CIBERBULLISMO: Ė PROPRIO COSÌ ?
di Andrea Gasperini
 

Lo scorso 20 settembre la Camera ha varato con alcune modifiche rispetto al testo pervenutole dal Senato (cui è dunque tornato per la definitiva approvazione) un disegno di legge risultante da iniziative di parlamentari PD e M5S poi riunite, recante “disposizioni per la prevenzione e il contrasto dei fenomeni del bullismo e del cyberbullismo”. La proposta di legge però suscita più d’una perplessità.

Anzitutto, viene spontaneo chiedersi se ve n’era effettivamente bisogno:  l’art. 1 del progetto –che pone la definizione di bullismo- lo qualifica come “l’aggressione o la molestia reiterate, da parte di una singola persona o di un gruppo di persone, a danno di una o più vittime, idonee a provocare in esse sentimenti di ansia, di timore, di isolamento o di emar-ginazione, attraverso atti o comporta-menti vessatori, pressioni o violenze fisi-che o psicologiche, istigazione al suicidio o all’autolesionismo, minacce o ricatti, furti o danneggiamenti, offese o derisioni”. 

Ebbene, appena pochissimi anni fa, è stato modificato l’art. 612-bis codice penale per consentire la punizione della condotte di c.d. stalking. Il testo attuale di tale articolo punisce, sotto il titolo di ‘atti persecutori’,  “chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”: non è davvero difficile rilevare la pressoché perfetta sovrapposizione delle due ipotesi di reato. 

Se a questo si aggiunge il fatto che già i giudici riconoscono il bullismo come ipotesi aggravante per l’aumento di pena e che già oggi le medesime condotte sono punite anche se commesse sul web (c.d cyberbullismo), si ha la conferma di quanto una nuova legge in materia sia superflua.

Sta di fatto che essa si pone nella scia di altri analoghi provvedimenti degli ultimi anni dettati da –vere o presunte- ragioni di urgenza: usura, omicidio stradale, femminicidio, riciclaggio ecc. ma dei quali la ragione sta spesso altrove.

Per il riciclaggio, ad esempio, non è difficile individuarla nell’intenzione di monitorare perennemente tutti i patrimoni stabilendo addirittura l’obbligo dei consulenti (commercialisti, avvocati e banche) di denunciare i propri clienti. Tutto questo quando, notoriamente, il fenomeno è confinato a ristrette aree del territorio nazionale.

Per il femminicidio l’intento evidente è quello di assecondare demagogicamente le istanze femministe non paghe del massacro della figura del padre-marito già da decenni operato dalla magistratura nei giudizi di separazione e divorzio.

Per tutti tali provvedimenti poi, è evidente l’intento della sinistra di introdurre nel corpo sociale sempre nuovi elementi di divisione, di odio, di ulteriore controllo statale creando, di volta in volta, sempre nuovi nemici. l’evasore, l’inquinatore, il sessista, l’omofobo.

Beninteso: veri o presunti tali: chi ha letto in noto romanzo 1984 di George Orwell non farà fatica a ritrovarvisi.

Anche nel caso del bullismo (e del cyberbullismo) i reali motivi della proposta di legge non sono difficili da individuare solo che ci si spinga un po’ avanti nell’esame del testo in discussione.

Il primo di essi emerge da una parola che spunta subito nel secondo comma dell’art.1. Ci si da cura infatti di precisare che le discriminazioni che si mira a punire sono quelle per motivi di “lingua, etnia, religione, orientamento sessuale, aspetto fisico, disabilità o altre condizioni personali e sociali della vittima”.

Ebbene, a parte la risibilità di discriminazioni per ragioni di lingua, non si può non notare come manchi quella, assai più rilevante per ragioni politiche sì che gruppi no global e collettivi del più vario genere potranno liberamente tiranneggiare compagni di scuola o di lavoro etichettandoli come razzisti, fascisti ecc.

Compare invece, se non andiamo errati, per la prima volta in un testo di legge penale, la discriminazione per orientamento sessuale. Il ricordo corre dunque al tentativo -allora (2013/2014) fortunatamente abortito- contenuto nel disegno di legge recante come primo firmatario l’on Ivan Scalfarotto (PD) di qualificare come reato (di omofobia) la semplice propaganda di idee contrarie alle cosiddette adozioni o nozze gay

Non è dunque causale che, al successivo art. 3, si preveda la presenza nell’immancabile tavolo tecnico che dovrà  redigere un piano di azione per la prevenzione del bullismo, di associazioni con esperienza nelle tematiche di genere. E poiché tale tavolo sarà insediato presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, è lecito ipotizzare che, a deciderne la composizione, sarà l’Unar - Ufficio nazionale anti-discriminazioni razziali che opera appunto nell’ambito del Dipartimento delle pari opportunità di Palazzo Chigi.

Esso infatti, dall’epoca in cui vi sono stati preposti Elsa Fornero e poi l’on. Ivan Scalfarotto, ad onta del nome che evoca problemi razziali, ha avuto la mission di diffondere l’ideologia di genere (c.d. gender). E lo ha fatto, ad esempio, individuando come propri referenti una trentina di associazioni sparse per l’Italia, tutte di marca L.G.B.T., le stesse che presumibilmente ricompariranno ad occuparsi di bullismo.

Del resto, almeno fin dal 2013, la tematica del bullismo al gender ha costituito la chiave per introdurre quest’ultimo nelle scuole dal momento che i corsi di gender sono stati giustificati con il pretesto di combattere il c.d. bullismo omofobico.

Non è poi certamente un caso che, tra i firmatari dei disegni di legge (poi unificati) per la repressione del bullismo figurino sia la senatrice Monica Cirinnà (relatrice della legge sul matrimonio gay) che l’on. Ivan Scalfarotto: nomi che lasciano davvero pochi dubbi.

L’altro radicale motivo di perplessità circa il nuovo disegno di legge è dato dalla pletora di funzioni ed organismi che si vorrebbero creare; come qualcuno ha detto: una vera e propria ridondanza dell’inutile che conferma la combinazione in queste tematiche e nelle stesse persone dei promotori, di istanze del più puro statalismo vetero-marxista ed insieme di quell’anarco-individualismo di stampo radical-libertario che ispira invece i movimenti gay e femministi.  

Nel disegno di legge sul bullismo si prevedono infatti: un piano di azione da definire da parte del tavolo tecnico di cui si è detto con periodiche relazioni, immancabili campagne informative, la predisposizione di linee guida da parte del M.I.U.R., la formazione del personale scolastico con un referente per ogni unità scolastica che sarà il coordinatore delle iniziative di prevenzione con l’ausilio della polizia postale; il ruolo attivo degli studenti e degli ex studenti (?) della scuola; l’istituzione di misure di sostegno dei minori; un sistema di governance del Ministero, il finanziamento di bandi per progetti ed azioni integrate sul territorio, l’obbligo per le scuole di formare all’uso consapevole del web quale “elemento trasversale alle discipline curricolari” nonché  continue “attività progettuali” delle scuole stesse, l’elaborazione di progetti da parte dei servizi sociali territoriali ed, infine puntuali informative alla famiglie: e tutta questa terrificante burocrazia –ci si consenta- per qualche (pur indegna) ragazzata che, fino a qualche anno fa, si poteva forse tranquillamente risolvere con due ceffoni del genitore, una sospensione da scuola, il 7 in condotta ed  il rinvio a settembre in tutte le materie.

*****

Se poi invece, vogliamo credere che il bullismo costituisca veramente un problema da affrontare addirittura con un'apposita legge, verrebbe da fare un'altra considerazione. A tale scopo piace ricordare quanto scriveva, in un libro di successo dei primi anni ’60 il cui solo titolo è tutto un programma: "Il suicidio dell'Occidente"[1], il sociologo statunitense James Burnham, oramai divenuto esponente di spicco del movimento conservative dopo essere stato in gioventù un accesso trotzkista.

Egli notava come l'arrivo nelle scuole di falangi di psicologi, di funzionari dei servizi sociali e la sottoposizione degli alunni a terapie collettive di socializzazione e di recupero dei soggetti più a rischio, avesse solo provocato un aumento della delinquenza minorile.

Si era allora negli Stati Uniti in cui, l'intera società iniziava a mostrare gli effetti dell'onda lunga del new deal rooseveltiano. Come spesso accade (forse, fortunatamente), in Italia, le mode d'oltreoceano arrivano più tardi:  ecco dunque che, dopo decenni che dalla scuola, sull'onda del ‘68, si sono bandite la morale e la buona educazione e si sono invece riempiti i pomeriggi di riunioni infinite di programmazione, sperimentazione, innovazione didattica ecc., spuntano generazioni di bulli e ciber-bulli.

Ma se le cose stessero veramente così, se cioè il bullismo fosse veramente un fenomeno imponente, ciò nondimeno, la legge con cui lo si vorrebbe affrontare finirebbe solo, crediamo, per aggravarlo

Andrea Gasperini  


[1] Ed italiana: I libri del Borghese, 1965

Argomento:
Gender Diktat: : Vescovi fifoni: Molfetta

 Un altro successore degli Apostoli, promosso alla Diocesi di Molfetta da Papa Francesco, si prostra alle ideologie dominanti.

I farisei di Molfetta e lo tsunami catto-gay

di Riccardo Cascioli, per la Bussola Quotisna del 02-10-2016

 

«Evitare il confronto è da vili», ha detto monsignor Domenico Cornacchia, vescovo di Molfetta, introducendo il 30 settembre il dibattito che ha dato inizio al corso di formazione per insegnanti ed educatori sulla “Educazione di genere”, organizzato dalla diocesi di Molfetta e dalla locale Azione Cattolica. Oddio, chiamarlo dibattito sembra azzardato, visto che i sei che sedevano dietro al tavolo degli oratori raccontavano in modi diversi la stessa storia: che l’omosessualità, cioè, è una variante della natura, che l’educazione di genere è compito fondamentale della scuola, che compito dell’educatore è accompagnare ogni persona nel crearsi una identità sessuale forte, qualsiasi essa sia. 

Ma i lettori più attenti si saranno accorti di una stranezza: la presenza all’incontro di quel vescovo che, prima annunciato sui manifesti, alla Nuova BQ aveva poi fatto dire dal suo segretario che non sarebbe andato (clicca qui). Sconcertati dal manifesto e dalla presentazione del corso di formazione (clicca qui), volevamo semplicemente chiedere al vescovo il perché di questa scelta così in contrasto con certe affermazioni di papa Francesco sul tema dell’educazione di genere (e ieri in Georgia ne ha dato un’altra dimostrazione) e se era consapevole che tutti i relatori sono noti per le loro posizioni chiaramente pro-gender.

Il buon segretario del vescovo, don Luigi Amendolagine, ci ha detto che lui e il vescovo non ne sapevano nulla, che altri erano gli organizzatori, che il vescovo comunque aveva altri impegni e non sarebbe andato, che poi – figurarsi - «sappiamo bene cosa insegna la Chiesa e quindi ci saranno sicuramente voci che esprimeranno questa posizione» (e nel caso don Luigi pensasse di poter smentire, sappia che abbiamo la registrazione delle due telefonate). 

Ma era solo un modo per evitare il confronto. Non solo il vescovo ci è andato ma la registrazione dell’incontro (clicca qui per il video) dimostra chiaramente che monsignor Cornacchia sapeva benissimo chi erano i relatori e cosa avrebbero detto (diocesi ed “esperti” ci lavoravano da mesi), cose su cui ha dimostrato di concordare in pieno, rifugiandosi dietro al solito «Chi sono io per giudicare?». È d’accordo sul fatto che «ci siano varianti nella stessa natura»; ha detto che viviamo tutti «un problema evolutivo» (qualsiasi cosa significhi), davanti al quale non è lecito «tapparsi le orecchie come per tanto tempo anche la Chiesa ha fatto»); con notevole sprezzo del pericolo ha sostenuto che «noi ci inchiniamo di fronte a chi fa una determinata scelta», e non parliamo delle frasi sconnesse con cui ha definito l’esortazione apostolica “Amoris Laetitia”. E davanti a una domanda precisa ha fatto sfoggio di una invidiabile cultura internazionale affermando che «qui stiamo parlando di genere e non di gender»: qualcuno dal pubblico gli ha urlato che sono la stessa cosa essendo il primo termine la traduzione italiana del secondo (in inglese), ma non ha raccolto. 

Per certi versi il caso di Molfetta è clamoroso, ma sarebbe un errore pensare che sia isolato. Al contrario è dentro una tendenza ormai più che conclamata, visto che da tempo anche Avvenire e Tv2000, gli organi di informazione ufficiali della Chiesa italiana, sembrano diventati organi di promozione dell’omosessualità (clicca qui e qui). È ancora Avvenire che ha sdoganato già da tempo l’ideologia di genere introducendo una differenza tra un gender buono e un gender cattivo, un po’ come per il colesterolo (clicca qui). Proprio due giorni fa il quotidiano Repubblica ha pubblicato un lungo articolo in cui dà conto della lunga marcia delle associazioni cristiane Lgbt sempre più integrate nella pastorale delle diocesi. E il Rapporto 2016 sui cristiani Lgbt in Italia ne offre un dettagliato resoconto (clicca qui)

Per questo, pur di fronte a un’iniziativa oggettivamente scandalosa (nel senso letterale del termine) e grave come quella di Molfetta, non ci aspettiamo chissà quali interventi superiori. Anzi, è più probabile che ci toccherà ascoltare messaggi di sostegno a un confratello vilmente e ingiustamente attaccato dai soliti “dottrinari” che invece di chinarsi sulle ferite degli uomini, pensano soltanto alla Legge. 

E non basteranno neanche le parole chiare del Papa di ieri a proposito di gender e di guerra mondiale contro il matrimonio. Perché il tutto passa da sottili distinzioni che permettono di tenere insieme il Magistero con il suo sovvertimento: si prende le distanze da una ideologia del genere, che forse neanche esiste (si dice), ma si valorizza l’accompagnamento alla costruzione dell’identità sessuale; si condanna a parole l’indottrinamento nelle scuole ma poi si costruiscono percorsi nelle diocesi e nelle parrocchie - per «capire», per «dialogare» - che fanno la stessa cosa; si fa finta che il gender sia una cosa e l’omosessualità un’altra; si spaccia per aiuto alle persone ciò che è invece pura e semplice promozione di uno stile di vita; si difende il matrimonio ma poi si promuovono le unioni omosessuali «basta che non siano equiparate alla famiglia». Tanto per capire che in confronto ai personaggi che guidano l’opinione nella Chiesa oggi, i capi dei farisei al tempo di Gesù erano dilettanti.

Per questo la condanna dell’ideologia del gender non è più sufficiente, si deve affermare con chiarezza che questa ideologia e la promozione dell’omosessualità, la pretesa che essa sia una semplice «variante della natura», sono un tutt’uno. Si deve dire in modo inequivocabile che accogliere le persone e accompagnarle è cosa ben diversa dall’accettare stili di vita incompatibili non con la dottrina ma con il bene delle persone stesse. Così come si bastona quanti usano la dottrina come pietre da scagliare contro le persone, si deve denunciare con forza quanti stravolgono e usano il Magistero della Chiesa per affermare dottrine personali o, peggio, per sistemare le proprie situazioni affettive.

Senza un intervento chiaro in questo senso, non c’è dubbio che l’attuale ondata catto-gay diventerà uno tsunami. 

Il corso gender lo offrono Diocesi e Azione Cattolica

di Luca Paci per la Bussola del 28/09/2016

Corsi di formazione all’educazione di genere rivolti a insegnanti di ogni ordine e grado per sensibilizzare gli studenti alla lotta alle discriminazioni, all’omofobia e agli stereotipi. Non è l’iniziativa di qualche zelante direzione didattica territoriale che anticipa le linee guida del Ministero dell’Istruzione in uscita ad ottobre, ma il progetto condotto dall’Azione Cattolica pugliese e dall’Ufficio per la Pastorale della Famiglia della Diocesi di Molfetta – Ruvo di Puglia – Giovinazzo – Terlizzi in collaborazione con l’Ufficio per la Pastorale Scolastica.

L’evento è stato segnalato alla Nuova BQ da Generazione famiglia, una delle associazioni protagoniste del Familiy Day che ha seguito la vicenda denunciando più volte tutti i rischi connessi ad una proposta di questo tipo.

Concretamente il corso dal titoloL’Educazione di genere come contributo alla costruzione dell’Identità’ si articolerà come segue: venerdì prossimo ci sarà un incontro pubblico di presentazione. Poi, seguiranno 5 incontri (nel secondo e nel terzo ci saranno una serie di laboratori) della durata di tre ore l’uno, tenuti da diversi professionisti, alcuni dei quali molto noti nell’ambito degli studi di genere e già convolti in eventi e progetti sostenuti dall’attivismo del mondo lgbt.

Basta dare un’occhiata alla locandina dell’evento di presentazione per farsi un’idea dell’impostazione ideologica che sottenderà il percorso di formazione offerto a 120 professori. Anzitutto salta agli occhi la foto al centro del manifesto (tratta dalla mostra Caleidoscopio di Missoni a Gorizia ndr) che ritrae manichini arcobaleno senza volto, dalle sembianze disarticolate e dai tratti indefiniti, con arti e protuberanze che escono dalla testa e altre parti del corpo. In altre parole una massa informe che può essere modellata a piacimento.  

La sfortunata scelta stilistica colpisce meno però dei nomi che appaiono nel parterre dei relatori. Se si esclude il vescovo di Molfetta, mons. Domenico Cornacchia (che però nella serata di ieri con la Nuova BQ ha annunciato che non ci sarà ndr) e il dirigente scolastico provinciale, Vincenzo Melilli; è possibile ascrivere gli altri oratori nell’alveo delle correnti ideologiche che hanno una visione dell’antropologia umana e della famiglia agli antipodi rispetto a quella promossa dalla Dottrina sociale della Chiesa. Esperti di segno opposto per dare vita ad un contradditorio equilibrato non sono infatti al momento segnalati.

La giornata di apertura di venerdì prossimo vedrà seduti al fianco al presule Rosangela (detta Rosy) Paparella, Garante Regionale Diritti dei Minori della Puglia e Vanda Vitone, vicepresidente dell’Ordine degli psicologi della Puglia. Per quanto riguarda la prima non sono un mistero il suo impegno in favore dei diritti lgbt e le sue posizioni sull’omogenitorialità: la Paparella ha infatti partecipato come relatrice al ‘Bari Pride Week’ e al ‘Festival delle donne e dei saperi di genere’.

Altrettanto note sono le argomentazioni psico-pedagogiche della Vitone: nel giorno dell’adesione della Puglia alla rete Ready l’ordine degli psicologi della regione pubblicò una nota in cui si affermava che “il sesso è determinato alla nascita, il genere è invece un costrutto socio-culturale che varia a seconda dell’epoca e della cultura in cui viviamo e delle regole sociali. L’identità di genere è la percezione che l’individuo ha di sé come uomo o donna; a volte non coincide con il sesso”.

In un video che è possibile rintracciare su Youtube la Vitone arriva perfino ad affermare che essere cresciti da una coppia di genitori omosessuali non ha alcuna differenza con l’essere figli di una mamma e di un papa. La psicologa sostiene che eventuali criticità sono dovute solo al contesto e all’ambiente di vita, “ovvero ai pregiudizi o a un’omofobia interiorizzata”. Insomma stiamo parlando di tesi assolutamente relativiste, che annullano il dato biologico e ogni diritto del bambino ad avere un padre e da una madre. Ragionamenti che forniscono pericolose giustificazioni ad aberranti pratiche come l’utero in affitto, recentemente condannate anche dal Consiglio d’Europa.

Nelle tavole rotonde che accompagneranno i cinque incontri formativi si legge anche il nome di Rita Torti, formatrice nel campo degli studi di genere e autrice del libro ‘Mamma perché Dio è maschio?’, testo in cui dice che essere maschi e femmine dipende più dai ruoli che ci sono stati assegnati fin dalla nascita che dalle differenze biologiche.

D’altra parte gli scopi del corso sono ben evidenziati in un recente articolo del giornalino diocesano ‘Luce e vita’, in cui si spiega che “manifestazioni di piazza e minacciosi tam-tam sono solo slogan mistificatori”, con chiaro riferimenti ai Family Day, “nell’assoluta mancanza di conoscenza degli studi di genere”. Per questo motivo – riferisce l’articolo della testata diocesana – il corso farà chiarezza su temi quali l’identità di genere, i diritti delle persone omosessuali, il disagio in quanti non si riconoscono nella propria identità sessuale, la questione femminile e il “diritto al figlio”.

Insomma con la solita nobile scusa della lotta ad ogni forma di violenza, discriminazione e pregiudizio si rischia di mettere tutto nel calderone facendo emergere teorie che mostrano anche la famiglia naturale e la procreazione che necessita di due persone di sesso opposto come stereotipi e vincoli culturali da abbattere per arrivare alla piena uguaglianza.

Visti i presupposti sarà quindi necessario che il vescovo faccia subito chiarezza circa le tematiche che saranno trattate e i contenuti che saranno veicolati in questo corso di formazione. Papa Francesco, che ha fondato tutto il suo magistero sulla misericordia divina e l’accoglienza delle “famiglie ferite”, sul gender non ha mai lasciato alcuno spiraglio a fraintendimenti e aperture di ogni sorta: è una nuova forma di “colonizzazione ideologica” ha sempre affermato il Pontefice in numerose occasioni sia pubbliche che private. Il monito contro le ideologie tese a destrutturare l’identità sessuata dei bambini e la stessa antropologia umana è stato ribadito da Francesco appena due mesi fa a Cracovia, nell’incontro in cattedrale del 27 luglio con i vescovi polacchi.

Non esiste quindi un educazione di genere buona e una cattiva, una radicale e una moderata, come potrebbe lasciare intendere il titolo dell’evento (‘L’Educazione di genere come contributo alla costruzione dell’Identità’).

Insomma anche nella Chiesa di Francesco immaginata come “un grande ospedale da campo dopo una battaglia” non c’è spazio alcuno per chi vuole promuove teorie tese alle rieducazione dei bambini con metodi che lo stesso Papa ha definito da “Gioventù Hitleriana” durante la conferenza stampa di ritorno al viaggio nelle Filippine nel gennaio 2015.

A giudicare dal tenore dell’evento organizzato dalla Chiesa pugliese viene da chiedersi se il vescovo di Molfetta non sia effettivamente consapevole dell’identità professionale dei relatori e della loro chiara impostazione ideologica. “Siamo abituati a fronteggiare la colonizzazione ideologica del gender ma che sia sponsorizzata anche da alcuni ambienti della Chiesa questo ci riempie di amarezza”, commenta il portavoce di Generazione Famiglia, Filippo Savarese, che assicura la presenza di delegati del movimento alla giornata di venerdì e il monitoraggio costante dell’iniziativa per i prossimi appuntamenti.

 

Gender Diktat: : Il Governo e la famiglia

 I provvedimenti in tema di Famiglia degli ultimi 24 mesi
del Governo di centro-sinistra

 

2014 novembre: Negoziazione assistita per i procedimenti di separazione e divorzio. Si prevede un accordo da parte dei coniugi dinanzi a un avvocato, o anche solo davanti all’impiegato del Comune, senza necessità di comparire davanti al giudice. Ci si pone sulla strada della privatizzazione della famiglia e della banalizzazione del matrimonio

2015 Aprile: Divorzio breve. La norma prevede una riduzione dei tempi di separazione dagli attuali tre anni a sei mesi se la separazione è consensuale, a 12 mesi se è “giudiziale” (cioè chiesta da solo uno dei due coniugi).  
http://www.tempi.it/divorzio-breve-il-clap-clap-della-stampa-e-una-domanda-perche-non-lasciarsi-via-sms#.V7V25NIw9xB

2015 Luglio: “Legge sulla buona scuola”, che all’art. 1, comma 16, che ha legittimato e confermato un’azione di inserimento della cosiddetta ideologia del “gender” nelle scuole. Si veda anche la Circolare MIUR per la giornata contro omofobia:  “supportare […] sulle delicate questioni legate all’identità di genere o a qualsiasi altra forma di violenza“.
https://www.osservatoriogender.it/miur-promuove-lideologia-del-gender-nella-scuola-italiana/

2015  ottobre: Ius soli – ma soprattutto ius culturae - alla Camera. Approvato alla Camera lo “Ius soli”: lo scopo è il “metticciato culturale”, ridurre l’importanza della cultura occidentale e cristiana, basta nascere sul territorio italiano.
http://www.intelligonews.it/articoli/2-marzo-2016/37872/i-protagonisti-del-30-gennaio-hanno-deciso-parte-il-family-italia

2016 Maggio: “Matrimoni” gay. Approvato in via definitiva l'11 maggio 2016 il disegno di legge “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”.
http://www.governo.it/approfondimento/unionicivili/4707

2016 giugno: stepchild adoption.  Avvocatura dello Stato: permessa l’adozione bambini da parte di coppie omosessuali (stepchild adoption).
http://www.loccidentale.it/articoli/141959/e-meno-male-che-avevano-stralciato-la-stepchild-adoption 

2016 Luglio:  promozione dell’ LGBT. Il governo Renzi accelera su gender e omosessualità, lanciando un nuovo portale web nazionale, interamente dedicato alla promozione dell’agenda LGBT.
https://www.osservatoriogender.it/governo-renzi-lancia-portale-nazionale-lgbt/  

2016 Settembre: il bullismo sostituisce la “Scalfarotto”. approvata alla Camera la PDL intesa a punire penalmente “la molestia reiterata… al fine di provocare sentimenti di ansia, di timore, di isolamento o di emarginazione… aventi per oggetto la razza, la lingua, l’orientamento sessuale
http://www.giurisprudenzapenale.com/2016/09/21/bullismo_cyberbullismo/

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Prossimamente sui nostri schermi:
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Teorie omosessualiste nelle scuole: http://www.intelligonews.it/articoli/20-luglio-2016/46594/gender-gandolfini-consegneremo-a-miur-petizione-per-la-liberta-educativa-e-un-dossier-su-abusi-didattici
- Educazione sessuale nelle scuole:  http://www.huffingtonpost.it/celeste-costantino/educazione-sentimentale-legge-_b_10695924.html?utm_hp_ref=italy#
- eutanasia / testamento biologico: http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=41308
- legalizzazione cannabis: http://www.business.it/legalizzazione-cannabis-cosa-prevede-la-legge/
- persecuzione di chi cura l’omosessualità: http://www.corrispondenzaromana.it/notizie-dalla-rete/presentata-al-senato-una-legge-contro-le-terapie-riparative/
- doppio cognome: http://www.romasette.it/adozioni-ok-del-tribunale-di-roma-a-una-coppia-di-donne/ 
- utero in affitto: http://blog.openpolis.it/2016/05/10/progetti-legge-sulla-maternita-surrogata/7871


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In generale: http://www.quotidiano.net/politica/governo-riforme-1.2156512
e: http://www.cultora.it/torriero-la-societa-toglie-dio-dalla-storia-degli-uomini-crisi/  

 

 

 

 Dopo le decine di falsi casi di intolleranza omofoba, arriva una "bufala culturale": e la attivissima lobby gay la rende virale in tutta Europa.

 E’ virale la bufala della lettera di Leo, bambina transgender di soli 10 anni

di Rodolfo de Mattei, per Osservatorio gender del 21 settembre

 

Sono Leo ho 10 anni e non sono nè maschio nè femmina. Sta facendo il giro del mondo ed accendendo vivaci dibattiti, la lettera che una bambina inglese di 10 anni avrebbe inviato alla “Bbc Magazine” per raccontare la sua storia che l’ha portata a “transitare” da femmina a maschio assumendo il nome di Leo. (Leggi ad esempio qui Gay.it, qui Lettera Donna)

NATA LILY

La realtà è un pò diversa. Leo Waddell, nata Lily, non ha 10 anni ma 15 e, nonostante la giovanissima età, è già un’icona transgender in quanto è stata la protagonista di una serie televisiva britannica che ha raccontato la “normalità” della sua  transizione di genere” nel programma “My Life: I am Leo andata in onda sulla BBC nel 2015. 

 

FARINA DEL SUO SACCO?

Leggendo la lunga lettera, si capisce inoltre che non è certo la giovanissima adolescente l’autrice della lettera, quanto molto più probabilmente persone interessate a promuovere le istanze gender, strumentalizzandone la pietosa storia a cominciare dalla madre Hayley che così si era espressa nel novembre 2014 riguardo i futuri progetti della propria figlia:

 “Leo fermerà le cure bloccanti degli ormoni per un paio di mesi in modo che possa produrre alcuni ovuli da poter congelare. In questo modo, in futuro, quando avrà una relazione e vorranno dei figli, useranno un donatore di sperma per fertilizzare le uova per poi poterle impiantare nel suo partner”.

 

La missiva è uno studiato “concentrato” di tutti quelli che sono i principali clichès e le odierne maggiori rivendicazioni LGBT+: dall’utilizzo del bagno dei maschi all’adozione dei pronomi neutri fino alla liberalizzazione delle cure ormonali per bloccare la pubertà.

 

LA LETTERA

Ecco la lettera completa di Lily/Leo.

“Non sono un bambino. Pensavo di essere un bambino perché non sono totalmente una ragazza. Abbiamo provato per un po’, ma poi ho pensato: “No, non è questa la cosa giusta“. Poi abbiamo fatto alcune ricerche e abbiamo scoperto l’espressione “identità di genere non binaria” e funziona davvero, sono io.

Non ricordo che età avessi quando ho capito che non mi sentivo bene. Parlai di questo alla mia maestra per prima: ero frustrat* e le chiedevo perché nessuna delle bambine riusciva ad avere parti da ragazzo nelle recite che facevamo. Non era giusto. L’ho presa e le ho detto: “Non sono una ragazza“. Lei non pensò che stessi mentendo. Ma siccome ciò non è molto comune, non penso che lei abbia davvero capito come mi stessi sentendo.

Ho continuato la conversazione con mia madre. Sapevo che mamma sarebbe stata totalmente di supporto, ma siccome non sapevo se quello era esattamente ciò che sentivo, pensavo di dover aspettare fino a quando non fossi stat* sicur*. Ero abbastanza nervos*. Mamma era completamente favorevole e interessata alla questione. “Che nome vorresti se fossi un ragazzo? Sei sempre stato attratto dai ragazzi, pensi che saresti gay o etero?“. In alcune famiglie molti si sarebbero semplicemente messi a ridere, non avrebbero creduto a un’affermazione del genere. O non reagiscono perché non sanno come reagire. Per questo sono molto fortunat*. È magnifico avere dei genitori così splendidi.

A scuola tutti erano assolutamente fantastici. La mia maestra lo disse alla classe e tutti i miei amici erano tipo “Oh wow, è davvero interessante“. Perché abbiamo 9-10 anni: questo non cambiava molto le cose. Giochiamo, non parliamo molto di cose personali. Un giorno io e una mia amica stavamo giocando nella sabbia. Lei disse: “Quindi sei un ragazzo?“. “No, non sono un ragazzo o una ragazza, sono non-binario, per cui sto a metà”. “Quindi sei nulla?“.
 
Non credo di essere “nulla”. Sono “entrambi”. Voglio usare il bagno dei maschi perché è più giusto di usare quello delle ragazze. Non sono autorizzat* a farlo e credo che dovrei poterlo fare. Capisco che ci siano un sacco di ragazzi più grandi che usano la toilette che potrebbero essere preoccupati riguardo a qualcuno che sta lì e non ha quello che loro hanno. Credo che “lui” non sia abbastanza corretto. Mi sento più come “loro”, ma questo dirotterebbe l’attenzione su di me e sulla mia identità di genere quando stiamo magari avendo una conversazione normale. Quando sarò più grande prenderò queste decisione e non mi adatterò semplicemente a “lui”. Non c’è un corpo che abbia due generi: mi piacerebbe che ci fosse una via di mezzo tra le due.

Quando crescerò sarà difficile per me dire che non sono una ragazza. Al momento indosso un reggiseno, Ma se indosso una camicia sportiva posso farne a meno. Il seno è la cosa più immediata che notano le persone. Io correggo le persone sia quando usano “ragazzo” che quando usano “lei”. Dico “Mi dispiace, non sono un ragazzo o una ragazza”. E basta. Se mi fanno domande sulla questione rispondo, ma non dovrebbe essere l’unica cosa degna di nota: non è nemmeno la cosa più interessante su di me.

Mi piace l’idea di avere una barba, mi piace molto. Puoi trapiantare i capelli dalla testa al mento, e crescono come barba. Se ci fosse un modo di farlo senza prendere ormoni su ormoni… e poi le persone direbbero “Guarda quella barba da UOMO”. Io non voglio che le persone mi associno con l’uno o l’altro genere. Ma so che lo faranno, Non penso ci sia modo di sfuggire a ciò.
 
Mi sento molto più felice di prima, mi sento molto più rilassat* e mi sento nella facoltà di parlare di ciò senza essere timid*.

Non mi serve che le persone capiscano, voglio solo che non siano cattive con me”.

 

PROPAGANDA TRANS

Nonostante fosse semplice ricostruire la “vera” storia di Lily/Leo, tutti i principali quotidiani e siti web hanno presentato la storia della “bambina Leo” come il toccante caso della bambina di soli 10 anni transgender, socialmente incompresa ed emarginata da una società, evidentemente ancora troppo arretrata e bigotta.

 

OLTRE LA BUFALA

Al di là della clamorosa bufala mediatica, costruita e diffusa dai media LGBT per propagandare il proprio piano ideologico, nessuno si domanda riguardo gli effetti e le conseguenze del messaggio che la vicenda della piccola “Lily” porta con sè.

Il messaggio espresso attraverso le parole messe in bocca alla bimba trans è chiarissimo: non importa se nasci maschio o femmina, il sesso che ti assegna madre natura è un dato puramente biologico di nessun conto. Ciò che fa di te un maschio o una femmina è la tua soggettiva e mutevole volontà di essere l’uno o l’altro.

Nella realtà, Lily, affetta da un disturbo dell’identità sessuale che ha un nome preciso, “disforia di genere”, avrebbe bisogno di cure psicologiche e di essere affiancata da specialisti che l’aiutino a riscoprire la propria vera natura. Questo è l’unico approccio terapeutico ragionevole e di buon senso, un percorso medico un tempo normalissimo e scontato, oggi impossibile e additato come intollerante e omofobo dal mainstream scientifico e mediatico accecato dall’ideologia del gender.

 MUM DAD & KIDS: http://www.mumdadandkids.eu/it
Iniziativa dei cittadini europei per il matrimonio e la famiglia
Sosteniamo insieme il matrimonio e la famiglia in Europa:Il matrimonio - unione permanente e fedele tra un uomo e una donna col proposito di fondare una famiglia.
Famiglia - un padre, una madre e i loro figli.
Relazione familiare - la relazione legale tra due sposi o tra un genitore e un figlio
Sì, appoggio la richiesta di un regolamento comunitario che definisae il significato del matrimonio e della famiglia: il matrimonio è l'unione tra un uomo e una donna e la famiglia è fondata sul matrimonio e / o la discendenza.
 
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Organizzazione Mondiale della Sanità: a scuola di masturbazione

By on 4 settembre 2014 - https://comitatoarticolo26.it/oms-a-scuola-di-masturbazione/

 

A volte potrebbe sembrare preferibile non sapere; ma purtroppo è oramai cosa nota: le direttive in materia di educazione sessuale dell’OMS preparano i nostri figli ad una iper-sessualizzazione fin dalla più tenera età

Per approfondire: riportiamo da italia 24 ore

 

CORSI DI MASTURBAZIONE ALL’ASILO: IL DELIRIO DELL’OMS

 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), di comune accordo con l’agenzia governativa tedesca per l’Educazione sanitaria, sta diffondendo presso tutti i ministeri della Salute e dell’Istruzione d’Europa un documento, chiamato «Standard di Educazione Sessuale in Europa», che invita a una maturazione della consapevolezza sessuale già nei primissimi anni di età dell’individuo

Nel Mondo di oggi l’ingenuità sta diventando qualcosa di marginale, da sopprimere quanto prima. La società vuole individui svegli in modo sempre più precoce, lasciando poco spazio all’immaginazione, alla scoperta, alla gradualità, all’ingenuità appunto. Fin dalla tenera età i bambini vengono sottoposti alla fruizione di determinati messaggi, specie tramite la tv e internet. E purtroppo, forse, in un domani non troppo lontano anche nella scuola. Almeno è ciò che vorrebbe l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), la quale, di comune accordo con l’agenzia governativa tedesca per l’Educazione sanitaria, sta diffondendo presso tutti iministeri della Salute e dell’Istruzione europei un documento di 83 pagine, chiamato «Standard di Educazione Sessuale in Europa», che invita a una maturazione della consapevolezza sessuale già nei primissimi anni di età dell’individuo.
Si legge, addirittura, che ai bambini dai 0 ai 4 anni si insegni la masturbazione e il raggiungimento del piace. Una sorta di primo step verso una consapevolezza più matura.

ALL’ASILO

Ai bimbi dagli 0 ai 4 anni, si legge, «gli educatori dovranno trasmettere informazioni su masturbazione infantile precoce e scoperta del corpo e dei genitali, mettendoli in grado di esprimere i propri bisogni e desideri, ad esempio nel “gioco del dottore”». Dai 4 ai 6 anni i bambini dovranno invece essere istruiti «sull’amore e le relazioni con persone dello stesso sesso», «parlando di argomenti inerenti la sessualità con competenza comunicativa».

ALLE ELEMENTARI

La vera crescita avverrà coi bimbi tra i 6 e i 9 anni, cui i maestri terranno lezioni su «cambiamenti del corpo, mestruazioni ed eiaculazione», facendo conoscere loro «i diversi metodi contraccettivi». Su questo aspetto i bambini tra 9 e 12 anni dovranno già avere ampia competenza, diventando esperti nel «loro utilizzo» e venendo informati su «rischi e conseguenze delle esperienze sessuali non protette (le gravidanze indesiderate)».

DA ADOLESCENTI

Ecco il decisivo balzo in avanti: nella fascia puberale tra i 12 e i 15 anni gli adolescenti dovranno acquisire familiarità col concetto di «pianificazione familiare» e conoscere il difficile «impatto della maternità in giovane età», con la consapevolezza di «un’assistenza in caso di gravidanze indesiderate e la relativa «presa di decisioni» (leggi aborto). Non solo: a quell’età, ormai matura secondo l’Oms, i ragazzi dovranno essere informati sulla possibilità di «gravidanze anche in relazioni omosessuali» e sull’esistenza del sesso inteso come «prostituzione e pornografia», venendo messi in guardia «dall’influenza della religione sulle decisioni riguardanti la sessualità». Il protocollo diffuso dall’Oms lancia anche un monito affinché«l’educazione sessuale venga effettivamente realizzata in termini di luoghi, tempi e personale», sebbene non occorra una preparazione ad hoc della classe docente e «gli insegnanti di educazione sessuale non siano professionisti di alto livello».

DOCUMENTO GIÀ RECEPITO DALL’UE

Queste direttive sono già state recepite a livello comunitario nella risoluzione Estrela votata giorni fa al Parlamento europeo e ora in discussione in Commissione. Nel testo presentato dall’europarlamentare socialista Edite Estrela, la masturbazione viene infatti indicata come metodo di educazione sessuale, prendendo atto del fatto che «i ragazzi più giovani sono esposti, sin dalla più tenera età, a contenuti pornografici soprattutto su Internet».
Il rapporto Estrela, inoltre, invita l’Ue a «prevenire le gravidanze indesiderate» e a garantire «il diritto d’aborto», combattendo «l’abuso dell’obiezione di coscienza» da parte del personale sanitario.


 

 Alto Adige: cosa dice il manuale “info!girls”?

Mentre monta in Alto Adige la polemica per la diffusione del diario scolastico con in copertina il bacio omosessuale tra due ragazzi, portiamo a conoscenza dei nostri lettori l’esistenza di un altro strumento di propaganda che è un vero e proprio compendio di istruzioni al gender e ad ogni tipo di “diritto”, destinato alle giovanissime ragazze altoatesine.

di Rodolfo de Mattei, per Osservatorio Gender del 10/09/2016

 

Il manuale scaricabile qui si chiama “info!girls” e la sua prima edizione è stata pubblicata nel 2003, con l’obiettivo di “contenere informazioni su argomenti quali il diventare donna, il corpo, le relazioni, i sentimenti, l’amore e la sessualità, la contraccezione e la gravidanza in modo che le ragazze trovassero una risposta a tante domande che ci si pone durante la crescita”.

A questa edizione, hanno fatto seguito altre due pubblicazioni nel 2007 e nel 2013, edite sempre da Südtiroler Jugendring e curate dagli operatori del servizio di consulenza per giovani Young+Direct.

L’opuscolo, distribuito gratuitamente e stampato in oltre 20.000 copie, è composto da oltre 200 pagine, in doppia lingua, italiano e tedesco, e contiene anche un glossario con termini e definizioni in ladino per le ragazze di lingua ladina.

L’iniziativa info!girls è stata possibile grazie al sostegno finanziario dell’Ufficio Giovani in lingua tedesca, dell’Ufficio Famiglia, Donna e Gioventù della città di Bolzano, dell’assessorato ai giovani del comune di Brunico e del comune di Merano.

Nella presentazione dell’opuscolo – si legge sul sito del Comune di Bolzano – viene spiegato come grazie ad esse le ragazze:

“Si possono confrontare con i sentimenti che nascono quando ci si innamora, cosa significa avere dei bisogni, possono capire che la sessualità è un concetto più ampio del sesso. Possono leggere come sono fatti gli organi sessuali femminili e maschili, cosa succede quando vengono le mestruazioni e non ultimo che tipo di contraccettivi esistono”.

Questo l’elenco delle voci dell’indice dell’opuscolo:

  • Diventare donna
  • Nuovi media
  • Love, love, love
  • Corpo e sessualità
  • Contraccezione
  • La gravidanza
  • L’altro lato della sessualità
  • Internet for girls
  • Glossario

Riportiamo di seguito alcuni dei passaggi del volumetto per rendersi conto della tipologia dei messaggi inviati alle adolescenti altoatesine:

 

OMOSESSUALITA’

Nel capitolo dedicato all’amore “Love, love, love” vi è ovviamente un ampio paragrafo,  intitolato “Ti sei innamorata di un’altra ragazza o donna”, in cui si espone la “normalità” omosessuale, dove si legge:

“In adolescenza è difficile stabilire con certezza il proprio orientamento sessuale: c’è chi sa già con certezza di essere omosessuale, etero o bisessuale e chi ha bisogno di fare delle esperienze per capire il proprio orientamento sessuale. Per questo la fase del cosiddetto “coming out“ può essere molto lunga e solitamente avviene in due tempi. Dal momento in cui capisci e accetti di essere omosessuale (coming-out interiore) al momento di dichiararlo agli amici o ai genitori (coming-out esteriore) può passare molto tempo. (…) Non si può dire perché si diventa o si è omosessuali; si può solo dire che l’omosessualità non è una malattia né tantomeno un reato. L’amore è un sentimento che spetta a tutti e che tutti hanno il diritto di provare”.

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CONTRACCEZIONE

Il capitolo riservato alla contraccezione illustra alle giovani l’ampio ventaglio di metodi contraccettivi ai quali possono facilmente ricorrere per potere avere rapporti sessuali sicuri e “senza pensieri”, dalla “classica” pillola anticoncezionale fino alla spirale.

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Il testo ricorda alle ragazze come la contraccezione sia un loro diritto previsto dall’attuale normativa, anche se minorenni:

Anche se sei minorenne puoi accedere liberamente ai consultori come agli altri servizi sociali e sanitari, (anche senza richiedere il consenso ai tuoi genitori) per avere informazioni, consulenze o prescrizioni di contraccettivi. Infatti la legge nr. 194/’78 “riconosce anche ai minorenni il diritto di ottenere la somministrazione dei mezzi necessari a conseguire le finalità liberamente scelte in ordine alla procreazione responsabile”.

 

GRAVIDANZA

Se il metodo contraccettivo scelto avesse fallito ci pensa il capitolo successivo “Gravidanza” a “togliere le castagne dal fuoco”, fornendo ancora “preziosi” consigli alle ragazze in due specifici paragrafi intitolati “L’interruzione di gravidanza” e “La pillola RU 486”.

Il primo, in particolare, rammenta alle giovani dell’Alto Adige come l’uccisione del proprio bambino sia in Italia

“disciplinata dalla Legge 194 che consente il ricorso all’aborto nelle strutture autorizzate dal Ministero della Sanità, alle donne che ne fanno richiesta entro i primi 90 giorni di gravidanza”.

L’opuscolo, rivolgendosi alle ragazze dai 14 anni in su, pone poi un particolare accento sulla gravidanza delle minori, spiegando come l’aborto sia possibile anche in questo caso, solo con alcuni accorgimenti:

“Nel caso di minore età è richiesto il consenso dei genitori o del giudice tutelare. Se si verificano motivi gravi che non consentono di interpellare i genitori di una ragazza minorenne o se questi si rifiutano di concedere il permesso di abortire contro la volontà della ragazza, il consultorio familiare o il medico a cui la ragazza minorenne si è rivolta per l’interruzione di gravidanza possono rivolgersi al giudice tutelare. Il giudice tutelare può dare il consenso alla ragazza minorenne di decidere da sola di interrompere la gravidanza. Il giudice deve rispettare il volere della ragazza, ma in casi particolari può decidere autonomamente”.

 

CORPO E SESSUALITA’

Risparmiamo ai nostri lettori il contenuto di quest’altro rivoltante capitolo, limitandoci a riportare alcuni titoli che lasciano facilmente intendere il tenore degli argomenti sottoposti alle adolescenti altotesine: “Viaggio attraverso il corpo femminile”, “Gli organi sessuali maschili”, “Il mio corpo come fonte di piacere”, “Sesso: tutto quello che avresti sempre voluto sapere…”, “Il momento giusto”.

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In un paragrafo dal titolo “La sessualità è un’energia vitale”, gli autori dell’opuscolo “chiariscono” alle ragazze come la sessualità sia appunto una forma di energia vitale, rifacendosi in questo alle teorie dello psicanalista austro-americano Wilhelm Reich (1897-1957), secondo cui  l’uomo è “energia vitale”, identificabile con la sua sessualità: «un frammento di energia orgonica particolarmente organizzato». Una prospettiva per la quale, secondo Reich, è necessario che l’uomo dia sfogo a questi flussi di energia trattenuti dalle sue “corazze caratteriali” per potersi liberare delle proprie nevrosi, arrivando così ad un’assoluta e illimitata libertà sessuale.

DIKTAT RELATIVISTA

Questi brevi passaggi sono solo un piccolo estratto dell’opuscolo info!girls, ma sono sufficienti a rendere l’idea di quello che è il suo devastante messaggio, rivolto alle giovani altotesine, come si legge sulla stessa copertina, “dai 14 anni in poi“.

Un’iniziativa resa possibile grazie all’appoggio delle più importanti istituzioni territoriali, ignare degli enormi danni arrecati alle proprie giovanissime generazioni indottrinate al diktat relativista contemporaneo. Un folle diktat etico per il quale ogni volontà soggettiva è un diritto, per il solo fatto di manifestarsi, indipendentemente da qualsiasi oggettivo criterio di valore e verità. Gli adolescenti di oggi hanno bisogno di verità, di più regole e meno diritti, ci auguriamo che la grandissima parte “sana” dell’Alto Adige faccia sentire forte la sua voce contro questo inaccettabile manuale ideologico imposto alle proprie figlie.

  Dapprima una Rivoluzione scoppia, poi viene in qualche modo repressa, infine si stabilizza con una sorta di "onda lunga".

A Palermo benedetta in Chiesa una coppia lesbica: si tratta di un frutto della Rivoluzione Pastorale odierna, forse il primo di una lunga serie.
Una parte della diga cede, si tenta di ripararla, ma le crepe rimaste la faranno crollare col tempo.

Solo cinque anni fa, la Curia di Palermo aveva proibito agli omosessuali di pregare in Chiesa: http://it.paperblog.com/sei-gay-e-cattolico-in-chiesa-non-puoi-pregare-la-curia-di-palermo-vieta-una-veglia-per-le-372629/
Oggi tutto tace.

Serve l'impegno di tutti a favore della famiglia e della vita per fermare la Rivoluzione pastorale in corso.
Serve il lavoro incessante dei laici per ridare il primato alla dottrina sulla prassi attraverso la diffusione del Catechismo di San Giovanni Paolo II.

 

 

Palermo: prete benedice coppia lesbica in chiesa prima dell’unione civile

 

I palermitani lo conoscono bene, padre Cosimo Scordato, da decenni impegnato nelle periferie soprattutto con i bambini. È quello che si definisce un “prete di strada”, più simile a Don Gallo che a Bagnasco, per intenderci. Per questo non stupisce che, nel periodo in cui si celebrano le prime unioni civili, abbia voluto dare un segno chiaro su come si comporterà lui rispetto alle coppie omosessuali che gli si rivolgeranno.

Domenica scorsa, infatti, davanti alla sua comunità riunita per la messa nella chiesa di San Saverio, ha “benedetto” (non in senso tecnico) Elisabetta Cina e Serenella Fiasconaro che domani, 7 settembre, si apprestano a celebrare la loro unione civile in Comune. Pur non essendo assidue frequentatrici della parrocchia, le due donne hanno chiesto a padre Scordato di benedire le loro fedi. “La Chiesa non ammette questo sacramento per le coppie omosessuali ma le ho invitate comunque a venire a messa per presentarle alla Comunità, perché la Chiesa deve accogliere tutti” ha spiegato il prete secondo quanto riporta Repubblica .

Per questo le ha chiamate vicino a sé all’altare spiegando ai fedeli che la scelta delle due donne è una scelta che guarda al futuro ed ha chiesto a tutti di “accoglierle nella comunità e di pregare per la loro vita insieme”. Alla fine, il sacerdote ha detto che lo stesso farà con tutte le coppie gay e lesbiche che si rivolgeranno a lui perché, dice “le cose si cambiano a poco a poco, un passo per volta” ed ha concluso auspicando che “un giorno la chiesa accetti di benedire anche questo le relazioni omosessuali”. La folla in attesa della messa ha applaudito a lungo le due donne e il discorso del sacerdote non senza scattare decine di fotografie che hanno rapidamente fatto il giro dei social network.

(foto: Repubblica Palermo, fonte: gay.it)

Argomento: Chiesa

  Immagine blasfema della Madonna sul sito di Gay.it scatena l’indignazione in rete

 

 Non occorre fare grandi ricerche, per sapere cosa voglia dire «blasfemo». Il dizionario Garzanti specifica indicare tutto quanto «offenda con parole o atti ciò che per altri è divino o sacro». E propone come sinonimi «empio, sacrilego».

Ora, raffigurare la Madre di Dio con le fattezze di un organo genitale femminile corrisponde con piena evidenza a tale definizione. E questo è quanto vergognosamente proposto da Gay.it prima sul proprio profilo Facebook, poi sul sito, scatenando una raffica di reazioni ovviamente di indignazione e condanna nei confronti di quest’ennesima, volgare provocazione cristianofobica.

Così capita che gli stessi sempre pronti a strillare contro qualsiasi rilievo, vero o presunto, venga mosso alla loro condizione, si scoprano improvvisamente tanto ingenui da non cogliere cosa d’offensivo possa esservi nel raffigurare in simili fattezze la Madonna di Guadalupe, al punto da inventarsi su questo addirittura un “sondaggio”. Peraltro riferito non ad un’icona qualsiasi, bensì all’unica ritenuta persino dalla scienza non realizzata da mani umane: né un disegno, né una pittura, quindi particolarmente venerata e cara al popolo cattolico indio ed ai fedeli di tutto il mondo.

Fa chiaramente parte del gioco inventarsi, con grottesche acrobazie, caricaturali spiegazioni dalle velleitarie pretese artistiche all’oscena illustrazione: così ecco individuare nel «sesso femminile», rievocato dalla «mandorla» un «simbolo di nascita e fertilità», ignorando come esso non sia assolutamente da ricercarsi lì, bensì nei fiocchi della tunica all’altezza del ventre, richiamo tipico della cultura indigena; ignorando come la «mandorla» non sia quanto da loro “immaginato”, bensì il sole, la luce da cui si irradiano cento raggi, che illuminano tutto il Creato.

L’empia foto proposta è stata peraltro copiata dal gruppo Facebook delle ultrafemministe «antipatriarcali», un nome che è tutto un programma. Gay.it conclude, sostenendo che, in ogni caso, mettere «in moto il pensiero» sia «sempre un bene». Non è detto: dipende da quel che vi sia (o manchi) nella testa…

(M.F. per Corrispondenza Romana del 30/08/2016)

Gli 8 miti della propaganda omo-transgender

di Rodolfo de Mattei, per Osservatoriogender.it del 29 agosto

 

Il 19 agosto il quotidiano online statunitense “Accuracy in Media”, che si propone di monitorare scrupolosamente l’attendibilità e la serietà dell’enorme ed incessante flusso di notizie messo in circolo dal mainstream mediatico, ha pubblicato un interessante e documentato report, dal titolo Media Myths of the Homosexual-Transgender Agenda, del giornalista Peter LaBarbera presidente dell’associazione “Americans for Truth about Homosexuality” (AFTAH).

Obiettivo della relazione, come chiarisce l’autore nella premessa, è quello di esporre e smontare i principali miti e luoghi comuni esistenti attorno al tema dell’omosessualità, evidenziandone la debolezza e inconsistenza intrinseca.


Tali, oramai annose, bugie sono infatti divenute, con il tempo, dei veri e propri miti propagandistici finalizzati, grazie al supporto dei media e della potentissima lobby omo-transgender, a dare una spinta propulsiva alla sempre più fitta e prepotente agenda LGBT.

L’AGENDA OMO-TRANSGENDER

LaBarbera elenca, uno ad uno, i punti programmatici di tale rivoluzionaria agenda statunitense dalla portata globale:

  • Riscossione di multe salate per punire i cristiani e i tradizionalisti che si rifiutano di partecipare con la loro attività imprenditoriale ai “matrimoni” omosessuali;

  • Criminalizzazione della terapia di cambiamento pro-etero per i minori sessualmente confusi;

  • Utilizzo del governo per costringere le scuole e le imprese a consentire che “transgender” –  uomini che pensano di essere donne – di utilizzare i bagni e gli spogliatoi riservati al pubblico femminile (di sesso opposto);

  • Utilizzo delle leggi LGBT  “di non discriminazione” per obbligare le scuole pubbliche e le imprese a punire chi non aderisce al linguaggio politicamente corretto in stile transgender-inclusive come l’utilizzo di “Zir” invece di “lei”. New York City ora chiede il “rispetto” di 31 “identità di genere”, tra cui “genderqueer”, “terzo sesso” e “pangender”;

  • Utilizzo dei fondi dei contribuenti per terrificanti sfiguramenti di corpi presentati come “interventi chirurgici di riassegnazione del sesso”, per esempio, l’intervento su una donna di rimozione chirurgica dei seni perfettamente sani per farle avere un seno piatto che la faccia assomigliare ad un uomo, o, all’opposto, un uomo che si distrugge chirurgicamente i propri organi genitali per realizzare un improbabile organo femminile;

  • Accettazione delle persone transessuali nell’esercito degli Stati Uniti, pagamento dei loro distruttivi “interventi chirurgici” di cambiamento di genere in nome dell’ “assistenza sanitaria”;

  • Incoraggiamento dei giovani ad adottare l’ “identità di genere” del sesso opposto, arrivando al punto di incoraggiare i minori a prendere ormoni per arrestare i fisiologici cambiamenti della pubertà, in un futile tentativo di “diventare” poi un domani, una volta maggiorenni, del sesso opposto, o peggio: permettere a ragazzi e ragazze minorenni di mutilare chirurgicamente i propri organi sessuali al fine di apparire del sesso opposto;

  • Insegnamento ai bambini molto piccoli, anche quelli dell’asilo, ad accettare l’omosessualità e l’idea radicale “transgender” che si possa scegliere una “identità di genere” che non corrisponde al proprio sesso biologico.

La propaganda gender è stata, e continua ad essere, così massiva e martellante da trasformare a suo favore la percezione dell’opinione pubblica nei confronti del fenomeno omosessuale. A questo proposito, il presidente di AFTAH ricorda come un sondaggio “Gallup” del 2011 abbia riscontrato che l’americano medio “ritiene” che i gay siano la spropositata cifra del 25% della popolazione, un fantomatico dato che arriva addirittura al 30% nella fascia delle donne sotto i 30 anni.

In realtà, la percentuale effettiva di uomini omosessuali, lesbiche e bisessuali nella popolazione degli Stati Uniti è solo del 2,3%.

Vediamo quali sono i principali miti, divenuti delle vere e proprie leggende globali, che hanno favorito la prepotente ed impetuosa avanzata dell’agenda gender:

MITO 1 – Gli omosessuali sono il 10% della popolazione americana

Il mito del “10%” è un vero e proprio cavallo di battaglia della propaganda omosessualista. Che il 10% della popolazione americana sia omosessuale è infatti una delle rivendicazioni di lotta di più lunga durata dell’attivismo gay. La Barbera chiarisce come tale dato immaginario sia stato messo in circolo alla fine del 1970 da Bruce Voeller, fondatore del National Gay Task Force (predecessore dell’odierna  National LGBTQ Task Force), accompagnato dall’ingannevole slogan, “We Are Everywhere“.

“Così, proprio mentre i militanti “gay” facevano pressioni e boicottaggi nei confronti dei professionisti statunitensi della salute mentale per rimuovere l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali, nel 1973, essi hanno amplificato a dismisura la quota della popolazione omosessuale al fine di rendere ancora più “impellenti” e necessarie le loro richieste”.

Una politica mistificatoria che si è avvalsa del pieno e decisivo appoggio dei mezzi di comunicazione pronti a diffondere tale assurdo ed fantasioso dato statistico.

“Per decenni i giornalisti americani hanno fatto riferimento a tale affermazione del 10% – frutto di una lettura errata degli screditaty “Report” del sessuologo statunitense Alfred Kinsey. Il mito del 10 % ha raggiunto il suo scopo di dare un enorme forza politica alle istanze “gay” quando il movimento era ancora debole”.

I dati reali ovviamente dicono tutt’altro. Successivi, seri e più approfonditi, studi hanno stimato infatti una cifra totale della popolazione omosessuale-bisessuale inferiore al 5%.

“Nel 2014, un vasto sondaggio condotto dal Federal National Center for Health Statistics che ha coinvolto 35.557 americani ha inferto un colpo mortale alla tesi del 10%. I risultati dell’ampia indagine hanno infatti riscontrato che solo l’1,6 %  degli intervistati si è identificato come “gay o lesbica”, mentre lo 0,7% ha affermato di essere “bisessuale.” Nel 2011, l’organizzazione LGBT Williams Institute dell’UCLA ha stimato che lo 0,3% della popolazione si identifica come transgender. Dunque, combinando insieme tali dati, tra omosessuali, bisessuali e transgender in America siamo intorno al 3%”

Il mito “nato gay” è popolare ancora oggi

Il costante bombardamento mediatico riguardo la “bellezza” e “normalità” omosessuale sembra, purtroppo, dare i suoi amari frutti. Nonostante i dati scientifici evidenzino il contrario, circa la metà degli americani intervistati crede infatti ancora che gli omosessuali siano “nati in quel modo”. Ad attestarlo è un sondaggio Gallup del 2015.

Come riporta LaBarbera:

“Gallup ha condotto interviste, su questo ed altri temi omosessuali ogni anno a partire dal 1977. Il primo anno, nel lontano 1977, solo il 13% degli americani credeva che le persone fossero “nate omosessuali”, mentre il 56 % chiamava in causa “l’educazione e l’ambiente” di una persona come i principali fattori determinanti. Nello spazio di poco di meno di 40 anni i risultati si sono completamente invertiti. Il sondaggio condotto nel 2013 ha infatti registrato la cifra record di 51% degli intervistati che ritiene gli omosessuali siano nati con l’inclinazione verso persone dello stesso sesso, e dall’altra parte il record minimo del 30% ha citato i fattori ambientali”.

“Tali dati – conclude il presidente di AFTAH – mostrano l’enorme e soffocante potere dei media nel manipolare ed indirizzare il dibattito “gay”. Ora gli stessi mezzi stanno lavorando incessantemente per “sdoganare” anche il transgenderismo presentato anch’esso come una “normalissima” condizione innata”.

MITO 2 – “Gay si nasce”

Un altro dei miti, per tanto tempo, maggiormente in voga  nell’attivismo “gay” è l’idea che gli omosessuali siano “nati in quel modo”, secondo il noto slogan “omosessuali si nasce”.  Tale narrazione di comodo – fondata su di un’errata concezione del concetto di “natura” ed alimentata per anni dalle lobby LGBT – serve, nota sempre LaBarbera, ad eludere la “questione morale” dal dibattito omosessuale,

“suggerendo che gli omosessuali non sono responsabili per i loro comportamenti sessuali, perché ‘essere gay’ è una parte genetica di ‘chi sono'”.

Ma anche riguardo il presunto “innatismo omosessuale”, il presidente di AFTAH sottolinea come questo sia ormai divenuto un’idea quasi fuori moda dopo che, malgrado il grande impegno profuso in tal senso, non si sia mai trovata alcuna prova scientifica che attesti l’origine genetica dell’omosessualità.

Negli anni ’90, parlare di un “gene gay” era di gran moda dopo che l’allora ricercatore omosessuale Dean Hamer aveva pubblicato nel 1993 sulla rivista ‘Science’ uno studio sbandierato dai media che pretendeva di aver individuato un “marcatore genetico” per l’orientamento omosessuale dei maschi. Tuttavia, ‘Science’ non riuscì a replicare il proprio studio, e anche altri tentativi analoghi fallirono. Ora l’omosessualità genetica non è più in voga, nonostante la possibilità dell’esistenza di un “gene gay” ecciti ancora i giornalisti”.

A proposito della forsennata caccia al “gene gay”, LaBarbera osserva come il più grave colpo alla teoria dell’ “innatismo gay” sia arrivato, come un boomerang, dagli studi sui gemelli omozigoti. Tali ricerche, in origine utilizzate per promuovere l’idea dell’omosessualità innata, sono oggi infatti ritenute, con un generale consenso della comunità scientifica, le prove provate dimostranti il contrario.

A conferma di ciò, esistono almeno otto importanti studi scientifici condotti su gemelli identici in Australia, Stati Uniti, e in Scandinavia, durante gli ultimi due decenni che mostrano come gli omosessuali non sono nati omosessuali.

Il dr. Neil Whitehead, uno dei principali ricercatori in tutto il mondo sul tema, ha dichiarato al sito web OrthodoxNet.com

“Da sei studi (2000-2011): se un gemello identico ha attrazione verso lo stesso sesso le probabilità che il co-gemello abbia la stessa attrazione, sono solo circa dell’11% per gli uomini e del 14% per le donne. (…) Dal momento che hanno il DNA identico [la concordanza sull’orientamento sessuale ] dovrebbe essere al 100%”.

Per approfondire il tema del “gene gay” l’Osservatorio Gender lo ha già  ampiamente trattato qui nell’articolo Gay si nasce o si diventa ? e qui Gene gay?: “Gayburg” e le ipocrisie della comunità LGBTQ.

MITO 3 – I traumi infantili non c’entrano nulla

Se “gay si nasce” tutti gli eventi e gli accadimenti esterni non c’entrano nulla, perfino se si tratta di traumi dell’infanzia. Tuttavia, LaBarbera mette in luce come alcuni studiosi abbiano recentemente sottolineato il nesso esistente tra “abusi infantili” e omosessualità adulta. Il presidente di AFTAH osserva infatti come alcuni ricercatori abbiano, negli ultimi tempi, portato avanti delle teorie alternative che collegano lo sviluppo dell’identità omosessuale adulta ai traumi infantili subiti, come, l’incesto tra gemelli o le molestie su minori.

Uno studio del 2015 condotto da Keith Beard e pubblicato sulla rivista “Cogent Psychology” ha rilevato che,

“l’incesto omosessuale tra fratelli o sorelle aumenta significativamente la probabilità che i partecipanti, una volta adulti, si auto-identifichino come gay, lesbiche, bisessuali, o mettano in discussione la propria sessualità”.

A questo proposito, il presidente di AFTAH sottolinea come due importanti personaggi televisivi americani, apertamente omosessuali, il giornalista della CNN Don Lemon e Thomas Roberts della MSNBC’s, abbiano un comune passato di abusi infantili.

 MITO 4 – Gli omosessuali non possono cambiare

Come più volte riportato dall‘Osservatorio Gender, gli Stati Uniti di Barack Obama hanno dato, negli ultimi tempi, una spinta decisiva al processo di omosessualizzazione globale. L’impegno profuso e i risultati raggiunti sono stati tali che la popolare rivista statunitense LGBT, “Out” ha incoronato Obama ad “alleato dell’anno” nella sua quotidiana battaglia per gli pseudo “diritti” omosessuali.

Tra le tante attività, una delle più devastanti e inaccettabili campagne pro-LGBT condotte dall‘amministrazione Obama è stata quella finalizzata a mettere al bando le cosiddette “terapie riparative”, obbligando le persone con tendenze omosessuali ad accogliere forzatamente tali pulsioni senza alcuna possibilità di via di uscita.

Come osserva LaBarbera, non vi è infatti

“verità disprezzata e rifiutata dagli attivisti omosessuali quanto la semplice realtà che le persone che hanno vissuto come “gay” o lesbiche (o “transgender”) possono cambiare e vivere onorevolmente secondo il naturale scopo creato per i loro corpi da Dio. Gli attivisti omosessuali che continuano ad affermare che le persone non possono cambiare il loro “orientamento sessuale” – ignorano le molte testimonianze di persone come Stephen Black and Dr. Rosaria Butterfield che hanno superato e vinto l’istinto dell’omosessualità nella loro vita”.

Ora le lobbies pro-omosessuali, assieme ad altri alleati come il Southern Poverty Law Center, presentati erroneamente dai media come un “gruppo per i diritti civili”, hanno alzato l’asticella delle rivendicazioni, chiedendo che le leggi statali e nazionali vietino del tutto le terapia riparative rivolti ai minori.

Tali leggi anti-libertà continua La Barbera –  oggi esistono in California, Oregon, New Jersey, Illinois, Vermont e nel Distretto di Columbia. Il presidente Obama ha approvato un progetto di legge federale progettato per vietare cosiddetta terapia di “conversione” (cambiamento) per i minori. Questa legislazione altamente pericolosa vorrebbe limitare la libertà dei genitori e dei figli, tra cui quelli vittime di predatori omosessuali a perseguire il sano cambiamento che desiderano”.

MITO 5 – E’ possibile “riassegnare il sesso” in sala operatoria

Negli Stati Uniti si vanno diffondendo centri medici attrezzati per le operazioni chirurgiche di cambio di sesso, presentate con la definizione più soft e politically correct di “riassegnazione di sesso“, a sottolineare la possibilità di ri-assegnarsi autonomamente il sesso, secondo le proprie mutevoli e soggettive percezioni. In tal senso, il presidente di AFTAH racconta la storia di Walt Heyer, un ex transessuale che si è sottoposto ad un intervento chirurgico di “riassegnazione di sesso” da maschio femmina per diventare il suo alter ego femminile ( “Laura”).

“Heyer, sottolinea LaBarbera, non era “nato transgender”, quanto vittima di alcune tragiche circostanze di infanzia, tra cui una nonna che lo vestiva in costume da donna quando era ancora un ragazzino. Ora ha riacquistato la sua identità maschile naturale e incoraggia gli uomini dal sesso confuso di non sottoporsi a radicali operazioni e terapie ormonali per inseguire una mera fantasia”.

Heyer è oggi diventato un formidabile testimone contro l’ideologia transgender, scrivendo un interessante libro, Paper Genders. Il mito del cambiamento di sesso (SuGarco 2013), riguardo la propria esperienza in cui riporta, tra l’altro, l’autorevole testimonianza del noto dottor Paul McHugh, Professore di Psichiatria presso la Johns Hopkins University School of Medicine, che, dopo aver attentamente studiato i risultati degli uomini che si erano sottoposti ad interventi di “cambio di sesso” rispetto a coloro che non non lo avevano fatto, ha messo fine al programma “riassegnazione chirurgica del sesso” dell’università.

Una drastica ma convinta decisone così illustrata dallo stesso McHugh nel 2014:

“La maggior parte dei pazienti trattati chirurgicamente avevano affermato di essere ‘soddisfatti’ dei risultati, ma i loro successivi adeguamenti psico-sociali non erano migliori di quelli di coloro che non si erano sottoposti ad intervento chirurgico. E così che alla Hopkins abbiamo smesso di fare chirurgia per cambiare sesso, dal momento che la produzione di un ‘soddisfatto’, ma ancora turbato paziente ci è sembrata una ragione insufficiente per amputare chirurgicamente organi normali”.

MITO 6 – Gli ormoni ritardanti la pubertà aiutano i bambini “confusi”

Il dr. McHugh dedica la sua critica più veemente ai medici che vestono i panni dei “guru transgender“, pretendendo di imporre tali radicali interventi chirurgici di cambio di sesso a giovanissimi e adolescenti dall’identità sessuale confusa. In realtà, essi si illudono di poter migliorare con un semplice intervento chirurgico quello che è, principalmente, un assai complesso problema psicologico:

“Un altro sottogruppo è costituito da giovani uomini e donne suscettibili alla suggestione che ‘è tutto normale’ (…). Questi sono gli aspetti transgender più simili a quelli dei pazienti affetti da anoressia nervosa: si persuadono che la ricerca di un cambiamento fisico drastico metterà fine ai loro problemi psico-sociali. I consiglieri della “diversità” nelle loro scuole, un po’ come i leader di una setta, possono incoraggiare questi giovani a prendere le distanze dalle loro famiglie, offrendogli consigli su come confutare gli argomenti contro un intervento chirurgico transgender. I trattamenti qui devono iniziare con la rimozione del giovane dall’ambiente suggestivo, offrendogli un contro-messaggio alla terapia familiare”.

In particolare il drMcHugh punta il dito contro i folli trattamenti ormonali, finalizzati a ritardare lo sviluppo della pubertà dei bambini incerti sul proprio “genere” sessuale, mettendo in guardia riguardo le drammatiche conseguenze a cui vanno incontro i bambini sottoposti a tali criminali terapie:

“Poi c’è il sottogruppo dei giovanissimi, spesso bambini in età prepuberale che notano ruoli sessuali distinti nella cultura e, esplorando come potrebbe essere assumerli, iniziano ad imitare il sesso opposto. Dottori sviati presso alcuni centri medici, tra cui il Boston’s Children’s Hospital, hanno cominciato cercando di trattare questo comportamento attraverso la somministrazione di ormoni ritardanti la pubertà al fine di rendere i futuri interventi chirurgici di cambiamento di sesso meno onerosi, nonostante tali farmaci comportino l’arresto della crescita dei bambini e il rischio di causare la sterilità. Dato che quasi l’80 per cento di questi bambini abbandonerebbe tale confusione di genere e crescerebbe naturalmente nella vita adulta se non fossero sottoposti a trattamenti, questi interventi medici si avvicinano a degli abusi sui minori. (…)“.

Facendo tesoro dei moniti del Dr. McHugh, l’ “American College of Pediatricians“, un’organizzazione di pediatri che cerca di contrastare l’ideologico operato della più nota, e soprattutto potente, “American Academy of Pediatricians“, apertamente pro-LGBT, ha recentemente pubblicato un importante documento di denuncia, “Gender Ideology Harms Children”, che, come riportato da LaBarbera, include tra i suoi punti:

  • La pubertà non è una malattia e gli ormoni bloccanti la pubertà possono essere pericolosi …

  • Secondo il DSM-V (manuale diagnostico dell’APA per i disturbi mentali) ben il 98% dei ragazzi e l’88% delle ragazze sessualmente confusi alla fine accettano il loro sesso biologico dopo aver attraversato naturalmente la fase della pubertà;

  • I bambini che fanno uso di bloccanti della pubertà per identificarsi con l’altro sesso dovranno assumere ormoni cross-sessuali nella tarda adolescenza. Gli ormoni cross-sessuali (testosterone ed estrogeni) sono associati a pericolosi rischi per la salute incluso ma non limitato alla pressione alta, coaguli di sangue, ictus e cancro;

  • I tassi di suicidio sono 20 volte maggiori tra gli adulti che fanno uso di ormoni cross-sessuali e sono sottoposti a chirurgia di cambiamento di sesso, anche in Svezia, che è tra i paesi a maggior tasso di affermazione LGBTQ;

  • Condizionare i bambini a credere che una vita di rappresentazione chimica e chirurgica del sesso opposto è normale e sana costituisce abuso sui minori.

Recentemente, come riportato qui dall’Osservatorio Gender, le due principali associazioni pediatriche statunitensi si sono affrontate pubblicamente attraverso la messa online di due interessanti e contrapposti documenti sul fenomeno della cosiddetta “disforia di genere”.

MITO 7 – I figli di persone omosessuali e transgender non soffrono

Un altro ricorrente mito della propaganda omosessualista recita che non vi è “nessuna differenza” tra le famiglie omosessuali e quale normali, composte da mamme e papà, arrivando, in alcuni casi, ad affermare che la genitorialità “gay” sarebbe addirittura superiore a quella normale . Ma ancora una volta, la realtà racconta tutta un’altra storia.

A tale proposito, LaBarbera riporta quanto scritto dall’analista statunitense dell’Heritage Foundation Jamie Bryan Hall, che ha studiato l’opera del professore di sociologia Dr. Paul Sullins della Catholic University.

Sullins, che ha analizzato attentamente i dati del sondaggio federale National Health Interview dal 1997 al 2013, come scrive Hall, è arrivato a conclusioni opposte:

“(..) il dottor Sullins ha riscontrato che i figli di genitori in relazioni omosessuali hanno risultati significativamente peggiori rispetto a quelli dei genitori di sesso opposto su 9 delle 12 misure riguardo i problemi emotivi o di sviluppo e il loro uso del trattamento di salute mentale. In generale, i figli di genitori in relazioni omosessuali hanno circa due o tre volte di più la probabilità di avere tali problemi. Nella sua più ampia analisi statistica, in cui prende anche in considerazione la stabilità della relazione, la stigmatizzazione e il disagio psicologico dei genitori, Sullins nota che la prevalenza di problemi emotivi tra i bambini che vivono con genitori dello stesso sesso è 4,5 volte più alta tra i bambini che vivono con i loro genitori biologici sposati, 3 volte maggiore nei bambini che vivono con un genitore acquisito sposato, 2,5 volte più elevato di quelli con i genitori conviventi, e 3 volte di più nei bambini con un solo genitore”.

A proposito di famiglie normali e omosessuali segnaliamo questi 3 articoli pubblicati sull’Osservatorio Gender dedicati ad uno dei massimi esperti sul tema, il sociologo statunitense Mark Regnerus: Regnerus: i dati ci dicono che per i bambini è meglio crescere con mamma e papàMark Regnerus, studioso serio ed onesto contro il “gender diktat” globaleIntervista a Mark Regnerus: “Stati Uniti, Gran Bretagna Canada promuovono una società de-sessuata”.

MITO 8 – L’omosessualità non causa alcun problema di salute

Un’altra delle affermazioni che la comunità LGBT respinge con maggior forza è il rapporto tra comportamenti omosessuali e gravi problemi di salute. A tale proposito, il presidente di AFTAH sottolinea come quanto scritto dal dottor Sullins nel 2004 sia tutt’oggi vero:

“Come l’aborto, l’omosessualità è associata ad un aumento dei problemi di salute mentale e di angoscia. Anche se raramente riconosciuto sui media popolari o nei discorsi pubblici, l’emergere di evidenze epidemiologiche negli ultimi dieci anni ha chiaramente stabilito un legame tra l’omosessualità e la malattia mentale o problemi emotivi”.

In tema di omosessualità e salute, LaBarbera denuncia la scellerata campagna dell’amministrazione Obama per consentire agli omosessuali maschi di poter donare il sangue, evidenziando come la spregiudicata lobby LGBT sia disposta a tutto pur di raggiungere i propri ideologici obiettivi:

“la lobby LGBT è più preoccupata di segnare un altro score nei “diritti dei gay” piuttosto che di proteggere la fornitura di sangue della nostra nazione. È come se le migliaia di storie nel corso degli ultimi decenni, comprese quelli riguardanti la crisi dell’AIDS, che ha mostrato l’elevata correlazione tra “uomini che fanno sesso con altri uomini” (MSM) e varie malattie, non fossero mai state pubblicate”.

A riguardo, LaBarbera riporta i dati circa la relazione tra omosessualità e salute, messi a disposizione dai “Centers for Disease Control” (CDC):

  • HIV – Nel 2011, un sorprendente 94-95% dei nuovi casi di HIV tra i maschi di età dai 13 ai 24 anni sono stati collegati a MSM (Men who have Sex with Men).

  • Sifilide – Nel 2012, l’84% dei nuovi casi di sifilide sono stati collegati a MSM (Men who have Sex with Men) facendo della sifilide la nuova “malattia gay”.

  • Hepatitis – “Una nuova ricerca dimostra che gli uomini gay che sono positivi all’HIV ed hanno più partner sessuali possono aumentare il loro rischio per l’epatite C.”

  • Shigellosis– “Chiunque può contrarre la Shigellosis, ma è riscontrata più spesso nei bambini piccoli. Quelli che possono essere maggiormente a rischio sono i bambini in asili nido, i viaggiatori stranieri in alcuni paesi, le persone istituzionalizzate e le persone esposte a feci umane attraverso il contatto sessuale”.

Gli elevati e concreti rischi insiti nell’adozione dello stile di vita omosessuale sono stati recentemente denunciati da due eminenti studiosi statunitensi attraverso la pubblicazione di uno degli studi scientifici più rigorosi compiuti finora. A pochi giorni di distanza, è stata la volta del Servizio Sanitario Britannico che ha lanciato l’allarme sifilide per la capitale Londra a causa della sempre maggiore diffusione di disordinate abitudini sessuali. Il report redatto dal Public Health England, ha rilevato come nel 2015 ci sia stato un vero e proprio boom di infezioni, con la malattia diagnosticata a 2.811 londinesi, vale a dire il 56% di tutti i casi dell’Inghilterra, pari a 5.042.(leggi qui l’articolo completo Omosessualità: Londra capitale della sifilide in Europa).

Gli 8 miti qui elencati sono solo alcune della tante menzogne messe in giro dall’attivismo LGBT al fine di raggiungere i propri scopi sovversivi. Se vuoi aiutarci a diffondere la verità e smascherare il piano di omosessualizzazione della nostra società CONDIVIDI QUI questo articolo!

 Gli psichiatri Usa sdoganano la pedofilia, da malattia a “orientamento”

 

 La stampa conservatrice parla già di “mainstreaming della pedofilia”, della sua definitiva normalizzazione. I liberal più militanti esultano per la “destigmatizzazione della pedofilia”.

E’ successo che l’Associazione degli psichiatri americani, una delle più importanti associazioni scientifiche del mondo, ha modificato nel suo ultimo manuale la linea sulla pedofilia: non più “disordine” ma “orientamento” come gli altri. In sostanza, le “attenzioni” degli adulti nei confronti dei bambini non sono più considerate un “disturbo”.

La decisione è stata subito denunciata dall’Associazione della famiglia americana e va a completare un ciclo di ripensamenti della pedofilia cominciato negli anni Cinquanta.

Una sorta di evoluzione linguistica che indica però una trasformazione culturale.
Nel precedente “Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders”, una specie di “bibbia” occidentale per gli psichiatri, il manuale usato per i trattamenti psichiatrici e che si prefigge l’obiettivo di “fornire alla comunità psichiatrica internazionale un linguaggio comune sui disturbi mentali basato sull’evidenza scientifica”, la pedofilia era stata declassata da “malattia” a “disordine”, a un “orientamento sessuale o dichiarazione di preferenza sessuale senza consumazione”.

Adesso l’Apa, a tredici anni di distanza dall’ultima revisione del testo, fa un passo ulteriore: “Come l’Apa dichiarò negli anni Settanta che l’omosessualità era un orientamento sotto la forte pressione degli attivisti omosessuali, così ora sotto la pressione degli attivisti pedofili ha dichiarato che il desiderio sessuale verso i bambini è un orientamento”, denuncia l’Associazione cattolica.

Nel precedente manuale, a cui hanno lavorato oltre mille esperti in psichiatria, psicologia, assistenza sociale, pediatria e neurologia, si considerava “disordine mentale” quello di un molestatore di bambini, se la sua azione “causa sofferenze clinicamente significative o disagi nelle aree sociali, occupazionali o in altri importanti campi”.

La pedofilia viene definita “amore intergenerazionale”. Una trasformazione avvenuta sotto la spinta degli studi di Alfred Kinsey, il guru della rivoluzione sessuale occidentale che ha ispirato molti studi psichiatrici in campo sessuale.
Nel suo secondo “Rapporto” c’è un paragrafo intitolato “Contatti nell’età prepubere con maschi adulti”, nel quale vengono descritti rapporti sessuali tra adulti e bambini: “E’ difficile capire per quale ragione una bambina, a meno che non sia condizionata dall’educazione, dovrebbe turbarsi quando le vengono toccati i genitali, oppure turbarsi vedendo i genitali di altre persone, o nell’avere contatti sessuali ancora più specifici”.

Già nel 1998 il prestigioso Bollettino di psichiatria aveva pubblicato uno studio di tre professori (Bruce Rand della Temple University, Philip Tromovitch della Università della Pennsylvania e Robert Bauserman della Università del Michigan) che per la prima volta ridefinivano l’espressione e il significato di “abuso sessuale sui bambini”.
Si legge nel volume che “questi studi dimostrano che le esperienze sofferte da bambini, sia maschi che femmine, che hanno avuto abusi sessuali sembrano abbastanza moderate. Essi asseriscono inoltre che l’abuso sessuale su un bambino non necessariamente produce conseguenze negative di lunga durata”.
 

Dopo le accuse questa settimana di aver normalizzato la pedofilia, l’Associazione degli psichiatri ha detto che rettificherà il nuovo manuale, distinguendo stavolta fra “pedofilia e disordine pedofiliaco”.
Se la seconda resta una patologia psichiatrica, la prima diventerà “un orientamento normale della sessualità umana”.
Il discrimine è nella mano che accarezza?

Sofismi da parte di chi per anni, nelle aule dei tribunali americani e sui media, ha scatenato la caccia alla chiesa cattolica a suon di psichiatri-testimoni e che adesso considera la pedofilia al pari di ogni altro comportamento sessuale.
D’altronde questa è la forza di chi scrive i manuali scientifici: un disturbo psichiatrico non esiste se non c’è nel manuale degli psichiatri americani.
E’ il potere di scrivere, letteralmente, la realtà.

 

di Giulio Meotti, per Il Foglio

 

Poligamia, burka e burkini: l’Islam sveglia l’Occidente ?

di Rodolfo de Mattei, per Osservatorio Gender del 20 agosto 2016

 

L’Islam suona la sveglia all’Occidente mettendone a nudo le intrinseche fragilità ed evidenti contraddizioni. Negli ultimi mesi, l’Europa laica e liberale, di fronte all’intensificarsi dei tragici attentati, dei sempre più massicci flussi migratori provenienti dalle incendiarie coste libiche, in aggiunta agli impietosi dati statistici sul pesantissimo inverno demografico che attende il nostro continente, si è infatti trovata di fronte ad un’accesa e paradossale discussione in merito alla “tollerabilità” di alcuni diritti sociali costitutivi dell’Islam. Tra questi, in particolare, il diritto alla poligamia e il diritto ad indossare il cosiddetto “burkini” sulle spiagge europee.

La polemica sulla poligamia

A far scoppiare il caso sulla poligamia è stato Hamza Roberto Picardo il fondatore dell’Ucoii, l’Unione delle Comunità islamiche, il quale, il giorno della celebrazione della prima unione gay a Palazzo Reale da parte del sindaco di Milano Beppe Sala, ha così commentato su Facebook:

“Se è solo una questione di diritti civili, ebbene la poligamia è un diritto civile”.  «I musulmani – ha aggiunto Picardo- non sono d’accordo neppure sulle unioni omosessuali e tuttavia non possono che accettare un ordinamento che le ha consentite. Il problema è che se le convinzioni etico e spirituali delle persone non hanno titolo d’interdizione nella sfera pubblica, allora non si capisce perché una relazione tra adulti edotti e consenzienti possa essere vietata, di più, stigmatizzata, di più, aborrita».

La dichiarazione del rappresentante dell’Ucoii ha immediatamente suscitato un fiume di prevedibili sdegnate reazioni, come quella del senatore del PD Luigi Manconi, il quale, in un editoriale pubblicato sul “Corriere della Sera” del 8 agosto 2016, ha replicato a Picardo, sottolineando come l’istituto della poligamia non abbia diritto ad alcuno spazio nell’ordinamento giuridico italiano in quanto violerebbe in nuce i principi fondanti del nostro “vivere civile”:

“Piccardo sbaglia di grosso, sin dalla premessa: la poligamia non è affatto «una questione di diritti civili». La poligamia, per contenuto morale e per struttura del vincolo, si fonda — e non può che fondarsi — su una condizione di disparità, che viene riprodotta e perpetuata. Comunque la si voglia argomentare e manipolare fino a immaginare il suo rovesciamento speculare (più uomini sposati con una sola donna), si tratta in ogni caso di un rapporto fondato su uno stato di diseguaglianza”.

Il fatto non tollerabile evidenziato da Manconi sarebbe quindi lo stato di diseguaglianza in cui si verrebbe a trovare la donna all’interno di una relazione poligama, una disparità nei suoi confronti inaccettabile, da rifiutare senza indugio:

“La parità tra i sessi e la tutela della dignità contro ogni discriminazione, costituiscono un diritto fondamentale della persona, che è (proprio per questo) non disponibile. Ovvero, un diritto non alienabile (e non limitabile, modificabile o cedibile) persino da parte del suo stesso titolare. Un diritto, cioè, sottratto ad ogni potere dispositivo: fosse anche quello del suo stesso beneficiario (…). Questa discussione è di cruciale importanza perché consente di tracciare un discrimine limpido tra quanto – delle tradizioni, delle confessioni e delle culture di diversa origine – è accettabile all’interno del nostro ordinamento giuridico e della nostra vita sociale e quanto, al contrario, deve essere rifiutato. (…) Di conseguenza, il relativismo culturale, che è manifestazione propria di una concezione liberale della società, non può accettare l’esclusione delle ragazze dall’istruzione scolastica o la loro subordinazione ai maschi, i matrimoni precoci e le mutilazioni genitali femminili (…)”.

La polemica sul burkini

Il secondo “tormentone” di questa estate 2016 è stato il “si o no” al burkini, vocabolo ibrido tra burqa e bikini on il quale viene indicato il particolare costume da bagno per le donne musulmane, ideato nel 2000 da una stilista australiana di origini libanesi, che lascia scoperti solo viso, mani e piedi.

A scatenare l’infuocato dibattito sono stati i divieti di indossarlo istituiti da alcuni sindaci della Costa Azzurra e della Corsica, intenzionati con le loro decisioni a dare un messaggio forte alla comunità musulmana.

Contro il burkini si è schierato anche lo stesso primo ministro francese Manuel Valls, definendolo “incompatibile con i valori della Francia“ in quanto “espressione di un’ideologia basata sull’asservimento della donna”.
Sulla stessa linea, anche la Germania della cancelliera Angela Merkel, che attraverso il suo ministro dell’Interno Thomas de Maiziére si è espressa contro l’utilizzo del burka e del burkini, dichiarando:

“rifiutiamo, all’unanimità il velo integrale. Mostrare il proprio volto è fondamentale nella nostra società”. Quello che si prospetta in Germania, come si legge sul “Corriere della Sera” del 20 agosto è dunque “una parziale messa al bando del velo integrale islamico (burqa o niqab): nessuna donna potrà indossarlo a scuola, nelle università, durante manifestazioni, ai controlli di sicurezza, mentre guida o quando svolge funzioni pubbliche”.

Alcune riflessioni sul tema

Gli accesi dibattiti attorno poligamia e burkini di queste settimane suggeriscono alcune riflessioni.

La discussione sul diritto alla poligamia e quella sulla messa la bando del burkini hanno fatto emergere le due anime contrapposte dell’Occidente contemporaneo: l’anima relativista e libertaria e l’anima laicista e ugualitaria.

La prima in nome del liberalismo e dell’autodeterminazione della donna, abituata in Occidente a disporre senza limiti del proprio corpo, sente di non poter “proibire” alla donna la libertà di scelta di intraprendere una relazione poligama o di coprire il proprio corpo dove, quando e come crede.

La seconda anima, emblematicamente incarnata dalla laicité francese, applicando il secolarismo di Stato, rifiuta per principio qualsiasi simbolo che richiami una qualche appartenenza religiosa.

Per uscire dall’ angusto ed imbarazzante vicolo cieco, che vede l’Islam mettere in crisi il decantato pluralismo occidentale, la via di fuga, ben espressa dal senatore Manconi, è quella di passare con un agile balzo dall’ideologia liberale a quella egualitaria, affermando che

la parità tra i sessi e la tutela della dignità contro ogni discriminazione, costituiscono un diritto fondamentale della persona, che è (proprio per questo) non disponibile. Ovvero, un diritto non alienabile (e non limitabile, modificabile o cedibile) persino da parte del suo stesso titolare. Un diritto, cioè, sottratto ad ogni potere dispositivo: fosse anche quello del suo stesso beneficiario (…)“.

DA VOLTAIRE A ROUSSEAU

Vista la mala parata del liberalismo sfrenato ci si rifugia nell’egualitarismo radicale. Da Voltaire si passa a Rousseau. Liberalismo ed egualitarismo mostrano così di essere frutto dello stesso albero. Il passaggio dal primo al secondo non è altro che una tappa del processo rivoluzionario descritto dal pensatore cattolico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995):

«Quando la Rivoluzione si rese conto che, se si lasciano liberi gli uomini, diseguali per le loro attitudini e la loro volontà di impegno, la libertà genera la diseguaglianza, decise, in odio a questa, di sacrificare quella. Da ciò nacque la sua fase socialista. Questa fase ne costituisce soltanto una tappa. La Rivoluzione spera, al suo termine ultimo, di realizzare uno stato di cose in cui la completa libertà coesista con la piena uguaglianza. Così, storicamente, il movimento socialista è un semplice compimento del movimento liberale».

L’attuale scontro culturale attorno ai presunti “diritti” della comunità musulmana mette in luce la debolezza dell’impianto relativista sulla quale è stata costruita la società occidentale. L’odierna politica occidentale volta ad allargare all’infinito la sfera dei diritti soggettivi, se vuole essere coerente con sé stessa, non può negare la rivendicazione del diritto alla poligamia di Picardo o la richiesta di poter coprire il proprio corpo sulle spiagge europee.

La stessa “madrina” della legge sui diritti civili alle coppie omosessuali, Monica Cirinnà, ha sottolineato che, essendo la

“libera scelta e l’autodeterminazione delle donne il faro guida, è giusto che la donna possa liberarsi del burkini o di altri simboli se vi è un’imposizione o un obbligo e la donna non vuole subirlo. Ma se lo indossa per libera scelta deve essere libera di indossarlo”.

D’altro canto, l’Occidente che si scandalizza per le donne coperte e vieta il burkini è lo stesso che permette sulle proprie spiagge la libera esibizione di topless e nudismo integrale senza colpo ferire.


La verità sembra essere che l’Occidente secolarizzato, che ha preteso di espellere la religione da ogni ambito pubblico, rinnegando la propria identità cristiana, dopo decenni di fallimentari politiche multiculturali, si trova oggi a fare i conti con la radicata identità politico-religiosa della popolazione musulmana presente sul suo territorio.

La strategia della “mano tesa” finalizzata a favorire l’integrazione dei musulmani sul suolo europeo attraverso costruzioni di moschee ed innumerevoli concessioni dimostra nei fatti il suo disastroso fallimento. La tanto sbandierata “reciprocità” non c’è e non c’è mai stata. In cambio della nostra politica di accoglienza abbiamo ricevuto solo bombe e il più grande esodo di cristiani dal Medio Oriente della storia.

In questo contesto, il no di alcuni governanti europei alla poligamia e al burkini sembra essere una estemporanea prova di forza, fatta anche per accontentare l’esasperato elettorato, destinata a rivelarsi del tutto velleitaria, senza una autentica riscoperta e valorizzazione dell’identità e delle radici cristiane dell’Europa.

Argomento: Politica

 Lo scopo: rivoluzione contro la famiglia. La tattica: infiltrarsi nelle scuole e intimidire chi resiste.

 Un elenco dei progetti pro-gender nelle scuole (cliccare su Leggi tutto in fondo a questa pagina)

Dopo il portale del Governo Renzi per diffondere l'omosessualismo, un esempio

 Nuovi obiettivi per l’associazione Lgbt “RAIN”

 

’associazione RAIN” di Caserta facente parte addirittura della categoria ONLUS, ha da poco eletto i nuovi organi. Fra tutti spicca il nome di Bernardo Diana, che ricoprirà la carica di nuovo presidente, confermando la sua voglia di fare, a partire dalle tante attività che devono esser promesse sul territorio.
Il neo-presidente, che fra l’altro risulta studente presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, lo stesso in cui vengono organizzate le manifestazioni sportive e non contro “omofobia” e “bullismo omofobo”, ha espresso un commento in seguito all’inaspettata elezione:

«Assumere la presidenza di questa associazione mi rende fiero e davvero felice: abbiamo molte attività che bollono in pentola, speriamo di essere all’altezza ed essere pronti per questo periodo post Pride nel quale ci prepariamo per la celebrazione delle prime unioni civili a Caserta»

Nel mirino di tutti come possiamo vedere, ci sono i frutti del ddl Cirinnà, che si estende ora sempre più in ogni città, sotto il presidio degli entusiasti sindaco e delle comunità LGBT locali.

Tra le attività che inizieranno a settembre sono in evidenza lo sportello di assistenza legale, la biblioteca e centro di documentazione di cultura omosessuale e queer, una rassegna cinematografica nonché appuntamenti settimanali di discussione e conoscenza presso la nuova sede che sarà inaugurata in autunno proprio a Caserta. Siamo certi che in tutte queste “belle” attività di formazione sociale vi sarà l’accompagnamento dei partiti, ivi del comune stesso.

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Gender: “paradigma etico” o rivoluzione contro la famiglia?

 

L’ideologia gender negli ultimi tempi ha conquistato, rapidamente, spazi sempre più ampi, arrivando a mettere in discussione e a ribaltare concetti elementari e fondamentali del vivere quotidiano di qualsiasi società.

Essa si presenta come un nuovoparadigma etico“. In realtà è una vera rivoluzione morale.
Il fondamento di tale rivoluzione etica è riassumibile nell’espressione “negazione della realtà”.
In tal senso, alla realtà, così come noi la vediamo e la conosciamo, si sostituisce una pura astratta costruzione sociale, priva di alcun carattere stabile e oggettivo. Tutto è lasciato alla illimitata interpretazione del singolo che, in maniera del tutto soggettiva ed autonoma, sarà libero di attribuire, a qualsiasi fatto o cosa, la propria personale ed esclusiva spiegazione.
Da qui discende, in maniera logica e coerente, il rifiuto di ogni limite o confine naturale o morale.

Come ben osserva, infatti, a tal proposito, la Peeters, se il “dato” non esiste, allora le norme e le strutture sociali, politiche, giuridiche, spirituali possono venire decostruite e ricostruite a piacere, secondo le trasformazioni socioculturali del momento e l’assoluto diritto di scelta. Il “diritto di scelta” diviene, dunque, l’intoccabile valore supremo di questa nuova cultura al quale tutto si deve sottoporre e sacrificare.
In tale ottica, il nuovo paradigma prescinde da implicazioni etiche e morali reclamando ed esercitando ogni diritto «contro la legge naturale, contro le tradizioni e contro la rivelazione divina».
Da tale constatazione si evince il carattere distruttivo di questa ideologia che, per affermare se stessa, deve prima fare tabula rasa delle strutture portanti e consolidate della società.

Un altro lucido autore, mons. Michel Schooyans, ricorda come, il sociologo tedesco Max Weber (1864-1920) distingue tra “etica della convinzione” ed “etica della responsabilità”.
La prima, di origine cristiana, impone di sottomettere le proprie azioni alle norme e ai principi morali, anche a costo della propria vita, secondo l’esempio dei profeti, degli eroi e dei santi; ad essa, si contrappone la nuova “etica della responsabilità”,

«l’etica dell’uomo politico che, impegnato in un mondo violento, dovendo salvare la vita e affermare la sua supremazia, non si lascia intralciare da considerazioni sul bene e sul male». Un etica procedurale per la quale, «ciò che è corretto (right) o non corretto (wrong) risulterà da una decisione consensuale, convenzionale, nata – se necessario – da un voto. Una decisione “democratica” sarà una decisione uscita da un voto di maggioranza».

Per la teoria del gender, la famiglia naturale composta da un uomo e da una donna, che costituisce il nucleo primario di formazione dell’uomo, viene considerata come il principale nemico da abbattere.
Essa viene vista come un’istituzione che frena ed ostacola la libera autodeterminazione dell’individuo e, per tale ragione, va combattuta.
All’interno del processo storico descritto dal pensatore brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira si tratta di una Rivoluzione, la Quarta, che punta a distruggere la più importante microsocietà che è la famiglia naturale, dopo aver distrutto o almeno gravemente ferito, la “macrosocietà” politica.

Se i teorici del Sessantotto proclamavano la “morte della famiglia”, gli ideologi del gender celebrano la comparsa di diverse forme di famiglia per proclamare che “tutto è famiglia”: uno slogan astuto e dall’evidente sapore ideologico per dire che “niente è famiglia”. Si tratta di un chiaro stratagemma che, equiparando i diversi modelli di unione, punta a minare l’identità dell’istituto famigliare naturale, svuotandolo della sua peculiarità e specificità.
Le nuove “famiglie” si basano su legami volubili e appaiono come giocattoli, componibili e scomponibili secondo i propri gusti. Una famiglia emancipata dalla natura, costruita a misura dei propri desideri dove la confusione dei ruoli regna sovrana con buona pace dei figli. Un imprudente e letale approccio teorico che, mettendo da parte il giudizio morale, spalanca, potenzialmente, le porte a qualsivoglia tipo di relazione e rapporto. 

(tratto da Gender Diktat. Origini e conseguenze di un’ideologia totalitaria – Rodolfo de Mattei,Solfanelli, Chieti 2014)

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Per i progetti pro omosessualismo introdotti surrettiziamente nelle scuole clicca qui.

In questo dossier riportiamo una selezione dei principali progetti e iniziative, applicati nelle scuole italiane o comunque rivolti a studenti o docenti, che si ispirano alla teoria di genere, prodotto dei “gender studies”, o/e alle teorie omosessualiste delle associazioni LGBT. Questeteorie hanno infatti principi e conseguenze comuni e nella pratica spesso si presentano assieme.

Il dossier riguarda principalmente gli anni 2014 – 2016 e non pretende difornireun elenco completo. Sono stati inclusi solo i progettie le iniziative che ci sono stati segnalati ela cui applicazione poteva essere precisamente determinata quanto a data, luogo e contenuti. Spesso il progetto esaminato non si riferiscesoloa unsingolo “caso”, in quanto un progetto è suscettibile di applicazione in più istituti scolastici ein alcune ipotesisi tratta di progetti che hannocoinvolto gran parte del corpo docente, o molteplici scuole, di intere Regioni o Province.

I progettie le iniziativedi questo tipo, con il pretesto di educare all’uguaglianza edi combattere lediscriminazioni, il bullismo, la violenza digenere o i cattivi stereotipi, spesso promuovono: l’equiparazione di ogni orientamento sessuale e di ogni tipo di “famiglia”; la prevalenza dell’ “identità di genere”sul sesso biologico(e la conseguente normalizzazione della transessualità e del transgenderismo); la decostruzione di ogni comportamento o ruolo tipicamente maschile o femminile insinuando chesi tratterebbe sempre di arbitrarie imposizioni culturali; la sessualizzazione precoce dei giovani e dei bambini.

Nella foto a sinistra: Don Alessandro Santoro di Firenze, uno tra i più confusi presbiteri italiani, passato alle cronache per voler lavare i piedi a gay, musulmani, scismatici e trans. E persino al padre di Eluana Englaro.

 

 Se le “nozze”gay sono un diritto, allora lo è anche la poligamia. Parola di Hamza Piccardo

 di Cristiano Lugli, 8 agosto 2016, per Osservatorio Gender

Ci pare interessante segnalare una polemica sopraggiunta nei giorni tra la giunta milanese capitanata dal neo-sindaco Sala e il fondatore dell’Unione delle comunità islamiche (Ucoii) Hamza Piccardo, già portavoce del Coordinamento delle associazioni islamiche milanesi (Cairn).

Dopo i tanti rumors sollevatesi in seguito alle “celebrazioni” delle prime unioni “civili” tra persone dello stesso sesso nella storia di Milano, si è aggiunta quella fra Piccardo e le diversi fazioni politiche comunali e regionali.
 
«Sala celebra le unioni tra coppie di fatto? Se è solo una questione di diritti civili, anche la poligamia lo è. Lo Stato regolamenti le nozze plurime».
 
Così si è espresso il portavoce islamico dal suo profilo Facebook, attirandosi addosso un diluvio di critiche e di insulti, tant’è che verso la fine della giornata anche il primo cittadino milanese ha preso parola su quanto accaduto:

«E’ ora di finirla di attribuire chissà quale vicinanza mia e della mia giunta a Piccardo. Personalmente condivido molto poco del suo pensiero, certamente non le recenti dichiarazioni sulla poligamia. Con il mondo islamico come con ogni comunità della nostra città si dialoga, ma io non ho certo un rapporto privilegiato con il signor Piccardo, proprio no». 

Gli stessi concetti sono stati poi anche ribaditi dall’assessore al welfare, Pierfrancesco Majorino, impegnatissimo nel dialogo coi musulmani per la costruzione di moschee:

«La posizione di Hamza Piccardo è folle. Promuovere la poligamia significa proporre un terribile passo indietro sul piano dei diritti delle donne e sull’idea stessa di relazione tra i generi. Per fortuna non è minimamente all’ordine del giorno». 
 
La vicesegretaria del Pd Debora Serracchiani ha invece parlato della necessità di “idee chiare” e “principi fermi”:
 
 «Ci sono stati secoli di lotte per l’emancipazione della donna che non possono essere certo messi da parte». 
Apertura e tolleranza — ha detto la presidentessa del Friuli Venezia Giulia — sono il segno caratterizzante della nostra cultura, ma non possono spingersi fino a rinnegare se stesse»
 
Anche il Centrodestra non si è risparmiato a mettersi contro Piccardo, da Claderoli alla Santanchè, fino ad arrivare al leader della Lega Nord Matteo Salvini:
 
 «Ma Piccardo torni a casa sua! Capito dove ci portano i buonisti? Dopo le unioni gay ora il governo dovrebbe approvare la poligamia …».
 Pareva ovvio che la bomba mediatica  lanciata dal fondatore dell’Unione delle comunità islamiche avesse come scopo la mera provocazione, pur non dubitando che in realtà sia davvero favorevole alla poligamia, visto che nel Corano viene espressa come cosa buona e giusta:
 
«Nessuno vuole dettare legge. Non si capisce perché una relazione tra adulti edotti e consenzienti possa essere vietata, di più, stigmatizzata e aborrita. Rispetto la laicità dello Stato che per me vuole dire equivicinanza. Non voglio attivare un movimento, però ho buttato una pietra nello stagno, cosi si è creato dibattito».
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Nonostante questa sorta di rettifica, e nonostante la nostra presa di posizione assolutamente contraria all’assurdo e strampalato pensiero di Piccardo, qualche critica deve essere volta anche  ai contestatori che abbiamo poc’anzi menzionato.
 
Anzitutto a causa del motivo per cui gli stessi condannano la poligamia, ovvero non tanto il fatto che essa sia assolutamente contraria alle prerogative del matrimonio, sia in quanto Sacramento indissolubile fra uomo e donna, sia in quanto esso necessita preternaturalmente di essere monogamico per adempiere correttamente ai propri fini –  la moltiplicazione della specie umana e il vicendevole amore che può essere garantito solo fra due persone – ma per il superficialissimo motivo che essa disonorerebbe le battaglie per l’emancipazione femminile.
Si può facilmente comprendere come queste motivazioni siano banali e degne di chi pone il progresso al di sopra di ogni cosa.
 
La provocazione del Nostro matura a questo punto un senso: perché se possiamo acconsentire a unioni fra persone dello stesso sesso, consenzienti, snaturando la radice dell’unica e possibile unione che è fra uomo e donna, non possiamo allora permettere che l’amore sia libero e anche regolamentato tramite unione con più persone?
Sembra assurdo, ovviamente ( e lo è! )  ma questo non toglie che se pur le due questioni pargano assolutamente con due facce diverse, facciano comunque parte della stessa medaglia.
 
Se con la poligamia si violenterebbe la natura del matrimonio, la libertà delle donne ed un saldo principio di doverosa fedeltà, abbiamo mai pensato a quanto le unioni “civili” fra persone dello stesso oltraggino la civiltà, scimmiottino il matrimonio e decidano conseguentemente sulla sorte di bambini tanto ignari quanto indifesi?
Forse che questi ultimi non pagherebbero le scelte non volute da loro ritrovandosi a vivere con il papà Marco che molla famiglia per andare a vivere con Luca? 
Forse qualche politico dovrebbe centrare meglio il problema, e capire che non vi è molta differenza sotto sotto fra le due cose.
 

Se “l’amore è amore”, come rintronano i mantra obamiani e renziani, allora si deve recepire che ogni limite potrà e dovrà essere abbattuto.
Ed ecco quel che succede, e ciò che già è successo tramite la rimozione dell’ “obbligo di fedeltà” voluto e passato con il cosiddetto ddl Cirinnà.

Per concludere: fra musulmani ed lgbt scorre o non scorre buon sangue?
La tolleranza secondo i secondi dovrebbe essere alla base di tutto; secondo i primi un po’meno, tuttavia entrambi sembrano combattere per la stessa causa.
Ai posteri l’ardua sentenza.

 Può l’Occidente degli uomini “spornosexual” contrastare l’homo islamicus ?

 di Rodolfo de Mattei per Osservatorio Gender del 15 agosto 2016

 

C’erano una volta i “metrosexual”. L’Huffington Post dedica, a tale proposito, un articolo all’ultima frontiera in fatto di tendenze maschili, raccontando il recente fenomeno degli uomini cosiddetti “spornosexual”, secondo l’ultimo criptico neologismo affibbiato alla sempre meno virile e snaturata categoria maschile.

DAI “METROSEXUAL” AGLI “SPORNOSEXUAL

Il nuovo termine nasce dalla fusione delle espressioni “sports star” e “porn star” ed è stato coniato nel luglio del 2014 dal giornalista inglese, Mark Simpson, che in un articolo per il Telegraph ha definito così il fenomeno dell’aumento degli uomini dediti al fitness esclusivamente per apparire belli, al di là di motivi di salute o di divertimento.

Simpson è lo stesso giornalista che nel 1994 aveva per la prima volta utilizzato, sul quotidiano britannico The Independent, la parola “metrosexual”, un incrocio linguistico tra le parole metro(politan) e (hetero)sexual, per indicare gli uomini provenienti da aree metropolitane caratterizzati da comportamenti simil-femminili, come lo smodato consumo di prodotti cosmetici, la pratica del fitness, l’abbronzatura artificiale, la depilazione del corpo e altri trattamenti estetici o salutistici.

La neo-categoria degli uomini “spornosexual” rappresenta dunque un ulteriore passo verso tale patetica e penosa deriva di de-mascolinizzazione dell’uomo contemporaneo.

Come scrive l’’Huffington Post, gli uomini “spornosexual”:

“Non riescono a raggiungere uno status rilevante, né a livello lavorativo né a livello sociale. Per questo provano a valorizzarsi in un altro modo e scelgono di puntare tutto sul corpo. È questo il fenomeno che coinvolge sempre più uomini che, invece di affrontare la vita, preferiscono correre in bagno davanti allo specchio e farsi selfie a petto nudo”.

IL PROPRIO CORPO COME BRAND

Il fenomeno degli “spornosexual” è stato analizzato e documentato in uno studio britannico, intitolato The Spornosexual: the affective contradictions of male body-work in neoliberal digital culture, condotto dalla University of East Anglia (UEA) e pubblicato sul Journal of Gender Studies.

Tale ricerca mette in luce come, nell’ “austera Gran Bretagna”, i classici e tradizionali percorsi maschili verso il successo e il potere siano stati, negli ultimi anni, abbandonati in favore di nuove inesplorate e improbabili vie che vedono i giovani ossessivamente concentrati sulla cura del proprio corpo fino a farne un vero e proprio social brand da esibire e commercializzare sul web.

Dal crollo finanziario del 2008 – nota l’autore dello studio il dott. Jamie Hakim – si è registrato un netto aumento di giovani che condividono le immagini dei loro corpi a scopo lavorativo sulle moderne piattaforme dei social media:

“L’aumento degli uomini ossessionati dalla palestra e che condividono immagini dei loro corpi perfetti si nota a partire dal 2008 e coincide con l’inizio della crisi. C’è una correlazione tra i due fenomeni: le strategie economiche messe in atto hanno favorito la disuguaglianza e sono state particolarmente ingiuste soprattutto nei confronti di quelli nati dopo il 1980. Prezzi delle case proibitivi, contratti di lavoro non a tempo indeterminato e le tasse hanno favorito l’instaurarsi di un clima di insicurezza”.

Il dott. Hakim ha intervistato tantissimi di questi giovani frequentatori assidui di palestre e proprietari di profili online aggiornati continuamente, osservando come la loro presenza ed attività sui social media sia diventata una delle loro principali “ragioni di vita”:

“Continuano a pubblicare foto perché l’idea di guadagnare del capitale grazie al loro essere ‘spornosexual’ è una delle poche gioie che rimane loro. Questa è solo una risposta al precariato causato dalla crisi”.

“Alcuni di questi profili – continua il dott. Hakim – si sono poi trasformati in brand, attività ben poco vantaggiose, però, dal punto di vista economico: se costa tempo e fatica mantenere un corpo ben allenato e un profilo aggiornato, il guadagno è tutto in termini di soddisfazione personale, nulla di più. Nonostante ciò, non trovando il loro posto nella società corrente o un lavoro soddisfacente, secondo i ricercatori, tali categorie di uomini sono spinte a continuare su questa strada”.

A conferma delle proprie tesi, lo studioso inglese ha dichiarato di aver esaminato i dati provenienti dal principale ente sportivo del Regno Unito, Sport England, che hanno mostrato un significativo aumento, anno dopo anno, tra il 2006 e il 2013, degli iscritti in palestra nella fascia di età dai 16 ai 25 anni. Allo stesso tempo, la società di ricerche di mercato Nielsen ha rilevato un fortissimo aumento, pari al 40%, delle vendite di prodotti nutrizionisti sportivi, utilizzati per eliminare il grasso corporeo e aumentare la massa muscolare, in 10 dei supermercati più grandi della Gran Bretagna.

Parallelamente a ciò, il dottor Hakim ha registrato inoltre una vertiginosa impennata delle vendite dei magazine, rivolti ad un pubblico maschile, riguardanti la salute e la cura del corpo. Tra questi – precisa il medico dell’UEA –  la rivista Men’s Health è diventata uno dei giornali più letti nel 2009 del Regno Unito, arrivando a vendere due volte le copie di GQ, il suo più vicino competitor. Un inedito fenomeno, sintomo di un incredibile ed inquietante escalation di interesse per le immagini di uomini dai petti depilati e dagli addominali scolpiti, riscontrabile anche sui social network dove hanno iniziato a circolare sempre di più hashtag volti a documentare i “progressi” fisici di uomini ossessionati dal fitness.

RIFLESSIONI

La comparsa degli uomini “spornosexual” e lo studio del dott. Hakim suggeriscono alcune spontanee riflessioni.

Tale disastrosa deriva dell’uomo del XXI secolo non è, come afferma lo studio, il risultato del crescente clima di crisi economica e austerità, quanto il logico approdo di una ben più seria e profonda crisi valoriale e morale.
L’uomo “metrosexual” o “spornosexual” è il figlio naturale di una società iper sessualizzata e schizofrenica che rifiuta, per principio, l’esistenza di qualsiasi limite o confine dato.
Una prospettiva ideologica e perversa che pretende di costruire un ibrido uomo nuovo, né maschio né femmina, frutto della mescolanza e fluidità di genere.
Un progetto contro natura che mira a de-costruire l’uomo, svuotandolo della sua mascolinità, negando l’esistenza di confini naturali e biologici invalicabili.

Gli uomini “spornosexual” sono il simbolo emblematico della debolezza e della decadenza di un Occidente fragile e senza identità, sottomesso alla dittatura del relativismo e minacciato dalla sempre più massiccia presenza del vigoroso e fortemente identitario homo islamicus.

 La scienza dice no al “matrimonio” gay

 

Un saggio, quello del dottor Gerard van den Aardweg – psicoterapeuta di fama internazionale, specializzato nel trattamento delle persone omosessuali, smonta le erronee concezioni al momento dominanti (con l’incredibile appoggio di tanti Governi e l’apatia, quando non peggio, della Chiesa cattolica), le quali vogliono far apparire l’omosessualità come un “orientamento sessuale” normale, naturale, che l’individuo, agendo in piena libertà da costrizioni di qualsiasi tipo, dovrebbe solo scoprire in se stesso (La scienza dice “no”. L’inganno del “matrimonio” gay, con un’introduzione del prof. Paolo Pasqualucci, Solfanelli, Chieti 2016, p. 168, € 12).

Lo studioso, forte di mezzo secolo di esperienza sul campo, riporta l’origine dell’omosessualità ad un disturbo mentale, che prende piede soprattutto nel periodo dell’adolescenza, allorché il soggetto che ne è vittima, per una serie di motivi dovuti solo in parte a rapporti squilibrati con uno dei due genitori, si forma complessi di inferiorità, di esclusione, di autocommiserazione, che finiscono con il coinvolgere la percezione della sua identità sessuale.
L’omosessualità deve dunque ritenersi, quanto alla sua origine, una patologia di origine nevrotica, da considerarsi sempre nel novero delle malattie mentali: infatti, in nessuno di noi esiste un “orientamento sessuale” omosessuale naturale, cioè innato.

L’attualità dell’argomento qui trattato è bruciante, dopo che il percorso per l’introduzione del “matrimonio gay” nell’ordinamento giuridico è ufficialmente iniziato anche nel nostro Paese, nonostante le ben note proteste e contestazioni di quella che possiamo considerare la parte ancora sana del popolo italiano.
Il saggio del decano degli psicologi, che da oltre cinquant’anni ha affrontato questa tematica, è solidamente fondato sui dati di una ineccepibile ricerca scientifica. La subcultura gay è riuscita a far prevalere l’idea che l’omosessualità sia un “orientamento sessuale” naturale, innato, pertanto non trattabile con le terapie di tipo psichiatrico e psicoanalitico (invece perseguite con successo dal dottor Aardweg).
Con dovizia di argomenti scientifici l’Autore dimostra la falsità dell’assunto, illuminandoci, nello stesso tempo, sulla vera natura dell’omosessualità e dello “stile di vita” dell’universo gay, ben diverso dall’immagine edulcorata fabbricata dal mondo dell’informazione.

«Che l’omosessualità non abbia un’origine nella natura umana in quanto tale ma sia il frutto di un sentire malato e/o vizioso, risulta anche da quella forma di depravazione a sfondo omosessuale nota come trasgenderismo […]», scrive nella presentazione Paolo Pasqualucci, professore emerito di Filosofia del Diritto nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Perugia, citando lo studio di un altro illustre cattedratico, studioso di psichiatria, il professor Paul McHugh:

«All’inizio erano solo uomini, sia omosessuali che eterosessuali, che volevano essere operati perché si eccitavano eroticamente all’immagine di se stessi come donne. Poi il fenomeno ha cominciato a coinvolgere le donne. Negli ultimi 15 anni è cresciuto in modo esponenziale, tanto che anche adolescenti maschi e femmine hanno cominciato a presentarsi come appartenenti al sesso opposto, rispetto a quello nel quale sono nati. Per questi adolescenti la motivazione non sarebbe erotica. Sono al contrario spinti da una varietà di conflitti e preoccupazioni giovanili di natura psicosociale. Ha dunque preso piede l’idea bislacca secondo la quale il sesso sarebbe appunto una “scelta”, dipendente dall’individuo, una disposizione un modo di sentire più che un fatto naturale in tal modo, lo si concepisce come una realtà fluttuante, che può cambiare ogni momento per qualsivoglia ragione» (p. 17).

Una idea “bislacca” quanto si vuole, ma purtroppo avallata da legislatori ignoranti e da gerarchie ecclesiastiche incapaci di reagire.

(Gianandrea de Antonellis per Corrispondenza Romana del 10 agosto)

 Qui a lato: pauroso scivolone del quotidiano della Cei.  Già in passato il Segretario aveva rlasciato dichiarazioni sconcertanti in tema di lotta all'aborto e di omosessualismo.  Il cattivo esempio di Mons. Galantino immediatamente seguito dal vescovo di Lucca. Un commento di Corrispondenza Romana.

 

 Vescovo di Lucca filo sodomiti: “Necessario un trapasso culturale”

La chiesa di Lucca apre ai gay. Castellani: “Necessario un trapasso culturale”. Il vaticanista Luise: “Omosessualità, un’attitudine umana”

 

“Gay. Ecco, lo confesso: quando utilizzo questa parola sembra che ci sia già un giudizio intrinseco. A usarla ho difficoltà. E’ quindi necessario un trapasso culturale, perché la differenza è ricchezza”.Sono le parole del vescovo di Lucca Italo Castellani. Di fronte ai giornalisti è lui a fare ‘outing’ invocando la necessità di un cambiamento culturale che pare lo coinvolga direttamente. “Sì, utilizzare il termine ‘gay’ ancora mi dà fastidio. Significa che ci vorrà tempo. Ma il cambiamento culturale è necessario”, racconta pubblicamente.

Un’apertura necessaria e di buon senso che ci auguriamo sia lontana dall’approccio ipocrita e demagogico fin troppo diffuso nell’ambiente ecclesiale. Un’apertura ribadita e sottolineata anche dal vaticanista Rai Raffaele Luise, ospite della diocesi insieme ai giornalisti del territorio.

“Sui gay la chiesa è chiamata a una rivoluzione culturale”, ha detto. Dopo le parole espresse da Papa Francesco nel viaggio di ritorno dall’America Latina (“Chi sono io per giudicare un gay che cerca Dio?”) e dopo la sua elezioni a personaggio dell’anno da parte della rivista gay “The Advocate”, Luise tiene a ribadire che “il Papa ha impostato bene la questione, ma è solo. Nessuno lo aiuta. E la rivoluzione chiama la rivoluzione. Ci sono 486 specie animali che contemplano l’omosessualità. Quindi questa non è una caratteristica puramente umana. Non è una devianza, ma fa parte della natura. L’omossessualità è un’attitudine umana. Quindi ci troviamo di fronte a una grande sfida, fuori e dentro la chiesa”.

Secondo quanto riportato da Luise, il dieci per cento della popolazione è omosessuale. Quindi il rapporto di lesbiche e gay è pari nella società civile come nella chiesa. Ma per favore, non parlate di lobby. “In Vaticano non mi risulta ci siano lobby. Sì, esistono massoni che si relazionano ai poteri forte e che si occupano dei rapporti e delle relazioni economiche”,dice Luise. “Sì, ci sono tanti gay attivi e passivi, anche in alto. Ma non ho elementi per dire che esista una lobby massonica e una lobby gay”.E tanto basta.

Il nostro vescovo invoca invece un grande “cambiamento” e un“trapasso” culturale. Affronta la questione della “diversità come una ricchezza”. Del resto “se tutti i fiori fossero ugauali, i prati perderebbero la loro bellezza”, dice Castellani. Che poi racconta episodi che lo hanno coinvolto personalmente. Esperienze di vita vissuta, storie di cittadini e cittadine che hanno a che fare con l’omosessualità. Perché hanno un figlio o una figlia omosessuale. Perché a scuola hanno un alunno gay. “Quel che conta è soprattutto la dignità della persona”, fa ggiunge Castellani.“E mi domando perché i giovani considerino la chiesa come ‘omofobica’…”. 

Be’, forse è perché ad oggi gli omosessuali non possano vivere pienamente la propria fede. Forse perché chi è omosessuale e desidera attenersi alle indicazioni della chiesa trova evidenti contraddizioni. Proprio come accade per le coppie di fatto. Forse perché da anni la chiesa può fare qualcosa e invece non lo fa. Quest’apertura suona come un buon auspicio. Perché prima di essere un problema di fede, questo è un problema strettamente legato ai diritti.

http://www.loschermo.it/articoli/view/61800

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Le incomprensibili affermazioni di mons. Galantino, segretario generale della CEI

Vescovo-GalantinoHanno suscitato sconcerto e disappunto le parole di monsignor Galantino, segretario generale della Cei, il quale in un’intervista rilasciata al giornale online QN ha detto la sua su alcune importanti questione etiche e morali ed in particolare sull’aborto.

Alla domanda dell’intervistatore sui principi non negoziabili monsignor Galantino ha così risposto:Pensiamo alla sacralità della vita. In passato ci siamo concentrati esclusivamente sul no all’aborto e all’eutanasia. Non può essere così, in mezzo c’è l’esistenza che si sviluppa. Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche, che praticano l’interruzione della gravidanza, ma con quei giovani che sono contrari a questa pratica e lottano per la qualità delle persone, per il loro diritto alla salute, al lavoro”.

Ci permettiamo di fare alcune considerazioni in merito: innanzitutto, non si capisce quando ed in quali occasioni la Chiesa ed in particolare la Cei abbia trascurato le necessità materiali e spirituali delle persone occupandosi esclusivamente di aborto ed eutanasia, come lascia intendere monsignor Galantino. Ai più  pare semmai il contrario vista la non eccezionale determinazione con cui i vescovi italiani hanno combattuto la buona battaglia in questi ultimi decenni.

Lo stesso Papa Francesco ha inteso prendere le distanze da una certa mentalità dominante arrivando ad affermare in un discorso di pochi mesi fa come non sia coerente chi parla volentieri della fame nel mondo ma non si oppone all’orrore dell’aborto. Inoltre, monsignor Galantino pare dimentico del fatto che è proprio prendendosi particolare cura dei più deboli ed indifesi, minacciati da leggi omicide come la 194/1978, che la Chiesa afferma la dignità intrinseca  dell’essere umano fatto a immagine e somiglianza del Creatore.

Particolarmente sgradevole poi la rappresentazione caricaturale che il segretario generale della Cei fa dei tanti pro life che con dedizione e spirito di sacrificio lottano contro l’assassinio legalizzato dell’innocente e per la vita recitando il rosario fuori dalle cliniche ove si praticano gli aborti. Tale forma di lotta è particolarmente efficace non solamente perché, come dovrebbe ben sapere monsignor Galantino, ha come fine la riparazione dei crimini connessi con l’aborto ma anche perché non di rado salva la vita a molte creature innocenti altrimenti destinate a morte certa.

Ci auguriamo che le sconcertanti parole riportate nell’intervista pubblicata su QN vengano pubblicamente smentite dal segretario generale della Cei, il quale difficilmente può ignorare che identificarsi con quei giovani che lottano per la qualità delle persone, per il loro diritto alla salute, al lavoro vuol dire approvare ed incoraggiare coloro che si battono, in qualunque modo, affinché ad ogni persona venga riconosciuto il principale diritto, senza cui tutti gli altri non hanno ragion d’essere, ossia quello alla vita. Altrimenti se ne dovrebbe dedurre che monsignor Galantino non sia interessato a difendere né gli uni né gli altri.

(A.D.M  in: http://www.corrispondenzaromana.it/notizie-brevi/le-incomprensibili-affermazioni-di-mons-galantino-segretario-generaledella-cei/)

Argomento: Chiesa

 Cosa si nasconde dietro l’ideologia del gender

Caterina Giojelli, per Tempi.it

 

«Non è vero – scriveva Pier Paolo Pasolini in Lettere Luterane – che comunque, si vada avanti. Assai spesso sia l’individuo che la società regrediscono o peggiorano. In tal caso la trasformazione non deve essere accettata: la sua “accettazione realistica” è in realtà una colpevole manovra per tranquillizzare la propria coscienza e tirare avanti».

Tirare avanti: fin dove?
Thomas Beatie non è un uomo, ma una donna: si chiamava Tracy Lagondino prima di innamorarsi di Nancy. I due decidono di avere un figlio: grazie alla donazione del seme da parte di un amico e a una inversa terapia ormonale, si procede con una fecondazione assistita eterologa e a portare avanti la gravidanza è proprio Tracy-Thomas. Oggi i due hanno tre figli che hanno una madre che vuole fare il padre (Tracy-Thomas, appunto), una madre “sociale” (Nancy) e un padre biologico (il donatore) grazie al quale è stata innescata l’intera procedura.
Una vicenda resa ancora più complicata dalla separazione, dopo lungo travaglio giudiziario, dei due, un arresto per stalking di Tracy-Thomas nei confronti dell’ex moglie e una intervista rilasciata lo scorso dicembre al Sun in cui l’ormai celebre “pregnant man”, parlando dei suoi figli e dichiarando di volerne altri dalla sua nuova compagna Amber, racconta che il piccolo Austin «aveva i capelli lunghi e ha iniziato a dire che voleva essere una ragazza quando aveva tre anni», mentre Susan, la primogenita, a 7 anni gli ha già chiesto se tutte le ragazze debbano, prima o poi, diventare maschi.

Una storia che è un caso limite? No, una storia con tutti i limiti del caso, piena di risvolti etico-giuridici e paradossi etico-esistenziali di immediata (e drammatica) comprensione.

La vicenda di Tracy-Thomas, una delle molte restituiteci da questi assurdi tempi di opposizione dei diritti/desideri/amori umani all’esercizio stesso del diritto, non è che infatti una delle tante propaggini connesse al tema del pensiero gender, per cui «ciò che è rilevante ai fini della propria identità non è più ciò che uno è, ma ciò che uno ritiene di essere; per cui ci si può percepire come maschio, come femmina, come entrambi o come nessuno dei due», un pensiero radicato in un soggettivismo etico, che combinato agli sviluppi tecnoscientifici conduce in fretta «a tutta una complicata e insolita tipologia fenomenologica che, invece di mettere in evidenza il diritto rivendicato, espone sotto gli occhi di tutti quanto il diritto, nella sua essenza strutturale, venga semmai violato».

Non manca il coraggio della verità ad Aldo Rocco Vitale, autore dell’efficace Gender questo sconosciuto (Ed. Fede & Cultura, 12 euro), 133 pagine e 30 capitoli che rispondono ai tanti punti oscuri sul pensiero poco conosciuto, sottovalutato e da più parti negato come invenzione propagandistica della Chiesa cattolica: il gender, appunto, andato configurandosi nella storia come quel «momento di negazione della differenza sessuata dell’essere umano, o meglio, come pensiero teso a elidere il dato dell’elemento biologico-naturale per sostituirlo con l’elemento psicoculturale».
Avvocato, firma preziosa di numerose testate online (fra cui Tempi), socio dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani, Vitale si destreggia tra storia e casi di cronaca, mostrando con chiarezza per ciascuno di essi paradossi e problemi antropologici e biogiuridici che il pensiero gender porta inevitabilmente con sé, arrivando ad esprimere «il livello più avanzato di annientamento radicale dell’essere dell’uomo».

Che si tratti di un vero e proprio totalitarismo, «lo si comprende facendo riferimento agli elementi che secondo la più nota ed autorevole teorizzatrice del tema, Hannah Arendt, sono necessari per dar vita, appunto, ad un totalitarismo: l’ideologia, la massa da indottrinare e la polizia politica per tacitare chiunque dovesse resistere all’indottrinamento».
Vitale non ha paura di usare le parole giuste, avvalorare la sua scrittura chiara con i contributi di numerosissimi pensatori, da Karl Marx a Judith Butler, dal professor Francesco D’Agostino a Benedetto XVI, e instrada il lettore sulle vie della nascita e dello sviluppo complesso del gender che lungi dal rappresentare un’invenzione vaticana si afferma in un preciso momento storico, come frontiera ultima ed evoluzione sofisticata del pensiero femminista; svela l’interesse dei sostenitori del gender a promuovere l’equivoco che esso c’entri con l’omosessualità; rimette ordine su ciò che è diritto, fondato, come diceva Cicerone, «non su una convenzione ma sulla natura»; smaschera la pretesa di chi vorrebbe porre quale causa prima della famiglia («quell’istituto riconosciuto dal diritto statuale che su quest’ultimo non si fonda, ma che è fondamento di quest’ultimo») non il diritto naturale – che attiene alla natura dell’uomo ed è dunque accessibile attraverso l’esercizio della ragione – bensì il diritto positivo e statale, e quella di chi vede nell’amore «un principio ordinante del diritto che a sua volta deve disciplinare e ordinare l’esistenza», come è accaduto lo scorso giugno quando Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ha statuito che i singoli Stati non potessero rifiutarsi di riconoscere il matrimonio tra persone dello stesso sesso senza violare la Costituzione: incentrata non sulla razionalità del diritto, ma sulla passionalità dell’amore, «la suddetta sentenza, lungi dall’essere espressione di giustizia rappresenta piuttosto il triste volto di un diritto violato, cioè, in definitiva dell’ingiustizia».

La diffusione del fast-divorce, la proliferazione delle convivenze more uxorio, le richieste di riconoscimento e tutela giuridica di situazioni «che normalmente dovrebbero essere sottratte al diritto per natura (loro intrinseca e del diritto medesimo), come per esempio in matrimonio omosessuale o l’omogenitorialità (cioè la genitorialità come diritto delle coppie omosessuali attraverso l’istituto dell’adozione o le tecniche di procreazione medicalmente assistita)», evidenziano con forza le spinte contrarie e opposte a cui è soggetta l’istituzione famigliare, tra questi marosi è tuttavia possibile distinguere due principali prospettive «quella che in tende la famiglia come uno dei numerosi prodotti sociali che storicamente si vengono a determinare e succedere» (tipicamente sociologica e marxista) e «quella che rivela la famiglia come società naturale evidenziandone la struttura giuridica sostanziale e sottraendola così a tutte le ipotizzabili manipolazioni»: ecco allora come leggere l’articolo 29 della Costituzione Italiana ai sensi del quale «la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio», ovvero l’unione tra uomo e donna, requisito naturale, essenziale e logico della società naturale.

Uomo e donna: è qui che Vitale affronta i paradossi che derivano dalla negazione della natura propagata dal gender, sostituita dal sentimento e dal desiderio che una volta benedetti dalla politica e dal legislatore approdano facilmente alle storture del caso Beatie, al sostegno delle lobby gender all’industria dell’utero in affitto con la surrogazione di maternità che rappresenta per gli individui LGBT l’opportunità di avere una famiglia.

Dai più recenti casi internazionali a quelli italiani, il libro racconta i problemi biogiuridici legati a omoconiugalità e omogenitorialità giocati sulla pelle di bambini ridotti a prodotti ultimi di una catena di montaggio procreativa: valga per tutti il caso del 31enne omosessuale messicano Jorge che nel 2010 decide di diventare padre senza nemmeno essere fidanzato, usa il proprio seme e l’ovulo donato da un’amica e l’utero della madre: nasce un bambino che è figlio di Jorge e della sua amica, figlio della sua amica e di sua madre, figlio e fratello di Jorge, figlio e nipote della madre di Jorge, «essendo figlio di tutti, paradossalmente, è figlio di nessuno.
È più figlio o più nipote? E di chi è figlio? E si possono avere due madri e un padre? E se il proprio padre è proprio fratello? E se la propria madre è la propria nonna?
Contorsioni esistenziali derivanti da una concezione e da un’applicazione del possibilismo tecnico assolutamente svincolate da ogni paradigma veritativo dell’essere umano».

Un’altra storia che è un caso limite?
No, un’altra storia con tutti i limiti del caso, una delle tante provenienti dagli Stati dove l’ideologia gender, sotto l’ipocrisia della tutela dei diritti riproduttivi (un pensiero unico in cui trova accoglimento anche la promozione del reato di omofobia), va frammentando i ruoli genitoriali e trasformando le tecniche di procreazione medicalmente assistita da rimedio estremo per i casi di sterilità e infertilità in mezzi in cui poter strumentalizzare i figli a soddisfazione dei propri desideri e delle proprie aspirazioni.

Scrive Donna Haraway in “A manifesto for cyborgs: science, technology and socialist feminism in 1980s”, pubblicato nel 1985 sulla rivista Socialist Review: «Il cyborg è una creatura di un mondo post-genere: non ha niente da spartire con la bisessualità, la simbiosi pre-edipica, il lavoro non alienato o altre seduzioni di interezza organica ottenute investendo un’unità suprema di tutti i poteri delle parti. Il cyborg non ha nemmeno una storia delle origini nell’accezione occidentale del termine. (…) Il cyborg definisce una polis tecnologica in parte fondata sulla rivoluzione delle relazioni sociali nell’oikos. (…) Il cyborg non sogna una comunità costruita sul modello della famiglia organica».
E ben si comprende l’orizzonte in cui si muove l’homo faber, che può modificare a proprio piacimento la realtà e la sua stessa natura, raccontato da Vitale.
Un libro per non “tranquillizzare la propria coscienza” e tornare finalmente a ragionare.

Gender Diktat: : In galera chi cura i gay?

La sinistra vuol punire chi convince i bambini a non diventare gay

Tra i promotori la Cirinnà e Lo Giudice (Pd) Nel mirino psicologi, educatori e pedagogisti

di per Il Giornale

 

Roma Carcere fino a due anni. Multe fino a 50.000 euro. Sospensione per cinque anni dall'ordine professionale e confisca delle attrezzature.

Pesantissime le pene previste per «chiunque faccia uso su soggetti minorenni di pratiche rivolte alla conversione dell'orientamento sessuale» ovvero psichiatri, psicologi, psicoterapeuti, consulenti, assistenti sociali, educatori e pedagogisti.

Si avventura in un terreno complesso con la pesantezza di un carro armato il disegno di legge depositato a Palazzo Madama da un gruppo di senatori del Pd, primo firmatario Sergio Lo Giudice con Monica Cirinnà insieme a Sinistra Italiana e Misto.

L'intento dichiarato da Lo Gudice è quello di evitare anche in Italia casi come quello dell'adolescente transgender dell'Ohio, Leelah Alcorn. Dopo aver rivelato di voler intraprendere un percorso per cambiare sesso ai suoi genitori il ragazzo era stato costretto dalla famiglia, che non accettava la sua scelta, a sottoporsi alla cosiddetta «terapia di conversione». In sostanza una «cura» per l'omosessualità. Ma non sentendosi accettato di fronte al rifiuto della sua famiglia all'età di 17 anni l'adolescente si è suicidato, diventando così un simbolo per tutte le comunità gay. Di buone intenzioni però è lastricata la via dell'inferno e nel ddl «Norme di contrasto alle terapie di conversione dell'orientamento sessuale dei minori» si entra in modo piuttosto brutale nei rapporto esclusivo tra terapeuta e paziente, oltretutto minore, e lo si fa per condannare una pratica, ovvero la terapia di conversione in realtà già bandita da tutto il mondo scientifico e dagli ordini professionali chiamati in questione. Il ddl si compone di tre soli articoli. Nel primo si specifica che per «conversione dell'orientamento sessuale si intende ogni pratica finalizzata a modificare l'orientamento sessuale di un individuo», inclusi i tentativi di «eliminare o ridurre l'attrazione emotiva, affettiva o sessuale verso individui dello stesso sesso, di sesso diverso o di entrambi i sessi». Ma se il minore è attratto da un individuo adulto? Nel ddl non si specifica l'età. Se il proprio figlio dodicenne ha rapporti con un quarantenne che cosa dovrebbero fare i genitori? E se il terapeuta lo invita a frenare rischia la galera? Nella legge si specifica che non saranno sanzionati «gli interventi che favoriscano l'auto­accettazione, il sostegno, l'esplorazione e la comprensione di sé da parte dei pazienti senza cercare di cambiare il loro orientamento sessuale».

Ma chi stabilirà dove sta il limite tra l'intervento ritenuto lecito e quello fuorilegge? Non dovrebbe essere proprio il terapeuta o lo psichiatra a stabilirlo? Ma con la spada di Damocle di una legge punitiva che pende sulla sua testa non si finirà per impedire qualsiasi tipo di intervento nel timore di ricadere nelle casistiche che prevedono il carcere? Il rischio è di paralizzare l'intero settore delle terapie su bambini e adolescenti.

__________

 

In occasione della Giornata Internazionale contro l’Omofobia, Sergio Lo Giudice, senatore del Partito Democratico, ha presentato il disegno di legge n. 2402, intitolato “Norme di contrasto alle terapie di conversione dell’orientamento sessuale dei minoridisegno di legge n. 2402, intitolato “Norme di contrasto alle terapie di conversione dell’orientamento sessuale dei minori”, volto a mettere al bando in Italia le cosiddette “teorie riparative” rivolte ai minori, su richiesta dei genitori.

Il provvedimento, oltre a Lo Giudice, primo firmatario, è stato sottoscritto dai senatori Bocchino, Capacchione, Cardinali, Cirinnà, Dalla Zuanna, De Petris, Gatti, Guerra, Idem, Lo Moro, Lumia, Mastrangeli, Orellana, Palermo, Pegorer, Ricchiuti e Spilabotte.

La premessa del disegno di legge rappresenta un vero e proprioexcursus ideologico della propaganda omosessualista in cui i proponenti hanno messo insieme le conquiste ottenute dal movimento LGBT lungo il “percorso di depatologizzazione dell’orientamento omosessuale” a partire dal fatidico 1973, anno in cui l’American Psychiatric Associationeliminò la diagnosi di omosessualità egosintonica dal DSM, il Manuale Diagnostico e Statistico delle Malattie Mentali. Una derubricazione – è superfluo ricordarlo – frutto non di particolari risultati scientifici raggiunti ma piuttosto del singolare contesto socio-politico di quegli anni.

I firmatari del progetto di legge si richiamano alla politica promossa in materia dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama, affermando come “La depatologizzazione dell’omosessualità è un percorso ormai compiuto dai professionisti della salute mentale di tutto il mondo, le associazioni professionali e scientifiche, italiane e straniere, hanno a più riprese dovuto chiarire l’antiscientificità e la pericolosità delle terapie di conversione“.

Il disegno di legge consta solo di tre articoli.

L’articolo 1 fornisce una definizione preliminare di “conversione dell’orientamento sessuale”, specificando che con tale dicitura si intende

(…) ogni pratica finalizzata a modificare l’orientamento sessuale di un individuo, inclusi i tentativi di cambiare i comportamenti o le espressioni di genere ovvero di eliminare o ridurre l’attrazione emotiva, affettiva o sessuale verso individui dello stesso sesso, di sesso diverso o di entrambi i sessi“.

In tale prospettiva le nuove norme vorrebbero addirittura impedire alle figure preposte la libertà di esercitare la propria attività professionale,pena multe salatissime e perfino il carcere. In questo senso, all’art. 2rivolto ai destinatari si legge:

Chiunque, esercitando la pratica di psicologo, medico psichiatra, psicoterapeuta, terapeuta, consulente clinico, counsellor, consulente psicologico, assistente sociale, educatore o pedagogista faccia uso su soggetti minorenni di pratiche rivolte alla conversione dell’orientamento sessuale è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa da 10.000 euro a 50.000 euro. La condanna comporta la pubblicazione della sentenza e la confisca delle attrezzature utilizzate.”.

L’art. 3 prevede, per di più, una sanzione accessoria qualora il responsabile del “reato” dovesse essere una figura abilitata dallo Stato per la quale scatterebbe l’immediata sospensione dell’incarico:

Se la condotta è posta in essere nell’esercizio di una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dallo Stato, la condanna comporta la sospensione dall’esercizio della professione da un minimo di un anno a un massimo di cinque anni.

Che l’omosessualità non possa essere curata è una delle affermazioni più devastanti della propaganda omosessualista. Fino al 1973 attorno all’omosessualità veniva fatta una seria ricerca scientifica e assumere uno stile di vita omosessuale era un comportamento “sconsigliato” e, in quanto contro natura, giustamente stigmatizzato.

Dal 1973 in avanti la progressiva campagna di sdoganamento dell’omosessualità al motto di “gay is good” ha capovolto la situazione, portando, da un lato, ad arrestare totalmente la ricerca scientifica in materia e, dall’altro, a far sì che la classe medica passasse da un atteggiamento di corretta ed sana prevenzione alla sua promozione secondo lo slogan politically correct di “sei come sei”. Un approccio folle e antiscientifico che induce gli adolescenti più fragili ad assecondare i propri istinti e pulsioni sessuali, per altro confusi e traviati dalla martellante propaganda gender, al di là di ogni legge naturale. Una vera e propria ribellione contro la ragione e la realtà!

In un mondo capovolto, lo stigma sociale nei confronti dell’omosessualità e, poi, l’omofobia interiorizzata sono divenuti le vere cause del malessere delle persone omosessuali e, in conseguenza di ciò, la soluzione proposta è quella di costruire un diverso clima culturale, atto a far sentire finalmente “normali” coloro con pulsioni sessuali verso persone dello stesso sesso. Una soluzione chiaramente ideologica, presa in nome del principio di non discriminazione, che, paradossalmente, nella realtà, finisce per abbandonare al loro involontario e insoddisfatto destino i tantissimi omosessuali in lotta con i propri istinti.

Dopo aver ottenuto la legge sulle unioni civili, tale intollerante ed ideologico provvedimento, assieme al “ddl Scalfarotto”sull’omofobia, costituisce un altro tassello del prepotente, e sempre più aggressivo, piano di “normalizzazione” dell’omosessualità.

(di Rodolfo de Mattei su Osservatorio gender)

 Silvana de Mari:
Il medico-scrittore denuncia i libri transgender per i bimbi

PAOLO BIANCHI per  Libero del 6 Aug 2016

 

L'emblema dell'errore secondo Silvana De Mari, medico e scrittrice, è Piccolo uovo, libro per l'infanzia, scritto da Francesca Pardi e illustrato dal notissimo vignettista Altan per le edizioni Lo Stampatello. Secondo lei il testo nega il diritto, anzi la necessità, del bambino ad avere padre e madre. Il libro è uscito cinque anni fa, ma sembra avere aperto la strada a decine di altre pubblicazioni per bambini anche molto piccoli, dove regnano la confusione dei ruoli genitoriali o la negazione di un genitore.

Dottoressa De Mari, lei ha sollevato una bufera sui social. Che succede?

«Sono sempre di più i libri della bambina che vuole essere maschietto e viceversa» spiega De Mari, che è molto nota per i suoi libri fantasy, in particolare la trilogia de L'ultimo elfo, e la saga di Hania, in cui sotto forma di metafora è sempre presente la necessità morale di prendere le parti degli indifesi.

Che cosa c'è secondo lei di sbagliato in questi libri?

"Negano il diritto del bambino ad avere padre e madre, e impediscono la collera e l'elaborazione del lutto dove questo diritto sia stato negato. In Piccolo uovo un ovetto nasce da solo, senza padre né madre, tutta la necessità di un'ascendenza biologica, tutto il dolore quando questa ascendenza viene negata (come ben sanno i valorosi genitori adottivi) è cancellato, come è cancellata la necessità del bambino di avere due genitori di sesso diverso. Non sai chi è tuo padre? Sorridi. L'esistenza di tua madre è stata addirittura negata? Sorridi. Perché hai due mamme?, cinguetta il titolo di un altro libro di Francesca Pardi, il tuo diritto ad avere un padre e a conoscere la tua ascendenza è stato negato perché tua madre in un delirio di onnipotenza ha deciso così? Sorridi!».

Ci sono testi che trattano anche la questione dell'aborto?

«Sì. In Sister apple, sister pig, di Mary Walling Blackburn, non tradotto in Italia. Anche qui: la tua mamma ha abortito? Tranquillo: tua sorella è un fantasma felice, forse è una mela o forse maiale. E invece nella realtà non è così, l'aborto pesa su tutta la famiglia. Il dolore dei bambini qui invece è negato e avvolto nella carta colorata. Non sai di che sesso sei? Hai un tale odio per te stesso che non accetti nemmeno il tuo corpo e il tuo sesso? Ti raccontiamo la favola che sia possibile cambiare sesso (non lo è) e ti facciamo leggere i libri di S. Bear Bergman, uno che si definisce trans e scrive libri per bambini che incoraggiano in loro il cambio di sesso. O ti mandiamo a teatro a vedere Mi chiamo Alex e sono un dinosauro, uno spettacolo prodotto in Sicilia, di Giuliano Scarpinato, dove un bambino è maschio o femmina a giorni alterni».

È possibile che un bambino senta questo desiderio?

«Il fatto di non corrispondere al proprio sesso biologico è un pensiero psicotico.Non si può trasformare un uomo in donna. Anche tecnicamente l’operazione chirurgica è un disastro. Un disastro. Dopo simili interventi, il tasso di suicidio si moltiplica per dieci, eppure esistono movimenti politici per dire che sono una bella cosa.

Dottoressa, lei è critica verso le affermazioni del Manuale Diagnostico dei disturbi mentali (il DSM), redatto dall'American Psychiatric Association, l'Apa. Perché?

Perché lì pare che la pedofilia sia stata sdoganata dal suo ruolo di perversione e portata all'onore di essere semplice orientamento sessuale».

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