Sant'Alfonso M. de' Liguori scrive: "il Demonio, essendo stato ricettato in sua casa in abito di rigattiere, ebbe commercio colla madre, e così ella avesse conceputo questo parto maledetto [...]. Lutero era sin d'allora pieno di vizj, superbo, ambizioso, petulante, propenso alle sedizioni, alle calunnie, ed anche alle impudicizie [...] In somma dall'anno 1521. sino al 1546, quando morì, egli ne' suoi libri disotterrò tutte le antiche eresie. Il Cocleo, parlando degli scritti di Lutero, scrive: Egli in quelli contamina tutte le cose sacre: così predica Cristo, che conculca i suoi sacramenti: così esalta la divina grazia, che distrugge la libertà: così innalza la fede, che nega le buone opere, ed ingerisce la licenza di peccare: così solleva la misericordia, che deprime la giustizia, e rifonde in Dio la causa di tutti i mali: distrugge in somma tutte le leggi, toglie la forza a' magistrati, concita i laici contra i sacerdoti, gli empj contra il papa, ed i popoli contra i principi".
(Da leggere: http://www.intratext.com/ixt/itasa0000/__P34G.HTM)

A sinistra, un dipinto di Lutero con la moglie Caterina Bora, come lui religiosa che gettò l'abito alle ortiche, dei quali Sant'Alfonso scrive: "Avea già l'altro suo compagno eresiarca e sacerdote Zuinglio presa moglie; Lutero, che non avea minore inclinazion di Zuinglio al matrimonio, se n'era astenuto sino ad allora per rispetto dell'elettor di Sassonia, il quale, quantunque eretico, abborriva i matrimonj de' religiosi, ed erasi dichiarato di non volerne soffrir veruno. All'incontro Lutero si era invaghito di Caterina di Bore, la quale era di famiglia nobile, ma perché povera, si era fatta monaca per disperazione nel monastero di Misnia, ed era giunta ad esserne badessa: avendo elle poi letto un libro di Lutero, che parlava della nullità de' voti religiosi, s'invogliò di parlar con Lutero; Lutero andò a visitarla più volte, e finalmente ebbe l'abilità di farla uscire dal monastero e venire in Vittemberga, ove lo sfacciato, essendo morto già l'elettor Federico che l'impediva, nell'anno 1526 la sposò con gran solennità; ed indi col suo esempio ed insinuazioni tirò anche ad ammogliarsi il gran maestro dell'ordine teutonico. Questi matrimonj diedero poi occasione ad Erasmo di dire, che l'eresie de' suoi tempi si riduceano tutte a commedie, perché le commedie tutte finiscono col matrimonio".

 

«Io non mi lascerò dominare da nulla»

di Cristina Siccardi

La coscienza di ogni individuo che segue i principi del Creatore è quella che segue la Verità, portatrice di libertà (Gv 8, 32); la «libertà di coscienza» di ogni individuo che segue i propri voleri e i propri piaceri è quella che rende la vita avviluppata di problemi e di infelicità. Tuttavia l’individuo, anche cristiano, si ribella e vuole imporre la sua volontà, sfidando Dio e corrompendo, di peccato in peccato, la sua splendente innocenza battesimale.

C’è chi, pur conducendo una vita licenziosa, vuole a tutti i costi vedere legittimati i propri atti dissoluti. Esistono casi eclatanti nella storia, come quello di Enrico VIII, la cui scelta di divorziare da Caterina d’Aragona per contrarre nuovo matrimonio con Anna Bolena originò uno scisma all’interno della Chiesa.

Tuttavia un fatto similare avvenne anche nel Protestantesimo stesso; mentre quest’ultimo, però, si piegò alle voglie di Filippo I d’Assia, la Santa Sede di Roma non si piegò a quelle di Enrico VIII. Fu così che il Parlamento inglese approvò gli atti che sancirono la frattura con Roma nella primavera del 1534. In particolare l’Act of Supremacy stabilì che il Re è «l’unico Capo Supremo della Chiesa d’Inghilterra» e il Treasons Act dello stesso anno rese alto tradimento, punibile con la morte, il rifiuto di riconoscere il Sovrano come tale: molti martiri persero la vita sul patibolo per tale ragione, fra questi san Tommaso Moro.

Alcuni anni prima di tali fatti storici, il Langravio Filippo I d’Assia, dopo poche settimane dal suo matrimonio con la malaticcia e poco piacente Cristina di Sassonia, che probabilmente abusava anche di alcool, commise adulterio e nel 1526 iniziò a considerare l’ammissibilità della bigamia. Scrisse quindi a Martin Lutero per chiedergli la sua opinione in merito, portando come precedente la pratica della poligamia tra i patriarchi dell’Antico Testamento.

Lutero rispose che per un cristiano non era sufficiente considerare gli atti dei patriarchi, ma che, come per i patriarchi, era necessaria una speciale sanzione divina. Poiché nel caso specifico tale sanzione non esisteva, l’eresiarca gli raccomandò di non incorrere in un matrimonio poligamo. Ma Filippo non abbandonò il suo progetto, né tantomeno uno stile di vita basato sul libertinaggio che, per anni, gli impedì di accostarsi alla comunione luterana (memoria dell’ultima cena di Cristo), dove non avviene la transustanziazione, poiché Lutero la negò.

Entrò quindi in scena Melantone con il caso di Enrico VIII: il riformatore propose che le “difficoltà” del Re venissero risolte prendendo una seconda moglie, piuttosto che divorziando dalla prima. Proposta che garbò molto al langravio, avvalorata da alcune affermazioni dello stesso Lutero, contenute nei suoi sermoni sulla Genesi. Tale soluzione parve a Filippo I l’unico “medicinale misericordioso” per curare la sua coscienza malata di vizi e di peccati. Egli quindi pensò di sposare la figlia di una dama di compagnia di sua sorella, Margarethe von der Saale, la quale non voleva a lui unirsi se non con l’approvazione dei teologi di Wittenberg, approvazione che arrivò sotto le minacce dello stesso langravio d’Assia a Rotenburg an der Fulda, dove, il 4 marzo 1540, Filippo e Margarethe vennero uniti in matrimonio. La vicenda, comunque, fu di enorme scandalo per tutta la Germania, tanto che alcuni alleati del langravio smisero di servirlo e Lutero si rifiutò di confermare il proprio coinvolgimento nella questione.

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Come non ricondurre tali vicende alle proposte avanzate all’interno del Sinodo straordinario sulla famiglia conclusosi da poco? L’uomo contemporaneo, tronfio del suo progresso scientifico, culturale, tecnologico e teologico, ripropone gli stessi temi di mezzo millennio fa per andare incontro alle coscienze esigenti non di Verità, ma di soggettiva libertà delle persone: “diritti” per le proprie incontrollate passioni.

«Chi viene a trovarsi in queste ed in altre situazioni del genere, in cui le norme canoniche chiaramente non coincidono con la realtà umana quale si prospetta ad una coscienza deformata, ha diritto all’aiuto ed alla comprensione fraterna ed intelligente del prossimo. Ciò significa non solo trattarli come dei fuorilegge, ma anche aiutarli a giudicare la loro situazione e l’eventuale dissidio fra la norma, da una parte, e l’imperativo della coscienza, dall’altra. In definitiva, si tratta di prestar loro l’attenzione che meritano, facendo sentire inoltre la propria partecipazione alla loro fiducia nell’amore di Dio, che tutto abbraccia e di tutto finisce per avere ragione. Ciò significa anche non impedir loro senza motivo di accostarsi ai sacramenti. Poiché le attuali norme sembrano non consentirlo e non è possibile trovare una via d’uscita neanche ricorrendo all’epicheia, si dovrebbe cercare di riformare queste prescrizioni».

Questo non è un brano tratto dalle discussioni del Sinodo sulla famiglia; non è neppure il passo di un’intervista rilasciata dal Cardinale Kasper e nemmeno una considerazione di Papa Francesco. Questa è una citazione tratta da un libro di Viktor Steininger pubblicato in Germania nel 1968 e tradotto in Italia, l’anno seguente, con il titolo Divorzio anche per chi accetta il Vangelo? Paradossi dell’indissolubilità matrimoniale (Herder-Morcelliana, pp. 174-175).

Lo stratagemma della Misericordia, privata della Giustizia (Dio è sia Misericordia che Giustizia), muterebbe non solo la pastorale nei confronti dei peccatori adulteri o omosessuali, ma si relazionerebbe a quell’auspicato «sviluppo del dogma» sbandierato dai teologi novatori che aprirono la loro breccia nel Concilio Vaticano II e le cui conseguenze, cariche di zolfo, oggi i cattolici sono costretti a respirare. Sono in molti, nel clero, a scalpitare per “soccorrere” le necessità spirituali dei fedeli.

Ma sono così sicuri di voler soccorrere spingendo le loro anime sempre più nelle sabbie mobili del peccato mortale? E quale misericordia userebbero per Nostro Signore? L’anima, quando riceve la Comunione, diventa Tempio di Dio. Rimembrano ancora i custodi del depositum fidei e coloro che odono più le loro teorie degli imperativi del Signore, ciò che scrive san Paolo nella prima lettera ai Corinzi?

«“Tutto mi è lecito!”. Ma non tutto giova. “Tutto mi è lecito!”. Ma io non mi lascerò dominare da nulla […] il corpo poi non è per l’impudicizia, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo. Dio poi, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta? Non sia mai! […] non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartiene a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!» (1Cor. 6, 12-20).

Se tale insegnamento stride alle coscienze nutrite di libertà soggettive e non oggettive, non è un problema di san Paolo, né di quelli a lui fedeli che continuano tenacemente e con perseveranza a non essere né adulteri, né profanatori del Sacramento della Comunione. La Chiesa si è sempre prodigata con carità verso il peccatore, ma ha sempre combattuto contro il peccato, nemico delle anime. Come né il langravio Filippo I d’Assia, né Enrico VIII potranno mai diventare modelli di vita matrimoniale, così nessun tipo di concessione al peccato potrà mutare la rotta di coloro che sono coscienti di essere stati comprati a caro prezzo.

Argomento: Chiesa

 "Chi oggi parla di "protestantizzazione" della Chiesa cattolica, intende in genere con questa espressione un mutamento nella concezione di fondo della Chiesa, un'altra visione del rapporto fra Chiesa e vangelo. Il pericolo di una tale trasformazione sussiste realmente; non è solo uno spauracchio agitato in qualche ambiente"
Joseph Ratzinger, Rapporto sulla fede.
In: http://www.paginecattoliche.it/modules.php?name=News&file=article&sid=271

Per i 500 anni di Lutero ora è la Chiesa ad autoaccusarsi

(di Mauro Faverzani, per Corrispondenza romana del 29 giugno 2016)

 

Per l’occasione si è scomodato persino il presidente federale di Germania, Joachim Gauck, che, tra l’altro, è anche un pastore protestante. Proprio lui, lo scorso 18 febbraio, ha incontrato la presidenza del Dekt, Convegno dei protestanti, ed il ZdK, Comitato Centrale dei cattolici, nel corso di un lungo colloquio, durato un paio d’ore.

Si è fatto il punto sullo stato dell’ecumenismo nel Paese, sull’impegno socio-politico dei laici di ambedue le confessioni ed anche sul contributo offerto dai cristiani in generale allo stato di coesione interna della società tedesca. Infine, il discorso è caduto lì e non poteva essere diversamente, ovvero sull’anniversario della Riforma, sulla ricorrenza nel 2017 dei 500 anni dall’affissione delle famose 95 tesi sulla porta della cattedrale di Wittemberg ad opera di Martin Lutero.

Ma non ci si è limitati ad un aggiornamento sui preparativi, si è andati oltre: Gauck ha chiesto espressamente quale fosse il grado di collaborazione ecumenica tra cattolici e protestanti. Se il presidente italiano Mattarella o ancor più quello francese Hollande si fossero spinti a tanto, subito si sarebbe sentito urlare contro lo Stato confessionale.

Immancabile l’intervento del card. Walter Kasper, che non ha mancato di dare alle stampe un libro, Martin Lutero. Una prospettiva ecumenica (Queriniana, Brescia 2016), in cui, nella scia di un iperecumenismo spinto, ha sposato assolutamente la linea del monaco agostiniano, giungendo a definire la sua come un’azione di «nuova evangelizzazione», con toni di feroce biasimo anzi verso la Chiesa cattolica sorda alle sue proposte ed alle sue “innovazioni”.

Il card. Kasper ha collocato anche Lutero nel calderone della misericordia, ormai distribuita a pioggia, ritenendo che il suo «problema esistenziale» di religioso fosse: «Come posso trovare un Dio misericordioso?». E non si capisce come questo possa in alcun modo legittimare l’eresia derivatane, Sua Eminenza non lo spiega, ma tant’è.

Stupiscono anche i toni del comunicato congiunto, licenziato lo scorso primo giugno dalla Federazione luterana mondiale e dal Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, per confermare il coinvolgimento cattolico nelle celebrazioni dei «doni della Riforma» col culmine, che sarà rappresentato dal viaggio di papa Francesco a Lund, in Svezia, il prossimo 31 ottobre.

Ma proprio del Pontefice è stato l’ulteriore, convinto passo verso l’ecumenismo col discorso da lui rivolto alla delegazione del direttivo della Comunione mondiale delle chiese riformate, ricevuta in Vaticano lo scorso 10 giugno.
Riferendosi alla conclusione della quarta fase del dialogo teologico in corso tra tale organismo ed il Consiglio pontificio per la promozione dell’unità dei cristiani, ha dichiarato: «In questa comunione spirituale, cattolici e riformati possono promuovere una crescita comune per servire meglio il Signore». Ed ancora: «In base all’accordo sulla dottrina della giustificazione, esistono molti campi in cui riformati e cattolici possono collaborare per testimoniare insieme l’amore misericordioso di Dio, vero antidoto di fronte al senso di smarrimento ed all’indifferenza che sembrano circondarci», smarrimento ed indifferenza pari ad una vera e propria «desertificazione spirituale» di fronte alla quale «le nostre comunità cristiane» sarebbero tenute «ad accogliere e ravvivare la grazia di Dio», evidentemente presente in tutte, indistintamente, al di là di ogni distinzione dottrinale, poiché in quest’ottica basterebbe «la fede in Gesù Cristo».

C’è da chiedersi, se si possa ancora parlare di eretici riformati, di “fratelli separati” da ricondurre nella Chiesa Cattolica, specie di fronte a termini come «comune missione», utilizzato espressamente da papa Francesco: «V’è urgente bisogno di un ecumenismo», che «promuova una comune missione di evangelizzazione e di servizio», esortando tutti a «fare di più, insieme, per offrire una testimonianza viva “a chiunque domandi ragione della speranza che è in noi”: trasmettere l’amore misericordioso del nostro Padre, che gratuitamente riceviamo e generosamente siamo chiamati a ridonare», concetto su cui è più volte tornato.

A mischiare ancor più le carte ha provveduto la conferenza-stampa, tenuta lunedì scorso da papa Francesco durante il volo di ritorno dall’Armenia: «Io credo che le intenzioni di Martin Lutero non fossero sbagliate – ha dichiarato il Pontefice –. In quel tempo la Chiesa non era proprio un modello da imitare: c’era corruzione, c’era mondanità, c’era attaccamento ai soldi e al potere. E per questo lui ha protestato. Poi era intelligente ed ha fatto un passo avanti, giustificando il perché facesse questo. Ed oggi luterani e cattolici, con tutti i protestanti, siamo d’accordo sulla dottrina della giustificazione: su questo punto tanto importante lui non aveva sbagliato. Lui ha fatto una “medicina” per la Chiesa, poi questa medicina si è consolidata in uno stato di cose, in una disciplina, in un modo di credere, in un modo di fare, in modo liturgico. Ma non era lui solo: c’era Zwingli, c’era Calvino… Poi sono andate avanti le cose. Oggi il dialogo è molto buono. La diversità è quello che forse ha fatto tanto male a tutti noi e oggi cerchiamo di riprendere la strada per incontrarci dopo 500 anni».

Non si riesce ad evitare un certo sconcerto, raffrontando queste parole con quelle, che, ad esempio, si possono leggere sul Catechismo Maggiore di San Pio X, a proposito della «grande eresia del Protestantesimo, prodotta e divulgata principalmente da Lutero e da Calvino»: «Questi novatori – è scritto –, demolirono tutti i fondamenti della fede, esposero i Libri Santi alla profanazione della presunzione e dell’ignoranza ed aprirono l’adito a tutti gli errori. Il protestantesimo o religione riformata, come orgogliosamente la chiamarono i suoi fondatori, è la somma di tutte le eresie, che furono prima di esso, che sono state dopo e che potranno nascere ancora a fare strage delle anime» (nn. 128-129).

Ciò che più impressiona in questa nuova, frenetica brama di “dialogo” über alles coi protestanti è l’approccio molto sociale, anzi sociologico. Quel continuo richiamo al «camminare insieme» calpesta il fatto che sia escluso dalla grazia di Dio chiunque ne neghi anche un solo dogma, chiunque viva nella dimensione del peccato contro la fede. Di tutto questo non v’è traccia. Con un problema: che un’evangelizzazione solo sociale non è autentica evangelizzazione.

Corriere della sera, 30.10.2008

Argomento: Chiesa

 L'eresia che ha distrutto l'unità culturale e spirituale europea.
Il disprezzo dei sacramenti, una delle ragioni della inconciliabilità.

LA MESSA DI LUTERO

Di Matteo Carletti, per Libertà e persona | 26 maggio 2016 

 

Il cuore della liturgia cattolica è costituita dal Sacrificio della Croce di Cristo per la salvezza dell’uomo.
Questo Sacrificio si rende sempre presente, allora come oggi, nella celebrazione Eucaristica ed è destinato a rimanere attraverso i secoli nel modo in cui Gesù stesso l’aveva istituito, contemporaneamente al sacerdozio.
Nell’ultima Cena Egli, non solo ha istituito il sacerdozio, ma lo ha fatto in vista del proprio Sacrificio, poiché esso costituisce la sorgente di tutti i meriti, di tutte le grazie e di tutta la ricchezza della Chiesa.
Quindi non si può comprendere il sacerdozio senza il Sacrificio, poiché il sacerdozio è fatto per il Sacrifico. In questo Gesù stesso è voluto essere anche la Vittima.
Senza la reale presenza di Gesù non può esserci la Vittima e neanche il Sacrificio.
Tutto è unito: presenza reale, Vittima e Sacrificio. Questa (in estrema sintesi!) la liturgia cattolica.

Veniamo a Lutero. Il monaco tedesco, volendo colpire il sacerdozio, diede un colpo definitivo anche a tutta la Chiesa.
Egli sapeva bene che, venendo meno il sacerdote, sarebbe sparito anche il sacrificio e, conseguentemente, anche la vittima e quindi la fonte di tutte le grazie della Chiesa.
Lutero era persuaso che non ci fosse differenza sostanziale fra i preti e i laici, ma che tutti costituissero un “sacerdozio universale”.
Questo era il primo di “tre muri” che circondavano la Chiesa e che, secondo Lutero, dovevano essere abbattuti.
“Se un Papa o un vescovo – sosteneva Lutero – da l’unzione, fa delle tonsure, consacra o da un abito differente ai laici o ai preti, crea degli imbrogli”. Tutti, di fatto, sono consacrati nel Battesimo e, dunque, non può esistere un sacramento speciale per i preti.

Il secondo muro da abbattere era la transustanziazione.
Nella messa luterana viene rifiutata in toto l’idea di “sacrificio” e con essa di vittima e di presenza reale.
Rimane la sola presenza spirituale, un ricordo, tanto che la Messa non può essere indicata più come un Sacrificio ma solamente con i termini di Comunione, Cena, Eucarestia.
Secondo le parole del Vangelo “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” si compie la vera e sola Messa. È per questo che Lutero rifiutò da subito la celebrazione di messe private perché mancanti della comunione col popolo.
Per Lutero l’Eucarestia era “Sacramento del pane” e non più Sacrificio, considerato, ormai,  come elemento di corruzione.

Il terzo ostacolo era rappresentato dal valore espiatorio del Sacrificio della Messa.
Sempre secondo il monaco ribelle l’Eucarestia è un “Sacrificio di lode” ma non un “Sacrificio di espiazione”.
Quindi l’unico scopo della Messa diventa, per Lutero, solamente quello di rendere grazie a Dio.
È dentro questa lettura che oggi alcuni protestanti parlano ancora di “Sacrificio”, ma non come un Sacrifico che rimette i peccati, ma di semplice ringraziamento per l’opera di Dio.

Questi cambiamenti di sostanza hanno generato modificazioni anche nella forma come l’orientamento (coram populo) del sacerdote durante la Consacrazione, l’introduzione della lingua volgare, la Comunione ricevuta sulla mano.
Per non parlare anche delle conseguenze in campo artistico e architettonico. La chiesa concepita come Domus Dei, nella quale tutto (altare, pareti, affreschi, materiali, uso della luce, ecc…) deve parlare di Dio, lascia spazio, nel mondo protestante, ad edifici essenzialmente sobri, se non vuoti di decorazioni e raffigurazioni sacre.
“Scompare – ricorda Francesco Agnoli – il tabernacolo, segno della Presenza divina; scompaiono spesso reliquie, santi e Madonne, abitatori della simbolica città di Dio, la Gerusalemme Celeste; non servono più, a rigore, la pianta a croce, la posizione ad Oriente, l’abside, il coro, il ciborio. […] Anche l’altare perde il vecchio significato e la vecchia forma: diviene mensa, solitamente semplice tavola, non più sopraelevata, distaccata da scalinate e balaustre, bensì posizionata in modo da creare un rapporto più diretto, partecipativo, comunitario, fra celebrante e popolo”.
Un generale e diffuso sentimento iconoclasta si diffonderà nel mondo protestante, soprattutto verso le immagini della Vergine e dei Santi, un ripudio verso questi ultimi, è bene ricordarlo, “che nasce – sempre secondo Agnoli – dal terribile pessimismo antropologico luterano, secondo il quale l’uomo non è capace di compiere alcunché di buono, ma è solo e soltanto un peccatore, senza libertà, conteso tra Satana e Dio”.

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Per approfondire:

1- Roberto Coggi O.P.: RIPENSANDO LUTERO. Biografia sintetica e completa di Martin Lutero, vista nei suoi rapporti con Roma, con Calvino e Zwingli. Padre Roberto Coggi approfondisce anche l’analisi del libro di Lutero intitolato «De servo arbitrio» e quindi tutto il problema della libertà umana. Poi, esamina il concetto di «salvezza dell'anima» nella sua dottrina e la natura della fede.
Il libro si conclude con la riproduzione della Bolla Exsurge Domine, con la quale papa Leone X condannò le «quarantuno proposizioni» di Lutero; di alcuni brani Decreto «Sulla giustificazione» votato dal Concilio di Trento; e infine della «Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione» votata dalla Chiesa Cattolica e la Federazione Luterana Mondiale.

2- Mons. Leon Cristiani: La rivolta protestante. "Chi oggi parla di ‘protestantizzazione’ della Chiesa cattolica, intende in genere con questa espressione un mutamento nella concezione di fondo della Chiesa, un'altra visione del rapporto fra Chiesa e vangelo. Il pericolo di una tale trasformazione sussiste realmente; non è solo uno spauracchio agitato in qualche ambiente integrista. […] Il protestantesimo è nato all'inizio dell'epoca moderna ed è pertanto molto più apparentato che non il cattolicesimo con le idee-forza che hanno dato origine al mondo moderno. La sua attuale configurazione l'ha trovata in gran parte proprio nell'incontro con le grandi correnti filosofiche del XIX secolo. E' la sua chance ed insieme la sua fragilità questo suo essere molto aperto al pensiero moderno" (Card. J. Ratzinger, Rapporto sulla Fede, cap. XI, ed. Paoline 2005).

3- Altri Cinque libri sono scaricabili gratuitamente da totustuus.it nella sezione apposita: http://www.totustuus.it/modules.php?name=Downloads&d_op=viewdownload&cid=28

Argomento: Chiesa

 La rivolta di un cardinale cinese.
 Dopo l'umiliazione degli ucraini uniti a Roma, si apre un’altra ferita nella chiesa?

L’ex arcivescovo di Hong Kong: “Se il Vaticano si accorderà con Pechino, dovremo seguire la nostra coscienza”

di Matteo Matzuzzi | Il Foglio 02 Luglio 2016

 

Roma. Il cardinale Joseph Zen Ze-kiun, arcivescovo emerito di Hong Kong, si appella ai cattolici cinesi affinché contemplino l’idea di non considerare valido l’eventuale accordo che la Santa Sede potrebbe raggiungere con le autorità di Pechino, se riterranno che l’agreement “sia contrario al principio di fede”. Il porporato salesiano lo scrive sul suo blog personale, attaccando “i filogovernativi” e “gli opportunisti della chiesa” auspicanti che Roma firmi al più presto “un accordo per legittimare l’attuale situazione anomala”. Zen parte dal presupposto che ogni intesa possibile – che appare probabile, se si leggono le pur prudenti dichiarazioni degli ultimi mesi rese dai principali tessitori del negoziato vaticani – porterà la firma del Papa. Se pace sarà, insomma, lo si dovrà al via libera di Francesco. Di conseguenza, prosegue il cardinale cinese, bisognerà obbedire “a tutto ciò che egli dirà”. Però, aggiungeva, “il criterio ultimo per giudicare come comportarci è la coscienza” e quindi “se secondo la coscienza il contenuto di un accordo è contrario al principio di fede, non va seguito”.

Zen è sempre stato contrario a ogni intesa con Pechino, perché essa significherebbe chiaramente una capitolazione dinanzi ai desiderata dei vertici comunisti che hanno costretto per decenni i cattolici del paese alla clandestinità. Il lavorIo diplomatico procede, lo scorso ottobre il segretario di stato, il cardinale Pietro Parolin – conoscitore come pochi altri del dossier cinese, avendo avuto un ruolo non indifferente nella preparazione della Lettera ai cattolici cinesi promulgata da Benedetto XVI nel 2007 – ammetteva che “non è la prima volta che una delegazione del Papa si reca a Pechino, fa parte di un certo percorso in vista di una normalizzazione dei rapporti e il solo fatto di poterci parlare è significativo”. Zen, solo pochi mesi prima, aveva detto che “avevo sempre avuto fiducia in Parolin, fino a quando non ho saputo che anche lui era a favore di un accordo che in questa fase sarebbe stato solo una resa incondizionata”. A Pechino, proseguiva, “non c’è volontà di dialogo. Vogliamo sacrificare la nomina e la consacrazione dei vescovi per un dialogo fasullo?”. Il punto dolente è proprio la nomina dei vertici episcopali, che la Santa Sede considera propria prerogativa mentre il governo ritiene essere affare di politica interna. La Lettera firmata da Joseph Ratzinger, a tal proposito, era chiara nell’indicare la linea da seguire: “La dichiarata finalità di attuare i princìpi di indipendenza e autonomia, autogestione e amministrazione democratica della chiesa è inconciliabile con la dottrina cattolica, che fin dagli antichi Simboli di fede professa la chiesa una, santa, cattolica e apostolica”.

Che la questione sia delicata e quanto mai attuale lo dimostra quanto accaduto nelle ultime settimane a Shanghai, con il vescovo ausiliare Taddeo Ma Daqin che, dopo quattro anni di arresti domiciliari per essersi pubblicamente dimesso dall’Associazione patriottica nel momento – fu arrestato il giorno stesso dell’ordinazione – in cui ha pubblicato un articolo confessando i suoi errori ed elogiando “il ruolo insostituibile nello sviluppo della chiesa in Cina” rivestito dall’Associazione, emanazione diretta del Partito comunista. Vi sono dubbi, anche tra chi conosce mons. Ma Daqin, sul fatto che il ravvedimento sia genuino e non, piuttosto, indotto dalle autorità. C’è chi, ad esempio, sostiene che il presule abbia deciso di “umiliarsi” per il bene della diocesi, così da poter tornare a occuparsene in modo attivo e da uomo libero. Conservando nell’intimità la propria indiscussa fedeltà al Papa e manifestando in modo pubblico e visibile il sostegno all’organismo di controllo governativo.
A ogni modo, ha scritto Bernardo Cervellera, direttore di Asia News (portale del Pontificio istituto per le missioni estere), la vicenda pone ulteriori interrogativi: “L’articolo (del vescovo Ma Daqin, ndr) pieno di elogi sperticati verso l’Associazione patriottica, vanifica quanto Benedetto XVI aveva stabilito nella sua Lettera ai cattolici cinesi”.

Lo stupore più grande in molti cinesi, aggiunge Cervellera, “è dovuto al silenzio del Vaticano”, al punto che da più parti se ne chiede un intervento. Il  voltafaccia di mons. Ma Daqin, poi, rappresenterebbe “un fallimento della politica vaticana verso la Cina, secondo quanto osserva Cervellera riportando le dichiarazioni rese ad Asia News da un “professionista di Pechino”. In sostanza, “se l’articolo pubblicato è di mons. Ma Daqin, dobbiamo dire che il Vaticano ha fallito nella sua politica, che cercava il rapporto con il governo ma affermava che l’Associazione patriottica è inconciliabile con la dottrina cattolica. Se non è stato lui a scriverlo, allora è un gesto forzato e di persecuzione, che però nessuno denuncia, nemmeno la Santa Sede”.

[Continua - clicca su Leggi tutto]

Argomento: Chiesa

 Sembra incredibile, ma c'è ancora qualche vescovo che ha il coraggio di dire che l'islam è una religione di guerra e violenza, e che si propone di dominare il mondo: si teme però che tali vescovi vengano presto rimossi.

Invece, dopo la strage, altri vescovi sono corsi nelle moschee: il musulmano interpreta questi gesti come il riconoscimento della sua superiorità rispetto al cristianesimo, e bisogno di sottomettersi alla sua religione.


Ci si dimentica delle parole di chi l'islam lo conosce bene:
"Il Corano permette al musulmano di nascondere la verità al cristiano e di parlare e agire in contrasto con ciò che pensa e crede. Il Corano dà al musulmano il diritto di giudicare i cristiani e di ucciderli con la jihad (guerra santa). Ordina di imporre la religione con la forza, con la spada".
Così, svelando qualcosa che non è certo un segreto, si è pronunciato mons. Raboula Antoine Beylouni, vescovo di Curia di Antiochia dei Siri nell'aula del Sinodo 2010, a Roma
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Dacca, i vescovi ora attaccano l'islam: "Secoli di guerre per Allah"

Una parte dell'episcopato italiano si schiera contro il mito dell'islam religione di pace. Ma ci sono forti divisioni all'interno della Cei

Claudio Cartaldo - il Giornale - Lun, 04/07/2016 - 09:30
 
In questo caso il coro non è all'unisono. Stona. E' malamente diviso in due parti, col rischio di dare adito a chi pensa che nella Chiesa italiana ci sia uno scontro in corso tra l'ala progressista, vicina a Papa Francesco, e quella più tradizionalista.

Quest'ultima, dopo ogni attentato islamico che insanguina l'Europa, non teme di dire la verità. Alcuni Vescovi non temono di sollevare dubbi riguardo il "mito dell'islam religione di pace", che tanti buonisti vogliono far passare.

Dopo Dacca, l'attacco dei Vescovi all'islam

Ebbene, anche dopo la strage di Dacca, questa parte più defilata del vescovato italiano è tornata a farsi sentire. Il capofila di questa frangia (non organizzata) può essere considerato il vescovo di Ferrara, monsignor Luigi Negri, che a pochi giorni dall'attentato a Charlie Hebdo disse che era necessario "opporsi nettamente alle religioni nelle quali la violenza è teorizzata e indicata come atto pratico". Ovvero l'islam e il suo Corano.

Ma non c'è solo Negri. Come riporta il Resto del Carlino, il vescovo di Ascoli Piceno, Giovanni d'Ercole, smonta la teoria dell'islam religione di pace. E lo fa ricordando a quelli che si dimentiano la storia, che in nome di Allah i musulmani hanno fatto conquiste, distrutto civiltà cristiane, insediato l'Occidente. "Non voglio dire - afferma al Carlino - che ci sia unc erto buonismo nell'immagine che viene offerta della fede coranica. Credo, però, che sia importante ragionare a partire da una certa freddezza storica. Quella che ci porta a ricordare come nei secoli si siano avuti conflitti orditi da musulmani, in nome del loro credo, che hanno determinato la distruzione di fiorenti terre cristiane in Nord Africa, Asia minore e anche Europa". "Con l'emergere della furia terroristica - conclude - non si può negare il rischio di un ritorno al passato".

Sulla stessa linea anche il vescovo di Imola, Tommaso Ghirelli: "E' fanatismo religioso" - attacca - ma va detto che i terroristi "separano accuratamente gli ostaggi musulmani dagli altri". Quindi inutile dire che l'islam non c'entra. C'entra eccome. E' anzi il centro del problema. E' il problema. E infatti Ghirelli, due anni fa, disse chiaramente che se i musulmani non cambiano posizioni "dovrebbero avere il coraggio di allontanarsi dalle nostre terre, perché nessuno vuole avere nemici in casa". E infatti oggi aggiunge che gli "imam debbano investire di più nell'opera di isolamento e denuncia degli integralisti. Non possono limitarsi a dire che ci devono pensare la polizia e le forze dell'ordine. Così scadono nell'irresponsabilità e immaturità civile".

Argomento: Islam

 Divorzi. Aborti. Droga diffusa nelle scuole. Scristianizzazione della Diocesi. Abusi liturgici. Invasione islamica sempre più aggressiva e arrogante.
Ma la priorità è un'altra.

"Un luogo di culto agli islamici".
Intesa tra Sala e Scola per la costruzione della moschea

Faccia a faccia tra il neo sindaco e il cardinale di Milano.
"Il dialogo interreligioso sia portatore di integrazione vera".
E concordano sulla costruzione della moschea

- Sab, 25/06/2016

 

Asse tra Palazzo Marino e la Diocesi di Milano per garantire il diritto di culto a tutti i fedeli, dunque anche ai musulmani.

 

Il neo sindaco Giuseppe Sala e il cardinale Angelo Scola hanno concordato sulla necessità di lavorare per garantire alla comunità islamica la costruzione di una moschea nel capoluogo lombardo.

Questa mattina, durante la seconda uscita pubblica del neo sindaco, Sala è andato a trovare Scola alla curia milanese.
Sul tavolo l'emergenza casa, le periferie e la povertà.
Nel faccia a faccia non poteva mancare il nodo moschea.
"Ci siamo impegnati - ha detto Sala, parlando a fianco del cardinale di Milano - a lavorare insieme, ad aiutarci e sostenerci affinché il dialogo interreligioso sia portatore di integrazione vera".

I due hanno, infatti, concordato sul fatto che "un luogo di culto deve essere garantito a tutti, nel rispetto di regole chiare e nella trasparenza, per aver modo di controllare quel che avviene all'interno di questo centro di preghiera".
Come già promesso in campagna elettorale Sala vuole, infatti, premere l'acceleratore per dare il via libera alla costruzione della moschea a Milano.

Durante l'incontro in curia, Sala ha ringraziato il cardinale e la Chiesa cattolica per "tutto quello che hanno fatto per tenere le fila di questo dialogo fra le fedi e non farlo scemare".
Sindaco e arcivescovo sono, infatti, d'accordo sul fatto che "si presti attenzione e sostegno alle fasce più povere della popolazione nelle periferie, anche alle popolazioni immigrate".
"È necessaria - ha sottolineato Scola - una proposta che garantisca sicurezza e nello stesso tempo non rinunci all'accoglienza".

 

Da: Il Giornale.

Clicca su Leggi tutto per la fondamentalista islamica nella giunta del Comune di Milano.

Argomento: Chiesa
  Scuola cattolica condannata per discriminazione sessuale dalla Diocesi di Padova: qui accanto Mons. Claudio Cipolla, già prete di strada, in ascolto solo dei poveri e degli ultimi, recentemente nominato dal Santo Padre.

Don Giovanni Ferrara,
sacerdote cattolico di Padova,
diffamato dal “Mattino”
e allontanato dalla Diocesi

di Paolo Deotto, per riscossacristiana.it
 

Quando ci si occupa di informazione, la regola minima di correttezza sarebbe dire la verità, oppure, quando non si è certi di ciò che si dice, spiegare con chiarezza che si stanno riportando voci, opinioni, tutte cose, insomma, da verificare.

Naturalmente se non ci si occupa di informazione, ma si ha solo l’intento (o l’incarico) di colpire qualcuno, allora la verità diventa un optional e si possono pubblicare anche tante balle. Non a caso il vecchio Lenin ci insegnava che “E’ verità tutto ciò che giova alla causa del partito”.

È molto istruttivo, per capire l’aria che tira, leggere l’articolo, che riportiamo in calce, del Mattino di Padova di oggi, che dà la notizia del trasferimento a Roma di Don Giovanni Ferrara, corredandola di affermazioni di fantasia. Ossia, di falsità.

Riassumiamo in breve la vicenda.

I lettori di Riscossa Cristiana ricordano il caso di Don Giovanni Ferrara, di cui ci occupammo per la prima volta il 27 luglio dello scorso anno, con l’articolo Quando un parroco rischia grosso? Quando ha la pretesa di essere un prete cattolico.

Don Ferrara, parroco di Sant’Ignazio di Loyola a Padova, era già da tempo nel mirino di quella nuova e singolare generazione di “cattolici” che, ansiosi di vivere in perfetta concordia col mondo, lo rimproveravano, ad esempio, perché “pregava troppo” o “faceva pregare troppo”.

Ma forse questo terribile difetto sarebbe stato perdonabile se Don Giovanni Ferrara a un certo punto non avesse preso la decisione di ospitare nei locali della parrocchia una scuola parentale, nata dall’iniziativa di alcuni genitori che non si rassegnavano al fatto di consegnare i propri figli alla scuola pubblica (o paritaria), che li avrebbe indottrinati ben bene su quel complesso di porcherie che va sotto il nome di “teoria del gender”.

La diocesi di Padova aveva già proclamato il suo incondizionato consenso e la sua cordiale e assoluta collaborazione con la governativa autorità che aveva appena partorito quel pastrocchio di legge denominata “Buona Scuola”. La bontà assoluta e il totale rispetto della libertà di educazione erano garantiti… da chi? Dalla stessa ministra che aveva apposto la sua riverita firma alla legge, la signora Stefania Giannini. Insomma, garanzia rilasciata dallo stesso produttore, e per favore nessuno rompa le scatole. Al proposito è molto istruttivo rileggere la comunicazione del 18 agosto 2015 della diocesi di Padova (clicca qui).

Insomma, il parroco di Sant’Ignazio veniva a rompere l’armonia e la collaborazione col mondo, che, come è noto, è uno dei dogmi della neochiesa.

E per dimostrare quanto era cattivo Don Ferrara, la stampa iniziava a far circolare una voce: la scuola materna della parrocchia, dopo lunghi anni di attività, chiudeva i battenti. E perché accadeva ciò? Perché il temibile parroco aveva deciso di sostituirla con la scuola parentale.

Su questo equivoco, o meglio su questa clamorosa balla, si era molto giocato.

La realtà è un’altra. La scuola materna non ce la faceva più per il motivo più semplice: i costi eccessivi. La decisione non sorprese nessuno, tantomeno le famiglie, che erano a conoscenza della situazione, che si trascinava da anni.

Scrivevamo (clicca qui) il 22 agosto 2015: la decisione di chiudere la scuola è stata presa dal Parroco su indicazioni precise della FISM-federazione italiana scuole materna (che tiene la contabilità della scuola e le offre consulenza su qualsiasi settore) e con l’autorizzazione scritta della Curia di Padova.

Nessuno ha mai smentito questa precisazione, né poteva farlo, perché si trattava della semplice verità.

Inoltre va precisato che la scuola parentale in ogni caso non avrebbe “scacciato” la scuola materna (se quest’ultima avesse potuto continuare la sua attività), perché la parrocchia di Sant’Ignazio dispone di numerosi locali, più che sufficienti per entrambe la scuole.

Ora Don Giovanni Ferrara è liquidato. O meglio, “lascia la comunità di Sant’Ignazio per andare a Roma per gli studi di pastorale della salute”, come ci informa con scarno comunicato “La difesa del popolo”, settimanale diocesano di Padova (clicca qui).

Il compito del killer se lo assume Il Mattino di Padova, che pubblica un articolo che si può definire diffamatorio, poiché attribuisce falsamente a Don Giovanni Ferrara colpe che questi assolutamente non ha.

Leggete l’articolo: subito si dice che il parroco di Sant’Ignazio era “contestato da una larga parte dei fedeli per aver chiuso la storica scuola materna parrocchiale e averla sostituita, di fatto, con una scuola parentale”.

È falso. È diffamatorio. Abbiamo scritto sopra i motivi della chiusura della scuola materna e le modalità con cui questa tale chiusura era avvenuta. Ripetiamoli: La scuola materna non ce la faceva più per il motivo più semplice: i costi eccessivi. La decisione non sorprese nessuno, tantomeno le famiglie, che erano a conoscenza della situazione. Scrivevamo (clicca qui) il 22 agosto 2015: la decisione di chiudere la scuola è stata presa dal Parroco su indicazioni precise della FISM-federazione italiana scuole materna (che tiene la contabilità della scuola e le offre consulenza su qualsiasi settore) e con l’autorizzazione scritta della Curia di Padova.

In chiusura, il breve e velenoso articolo ribadisce la bugia e l’arricchisce con una bugia accessoria: “I locali (della scuola materna, ndr) sono stati destinati a una scuola parentale no-gender.

È falso. È diffamatorio. Come già detto, c’era lo spazio per entrambe le scuole.

Ma nella chiusura dell’articolo è espresso chiaramente il motivo di tanta cattiveria: la scuola parentale è “no-gender”.

Appunto. E si torna alla sciagurata realtà quotidiana: se fai qualcosa per difendere i giovani dalle porcherie che vanno sotto il nome di gender, può accaderti di tutto.

Anche di essere diffamato a mezzo stampa, come nell’articolo del Mattino, che qui di seguito riportiamo:

Argomento: Chiesa

In una segnalazione pubblicata su Il Piccolo, Marina Del Fabbro, presidente dell’associazione cattolica insegnanti medi parla a sproposito dei cosiddetti “principi non negoziabili”. Diamo il nostro contributo per rimettere le idee a posto.

 

Senza principi non negoziabili non si va da nessuna parte.
Una discussione con Marina Del Fabbro

 

Ho letto su Il Piccolo del 22 giugno a pag. 36  la segnalazione di Marina del Fabbro, presidente dell’associazione cattolica degli insegnanti medi di Trieste, dal titolo “Con i principi non negoziabili non andiamo da nessuna parte”.
Poiché, invece, la linea di Vita Nuova è di consenso e appoggio alla dottrina dei principi non negoziabili, tema su cui siamo intervenuti molte volte, mi permetto qualche osservazione.

Leggendo la segnalazione della Professoressa Del Fabbro, mi sono subito chiesto se essa abbia letto due importanti libri scritto dall’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi. Mi riferisco a “Il Cattolico in politica”, che contiene un capitolo dedicato proprio ai principi non negoziabili, e “A compromesso alcuno. Fede e dottrina dei principi non negoziabili”.
Non credo che li abbia letti, perché in essi avrebbe trovate ampie risposte ai problemi che ella pone e una trattazione approfondita e articolata che avrebbe resa inutile la pubblicazione della suddetta segnalazione.

La tesi della professoressa è che “tutti hanno i loro valori non negoziabili” e che proprio per questo c’è la politica, per dialogare e arrivare ad un compromesso.
Quindi, c’è una pluralità di valori non negoziabili – quelli dei cattolici e quelli degli altri – e proprio questo rende interessante e utile la politica. Viceversa c’è invece solo lo scontro.

La tesi suddetta è inaccettabile, per una serie di motivi, tutti molto gravi.

La presenza nella società di diversi valori non negoziabili per le coscienze dei loro portatori non rende automaticamente tutti quei valori oggettivamente non negoziabili.
La professoressa intende i valori solo dal punto di vista soggettivo. Il valore, però, indica qualcosa di apprezzabile oggettivamente, non prodotto della volontà e dalla coscienza ma guida della volontà e della coscienza.
Noi non difendiamo i nostri valori perché sono nostri, ma perché sono veri. Non perché ci piacciono ma perché noi vogliamo piacere ad essi.
Insomma nel ragionamento della Professoressa Del Fabbro manca il fondamento dei valori che è la legge morale naturale (per il laico) e l’ordine del creato (per il credente). I valori di questo ordine non sono desideri o aspirazioni o diritti soggettivi, sono espressione della realtà delle cose.

Se i valori fossero quello che la professoressa suppone, allora la politica sarebbe completamente abbandonata al relativismo, ad un dialogo tra uguali nel quale tutti i valori in campo hanno la stessa dignità.
Ma una tale concezione della politica è terrificante.
Ci sono infatti valori sedicenti tali che sono in realtà disvalori. E dovrebbe essere la politica a decidere quale è un vero valore e quale no? Cosa sacrificare nell’uno o nell’altro caso?
Una simile politica sarebbe onnipotente e, cosa veramente paurosa, sulla base di nessun fondamento se non il dialogo e la discussione. Una politica totalitaria senza motivi per esserlo.

Vuole la professoressa chiamare ugualmente valore aiutare una donna ad abortire o aiutarla ad accogliere la vita?
Vuole chiamare ugualmente valore mettere un bambino fatto nascere da una madre surrogata nelle mani di due persone dello stesso sesso e invece concepirlo tra mamma e papà che poi lo allevano dentro una coppia naturalmente eterosessuale?
Vogliamo delegare tutto questo al dialogo e alla discussione politica?
Vogliamo affidare alla discussione politica di stabilire cos’è vita e cos’è morte?
Cos’è uomo e cosa no?
Per avere senso la politica deve avere dei limiti, come ogni altra cosa del resto.  

C’è poi un altro punto molto preoccupante.
La professoressa parla dei valori “dei cattolici”, sostenendo che ci sono anche i valori “degli altri”.
Ma i valori dei cattolici hanno una pretesa, ossia quella di non essere “dei cattolici” ma di tutti, ossia di essere veri.
Veri perché esprimono l’ordine delle cose, la legge morale naturale.
Condivisibili quindi da tutti.
Qui si si apre il dialogo, perché c’è una base per farlo. La base consiste in qualcosa di oggettivo che diventa termine di confronto nel dialogo, affinché esso non si avviti a vuoto su se stesso. Il dialogo ha senso se c’è una istanza che dà ragione all’uno o all’altro dei dialoganti: questa istanza è la ragione stessa capace di conoscere l’ordine naturale delle cose.
Ma è proprio quello che la professoressa nega accettando come aventi pubblica dignità tutti i cosiddetti valori, e quindi il dialogo diventa impossibile. In altri termini: è proprio sostenendo l’esistenza di principi non negoziabili che è possibile il dialogo politico, altrimenti c’è posto solo per la logica degli interessi. Questo è noto già da molto tempo, almeno dalla polemica di Socrate contro i Sofisti nel V secolo avanti Cristo.

Ci possono essere valori in conflitto tra loro tra i quali bisogna mediare?
Certamente.
Tra lavorare per guadagnare il sostegno della famiglia e conservare la salute bisogna arrivare ad un compromesso. Tra stare in ufficio o far giocare il figlio nella sua cameretta – ambedue valori – si deve trovare una conciliazione.
Però ciò è possibile quando i valori sono positivi, cioè espressi in una formula morale indicano un bene.
Non è mai possibile quando indicano un male.
Non ci può essere mediazione tra il bene e il male. Uccidere è sempre male.

Non si può, con la scusa del compromesso e del dialogo, trattare per la riduzione del numero delle settimane oltre le quali si può interrompere una gravidanza.
La professoressa Del Fabbro non fa nessuna distinzione tra precetti morali positivi (che indicano un bene da fare) e negativi (che indicano un male da evitare) che è uno degli elementi fondamentali di ragione e di rivelazione della morale.
I primi sono di vario genere e si può discutere per trovare la giusta misura.
Ma con i secondi no: essi sono sempre un male e davanti ad essi la politica si deve fermare.

Sfortunato il popolo la cui politica non ha limiti da non oltrepassare.

da: Vita Nuova, periodico della Diocesi

Argomento: Chiesa

La Chiesa che si condanna alla peggiore mondanizzazione

by Corrado Gnerre · 24 giugno 2016

 

Ho ascoltato la breve, ma incisiva, omelia di don Pusceddu (vedasi: https://www.youtube.com/watch?v=_IdVKz0I-20 ).
Omelia ormai diventata famosa perché, “sbattuta” sui media, ha provocato una tale reazione che si parla ormai di oltre 30.000 firme rivolte a papa Francesco affinché si prendano provvedimenti contro il sacerdote.

Ebbene, l’omelia (come potete aver modo di ascoltare), non ha nulla di scandaloso, è condivisibile, e soprattutto risponde pienamente a quello che deve essere il dovere di ogni cattolico, in particolar modo di ogni sacerdote e pastore: predicare la Verità e difendere il gregge da lupi che vorrebbero diffondere gli errori più nefasti.

Intanto il vescovo di Cagliari, monsignor Miglio, è intervenuto, ma non per difendere il sacerdote come era suo dovere, bensì per imporgli il silenzio.

Un atto del genere non solo è un tradimento alla Verità, ma è un ulteriore segno di una pericolosissima deriva, che sembra ormai inarrestabile nella Chiesa contemporanea. Mi riferisco alla deriva di una completa “mondanizzazione”.

Sono tempi, questi, in cui sentiamo “belle parole” contro la ricchezza, contro le tentazioni di potere che minaccerebbero tanti ambienti ecclesiali…
Eppure, mai come in questi tempi, la Chiesa, dai vertici fino al basso, sta patendo la peggiore mondanizzazione che possa esistere.

La mondanizzazione più pericolosa, infatti, non è farsi condurre da un’auto di lusso né tantomeno soggiornare tra arazzi e dipinti rinascimentali, bensì “acconciarsi” alla mentalità del mondo, aver paura del suo giudizio e ridursi al silenzio.
Ubbidire al mondo, piuttosto che lavorare per la sua salvezza.

Ma è mai possibile che non si riesce a capire che con questo atto monsignor Grillo non costringe al silenzio un suo sacerdote ma se se stesso?

Scrivo queste cose nella festa di san Giovanni Battista e mi chiedo: cosa farebbe monsignor Miglio se avesse tra i suoi il Battista, ridurrebbe anch’egli al silenzio?

San Giovanni Battista la cui predicazione era troppo “escludente”.
San Giovanni Battista che non sapeva giudicare tenendo presente i casi particolari.
San Giovanni Battista che pretendeva ammonire l’errante e rammentargli il triste destino della dannazione eterna.
San Giovanni Battista espressione di un cristianesimo troppo “ideologico”, “rigoroso”, poco “misericordioso” e “integrista”.

Ma dove stiamo andando?

Che il Signore e Maria Santissima ci rendano quanto prima la grazia di far sì che nella loro Chiesa possa risplendere pienamente – e senza vergogna alcuna! – la Verità nella sua bellezza e integrità.

 

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Argomento: Chiesa

  Soli?

Il Timone - N° 154 - giugno 2016


 

Egregio Gianpaolo Barra,
[...] mi scusi se le porgo una domanda che forse le creerà qualche imbarazzo. Ma è una domanda che faccio a me da tanto tempo e finora non ho trovato risposta: non le sembra che in questi tempi noi cattolici che crediamo ancora all'urgenza di difendere i "principi non negoziabilI" siamo stati abbandonati dai nostri pastori? Mi trema la mano, dico la verità, mentre scrivo: a me sembra, a partire da Papa Francesco e passando per tanti vescovi e tanti preti, che i nostri pastori ci abiano abbandonato in questa battaglia. [...]. Scusi lo sfogo, ma tenere dentro queste cose mi fa male e se lei mi aiutasse a capire mi farà un gran piacere. Con immensa stima.
G.B. - e.mail


 

Caro amico,

ho tagliato l'elenco lunghissimo di esempi che lei porta a sostegno della sua impressione. Sono così tanti e ben dettagliati (contando le battute, si potrebbe quasi riempire un mezzo dossier del Timone) da rendere comprensibile l'eventuale passaggio dalla semplice impressione alla fondata certezza.

Che il Santo Padre Francesco e molti vescovi ci stiano indicando una nuova strada, nella quale la prorità di promuovere e difendere i cosiddetti "principi non negoziabili" non occupa più il primo posto, mi sembra un dato di fatto innegabile.

E che gran parte dei nostri pastori – duole dirlo – abbiano letteralmente abbandonato al proprio destino quei cattolici la cui vocazione è testimoniare Cristo anche contrastando quella rivoluzione antropologica che, distruggendo vita, famiglia e libertà di educazione, è un segno visibile dell'odio preternaturale a Dio e alla sua creazione, chi può negarlo?
Non basta, forse, l'esempio del “Family day” di gennaio scorso e della “Marcia per la vita” dello scorso maggio, completamente – o quasi – abbandonate a sé stesse?

Per quanto mi riguarda, allontano da me – a prezzo di qualche fatica, lo confesso – la tentazione di ergermi a giudice di chicchessia dei nostri Pastori. A loro, non a me, lo Spirito Santo ha affidato il compito di guidarci. Di questo risponderanno nel giorno del giudizio.

La constatazione di quello che lei, caro amico, giudica una sorta di abbandono non ci faccia però perdere né l'amore per il Successore di Pietro e i vescovi in comunione con lui, né – ci sia ben chiaro almeno questo – l'impegno a non deflettere di un solo millimetro dalle verità della fede che il Magistero perenne della Chiesa, fondato su sacra Scrittura e sacra Tradizione, ci ha insegnato, comandandoci di metterl e in pratica, e che sono tutte ben delineate nel Catechismo della Chiesa cattolica.

Da qui non ci muoviamo, venisse pure un angelo dal cielo a dirci che adesso è tutto cambiato.

Gianpaolo Barra
Fondatore de: Il Timone, rivista di apologetica

Argomento: Chiesa

  L'arcivescovo ungherese:
"L'immigrazione porta all'islamizzazione dell'Europa"

In occasione di una conferenza ha spiegato che l'Islam ha come chiaro obiettivo quello di esportare i propri valori.
E che in questo momento i flussi stanno fungendo da vettore per questo loro fine

di Robert Favazzoli

 

L'immigrazione è un veicolo che rischia di portare all'islamizzazione dell'Europa. A dirlo è Gyula Márfi, arcivescovo di Veszprém, una delle principali autorità ecclesiastiche dell'Ungehria.
In occasione di una conferenza dal titolo 'Problemi demografici nel Mediterraneo nel 19° e 20° secolo' non ha usato mezzi termini.

Penso che la migrazione prevalentemente non abbia cause, ma scopi specifici" ha detto.
"Chi parla solo di cause mente o si sbaglia. La sovrappopolazione, la povertà o la guerra hanno solo un ruolo di secondo o di terzo grado nella migrazione.

Presso le famiglie musulmane nascono 8-10 bambini prevalentemente non per amore ma perché loro si ritengono esseri superiori e il Jihad impone loro di conquistare in qualche modo tutto il mondo” ha poi continuato.

Nella Shari’ah possiamo leggere che il mondo è costituito dal Dar al-Islam e dal Dar al-Harb, cioè territorio di guerra che in qualche modo va occupato. Questo è scritto, i musulmani devono solo impararlo a memoria. Discuterne è vietato, loro eseguono solo ciò che devono fare".

Secondo l'arcivescovo l'attualo obiettivo degli islamici sarebbe quello di consuistare l'Europa, che non è pronta a rispondere all'attacco. “Momentaneamente lo scopo è quello di occupare l’Europa, dove momentaneamente tutti credono ciò che vogliono, ma generalmente nessuno crede niente. Questo è un terreno ideale da conquistare per l’islam”.

L'arcivescovo ha poi aggiunto che nessun continente può sopravvivere a lungo senza un’ideologia forte e che bisognerebbe accorgersene e prendere seriamente in considerazione il fatto che la migrazione ha come scopo finale l’islamizzazione dell’Europa.

Bianka Speidl, un’esperta di islam, recentemente ha riferito che ad una conferenza tenuta sull’islam a Londra un professore musulmano americano ha chiesto scusa per gli atti terroristici con cui mettono in cattiva luce l’islam. Gli universitari musulmani presenti in grande numero gli hanno fischiato come risposta. Bisogna meditarci e considerarlo”.

Se l’Europa diventa Dar al-Islam, allora essa cesserà di esistere. Questo lo dobbiamo considerare, come accettare l'idea che ciò porterebbe alla fine della libertà e dell’uguaglianza”.

Argomento: Chiesa

 Ci sono episodi che fanno pensare che la Chiesa, o almeno qualcuno in essa, soffra di pulsioni autolesionistiche. Combinate però a impulsi di potere centralizzante.

di Marco Tosatti per La Stampa 

E’ di questi giorni la notizia che la Chiesa di Bruxelles, guidata dal neo arcivescovo Jozef De Kesel, creatura di quel card. Danneels gran consigliere del Pontefice, e coinvolto pesantemente in casi di protezione di abusi su minori, ha deciso di non dare più ospitalità alla Fraternità dei Santi Apostoli.
La Fraternità, operante da tre anni, era stata creata il 7 aprile del 2013 da monsignor André-Joseph Léonard, e in tre anni ha attirato 27 membri, sei sacerdoti e 21 seminaristi.  

Tutto questo in un Belgio, e in un’Europa, in cui il cristianesimo, per non parlare delle vocazioni, stanno scomparendo.  

La Fraternità è nata avendo come modello una sacerdote francese, padre Michel-Marie Zanotti-Sorkine, della cui vita avventurosa potete leggere qui.
Alla Fraternità sono state affidate due parrocchie, e il nuovo arcivescovo riconosce che funzionano: del nuovo arcivescovo: “La Fraternità riesce a sensibilizzare i giovani alla bellezza della vocazione e al ministero del sacerdozio diocesano”.
La Fraternità punta molto sulla vita comunitaria e “bisogna sottolineare quanto questa opzione fondamentale sia preziosa per la vita di un prete”. 

Ma il nuovo arcivescovo, forse in opposizione all’opera del suo predecessore, ha deciso che la Fraternità dovrà abbandonare la diocesi e il Paese, perché molti suoi sacerdoti sono francesi. Per i dettagli leggete la storia completa su Tempi .    

Ma sembra quasi che le troppe, tante vocazioni diano fastidio.  

Non si può non pensare al caso dei Francescani dell’Immacolata, fiorentissimo, che – secondo alcuni – si vorrebbero distruggere nella loro identità, per convogliarli in ordini storici in sofferenza di vocazioni.
Una congregazione commissariata senza motivazioni chiare, e bersagliata (soprattutto il suo fondatore) da una campagna mediatica di denigrazione e accuse non provate, forse manovrate da qualcuno all’interno della congregazione stessa.  

Così come era pieno di seminaristi e vocazioni il seminario della diocesi di Ciudad del Este, al confine con l’Argentina, il cui vescovo, Rogelio Ricardo Livieres Plano, fu dimesso, senza chiare motivazioni, e senza aver potuto parlare con il Papa, e morì un anno più tardi, nell’agosto del 2015.  

Ed era ricca di seminaristi – a differenza del resto della Spagna – la diocesi di Saragozza, il cui vescovo, Manuel Ureña Pastor, era appunto accusato di essere troppo largo nell’accogliere vocazioni. “Ma se uno bussa alla mia porta, e non c’è motivo per mandarlo via, perché non devo accoglierlo?” diceva.
Il suo vero problema, a quel che pare, era di non essere “allineato” con i vescovi progressisti, che indicano al Pontefice scelte e strategie in Spagna.  

Decisioni che, se accompagnate da documenti come quello della Congregazione per i Religiosi sui nuovi istituti diocesani e il potere dei vescovi , fanno pensare a un desiderio oscuro di tarpare le ali allo Spirito.  

Argomento: Chiesa

 All'offesa contro la religione, i cattolici rispondono in forze, con la preghiera. Il card. Cañizares, recentemente attaccato, spiega che è suo compito dire la verità, anche se “politicamente scorretta”. 

Valencia. Dopo i manifesti blasfemi, migliaia di cattolici in piazza per la Vergine

19 giugno 2016 - Federico Cenci per https://it.zenit.org/

 

La Chiesa militante è ancora viva. Lo hanno dimostrato non con sterili profluvi di parole, ma con una testimonianza visibile e massiccia, scandita dalla preghiera, i migliaia di cattolici scesi in strada a Valencia, giovedì scorso, ad onorare Maria Santissima.

Si sono riuniti nel tardo pomeriggio in Piazza della Vergine, rispondendo così alla convocazione del loro Arcivescovo, il card. Antonio Cañizares Llovera, di un atto di riparazione nel quale si è pregato il Santo Rosario, seguito da una Messa celebrata nella Cattedrale della città.

Il porporato ha deciso di mobilitare in questo raduno spirituale i fedeli della diocesi dopo che, nei giorni scorsi, sui muri della città spagnola erano apparsi dei manifesti blasfemi, che ritraevano un bacio tra la Virgen de los Desamparados e la Virgen de Montserrat (due Madonne particolarmente venerate a Valencia e in Catalogna) con la frase “Contro la sacra oppressione. Ama come ti pare”.

La sacrilega rappresentazione era stata affissa per pubblicizzare un “gay pride” nella città. Anche la Conferenza episcopale spagnola era intervenuta con una nota, nella quale si evidenzia che un simile manifesto “va ad alimentare una spirale che attenta contro il libero esercizio della libertà religiosa, così come la libera predicazione del Vangelo in una società pluralista”.

Spirale che aveva conosciuto appena qualche giorno prima un’altra tappa. Il card. Cañizares aveva osato criticare una legge in discussione nel Parlamento della Comunidad Valenciana, la quale, se approvata, obbligherebbe le scuole statali a svolgere corsi di educazione sessuale a bambini anche piccoli, prevedendo persino il cambio di sesso nei confronti dei minori, mediante percorsi farmacologici e chirurgici, anche senza il permesso dei genitori.

Contro Cañizares si era scatenato un fuoco di fila mediatico, come ha riportato ZENIT. La procura di Valencia ha aperto un fascicolo a seguito della denuncia presentata da alcuni gruppi lgbt nei suoi confronti, le toghe hanno confermato di aver avviato l’esame e che entro sei mesi decideranno se procedere o archiviare il caso. L’Arcivescovo di Valencia rischia una pena fino a tre anni, tale è la massima punizione prevista dalla legge per il reato di “incitamento all’odio”.

Malgrado la dura accusa ricevuta, il card. Cañizares giovedì scorso è apparso sereno, intento a rispondere con la preghiera a chi predica ostilità avvelenando il clima sociale e offendendo la sensibilità religiosa.

Egli ha precisato che questo atto di riparazione è offerto “per l’unità e la convivenza”, pertanto non va confuso con un “gesto politico o di protesta”. I fedeli – ha proseguito – si recano a pregare senza brandire alcun vessillo e senza ostentare sigle, ma “semplicemente mantenendo il senso religioso che questo atto richiama”.

L’Arcivescovo di Valencia ha chiesto di pregare per le vittime di Orlando, così come per tutte le vittime di violenze e terrorismo. Inoltre “per tutti coloro che sono perseguitati o maltrattati a motivo della loro fede, per la cessazione di ogni violenza contro la persona umana e la sua dignità”.

Ha sottolineato poi che rendere omaggio alla Virgen de los Desamparados – la cui statua è stata portata in processione – è un gesto in favore di tutti, nessuno escluso, perché questa Madonna “è parte della nostra identità culturale”, anche se taluni vorrebbero cancellarla a colpi di ideologia.

Non è mancato, nella sua omelia, un riferimento proprio all’ideologia gender. Ha ribadito che si tratta della “peggiore di tutte le ideologie della storia”, perché ha la pretesa di eliminare il concetto di “creazione” a beneficio di un’autodeterminazione dell’uomo nei confronti della propria natura.

Ha rilevato che, se avesse timore ad esprimersi così, lui sarebbe “un cattivo vescovo”. Per questo continuerà ad insegnare la verità, “anche se alcuni non lo tollerano”, alludendo a “gruppi politici o poteri economici”. Con riferimento alla legge la cui critica gli è costata la gogna pubblica, il cardinale ha invitato i cattolici a fare obiezione di coscienza.

“Devo andare controcorrente anche se questo è politicamente scorretto, come ha fatto Gesù”, ha soggiunto, ricevendo gli applausi scroscianti dei fedeli accalcati nella Cattedrale.  Al termine della celebrazione, l’Arcivescovo Cañizares ha impiegato molto tempo per uscire, giacché in tanti lo hanno avvicinato per manifestargli il loro sostegno e la filiale obbedienza. A concelebrare insieme a lui, come riferisce l’agenzia spagnola AciPrensa, c’erano quasi cento sacerdoti, tra i quali alcuni vescovi.

Argomento: Chiesa

 Lo scorso 16 giugno Papa Francesco ha utilizzato due espressioni che, da una prima lettura e avulse dal contesto del discorso, potrebbero sembrare contraddittorie. Infatti, se da un lato ha sostenuto che alcune coppie conviventi sarebbero un "matrimonio vero", dall'altro lato, ha detto che una convivenza senza il sacramento del matrimonio "è una sfida, chiede lavoro".

Peraltro, gli organi di informazione sono solleciti a diffondere questo genere di esternazioni o contraddizioni, che potrebbero non tanto informare quanto disorientare il Popolo di Dio.
Di fronte a questo genere di informazioni per un cattolico è necessario conservare immutata la fede e la fedeltà ai Romani Pontefici.

A questo fine, proponiamo un elenco di equivoci e relative chiarificazioni redatto dal vaticanista Sandro Magister: sarà utile per comprendere che non tutto quanto dice un Pontefice è Magistero. Ci aiuterà anche a tornare a fare costante riferimento al Catechismo della Chiesa Cattolica che contiene riassunte tutte le verità della fede cattolica.
Infine, per capire cosa sia Magistero e cosa, invece, opinione personale, rimandiamo all'insuperato studio "Dall'opinione al dogma", scaricabile gratuitamente da www.totustuus.it.

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Equivoci, gaffe, vuoti di memoria, leggende metropolitane. Un elenco degli errori nei discorsi di Francesco. Il più disastroso in Paraguay
di Sandro Magister


1. [Preti pedofili] "Come aveva detto Benedetto XVI, la tolleranza deve essere zero": così papa Francesco nella sua intervista a "La Croix" del 16 maggio scorso, a proposito degli abusi sessuali sui minori.
Ma se si ripercorrono tutti gli scritti e i discorsi di papa Joseph Ratzinger, la formula "tolleranza zero" proprio non la si trova. Mai. E nemmeno qualche formula equivalente.
Eppure essa ritorna nelle cronache vaticane come un mantra, l'ultima volta pochi giorni fa, il 4 giugno, in occasione dell'uscita del motu proprio per la rimozione dei vescovi colpevoli di "negligenza" nel trattare i casi di abuso.
Ma mentre Francesco l'ha fatta propria più volte, ad esempio nella conferenza stampa del volo di ritorno dalla Terra Santa, attribuirla – come ha fatto – anche a Benedetto XVI non corrisponde a verità.
Ed è l'ultima delle non poche inesattezze che costellano l'eloquio pubblico dell'attuale papa.
*
2. [Non conflitto ma opportunità] La penultima inesattezza è del 24 aprile, durante la visita che papa Francesco improvvisò a Villa Borghese, nel centro di Roma, ai focolarini riuniti in una manifestazione in difesa della natura.
Disse il papa, nel suo discorso improvvisato: "Una volta qualcuno mi ha detto – non so se è vero, se qualcuno vuole può verificare, io non ho verificato – che le parola 'conflitto' nella lingua cinese è fatta da due segni: un segno che dice 'rischio', e un altro segno che dice 'opportunità'. Il conflitto, è vero, è un rischio ma è anche una opportunità".
In realtà questa immaginaria traduzione ad effetto della parola cinese "weiji" è un artificio oratorio inventato in Occidente. Fu lanciata per la prima volta da John Kennedy in un discorso a Indianapolis del 12 aprile 1959 e da lì in avanti ripresa numerose volte da lui e da altri leader politici americani, da Nixon ad Al Gore a Condoleezza Rice, diventando ricorrente anche nella stampa popolare di lingua inglese e non.
*
3. [Divorziati risposati] Una terza imprecisione è nella conferenza stampa del 16 aprile di quest'anno sul volo di ritorno dall'isola di Lesbo.
Nel rispondere al fuoco di fila delle domande sulla "Amoris laetitia", Francesco indicò nel cardinale Christoph Schönborn l'interprete giusto del documento. E nel tesserne l'elogio – "è un grande teologo" e "conosce bene la dottrina della Chiesa" – aggiunse: "Lui è stato segretario della congregazione per la dottrina della fede". Cosa non vera, perché di questa congregazione Schönborn è stato ed è solo membro.

Inoltre, in quella stessa conferenza stampa, Francesco replicò con un inverosimile "Io non ricordo quella nota" a una domanda sulla cruciale nota 351 della "Amoris laetitia", quella che prospetta "l'aiuto dei sacramenti" ai divorziati risposati.
*
4. [Matrimoni omosessuali] Con un altro implausibile "Io non ricordo bene quel documento" Francesco rispose anche alla domanda se la nota dottrinale della congregazione per la dottrina della fede del 2003 che vieta ai parlamentari cattolici di legalizzare le unioni tra persone dello stesso sesso "ha ancora un valore".
Questo durante la conferenza stampa sul volo di ritorno dal Messico, il 17 febbraio 2016. E proprio mentre in Italia una legge di quel tipo era sul punto di essere approvata.
*
5. [Anticoncezionali] Nella stessa conferenza stampa sul volo dal Messico a Roma, altro passo falso, questa volta con Paolo VI a farne le spese.
Disse papa Francesco: "Paolo VI – il grande! – in una situazione difficile, in Africa, ha permesso alle suore di usare gli anticoncezionali per i casi di violenza". E aggiunse che "evitare la gravidanza non è un male assoluto, e in certi casi, come in quello che ho menzionato del beato Paolo VI, [ciò] era chiaro".
Due giorni dopo, anche padre Federico Lombardi ritirò fuori la stessa storia, in un'intervista alla Radio Vaticana fatta con l'intento di raddrizzare ciò che era andato storto nelle dichiarazioni del papa riprese dai media, che sul via libera agli anticoncezionali avevano già cantato vittoria:
"Il contraccettivo o il preservativo, in casi di particolare emergenza e gravità, possono anche essere oggetto di un discernimento di coscienza serio. Questo dice il papa. […] L’esempio che [Francesco] ha fatto di Paolo VI e della autorizzazione all’uso della pillola per delle religiose che erano a rischio gravissimo e continuo di violenza da parte dei ribelli nel Congo, ai tempi delle tragedie della guerra del Congo, fa capire che non è che fosse una situazione normale in cui questo veniva preso in considerazione".
In realtà che Paolo VI abbia esplicitamente dato quel permesso non risulta per niente. Nessuno è mai stato capace di scovare una sola sua parola in proposito.
Eppure questa leggenda metropolitana continua a stare in piedi da decenni e puntualmente ci sono cascati anche Francesco e il suo portavoce.
Come veramente si svolse quella  vicenda è stato ricostruito per filo e per segno in questo servizio di www.chiesa: > Paolo VI e le suore violentate in Congo. Ciò che quel papa non disse mai
*
6. [Regimi non marxisti] Sesto e più disastroso errore: quello in cui è caduto Francesco ad Asunción l'11 luglio 2015, nel discorso ai rappresentanti della società civile del Paraguay, con in prima fila il presidente Horacio Cartes e le altre autorità del paese.
Lì il papa a un certo punto improvvisò, abbandonando il testo scritto: "Ci sono cose, prima di concludere, a cui vorrei fare riferimento. E in questo, poiché ci sono politici qui presenti, c'è anche il presidente della Repubblica, lo dico fraternamente. Qualcuno mi ha detto: 'Senta, il tale si trova sequestrato dall'esercito, faccia qualcosa!'. Io non dico se è vero o non è vero, se è giusto o non è giusto, ma uno dei metodi che avevano le dittature del secolo scorso era allontanare la gente, o con l'esilio o con la prigione; o, nel caso dei campi di sterminio, nazisti o stalinisti, la allontanavano con la morte. Affinché ci sia una vera cultura in un popolo, una cultura politica e del bene comune, ci vogliono con celerità giudizi chiari, giudizi limpidi. E non serve altro tipo di stratagemma. La giustizia limpida, chiara. Questo ci aiuterà tutti. Io non so se ciò qui esiste o meno, lo dico con tutto rispetto. Me lo hanno detto quando entravo, me lo hanno detto qui. E che chiedessi per non so chi… non ho sentito bene il nome".
Il nome che Francesco non aveva "sentito bene" era quello di Edelio Murinigo, un ufficiale sequestrato da più di un anno non dall'esercito regolare del Paraguay – come invece il papa aveva capito – ma da un sedicente "Ejército del pueblo paraguayo", un gruppo terrorista marxista-leninista attivo nel paese dal 2008.
Eppure, nonostante la dichiarata ed enfatizzata sua ignoranza del caso, Francesco non temette di utilizzare i pochi e confusi dati da lui malamente raccolti poco prima per accusare l'incolpevole presidente del Paraguay addirittura di un crimine assimilato ai peggiori misfatti nazisti e stalinisti.
Onore al presidente Cartes per la signoria con cui lasciò cadere nel vuoto l'impressionante pubblico affronto.
*
7. [Aggiornamento dei movimenti ecclesiali] Altro errore, la citazione immaginaria che Francesco ha messo in bocca al musicista Gustav Mahler nel discorso – zeppo di rimproveri – rivolto a Comunione e liberazione il 7 marzo 2015: "Il riferimento all’eredità che vi ha lasciato don Giussani non può ridursi a un museo di ricordi, di decisioni prese, di norme di condotta. Comporta certamente fedeltà alla tradizione, ma fedeltà alla tradizione – diceva Mahler – 'significa tenere vivo il fuoco e non adorare le ceneri'. Don Giussani non vi perdonerebbe mai che perdeste la libertà e vi trasformaste in guide da museo o adoratori di ceneri".
Ogni volta che il papa fa una citazione, la squadra che dà poi forma ufficiale ai suoi discorsi la correda con il riferimento al testo da cui è tratta. Ma in questo caso ciò non è avvenuto. Perché non poteva avvenire.
In nessuno scritto di Mahler, infatti, si ritrova la frase citata da Francesco.
Va però notato che pochi giorni prima, nel concludere gli esercizi spirituali d'inizio Quaresima ai quali anche il papa aveva partecipato, il predicatore incaricato, il carmelitano Bruno Secondin, aveva costruito l'ultima sua meditazione proprio su quella citazione attribuita a Mahler anche da altri prima di lui e ormai entrata nell'uso corrente, sebbene senza riscontro nella realtà.
*
8. [Curia Romana e Spirito Santo] E infine un'altra frase carissima a Jorge Mario Bergoglio ma di autore immaginario: "Ipse harmonia est".
La prima volta che la citò fu il 15 marzo 2013, due giorni dopo che era stato eletto papa, nel discorso rivolto ai cardinali reduci dal conclave: "Io ricordo quel Padre della Chiesa che definiva lo Spirito Santo così…".
Anche allora l'ufficio vaticano che si occupa di mettere in bella copia i discorsi del papa e di corredarli di riferimenti bibliografici si arrovellò per trovare chi e dove avesse detto quella frase. Ma non ci riuscì. La massima andò agli atti senza padre, senza madre, senza genealogia.
Ma Francesco non si diede per vinto e venti mesi dopo tornò a citare la massima attribuendogli lui una paternità: "Ipse harmonia est', dice san Basilio". E anche questa volta essa finì agli atti senza la nota a piè di pagina, perché nessuno riuscì a scovare dove san Basilio avesse detto quelle parole.
Era il 22 dicembre 2014, e il discorso era quello poi divenuto famoso delle quindici "malattie" sbattute in faccia ai cardinali e vescovi di curia.

Argomento: Papa

 Svolta "misericordiosa" anche a Bologna; la priorità va a: dialogo con l'islam, lotta all'omofobia, celebrazione della CGIL e accoglienza a immigrati e carcerati.
 Il plauso del "Manifesto - quotidiano comunista": dalla nuova pastorale sembrano scomparsi divorzio, aborto, droga e valori non negoziabili.
 
Il nuovo arcivescovo di Bologna, insediatosi nel dicembre 2015, procede con decisione a rendere la Chiesa felsinea più povera:
- E' di pochi giorni fa il riconoscimento come difensore della "dignità dell'uomo, dei diritti della persona" rivolto alla più dura delle organizzazioni sindacali comuniste, la Fiom-CGIL.
- Nella stessa occasione, Mons. Zuppi schiera i cattolici nella "lotta contro l'omofobia"
- Prima storica visita di un Vescovo bolognese a una moschea: "costruiamo ponti" con chi fa guerra da 1.500 anni.
- A tal fine la Diocesi ha un grande bisogno di un "Sì alla moschea e feste musulmane nelle scuole".
- Misericordia e comprensione anche verso Marco Pannella, promotore dei maggiori attacchi verso la fede cattolica negli ultimi 40 anni.
- Nuova destinazione per le finanze diocesane: sostegno a chi occupa le case altrui e potenziamento dell'accoglienza di immigrati
- Misericordia senza condizioni anche per chi è colpevole di reati.
- E per il ballottaggio elettorale, nessun riferimento ai "valori non negoziabili".

 E i fedeli? Plaudono all'arcivescovo emerito Card. Caffarra e al Card. Biffi:

Dibattito fra mons. Caffarra e l'ex prete di strada, Zuppi, sulla figura del cardinal Biffi

Bologna, duello fra arcivescovi
Una Chiesa più povera di cultura è solo più ignorante

 di Alessandra Nucci 

 

«Una chiesa più povera di dottrina non è più pastorale ma solo più ignorante». Sono parole scandite con sorridente vigore da Carlo Caffarra, cardinale emerito di Bologna, e scatenano uno scroscio di applausi spontanei molto significativi. Siamo nella sala dello Stabat Mater dell'Archiginnasio di Bologna, per la presentazione di Ubi Fides Ibi Libertas [Ed.Cantagalli 2106] libro commemorativo nel primo anniversario della scomparsa del cardinale Giacomo Biffi.

Sono presenti, assieme per la prima volta, l'attuale arcivescovo di Bologna, mons. Matteo Maria Zuppi e, appunto, l'arcivescovo emerito, Cardinal Caffarra, che ha potuto lasciare la guida della diocesi soltanto l'ottobre scorso, due anni dopo aver raggiunto l'età pensionabile.

Il moderatore, il giornalista Paolo Francia, aveva introdotto l'evento come una disfida fra il principe della Chiesa, qual è il cardinal Caffarra, e «il principe laico di Bologna», Fabio Roversi Monaco, rettore del nono centenario dell'Alma Mater e padre del museo della città, Genus Bononiae. Ma gli applausi all'etichetta di «ignorante» assestata da Caffarra alla «Chiesa più povera di dottrina» segnalano piuttosto l'inizio di un derby fra i due leader della diocesi, cordiali e distesi entrambi ma così diversi da rappresentare il carattere delle due diverse Bologne che convivono da settant'anni in un'unica città.

«Si assiste a una progressiva delegittimazione della cultura», sale sul ring l'emerito. «In nome di un impegno supposto più pastorale. Ma una Chiesa più povera di dottrina non è più pastorale, è solo più ignorante, e quindi più soggetta alle pressioni del potente di turno». È chiara a tutti, e sottolineata dal battimani, la sfida alla Chiesa di Bergoglio, di cui mons. Zuppi è chiaramente figlio.

Ma non basta. Nell'epoca degli altolà all'evangelizzazione, a rischio proselitismo, e regnante papa Francesco, che è arrivato di recente a paragonare la propagazione dell'islam con la spada, predicata da Maometto, con il comando missionario di Gesù, Caffarra ricorda anche che «l'impegno precipuo di Giacomo Biffi era di annunciare a tutti, compresi i musulmani, lo splendore della verità». Per concludere infine focalizza l'importanza della tradizione, come definita da T.S. Eliot: «È il momento presente del passato».

Dal suo angolo, anche il padrone di casa Zuppi scende in campo sul terreno della tradizione, invitando a guardarsi dalla tentazione alla «conservazione», sia individuale sia collettiva. Anche le sue sono accuse indirette: «La tradizione non è solo fissità», «La tradizione non deve pensare solo per stereotipi» dice, e soprattutto: «La tradizione non è paura delle differenze». In conclusione un'apertura: «Si eredita qualcosa che è stato seminato da altri, è questo il vero senso della tradizione».

La celebrazione cade in un momento particolarissimo per la città di Bologna, sia sul piano laico (che domenica vede un inedito ballottaggio per il sindaco) sia sul piano religioso, per l'ancor recente insediamento dell'«ex-prete di strada» assurto a guida di una Curia che per taluno è stata la più conservatrice d'Italia, in una città un tempo vetrina del più potente partito comunista d'occidente.
Così ognuno ha capito il duello di ingegni intorno alla figura oggi più nota fra i successori di San Petronio, Caffarra giocando in casa e Zuppi, che il cardinal Biffi non lo ha conosciuto, sulla base di letture e con frequenti riferimenti all'ex-segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, seduto in prima fila. Nel contributo al testo infatti Bersani si dichiara grato per la «sorridente brutalità» biffiana, la cui sferza influì sui suoi anni da presidente della Regione.

La leale contesa non si chiude qui, perché l'11 luglio, alla messa per l'anniversario della morte di Giacomo Biffi, l'arcivescovo in carica ha offerto all'emerito (cioè Caffarra) di tenere lui l'omelia, e l'emerito ha accettato.

 

Argomento: Chiesa

 La “Chiesa povera” dal Vaticano II a papa Francesco

  di Roberto de Mattei

 I documenti di Papa Francesco, secondo il giudizio prevalente dei teologi, costituiscono delle generiche indicazioni di carattere pastorale e morale, prive di significativa qualità magisteriale. È questa una delle ragioni per cui tali documenti vengono discussi in maniera più libera di quanto sia mai accaduto con i  testi pontifici.

Tra le analisi più penetranti di questi testi, va segnalato lo studio di un filosofo dell’università di Perugia, Flavio Cuniberto, dal titolo Madonna Povertà. Papa Francesco e la rifondazione del cristianesimo (Neri Pozza, Vicenza 2016), dedicato in particolare alle encicliche Evangeli Gaudium (2013) e Laudato sì (2015). L’esame a cui il prof. Cuniberto sottopone i testi è quella dello studioso che cerca di comprenderne le tesi di fondo, spesso celate da un linguaggio volutamente ambiguo ed ellittico. Sul tema della povertà, Cuniberto porta alla luce due contraddizioni: la prima di natura teologico-dottrinale, la seconda di carattere pratico.

Per quanto riguarda il primo punto egli osserva che papa Francesco, in contrasto con quanto si desume dal Vangelo, fa della povertà una condizione più materiale che spirituale, per trasformarla quindi in una categoria sociologica. Questa esegesi traspare, ad esempio, dalla scelta di citare, per il discorso sulle Beatitudini, Luca 6, 20 e non il più preciso Matteo 5, 3 (che usa il termine di «pauperes spiritu», ossia coloro che vivono umilmente dinanzi a Dio).

Ma la povertà  sembra essere allo stesso tempo un male e un bene. Infatti, osserva Cuniberto, «se la povertà come miseria materiale, esclusione, abbandono, è indicata fin dall’inizio come un male da combattere, per non dire il male dei mali, ed è perciò l’obiettivo primario dell’azione missionaria», il nuovo significato cristologico che gli attribuisce Francesco «ne fa contemporaneamente  un valore e anzi il valore supremo ed esemplare». Si tratta, sottolinea il filosofo perugino, di un complicato groviglio. «Perché combattere la povertà e sradicarla quando è al contrario un “tesoro prezioso”, e addirittura la via verso il regno? Nemico da combattere o tesoro prezioso?» (pp. 25-26).

Il secondo nodo riguarda le “cause strutturali” della povertà. Supponendo che essa sia un male radicale, papa Bergoglio sembra individuarne la causa essenziale nella “disuguaglianza”. La soluzione indicata per estirpare questo male sarebbe quella marxista e terzo-mondista della redistribuzione delle ricchezze: togliere ai ricchi e dare ai poveri. Una redistribuzione ugualitaria che passerebbe attraverso una maggiore globalizzazione delle risorse, non più riservata alle minoranze occidentali, ma estesa a tutto il mondo. Ma alla base della globalizzazione sta la logica del profitto, che da una parte viene criticata e dall’altra viene proposta come via per vincere la povertà. Il supercapitalismo, infatti, per alimentarsi, ha bisogno di una platea di consumatori sempre più estesa, ma l’estensione su larga scala del benessere, finisce per alimentare le disuguaglianze che si vorrebbero eliminare.

Il libro del prof. Cuniberto merita di essere letto accanto a quello di uno studioso napoletano don Beniamino Di Martino, su Povertà e ricchezza. Esegesi dei testi evangelici (Editrice Domenicana Italiana, Napoli 2013). Il libro è molto tecnico e don Di Martino smonta, attraverso una rigorosa analisi dei testi, le tesi di una certa teologia pauperista.

L’espressione «contro l’avidità non contro la ricchezza» riassume, secondo l’autore, l’insegnamento dei Vangeli che egli analizza. Ma da dove nasce la confusione teologica, esegetica e morale tra povertà spirituale e povertà materiale? Non si può ignorare il cosiddetto “Patto delle Catacombe”, sottoscritto il 16 novembre del 1965 nelle Catacombe di Domitilla a Roma, da una quarantina di Padri conciliari che si impegnavano a vivere e lottare per una Chiesa povera e ugualitaria.

Il gruppo aveva tra i suoi fondatori il sacerdote Paul Gauthier (1914-2002), che aveva partecipato all’esperienza dei “Preti operai” del cardinale Suhard, condannata dalla Santa Sede nel 1953, e poi, con l’appoggio del vescovo di cui fu teologo in Concilio, mons. Georges Hakim, aveva fondato in Palestina la famiglia religiosa de I compagni e le compagne di Gesù carpentiere. Gauthier era accompagnato dalla sua compagna di lotta Marie-Thérèse Lacaze, che divenne la sua convivente quando lasciò il sacerdozio.

Tra coloro che appoggiarono il movimento furono mons. Charles M. Himmer, vescovo di Tournai (Belgio), che ospitava le riunioni nel Collegio belga di Roma, dom Helder Camara che era ancora vescovo ausiliare di Rio e poi divenne vescovo di Recife, e il card. Pierre M. Gerlier, arcivescovo di Lione, in stretti contatti con il card. Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna, che si faceva rappresentare dal suo consigliere Giuseppe Dossetti e dal suo vescovo ausiliare mons. Luigi Bettazzi (cfr. Il patto delle Catacombe. La missione dei poveri nella Chiesa, a cura di Xabier Pizaka e José Antunes da Silva, Edizioni Missionarie Italiane 2015).

Mons. Bettazzi, l’unico vescovo italiano oggi vivente presente al Vaticano II, fu anche l’unico italiano ad aderire al “Patto della Catacombe”. Bettazzi, oggi 93enne, partecipò a tre sessioni del Vaticano II e fu vescovo di Ivrea dal 1966 al 1999, quando si dimise per limiti di età.

Se Dom Helder Camara fu il “vescovo rosso” brasiliano, mons. Bettazzi entrò nella storia come il “vescovo rosso” italiano. Nel luglio del 1976, quando sembrava che il comunismo potesse prendere il potere in Italia, Bettazzi scrisse una lettera all’allora segretario del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer, al quale riconosceva la tendenza a realizzare: «un’esperienza originaria di comunismo, diversa dai comunismi di altre nazioni», e chiedeva di «non osteggiare» la Chiesa, ma di «stimolarne», piuttosto «l’evoluzione secondo l’esigenza dei tempi e le attese degli uomini, soprattutto dei più poveri, che forse voi potete o sapete più tempestivamente interpretare». Il leader del PCI rispose al vescovo di Ivrea con la lettera Comunisti e cattolici: chiarezza di princìpi e basi di intesa pubblicata su Rinascita del 14 ottobre 1977.

In questa lettera Berlinguer negava che il PCI professasse esplicitamente l’ideologia marxista, come filosofia materialistica ateistica, e confermava la possibilità di un incontro tra cristiani e comunisti sul piano della “de-ideologizzazione”. Non si tratta di pensare allo stesso modo, ma di fare insieme la stessa strada – affermava in sostanza Berlinguer – nella convinzione che marxisti non si è nel pensiero, ma si diviene nella prassi.

Il primato marxista della prassi è penetrato oggi nella Chiesa come assorbimento della dottrina nella pastorale. E la Chiesa rischia di divenire marxista nella prassi anche falsando il concetto teologico di povertà.

La vera povertà è il distacco dai beni di questa terra, in modo che essi servano alla salvezza dell’anima e non alla sua perdizione. Tutti i cristiani devono essere distaccati dai beni, perché il Regno dei Cieli è riservato ai “poveri in spirito”, ed alcuni di essi sono chiamati a vivere una povertà effettiva, rinunciando al possesso e all’uso dei beni materiali. Ma questa scelta ha valore perché è libera e non viene imposta da nessuno.

Le sette eretiche, fin dai primi secoli, hanno preteso invece di imporre la comunione dei beni, al fine di realizzare in questa terra una utopia ugualitaria. Su questa linea si pone oggi chi vuole sostituire alla categoria religiosa dei poveri in spirito quella sociologica dei materialmente poveri. Mons. Luigi Bettazzi, autore del volumetto La chiesa dei poveri dal concilio a Papa Francesco (Pazzini 2014) ha ricevuto, il 4 aprile 2016, la cittadinanza onoraria di Bologna e potrebbe ricevere la porpora da papa Francesco, sotto il cui pontificato secondo lo stesso ex-vescovo di Ivrea, si è sviluppato il Patto delle Catacombe, «come un seme di frumento messo sotto la terra e cresciuto pian piano fino a dare i suoi frutti».

Argomento: Papa
 Cristo è rock? L'ennesimo scempio (a)liturgico a Cuneo 
 (Riflessioni di un giovane studente pubblicate dal blog
messainlatino.it)
 

Vinadio è un ridente paese della Valle Stura, tra le Alpi Marittime e Cozie, a pochi chilometri dal confine francese, nel territorio della Diocesi di Cuneo.
Qui tutto è circondato dalla bellezza maestosa delle montagne; al centro del paese si erge lo straordinario Forte Albertino, capolavoro di ingegneria militare voluto da Carlo Alberto nel 1834 a difesa delle valli circostanti.
Ecco il luogo scelto per l'infausto evento che si è tenuto sabato 4 giugno: per l'ennesima volta il gruppo della Pastorale Giovanile della Diocesi di Cuneo ha proposto come momento culmine dell'Anno Pastorale, e in attesa della GMG, una fantomatica Messa “rock”.
Sì, proprio quella… e pensare che siamo nel 2016, non nei lontani anni Settanta!
Speravamo di non dover più dare risonanza a simili deprecabili fatti, ma purtroppo la storia si ripete, come ad Albiano (TN) nel 2012 ed in molte altre diocesi italiane.
 
L'iniziativa ha goduto di ampia risonanza a livello diocesano, a cominciare da una massiccia campagna di promozione sui cosiddetti social networks, fino alle pagine della locale stampa “cattolica”.
Le voci contrarie, come sempre in questi casi, sono state prontamente zittite da coloro che, pur professando liberalità, si dimostrano intransigenti e chiusi ad ogni forma di confronto con opinioni diverse dalle loro e con tutto ciò che possa essere tacciato di eccessiva “cattolicità”.
Chiunque conosca minimamente la situazione ecclesiale piemontese, marcata da anni di progressismo sfrenato e senza regole, saprà benissimo delle difficoltà che si incorrono nel professare la fede cattolica nella sua integrità, quando si tenta di smontarla quotidianamente e di far passare per buono soltanto l'eterodosso. 
 *
Come sempre in questi casi, non mancano potenti mezzi organizzativi: uno spot promozionale (come se ci fosse bisogno di questo per invitare ad una Messa!) è stato caricato su YouTube ed è già tutto un programma.
Così sentenzia lapidariamente un commento al video: “Questo spot non ha nulla di religioso”. Eppure l'eco a livello diocesano non sembrava sufficiente, quindi è intervenuta la Pastorale Giovanile della CEI a promuovere la celebrazione sul suo sito internet e a livello nazionale, in barba ad anni di Magistero Papale e di documenti sulla Sacra Liturgia: se addirittura il sito ufficiale della Chiesa Italiana ha creduto di dover dare risonanza a tale spettacolo, siamo messi proprio male. 
Il card. Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino, interviene spesso (e molti interventi sono puntualmente ripresi da Messainlatino.it) a difesa della giusta interpretazione della liturgia e contro ogni abuso, ma pare che il clero modernista non faccia caso a certi discorsi, pronto com'è a tirare sempre dalla propria parte il Santo Padre e avendo dimenticato (o mai imparato) anni di insegnamenti sulla liturgia che ci sono stati impartiti da San Giovanni Paolo II (come non pensare in modo particolare all'istruzione Redemptionis Sacramentum), da Benedetto XVI-Joseph Ratzinger, prima da cardinale e poi da papa col costante esempio nella prassi liturgica, e non da ultimo da Francesco, che ha voluto al Culto Divino una persona autorevole in materia come il card. Sarah. 
Sarebbe salutare che certi sacerdoti meditassero su questa affermazione del cardinale Prefetto, rilasciata durante un'intervista per l'Osservatore Romano (12 giugno 2015): “Attuare la liturgia non è dunque altro che attuare l’opera di Cristo. La liturgia è nella sua essenza 'actio Christi': l’'opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio" (n. 5). 
È Lui il grande sacerdote, il vero soggetto, il vero attore della liturgia (cfr. n. 7).
Se questo principio vitale non viene accolto nella fede, si rischia di fare della liturgia un’opera umana, un’autocelebrazione della comunità.”

A giudicare dalle fotografie pubblicate sulla pagina Facebook dell'evento, possiamo affermare che questa Messa “rock” è stata proprio un'autocelebrazione, non tanto della comunità, che pure è accorsa attirata forse da un senso di “novità provincialotta” (cit.), quanto dei sacerdoti che hanno organizzato l'evento, non disdegnando danze e sceneggiate che nulla hanno a che vedere con la liturgia, ma che possono definirsi semplicemente delle pagliacciate.
Perché, se la locandina appositamente preparata per sponsorizzare la Messa dice che la “bellezza è rock”, beh a noi sembra che ben poca bellezza traspaia da queste immagini. 
O allora i nostri canoni di bellezza sono diversi e non siamo sufficientemente “rock” per comprenderli. 
Non si illudano gli organizzatori, che avranno a loro favore il numero impressionante di persone giunte per l'occasione (sono stati organizzati addirittura dei viaggi in pullman): chiediamoci piuttosto quanti di quei giovani frequenteranno almeno una tantum, per non osare dire assiduamente, la Santa Messa domenicale nelle loro parrocchie d'origine?
Quantità non è sempre sinonimo di qualità. 
Eppure, a ben pensarci, quei fedeli che hanno partecipato magari con fede all'evento non ne possono nulla se sono stati così tratti in inganno da pastori tramutati in lupi, che inculcano ai semplici una fede, e in questo caso un senso della liturgia, a buon mercato.
D'altra parte spesso è il clero che sradica il desiderio del sacro che alberga nei cuori dei fedeli, relegando in un angolo quel Cristo che definiscono irruente come il rock, per fare spazio all'uomo, all'io e ai suoi capricci. 
I giovani meritano di più di questa gente: meritano sacerdoti che comincino a prenderli sul serio, che non si limitino ad offrire solo cose basse ed in linea con la moda del momento, ma li spingano alla ricerca delle realtà ultraterrene.
Finché non si abbandonerà quest'ottica terrena, che poi altro non è che la “mondanità” contro la quale quotidianamente si scaglia il Santo Padre, ecco che il Forte Albertino sarà forse pieno in occasione della Messa “rock”, ma le chiese resteranno tristemente vuote la domenica mattina e i seminari diocesani abbasseranno le serrande per mancanza di manodopera.
Che non sia questo il desiderio di taluni? 
 
AP
Argomento: Chiesa

  Ho visto anche io la trasmissione su TV2000, e sono rimasto basito. Mentre scorreva la trasmissione mi assaliva lo sconforto, lo smarrimento. In un primo momento ho pensato che fosse stato tutto inutile.
Tutto! Fosse stato tutto vano muoversi in questi due anni ad incontrare le persone, a discutere di gender, partecipare e preparare incontri pubblici, centinaia di telefonate, sopportare spese e sacrifici per organizzare pullman per il primo Family Day (contro il gender) ed il secondo (contro il matrimonio omosessuale).
E allora? Ho pensato che fosse stato tutto illusorio se l’emittente della CEI, quella dei vescovi italiani, alle dirette dipendenze di mons. Galantino, segretario della CEI, mette in onda una trasmissione sull'amore omosessuale, che viene, dunque, sdoganato.

di Sabino Paciolla
Fonte: CulturaCattolica.it
La trasmissione: https://www.youtube.com/watch?v=mkxUbJF6HX0

La trasmissione si chiama “Il diario di papa Francesco”; sul maxi schermo, che fa da sfondo allo studio, figura il papa che apre la Porta Santa; in studio tre giovani omosessuali, un prete ed una suora di una associazione “di frontiera”; un conduttore che “conduce le danze”; ciascuno con in mano la copia di pagine della esortazione apostolica AMORIS LAETITIA.
Il conduttore che inizia dicendo che si parlerà dell’AMORIS LAETITIA insieme agli ospiti omosessuali. Il genitore di uno dei giovani scrive che non vi è alcuna differenza tra l’amore di suo figlio per il suo compagno, e quello tra un uomo ed una donna.

Il sacerdote, partendo dal passo della Amoris Laetitia n. 250, afferma che l’esortazione “insiste che non è possibile continuare con una ingiusta discriminazione nei confronti di queste persone, vanno accolte, vanno accolte, a partire dalla loro identità, da quello che sono, dalla loro esperienza. Probabilmente non abbiamo ancora compreso, come Chiesa, l’esperienza dell’amore che può sorgere tra due persone omosessuali, stiamo cercando di capire che cosa significa, lo possiamo chiamare amore o no, vediamo, ma lo dobbiamo mettere sul tavolo, discuterlo.” (…) “Non possiamo noi, a partire da qualche principio teologico, dire questo è amore o questo non è amore. Dobbiamo sentire le loro esperienze, ascoltarli, dire che cosa vivono quando sono in coppia, quando vivono dalla mattina alla sera insieme, come se fossero famiglia, PERCHÉ PROBABILMENTE SONO FAMIGLIA. Allora noi che cosa abbiamo da dire a queste esperienze? Dobbiamo solo portare delle regole? Delle norme che dicono: voi non state vivendo quello che in realtà vediamo, ma è in realtà una illusione? Non possiamo andare avanti così. Non è questo quello che dice l’Amoris Laetitia, non è questo quello che dice il Papa”.

In questo crescendo rossiniano: “Come Chiesa, non abbiamo ancora compreso”, “stiamo cercando di capire”, “dobbiamo discuterlo”, “probabilmente sono famiglia”… che cosa si potrebbe concludere? Che l’amore omosessuale E’ FAMIGLIA?

Il passo dell’AMORIS LAETITIA, il n. 250, citato nella trasmissione a sostegno del matrimonio omosessuale dice: “Nei riguardi delle famiglie si tratta invece di assicurare un rispettoso accompagnamento, affinché coloro che manifestano la tendenza omosessuale possano avere gli aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita”. Attenzione, dice testualmente, la “volontà DI DIO nella loro vita”, non quella degli uomini. Non quella che io mi costruisco a mia immagine e somiglianza.

Che cosa c'entra il modo di trattare l'argomento "amore omosessuale" di questa trasmissione con il catechismo della Chiesa cattolica?
Cosa c'entra il messaggio di questa trasmissione con la sapienza millenaria della Chiesa?
Dove è finito il catechismo che, al n. 2331, dice « Dio creò l'uomo a sua immagine; [...] maschio e femmina li creò » (Gn 1,27); « Siate fecondi e moltiplicatevi » (Gn 1,28). Al 2335 dice: “L'unione dell'uomo e della donna nel matrimonio è una maniera di imitare, nella carne, la generosità e la fecondità del Creatore”. Al 2336 dice: “Gesù è venuto a restaurare la creazione nella purezza delle sue origini. Nel discorso della montagna dà un'interpretazione rigorosa del progetto di Dio: « Avete inteso che fu detto: "Non commettere adulterio" (Mt 5,27-28) (“atti impuri” nella nuova formulazione catechistica).
Al 2357 dice: “La Tradizione ha sempre dichiarato che « gli atti di omosessualità sono INTRINSECAMENTE DISORDINATI ». Sono CONTRARI ALLA LEGGE NATURALE. Precludono all'atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. IN NESSUN CASO POSSONO ESSERE APPROVATI”.
Al 2361 dice: ”La sessualità si realizza in modo veramente umano solo se è parte integrante dell'amore con cui l'uomo e la donna si impegnano totalmente l'uno verso l'altra fino alla morte ».
Infine san Paolo ci ammonisce: "Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; infatti le loro femmine hanno cambiato i rapporti naturali in quelli contro natura. Egualmente anche i maschi, lasciando il rapporto naturale con la femmina, si sono accesi di desiderio gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi maschi con maschi, ricevendo così in se stessi la retribuzione dovuta al loro traviamento. E poiché non ritennero di dover conoscere Dio adeguatamente, Dio li ha abbandonati alla loro intelligenza depravata ed essi hanno commesso azioni indegne" (Romani 1, 26-28).

In quindici minuti di trasmissione viene "fatta fuori" la tradizione millenaria della Chiesa; viene "sbriciolata" la Familiaris Consortio di san Giovanni Paolo II. E questo è il segno di un dramma che stiamo vivendo!

Perché illudere quei giovani? Perché far loro un discorso sentimentale, evitando di andare alla verità del significato dell’amore? Quando (ad esempio) si parlerà di “paternità” e “maternità”, cosa si dirà a quei giovani? Gli si dirà la verità che dice il Catechismo? Quella che al n. 2378 recita: “Il figlio non è qualcosa di dovuto, ma un dono. Il « dono più grande del matrimonio » è una persona umana. Il figlio non può essere considerato come oggetto di proprietà: a ciò condurrebbe il riconoscimento di un preteso « diritto al figlio»”. Perché la verità bisogna dirla, se l’amore omosessuale è intrinsecamente sterile, allora si apre la strada della “fabbricazione” dei figli, e si dovrà dunque ammettere un immaginato « diritto al figlio».

Ho ovviamente un grande rispetto per gli omosessuali, poiché a tutte le persone è stata donata la stessa dignità, e sono dunque contro qualsiasi discriminazione.
Ma sentire in trasmissione il sacerdote dire: “Non possiamo noi, a partire da qualche principio teologico, dire questo è amore o questo non è amore” ma “DOBBIAMO DISCUTERLO”, senza che qualcuno lo contraddica, con tutto il rispetto per la persona del sacerdote, ma questo discorso non potrebbe prestare il fianco ad una critica di "protestantesimo"?,

Fu proprio don Giussani a dire che "il mio parere è che certa teologia cattolica ha assunto accenti protestanti. Da dove nasce questo spirito protestante? Dalla riduzione del cristianesimo a parola (non più Dio che si fa carne, ndr.) (…) Se il cristianesimo fosse solo Parola di fronte al problema “Qual è l’ultima cattedra per interpretare questa Parola?” non si potrebbe che rispondere come ha risposto l’epoca moderna: la coscienza individuale. Questo è il protestantesimo" (da “L’io, il potere, le opere”, pag. 206).

Dicevo all’inizio che mentre scorreva la trasmissione sono stato preso dallo scoramento. Mi è però di conforto il ricordo delle parole di Paolo VI dette a Jean Guitton, l’8 settembre 1977, pochi mesi prima di morire: "C'è un grande turbamento in questo momento nel mondo della Chiesa, e ciò che è in questione è la fede. Capita ora che mi ripeta la frase oscura di Gesù nel Vangelo di san Luca: "Quando il Figlio dell'Uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla Terra?".

Capita che escano dei libri in cui la fede è in ritirata su punti importanti, che gli episcopati tacciano, che non si trovino strani questi libri. Questo, secondo me, è strano. Rileggo talvolta il Vangelo della fine dei tempi e constato che in questo momento emergono alcuni segni di questa fine. Siamo prossimi alla fine? Questo non lo sapremo mai. Occorre tenersi sempre pronti, ma tutto può durare ancora molto a lungo. Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all'interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all'interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia".

Paolo VI parlava di libri, oggi, purtroppo, dovremmo aggiungere “trasmissioni”.

Argomento: Chiesa

 Nell’ultimo anno e mezzo 341 case appartenenti a Congregazioni religiose hanno chiuso definitivamente le porte per mancanza di vocazioni, e a causa dell’età elevate dei religiosi rimasti. 
  Tradotto in altri termini, ogni giorno e mezzo ha visto la scomparsa, in qualche luogo della Spagna, di un punto di vita religiosa.

Marco Tosatti

 

In generale gli edifici restano chiusi, in attesa di un compratore, vengono dati in affitto per attività diverse; ma non mancano i casi di “occupazione” abusiva.
E’ raro che le case restino aperte, per finalità religiose diverse da quelle precedenti. I religiosi seguono la tendenza di abbandonare i paesi e di raggrupparsi in città o località di maggiore importanza; ma talvolta non si salvano neanche le case religiose delle città maggiori, e l’arrivo di religiosi e religiose da altri continenti – Africa, Asia e America Latina – non sembra influire sul fenomeno di chiusura.

 Per vedere in dettaglio i dati di questa emorragia, che colpisce ordini femminili e maschili, ma i primi con maggiore virulenza, cliccate su questo sito, Religion en liberdad . Su 341 chiusure, 270 riguardano le suore, mentre 71 hanno come protagonisti sacerdoti e frati.   

Fra gli ordini femminili, il più colpito è quello delle Figlie della carità di San Vincenzo de’ Paoli: 23 residenze chiuse a Madrid, le Canarie, Majorca, Castiglia, la Mancha, Leòn, Catalogna, Galizia, Andalusia e Comunità valenziana.
In pratica, una residenza al mese ha chiuso i battenti.
Subito dopo le francescane (16 residenze) e le domenicane, (14 residenze).  

Invece fra gli ordini maschili il triste primato delle chiusure spetta ai domenicani (14 residenze) seguiti dai Fratelli de la Salle (8 residenze). I gesuiti hanno chiuso cinque residenze in Spagna.  

Anche alla luce di questa situazione, che certamente non è isolata né unica in Europa e in America Latina, appaiono singolari, a dir poco, le nuove direttive emanate dalla Congregazione per i religiosi in materia di Istituti di vita religiosa diocesani, che tendono a limitare la libertà dei vescovi nell’approvare nuove forme di vita religiosa, sottoponendoli a un esame obbligatorio della Congregazione stessa.
Quasi che restringendo il flusso che va di sua natura in una certa direzione, si possa ridare linfa alle Congregazioni tradizionali, in evidente debito di ossigeno e di carisma.    

tratto da: http://www.lastampa.it/2016/06/12/blogs/san-pietro-e-dintorni/spagna-emorragia-di-religiosi-z0ypkx7WKbVDvgbkB6IV8M/pagina.html

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[E in America Latina il risultato è uguale: clicca su Leggi tutto]

Brasile, i muscoli dei Reborn
La Chiesa cattolica brasiliana sta perdendo la sfida nei confronti delle nuove Chiesa evangeliche. Che hanno portato a sfilare a San Paolo 340 mila persone nel giorno del Corpus Christi, in una "Marci per Gesù"
Argomento: Chiesa

 Dalla galassia postconciliarista l'odio verso il Papa santo e mariano

 NOI SIAMO CHIESA: WOJTYLA E RATZINGER? NO.
  FRANCESCO? SI’, MA…

 di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 8 giugno 2016

 Il movimento internazionale "Noi siamo Chiesa" (International Movement We Are Church IMWAC) è dal 1996 la punta dell'iceberg nel dissenso infraecclesiale. Diffuso in ca. 40 paesi e tutti i continenti, godendo di una forte e non visibile influenza sui media e su vescovi e sacerdoti, svolge un'opera intesa modificare tendenze, mentalità e idee (si veda: http://www.we-are-church.org/413/index.php/aboutus/coordinating-team ).
La sua sezione italiana ha festeggiato a Milano il 28 maggio i vent’anni di ‘Noi Siamo Chiesa’.
Proponiamo
- una trentina i messaggi augurali per un anniversario che si celebra “in una situazione che nella nostra Chiesa è ben più favorevole di prima”
- una sintesi della lunga e approfondita riflessione del coordinatore nazionale Vittorio Bellavite

 

SPUNTI INTERESSANTI SU PAPA FRANCESCO E ALTRO DAI MESSAGGI AUGURALI INVIATI DA TUTTA ITALIA (E DA LUGANO)

Prima di passare a qualche citazione di passi significativi dell’ampia relazione di Vittorio Bellavite, un accenno ai messaggi augurali pervenuti. Sono una trentina, tra i quali quello di Pax Christi.

Dalla Comunità cristiana di S. Paolo fuori le Mura: “Giunga un augurio non tanto di lunga vita, quanto che NSC possa un giorno diventare inutile perché la sua missione di pungolo alla Chiesa cattolica, e a quella italiana in particolare, possa essere giunta a compimento”. 

Da “Preti Operai” (Roberto Fiorini): “Anche se per decenni interi l’impulso conciliare poteva sembrare affossato, nella realtà una resistenza era all’opera come la brace sotto la cenere. Quello che per decenni era silenziato o ridotto a un sussurro ora possiamo gridarlo dai tetti. Ed è questo che dobbiamo fare. Uno degli effetti di papa Francesco è stato quello di sdoganare un linguaggio legittimandolo nell’ambito della Chiesa. Quando dice che ‘questa economia uccide’ oppure ‘Vorrei una Chiesa povera per i poveri’ dà voce a quanto per decenni usciva dai nostri convegni e dalle nostre esperienze”.

Da “Città dell’uomo”(associazione fondata da Giuseppe Lazzati, Luciano Caimi): “Oggi  possiamo ben dire che sotto  il potente impulso di papa Francesco, autentico dono del Signore non solo per i credenti, ma per l’intera umanità di questo ingarbugliatissimo inizio di Millennio, la Chiesa cattolica ha effettivamente incominciato a intraprendere un lungo viaggio riformatore che riguarda sì le strutture, ma soprattutto i cuori e le menti, gli stili e i comportamenti”.

Da “Dialoghi” (Lugano, Enrico Morresi): “Dialoghi, rivista libera di cristiani liberi della Svizzera italiana, ritiene ‘Noi Siamo Chiesa’ un segno dei tempi. Una Chiesa veramente evangelica non avrebbe bisogno di essere svegliata da chi deve parlare ad alta voce per farsi sentire. Ma fino a quando i masssmedia continueranno a dare la parola al cardinale Bagnasco invece che al Popolo di Dio, la presenza di ‘Noi Siamo Chiesa’ sarà ancora e sempre necessaria”.

Dal gesuita Felice Scalia (Messina): “La strisciante opposizione di due pontificati al Vaticano II non si può dire che abbia trovato un’Italia dormiente, ma pigra sì, sonnacchiosa, acritica, incline ad amare la pace degli uomini molto più che la verità dello Spirito. ‘Noi Siamo Chiesa’ è stato svegliarino, voce chiara, pungolo alle coscienze dei credenti, pur in toni rispettosi, diretti a far emergere il Vangelo, e mai con posizioni di prevaricazioni sulla gerarchia”.

Da Raniero La Valle (già senatore della ‘Sinistra indipendente’): “Mi pare che le cose (almeno in spe!) siano radicalmente cambiate con la Chiesa di papa Francesco. Mettere come chiave di tutto la misericordia vuol dire uscire dallo schema della Chiesa configurata dal diritto, che include/esclude, cataloga, riconosce o nega appartenenza. La Chiesa di Francesco dice lei per prima che noi siamo Chiesa, e non solo i laici (comprese le donne), ma i musulmani, gli indù, i copti, quelli dei centri sociali; il ‘popolo di Dio’, quello a cui si lavano i piedi, dentro l’eucarestia pasquale: non solo i credenti, è l’umanità tutta intera”.

Da Beppino Englaro (Lecco, padre di Eluana): “Grazie di cuore per il vostro attento e notevole contributo in molti incontri riguardanti libertà e diritti fondamentali di Eluana. Buon lavoro e i miei complimenti per tutto quello che state facendo per la libertà e laicità delle nostre istituzioni”.

Dal Teatro Officina (Milano, Massimo De Vita): “Le aperture che si stanno verificando sotto il pontificato di papa Francesco erano impensabili per la maggioranza delle persone. ‘Noi Siamo Chiesa’ ha avuto la forza, che è dei profeti, di dire ciò che era inaudito. E ora le nostre orecchie sentono, i nostri occhi vedono”.

Da “ww.ildialogo.org” (Monteforte Irpino, Giovanni Sarubbi): “Oggi abbiamo una Chiesa prigioniera dei propri statuti, delle proprie teologie, dei propri ministri di culto, dei propri ‘funzionari di Dio’, che sfruttano il bisogno di accoglienza, di misericordia, di aiuto che soprattutto ipoveri e gli oppressi hanno, per impinguare se stessi. E i casi di cronaca continui di preti ladri, di ordini religiosi preda del dio denaro e spesso contigui con associazioni criminali, dicono di quanta distanza c’è fra le cose che pure dice oggi papa Francesco ed il corpo reale della Chiesa di cui egli è a capo”.

 

ALCUNI PASSI SIGNIFICATIVI (SPESSO SUCCOSI) DALL’AMPIA RELAZIONE DI VITTORIO BELLAVITE (COORDINATORE NAZIONALE) SU ‘PASSATO E PRESENTE DI ‘NOI SIAMO CHIESA’

Su Giovanni Paolo II: Nella Chiesa ci siamo trovati di fronte a una guida che, per trentacinque anni, ha considerato il Concilio in linea di continuità con la storia della Chiesa. Noi siamo stati e siamo per la linea opposta, quella che sostiene che il Concilio è stata una vera svolta. Il contrasto con le posizioni di Giovanni Paolo II ha segnato i primi dieci anni di ‘Noi Siamo Chiesa’.

Su Benedetto XVI/1: All’elezione di papa Ratzinger scrivemmo subito: ‘Speravamo in una svolta nella nostra Chiesa, rischiamo ora una pesante continuità, un messaggio di chiusura, di rigidità dottrinale, pastorale e disciplinare’. I fatti ci hanno dato ragione. Non prevedevamo però la deriva nella mala gestione con Bertone protagonista. Non prevedevamo addirittura il Papa con Bush nei giardini della Casa Bianca e poi Bush nei Giardini vaticani.

Su Benedetto XVI/2: L’eurocentrismo e l’ossessione per il relativismo sono state le linee portanti di un pontificato fermo sul piano dottrinale e incapace di gestire il Vaticano e che ha trovato, come molti dicono, il suo momento migliore quando l’11 febbraio 2013 il Papa ha dato le dimissioni. Era quanto avevamo auspicato. E’ stata una desacralizzazione del Papato, aldilà di quelle che fossero le vere intenzioni di Benedetto XVI che devono ancora essere chiarite.

Rovesciamento di prospettiva: L’approccio alle ‘questione’ pastorale nell’impegno per la riforma della Chiesa ha costituito il dna di ‘Noi Siamo Chiesa’, rovesciando l’attenzione tradizionale alle norme, ai ‘valori non negoziabili’, a una morale fondata sulla casistica, valida in ogni tempo e dovunque.

Le nostre radici: Le nostre radici non sono solo il Concilio e ‘il suo spirito’. Qui Vittorio Bellavite cita tra gli altri Antonio Rosmini, Alessandro Manzoni, Ernesto Buonaiuti, Giuseppe Dossetti, Giuseppe Lazzati, Giorgio La Pira, Primo Mazzolari, Davide Turoldo, Ernesto Balducci, Mario *censura*inetti, Lorenzo Milani, Maria di Campello, Mario Rossi, Tonino Bello.

Abbiamo scritto ai vescovi, ma senza risposta salvo eccezioni: L’impegno costante lungo venti anni è stato quello di cercare di essere ascoltati. Quante volte abbiamo scritto ai vescovi per proporre, denunciare, chiedere di studiare i problemi senza che il sistema ecclesiastico pretendesse di risolverli col comodo principio d’autorità e in nome dello Spirito Santo! Non abbiamo praticamente mai ottenuto risposte, ma ricordo il vescovo di Brescia (ci ha mandato un saluto per questo nostro incontro), soprattutto voglio ricordare Loris Capovilla che è tornato proprio ieri al Padre. L’ho incontrato più volte negli ultimi anni a Sotto il Monte, ha ascoltato con estrema attenzione e più volte le nostre proposte, manifestandosi veramente come uomo del Concilio e disponibile al dialogo senza alcuna pregiudiziale.

Questioni sollevate: Ecco alcune delle questioni più importanti che abbiamo sollevato: i diritti umani nella Chiesa col padre Castillo e la fine della repressione della libera ricerca teologica, la funzione della donna nella Chiesa, il sistema di nomina dei vescovi facendo proposte (…), il problema della povertà (o almeno della sobrietà) della Chiesa e nella Chiesa (…). Solo ora cominciamo a vedere qualche risultato (per esempio sulla gestione delle risorse; sulla fine, a quanto pare, di interventi contro i teologi…)

Contro la ‘fabbrica dei santi’: Abbiamo anche espresso il nostro fastidio, che è proprio di tutta l’area ‘conciliare’, nei confronti della ‘fabbrica dei santi’. Troppi i santi, a volte con tutta evidenza personaggi discutibili, quasi sempre chierici o monache o suore: è un sistema che continua, che è parte – ben lo sappiamo – della religiosità popolare, ma al quale non si può tutto concedere, perché a volte non si tratta più neanche di devozione ma di vera e propria superstizione. Non abbiamo condiviso – lo abbiamo detto molto esplicitamente – la canonizzazione di quasi tutti i papi perché ciò significa santificare lo stesso papato. Abbiamo partecipato all’intervento del nostro fratello Abate Franzoni contrario alla canonizzazione di Giovanni Paolo II che era stata avviata alla sua morte con il ‘Santo subito’ di tutta l’ala fondamentalista della Chiesa. E Romero, bloccato per anni dalla Curia Romana, era già stato dichiarato santo dal popolo delle Americhe, mentre – dopo che papa Francesco ha sbloccato il processo canonico – non c’è stato niente di meglio che proclamarlo santo ‘per la fede’ e non santo ‘per la giustizia’ come invece egli era stato.

Campagna contro il gender…peccato sia avallata dalle parole di papa Francesco: Da due anni, in una parte del tessuto associativo del mondo cattolico, è iniziata la campagna contro il ‘gender’ (che consisterebbe nel subdolo tentativo di ridurre o anche annullare la differenza tra maschio e femmina, organizzato – a mo’ di complotto – da una forte lobby gay). Dopo aver ragionato a lungo, alla fine abbiamo diffuso lo scorso 15 gennaio un argomentato testo che dice: Il gender non esiste, la differenza sessuale invece sì  chiedendo che finisca la campagna e che ‘inizi nelle scuole un dialogo vero sulle grandi questioni dell’educazione dei giovani all’affettività’. Siamo amareggiati che questa campagna sia avallata dalle parole di papa Francesco, che, sommessamente, ipotizziamo non essere molto informato delle sue caratteristiche, almeno nel nostro Paese.

Divorziati risposati: La nostra proposta era antica. Il matrimonio che non sia più fondato sul consenso, che si sia concluso in una rottura definitiva, non esiste più, non è più sacramento. (…) Delle conclusioni di papa Francesco nella Amoris laetitia abbiamo scritto che mette da parte una morale fatta di casistica, di norme astratte valide sempre e comunque nel tempo e nello spazio. Ora tocca al popolo cristiano aprire del tutto la porta che papa Francesco ha permesso fosse socchiusa. Tutti l’hanno capito: anche se in modo tortuoso la porta aperta riguarda in particolare i divorziati risposati. Si accetta in pratica, sottovoce, il comportamento che è già praticato da un numero consistente di cattolici divorziati e risposati che si accostano all’Eucaristia sulla base di una scelta di coscienza.

L’era Ruini-Bagnasco: Dopo la fine del partito cattolico è iniziato nel nostro Paese il periodo della presenza diretta dell’episcopato nei confronti delle istituzioni. (…) Dietro il paravento di non scegliere formalmente degli schieramenti, l’era Ruini-Bagnasco, all’ombra del ‘Progetto culturale’, si è impegnata in interventi diretti su questioni specifiche ritenute di grande importanza. (…) La gestione Bagnasco non si è differenziata, se non per qualche aspetto formale, da quella Ruini. Quest’ultima è stata tutta politica (…), supponente e addirittura peggiorativa degli aspetti arretrati del papato di Giovanni Paolo II.

Unioni civili, cavallo di battaglia, no referendum, no obiezione di coscienza: Le questione delle unioni civili è stata il cavallo di battaglia dell’ingerenza clericale nei confronti dei vari progetti sostenuti in Parlamento. (…) Ora è passata, con una evidente forzatura nei modi dell’iter parlamentare, la legge sulle unioni civili. Essa è, nonostante tutto, un passo avanti e fa parte di un tentativo di modernizzazione che ora deve entrare in vigore nella gestione concreta di tipo amministrativo e, soprattutto, nell’opinione diffusa. Le ipotesi di organizzare nei suoi confronti l’obiezione di coscienza e un possibile referendum abrogativo, gestito dalla parte fondamentalista del mondo cattolico, ci trova naturalmente dall’altra parte della barricata.

Rapporti con le autorità ecclesiastiche (Avvenire, Nicora, Martini): Il 16 gennaio 1996 in conferenza-stampa viene presentato a Roma l’Appello dal Popolo di Dio. Il giorno dopo, rispondendo a un lettore, l’ Avvenire lo stronca senza pubblicare una riga del testo dell’Appello. Nel febbraio mons. Nicora, allora vescovo di Verona, manda una lettera più che pesante a tutti i suoi parroci invitandoli ad allontanare dalle chiese chi osasse chiedere adesioni. Nel gennaio 1997 a mons. Gaillot, ospite a Milano di NSC, la Curia non concesse la possibilità di celebrare in una chiesa (…); il card. Martini non lo ricevette come egli aveva chiesto.

Il quotidiano Avvenire: Ubbidiente alle direttive è stato il quotidiano cattolico, protagonista di un silenzio assordante nei confronti di ogni posizione ‘diversa’ e naturalmente, in particolare, di NSC. Il quotidiano dei vescovi, che può aver meriti per qualche campagna (per esempio sul gioco d’azzardo) o per certe pagine culturali, ha una grande capacità di manipolazione delle notizie ‘diverse’ da quelle suggerite dal vertice episcopale. E così certe informazioni sulla realtà cattolica non di regime si leggono molto meglio sulla stampa laica, perché sono taciute o ‘nascoste’ sul quotidiano che dovrebbe essere aperto a tutto quanto c’è nella realtà ecclesiale del nostro Paese.

Vescovi ‘amici’ di NSC: I nostri amici sono tre vescovi in pensione: Luigi Bettazzi, Raffaele Nogaro e Giuseppe Casale.

La Cei e NSC: Ci sono sempre delle eccezioni a una pratica ventennale. Nell’ottobre del 2007 il card. Bagnasco ha ricevuto il sottoscritto, dopo che l’incontro era stato da noi richiesto (…) E’ stato un contatto sostanzialmente formale, senza alcun seguito. (…) Nello scorso novembre NSC ha potuto essere presente, sempre su nostra richiesta, con il solo coordinatore nazionale, all’incontro della Chiesa italiana a Firenze. Abbiamo volantinato i nostri punti di vista, ascoltato e parlato e, alla fine, scritto quel che avevamo capito. Poco dopo abbiamo scritto a mons. Galantino se poteva esserci un seguito a questa nuova presenza. Ad oggi non abbiamo avuto risposta.

Martiniani, ma con prudenza/I non-rapporti con il card. Martini: Un aspetto particolare dei nostri rapporti con le autorità ecclesiastiche è stato quello dei rapporti col card. Martini. Anzi dei non rapporti. Ho già avuto modo di chiarire pubblicamente che, nonostante lettere e testi e altro, non abbiamo mai potuto interloquire direttamente. Abbiamo male sopportato lo sgarbo del mancato incontro con mons. Gaillot. Anche dopo le dimissioni abbiamo cercato un contatto. Da quello che abbiamo capito, egli era talmente sotto pressione da Roma – perché accusato di essere il cardinale che proteggeva il dissenso – che non poteva permettersi niente nella nostra direzione. Questa situazione poco piacevole non ci ha impedito di considerarci, in un certo senso e con prudenza, martiniani.

Papa Francesco/1: In poco tempo ha dimostrato quali energie ci fossero nella Chiesa. E’ semplice e facilmente condivisibile riassumere i punti di vista sui quali i cristiani ‘conciliari’ si riconobbero in Bergoglio, tutti quasi all’opposto di prima: il mondo dal sud del mondo, non dalla Baviera; la pastorale e non la dottrina come priorità (…); l’attenzione agli ‘ultimi’; lo schieramento terzomondista in politica internazionale; la fine della repressione verso le opinioni ‘diverse’ (…); il problema dell’ambiente (…); un Giubileo della Misericordia che, almeno nelle sue intenzioni, vuole essere lontano dalle devozioni e dalle indulgenze; il rilancio dell’ecumenismo (che era dormiente); il nuovo rapporto con l’islam, cancellando l’incidente di Ratisbona. E altro ancora a partire dal tentativo in corso di fare pulizia nei Sacri Palazzi e di dare nuove prospettive alla Chiesa italiana bloccata da gestioni negative. (…) Ci fu il convincimento che potevamo trovarci di fronte a una svolta, ma che le resistenze sarebbero state molto forti. E’ quello che constatiamo ogni giorno.

Papa Francesco/2: Ma è tutto semplice? Noi abbiamo mantenuto naturalmente la nostra libertà di giudizio; la riforma non trova ostacoli solo in una vasta area dell’apparato ecclesiastico, ma è anche frenata da atti del Papa, o che li subisca o che facciano parte della sua anima ‘tradizionale’. Ne elenchiamo alcuni sui quali abbiamo espresso le nostre opinioni. Condizione della donna nella Chiesa: Francesco ne parla, ma pare che sia un problema che non conosca bene e comunque ben poco ha fatto (ma se si andrà avanti per il possibile diaconato femminile, il Papa avrà fatto un passo storico). La ‘fabbrica dei santi’: tutto continua come prima. Le nomine dei vescovi: cambia la qualità (…) ma il metodo è sempre lo stesso. La riforma della Curia: per ora non va avanti niente se non l’accorpamento del settore delle comunicazioni e del settore laici-famiglia (il problema è che bisogna decentrare e non razionalizzare la Curia). La mancanza di contatti con l’area ‘conciliare’: finora ci sono stati solo pochi contatti individuali e il nostro incontro internazionale Council 50 è stato ignorato, nonostante il Papa ne fosse al corrente e noi fossimo in Piazza San Pietro all’Angelus ad aspettare di essere salutati. Ogni altro nostro tentativo di comunicazione è stato vano.

‘Noi Siamo Chiesa oggi’/Le cifre: La presenza di gruppi che in modo permanente si esprimono come Noi siamo Chiesa è molto limitata ed è soprattutto al Nord. (…) Le adesioni (o come aderente o come simpatizzante) oscillano tra le 150 e le 200. Il sito ha una media di 130 accessi al giorno e contiene 1594 testi che vi sono stati inseriti dal 1999 a oggi. Facebook ha più di 1500 iscritti.

‘Noi Siamo Chiesa oggi’/Decollo mancato: Ciò premesso è evidente che non siamo decollati. Il nostro è un piccolo movimento, che può avere grandi ragioni ma che proprio piccolo. (…) I giovani presenti nel nostro movimento sono pochi, anche la presenza femminile dovrebbe essere maggiore.

‘Noi Siamo Chiesa’/Per il domani: Per il nostro domani elenco, senza priorità, alcune questioni aperte (…) : scarsità di giovani nel nostro movimento, problemi di bioetica (eutanasia), insegnamento della religione, libertà religiosa in Italia, carenza di clero e unità pastorali, attuazione del Concilio Vaticano II e del suo spirito o auspicio di un Vaticano III, il modo e il tempo della preghiera personale e comunitaria, i prossimi 500 anni della Riforma di Lutero, il nostro rapporto con la politica italiana, identità di NSC e politica delle reti.

Argomento: Chiesa

 AZIONE CATTOLICA/
CERCANSI CATTOLICI ‘INQUIETI’… MA CHE NON DISTURBINO
 

 

Presentato giovedì 26 maggio a Roma, all’Istituto Sturzo, “Credenti inquieti” di Matteo Truffelli, presidente dell’Azione Cattolica Italiana. Tra i relatori padre Spadaro, che ha evidenziato come il laicato cattolico sia chiamato a avere gli stessi tratti caratteristici del Pontificato (ne ha indicati in particolare sei). Per Domenico Delle Foglie, direttore del Sir, l’Azione Cattolica nella squadra della Chiesa deve coprire il centrocampo per recuperare palloni a beneficio di un centrattacco “favoloso, che fa gol a grappolo”, oggi però non ancora sufficienti per vincere la partita.

 

Un appuntamento certo interessante quello di giovedì pomeriggio 26 maggio presso l’Istituto Sturzo di Roma, testimone di una lunga e intensa storia di ‘cattolicesimo democratico’: vi è stato presentato “Credenti inquieti – Laici associati nella Chiesa dell’ Evangelii gaudium” (Editrice Ave), un’ampia riflessione di Matteo Truffelli (da due anni presidente dell’Azione Cattolica Italiana) sul contributo che i cattolici impegnati in gruppi ecclesiali possono dare alla concretizzazione di una Chiesa rinnovata secondo gli intendimenti di papa Francesco. Davanti a un folto pubblico, moderati da Fabio Zavattaro (Tg1 Rai), hanno espresso le loro considerazioni sul tema padre Antonio Spadaro (direttore di La Civiltà Cattolica) e Domenico Delle Foglie (direttore del Sir, agenzia-stampa della Conferenza episcopale italiana).

Nel saluto introduttivo Nicola Antonetti, presidente dell’Istituto Sturzo, ha voluto subito evidenziare l’accordo con l’autore sulla necessità per i tempi odierni di cattolici “inquieti”, “non tiepidi, né timorosi”. E’ passata l’era di chi voleva “battezzare il Paese”. Bisogna imboccare sentieri nuovi, “ancora abbastanza ignoti” per assecondare l’esigenza di una testimonianza concreta e gioiosa in una società secolarizzata, seguendo lo stimolo di un Papa che parla “un linguaggio essenziale per istruire un nuovo laicato” cui sono chiesti compiti pure nuovi.

 

L’INTERVENTO DI PADRE ANTONIO SPADARO:
UN PAROLAME ECCLESIALESE CHE VUOL DIRE DIRE TUTTO E NULLA
NEL QUALE LA FEDE NON HA PIU' NEMICI

 

Padre Spadaro nel suo intervento ha tra l’altro elencato sei caratteristiche dell’attuale Pontificato che il laicato dovrebbe far proprie e che si ritrovano anche nel libro di Truffelli. La prima: il laicato dovrebbe essere “profetico” così da riuscire ad “animare il territorio”. La seconda:  il laicato dovrebbe essere “di incontro”, sotto il segno di un dialogo concreto, del “fare qualcosa insieme”. La terza: il laicato dev’essere “drammatico”, consapevole dei drammi che si svolgono nel mondo. La quarta: il laicato dev’essere “di discernimento” nella “dimensione della sinodalità”. La quinta: il laicato dev’essere “incompleto” nel pensiero, non deve attendersi parole definitive dal Magistero su tutti i problemi. La sesta: il laicato dev’essere “di frontiera”, cammina con una Chiesa che “non è solo un faro che sta fermo, ma soprattutto una fiaccola che si muove e raggiunge tutti, in particolare i lontani”.

Il direttore de La Civiltà Cattolica ha evidenziato come per Jorge Mario Bergoglio la Chiesa non sia “un mosaico fatto di tessere”, ma “un corpo vivente”. Cristiano è colui “che è chiamato a stare con il Signore”. E “i cristiani – diceva ad esempio ai catechisti nel 1995 – sono innanzitutto cristiani”. Non è una constatazione “banale” questa, dato che uno dei problemi più gravi della Chiesa “deriva dal fatto che gli agenti pastorali dimenticano di essere buoni cristiani”, cioè caratterizzati da una “semplicità evangelica”. Per Francesco – ha proseguito padre Spadaro – il sacramento del Battesimo ha fatto sì che fossimo un’unica famiglia. “Una delle tentazioni più subdole del Maligno” è invece la tentazione di costruire delle élites spirituali, di “sezionare” il popolo di Dio in categorie. Ma “nessuno è stato battezzato prete o vescovo” e la Chiesa “non è una setta di illuminati e di fedeli, è popolo di Dio in cammino”. Perciò Francesco parla poco di “preti, vescovi”, molto invece di “pastori” che aiutano e stimolano: “Non usa un linguaggio protestante, ma missionario”. E il “pastore” non può dare “direttive” per organizzare il laico nella vita pubblica. In tal senso non è vero – sostiene sempre padre Spadaro – che Francesco “crea confusione”, come gli viene spesso rimproverato da “molti” commentatori: “Stimola invece la libertà di discernimento”.  La Chiesa deve perciò “aiutare a crescere nella libertà, non ossessionare il popolo di Dio”. E’ questa una “visione anticostantiniana”. I cristiani “non sono chiamati a costituire una parte, un partito, che necessariamente ha un nemico”, ma a “immergersi nelle inquietudini della società”. Cristiani inquieti essi stessi e questa è per l’Azione Cattolica “una responsabilità enorme”.

 

L’INTERVENTO DI DOMENICO DELLE FOGLIE: NESSUN CENNO A VALORI NON NEGOZIABILI, SI IMPONE INVECE IL DOGMA DEL CAMBIAMENTO

Domenico Delle Foglie ha da parte sua rilevato che l’Azione Cattolica deve fare i conti con le sfide della modernità, ma non per questo “intende tradire il passato e il presente”. Nemmeno “ha voglia di ipotecare il futuro”. L’associazione, ormai centocinquantenne,  “ha contribuito a fare gli italiani”. Continuerà a esprimere questa sua vocazione? Solo “con una forte conversione interiore, che pretende di non fare come si è sempre fatto”. E qui “parlare di discontinuità è anche poco”. L’Azione Cattolica è in grado di reggere la sfida, rispondendo alle esigenze espresse da un papa come Francesco? Ce la farà a “stare al passo con lui, che ha un modo di fare completamente diverso e costruisce ponti dappertutto?”. Ha osservato il direttore dell’agenzia Sir che “se la Chiesa italiana riuscirà a diventare ‘ospedale da campo’, molto, moltissimo dipenderà dall’Azione Cattolica”. Lungo il cammino si capirà comunque chi procede con spirito missionario, “chi si attarda, chi fa resistenza”.

L’Azione Cattolica ha un vantaggio rispetto ad altri, nota Delle Foglie: ha una “natura popolare” nel suo dna. E questo le permette di “non spaventarsi” per le richieste di Francesco, che vuole “vescovo e popolo in cammino”. Un obiettivo non da poco, considerato come il cattolicesimo italiano fin qui sia stato caratterizzato dalla presenza di un “enorme” numero di associazioni. Oggi questo mondo di “intermediazioni” appare “in grande affanno”, anche perché Francesco “ha accorciato tutte le distanze, va all’essenziale della vita ecclesiale, fondata sul rapporto diretto tra il vescovo e il popolo”. La conseguenza più importante? “E’ in atto un enorme dimagrimento” di strutture intermedie, così che per la cura pastorale la Chiesa italiana proceda “verso la sobrietà e l’essenzialità”. Insomma: “Più relazione ecclesiale, meno burocrazia ecclesiale”. Certo il cammino non è facile nemmeno per l’Azione cattolica, che però “sarà della partita anche a costo di scelte dolorose come quella di staccare la spina da tanti automatismi della tradizione”. Delle Foglie, riferendosi infine a una metafora calcistica utilizzata da Truffelli (la squadra della Chiesa deve passare dal 3-5-2 difensivo al 4-3-3 offensivo) ha evidenziato che in realtà oggi la Chiesa ha un centrattacco “favoloso”, “che fa gol a grappolo”. Questo però non è ancora sufficiente per vincere. Compito dell’Azione Cattolica è quello di correre molto, recuperare palloni a centrocampo e lanciare così con regolarità il centravanti tanto dotato (del resto è di nazionalità argentina).

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Vediamo ora di citare qualche passo secondo noi particolarmente significativo del libro di Truffelli, da cui traspare bene che cosa si intenda per ‘credenti inquieti’.

 

QUALCHE CITAZIONE DA “CREDENTI INQUIETI” DI MATTEO TRUFFELLI

La prima parte del libro “L’Azione Cattolica nella Chiesa dell’Evangelii gaudium” si apre e si chiude con due citazioni - verosimilmente non casuali – di due ‘modelli’ di ‘credenti inquieti’.
Dapprima si legge che il magistero di papa Francesco è caratterizzato da una “quotidiana enciclica dei gesti”: la citazione è di mons. Nunzio Galantino, noto segretario generale della Cei, che “così ha definito con grande efficacia” l’opera del Pontefice.
Nella chiusura della prima parte spunta invece un secondo ‘modello’ di ‘credente inquieto’.

Leggiamo le righe finali: “Per questo (NdR: noi, Azione Cattolica) vogliamo stare dentro il Paese tenendo come punto di riferimento l’appello lanciato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella il giorno del suo insediamento, quando ha sottolineato con forza che per ridare al Paese un orizzonte di speranza occorre innanzitutto ricostruire quei legami che tengono insieme la società”.
Aggiungiamo noi: un modo di ‘ricostruire quei legami’? Firmare sollecitamente, alla chetichella e disinvoltamente (ignorando le tante eccezioni di incostituzionalità) la legge sciagurata sulle ‘unioni civili’… una legge certo che, come è noto, è un indubbio attore di unità del Paese… Galantino e Mattarella: numi tutelari dei ‘cristiani inquieti’. E tutto è chiaro.

Quanti problemi… ma non ne manca qualcuno? (pagg. 16-17) “Ci sentiamo fortunati a vivere questo periodo così particolare del cammino della Chiesa nella storia (…) Questo non significa, naturalmente, non accorgersi delle fatiche e delle difficoltà che segnano il passo della nostra Chiesa, delle nostre diocesi, delle nostre parrocchie, del laicato, dell’Azione Cattolica. Così come non significa non vedere i tanti drammatici problemi che avvolgono e scuotono il mondo, i tanti focolai di violenza, gli spazi di ingiustizia, le difficili condizioni di vita in cui si trovano tante persone, famiglie e comunità, tanti popoli. Sappiamo quante famiglie nella vita di tutti i giorni devono fare i conti con una crisi economica che non allenta a sufficienza il suo morso, siamo consapevoli che la vita della nostra società è spesso rallentata da un tracollo della credibilità della politica e delle istituzioni che non sembra trovare via d’uscita, non ci stanchiamo di denunciare lo scandalo della piccola e grande criminalità, della piccola e grande corruzione che infetta la nostra convivenza civile, seguiamo con sgomento gli eventi mondiali, con le tante tragiche situazioni di guerra, di ingiustizia e di povertà, ci sentiamo chiamati in causa dal dramma delle migrazioni, un’inaccettabile ferita dell’umanità, e allo stesso modo ci turba profondamente la persecuzione dei cristiani in tante zone del mondo”.

Un elenco di problemi (anche ridondante come è facile constatare), quello del presidente dell’Azione Cattolica Italiana, in cui emergono dimenticanze singolari, che verosimilmente sono connaturali ai ‘credenti inquieti’. Non sono problemi gravi lo sfascio della famiglia (cui, a dire il vero, hanno contribuito e contribuiscono noti legislatori, ‘credenti inquieti’), lo stravolgimento dell’identità umana con le teorie del gender, la piaga dell’aborto, il flagello della droga, l’avanzare dell’eutanasia? Si vede che non sono così gravi per il ‘credente inquieto’ di Truffelli. 

 

Famiglia? Niente bandiere… solo quella bianca (pagg. 60-62). “E’ tempo di essere irrequieti, non tiepidi, né timorosi”, si legge a pagina 21. Ecco alle pagine 60-62 come interpreta gli aggettivi, riferiti al comportamento da tenere in materia di famiglia, il presidente galanto-mattarellico dell’Azione Cattolica Italiana.

Sappiamo che il tema della famiglia è coinvolto in una serie di dibattiti pubblici legati a questioni complesse, che toccano nel profondo la vita delle persone e che proprio per questo riguardano direttamente l’idea di bene di cui vogliamo farci promotori. Siamo consapevoli che questi temi ci interpellano, sfidandoci a un modo di dialogare e di ‘fare opinione’ che deve rifuggire dal ridurre questioni di una delicatezza estrema a bandiere ideologiche (NdR: e ti pareva!) da piantare nel campo avversario per ragioni a volte strumentali (NdR: e ti pareva!), perché esse coinvolgono direttamente gli aspetti più fondanti e decisivi dell’umano, le sue aspirazioni più profonde: il bisogno di amare e di essere amati, il desiderio di vedere riconosciuta la propria identità e la propria capacità di intessere relazioni profonde, l’aspirazione ad avere dei figli. Dimensioni dell’umano che chiedono, innanzitutto, di essere trattate con cura, prudenza, rispetto, non solo nelle cose che si dicono, ma anche nei toni, nelle parole e nei gesti con cui ci si esprime (NdR: e ti pareva!). 

Il presidente dell’Azione Cattolica Italiana prosegue, stavolta aggiungendo all’incenso sparso a piene mani la solennità di un pronunciamento ex-cathedra:
E’ questo l’atteggiamento che vogliamo concorrere a costruire nel Paese, senza pere questo rinunciare a dire con precisione (NdR: bum bum bum!) quale pensiamo che sia il bene delle persone, cercando i toni giusti per portare un contributo costruttivo, libero e sereno alla riflessione su quale sia l’autentica via di realizzazione dell’umano (NdR: bum bum bum bis!).
Con il desiderio sincero di costruire un dialogo vero e costruttivo (Ndr: ma quanto è ridondante il presidente dell’Azione Cattolica!) con chi la pensa diversamente. Non è facendo di questi temi una trincea oltre cui sta il nemico che potremo sperare di progettare insieme il futuro della nostra società (Ndr: tiè, così voi guerrafondai – solo a dir la verità alcune centinaia di migliaia di cattolici del Family Day, non certo le decine di milioni che affollano le manifestazioni dell’Azione Cattolica -  siete serviti di barba e capelli). (…)
Non vogliamo affrontare questi temi sul piano del confronto tra slogan e pregiudizi
(NdR: non si era ancora capito). Sentiamo forte la responsabilità di fare il possibile per favorire e accompagnare processi di confronto autentico tra modi di vivere differenti, sotto il segno della comune passione per l’umano”.

 

Qui ci fermiamo.
‘Credenti inquieti’? E come no…basta non disturbino gli italici manovratori e i loro equilibri consolidati! Tutto cambia… ma tutto resta.

Argomento: Chiesa

Sono una mamma e una catechista e ho abbandonato il catechismo…

 

Sono una mamma e una catechista e ho abbandonato il catechismo, che tanto amavo, due anni fa per due motivi: il disgusto per la diserzione dal catechismo della Chiesa Cattolica e per non trascurare la famiglia (ho tre bimbi molto piccoli). Evidentemente a Nostro Signore non manca la fantasia per richiamare in riga i suoi figli.

Accade che in una mattina come tante, nel tranquillo svolgersi del tran tran quotidiano, suona alla mia porta una mamma della nostra parrocchia; viviamo in un paesino sulle colline della diocesi di Torino, e mi dice che deve parlarmi del catechismo.

La mamma in questione, insieme ad altre, già da qualche mese mi fermava per strada per lamentarsi del catechismo, ma quello che fino a ora era stato improvvisato e oggetto battute da strada, ora stava diventando una formale richiesta di aiuto.

Nella mia parrocchia – e non solo qui – quello che viene chiamato catechismo, negli anni è andato incontro a un degrado imbarazzante: si tratta di quel percorso di “iniziazione cristiana”  – così come si ama chiamarlo nelle diocesi e sui testi della CEI – in cui ci si avvicina ai Sacramenti: confessione in terza elementare, prima Comunione in quarta e Cresima in prima media. Il tutto affidato alla buona volontà di pie signore, perlopiù esse stesse a digiuno di catechetica, la cui formazione è affidata, nella migliore delle ipotesi, a qualche ritiro annuale in cui di tutto si parla fuorché di Catechismo.

Anni e anni avanti così. Poi un giorno ci si accorge che qualcosa non va. Qualcuno in parrocchia si rende conto dell’emergenza: le famiglie sono scristianizzate, i ragazzi arrivano a otto anni a completo digiuno della vita della fede, le catechiste si improvvisano e le lezioni si trasformano in perfette partite di pugilato. Si urla tutta l’ora. I ragazzini ridono sguaiatamente in faccia alla catechista, lei va nel pallone, perde la concentrazione e dimentica persino il Padre Nostro. Quando va bene si riesce a far loro disegnare una pecorella smarrita da appendere in Chiesa nel cartellone dell’ultim’ora. Ci si accorge che in prima media, alle soglie della Cresima, non sanno definire la persona di Dio, non sanno nulla della Trinità e via così.

E così una suora e una laica sono incaricate dal parroco di studiare nuove strategie per porre fine a questa babilonia e riprendere finalmente in mano le redini della formazione dei giovani, anche su invito del Vescovo che invia un lungo documento, un vademecum, rivolto alle parrocchie, in cui dottamente si illustrano scopi, fini,  obiettivi, criticità, consigli, speranze e auspici riguardo la formazione dei ragazzi.

Alla fine viene concepita a tavolino la seguente machinatio: decine di onerosissimi incontri serali con i genitori dei bambini di seconda elementare inermi e perlopiù agnostici, mirati al riavvicinamento. Si ipotizza di suscitare in essi un desiderio di avvicinamento alla fede che possa poi essere importato in famiglia e trasmesso ai figli e, mira assai più ambiziosa, di creare una sorta di “vivaio” in cui allevare possibili futuri catechisti (roba che solo il Santo Curato d’Ars…). Queste serate si svolgono in un tale vuoto di sostanza cristiana che si trasformano sì in un vivaio, ma di rancore e astio misti a noia mortale, che sono ben lontani dall’avvicinare le famiglie alla Grazia di Nostro Signore.

Le povere vittime, dopo aver accettato di partecipare tutto l’anno a questi incontri, in obbedienza ai dettami del parroco,  per una commovente residua fedeltà alle tradizionali tappe dell’iniziazione cristiana, a fine anno tentano di parlare con chi ha tenuto le serate per far presente che questo sistema è fallato in partenza. Che non hanno imparato nulla, che si sono pagate pure la baby sitter e che sono più lontane di prima dalla fede cristiana. Se ne accorgono persino loro, che non vanno in chiesa da anni, che hanno dimenticato quasi tutto della loro fede, che sono magari battezzate e sposate in chiesa  ma, immerse nella mentalità del mondo come la maggior parte delle famiglie moderne, ormai allergiche al “dogma”, guardano con sospetto la Chiesa e la sua dottrina. La tanto vituperata dottrina che qualche illustre teologo e monsignore si preoccupano con solerzia di montare e smontare a piacimento nell’illusione di non urtare la sensibilità dei cattolici ormai adulti. I quali invece, in un paradosso esemplare, tristi e sconsolati di fronte alle macerie di una Chiesa che intuiscono in decadenza, supplicano i loro carnefici di riportali ad essa (alla dottrina) e si trovano di fronte a un rifiuto categorico. E qui il carnefice diventa castigo a se stesso, come dice l’ottimo Alessandro Gnocchi, perché impossibilitato dalle proprie scelte a fare ritorno alla retta via.

Quando le famiglie vengono in contatto con questi salotti dall’aria fritta che sono le parrocchie, avvertono che lì dentro si respira male, che non c’è spazio per la Verità, che qualcuno li sta prendendo in giro. Provano ad abborracciare una protesta ma il sistema li rigetta. La parrocchia risponde nisba, il catechismo (quello vero, tradizionale)  non te lo insegno, nemmeno se mi supplichi in ginocchio. Ne a te, né ai tuoi figli. Punto. Meglio leggere i salmi (?!) e commentarli a braccio per decine di incontri, continuando a tenervi all’oscuro di tutte le più semplici e palesi verità della nostra fede.

Così i genitori si ricordano di me, che sono solo una poveretta che per cinque anni ha tentato di spiegare ai bambini alla “bene e meglio” chi è Dio, perché ci ha creati, cos’è la Creazione, il peccato originale, i dieci Comandamenti, chi è Gesù, perché è morto in croce, cos’è il segno della Croce, i Sacramenti, la S. Messa, la Madonna, gli angeli e i santi. Tutti argomenti tabù, soprattutto se trattati con verità, semplicità e devozione, senza quegli intellettualismi o, peggio, dissacranti banalizzazioni, che invece di avvicinare non fanno che suscitare legittimo scetticismo.

Mi chiedono di fare lezioni di catechismo vero ai loro figli. Fuori dal circuito parrocchiale. Da privatisti. Di insegnare loro ad avere un rapporto vero con Dio, così che poi, parole testuali, “saranno poi loro a portare a messa noi”.

Quasi quasi mi ci butto, penso. In fondo non vedevo l’ora di ricominciare il catechismo e avevo una certa riluttanza però, a pensare di rientrare nel giro vizioso della parrocchia.

Epilogo:

Dopo qualche settimana, le mammine arrabbiate vanno dal parroco, per tentare un ultimo approccio. Gli parlano a cuore aperto e viene fuori che io esisto e che sono disponibile. A quel punto il nemico esce allo scoperto e la mia figura, con tutti i miei metodi (chissà quali poi) vengono messi al bando palesemente dal parroco il quale spiega chiaramente alle mamme che il mio metodo è scaduto, non è più valido, è dogmatico e non viene più utilizzato nelle parrocchie dunque, se non vogliono uscire dal giro e, in poche parole, se vogliono i sacramenti per i loro figli, occorre rimanere nell’alveo della diocesi. Punto.

Apostasia della Chiesa. Un parolone che da giovane non capivo tanto.

Ora so cos’è.

Non credo che finirà qui. Rimango in attesa fiduciosa degli eventi nella preghiera.

A.P.

Argomento: Chiesa

 CL/ CARRON: ROTTAMATORE CHE STRAVOLGE GIUSSANI E SPACCA IL MOVIMENTO?
di GIUSEPPE RUSCONI

 

La ‘svolta religiosa’  impressa da don Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, sta creando amarezza e preoccupazione dentro il movimento originato dalla passione di don Luigi Giussani. Ne diamo conto, riferendo delle critiche argomentate ormai non più sotterranee , ma sempre più esposte apertamente da chi vuole restare fedele agli insegnamenti del fondatore. Don Carron si fa forte dell’appoggio di Francesco, ma rischia di perdere una parte non trascurabile di Comunione e Liberazione. 

 

In principio fu il Picconatore, epiteto attribuito, a partire dal 1989, all’allora  presidente della Repubblica italiana Francesco Cossiga, costituzionalista e grande amante dei soldatini di piombo da collezione. Da qualche anno va di moda piuttosto l’epiteto gemello, il Rottamatore. Ad esempio c’è chi a Palazzo Chigi rottama alcune fondamentali procedure democratiche, come s’è constatato durante l’iter dello sciagurato disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili (e qui ha dato manforte anche la garrula ministra). Nessuna meraviglia, dato che a Palazzo Chigi si rottamano occasionalmente anche storia e geografia, come è emerso dalla conferenza-stampa di venerdì 15 aprile, in cui il premier ha annesso all’Italia addirittura il San Gottardo – e conseguentemente l’intero Canton Ticino – inserendo il nuovo tunnel ferroviario di 57 chilometri (tra Erstfeld e Bodio, inaugurazione: primo giugno) tra le “tre opere strepitose di collegamento con l’Europa” rivendicate dal suo governo.

C’è anche chi, stavolta in ambito ecclesiale, si dà da fare giorno dopo giorno per rottamare gaudiosamente punti fondamentali della dottrina cattolica. Per restare in quest’ultimo ambito, di Rottamatori ne spuntano anche là dove le radici sembravano profonde. Sembra questo essere il caso di “Comunione e liberazione” (CL), felice intuizione di esperienza comunitaria cristiana che don Luigi Giussani incominciò a concretizzare nel 1954, irradiandola dal Liceo Berchet di Milano. Da esterni al movimento, per CL abbiamo sempre nutrito simpatia: soprattutto pensando ai tanti volontari (del Meeting e nella quotidianità), al forte, solido e creativo impegno in ambito scolastico per la piena valorizzazione della persona umana, alla Marcia notturna di fede e di canti da Macerata a Loreto, alla testimonianza pubblica – data in tante occasioni anche con spirito battagliero - di fedeltà ai valori della Dottrina sociale della Chiesa, all’aiuto concreto a Solidarność e ai dissidenti al di là del Muro, all’attività feconda dei suoi missionari in ogni parte del mondo. Nessuna simpatia invece per le propaggini politico-affaristiche (e sempre opportunistiche) del movimento, evidenziatisi poi come nefaste a causa di squallide vicende non solo economiche.

Da qualche tempo tuttavia a noi, osservatori esterni, i comportamenti pubblici di CL appaiono mutati, conseguenza delle nuove scelte del successore di don Giussani, lo spagnolo don Julian Carron. Tale mutazione ha suscitato e suscita nel movimento non poche perplessità, tanta preoccupazione, tanta amarezza: l’appunto principale che sempre più spesso viene addebitato a don Carron è di aver stravolto l’eredità lasciata da don Giussani, utilizzandone à la carte l’insegnamento. Per di più facendosi scudo di papa Francesco, che l’ha ricevuto il 14 aprile in un’udienza – si sente dire nel movimento – chiesta in primo luogo per rinsaldare la propria autorità assai contestata nel mondo ciellino (quello superstite naturalmente: è ancora consistente, ma alcuni se ne sono già andati, altri sono sul piede di partenza e al vertice, attorno a don Carron, sono restati soprattutto gli immarcescibili gattopardi, oltre ai turiferari massmediatici).

Partiamo da non troppo lontano per evidenziare alcuni momenti di quella che appare (anche se non lo si vuole riconoscere pienamente) una grave crisi interna di CL, originata appunto dalla ‘svolta’ impersonata da don Carron.

FAMILY DAY DEL 20 GIUGNO 2015 A PIAZZA SAN GIOVANNI. I vertici ciellini scrivono, in una nota interna - citando tra l’altro il molto controverso segretario generale della Cei mons. Nunzio Galantino – che “l’iniziativa del 20 giugno (…) non sembra adeguata a favorire il necessario clima di incontro e di dialogo con chi la pensa diversamente”. Ma a piazza San Giovanni ci saranno comunque alcune decine di migliaia di ciellini, anche con striscioni e cartelli. 

MEETING DI RIMINI 2015. Nello stand dei domenicani si discute della nefasta ideologia gender, presentando tra l’altro il libro di padre Giorgio Maria Carbone “Gender-L’anello mancante”. Due giornalisti di “Repubblica” denunciano con gran disdegno alcune affermazioni (scientifiche) di padre Carbone in materia. I dibattiti vengono sospesi d’autorità dalla direzione del Meeting per “evitare la sovrapposizione di dibattiti ed eventi nel già ricco programma della manifestazione”. Non c’è chi non veda nella giustificazione un tentativo pienamente riuscito di emulare le prodezze del Tartufo di Molière. 

FAMILY DAY DEL 30 GENNAIO 2016 AL CIRCO MASSIMO. In un lungo intervento pubblicato dal “Corriere della Sera” del 24 gennaio don Carron mette esplicitamente sullo stesso piano chi sostiene il ddl Cirinnà e chi lo contrasta e giunge a sentenziare che “chi ritiene che questo (il ddl Cirinnà) mini le basi della società si oppone spesso con lo stesso accanimento, senza riuscire a sfidare minimamente, anzi, alimentando, la posizione che combatte”. Ma al Circo Massimo ci saranno comunque alcune decine di migliaia di ciellini, anche con striscioni e cartelli.

 

DOPO IL 27 FEBBRAIO 2016, DATA DELL’ASSEMBLEA DEI RESPONSABILI DI COMUNIONE E LIBERAZIONE IN ITALIA, SVOLTASI A PACENGO DI LAZISE (VERONA), CON L’INTERVENTO DI DON CARRON DAL TITOLO “UNA PRESENZA ORIGINALE”

 

a) una lettera (con due allegati) di don Mangiarotti e di ‘un gruppo di amici’. In una lettera ad alcuni vescovi, il battagliero don Gabriele Mangiarotti (responsabile dell’Ufficio per la pastorale scolastica e la cultura della diocesi di San Marino-Montefeltro, creatore del sito www.CulturaCattolica.it, ciellino da 54 anni) e “un gruppo di amici preoccupati della deriva del Movimento di Comunione e Liberazione” evidenziano impietosamente alcuni punti critici dell’intervento di don Carron. Ad esempio: “Il riferimento non è affatto la Dottrina sociale della Chiesa (spesso travisata nei suoi contenuti), ma una situazione letta in modo parziale e discutibile”. Ancora: “La storia della Chiesa e del movimento sembra avere una lettura difforme da quanto imparato da don Giussani (basti pensare al giudizio sul Sillabo e sulla libertà religiosa, come pure alla fine dell’epoca costantiniana). C’è di più: “Nessuno, invocando un impegno a proposito della legge Cirinnà, ha mai preteso di imporre la morale con la legge (civile). Conclusione: “Gli esiti educativi sono preoccupanti. Non solo numericamente, ma per una rinuncia alla presenza nel mondo con la propria identità. Per parafrasare mons. Scola, sembra che la testimonianza si riduca “al necessario buon esempio”, accettando conseguenze nefaste per la vita umana”. Viene a proposito quanto detto da alcuni giovani: “Non ci interessa il compromesso, non siamo al mondo per evitare il meno peggio o evitare lo scontro. Siamo al mondo per testimoniare, e se qualcuno ci attacca non lo lasciamo passare, offriamo l’altra guancia ma restando dritti e fermi”. 

Nello scritto di don Mangiarotti e del gruppo di ciellini preoccupati si rilevava anche che “l’intimismo non è presenza, per l’intensità e la verità che diamo a questa parola. Nelle catacombe si crea un proprio ambito, quando non si può fare assolutamente in modo diverso e si è nel dolore dell’attesa di una manifestazione”. Infatti “la modalità della presenza è resistenza all’apparenza delle cose ed è contrattacco alla mentalità comune, alla teoria dominante e alla ideologia del potere”.

 

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Argomento: Chiesa

“Amoris Laetitia”: Mons. Livi parla ai penitenti e ai confessori

Nello scorso mese di aprile, in onore alla schiettezza e lealtà ecclesiale di Santa Caterina da Siena, Mons. Antonio Livi ha tenuto una conferenza presso la Basilica di San Giovanni alla Porta Latina, organizzata dalla “Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis”. Pubblichiamo la trascrizione dall’orale, approvata dall’autore, nella certezza che il suo contenuto contribuirà a far chiarezza fra tanti laici (ma forse anche fra tanti sacerdoti) che oggi si sentono smarriti.

 

Dottrina morale e prassi pastorale nella “Amoris laetitia


Cari amici,

mi avete chiesto di spiegare in termini semplici a voi, laici – ma vedo anche nell’uditorio dei confratelli e quindi dei confessori -, perché un sacerdote (e teologo) come me ha pubblicamente criticato, in varie occasioni e in varie sedi, l’esortazione apostolica Amoris laetitia di papa Francesco. Mi accingo dunque a spiegare a voi, con la massima schiettezza, il contenuto e le vere motivazioni ecclesiali di queste critiche, che sono naturalmente prudenti nel merito, rispettose nella forma e responsabili nelle intenzioni. Premetto, per cominciare, quello che dice la Chiesa stessa, in un celebre documento della Congregazione per la Dottrina della fede, pubblicato nel 1990 a firma dell’allora prefetto, cardinale Joseph Ratzinger:

«Il Magistero, allo scopo di servire nel miglior modo possibile il Popolo di Dio, e in particolare per metterlo in guardia nei confronti di opinioni pericolose che possono portare all’errore, può intervenire su questioni dibattute nelle quali sono implicati, insieme ai principi fermi, elementi congetturali e contingenti. E spesso è solo a distanza di un certo tempo che diviene possibile operare una distinzione fra ciò che è necessario e ciò che è contingente. La volontà di ossequio leale a questo insegnamento del Magistero in materia per sé non irreformabile deve essere la regola. Può tuttavia accadere che il teologo si ponga degli interrogativi concernenti, a seconda dei casi, l’opportunità, la forma o anche il contenuto di un intervento. II che lo spingerà innanzitutto a verificare accuratamente quale è l’autorevolezza di questi interventi, così come essa risulta dalla natura dei documenti, dall’insistenza nel riproporre una dottrina e dal modo stesso di esprimersi […]. In ogni caso non potrà mai venir meno un atteggiamento di fondo di disponibilità ad accogliere lealmente l’insegnamento del Magistero, come si conviene ad ogni credente nel nome dell’obbedienza della fede. Il teologo si sforzerà pertanto di comprendere questo insegnamento nel suo contenuto, nelle sue ragioni e nei suoi motivi. A ciò egli consacrerà una riflessione approfondita e paziente, pronto a rivedere le sue proprie opinioni ed a esaminare le obiezioni che gli fossero fatte dai suoi colleghi. Se, malgrado un leale sforzo, le difficoltà persistono, è dovere del teologo far conoscere alle autorità magisteriali i problemi suscitati dall’insegnamento in se stesso, nelle giustificazioni che ne sono proposte o ancora nella maniera con cui è presentato. Egli lo farà in uno spirito evangelico, con il profondo desiderio di risolvere le difficoltà. Le sue obiezioni potranno allora contribuire ad un reale progresso, stimolando il Magistero a proporre l’insegnamento della Chiesa in modo più approfondito e meglio argomentato»(Congregazione per la Dottrina della fede, Istruzione Donum veritatis sulla vocazione ecclesiale del teologo, 24 maggio 1990, nn. 24; 29-30).

Io conosco bene questo documento, e l’ho studiato per anni. L’ho utilizzato soprattutto per denunciare l’abuso del titolo di “teologo” da parte di chi si ribella per principio agli insegnamenti definitivi del Magistero e pretende di ri-formulare il dogma cristiano (cfr Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa”, Leonardo da Vinci, Roma 2012). Ma ora devo rifarmi proprio a questo documento per legittimare i miei interventi critici di fronte alle tante ambiguità (nell’indirizzo pastorale) e alla evidente deriva relativistica (nella dottrina morale) che caratterizzano, purtroppo, molti gesti e molti discorsi di questo Papa e in particolare l’esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia. Sono rilievi critici suggeriti sempre soltanto dalla responsabilità ecclesiale che mi impegna – come sacerdote e come teologo – soprattutto di fronte a quei fedeli che sovente manifestano in pubblico il loro turbamento e in privato mi confidano il disorientamento delle loro coscienze, pensando anche a quei fedeli che posso immaginare che siano addirittura indotti alla perdita del senso del peccato –  essendo  esso la coscienza di essere tutti peccatori, unitamente alla convinzione che solo la grazia sacramentale, una volta avviata la conversione interiore, può redimerci e garantirci la salvezza eterna.
Parto dal presupposto che la “nota teologica” di questo documento pontificio sia proprio quella indicata nel n. 30 della dichiarazione Donum veritatis, e quindi limito le mie critiche alla “forma” dell’esortazione e alla sua opportunità pastorale, date le premesse storico-ecclesiastiche e le conseguenze nella formazione della coscienza dei fedeli. Le premesse storiche sono molto significative: il Papa ha fatto sua una delle due opinioni formalmente espresse dai padri sinodali (quella dei cardinali Schoenborn, Marx, Baldisseri e Kasper, e dei vescovi Forte e Semeraro, tutti favorevoli a un cambiamento radicale della prassi pastorale e dei suoi presupposti dottrinali), non tenendo minimamente conto dell’opinione di quanti (come i cardinali Müller, Caffarra, Burke, De Paolis, Sarah) avevano insistentemente criticato l’ipotesi della concessione della Comunione ai fedeli in stato di pubblico scandalo per aver divorziato davanti al tribunale civile e per aver istituito una convivenza more uxorio (la quale configura canonicamente il “pubblico concubinato”), dopo aver contratto un invalido e finto nuovo matrimonio, sempre davanti al tribunale civile.

Per queste concrete circostanze, l’esortazione apostolica post-sinodale era un documento molto atteso per conoscere le indicazioni della Chiesa dopo i due Sinodi dei vescovi sulla famiglia e la ridda di interpretazioni da parte dei vescovi favorevoli al mantenimento della disciplina attuale e di quelli che chiedevano un cambiamento radicale. Ma l’attesa di un chiarimento è stata delusa.

Alcune parti del documento papale – quelle che sono dedicate a illustrare i nuovi criteri pastorali – sono caratterizzate dall’ambiguità dell’enunciato, un’ambiguità che genera gravissimi equivoci di interpretazione proprio riguardo a ciò che Francesco vuole che sia fatto in pratica, all’atto di decidere che cosa suggerire o prescrivere ai fedeli che manifestano l’intenzione di accostarsi all’Eucaristia pur trovandosi in una situazione irregolare. I termini «misericordia», «accompagnamento» e «discernimento», pur ripetuti tante volte, non sono mai spiegati in modo da far capire se sono davvero la cifra di una nuovissima prassi (nel qual caso avrebbero ragione quelli che hanno parlato di una «novità rivoluzionaria») oppure sono semplicemente sinonimi di quello che le leggi ecclesiastiche vigenti e i documenti dell’ultimo Concilio chiamano la «carità pastorale», non diverso, sostanzialmente, da ciò che si ritrova nella dottrina teologico-pratica di un dottore della Chiesa come sant’Alfonso Maria de’ Liguori (autore tra l’altro della Praxis confessarii ad bene excipiendas Confessiones), il cui positivo riscontro pastorale è ben visibile nell’esempio dei santi (si pensi al Curato d’Ars nell’Ottocento o a padre Pio e a padre Leopoldo nel Novecento).

Per di più, l’aspra ma generica polemica del Papa contro quelli che a suo avviso sarebbero dei rigoristi dal cuore duro, dei formalisti senza carità, addirittura dei «farisei», lascia intendere che il Papa ha non solo favorito una delle due opinioni emerse nella discussione sinodale – quella dei riformisti – , ma ha anche tolto ogni  credibilità a coloro che avevano presentato ponderose e documentate obiezioni alle proposte di riforma (e pensare che tra questi oppositori c’era addirittura il prefetto della Congregazione per la dottrina  della fede!).  Per di più, avvalendosi di questa (voluta) ambiguità del documento pontificio, molti vescovi si sono precipitati a dichiarare che il Papa con questa esortazione apostolica veniva a legittimare una prassi «misericordiosa» (cioè permissiva, o meglio lassista, anzi irresponsabile) che essi già avevano consentito nelle rispettive diocesi, in disobbedienza alle leggi  canoniche vigenti.

Allo stesso tempo, il cardinale americano Burke e il vescovo kazaco Schneider dichiaravano ai giornalisti che l’esortazione apostolica di papa Francesco non era da prendere come documento del Magistero, tanti erano i riferimenti dottrinali confusi o addirittura erronei che essa conteneva. Insomma, l’opinione pubblica cattolica è stata indotta a ritenere che il Papa abbia voluto abrogare la dottrina cristiana circa l’indissolubilità del matrimonio e la necessità dello stato di grazia per accedere alla Comunione. E, di fronte a questa (presunta) “rivoluzione” dogmatica, molti hanno provato sgomento, ritenendo che papa Francesco sia stato ingannato dai suoi consiglieri e abbia avallato l’eterodossia, mentre altri hanno gioito ritenendo che finalmente la Chiesa aveva messo da parte l’ortodossia dei conservatori per concedere piena libertà alle dottrine teologiche più avanzate, più consone ai nuovi tempi e alla mentalità dell’uomo di oggi.

La Chiesa, nella sua storia bimillenaria, ha vissuto tante vicende drammatiche. La storia ecclesiastica narra di diverse epoche di confusione e di scisma, persino di pontefici che con la loro condotta di vita hanno scandalizzato. Papa Francesco certamente non lo fa con la sua condotta personale, ma la dottrina teologica che egli favorisce, questa sì che scandalizza, nel senso biblico del temine, nel senso che è una “pietra di inciampo” per la fede dei semplici e disorienta le coscienze di tanti.

Questa confusione e questo disorientamento della coscienza dei comuni fedeli è il risultato – forse voluto, forse imprevisto, anche se facilmente prevedibile – dell’ambiguità strutturale del documento pontificio. Ed è il motivo per il quale io ne parlo, evidenziandone gli aspetti critici: non per mancare di rispetto al Magistero, né per prendere le parti dei conservatori contro i progressisti nella disputa ideologica che affligge la Chiesa da tanto tempo, e tanto meno per voler contrapporre alla dottrina del Papa – che dovrebbe esprimere e interpretare con autorità divina il dogma della fede – una mia opinabile dottrina teologica: ma solo per responsabilità pastorale nei confronti dei fedeli che da siffatta situazione non possono non subire danni gravissimi nella loro coscienza di fede, sia riguardo al dovere di obbedire all’autorità ecclesiastica lì dove essa comanda espressamente e lecitamente, sia riguardo al dovere di rispettare la natura divina dei segni sacramentali, evitando ogni rischio di profanazione e di sacrilegio.

A voi che siete qui presenti, laici e quasi tutti regolarmente coniugati, mi rivolgo con un accorato appello: non pensate che  il documento pontifico, in materia di Sacramenti (Matrimonio, Penitenza, Eucaristia), vi obblighi a credere qualcosa di diverso da quello che avete sempre creduto, né difare qualcosa di diverso da quello che avete sempre fatto. Anzi, vi dirò di più. L’esortazione apostolica non è una nuova legge ecclesiastica: non comanda alcunché ad alcuno nella Chiesa cattolica; è, appunto, soltanto un’esortazione, un invito, un incoraggiamento, rivolto ai Pastori (vescovi e presbiteri) perché pratichino il loro ministero con attenzione alle situazioni specifiche dei loro fedeli, aiutandoli anche con la direzione spirituale personale (il “foro interno”) e sempre con spirito di misericordia. Dunque sono soprattutto i sacerdoti in cura d’anime a dover applicare al loro quotidiano servizio (catechesi e amministrazione dei sacramenti) i criteri indicati dal Papa. Sono io, e con me tutti i miei confratelli nel sacerdozio, sotto la guida del rispettivo vescovo, a dover recepire e attuare questi consigli pastorali, senza mettere da parte – nessuno me lo può chiedere, e il Papa non me lo ha chiesto – i criteri teologico-morali e le norme canoniche vigenti, ossia i criteri di base, sempre validi, con i quali ho esercitato il ministero della Confessione fino a oggi, nei miei 55 anni di sacerdozio. Questi  criteri  mi impediscono di fraintendere (o di intendere secondo l’interpretazione dei “riformisti e progressisti”) alcuni passi ambigui dell’esortazione apostolica, che ora leggo con voi, per poi fornirne l’unica interpretazione ammissibile dal punto di vista di una prassi sacramentaria rispettosa del dogma e dei principi morali definitivamente stabiliti dalla Chiesa.

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Argomento: Chiesa

Una grande battaglia in difesa della fede e della morale è in corso nel mondo e i cristiani d’Africa sono in questo momento in prima linea.
Pronti a respingere il tentativo d’introdurre qualsiasi ideologia contraria alla Dottrina della Chiesa, dall’”apertura” ai divorziati risposati a quella all’omosessualità.
«Che ci si ascolti no, noi parleremo e si udirà la nostra parola», ha assicurato il card. Robert Sarah, rifiutando in blocco la linea kasperiana.

di Roberto de Mattei

 

Sta nell’Africa il futuro della Chiesa cattolica? La domanda è legittima, alla vigilia di un Sinodo sulla famiglia che vedrà convergere vescovi da ogni parte del mondo, con concezioni del mondo e strategie spesso divergenti. Un blocco di vescovi centro-europei vuole portare avanti, come è noto, le tesi del cardinale Kasper di apertura ai divorziati risposati. Queste tesi sono state respinte da cinque cardinali e quarantacinque vescovi di altrettanti Paesi africani che si sono riuniti ad Accra, la capitale del Ghana, dall’8 all’11 giugno per un simposio dal titolo: La famiglia in Africa.

Quali esperienze e quali contributi per la XIV assemblea ordinaria del sinodo dei vescovi?. «Tutti alla luce del sole – commenta Sandro Magister – non quasi in segreto come alcuni loro colleghi della Germania, della Francia e della Svizzera, che si erano dati appuntamento un po’ di giorni prima nella Pontificia Università Gregoriana di Roma». In entrambi i casi per i convenuti il movente era il medesimo: preparare la prossima sessione del Sinodo sulla famiglia. Ma mentre alla Gregoriana l’obiettivo era il cambiamento degli ordinamenti della Chiesa sul divorzio e l’omosessualità, ad Accra l’orientamento è stato l’opposto.

La linea di marcia l’ha indicata fin dalle prime battute il cardinale guineano Robert Sarah, prefetto della congregazione per il culto divino: «Non avere paura di ribadire l’insegnamento di Cristo sul matrimonio[...] parlare in sinodo con chiarezza e con una sola voce, con amore filiale per la Chiesa[...] proteggere la famiglia da tutte le ideologie che vogliono distruggerla e quindi anche dalle politiche nazionali e internazionali che impediscono di promuoverne i valori positivi».

Il consenso su queste posizioni, conferma Magister, è stato pieno. Oltre a Sarah, gli altri cardinali africani presenti sono stati Christian Tumi del Camerun, John Njue del Kenya, Polycarp Pengo della Tanzania e Berhaneyesus D. Souraphiel dell’Etiopia, quest’ultimo creato da papa Francesco nell’ultimo concistoro.

Nel suo recente volume Dieu ou rien. Entretien sur la foi (Fayard, Parigi 2015), di cui già abbiamo parlato nel numero di aprile di questa rivista, il cardinale Sarah racconta la sua storia. Nato nel 1945 a Ourous, nel cuore della Guinea, da un’umile famiglia, è entrato in seminario a 11 anni. Un ruolo prezioso nella sua formazione è stato svolto dai Padri della congregazione dello Spirito Santo (spiritani), che fin dalla loro fondazione, nel XVII secolo, si dedicano alle missioni in terra d’Africa. In quegli anni delegato apostolico per tutta l’Africa francese era mons. Marcel Lefebvre, membro e poi Superiore generale della congregazione degli spiritani.

Dopo essere stato ordinato sacerdote in un Paese dominato da una sanguinaria dittatura è divenuto, a 33 anni, il più giovane arcivescovo del mondo. Giovanni Paolo II lo ha chiamato a Roma nel 2001 e Benedetto XVI lo ha creato cardinale nel 2010, affidandogli la guida del Consiglio pontificio Cor unum. Papa Francesco lo ha posto nel 2014 alla testa della congregazione per il culto divino e la disciplina dei Sacramenti.

Il cardinale Sarah, oltre a svolgere l’importante ruolo che gli attribuisce il suo dicastero, afferma di sentirsi impegnato a difendere la terra d’Africa dalle minacce che pesano su di essa in seguito alla globalizzazione e alla nuova etica mondiale promossa dall’Occidente secolarizzato. «Per la sua identità – afferma – l’Africa è aperta alla trascendenza, all’adorazione e alla gloria di Dio. I popoli africani rispettano l’uomo, ma guardano oltre e cercano l’eternità. L’anima dell’Africa si apre sempre verso Dio. Al contrario di una grande parte dell’Occidente, questo continente ha una visione fondamentalmente teologale. Le preoccupazioni materiali vengono sempre in seconda linea. L’uomo africano sa che in questa vita non è che di passaggio» (p. 373).

All’intervistatore che gli chiede se la ricerca di un “accompagnamento” per i divorziati risposati costituisca una sfida urgente per la pastorale familiare, il cardinale risponde con chiarezza: «Ho molto rispetto per il cardinale Reinhard Marx, ma questa affermazione così generale mi sembra essere l’espressione di una pura ideologia che si vuole imporre a tappe forzate a tutta la Chiesa. Secondo la mia esperienza, in particolare dopo 23 anni come arcivescovo di Conackry e nove anni come segretario della congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, la questione dei “credenti divorziati o divorziati e risposati civilmente” non è una sfida urgente per le Chiese di Africa o Asia.

Si tratta al contrario di un’ossessione di certe Chiese occidentali che vogliono imporre delle soluzioni dette “teologicamente responsabili e pastoralmente appropriate”, le quali contraddicono radicalmente l’insegnamento di Gesù e del magistero della Chiesa (…) Affermo dunque con solennità che la Chiesa d’Africa si opporrà fermamente a ogni ribellione contro l’insegnamento di Gesù e del magistero» (pp. 403- 205).

 

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Argomento: Chiesa

Abbiamo già segnalato prese diposizione di vescovi e presbiteri, molti dei quali stanno dando corso a una specie di gara a chi più si discosta dalla dottrina e pastorale cattolica.
Riportiamo oggi una lettera aperta di un giornalista non sempre attento al Magistero, Aldo Maria Valli, in quanto voce ex altera pars: cioè efficacissima testimonianza della crescente confusione e disorientamento provocato dalle aperture all'adulterio e al divorzio.
Le stesse perplessità sulla Amoris Laetitae sono state espresse, più profondamente, da Stanislaw Grygiel, amico di Karol Wojtila e già consigliere di San Giovanni Paolo II : http://www.ilfoglio.it/chiesa/2016/05/26/il-dramma-di-papa-francesco___1-v-142525-rubriche_c396.htm

 

Lettera agli amici
di Aldo Maria Valli, 29 maggio 2016

Un  giornalista non dovrebbe mai parlare di se stesso, se non altro per buon gusto. Faccio un’eccezione, e prometto che resterà tale, per rispondere ai tanti amici che hanno reagito ai miei ultimi articoli, nei quali non ho nascosto le perplessità circa Amoris laetitia e altre affermazioni di papa Francesco.

Amoris laetitia in un primo tempo mi è piaciuta. Ci ho visto lo sforzo sincero di calarsi nella realtà. Poi però, leggendo e rileggendo, ecco le perplessità e i dubbi. Riconducibili a una domanda che mi assilla: ma il paradigma della situazione, fatto proprio da Francesco quando suggerisce di procedere secondo la logica del caso per caso, non finisce per giustificare tutto? E, così facendo, non scivola nel relativismo? E non sarà forse per questo che Francesco è tanto applaudito da atei e laicisti, che scambiano la sua misericordia per un lasciapassare? Ecco perché ho scritto l’articolo nel quale esprimo tutte le mie perplessità su quella che ho definito la Chiesa del “ma anche”. Una Chiesa che, attraverso il paradigma della situazione contingente, alla fin fine risponde sì, ma anche no, no, ma anche sì, una Chiesa che cerca di tenere assieme ciò che assieme non può stare e che in questo modo non porta all’integrazione, ma alla confusione.

Scrivendo, avevo in mente tanti amici divorziati e risposati, così come tanti amici omosessuali, i quali, da credenti, mi hanno sempre detto di aspettare dal papa una parola sicura.

Da parte mia, nessuna “manovra”, nessun progetto di chissà quale natura, nessuna decisione di abbandonare un partito (ma quale?) per entrare in un altro (ma quale?). Solo la manifestazione sincera, e anche dolorosa, di un dubbio. Dolorosa perché voglio molto bene al papa. Ma è proprio perché gli voglio bene che lo prendo sul serio. Ed è proprio perché lo prendo sul serio che mi interrogo su quanto insegna. A partire dal concetto di misericordia, che Francesco ha messo al centro del suo magistero.

Vi dicevo di altre perplessità suscitate in me dalle parole del papa. Mi limito a due circostanze. La prima, quando, in un video dedicato al dialogo tra le religioni, Francesco ha sostenuto che “in questa moltitudine, in questa ampia gamma di religioni e assenza di religioni, vi è una sola certezza: siamo tutti figli di Dio”. La seconda, quando, nella chiesa luterana di Roma, con un lungo intervento a braccio, ha detto che la possibilità o meno di fare la comunione insieme (luterani e cattolici) “è un problema a cui ognuno deve rispondere”.

Come sarebbe a dire che la “sola certezza” è che siamo tutti figli di Dio? E il Vangelo di Gesù? Non è quella la nostra certezza? Mi chiedo: qui non siamo, di nuovo, di fronte a parole dal sapore relativista (e, in questo caso, anche sincretista)? E come sarebbe a dire che la comunione, cuore della vita cristiana, è un problema a cui ognuno deve rispondere? Non siamo qui, ancora, nel relativismo? Su una questione così importante non dovrebbe essere proprio il papa, il nostro pastore, a rispondere?

Alla luce di queste perplessità, ho riletto anche la famosa frase sul “chi sono io per giudicare?”, che all’inizio mi era apparsa molto evangelica, e pian piano è cresciuto dentro di me il dubbio: non c’è forse, anche lì, il germe del relativismo?

Lo ripeto: voglio bene al papa, molto bene. Per questo mi faccio tante domande che, fra l’altro, mi creano un sacco di problemi. Quanto sarebbe più comodo starsene tranquilli e ripetere, senza troppi pensieri, le parole che vanno per la maggiore, come misericordia, periferie, Chiesa in uscita, eccetera. Invece no: mi interrogo. Perché non mi sembra serio, oltre che ben poco cristiano, recepire tutto in modo fintamente neutro. Il buon Dio ci ha dotato di cuore e cervello, ed è contento se li usiamo.

Come molti di voi sanno, io sono un papà di sei figli. Un papà ormai un po’ attempato (e adesso anche nonno), ma che è ancora in servizio attivo (quattro le figlie che vivono con me e mia moglie Serena) e ancora, di conseguenza, si confronta ogni giorno con il problema delle risposte da dare ai figli su molteplici questioni: andare al mare in auto e fermarsi fino a tardi, dormire fuori con il fidanzato, stare a casa per evitare il compito in classe di latino, comprare o meno un vestito nuovo, cercare un appartamento per andare a vivere da sola…

Ora, mi chiedo e chiedo a voi: che padre sarei se alle mie figlie, di fronte alle mille domande che mi pongono, rispondessi: sì, ma anche no; no, ma anche sì, fate voi. Che padre sarei se rispondessi che dipende dalla situazione contingente? Se rispondessi così, non lascerei credere alle mie figlie che non esistono il bene e il male in quanto tali ma esiste solo l’esperienza individuale e quella è la misura di tutto? Che padre sarei se rispondessi che non è mio compito giudicare? Come potrei mantenere la mia credibilità se fossi un padre del “ma anche”? Che cosa significa, per un padre, essere misericordioso? Giudicare la realtà e dare risposte certe, attraverso rigorose argomentazioni, o affidarsi al paradigma della situazione?

Badate bene: io sono convinto che il relativismo sia nell’aria che respiriamo. Pertanto, tutti ci possiamo cadere, anche inavvertitamente. Ma proprio per questo motivo dobbiamo vigilare, prima di tutto nei confronti di noi stessi.

Cari amici miei, non so se sono riuscito a spiegarmi. Il discorso dovrebbe essere molto più lungo, ma credo di aver detto l’essenziale e non voglio annoiarvi.

Ringrazio tutti per l’attenzione che mi riservate: davvero non avrei mai immaginato di poter suscitare tante reazioni.

A chi poi paventa che, dietro le mie ultime uscite, ci sia una sorta di manovra per “lanciare” un nuovo libro, rispondo: magari potessi scrivere un nuovo libro su questi argomenti! Vorrebbe dire che avrei le idee chiare. E invece mi trovo a essere così pieno di dubbi, così turbato e perplesso.

Ma sursum corda!  E duc in altum!

Grazie a tutti.
Aldo Maria Valli

Argomento: Chiesa

Il filosofo Rémi Brague smonta il paragone tra Corano e Vangelo

di Matteo Matzuzzi | Il Foglio, 25 Maggio 2016

 

Roma. “Un passaggio dell’intervista suscita in me una certa perplessità, ed è quello sull’islam”. A scriverlo in un commento apparso sul Figaro è il filosofo cattolico Rémi Brague, tra i più grandi medievisti contemporanei, oggi professore emerito alla Sorbona di Parigi e vincitore nel 2012 del Premio “Ratzinger” consegnatogli direttamente da Benedetto XVI. L’intervista in questione è quella concessa la scorsa settimana dal Papa al quotidiano la Croix. Il passaggio che ha lasciato basito l’intellettuale francese è relativo al parallelo proposto da Francesco tra la concezione di conquista propria della religione islamica e quella cristiana: “L’idea di conquista è inerente all’anima dell’islam, è vero”, aveva detto il Pontefice, aggiungendo però che “si potrebbe interpretare, con la stessa idea di conquista, la fine del Vangelo di Matteo, dove Gesù invia i suoi discepoli in tutte le nazioni”.

 

Brague non concorda per nulla, e spiega che “il Corano non contiene alcun equivalente del mandato missionario affidato ai discepoli”. Non solo, perché anche se “le esortazioni a uccidere che si leggono è probabile che abbiano solamente una portata circostanziale” resta il fatto che “la parola ‘conquista’ non è una metafora, bensì ha un significato concreto, decisamente militare”.
Non occorre fare troppa ermeneutica, aggiunge Brague: basta prendere l’hadith in cui il Profeta afferma “mi è stato ordinato di combattere contro gli uomini finché non diranno che non c’è altro dio se non Allah, e che il suo profeta è Maometto”.
E’ questo il cuore del problema: nella religione islamica “non c’è una conversione dei cuori, bensì una sottomissione”, come si ricava dal senso della parola islam nei detti di Maometto.
Insomma, prosegue il filosofo, “l’adesione sincera potrà e dovrà concretizzarsi, ma non è la priorità”. Un’adesione convinta che si avrà “quando la legge islamica sarà in vigore, e allora i conquistati passeranno alla religione dei conquistatori”.

Da queste constatazioni, osserva Brague, si comprende bene “come la parola ‘conquista’ abbia tutt’altro significato rispetto al versetto contenuto nel Vangelo di Matteo”. Il che non preclude alla possibilità di una sana convivenza tra cristiani e musulmani, “anche se gli esempi dell’Argentina (con l’1,5 per cento di musulmani) e soprattutto del Libano devono essere presi con prudenza”.

Il punto è cambiare prospettiva, sostiene il filosofo, osservando che non si tratta tanto di stabilire se è possibile la convivenza tra persone di credo diverso, bensì di comparare sistemi religiosi basandosi sui rispettivi documenti normativi. E’ qui che, a giudizio dell’intellettuale francese, il parallelo proposto da Francesco mostra tutti i suoi limiti.

Il commento di Rémi Brague segue di un giorno la visita del grande imam di al Azhar in Vaticano, primo passo verso il ristabilimento di normali rapporti tra la principale istituzione sunnita e la Santa Sede. In un’intervista concessa ai media vaticani, Ahmed al Tayyeb – che ha confermato l’impegno nella riforma dei testi scolastici per chiarire “i concetti musulmani che sono stati deviati da coloro che usano violenza e terrorismo” – ha voluto ricordare la rottura delle relazioni avvenuta cinque anni fa: “Al Azhar ha una commissione di dialogo interreligioso con il Vaticano che si era sospeso per delle circostanze precise, ma adesso che queste circostanze non ci sono più, noi riprendiamo il cammino di dialogo e auspichiamo che sia migliore di quanto lo era prima”.

Argomento: Islam

Le false idee sul diaconato femminile di Lucetta Scaraffia

(di Cristina Siccardi)

Dopo la drammatica Esortazione apostolica Amoris Laetitia, dopo la macabra pantomima pannelliana e vaticana a cui abbiamo assistito in questi giorni, osserviamo pure che ci sono persone non sufficientemente soddisfatte delle rivoluzioni in corso nella Chiesa, vorrebbero un sovvertimento maggiore, questo accade, per esempio, a Lucetta Scaraffia, direttrice dell’inserto Donne, Chiesa, Mondo de L’Osservatore Romano.

Le risposte che Scaraffia ha dato a Virginia Piccolillo del Corriere della Sera (12 maggio 2016), a proposito dell’eventualità di aprire il diaconato alle donne, sono inconfutabilmente di timbro protestante. Ella si rallegra di una possibile svolta sulle donne diacono: «Potranno esserci, ma bisognerà superare alcuni ostacoli». Quali ostacoli? «Solo di diritto canonico. Non è una cosa che va contro la dottrina cattolica. È soltanto un problema di regole da aggiornare».

E perché, chiede la giornalista, non sono state aggiornate prima? Non perché nella Chiesa il diaconato femminile non è mai stato inserito fra gli ordini della gerarchia apostolica (composta da tre gradi: diaconi, presbiteri, vescovi), istituita dal Figlio di Dio, ma perché «le donne non lo hanno mai chiesto». È sufficiente chiedere per ottenere le bizzarrie antidottrinali? Il sistema è quello del totalitarismo secolarizzato ed ideologico attuale: falsi diritti imposti a tutti. E così il femminismo, che storpia e deturpa la natura femminile, è oggi presente nell’intellighenzia della Chiesa.

Scaraffia sostiene che le suore presenti all’udienza concessa da Papa Francesco all’Unione internazionale Superiore generali (Uisg) il 12 maggio u.s. hanno avuto il «coraggio», grazie all’invito del Pontefice, di avanzare quesiti «non addomesticati», come a dire che le suore, prima di questo Pontificato, erano in cattività. Siamo di fronte, dice ancora Scaraffia, ad una «super-rivoluzione. Evidentemente non ne possono più di essere sempre in un ruolo subordinato. Come del resto non sopportavamo più noi laiche. Il mondo sta cambiando, saranno cambiate anche loro».

La volontà di comando nelle istituzioni religiose è una grande tentazione per le figlie del Sessantotto e del Concilio Vaticano II. Tale tentazione diabolica, parallela alla teoria di genere, dove i sessi non hanno più cromosomi e impronte digitali, è distruttiva per la collettività e per l’equilibrio psicofisico degli individui.

La Madonna, modello per essenza del ruolo femminile, è sempre stata nella Chiesa la stella polare per ogni donna cattolica, in grado di dirigere con dolcezza e fermezza, con mitezza e determinazione, i passi di ciascuna, sposa o suora che fosse. La donna è chiamata ad essere sposa e madre, sempre, anche quando sceglie l’abito religioso, perché sposa di Cristo e madre spirituale di molti. Se così non fosse sarebbe un’irrealizzata, una frustrata, un prodotto della rivoluzione in itinere, che non ha nulla a che vedere con lo sguardo di eternità della Chiesa, mai legato, per principi e catechesi, alle contingenze e agli accidenti della contemporaneità.

La Madonna non ha mai voluto prendere il posto degli Apostoli e gli Apostoli le hanno sempre riconosciuto il suo elevatissimo gradino di merito e privilegio: unica creatura umana ad essere stata preservata dal peccato originale. Maria Vergine è così sublime, nel suo candore e nella sua potenza d’amore, così immensa nel suo essere Madre di Dio, che è fuori dagli esercizi di potere ecclesiastico. Dio le ha affidato altri compiti, così come li ha affidati alle donne, compiti di carattere nobilissimo, ma diversi da quelli maschili. Anzi, la donna che scimmiotta l’uomo è assai ridicola e lo è perché non è se stessa.

 

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Argomento: Chiesa

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