Maxiblitz della polizia in Gran Bretagna

 Anche a Newcastle le gang islamiche
vanno a caccia di ragazzine bianche

  "Tutte le donne bianche sono buone solo a una cosa. Per gli uomini come me sono da abusare e utilizzare come spazzatura. Nient'altro". 
A parlare è uno degli imputati coinvolti in quella che è stata battezzata "operazione santuario": l'ennesima indagine su sfruttamento sessuale e abuso di minori per mano di “asiatici” in Gran Bretagna.
 E' balzata agli onori della cronaca non troppe ore fa dopo che a Newcastle diciassette uomini e una donna sono stati ritenuti colpevoli - la sentenza definitiva arriverà a settembre - di abusi e spaccio di droga. Niente di nuovo sotto il sole d'Inghilterra, insomma, neanche per questa estate.

L’inchiesta di grandi dimensioni, di cui Newcastle è solo la punta di diamante ha portato, fino ad ora, all'arresto di 461 persone, all'interrogatorio di 703 denunciati e contato almeno 700 vittime.

Tutte bianche e di età compresa tra i tredici e i vent'anni.

Siamo di fronte al settimo scandalo che ha per protagonista una gang islamica che ha colpito il Regno Unito dopo i casi infami di città come Rotherham, Rochdale, Oxford e Bristol, e di cui vi abbiamo già raccontato.

La banda dei diciotto “asiatici” - come piace chiamarli al politicamente corretto - di Newcastle usava adescare ragazzine e adolescenti con festini in cui droga e alcool erano l'esca e contemporaneamente il mezzo con cui avvenivano le violenze sessuali. Abusi che spesso si perpetravano ai danni di tredicenni e quindicenni in completo stato di incoscienza.

Per la prima volta, da quando seguiamo casi di questo genere, è arrivata una dichiarazione atipica in cui a esporsi è direttamente il capo della polizia di Nothumbria, Steve Ashman. "Non esiste alcuna correttezza politica. Questi sono criminali e non c'è stata alcuna esitazione nell'arrestarli e continueremo ad utilizzare tutti i mezzi a nostra disposizione".
Niente di troppo sofisticato, lo ammettiamo, ma, rispetto a quanto ci avevano abituato le autorità in passato per vicende simili, un filo di soddisfazione lo proviamo. E Steve Ahaman ha ammesso di aver preso parte alla più grande e complica operazione della sua carriera, ha aggiunto anche che "la maggior parte dei detenuti non sono mica bianchi. Vengono dal Bangladesh, dal Pakistan, dall'Iran, dall'Iraq, sono curdi, turchi, albanesi e orientali".

Gli eventi sono accaduti tra il 2010 e il 2014 e hanno devastato un'intera comunità che, però, si è dimostrata disponibile a collaborare a differenza di casi già raccontati dove la resistenza e l'omertà si sono manifestate sia da parte delle autorità che della gente del posto.
Il che ha consentito in tempi relativamente più brevi di portare a compimento le indagini. Grazie alla testimonianza drammatica di una tredicenne raccolta dal Daily Mail è stato possibile ricavare le dinamiche con cui la gang islamica mieteva vittime. La festa, la droga e poi un uomo dopo l'altro.

Ed è sempre il quotidiano inglese ad aggiungere dettagli, raccontando anche della decisione - fortemente criticata dal NSPCC (Società nazionale per la prevenzione della crudeltà sui bambini) - della polizia di pagare circa 10.000 sterline dei soldi dei contribuenti ad uno degli indagati perché agisse da spia.
Ma la polizia spiega che infiltrare la gang ha permesso di arrivare prima alla conclusione di una parte dell'operazione e di prevenire altri abusi.
L' 'operazione santuario' andrà avanti. E lo farà nella consapevolezza delle autorità che Newcastle non è l'ultima città inglese ad essere ostaggio di gang islamiche a caccia di ragazzine bianche.

Eloquenti in tal senso sono state le parole del direttore esecutivo del consiglio comunale di Newcastle, "purtroppo, ci sono prove di sfruttamento sessuale in quasi tutte le altre città del paese e chiunque dica di non aver avuto questo problema, non lo sta cercando".

Evidentemente la lezione dei 1400 bambini abusati sessualmente a Rotherham non è servita neanche alla stampa, che, come sempre, tace per quieto vivere.
Intanto dalle pagine del Telegraph si apprende che parlamentari e attivisti stanno chiedendo, per la prima volta, che i crimini di cui sono accusate queste gang, ai fini del processo, prevedano l'aggravante di razzismo.

 

di Lorenza Formicola| Mondo | 11 Ago 2017
https://www.loccidentale.it/articoli/145996/anche-a-newcastle-le-gang-islamiche-vanno-a-caccia-di-ragazzine-bianche

Argomento: Islam

 Uno dei metodi per diffondere l'omosessualismo con la scusa di prevenire la "violenza di genere".

Premesso che anche uno è troppo, occorre documentarsi e riflettere

 La calunnia del femminicidio

 

 Il termine “femminicidio” è stato coniato da Maria Marcela Lagarde – una femminista comunista messicana – ed è divenuto popolare per via del  film “Bordertown”, che narrava delle migliaia di donne uccise nella città messicana di Ciudad Juarez.
 Secondo la teoria femminista venivano uccise in quanto donne da maschi violenti nell’indifferenza della polizia.

Secondo la realtà, Ciudad Juarez (la vecchia El Paso dei film western, oggi situata sul confine con gli Stati Uniti) è diventata il crocevia mondiale del narcotraffico e la città con più omicidi al mondo, con la polizia impotente a fermare le guerre fra i cartelli della droga.
I becchini fanno gli straordinari tutte le sere, e l’80% dei circa 10 mila omicidi sono stati a danno di uomini.
 Molti di questi omicidi vengono compiuti da donne killer, attive soprattutto nel cartello Los Zetas, preferite ai killer uomini perché meno sospettabili. In una retata  nel campo di addestramento per killer di San Cristobal de la Barranca la polizia catturò molte assassine.

Le più note sono Maria del Pilar Narro Lopez, alias “la comandante Bombon” e Maria Jimenez, che catturata dopo decine di omicidi ha confessato:

«noi donne lo facciamo per il denaro. Mi misi ad uccidere diventando sicario a tempo pieno insieme a ragazze così belle e con unghie grandi e affilate come coltelli che ispiravano pensieri inverecondi». [Corriere della Sera, 16/8/2011, “Le donne di Ciudad Juarez: vittime, madri e sicarie”].

Ma l’eroina delle femministe è Diana La Cazadora, l’assassina seriale che ammazza uomini.

Femministe occidentali notarono che “femminicidio” era un termine che colpiva la fantasia e consentiva di calunniare gli uomini.

E così il femminicidio è un fenomeno esploso in Italia dal 2010, ma solo sui media, che hanno diffuso questa parola inventata apposta per odiare gli uomini, per far credere che esista una strage di donne, per chiedere leggi secondo cui la vita di una donna ha più valore della vita di un uomo.

Secondo la propaganda femminista ripresa dalla stampa, l’ONU avrebbe detto che “femmicidio e femminicidio sono crimini di Stato tollerati dalle pubbliche istituzioni”.  
 Questa stupidaggine non la ha detta l’ONU, ma una femminista (Rashida Manjoo) che presiede un comitato femminista (CEDAW)  tollerato dentro l’ONU.
La realtà dei veri dati del vero ONU [2011 Global Study on Homicide, UNODC Homicide Statistics] è che:

  • L’Italia è uno dei paesi al mondo con il più basso tasso di omicidi femminili:  5 per milione all’anno, circa la metà che nei nostri paesi confinanti (9 per milione per anno in Francia, 7 in Svizzera, 13 in Austria…). Fra i grandi paesi, solo Giappone, Irlanda e Grecia hanno tassi minori.
    Una donna italiana ha, in tutta la sua vita, una probabilità dello 0.05% di subire un omicidio. Se non ci fossero altre cause di morte, una donna vivrebbe in media 200mila anni prima di subire un omicidio.
    Per fare un confronto, è la stessa probabilità di morire in un incidente con un trattore: in entrambi i casi circa 150 decessi all’anno [Dati ASPAS 2010].  Nessuno parla di ‘trattoricidio’.
    Il numero di donne che si suicidano (22 per milione per anno) è più del quadruplo di donne vittime di omicidio. 
    Nessuno parla di “auto-femminicidio”. 
    Unico vero numero da strage è quello dei bambini abortiti (7800 per milione di donne per anno, per un totale di 5 milioni dal 1982 ad oggi nella sola Italia).
  • In Italia il tasso di omicidi maschili è di 16 per milione all’anno, cioè vengono uccisi più di 3 uomini per ogni donna uccisa.
    Sia uomini che donne uccidono in prevalenza uomini: circa 400 ogni anno. 
    Le donne assassine uccidono nel 39% dei casi donne, e nel 61% dei casi uomini. 
    Gli uomini assassini uccidono nel 31% dei casi donne, e nel 69% dei casi uomini. [Ministero dell’Interno, Rapporto sulla Criminalità, “Gli omicidi volontari”, Tabella IV.18, “Genere della vittima secondo il genere dell’autore di omicidio commesso in Italia tra il 2004 e il 2006”].
    Ricerche criminologiche indicano che il numero di donne assassine è sottostimato in quanto le donne hanno maggiore tendenza a commissionare omicidi e ad uccidere avvelenando.
    Nessuno parla del ‘maschicidio’. 
    In Italia il tasso di suicidio di uomini separati è di 284 per milione all’anno [Dati EURES 2009]. Nessuno ne parla, sebbene si tratti di una vera strage di stato: il tasso di suicidi si quadruplica con la separazione, anche a causa delle sentenze  che privano i papà dei loro figli, della loro casa, del loro reddito.
  • Il femminicidio non esiste in nessun paese al mondo: ovunque vengono uccisi più uomini che donne. Gli unici paesi nei quali il tasso di donne uccise è quasi pari al tasso di uomini uccisi sono quelli che hanno adottato politiche femministe (47% di omicidi femminili in Croazia, 41% in Norvegia…) o dove le donne partecipano alla vita pubblica (49% di omicidi femminili in Germania, 48% in Svizzera…). 
    Viceversa, il tasso di omicidio di donne è una piccola percentuale del totale di omicidi nei paesi dove molte donne preferiscono il ruolo femminile tradizionale (7% in Grecia, 18% in Irlanda, 23% in Italia…).
     

a3

La realtà è l’opposto dell’ideologia femminista, secondo cui esisterebbe un “patriarcato” che opprime ed uccide le donne.

Riassumendo:

 

a2

Come mai il fenomeno più piccolo di tutti, gli omicidi di donne, riceve l’attenzione maggiore?

In parte è perché gli omicidi, pur essendo una causa di morte statisticamente marginale, ricevono molta attenzione sui media.  Questo causa una percezione distorta della realtà, similmente a come accade per gli incidenti aerei:  sono eventi così rari che finiscono in prima pagina, mentre gli incidenti stradali sono così frequenti che non fanno notizia. Gli aerei, il mezzo di trasporto più sicuro, vengono così percepiti come pericolosi.  Allo stesso modo gli omicidi più rari, quelli di donne, attirano più attenzione.

Ma soprattutto, grazie a campagne di disinformazione finalizzate a costruire l’allarmismo del femminicidio, gestiste da professioniste che farebbero invidia a Wanna Marchi. Lo scopo è ottenere leggi che discriminano contro gli uomini, che radicano nella legge la falsa ideologia femminista [Convenzione di Istanbul, per ora ratificata da Montenegro, Albania, Turchia, Portogallo e Italia ma non dai paesi seri] ma soprattutto far avere un ruolo istituzionale e finanziamenti pubblici per i centri anti-violenza e per le avvocate femministe:

«Norme per il contrasto al femminicidio.
il centro antiviolenza che presta assistenza alla persona offesa può intervenire in giudizio …
La gestione delle case e dei centri delle donne è assicurata attraverso convenzioni…
Agli oneri derivanti dalla presente legge, pari a 85 milioni di Euro…» [Decreto-Legge 14 agosto 2013, n. 93 — Gazzetta Ufficiale]

Il decreto legge italiano sul “femminicidio” prevede infatti che le donne non possano ritirare le denunce e che lo stato le rimborsi anche in deroga ai limiti di reddito: il chiaro intento è tutelare le parcelle, non le donne.

È la stessa fondatrice dei centri anti-violenza per sole donne a dire che le femministe li usano per calunniare gli uomini e privare i bambini dei loro papà.

 

fonte: https://violenzafamiliare.wordpress.com/2013/08/19/la-calunnia-del-femminicidio/

 

Pubblichiamo il testo della relazione tenuta a Piangipane (Ravenna) il 10 maggio 2017 in un evento organizzato dall’associazione “Il Seme” all’interno della Festa patronale di san Macario.

 

Attorno alla famiglia è in atto una guerra. Prima, però, di guardare negli occhi questa guerra, consideriamo brevemente l’importanza della famiglia per la Dottrina sociale della Chiesa. Da questo esame risulterà ancor meglio che si tratti di una vera e propria guerra.

Famiglia e origine della società

La famiglia è una società naturale, la prima società cui l’uomo è naturalmente inserito dalla nascita. Tutte le altre società vengono dopo. La famiglia ha una sua indiscutibile originarietà, a patto che si intenda rispettare l’ordine naturale delle cose. La famiglia non è un “corpo intermedio” tra l’individuo e lo Stato. Questo vorrebbe dire che si dia un individuo non in famiglia, ma ciò non accade. I corpi intermedi sono prodotti dalla libera associazione dei cittadini, ma la famiglia non è viene scelta. All’origine della società non ci sono individui isolati, ma individui-già-in-relazione, individui-in-famiglia. Se si dessero individui isolati, allora la società non sarebbe naturale ma artificiale. Allora varrebbe lo schema del contrattualismo: individui isolati e asociali si mettono d’accordo per dar vita al patto sociale. In questo caso, la società nascerebbe dalla volontà degli individui isolati che l’hanno costituita e, quindi, risponderebbe ad un ordine solo convenzionale, che potrebbe essere cambiato domani. Lo società, in questo caso, non risponderebbe a nessun disegno naturale e non esprimerebbe nessun ordine oggettivo. La sua organizzazione potrebbe essere cambiata secondo la volontà degli individui che l’hanno artificialmente costituita. Compresa la famiglia, che potrebbe cambiare di stato e diventare anche tra due uomini o tra due donne. Questo accade se all’origine ci sono individui isolati e non la famiglia.

Società e socialità

La famiglia è all’orine della società perché rende possibile la società ed è l’archetipo della socialità. Essa rende possibile la società in quanto permette la procreazione in modo naturale. Essa esprime una socialità primordiale in quanto è un’unione complementare secondo un ordine tra un uomo e una donna. Anche l’unione tra due uomini o tra due donne è una unione, ma non complementare e non secondo un ordine. Non è complementare perché due uomini (o due donne) si sommano e non si completano. Non è secondo un ordine perché non la natura lo prevede, ma solo il desiderio. Senza famiglia non c’è società (la società si estinguerebbe) e non c’è socialità. Le forme di socialità come accoglienza e solidarietà che si vivono in società sono tutte più deboli di quella familiare e quindi da essa derivano. Non è possibile avere socialità nella società, nella politica, nella sanità, nel lavoro, nella scuola … se non c’è la famiglia a produrre in modo naturale e originario la socialità. Per questo la sapienza popolare dice che la famiglia è la cellula della società.

La società e il suo ordine naturale

La famiglia è la società originaria e primordiale, la società naturale. Se si parte dagli individui isolati e magari asessuati (nel senso che per la teoria gender il sesso si dovrebbe decidere anche in seguito in quanto non naturale ma culturale) la società perde il contatto con un suo ordine naturale, che dalla famiglia si trasfonda su tutta la vita sociale. Ciò significa che la famiglia è il baluardo anche della legge morale naturale, ossia dell’dea che le relazioni sociali tra cittadini non siano convenzionali ma esprimano un ordine che diventa prescrittivo per i modi di agire, che esprime cioè una morale sociale. La Dottrina sociale della Chiesa parla di diritto naturale su cui dice di fondarsi. Tale diritto naturale si conosce e si esperimenta soprattutto in famiglia e poi nella società intera. La Dottrina sociale della Chiesa dice che i principi che essa enuncia sono anche di diritto naturale e infatti si vede che la destinazione universale dei beni, la solidarietà, la sussidiarietà, il bene comune si conoscono e si esperimentano prima di tutto in famiglia. Senza la famiglia la società dimentica di essere soggetta ad un ordine naturale e quindi si lancia verso tutte le sperimentazioni (e tutte le aberrazioni) basta che siano volute dalla maggioranza che poi, tra l’altro, nelle democrazie moderne è sempre una minoranza.

La crisi della famiglia e la Chiesa “muta”

Sparendo l’orizzonte della legge morale naturale e del diritto naturale la Chiesa perde ogni diritto di fare un discorso rivolto a tutti per il bene della società. La crisi della famiglia rende la Chiesa muta, ossia in grado solo di parlare ai propri fedeli ma non più a tutti gli uomini. Trasforma la Chiesa in una setta. Ciò rende improponibile anche l’intera Dottrina sociale della Chiesa e rompe il rapporto tra Dio creatore e Dio salvatore. Se la famiglia non è naturale e originaria non esprime un disegno sulla natura, disegno che può essere colto con la ragione e anche con la fede, colto cioè da tutti. Questo è il fondamento del dialogo tra credenti e non credenti e del fatto che la Chiesa, quando parla della famiglia e della società, ritiene di dire semplicemente delle verità. Fede e ragione sono collegate dalla verità delle cose, dall’ordine naturale che, se vengono negati in famiglia vengono negati in tutti gli altri campi. Alla Chiesa non verrà riconosciuta nessuna competenza pubblica e, pian piano, anche gli uomini di Chiesa si convinceranno che devono solo accompagnare e non indirizzare.

La dissociazione tra natura e soprannatura

Nella famiglia si incontra la ragione (la famiglia è cellula della società) e la fede (la famiglia è Chiesa domestica). La famiglia è di ordine naturale elevata all’ordine soprannaturale dal sacramento del matrimonio istituito da Gesù come indissolubile. L’amore tra i coniugi diventa figura dell’amore di Cristo per la Chiesa. Nella famiglia natura e grazia si incontrano. Tutte le espressioni della fede cristiana hanno un significato familiare:  Padre, Figlio, Madre, fratelli e sorelle … La sessualità umana viene purificata. La trasmissione della fede avviene prima di tutto in famiglia perché è lì che si dà il collegamento tra le generazioni. Si può allora dire che non solo la società ha bisogno della famiglia ma che anche la Chiesa ha bisogno della famiglia. Se le famiglie non educano più alla fede i seminari si svuotano.

Questo vuol anche dire che se si colpisce la famiglia si colpisce a morte la natura, ma anche la soprannatura. La fede cristiana ha bisogno della natura, senza della quale non ci sarebbe né corruzione né redenzione. Un tempo le ideologie anticristiane colpivano direttamente la religione cristiana e la fede. Oggi preferiscono colpire i suoi presupposti naturali. Non passano così per anticattolici, ottengono l’appoggio di tanti cattolici che collaborano con loro perché non ne vedono l’obiettivo antireligioso, e ottengono meglio il risultato di demolire la religione cattolica, ormai indirettamente più che direttamente. Nella IV Glossa a Fuerbach, Marx diceva che bisognava colpire la famiglia reale se si voleva eliminare la Sacra Famiglia. Ogni volta che oggi si colpisce la famiglia (la vita, la procreazione, il significato vero della sessualità eccetera) in realtà si intende colpire la fede cristiana e specialmente la fede cattolica. Si combatte contro la natura ma la guerra è contro Dio.

Nella attuale guerra della famiglia sono impegnate forze non solo umane ed è questo che la rende una vera e propria guerra.

Un progetto istituzionalizzato

La guerra della famiglia ha oggi superato la soglia della moderazione ed ha assunto caratteristiche assolutamente radicali e drammatiche. Oggi è una guerra istituzionalizzata, nel senso che portata avanti con metodo e sistematicità dalle pubbliche istituzioni. Ciò ha permesso un salto inedito di qualità in senso negativo. La scuola insegna il transumanesimo del gender, i comuni affidano ad associazioni LGBT l’educazione dei bambini e dei giovani, nascono reti tra la pubblica amministrazione che con la scusa di correggere il bullismo discriminano la normalità a vantaggio della anormalità, l’ordine degli psicologi sanziona il professionista che si oppone, l’ordine dei giornalisti fa i corsi di aggiornamento sul gender passandolo per lotta alla discriminazione, la legge Cirinnà obbliga le giunte a fare politiche anche a favore delle famiglie che tali non sono, ai sindaci non è concessa l’obiezione di coscienza, la legge sulle DAT pure non riconosce in modo esplicito l’obiezione di coscienza del medico, i giudici smantellano le leggi fondate su un qualche residuo di diritto naturale, l’Unione europea preme e quasi impone agli Stati membri legislazioni contro la famiglia, l’educazione sessuale è sottratta alla famiglia e assunta dalla scuola che la appalta ad associazioni di parte e che insegnano solo ad usare il preservativo anche nei rapporti omosessuali, gli insegnanti che pongono eccezioni vengono emarginati e colpiti, nessuno si azzarda a parlare e tutti escono dall’aula quanto entrano gli attivisti LGBT, anche se loro dovere sarebbe rimanere in aula, alle scuole parentali si pongono sempre nuovi impedimenti e in qualche nazione europea sono anche vietate. Le istituzioni ormai macinano questo progetto globale antifamiliare al loro interno, mediante l’inerzia dei funzionari. Oggi possiamo dire che lo Stato è contro la famiglia.

La guerra è diventata istituzionale perché i comportamenti innaturali anti-famiglia da eccezioni sono diventati diritti e quindi lo Stato li deve promuovere. E’ ormai diventato non negoziabile fare il contrario dei principi non negoziabili. Ciò ha prodotto il salto negativo di qualità mobilitando le istituzioni contro la famiglia.

Le tre strategie della Chiesa

Di fronte alla guerra della famiglia la Chiesa e il mondo cattolico in genere sta procedendo secondo tre strategie. Vediamole e poi facciamo una scelta.

La prima è di non considerare la guerra della famiglia una guerra. Il mondo va accompagnato, bisogna valorizzare gli elementi positivi che ci sono un tutte le cose e farli crescere verso una maggiore positività. Non servono condanne, non si deve mai dire di no, le manifestazioni di piazza sono inutili prove muscolari. Quando la fede pretende di entrare nel merito delle leggi si trasforma in ideologia e pretende di “manipolare” il mondo. La Chiesa che interviene è una Chiesa che pretende di avere una verità da imporre al mondo, mentre essa deve camminare insieme al mondo verso la verità, dato che Dio si rivela non solo nella Chiesa ma anche nel mondo e i due si muovono su un piano di pariteticità. La rivelazione di Dio non consiste in una dottrina, ma in una esperienza, ed avviene nella nostra esperienza storica, non dall’esterno. Espressioni come natura e ordine naturale esprimono una concezione metafisica e non storica della fede, che è invece incontro e cammino, apertura e tolleranza, integrazione e solidarietà con tutti, costruzione di ponti e non erezione di muri. In base a questa visione le Sentinelle in Piedi vengono osteggiate, le manifestazioni di massa non vengono sostenute e anzi vengono impedite, le scuole parentali non vengono incentivate anzi vengono boicottate. La Dottrina sociale della Chiesa perde il suo status di “corpus dottrinale” e viene intesa come un insieme di buone pratiche orizzontali di accompagnamento delle situazioni divita.

La seconda strategia consiste, al contrario, nella presenza con la consapevolezza che è in atto una guerra per la famiglia. L’intervento per delle leggi buone e contro le leggi cattive merita ancora l’impegno corale dei cattolici, la gerarchia ecclesiastica deve ancora dare indicazioni di morale pubblica su temi tanto importanti come la vita e la famiglia, i laici singoli e organizzati devono combattere in prima linea contro il male che avanza. La natura umana va salvaguardata e protetta perché è il Creato, sui principi della legge morale naturale si deve dialogare con tutti, la grazia non elimina la natura ma la perfezione e su questo si fonda il rapporto tra la fede e la ragione. Questa seconda strategia è quindi della presenza, dell’uso organico e diffuso della Dottrina sociale della Chiesa intesa come un “corpus dottrinale” che orienta una pastorale sociale organica e una azione sociale e politica dei laici avente una propria identità

La terza strategia consiste nel creare delle scialuppe di salvataggio o delle Arche di Noè. Preso atto che lo Stato rende obbligatorio fare il male, occorre uscire dal sistema, creare delle oasi in cui sia possibile ancora fare il bene. Come dopo il diluvio, per mandato divino, Noè costruì l’Arca così oggi bisogna costruire piccole comunità, scuole parentali, associazioni familiari, opere sociali ed economiche che siano veramente libere. Da questo punto di vista anche le scuole paritarie, per fare un esempio nel campo educativo, non sono sufficienti perché dentro il sistema istituzionale. Se il medico, l’insegnante, i genitori, la farmacista, l’infermiera, il sindaco … cattolici sono obbligati a fare il male, bisogna creare della zone di libertà nella verità nell’attesa che il sistema crolli sotto le sue macerie. Perché un sistema costruito sul male non può durare a lungo. Bisogna mettere in salvo il seme per quando il diluvio sarà passato.

A conclusione di questa relazione, vorrei esprimere la mia idea a proposito della strategia.

La prima strategia non è una soluzione ma è la connivenza con il male nella scusa che la guerra della famiglia e della natura umana non esiste. E’ una strategia di consegna allo spirito del mondo con la scusa di discernere i segni dei tempi. E’ la volontà di amare il mondo ma indifferenti alla sua verità o falsità.

La seconda strategia va quindi mantenuta ma contemporaneamente bisogna anche preparare delle scialuppe di salvataggio e delle Arché di Noé perché la guerra della famiglia si sta facendo acuta, pianificata e istituzionalizzata.

Stefano Fontana

http://www.vanthuanobservatory.org/ita/la-guerra-della-famiglia-e-le-strategie-dazione-della-chiesa-ravenna-10-maggio-2017/

 La legge 119/2013 prevedeva un piano d'azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere.
 Votata in un Parlamento deserto e passata grazie alla insipienza delle opposizioni, ha come oggetto fenomeni del tutto marginali nella società italiana, mentre ignora casi ben più diffusi quale il suicidio.
 Si tratta perciò di un provvedimento ideologico, che cerca di introdurre una specie di "reato di pensiero", in particolare per introdurre l'omosessualismo nella cultura e nella vita civile.

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Dopo il caso dei soldi pubblici diretti a finanziare le orge gay denunciato dalle “Iene” lo scorso febbraio, che hanno portato alle dimissioni il suo direttore Francesco Spano, l’Ufficio Nazionale anti-discriminazioni razziali del Dipartimento Pari opportunità della Presidenza del Consiglio si trova nuovamente al centro di un’inchiesta giornalistica che fa luce sull’incredibile spreco di denaro pubblico che si perpetra all’interno di tale inutile ente a carico dei contribuenti italiani.

Dalle colonne del Il Fatto Quotidiano, Thomas Mackinson scrive infatti come:

“Il numero verde contro le discriminazioni costa ​oltre 800 euro ​​a chiamata. E poco importa se qualcuno ha sbagliato ​a digitarlo o se lo Stato già svolge lo stesso servizio. Possibile? Sì, perché in Italia discriminare sarebbe vietato e sprecare pure, ma spesso succedono entrambe le cose. Lo certifica il servizio di Contact Center istituito due anni fa dall’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali del Dipartimento per le Pari Opportunità in seno alla Presidenza del Consiglio, proprio quello del direttore pizzicato dalle Iene a finanziare locali per prostituti che s’è poi dimesso“.

Il costo giornaliero di tale centralino è stato desunto da Mackinson dopo aver appreso i costi del servizio consultando il bando pubblicato in questi giorni per la gestione dei prossimi due anni del centralino antidiscriminazioni:

“Il numero verde 800901010 è decollato nel 2015 a suon di spot governativi con la missione di raccogliere segnalazioni di potenziali vittime o testimoni di comportamenti discriminatori fondati su ​​razza, ​orientamento sessuale e diritti Lgbt, ​disabilità, ​religione​ ed ​età​.​ Attività benemerita in un Paese dove un vicepresidente del Senato paragona un ministro a un orango e gli episodi di intolleranza, bullismo e sessismo sono all’ordine del giorno. Bene​merita, ma sorprendentemente costosa.​ Proprio in questi giorni è stato pubblicato il bando per la prossima gestione biennale ​del centralino ​che comprende ricezione, compilazione scheda, report finale e monitoraggio attività. Costo: 1,9 milioni di euro più Iva. (…)”

Mackinson fa poi notare i numeri irrisori registrati dal Contact Center dell’Unar nel 2015:

“Si legge, ad esempio, che nel 2015 il Contact Center dell’Unar ha gestito 2.235 chiamate delle quali 1.814 considerate poi “pertinenti”, 421 no ed erano errori di chiamata o magari richieste di prenotazione di viaggi o di lettura della bolletta. In ogni caso chiamate “non pertinenti”. Per un paese ad alto tasso d’insulti e intolleranza è un numero relativamente basso, segno che il “servizio” – forse – nel suo primo anno di vita e nonostante gli spot non ha ancora raggiunto l’auspicata diffusione e conoscenza tra la popolazione italiana. (…) Nel 2016 le segnalazioni sono state 2.939 e 290 sono state giudicate dalla stessa Unar “non pertinenti”. Quelle effettivamente legate a episodi di discriminazione sono state grosso modo 2.600, il 64% relative a discriminazioni etnico-razziali, il 16,4% contro i disabili, l’8,5% di genere e quelle per età il 4,7.

Numeri in aumento ma pur sempre bassi e soprattutto “cari” in rapporto ai costi del servizio: una chiamata ricevuta nel 2016 è costata 788,70 euro, 891,5 se si contano solo quelle “pertinenti”. Roba che il chiamante accorto potrebbe farsi lo scrupolo tra la tutela dalla discriminazione subita e dal costo che la denuncia ha genera per la collettività”.

A fare lievitare i costi sono i servizi di hosting/manutenzione e soprattutto il nutrito e variegato gruppo di lavoro composto da ben 12 persone tra  cui il coordinatore, 5 operatori esperti, rigorosamente uno per ciascuna categoria discriminata e cioè etnico-razziale, 1 rom Sinti e Caminanti, 1 Lgbt, uno per età e disabilità, 4 mediatori culturali, un esperto statistico e un informatico, due giuristi e, dulcis in fundo, un addetto stampa.

Per di più il servizio non è attivo 24 ore come verrebbe da pensare ma come precisa il capitolato tecnico:

“il centralino multilingue gratuito (per chi chiama) “è attivo quotidianamente dalle 11 alle 14 con la presenza di un operatore” e, per la restante parte della giornata, dalle 8 alle 11 e dalle 14 alle 20, attraverso la segreteria telefonica”.

Infine,  il giornalista de “Il Fatto Quotidiano” fa notare come il servizio dell’Unar oltre ad essere un inutile e dispendioso servizio a carico dei contribuenti italiani è anche una fotocopia di un analogo servizio attivo dal 2010 presso il Ministero dell’Interno

“Si chiama Oscad che sta per Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori ed è un organismo interforze incardinato nella Direzione centrale della polizia criminale.

Il prefetto Antonino Cufalo che lo presiede fa sapere che dalla sua istituzione al 30 aprile 2017 sono pervenute 1.936 segnalazioni riferibili alle diverse tipologie di discriminazione, di cui 945 per reati veri e propri. I numeri sono bassi anche perché i canali per la segnalazione si limitano a mail e fax (oscad@dcpc.interno.it – fax: 06 46542406 e 0646542407). Di fatto il ​centralino Unar ne è una duplicazione imbellettata e aggiornata”.

Ci auguriamo che questo nuovo scandalo sia la volta buona per chiudere, una volta per tutte, un ente inutile e oneroso per le casse pubbliche, voluto ed imposto dalle lobby gay per promuovere la “normalizzazione” dell’omosessualità e di ogni tendenza sessuale.

 

Ludovico Biglia, 25-7-2017 per https://www.osservatoriogender.it/scandalo-lunar-numero-verde-antidiscriminazioni-ci-costa-800-euro-chiamata/

Argomento: Socialismo

 Indagine sulla salute sessuale degli adolescenti.

  Il ministero della Salute: genitori e studenti potranno decidere di non partecipare.
 Ennesima bugia del clan Alfano? Oppure nasce il «dissenso informato»?

 Qualunque sia la risposta, le motivazioni addotte dalla Battillomo sono tutte chiaramente pretestuose: la realtà è che lo Stato vuole sempre più inserirsi nella vita delle persone.

 

«Non c’è nessuna volontà da parte del ministero di sostituirsi alle famiglie su un terreno così delicato e così importante come quello dell’educazione all’affettività e alla sessualità. Anzi la nostra convinzione è che tra famiglie e istituzioni ci dev’essere piena collaborazione».
Una premessa indispensabile, secondo Serena Battilomo, responsabile del Settore donna e soggetti vulnerabili (bambini, anziani, disabili, ecc.) del ministero della Salute, per tornare a parlare dell’Indagine nazionale sulla salute sessuale e riproduttiva degli adolescenti di cui avevamo già dato notizia il 6 luglio scorso. In quell’occasione avevamo anche dato conto di alcune perplessità emerse nell’ambito delle associazioni del Fonags (che raggruppa alcune realtà di genitori nell’ambito della scuola) a cui l’inchiesta era stata presentata in anteprima. Formule discutibili sul coito interrotto e sulla gravidanza. E poi una definizione minimalista della pillola del giorno dopo considerata semplicemente contraccettiva e non, come in realtà è, abortiva.

Ora Serena Battilomo assicura che il questionario è stato modificato proprio alla luce di quanto espresso dalle associazioni dei genitori.
Chiarita anche la questione del cosiddetto 'dissenso informato' che i genitori potranno esprimere alla luce dell’informativa diffusa in tutte le classi. «Abbiamo preferito parlare di 'dissenso' e non di 'consenso informato', perché nel secondo caso avremmo dovuto attendere la restituzione di un modulo firmato. Con il 'dissenso' invece – una volta presentato in classe il progetto e distribuito il materiale informativo – i genitori potranno esprimere la loro eventualità contrarietà alla partecipazione. Ma può essere il ragazzo stesso a decidere di non partecipare. In ogni caso siamo a disposizione per fornire tutte le informazioni sia attraverso gli insegnanti sia attraverso personale formato proprio per questa indagine».

Il 'dissenso informato' consente di non compromettere l’indagine, superando il rischio indifferenza che spesso è presente tra i genitori degli adolescenti. «Proprio perché vogliamo che questa indagine sia rappresentativa di quello che i ragazzi conoscono realmente a proposito della salute sessuale e riproduttiva – prosegue la responsabile del Settore salute della donna – vogliamo indagare anche in quell’ambito di popolazione forse meno consapevole e meno attenta ai problemi».

L’ultima indagine sul tema svolta nelle scuole risale a 17 anni fa. Ora, all’inizio dell’anno scolastico, prenderà il via il nuovo progetto che va a inquadrarsi in quel Piano nazionale sulla fertilità fortemente voluto dalla ministra Lorenzin. Si tratterà di una grande iniziativa.
In questa prima fase verranno coinvolti gli adolescenti – in particolare i sedicenni – poi toccherà agli studenti più grandi e infine agli universitari. In tutto circa ventimila studenti.

«Parlare di salute sessuale e riproduttiva è quanto mai urgente – riprende Battilomo – perché i giovani sono bombardati da informazioni a velocità della luce: i mondi dei social e di Internet riversano valanghe di dati che però non sono attenti alla gradualità con cui queste nozioni andrebbero proposte». Da qui la necessità di fare chiarezza, cercando di scoprire cosa sappiamo oggi di quello che i giovani pensano nell’ambito della sessualità e della riproduzione. Secondo l’esperta «molto poco».
Sia perché l’ultima indagine completa è dell’anno Duemila, sia perché sono cresciuti a dismisura comportamenti a rischio come alcol, droga, promiscuità sessuali.
«I giovani sanno che questi stili di vita possono incidere pesantemente sulla loro fertilità? Noi facciamo abbastanza per informarli? Eppure, per intervenire, il fatto di avere a disposizione un quadro epidemiologico nazionale rappresentativo è indispensabile».

Ma cosa significa intervenire? «Avviare un progetto di educazione nazionale all’affettività e alla sessualità in concerto con le famiglie e con la scuola. Siamo consapevoli che si tratta di un terreno a rischio, ma sarebbe colpevole da parte delle istituzioni non intervenire di fronte a una confusione crescente. Ma, lo ripeto, non faremo nulla senza il consenso delle associazioni familiari e dei genitori. Ogni passo verrà comunicato e deciso di comune accordo». E noi promettiamo fin d’ora di darne conto.

 

Luciano Moia venerdì 28 luglio 2017 per Avvenire.it

 L’Italia si accorge di avere avuto un ministro con delega alla Famiglia solo il giorno delle sue dimissioni.

 L’ex esponente di Area Popolare Enrico Costa in oltre un anno mezzo di mandato non ha lasciato alcun segno se non legare in maniera indissolubile il suo nome a quello dell’approvazione delle Unioni Civili.

Proprio sotto il suo mandato si sugellò infatti lo storico accodo tra i moderati di Ndc guidati dall’allora Ministro degli Interni, Angelino Alfano, e il Partito Democratico di Renzi per far votare la legge sulle unioni tra persone dello stesso sesso, privata però della Stepchild Adoption, ovvero la possibilità di adozione del figlio del partner.

 

L’intesa arrivò dopo che il testo si era impantanato in Senato per via della marcia indietro dei grillini e dei mal di pancia dei centristi e dei cattolici del Pd. A lanciare il salvagente fu quindi Alfano. “Se si tolgono le adozioni, la legge la votiamo anche domani”, disse l’ex delfino di Berlusconi a metà febbraio del 2016, mentre il ddl Cirinnà sembrava avviato su un binario morto.

In realtà Renzi aveva preparato il terreno al compromesso qualche settimana prima, esattamente alla vigilia dal grande Family day del 30 gennaio con oltre un milione di persone al Circo Massimo. In pratica, il 29 di quello stesso mese l’ex premier propose al Presidente della Repubblica la nomina di Enrico Costa come Ministro agli Affari regionali con delega alla Famiglia. Il tutto avvenne nella cornice di un piccolo rimpasto dell’esecutivo, che permise all’Ncd di ottenere una manciata di ulteriori poltrone. La mossa non passò inosservata e tutti i commentatori la legarono al patto in vista del voto sulle unioni civili.

Le cose in aula poi andarono come previsto da Renzi e Costa è stato il primo ministro alla Famiglia (prima di lui Guidi, Bindi, Giovanardi, Riccardi e varie deleghe tenute dalla presidenza del Consiglio) ad assistere inerme allo smantellamento del diritto famigliare, che vede venire meno il primato della differenza sessuale tra i coniugi e dell’apertura alla genitorialità.
Insomma se tutto è famiglia niente è più famiglia, come  poi confermeranno le sentenze della giurisprudenza creativa che legittimano anche il presunto diritto di ottenere un figlio che per forza di cose sarà, fin dal suo concepimento, orfano della madre o del padre.

E cosa faceva Costa mentre avveniva tutto questo?
Al di là della diffusione di qualche comunicato in cui richiamava i giudici a rispettare la legge e non far rientrare per via giurisprudenziale quello che era uscito dalle proposte in Parlamento, l’esponente di Ncd non ha mai voluto rischiare la sua posizione per difendere quella visione pre-politica e antropologica della famiglia, riconosciuta anche dalla Costituzione italiana.

Lo stesso Costa ha raccontato che a pesare sulle sue dimissioni sono state infatti le tensioni sullo ius soli e la riforma penale voluta dal ministro della Giustizia Orlando, non le numerose proposte di legge già depositate in parlamento dal Pd con cui si chiede il matrimonio egualitario, le adozioni per le coppie dello stesso sesso e persino la legalizzazione dell’utero in affitto.

D’altra parte nessuno si aspettava di aver trovato un alleato contro la deriva antropologica che minaccia la cellula fondamentale della società.
In un’intervista rilasciata a Repubblica Tv pochi giorni prima dell’approvazione definitiva delle unioni civili nel maggio 2016, incalzato dalla giornalista sul diritto di filiazione dei gay, Costa spiegò che le adozioni furono eliminate per dare “un percorso più rapido alla legge”.
Tutto qui, questione di mero calcolo politico. Il ministro della famiglia non spese una parola sul diritto dei bambini ad avere un padre e una madre e sul ruolo sociale della famiglia naturale benché la giornalista chiedesse a lui motivi delle divisioni nella maggioranza. Non solo, ma Costa per non apparire “conservatore” ci tenne anche a sottolineare che quando sedeva al Consiglio regionale del Piemonte fu il primo a presentare una proposta sul registro delle unioni civili. 
In effetti è una medaglia da appuntarsi sul petto se si parla negli studi del giornale fondato da Eugenio Scalfari.

"L'estremismo di centro può essere appassionante, ma rischia di essere velleitario", dice ora Costa facendo un esercizio di gattopardismo.

I risultati delle ultime amministrative hanno dato uno slancio quasi insperato ad un redivivo centro destra che adesso richiama sé anche i tanti che hanno fatto da stampella prima ai governi Renzi, poi Gentiloni. Costa probabilmente si prepara quindi a tornare nelle file di Forza Italia tra le quali ha militato fin dai primi anni 2000 o a dare vita a qualche sigla centrista da portare in dono a Berlusconi per una federazione moderata.

Si sappia però che alle urne i conti si faranno con le famiglie che hanno dato già prova di avere una memoria di ferro nelle ultime tornate elettorali.
Costa ci ricorderemo. 

Marco Guerra, 21-07-2017  per http://www.lanuovabq.it/it/articoli-avevamo-un-ministro-alla-famiglia-e-non-lo-sapevamo-20534.htm

Argomento: Politica

 Rino Cammilleri: Il vescovo che sfidò il Pci. Con il sostegno di tre Papi

 Monsignor Pietro Fiordelli scomunicò due coniugi che si erano sposati civilmente, venne querelato dai comunisti per diffamazione e poi condannato da un tribunale

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Ero studente in Scienze Politiche all'Università di Pisa negli "anni caldi". Cioè, proprio nell'occhio del ciclone.
I docenti da baroni si erano trasformati in tribuni della plebe e i libri su cui dovevo studiare sembravano editi a Mosca (ce n'era anche uno di Carlo Cardia - oggi su tutt'altre posizioni- che propugnava i diritti costituzionali dell'ateismo).
Ebbene, quasi tutti questi testi ricordavano con indignazione l'orribile «caso del vescovo di Prato», avvenuto nel 1956, ma mai dimenticato dai livorosi compagni.
I succubi democristiani non finivano di vergognarsene sebbene fossero passati quasi vent'anni.

IL VESCOVO PIETRO FIORDELLI
Il vescovo in questione era Pietro Fiordelli (1916-2004) e fu pastore di Prato per quasi quarant'anni.
Fatto vescovo neanche quarantenne, il 12 agosto 1956 fece pubblicare una sua lettera sul giornale della parrocchia al cui responsabile l'aveva inviata. Riguardava due coniugi che si erano sposati col solo rito civile, in quanto lui era un militante comunista.
In base al diritto canonico il vescovo invitava il parroco in questione a considerare i due come pubblici concubini e quindi a escluderli dai sacramenti. Non solo. Anche i rispettivi genitori avevano mancato ai loro doveri cristiani permettendo che i figli contraessero matrimonio al di fuori della Chiesa, perciò non si doveva procedere alla tradizionale benedizione pasquale della loro casa.
Sempre codice canonico alla mano, il vescovo rincarò la dose ordinando che la sua lettera fosse letta da tutti i pulpiti della diocesi.

Lì per lì non successe niente, anche perché ai coniugi in questione e alle loro famiglie non importava affatto quel che di loro pensavano i preti e il vescovo, il rito nuziale scelto lo dimostrava. Epperò si era negli anni Cinquanta e Prato non era ancora divenuta un feudo rosso.
La città era piccola, la gente mormorava. Qualcuno arrivò a recapitare pizzini insultanti alla coppia scomunicata.
Ma ciò che fece traboccare il vaso, tanto per cambiare, furono i soldi. Infatti, lo sposato "civile" aveva un negozio che in breve si ritrovò la clientela dimezzata.
Possibile che fosse tutta colpa dell'anatema vescovile? Infatti, come abbiamo detto, a quel tempo Prato era un centro di dimensioni relative e non è pensabile che la clientela non sapesse che quello nel tempo libero faceva l'attivista del Pci.

IL PCI E LA QUERELA
Boh. Sia come sia, il Partito prese in pugno la faccenda e convinse gli scomunicati a querelare il vescovo per diffamazione.
La cosa finì pure in Parlamento, dove il Pci poteva contare sui reggicoda socialisti, e partì anche una campagna internazionale il cui vero bersaglio era il papa Pio XII, che non molti anni prima aveva avallato la scomunica ai comunisti e a quelli che in ogni modo li aiutavano o condividevano.
Del caso di Prato si occupò perfino il famoso settimanale americano Life, creato dal fondatore della rivista Time, Henry Luce, che pubblicò con grande risalto tutte le foto degli implicati nella vicenda pratese. Henri Luce era anche marito di Claire Boothe Luce, prima donna ambasciatrice americana a Roma, fattasi cattolica nel 1946 dopo avere ascoltato un discorso di Pio XII.
Il Pontefice sostenne subito il suo vescovo mentre tutti gli occhi erano fissi sul tribunale adito dagli scomunicati. E i giudici, trovandosi vasi di coccio tra vasi di ferro, dopo interminabili discussioni in punta di diritto credettero di risolvere la situazione condannando il vescovo di Prato a un'ammenda simbolica, 40mila lire.
Ora, la somma non era poco per quei tempi, ma non era nemmeno molto. Però la condanna, anche se simbolica, sempre condanna era. E il vescovo era stato condannato per aver fatto il suo mestiere di pastore a norma di catechismo e dottrina. La quale vieta ai preti di dare i sacramenti a chi non li vuole; o li vuole, sì, ma alle sue condizioni e non a quelle della Chiesa.
Si dirà che il querelante allegava di aver visto rarefarsi la sua clientela dopo la pronuncia vescovile. Tuttavia il bigottismo di certuni non poteva certo essere imputato giudiziariamente al vescovo. Doveva, semmai, il querelante pensarci prima: sapendo come la pensavano i suoi clienti, poteva evitare il gesto inutilmente provocatorio di non sposarsi in chiesa. Oppure, se teneva tanto alle sue idee, essere disposto a pagarne il prezzo.
Malgrado ciò il tribunale aveva dato ragione a lui e torto al vescovo.

LA REAZIONE DI PIO XII
Ma papa Pacelli non era tipo da lasciarsi la mosca sul naso.
Non esitò a definire illegale quella sentenza e bacchettò l'inerzia del governo su tutta la vicenda. Sì, perché se si permetteva ai giudici di sindacare quel che i vescovi potevano o non potevano dire nelle materie di loro competenza (riconosciuta dal Concordato) si sarebbe finiti in un regime ideologico laicista (profetico...).
Non sazio, il Papa ordinò a tutte le nunziature apostoliche del mondo occidentale di organizzare manifestazioni di solidarietà col vescovo pratese e in segno di protesta arrivò a sospendere il tradizionale ricevimento d'inizio d'anno in onore del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.

L'aperta solidarietà al vescovo di Prato arrivò pure, commossa e sentita, da Roncalli (patriarca di Venezia) e Montini (arcivescovo di Milano), futuri Papi, uno Santo e l'altro Beato.
Il più sfegatato fu il cardinale di Bologna, Lercaro (poi, però, divenuto progressista), che fece listare a lutto le porte delle chiese della sua Diocesi e suonare le campane a morto ogni cinque minuti per un mese.

Monsignor Pietro Fiordelli, nato a Città di Castello (Perugia), morì nella sua Prato. Nel 1986 fu onorato di una lunga visita da parte di Giovanni Paolo II (Santo).
La sua vicenda - e il suo insegnamento - tornano d'attualità nel presente momento storico: da qui il libro che Giuseppe Brienza gli ha dedicato, La difesa sociale della famiglia. Diritto naturale e dottrina cristiana nella pastorale di Pietro Fiordelli, vescovo di Prato (Casa Editrice Leonardo da Vinci), prefazione di monsignor Luigi Negri e postfazione di Antonio Livi, pp. 162.

 
Rino Cammilleri
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 14/11/2014
Argomento: Chiesa

 di Rino Cammilleri

 Perfino papa Francesco ha ammonito il popolo, quando si è accorto che certi cani e gatti hanno più cure e coccole dei bambini.  Anzi, ormai i pets hanno sostituito i babies nel cuore di troppi.  E Bergoglio non è certo uno che ami andare contro il trend politicamente corretto.  Ma una volta tanto, nelle sue uscite a braccio, aveva centrato il punto.

 Quanno ce vo’ ce vo’. Ormai siamo così incancreniti nell’edonismo dell’«attimo fuggente» (cioè, godi oggi, domani si vedrà…) che ci commuoviamo fino alle lacrime per la sorte di un cagnetto mentre non ci importa niente, anzi sbuffiamo infastiditi, per quella di un bambino malatissimo.

Parliamo di Charlie Gard, il bambino inglese affetto da una rara malattia genetica che i genitori, Chris e Connie, vorrebbero sottoporre a una cura sperimentale negli Usa ma a cui l’ospedale inglese dove è ricoverato vuole staccare la spina.

I sette giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo, cui i due genitori si erano rivolti contro l’ospedale (il Great Ormond Street Hospital), hanno dato loro torto e adesso il piccolo può essere tranquillamente terminato. In questo caso, a gridare «siamo tutti Charlie» sono stati solo i credenti, soprattutto i cattolici, che hanno inanellato una catena internettiana di preghiere e stilato una supplica al Santo Padre, affinché ci metta una buona parola.

Si erano rivolti anche al presidente della repubblica italiana, perché concedesse al bambino la cittadinanza, così da avere almeno un appiglio in qualche articolo della nostra Costituzione che parla del diritto alla salute. Ma c’è Charlie e Charlie, come profeticamente il pontefice aveva paventato.

L’altro Charlie è, ovviamente, un cane, per l’esattezza un dogo argentino, che il cuoco italiano Giuseppe Perna aveva inavvedutamente portato con sé a Copenhagen, dove lavora. Qui le autorità danesi gli avevano  sequestrato la bestia, appartenente a una delle razze pericolose che è vietato introdurre in Danimarca. A parte il fatto che non è chiaro come l’uomo sia riuscito a fare entrare il suo cane nel Paese (gli agenti di frontiera non sapevano che a quella razza era proibito l’ingresso?), la legge è legge anche in Danimarca e per detta legge il cane vietato andava soppresso. Apriti cielo.

Le organizzazioni animaliste hanno inscenato un tam-tam internazionale che, solo in Italia, in pochi giorni ha raccolto trecentoquarantamila firme, l’ambasciata danese è stata subissata, la solita Maria Vittoria Brambilla si è messa le mani nei rossi capelli e si è subito mobilitata, la cantante Noemi ha lanciato uno spot supplice per la vita di Iceberg (questo il nome del cane, che i tiggì ci hanno mostrato a lungo mentre affettuoso gioca col suo padrone).

Anche il nostro ministro degli esteri, a quel punto, ha dovuto darsi una mossa et voilà: finalmente l’ambasciatore danese Erik Lorenzen ha mostrato il pollice dritto. Il governo danese ha deciso di soprassedere all’esecuzione del cane italiano e tutti stappano bottiglioni di champagne. In effetti, non c’è del marcio in Danimarca: se il dogo italoargentino non si fosse trovato protagonista di una furibonda zuffa con altra bestia, le autorità non se ne sarebbero nemmeno accorte (come le guardie di frontiera).

Comunque, tutto è bene quel che finisce bene. Anche se non si sa come andrà a finire ‘sta storia: il cane dovrà essere rimpatriato? il padrone potrà continuare a tenerlo praeter legem? ci sarà alla frontiera danese un affollamento di cani vietati? Boh. E non ci interessa.

Quel che ci interessa è l’ammonimento-profezia del papa, qui avverato in pieno: la cosiddetta opinione pubblica si agita più volentieri per la vita di un cane che per quella di un bambino malato. Siamo ormai alla frutta. Che dico? All’ammazzacaffè. Dopo di che, però, viene il conto…

 

Rino Cammilleri, 30-06-2017 - http://www.lanuovabq.it/it/articoli-la-vita-di-charlie-vale-meno-di-quella-di-un-cane-20324.htm

Argomento: Vita

 “Sharia controlled zone”

 Nel 2014, quando il “Califfo dei musulmani”, dal pulpito della moschea irachena di al Nuri, vagheggiava un ipotetico quanto sconfinato Califfato universale, destinato ad estendersi al di là delle porte d’Europa, nessuno lo prese troppo sul serio. Ma, in realtà, la colonizzazione era in atto da un pezzo.

Il Vecchio Continente brulicava già di piccole roccaforti sharitiche. Quartieri-ghetto, cittadine-enclaves dove, nel corso degli anni, un numero sempre crescente di musulmani si è radicato e radicalizzato preparando così il terreno europeo ad accogliere il seme dell’intolleranza. Francia e Gran Bretagna ma anche BelgioOlandaGermaniaSvezia e Danimarca. Queste sono alcune delle capitali europee dove paura, e Sharia, fanno novanta. Insomma, non solo il quartiere Molenbeek di Bruxelles, che lo scorso anno offrì protezione all’ex primula rossa del Bataclan, ma un vero e proprio network di satelliti del Califfato all’ombra dell’Unione. “Le società semi-autonome”, di cui parlava Douglas Murray, esperto inglese di immigrazione e direttore della Henry Jackson Society, l’indomani dell’arresto di Salah Abdeslam.

A partire proprio dalla Francia, teatro dell’assalto pionieristico alla redazione di Charlie Hedbo che, nel 2015, ha inaugurato una lunga stagione di sangue. Oltralpe vengono chiamate “Zus” (Zone urbane sensibili) e, secondo le autorità di Parigi, sono 751 in tutto il Paese ed ospitano almeno 5milioni di musulmani. Una di queste è Sevran, banlieue di 50mila anime, nel dipartimento della Senna-Saint-Denis, dove il 90 per cento degli abitanti sono di origine straniera.

Nel Regno Unito, invece, c’è il “Londonistan”. Un’area apparentemente unita che, a dispetto del nome, interessa tanto la metropoli inglese quanto altre zone. Una specie di confederazione nera che finisce col racchiudere quasi tutte le città del Regno Unito: da Liverpool e Manchester e Leeds, da Birmingham a Derby, e Bradford, oltre a Derby, Dewsbury, Leicester, Luton, Sheffield, per finire con Waltham Forest a nord di Londra e Tower Hamlets nella parte orientale della Capitale. Difficile non rendersi conto di dove comincia questo stato nello stato perché persino i manifesti sono lì a ricordare che “stai entrando in una zona controllata dalla Sharia”.

In Belgio, ormai, tutti conoscono Molenbeek. L’esempio più lampante della “segregazione autoimposta in grandi città” a cui fa riferimento Murray nell’intervista rilasciata a Il Foglio. Qui nessuno, anche se non islamico, è autorizzato a bere o mangiare in pubblico durante il Ramadan. Le donne sono rigorosamente velate ed è bandita ogni attività ritenuta “haram” dalla legge coranica che, progressivamente, si è andata a sostituire a quella dello Stato. Bere alcool ed ascoltare musica sono attività non gradite. Come, altrettanto sgradito, fu il blitz con cui l’antiterrorismo parigina mise finalmente le manette ai polsi di Salah Abdeslam. Ma che il quartiere offrisse protezione ai terroristi non lo si è certo scoperto in quell’occasione. In altri anni, Molenbeek, si era già distinta per aver ospitato il gotha del jihadismo internazionale. Stiamo parlando di personaggi del calibro di Abdessatar Dahmane, uno degli assassini di Ahmad Shah Massoud, ma anche Youssef e Mimoun Belhadj e Hassan el-Haski, le menti degli attentati di Madrid dell’11 marzo 2004.

In Olanda esistono 40 aree urbane off-limits, a partire dal distretto di Kolenkit, ad Amsterdam. Ma anche alcuni quartieri di Rotterdam come Pendrecht, Het Oude Noorden e Bloemhof. Utrecht deve fare i conti con la zona di Ondiep. Nella capitale, l’Aia, c’è il distretto di Schilderswijk, ex quartier generale del gruppo “Hofstadt”, che nel pianifico l’assassinio del regista Theo van Gogh.

Anche la Danimarca, così come gli altri Paesi scandinavi, deve fare i conti con il jihadismo diffuso. E, secondo le forze dell’ordine, il numero di persone vicine ad ambienti radicali ha subito un’impennata. Anche grazie a sobborghi enclavizzati come TingbjergNørrebro e Mjølnerparken, dove l’80 per cento dei residenti non ha origine danese bensì africana o mediorientale.

In Svezia, ancora convalescente dalla strage dello scorso aprile, la città più islamizzata è Malmo, dove il 30 per cento della popolazione è di fede musulmana. Lì si trova il Rosengaard, quartiere nato negli anni ‘60 ed abitato da soli migranti provenienti da Iraq, Afghanistan, Somalia e Balcani. In passato salì agli onori della cronaca, destando notevole scalpore, per via dell’apparizione di alcuni manifesti che minacciavano: “Nel 2030 prendiamo il controllo”.

La Germania ospita un gran numero di migranti e, nella Capitale, esiste Neukolln, uno dei più grande quartieri musulmani del Paese che, non a caso, è stato ribattezzato “la provincia ottomana”. In proposito, Franz Solms-Laubach, giornalista parlamentare del quotidiano Bild, ha scritto: “Anche se ci rifiutiamo ancora di crederlo, intere zone della Germania sono governate dalla legge islamica. Poligamia, matrimoni di minori, giudici della sharia. Da troppo tempo non si fa rispettare lo Stato di diritto. Ci credereste che a Berlino un terzo degli uomini musulmani che vivono nel quartiere di Neukölln abbia due o più mogli?”

In Spagna, invece, c’è una regione intera chiamata “Xarq al Andalus” (Il Levante Spagnolo). Si tratta della porzione di Penisola Iberica affacciata sulla costa mediterranea che, storicamente ottomanizzata, è rivendicata oggi come parte integrante del Califfato islamico. Ma, per i soggetti più radicalizzati, il richiamo non è solo storico ed ideale. Secondo Soeren Kern, analista europea per l’Istituto Gatestone a New York, infatti, le recenti misure antiterrorismo varate da Parigi avrebbero causato una specie di piccola diaspora islamica verso in Spagna.

Ultima, non certo per importanza, è l’Italia. La cui intelligence è recentemente finita al centro delle polemiche per non aver saputo neutralizzare Youssef Zaghba, il terrorista italo-marocchino che, assieme a due complici, ha fatto strage di pedoni sul London Bridge. La Capitale vanta un quartiere, quello di Torpignattara, che – in fatto di densità demografica dei credenti musulmani – non ha nulla da invidiare a Molenbeek. Ma il vero “rischio banlieue”, secondo uno studio uno studio della Fondazione Leone Moressa, riguarderebbe di più altre città italiane come, ad esempio, Bologna. Nella Capitale, infatti, le periferie non sono ancora dei ghetti e la componente multietnica dei quartieri sembra aver scongiurato, per ora, l’avanzata della radicalizzazione.

Pubblicato 9 giugno 2017 |di Elena Barlozzari.
http://www.libertaepersona.org/wordpress/2017/06/sharia-controlled-zone/
Argomento: Islam

Cinque milioni di buone ragioni

 «Non siamo un partito ma vogliamo stringere un’alleanza sui grandi temi antropologici».
Lettera aperta del leader del Family Day

 

 La strategia nazionale contro l’umano e la famiglia prosegue con il varo delle sue lugubri leggi.
È certamente un’onda lunga, iniziata negli anni Settanta con il divorzio e l’aborto e che giunge ai nostri giorni con il divorzio express, le unioni civili – che legittimano di fatto l’adozione dei bimbi da parte di coppie gay e lesbiche – le disposizioni anticipate di trattamento (o interruzioni programmate di vita), la legalizzazione della cannabis e l’educazione all’affettività nelle scuole italiane, ritagliata sulle linee guida delle plurime identità di genere.

In quest’elenco – ahimè, peraltro non completo – ci sono battaglie perse e battaglie ancora da combattere ma, soprattutto, c’è nascosto il grande rischio della delusione e della rassegnazione.
Soprattutto dentro il nostro mondo di credenti, si respira sempre una brutta aria, che va dall’uniformarsi al nuovo corso cultural-politico, magari ricercando mediazioni al ribasso, quasi il “male minore” rappresentasse l’apice dello sforzo etico, fino al cedere del tutto le armi e “tutti a casa”, a curare i propri affari.
Suona quanto mai attuale l’appello di san Paolo ai Romani: «Non conformatevi alla mentalità di questo mondo (di tenebra) in mezzo al quale dovete splendere come astri nel cielo», drammatico monito che nasce dalla parola stessa del Maestro: «Se il sale perde il sapore, con che cosa potrà essere salato; a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini».

Personalmente ritengo che fra le molte ragioni di tanta evidente “insignificanza” della cultura cristiana nel mondo politico italiano c’è certamente lo scarso impegno alla coerenza, personale e sociale, rispetto a valori non emendabili.
Eppure, anche questa “bandiera bianca” potrebbe essere figlia di un veleno che sta ancora più a monte: la corruzione delle coscienze, soprattutto di chi – avendo un ruolo di guida culturale, politica, sociale ed anche religiosa (come non ricordare l’accorato grido di allarme del Beato Paolo VI negli anni Settanta) – il compromesso ha iniziato a farlo dentro la propria anima, molto prima di essere “costretto” a farlo nell’agone civile.
Quando s’inquina la sorgente a monte, il fiume a valle non può certo essere puro e limpido.

Nient’altro che “pula al vento”
Fra i molti significati che i due straordinari eventi degli ultimi Family day hanno avuto, vorrei ricordarne almeno due, di particolare portata “politica”.

Primo: esiste un popolo numeroso, numerosissimo, che crede nella vita, nella famiglia naturale, nel patto educativo scuola/famiglia, nella pari dignità di ogni essere umano, senza distinzioni per condizioni personali o sociali, senza inventarsi ideologiche identità di genere.

Secondo: questo popolo esiste, è preoccupato ma non rassegnato, ma si sente abbandonato, “orfano” di una vera, chiara, leale rappresentanza politica.

Il 30 gennaio 2016, al Circo Massimo, chiunque avesse avuto la forza ed il coraggio di fermare quell’iniqua legge, di far cadere un governo ideologizzato ed arrogante che a colpi di fiducia chiudeva la porta ad ogni doveroso dialogo, avrebbe avuto la straordinaria opportunità di intestarsi la gratitudine e la riconoscenza di quel popolo che – come ha dimostrato al referendum istituzionale – ha la memoria lunga! E sa distinguere molto bene chi davvero lo rappresenta nei fatti e chi ha fatto delle promesse verbali nient’altro che “pula al vento”.

Questo tema dell’orfananza politica è ancora tutto aperto.
Una volta di più, il popolo del Family day lancia un appello alle forze politiche, chiedendo chi ci sta ad assumere nel proprio programma elettorale un patto di alleanza sui grandi temi antropologici della vita, della famiglia, della libertà educativa.

Così come non abbiamo mai creduto nell’opportunità di dar vita ad un nuovo partito, fondato su temi etici, altrettanto fermamente crediamo di poter giocare un ruolo di stimolo, di pressing, di virtuosa spinta sulle forze politiche esistenti perché prendano in seria considerazione il problema che oggi milioni di cittadini italiani – il “popolo del Family day” – non sa a chi assegnare il proprio voto.

Sondaggisti e statistici dicono che il 4 dicembre scorso quel popolo è valso dai quattro ai cinque milioni di voti.
Vero o falso che sia, una cosa è certa: quel popolo vale milioni di voti. Ed ha dimostrato in modo inequivocabile il profondo vallo esistente fra l’establishment politico e la società civile: l’arroganza del potere rende miopi, e il popolo, appena ne ha occasione, lo denuncia a colpi di voti, e fa cadere un governo che non ha avuto neppure quel minimo di saggezza che l’apertura di un dialogo richiede.

Nelle agende partitiche, nei programmi di governo, devono entrare scelte politiche di carattere antropologico cui il Family day non è disposto a rinunciare, che vedano nel rispetto della vita – dal concepimento alla morte naturale – della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio (art. 29 della Costituzione), della libertà educativa dei genitori (art. 30), della promozione delle famiglie numerose (art. 31) – la denatalità nel nostro paese è un problema spaventoso! – lo scheletro di ogni programma economico, finanziario, sanitario, assistenziale, scolastico e culturale.

Sono temi che richiedono onestà politica, culturale ed economica.
Onestà politica e culturale: si scelga la vita, contro eutanasia, suicidio assistito, legalizzazione della droga; si scelga la famiglia, disegnando chiari confini fra questa e le unioni civili, con il diritto di ogni bimbo di crescere con mamma e papà, contro l’abominevole ed incivile pratica dell’utero in affitto e l’insensatezza dell’omogenitorialità, con un’educazione scolastica che rifugga dal gender in ogni sua manifestazione.

Onestà economica: perché introdurre la fecondazione artificiale nei Lea e aumentare il ticket sanitario, o ridurre i fondi per la disabilità? Non ci sono i fondi o piuttosto non c’è la volontà di ridurre capitoli di spesa cui non si vuole mettere mano? In Italia l’evasione fiscale delle società che gestiscono il gioco d’azzardo vale circa 90 miliardi di euro: non si può proprio far nulla? Le pensioni d’oro (288.000 cittadini italiani) valgono 13 miliardi di euro: non si può proprio far nulla?
Per non parlare delle famiglie numerose: salvo i proclami demagogici, nella realtà abbandonate a se stesse.

Basta quaquaraquà
C’è bisogno di un nuovo patto politico per la vita e la famiglia: questa è la benzina per far ripartire l’Italia.

C’è, quindi, bisogno di una grande alleanza fra partiti che si riconoscano in questo patto, al fine che diventi un “patto di governo”, anche esprimendo nelle loro liste elettorali candidati che rappresentino e sostengano quei valori.

Con il 6 o il 15 per cento non si fa nulla. Ma con il 30 si può fare molto. Una volta di più l’unione fa la forza. E il popolo della vita e della famiglia ringrazia ed apprezzerà chi ha deciso di farsi suo onesto portavoce, non mancando di tenere sotto marcatura stretta chi si è candidato come garante delle sue istanze.

Perché non se ne può proprio più di politici “quaquaraquà”, inclini al facile tradimento pur di salvarsi la poltrona.

 

Massimo Gandolfini, 26 giugno 2017 per http://www.tempi.it/cinque-milioni-di-buone-ragioni#.WVHjaulLeM-

Massimo Gandolfini è portavoce del Comitato Difendiamo i nostri figli, promotore del Family Day

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) –

 
Argomento: Politica

  Cardinale Sarah, verità "scomode" sull'omosessualità

 Persone omosessuali e castità? Noi come sacerdoti e vescovi “li umiliamo se non crediamo che possano conquistare questa virtù” che è “per tutti i discepoli”.

 A sganciare l’atomica è il Cardinal Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Il cardinale non teme di nuotare controcorrente, ne ha dato prova in più occasioni.

Questa volta è la vulgata del pastoralmente corretto sull’omosessualità che il porporato vuole sconfessare e lo fa vergando la prefazione di un libro di Daniel Mattson dal titolo “Perché non mi chiamo gay”.

Sarah prosegue: “Il rispetto e la sensibilità con cui il Catechismo ci qualifica, non ci danno il permesso di privare della pienezza del Vangelo gli uomini e le donne che soffrono per essere attratti da persone dello stesso sesso”. Visti i tempi di irenismo nei confronti del peccato, il cardinal Sarah ricorda molto il bombardiere americano Enola Gay (nome appropriato dato il tema). Non richiamare alla castità le persone omosessuali li umilia e li costringe a vivere una condizione che li fa soffrire: già questo sarebbe sufficiente perché il cardinale fosse colpito da una fatwa ecclesiale.

Ma il Prefetto per il culto divino rincara la dose rammentando che vescovi e sacerdoti citano spesso quella parte del Catechismo che impone di accogliere le persone omosessuali con rispetto, compassione e delicatezza, ma non altre sezioni un po’ troppo scomode per i periti del buonismo pastorale.

"Nella sua carità e nella sua saggezza materna – appunta Sarah - la Chiesa indica nel Catechismo molte altre cose sull'omosessualità che alcuni membri del clero hanno scelto di non citare, tra cui il chiaro monito: 'in nessun caso posso essere approvati’ ” gli atti omosessuali (CCC, n. 2357).

La citazione prosegue menzionando un altro passaggio del Catechismo urticante per le peli sensibili all’ortodossia: “Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione” (CCC, n. 2358). E poi conclude: “Omettere le ‘dure parole’ di Cristo e della sua Chiesa non è carità. In realtà è un cattivo servizio al Signore e alle creature create a sua immagine e somiglianza e redente grazie al suo Prezioso Sangue”.

Sarah poi ricorda che anche le persone omosessuali, al pari di tutti gli altri, non godono di immunità teologica in merito alla fatica di diventare santi. Ad ognuno la sua croce: "Come tutti i membri della Chiesa, ‘possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana’ (CCC, n. 2359), la vocazione di tutti i battezzati. Queste parole del Catechismo sono ugualmente importanti, perché esprimono un'autentica carità pastorale. Ci invitano, come membri del corpo di Cristo, ad accompagnare i nostri fratelli e sorelle che soffrono per essere attratti da persone dello stesso sesso, mentre cercano di raggiungere la perfezione cristiana alla quale il Signore chiama tutti i suoi figli ", ha continuato Sarah. Poi un inciso: “Gesù non ci chiede nulla di impossibile o nulla per cui non ci dia la grazia per farlo. E’ la Chiesa la fonte di questa grazia”. 

Le parole di Sarah sono tanto chiare quanto dinamitarde nel clima di omoeresia compiaciuta che si respira in casa cattolica. Infatti vescovi, sacerdoti e laici ormai sparano frasi del tipo che esiste una pari dignità di ogni orientamento sessuale agli occhi di Dio o che l’omosessualità è una naturale variante della sessualità umana, per tacere del fatto che l’omosessualità può essere un percorso di vita cristiana.

Tali asserzioni manifestano un doppio processo di necrosi dei tessuti sani del cattolicesimo. Da una parte questi soggetti si sono appiattiti sul mero profilo immanente della vita, su una fenomenologia autogiustificante. Se una condotta esiste vuol dire che è buona e quindi la benediciamo. Su altro versante marcano un passo in più: se è buona moralmente perché non deve esserla anche teologicamente? Ecco che così l’omosessualità diventa spinta trascendente verso Dio, si spiritualizza.  

Il primo passo però è l’accettazione morale di una pulsione disordinata e difficile da vincere. La prospettiva di chi non ha fede giudica come insuperabili simili pulsioni, predica una resa incondizionata davanti agli eventi avversi, perché crede che la storia umana veda come protagonisti solo le persone con le proprie doti e limiti naturali, ed esclude il piano trascendente che invece irrompe nella storia con l’incarnazione di Cristo. In questa visione schiacciata sui fenomeni fisiologici e psicologici di carattere empirico non c’è posto per la grazia e parlare di aiuto divino per uscire dall’omosessualità provoca solo qualche sorrisetto di compatimento. 

Torniamo a Sarah il quale ricorda che prima del Sinodo sulla famiglia ha avuto modo di ascoltare presso l’Università San Tommaso D’Aquino di Roma la testimonianza di alcune persone omosessuali: “Mi sono reso conto – racconta il porporato - come queste quattro anime hanno sofferto, a volte a causa di circostanze al di fuori del loro controllo e, talvolta, a causa delle proprie decisioni. Si sentiva la solitudine, il dolore e la miseria patite a seguito di una condotta di vita contraria alla vera identità dei figli di Dio". Queste persone “solo quando vivevano secondo gli insegnamenti di Cristo sono state in grado di trovare la pace e la gioia che andavano anelando”.

Sarah in fondo ci ricorda che la neve è bianca e che un cerchio è tondo. Ma ciò che è evidente per un vedente non lo è per un cieco. Ed oggi nella Chiesa i ciechi, che vogliono mettersi alla guida dei vedenti, non sono pochi.

 

di Tommaso Scandroglio,19-06-2017 per https://www.osservatoriogender.it/madonna-drag-queen-promuovere-perugia-pride-village/

Lo scorso 7 maggio, il quotidiano La Repubblica ha svelato che, nel primo anno della legge, le nozze gay in Italia sono state “solo” 2.802: «decisamente un flop». Un flop che però svela l’intento tutto ideologico della norma: inserire un virus nel nostro modo di vivere, al fine di colpire la famiglia naturale in un ulteriore modo.

In questo contesto, spicca un dato in controtendenza: un’esponente istituzionale del Partito Democratico informa che a Bologna «dall’1 agosto 2016 ad oggi – in Sala Rossa (sic!) si sono celebrate 86 unioni civili e 501 matrimoni […] il 15% degli anelli si scambia tra persone dello stesso sesso, contro una media nazionale che si aggira attorno al 2,2%». La stessa esponente spiega: «Le ragioni? Sappiamo che questa città è attrattiva per la comunità Lgbt […] ci sono anche coppie che vengono da fuori per sposarsi a Bologna».

Già: un’attrattiva pilotata con determinazione dal PD, che considera – per bocca del sindaco Merola (Resto del Carlino, 15/11/16, II) – «il sostegno alla comunità gay come un bene comune» e di «interesse pubblico» la diffusione massiccia e organizzata dell’ideologia omosessualista, come di recente ho documentato su queste pagine.

C’è un altro elemento, altrettanto drammatico, che aiuta a capire la portata dell’azione del PD e dei suoi alleati sedicenti cattolici: il rapporto tra matrimoni civili e religiosi. Nel 1991 i matrimoni religiosi erano il 65% del totale; nel 2015 sono ridotti al 31%. E nello stesso periodo la percentuale di chi si sposa è passata dal 4,5 per mille al 2,8.

La Chiesa Cattolica, per natura vocata ad opporsi alla secolarizzazione e quindi a difendere la famiglia, sembra avere altre priorità: dei disastrosi esiti della pastorale familiare sono testimonianza i numeri sopra riportati. Forse c’è di più: siamo a di fronte a una vera propria cessazione della trasmissione della fede? Come spiegare le zero ordinazioni sacerdotali del 2015 e di soli quattro diaconi nel 2016?

Che risultato si immagina di ottenere, ad es., con l’allestimento della Basilica di San Petronio per un “dialogo con la città”, con tavolini, sedie, rinfresco e persino WC? E come in un revival della fiaba di Fedro (Vacca et capella, ovis et leo), sarà presente il Sindaco Merola… numquam est fidelis *censura* potente societas!

I partiti politici dell’opposizione al PD? Alle ultime elezioni amministrative era praticamente assente ogni riferimento alla difesa della vita e della famiglia…

Nulla di nuovo, potrebbe dire qualcuno: il gramscismo, che oggi si incarna nel Partito Democratico, aveva capito che nei paesi di antica cultura cristiana il socialismo non può affermarsi con la forza.

Per distruggere l’identità occidentale e cristiana occorre, da un lato, favorire l’invasione da parte di popoli con cultura non assimilabile alla nostra (islam) e, dall’altro, operare per corrompere il popolo tramite la cultura, i mezzi di comunicazione, l’istruzione.

Queste due “tenaglie” caratterizzano – da decenni – il governo di Bologna e della Regione Emilia-Romagna.

 

David Botti, 2 giugno 2017 per https://www.osservatoriogender.it/bologna-boom-nozze-gay/

Macron, il presidente delle élite che piace ai Fratelli Musulmani

macron islam shariaE' stato Henry Hermand – il ricchissimo imprenditore socialista (morto lasciando agli eredi un patrimonio di 220 milioni di euro) – il primo ad investire su Emmanuel Macron. O meglio a costruire la figura dell'“uomo nuovo” che ora il presidente porta a spasso con il suo faccino ambizioso.
Il primo, Hermand, dopo Brigitte, ovviamente, la donna che la stampa di tutto il mondo ha osannato sebbene sia difficile intuire cosa ci sia di così encomiabile nell’abbandonare figli e marito per uno sbarbato liceale, che per giunta è un suo studente e coetaneo di quei figli.
Fu Brigitte a volere che Emmanuel imparasse un mestiere, altrimenti, gli disse con una battuta, "avrai solo l’aria di un gigolò". E l'allievo obbediente accettò ogni indicazione. Anche quella di essere affiancato da qualcuno che gli spiegasse come impostare la voce. La "zeppola", la voce chioccia, a volte stridula e fastidiosa, erano tutte cose da sistemare, prima che fosse troppo tardi. 

A finire l'opera ci ha pensato Henry Hermand. Macron non sapeva di poter diventare presidente della Repubblica, ma l'imprenditore lo individuò mentre faceva uno stage in una prefettura della Francia centrale, e se ne "innamorò".
Così Emmanuel iniziò a frequentare ''Terra Nova", l'associazione d'ispirazione socialista finanziata tra gli altri da Hermand – che gli darà le armi de’ sinistra per la retorica sul ‘sociale’ – diventando poi ospite sempre più assiduo nella casa del suo mentore. Hermand è stato il testimone di nozze di Macron e lo avrebbe anche aiutato a comprare casa a Parigi.

Nonostante la vittoria alle presidenziali, Macron è come una baguette che hanno cercato di far lievitare senza successo. Avrà pure vinto ma resta il presidente delle élite e come tale non sa proprio quale sia la differenza tra la vita reale e quella dietro le telecamere.
Il 7 maggio ha vinto le elezioni con la più alta percentuale di astensionisti della storia francese: tra chi lo ha votato, c'era per lo più chi ha in odio Marine Le Pen.
Non è così centrista come lo hanno venduto in campagna elettorale: a sostenerlo è stata la maggior parte dei leader del partito socialista, e quando c'è stato il passaggio di testimone con Hollande, quest'ultimo non ha potuto nascondere la gioia di una vittoria all'insegna della "continuità". 

E' il socialismo ad essere il fil rouge della narrazione macroniana. Ismael Emalien – stratega e  capo della comunicazione di Macron –  è stato consulente della campagna elettorale del 2013 del presidente del Venezuela, Nicolás Maduro. E anche il programma macroniano trasuda di socialismo, abbondano le proposte per l'incremento della spesa pubblica.
Il “cambiamento climatico” viene considerato invece la “questione chiave per il futuro del mondo”, nonostante organizzazioni come WikiLeaks si siano impegnate a dimostrare che molte delle denunce lanciate dagli scienziati onusiani sul clima erano bufale, vedi il “Climategate”, e in generale anche nella comunità scientifica ormai il paradigma del riscaldamento climatico è stato sostituito da quello della incertezza, com’è giusto che sia visto che parliamo di proiezioni costruite su modelli matematici che non possono risalire oltre una certa epoca all’indietro nel tempo, e certamente non predicono il futuro. 

Ancora. Le proposte di modifica al codice del lavoro e al sistema fiscale sembrano pura estetica, l’illusione di un cambiamento che difficilmente si trasformerà in politiche concrete.
Al bell'Emmanuel piace l'economia di mercato ma il presidente pensa comunque che questo mercato debba essere messo al servizio di una fantomatica “giustizia sociale”.
Gli economisti che hanno lavorato alla stesura del programma del leader di En marche! sono gli stessi che hanno lavorato al programma economico di Hollande nel 2012.
Quando il 7 maggio è stato ufficializzato il nome del nuovo inquilino dell'Eliseo, tanti capi di stato europei hanno mostrato il loro entusiasmo.
Addirittura il numero uno della commissione europea, Juncker, ha parlato di “un segnale di speranza per l'Europa”.
Macron però non ha fatto neanche in tempo ad insediarsi che è subito volato dalla Merkel, e le idee lanciate in campagna elettorale su come proteggere i mercati europei sono rimaste lettera morta – del resto è noto che in Europa a dettare l’agenda è Berlino mica Parigi.
Ma il nuovo presidente della Republique insiste, dice di sognare un nuovo Ministero della Finanze europeo, le cui decisioni possano avere una forza vincolante per tutti gli stati membri. 

Come molti suoi colleghi in Europa, Macron è convinto che il rimedio al crollo demografico e all’invecchiamento della popolazione sia nell'immigrazione. “L'immigrazione è un'opportunità per tutti”, ha detto il presidente.
“Proporrei al governo algerino la creazione di un ufficio franco-algerino della gioventù, per favorire la mobilità tra le due sponde del Mediterraneo”, ha aggiunto.
“Il compito dell'Europa è quello di offrire asilo a tutti”, ci mancherebbe, peccato che quella dell’accoglienza, come dimostra il caso dell’Italia, non può certo essere considerata una politica sulla immigrazione. 

Detto ciò, la stragrande maggioranza dei rifugiati che arrivano in Francia sono musulmani.
La Francia ha già la maggiore percentuale di musulmani in Europa.
La Francia è in guerra con una parte fondamentalista e radicale di questo Islam, che punta a sovvertire la nostra civiltà, in casa nostra,a suon di bombe, attacchi kamikaze e civili innocenti uccisi senza pietà.
Eppure Macron vorrebbe dare all'islam ancora più spazio. “Oggi, i musulmani di Francia sono trattati male...”, ha detto il presidente, “domani, una nuova struttura renderà possibile il rilancio della religione musulmana in Francia: saranno costruiti e migliorati i luoghi di culto islamici”.
Quando Macron ha vinto, i Fratelli Musulmani francesi si sono congratulati con lui e hanno festeggiato con un comunicato ufficiale: “i musulmani pensano che il nuovo presidente gli permetterà di andare più lontano, insieme”.
Edouard Philippe, il premier indicato da Macron, ha stretti legami con la Fratellanza Musulmana e ne ha favorito l’insediamento nella città di cui era sindaco, Le Havre. 

Richard Ferrand – deputato socialista e il segretario generale di En Marche!, ora ministro per la coesione dei territori – ha finanziato i movimenti per il boicottaggio dello Stato ebraico e altre organizzazioni "pro-palestinesi".
Gerard Collomb, il sindaco socialista di Lione, attuale ministro dell'Interno, ha finanziato l'Istituto francese della civiltà musulmana che aprirà i battenti a dicembre 2017.
Eccolo il prodotto confezionato dall'élite: un giovane presuntuoso, che in politica economica non va molto oltre il tradizionale statalismo francese, che sulla immigrazione non cambierà una virgola rispetto al passato, anzi, è convinto che gli immigrati musulmani aumenteranno, unica risorsa in grado di alimentare il granaio dei voti sempre più vuoto dei socialisti e della sinistra.
Fa niente se per vincere servono anche i Fratelli Musulmani, organizzazione ritenuta terrorista dagli Stati Uniti e dall'Egitto, che in passato anche l'Europa aveva inserito nelle sue black list.

E forse, come nell’ultimo e distopico romanzo di Houllebecq, arriverà il giorno in cui non ci sarà più neanche bisogno di candidare un presidente creato in laboratorio.
Per garantire la "continuità" del sistema politico, che vuol dire anche quella delle elite e dei poteri forti, sarà sufficiente candidare direttamente un Fratello Musulmano all'Eliseo. Chissà però cosa accadrà in caso vincesse. 

 

di Lorenza Formicola | 28 Maggio 2017, per l'Occidentale
Argomento: Islam

 La battaglia finale tra Dio e il demonio, avviene sul tema della vita e della famiglia.
 Vogliamo raccogliere questa sfida!

 

Discorso finale della Presidente della Marcia per la Vita Virginia Coda Nunziante

 

Cari amici, Siamo arrivati alla fine di questa straordinaria giornata e voglio innanzitutto ringraziare di cuore tutti coloro che ci hanno accompagnato da piazza della Repubblica fino a qui. Molte sono le persone da ringraziare e principalmente quelle che per tanti mesi hanno lavorato e lavorano nell’ombra.Molti dei presenti sono venuti da molto lontano per essere oggi con noi.

Ringrazio in particolare i numerosissimi ospiti stranieri e in particolare i partecipanti al Rome Life Forum, che come ogni anno si è tenuto a Roma alla vigilia della Marcia. Il Rome Life Forum è divenuto un appuntamento internazionale che quest’anno raccoglie i rappresentanti di circa 100 organizzazioni Pro-life, provenienti da oltre 20 Paesi di tutti i continenti!

Ringrazio tutti i nostri relatori di oggi.

Ringrazio le migliaia di amici venuti da tutta Italia, da Udine a Palermo, da Torino a Lecce, in pullman, in treno in macchina, in aereo, sopportando spese, fatica e disagi.

Ringrazio tutti coloro che hanno concretamente collaborato per la realizzazione di questo evento: le Voci del Verbo, gli Universitari per la Vita, Vita Umana Internazionale, Notizie ProVita, CitizenGo, Nessuno tocchi la Famiglia, Generazione Famiglia, il Popolo per la Vita, i Circoli della Croce e il quotidiano il Tempo.

La nostra Marcia si unisce idealmente a tutte le marce del mondo. Centinaia di migliaia di uomini e donne di buona volontà manifestano ogni anno la loro protesta contro leggi ingiuste e omicide.

I risultati, della legge 194, introdotta in Italia nel 1978 per legalizzare l’aborto sono devastanti.

Oggi si parla grosso modo di 100.000 aborti l’anno (dati del 2016), cioè 273 aborti al giorno, 11 ogni ora, un bambino ucciso ogni 5 minuti e mezzo. E in Europa la situazione è ancora più tragica: un aborto ogni 11 secondi, 327 ogni ora, 7854 al giorno.

Ebbene, sarò politicamente scorretta e so già che ci saranno molte persone che si stracceranno le vesti ma è inutile non affrontare di petto le questioni: i nostri governi, le nostre società, stanno calpestando la legge naturale, stanno calpestando i diritti di Dio, creatore della Vita. E’ vero che il valore della vita è un valore condiviso anche con non credenti e atei, e li ringraziamo per la loro presenza qui in piazza, ma non possiamo per questo dimenticare che nessuno di noi si è dato la vita da sé stesso ma l’ha ricevuta in dono e questo dono è indisponibile. Non possiamo togliere la vita agli altri perché questo si chiama omicidio e noi vogliamo ribadirlo qui, oggi, pubblicamente, che l’aborto è un omicidio perché distrugge una vita umana che non ci appartiene. Che questa vita sia di un giorno, di un mese o di tre mesi nel seno materno è uguale perché il valore della vita inizia dal momento del concepimento.

La nostra presenza vuole essere perciò un grido di protesta contro l’ingiustizia commessa nei confronti dei deboli e degli indifesi. Dobbiamo difendere i deboli contro cui si accaniscono i cultori della morte: non solo i bambini non nati, ma gli anziani, i malati, i disabili, vittime oggi dell’eugenetica, dell’eutanasia, un delitto che segue logicamente quello dell’aborto, come conseguenza naturale della negazione del diritto primario alla vita.

E questo perché viviamo in una società che spesso si è dimenticata cosa vuol dire l’amore per il prossimo, l’altruismo, la generosità. Viviamo in una società materialista, edonista, e spesso relativista.

Questa piazza così numerosa vuole invece ribadire la bellezza della vita ma con altrettanta determinazione vuole chiedere ai nostri politici, ai nostri governanti, che smettano di finanziare con le nostre tasse il suicidio della nostra nazione: invece di uccidere i nostri figli che diano aiuti concreti alle famiglie per crescere i loro bambini. E siamo certi che anche l’economia riprenderebbe.

Una nazione che non aiuta e non promuove la vita è una nazione che muore. E questa è la previsione demografica per il nostro Paese. Dobbiamo allora rimboccarci le maniche e ciò lo dobbiamo principalmente ai nostri figli, alle future generazioni perché è a loro che lasciamo l’eredità più pesante.

Uniamo dunque i nostri sforzi, il nostro entusiasmo, le nostre energie per difendere la vita, per promuovere la vita, per lottare per la vita e per non dimenticare quei sei milioni di bambini che non ci sono più in Italia.

Chiediamo ai nostri uomini politici e agli uomini di Chiesa, ai nostri Pastori, un impegno maggiore di fronte a quello che è il più spaventoso genocidio della storia in termini di vite umane.

Sappiamo che le Marce per la Vita non bastano: occorre anche un impegno continuo, sistematico, coerente, per gli altri 364 giorni dell’anno, per modificare leggi, costume, mentalità, non solo di chi ci governa, ma di ognuno di noi.

Carissimi, il prossimo anno saranno i 40 anni della terribile legge 194. Prepariamoci fin da subito convinti che l’impegno di ognuno di noi può fare la differenza.

Affidiamo tutto, e principalmente la causa della Vita, alla Madonna di Fatima in questo centesimo anniversario delle sue apparizioni. Fatima è l’evento più straordinario della nostra epoca. La Madonna è venuta a chiederci di non offendere più Dio e in cento anni la situazione è decisamente peggiorata perché tutte le nazioni si stanno dotando di leggi contro la vita, contro la famiglia, contro la natura stessa dell’uomo. Una delle veggenti di Fatima, suor Lucia, in una lettera degli anni 80 indirizzata al card. Caffarra, scrisse che la battaglia finale tra Dio e il demonio, sarebbe avvenuta sul tema della vita e della famiglia. Noi vogliamo raccogliere questa sfida nella certezza che con l’aiuto di Dio la Vita vincerà sempre contro la morte. Grazie ancora a tutti!

 

fonte: 21 maggio 2017 - https://www.corrispondenzaromana.it/discorso-finale-della-presidente-della-marcia-per-la-vita-virginia-coda-nunziante/

Argomento: Vita

 Il risultato delle elezioni presidenziali francesi induce ad amare e ferme considerazioni.

È una vittoria completa dei “poteri forti”, della finanza internazionale, mondialista, sinarchica, immigrazionista ed europeista. La vittoria consiste soprattutto nel fatto che hanno generato – novelli Frankenstein – dal nulla una sorta di “homunculus”, perfettamente registrato all’uopo, esteticamente, emotivamente, psicologicamente e comportamentalmente impeccabile, e che questa “creatura” ha vinto come un treno in corsa.

Macron è un’epifania rivoluzionaria.

Naturalmente, ha potuto ottenere il suo risultato solo grazie all’immancabile appoggio dei “moderati”, ovvero dei traditori geneticamente programmati della civiltà cristiana e occidentale. Fa impressione il fatto che la sera stessa della sconfitta al primo turno Fillon abbia dato indicazione di votare Macron: tutto era già programmato. Macron stesso, in fondo, è stato tirato fuori dal cilindro proprio perché era chiaro che Fillon non era in grado di creare quella muraglia di resistenza necessaria a “salvare” la Francia dalla “catastrofe” lepenista.

Macron è di “centro”: che vuol dire tutto e non vuol dire niente. Presentandolo come candidato di centro, lo si è reso votabile dai conservatori fino ai comunisti, con la giustificazione dell’antilepenismo, appunto. Ed è quello che è avvenuto.

La verità banalissima e crudele è che gli europei, avendo ancora la pasta e il pane a tavola, e pure la carne, e pure la macchina, e parecchi ancora pure la casa prima e seconda, e i biglietti per le vacanze, preferiscono non pensare, non capire, non rischiare. Preferiscono far finta che tutto sia ancora come nei decenni del dopoguerra. Compresi coloro che sanno come stanno le cose, che le denunciano pure. Ma, al dunque, diventano restii ad operare in maniera profonda per fermare la catastrofe della nostra società e civiltà. Dinanzi alla pancia ancora piena e alla vita ancora relativamente “tranquilla” (tanto, i disoccupati, le donne violentate o gli uomini assassinati dagli immigrati, le vittime del terrorismo, i bambini rieducati al gender, sono sempre “gli altri”), il loro coraggio si annebbia: meglio non apparire “sgraditi” al sistema e mantenere quelle piccole “abbondanze” che ancora abbiamo. Finché durano.

Non stiamo dicendo che Marine Le Pen era il rimedio a tutti i suddetti mali.
Anzi, Marine Le Pen, per molti di questi mali, a partire da quelli gravissimi di ordine morale (omosessualismo, genderismo, eutanasismo, abortismo, ecc.), non era affatto un rimedio, ma un’altra tragedia.
D’altro canto, per l’aspetto invece dell’antieuropeismo, della guerra all’euro e all’immigrazionismo, di un rinnovato sovranismo, si presentava invece come un possibile (il carattere ipotetico rimane obbligatorio, visto anche il cambiamento repentino di un Trump) ostacolo alla corsa dissolutoria dei poteri forti sinarchici e mondialisti.
Comunque, era un simbolo da abbattere.

E la Le Pen è stata duramente sconfitta. Le chiacchiere riduzionistiche stanno a zero. Riprova cogente è che ha già detto che vuole cambiare nome al partito: un modo per scaricare la colpa del fallimento sul padre. Cambierà anche il cognome e il proprio viso, visto che gli somiglia particolarmente?

Il problema non si risolve cambiando il nome dei partiti, il che presuppone poi, inevitabilmente, un progressivo cedimento di valori, fino a divenire pienamente accettati da quel sistema dei poteri forti che si voleva un tempo combattere (lo abbiamo già visto molte volte in Italia).
Il problema è più profondo e risiede nel fatto che – dobbiamo ammetterlo con amarezza ma con chiarezza – oggi pensare di cambiare il corso della storia rivoluzionaria con gli strumenti usuali della Rivoluzione (ovvero all’interno del sistema democratico, a partire dai partiti) è impossibile e questo per tre ragioni inconfutabili:
1) già è difficilissimo creare un partito anti-sistema;
2) ancor più difficile è farlo decollare a livello nazionale, e comunque, ammesso che ci si riesca, questo richiede decenni (lo stesso Front National ha ormai quarant’anni);
3) ammesso anche che ci si riesca seriamente e abbastanza velocemente… arriva Macron.

E se non arriva Macron, arriva la magistratura. E se non arriva la magistratura, arriva qualcos’altro. Lo stesso inopinabile cambiamento di colui che in teoria è l’uomo più potente del mondo (e nella fattispecie odierna pure uno dei più ricchi in assoluto già per conto suo) sta a dimostrarlo chiaramente. Non mi meraviglierei se, piano piano, col tempo, si annacquasse pure la Brexit…

Che fare? Disperazione assoluta? Resa incondizionata? Chi scrive non ha la soluzione, ma cerca solo ora di gettare un po’ di lucidità per tenere ferma la speranza.

Il cattolico legato alla tradizione sa bene che per ogni evento della vita, specie per quelli più importanti e di natura sociale, vi sono sempre due vie di interpretazione e di operazione: la via sovrannaturale e quella naturale.

La via sovrannaturale non dipende da noi, se non in maniera indiretta: occorre pregare e fare tutto quanto possibile perché Dio intervenga al più presto e soccorra i suoi figli e la Chiesa (e l’Europa e l’Italia) dal trionfo delle forze della dissoluzione rivoluzionaria.
Su questo piano, oggi, c’è molta aspettativa in chiave di profezie celesti (alcune – rarissime – vere, altre dubbie, la gran parte del tutto fantasiose): stiamo vivendo proprio il centenario delle apparizioni di Fatima in questi giorni.
Possiamo solo pregare e aspettare, nella speranza che la promessa del 13 luglio 1917 divenga al più presto realtà.

Per quel che concerne la via naturale, credo che sarebbe giunta l’ora di smettere di sognare impossibili riscosse partitiche nel sistema democratico rivoluzionario in cui viviamo (è come rubare a casa dei ladri, o appiccare l’incendio a casa di Satanasso), il che però non esclude affatto, anzi, tutt’altro, l’impegno politico e culturale quotidiano e costante da parte di coloro che vogliono combattere la Rivoluzione gnostica, liberale, ugualitarista e mondialista.
Questo impegno deve invece accrescersi, in quanto con la vittoria di Macron i pericoli disastrosi del gender, dell’omosessualismo, dell’abortismo, dell’eutanasismo, ma anche dell’invasionismo immigrazionista, dello strapotere pauperistico della finanza socialista, andranno ad accrescersi oltremisura.
Insomma, ora saremo sempre più in mano ai Frankenstein dei nostri giorni, che ci vogliono far divenire sempre più bestie da soma sotto il loro controllo, distruggendo ogni nostro valore religioso, morale, etnico, culturale, civile, artistico, ecc. Vogliono “rivoluzionarci” antropologicamente”. L’incubo ora è totale, non più pensabile, ma reale.

Per questo occorre agire, più che mai. Ma occorre farlo in maniera molto ponderata e realistica, con chiara cognizione dei mezzi e dei fini e, ovviamente, in unione di forze. In questo senso, dinanzi alla catastrofe, sarebbe ora – lo ripetiamo per l’ennesima volta – che fossimo tutti capaci di superare le cause di divisione personale, ovvero l’aspetto meno grave (e quindi più colpevole) del nostro essere un’armata Brancaleone.
Le divisioni ideologiche (e teologiche) e politiche non sono facilmente superabili: anzi, temo che col tempo si acuiranno sempre più, in quanto, specie a causa della devastante e sempre più radicale crisi della Chiesa, stiamo ogni giorno diventando di fatto due chiese differenti (ed è inutile, anzi, dannoso, nascondercelo: meglio dircelo…).
Ma quelle di natura squisitamente personale possono essere superate con la carità e l’umiltà, almeno a livello funzionale per la battaglia comune. E in questo vi è più che mai necessità dell’appoggio materiale e concreto delle migliaia di cattolici, legati alla tradizione e al Bene, che si stanno svegliando ogni giorno di più: ricordiamoci sempre che più il demonio si mostra, più la sua bruttezza appare, più la gente ingenua comincia a capire. E a reagire.

La sconfitta di Marine Le Pen ci sia di insegnamento.
La vittoria di Macron ci sia di sprone alla battaglia e all’unità.
Per ottenere questa unità, è necessario averne lo spirito nell’anima e la disponibilità nella volontà: disponibilità a vincere la propria pigrizia o diffidenza e ad appoggiare chi ha la visione lucida delle cose e si impegna; disponibilità a incontrarsi; disponibilità ad aiutare le giuste e buone iniziative; disponibilità a creare struttura di buona battaglia comune.

Non è questa l’ora della disperazione. E nemmeno delle chiacchiere senza fatti. È l’ora dei guerrieri.

 

 

da: https://ilpontelevatoiodimassimoviglione.wordpress.com/

Argomento: Storia

 Emmanuel Macron, il coniglio dal cilindro di Bruxelles

 Come da pronostico il 39enne Emmanuel Macron è il nuovo presidente della Francia con il 66,06% dei voti, contro il 33,94% ottenuti dalla sfidante Marine Le Pen. Il ballottaggio per l’Eliseo, che diversi media internazionali avevano dipinto come l’impresentabile scontro tra populismo e tecnocrazia, è stato dunque vinto dal candidato del neonato movimento En Marche!, espressione degli interessi della finanza e dei “poteri forti” di Bruxelles.

Il neo presidente, non appena eletto, ha dato appuntamento per i ringraziamenti ai propri sostenitori all’ombra dell’inquietante piramide del Louvre, un luogo scelto non a caso per rimarcare una netta discontinuità con le piazze storiche della sinistra (Bastiglia) e della destra (La Concorde) francese.

Altrettanto simbolica, e senza precedenti, è stata la decisione del nuovo inquilino dell’Eliseo di rendere omaggio all’investitura ufficiale ricevuta dai vertici dell’Unione Europea, facendo intonare l’Inno alla Gioia prima dell’inno nazionale della Marsigliese.

La scelta di festeggiare la propria vittoria sulle note ufficiali dell’Unione Europea è stato un evidente e beffardo schiaffo agli euroscettici appena sconfitti, con il quale Macron ha voluto sottolineare, una volta di più, quella che sarà la principale linea d’azione del proprio operato politico. Nel suo discorso da vincitore il leader di En Marche! si è detto pronto «a scrivere una nuova pagina della nostra storia di fiducia e speranza», con l’obiettivo di ricostruire «il legame tra l’Europa e i popoli che la compongono, tra l’Europa e i suoi cittadini».

La vittoria di Macron è dunque una vitale boccata di ossigeno per la malridotta Unione Europea che tira un gran sospiro di sollievo di fronte alla netta affermazione del proprio candidato in pectore. Il primo a congratularsi è stato il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, che ha affidato a Twitter la propria soddisfazione, scrivendo: «Felice che i francesi abbiano scelto un futuro europeo. Insieme per un’Europa più forte e più giusta». Alle parole di Juncker hanno fatto eco quelle del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk che si è, a sua volta, congratulato con il popolo francese: «(…) per aver scelto la Libertà, l’Uguaglianza e la Fraternità e per aver detto no alla tirannia delle fake news».

Alle dichiarazioni di giubilo dei vertici dell’Unione Europea hanno fatto rapidamente seguito quelle di tutti i principali leader europei tra cui quelle dello stesso presidente uscente Francois Hollande: «L’ho chiamato questa sera per felicitarmi calorosamente per la sua elezione a presidente della Repubblica. La sua ampia vittoria conferma che una grande maggioranza dei nostri concittadini ha voluto riunirsi attorno ai valori della Repubblica e marcare il suo attaccamento all’Ue e all’apertura della Francia al mondo».

Dalla Germania, la cancelliera Angela Merkel, si è espressa attraverso il suo portavoce Steffen Seiber che si è complimentato con il neo presidente francese, twittando: «Auguri di cuore a Emmanuel Macron. La sua è una vittoria per un’Europa unita». Anche dall’Italia, sono giunte le congratulazioni del premier Paolo Gentiloni che ha parlato di «una speranza che si aggira per l’Europa», a cui hanno fatto seguito quelle analoghe di Matteo Renzi, che in un tweet ha dichiarato come l’affermazione di Macron rappresenti una «straordinaria pagina di speranza per la Francia e per l’Europa».

Al di là dell’indiscutibile vittoria di Macron, un dato non trascurabile di queste elezioni presidenziali è il record negativo raggiunto in questo secondo turno dall’astensionismo che ha toccato la cifra storica del 25,3%, la più alta mai registrata per un ballottaggio dal lontano 1969. Secondo i dati diffusi dal Ministero degli Interni francese, il leader di En Marche! si è aggiudicato 20.257.167 voti, il doppio rispetto ai 10.584.646 ottenuti dalla candidata del Front National, che ha comunque conquistato un record mai conseguito prima dal proprio partito, incassando quasi 11 milioni di voti che ne fanno, come sottolineato dalla stessa Le Pen, «il primo partito d’opposizione».

Ora per il Front National, la cui prossima, già imminente sfida saranno le elezioni legislative di giugno, si prospettano grandi cambiamenti, a partire sembra dal nome stesso del partito, come reso noto dalla sua leader: «Il Front National ora deve rinnovarsi», affrontare «una trasformazione per creare una nuova forza politica che sia all’altezza delle necessità del Paese».

Sempre riguardo le statistiche di voto, è interessante riportare infine i dati di un sondaggio Ifop realizzato per il quotidiano La Croix e il settimanale Pèlerin, secondo il quale Macron, oltre che sul decisivo appoggio trasversale finalizzato a sbarrare la strada all’ “estremista” Le Pen, ha potuto contare anche sul voto cattolico. Il candidato di En Marche! avrebbe infatti ottenuto il 62% dei voti complessivi dei cattolici. Una cifra pari addirittura al 71% tra i praticanti “regolari”, ossia tra coloro che vanno regolarmente a Messa, che paradossalmente scende, fermandosi al 54% tra i cattolici praticanti ossia “occasionali”.

In ultima analisi, la conquista dell’Eliseo da parte del tecnocrate per eccellenza Emmanuel Macron, se da un lato è certamente figlia del tracollo dei tradizionali partiti politici, rimasti ai margini del ballottaggio presidenziale, dall’altro rappresenta un indubbio capolavoro politico degli oligarchi dell’Europa senza se e senza ma, che in pochissimo tempo sono stati capaci di creare da zero e presentare un candidato politicamente “vergine”, con tutte le carte in regola per far convergere su di sé il necessario consenso.

In questa prospettiva, Macron, banchiere d’affari della Rothschild e “figlio” politico dell’influente economista Jacques Attali, presentato come l’“uomo nuovo”, simbolo della discontinuità, è un presidente dell’establishment, già vecchio, uno straordinario coniglio tirato fuori dal cilindro dai maghi di Bruxelles che ora possono sfregarsi le mani avendo a capo della Francia un giovane e fedele scudiero alle loro dirette dipendenze.

(Lupo Glori per https://www.corrispondenzaromana.it/emmanuel-macron-il-coniglio-dal-cilindro-di-bruxelles/)

Argomento: Socialismo

 Il messaggio di Fatima:

una prospettiva dall’Est

di Anca-Maria Cernea (*)

 

 Sono molto onorata di essere stata invitata a parlare oggi, per tentare di presentare una prospettiva dall’Europa orientale del messaggio di Fatima e della sua urgenza per il mondo di oggi. In concreto, mi è stato chiesto di parlare degli “errori della Russia”.

Tra maggio e ottobre del 1917, la Madonna apparve a tre pastorelli a Fatima, in Portogallo. Chiese loro di pregare e di offrire sacrifici per la conversione dei peccatori e per la pace, avvertendo che “gli errori della Russia” si sarebbero diffusi in tutto il mondo, causando guerre e persecuzioni alla Chiesa.

In quello stesso anno, ci furono due rivoluzioni in Russia. A febbraio, la famiglia Romanov perse il trono. Poi, ad ottobre, i bolscevichi presero il potere con Lenin.

Un secolo dopo, il cristianesimo si trova ancora di fronte alla rivoluzione leninista, questa volta non solo in Russia. La Russia ha diffuso i suoi errori in tutto il mondo, causando guerre e persecuzioni contro i cristiani, come aveva previsto la Madonna.

 


Una rivolta contro Dio

La Madonna parlò degli “errori della Russia”, non perché altri errori non esistessero, ma perché gli errori della Russia li incorporava tutti e li portava ad un nuovo livello. L’ideologia marxista è un errore di natura religiosa, che pretende di avere una spiegazione completa della realtà e di offrire la “salvezza” qui, in questo mondo, attraverso mezzi umani, senza Dio.

Più di mezzo secolo fa, il celebre pensatore tedesco-americano Eric Voegelin scrisse che il nazismo e il bolscevismo erano “religioni politiche”, con i propri simboli, profeti, scritture, gerarchie, cerimonie liturgiche, calendari e via dicendo (1). Erano religioni false perché non costruivano nessuna cultura, soltanto distruggevano quelle esistenti.

L’idea di base è la stessa proposta dal serpente ad Adamo ed Eva: mangiare il frutto proibito ed ignorare il comandamento di Dio. Nel libro «Il vero volto di Karl Marx», frutto di approfondite ricerche e di testimonianze dirette, lo scrittore rumeno Richard Wurmband evidenzia le pratiche sataniche di Karl Marx. Wurmbrand era stato comunista nell’adolescenza, ma si era convertito al cristianesimo. Passò quattordici anni nelle prigioni comuniste in Romania e rimase famoso per il suo comportamento eroico. Mio padre lo incontrò in prigione e parlava molto bene di lui.

Wurmbrand cita scritti di Marx dove costui esprime un profondo odio per Dio. Marx non negava l’esistenza di Dio, bensì era geloso di Lui, Lo odiava e voleva prendere il Suo posto. Wurmbrand cita anche lettere indirizzate a Marx da suo figlio Edgar con le parole “Mio caro diavolo”, e testimonianze sulle strane cerimonie che Marx praticava in casa.

Questa è la vera chiave per capire l’ideologia marxista.

Non è un caso che Iosif Vissarionovich Dzhugashvili, futuro dittatore comunista più noto come Stalin, a volte firmava “Demonoschwili”, cioè “figlio del demonio”.

 


Due tipi di marxismo

Il comunismo si è diffuso in due modi:

- Attraverso brutali invasioni militari, campi di concentramento, prigioni, polizia politica e terrore. Secondo gli stessi archivi sovietici, più di cento milioni di persone sono state uccise dai loro governi in tempi di “pace”.

- Attraverso la sovversione culturale insidiosa, volta a distruggere la resistenza morale del Mondo Libero, rendendolo incapace di difendersi dal comunismo. È ciò che si chiama “marxismo culturale”.

Le differenze strategiche tra queste due forme di marxismo sono meno importanti di quello che hanno in comune: condividono lo stesso odio per l’ordine, divino ed umano, e la stessa volontà di distruggerlo.

Oggi il marxismo culturale è ancor più insidioso di quello classico. Mentre il marxismo classico voleva reinventare la società attraverso una violenta espropriazione dei mezzi di produzione, il marxismo culturale pretende di reinventare la famiglia, l’identità sessuale e la stessa natura umana.

Un focolare del marxismo culturale è stata la cosiddetta Scuola di Francoforte, conosciuta anche come “scuola critica”, che combina Marx con Freud per distruggere le fondamenta morali della società, partendo dalla famiglia. Da qui partono, per esempio, gli studi che sfociano nell’ideologia di genere.

Un’altra versione del marxismo culturale è rappresentata da Antonio Gramsci, che consigliava ai comunisti di conquistare prima l’“egemonia culturale” attraverso graduali, impercettibili mutazioni nei modelli linguistici e sociali, introdotte con l’aiuto dei compagni di viaggio, come attori e altre celebrità. La tattica prevedeva anche l’infiltrazione nei media, nell’industria cinematografica, nell’educazione, nella magistratura e, soprattutto, nella Chiesa cattolica.

 


La prima rivoluzione sessuale

La prima rivoluzione sessuale nella storia non è stata fatta dall’“Occidente liberale e consumista”, ma dalla Russia di Lenin, in quanto legalizzò l’aborto, l’omosessualità e facilitò il divorzio. La prima organizzazione dei diritti omosessuali nella storia è stata creata negli Stati Uniti nel 1950. Tutti i suoi membri appartenevano al Partito Comunista Americano.

Spesso sentiamo prediche cristiane che incolpano il “consumismo” e l’“edonismo”, peccati tipicamente attribuiti all’Occidente liberale, per la rivoluzione anti-cristiana di oggi. Ma San Paolo insegna che “la nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti” (Ef 6, 12).
Il consumismo e l’edonismo, la carne e il sangue, sono fattori predisponenti, che indeboliscono la resistenza morale delle persone e delle società, ma non ne sono la causa.

La causa di questi attacchi contro il cristianesimo è una rivolta satanica contro Dio, contro la Sua legge e contro l’ordine della Sua creazione, in un tentativo gnostico-rivoluzionario di ridisegnare la società umana e la natura umana.

Questa è la natura degli errori della Russia.

 


Cambia il linguaggio ecclesiastico

Nell’Ottocento, Leone XIII vide che l’ideologia comunista era un errore di natura religiosa. La chiamò “la setta dei socialisti, comunisti o nichilisti” e la condannò. Nel 1937, Pio XI in Divini Redemptoris disse che il comunismo nascondeva “una falsa idea messianica” e un “misticismo ingannevole”. Nel 1948, Pio XII scomunicò chi avesse collaborato con i comunisti. Questa è la dottrina della Chiesa.

Con l’affermarsi dell’Ostpolitik negli anni Sessanta, però, i Papi non insisterono più sulla natura religiosa di questo errore.

Pio IX, Leone XIII, s. Pio X, Pio XI e Pio XII hanno tutti radicalmente respinto il comunismo. Questo Magistero ispirò la resistenza al comunismo di milioni di cattolici. Nell’Europa orientale, un’intera generazione di cristiani si oppose al comunismo, subendo terribile persecuzioni e perfino il martirio.

Uno di loro fu mio padre, Ioan Bărbuş, giovane leader che faceva parte di un partito politico cristiano anti-comunista, molto popolare in Romania. Mio padre è stato imprigionato dal regime comunista. I miei genitori erano fidanzati. Mia madre attese diciassette anni il suo fidanzato, pregando per lui. Egli sopravvisse per miracolo. Si sposarono dopo che mio padre venne rilasciato.

Nel grande dossier che la Securitate (la polizia segreta comunista) raccolse su di lui, mia sorella ed io abbiamo trovato informazioni sul suo comportamento in prigione. Ad esempio, nella prigione di Aiud, negli anni Cinquanta, la polizia annotava che mio padre non aveva in nessun modo mutato le sue credenze. Lo descrivevano come un “elemento ostile” per il regime.

Gli altri prigionieri sapevano che era greco-cattolico, lo rispettavano e lo ascoltavano. E lui diceva che la Chiesa Cattolica era la più importante forza spirituale nel mondo che combatteva il comunismo, e che non avrebbe mai smesso di combatterlo. Ciò dimostra che la sua fede nella Chiesa gli dava coraggio, ed era in grado di incoraggiare i suoi colleghi, la maggior parte dei quali non erano nemmeno cattolici.

La nostra Chiesa Greco-Cattolica della Romania fu soppressa dai sovietici. I nostri vescovi rifiutarono qualsiasi compromesso con i comunisti.

Nelle loro prediche, i vescovi avvertivano il gregge contro l’ideologia comunista e preparavano i fedeli per il martirio. Furono i primi a dare un esempio di resistenza al terrore, alla prigione e alla tortura. Nessuno dei dodici rinunciò alla sua fedeltà al Santo Padre. Sette di loro morirono in prigione. Papa Pio XII disse che egli era stato più fortunato di Nostro Signore; perché tra i dodici apostoli, ci fu un traditore, ma nessuno dei dodici vescovi greco-cattolici rumeni tradì il Papa.

Ma poi venne il Concilio Vaticano II, che non pronunciò nessuna condanna nei confronti del comunismo, nonostante quasi Ottocento Padri conciliari ne avessero fatto richiesta. Si disse che la Chiesa ormai preferiva la misericordia e non avrebbe pronunciato condanne.

Così, il più grande evento della Chiesa del XX secolo ha ignorato l’errore più terribile, più omicida dell’intera storia umana, un errore che si stava sviluppando proprio in quel momento, gettando in schiavitù metà dell’umanità e insidiosamente erodendo le basi morali dell’altra metà.

Alcuni vescovi cattolici continuarono a combattere il comunismo. Ne sono esempio i cardinali Mindzsenty, Slipij, Wyszynski e Korec. Ma non tutti i vescovi cattolici del mondo hanno fatto la stessa cosa. Alcuni persino promossero attivamente il comunismo all’interno della Chiesa, per esempio sotto la forma della teologia della liberazione in America Latina, un’operazione di grande successo del KGB.

La predicazione contro il comunismo cessò di essere sistematica, come era prima, e molti cattolici pensarono che le precedenti condanne del comunismo non fossero più vincolanti. Mutò anche il linguaggio delle encicliche per quanto riguarda il comunismo.

Pio XI aveva dedicato l’enciclica Divini Redemptoris alla lotta al comunismo. Non esitava a nominare l’Unione Sovietica e a parlare delle atrocità che i comunisti stavano commettendo contro i cristiani nell’URSS e nella guerra civile spagnola. E sottolineava che non erano eccessi isolati, bensì il frutto naturale del sistema comunista.

Pio XII scrisse: “La Chiesa combatterà la battaglia contro il comunismo fino alla fine, perché è una questione di valori supremi: la dignità dell’uomo e la salvezza delle anime”.

A partire dagli anni Sessanta, però, i documenti ufficiali della Chiesa si spostano dall’anticomunismo esplicito a una posizione di neutralità tra i due blocchi, comunista e capitalista, accusandoli di essere entrambi materialisti e di mettere in pericolo la pace. Questa neutralità, questi appelli simmetrici ai due blocchi affinché si disarmassero, non ebbero ovviamente nessun effetto reale sul blocco sovietico, ma in Occidente indebolirono la posizione e l’autorità morale dei politici anticomunisti.

Parallelamente, anche qui col favore di autorità ecclesiastiche, si costituirono poteri sovranazionali, come l’ONU e l’Unione Europea, che sono ora le principali entità che svolgono gli attacchi contro la vita, la famiglia e la presenza cristiana nella vita pubblica.

Anche il tono delle encicliche sociali cambiò, spostandosi dal linguaggio cristiano a quello mediatico, ideologicamente contaminato. In Divini Redemptoris, Pio XI ancora raccomandava la carità cristiana come principale rimedio alla povertà. In Pacem in Terris, Giovanni XXIII definì i servizi sociali in termini di “diritti umani”, chiedendo quindi all’amministrazione pubblica di prendersi cura del progresso sociale.

Mentre metà dell’umanità giaceva sotto dittature comuniste, il Papa si rallegrava perché “in quasi tutto il mondo gli uomini sono cittadini di uno stato indipendente”. Egli celebrava la fine del colonialismo, ma non sembrava notare che la maggior parte dei nuovi paesi “indipendenti” erano in realtà caduti sotto una dominazione coloniale peggiore, quella sovietica.

Nel 1967, in Populorum Progressio Paolo VI incolpava per la povertà del Terzo Mondo esclusivamente gli effetti del “colonialismo”, quello occidentale naturalmente. Criticava poi il “liberalismo sfrenato”, la libera concorrenza come “norma guida dell’economia” e la proprietà privata dei mezzi di produzione come un “diritto incondizionato e assoluto”, senza soffermarsi, contestualmente, sulle calamità economiche e morali causate dall’economia marxista nei paesi in cui era stata applicata.

Nel 1991, Papa Giovanni Paolo II pubblica l’enciclica Centesimus Annus, nella quale riprende il linguaggio del Magistero. Egli ricorda una verità insegnata da tutti i Papi prima del Concilio, e cioè che le ideologie marxiste e socialiste sono errori di natura religiosa. Avverte quindi contro le “religioni politiche”, quelle teorie utopiche che pretendono di creare una società perfetta qui sulla terra.

Nell’Istruzione Libertatis Nuntius, contro la Teologia della liberazione, firmata dal cardinale Joseph Ratzinger e da lui approvata, critica pure la confusione fra salvezza religiosa e “liberazione” politica.

 


Il marxismo culturale oggi

Nel 1989 crollò il Muro di Berlino e con esso il comunismo classico in molti Paesi. Ma gli errori della Russia menzionati nella profezia di Fatima continuarono a diffondersi. La sconfitta del comunismo classico si è rivelata piuttosto una mutazione verso il marxismo culturale.

Il fatto che, durante decenni, la lotta contro il marxismo classico non sia stata trattata come priorità da parte della dottrina sociale della Chiesa ha indebolito la capacità dei fedeli, specialmente dei politici cattolici, di riconoscere e combattere il marxismo culturale.

E arriviamo alla critica, senza precedenti, di Papa Francesco all’economia di libero mercato, bollata “economia che uccide”. Avendo vissuto sotto un regime comunista, posso testimoniare che il controllo del governo sull’economia non solo non vivifica, ma rovina inevitabilmente anche paesi una volta prosperi, causando immense ingiustizie, sofferenze e umiliazioni.

Nei paesi socialisti, la rapina e la violenza diventano politica di Stato. La corruzione diventa l’unico mezzo per ottenere beni di prima necessità. E un enorme divario, molto più profondo di qualsiasi precedente, emerge tra la nuova classe privilegiata e i cittadini ridotti a schiavi.

È preoccupante vedere oggi il Vaticano incoraggi i “movimenti popolari”: ambientalisti, pacifisti, indigenisti, attivisti anti-discriminazione e via dicendo. I rappresentanti di questi gruppi sembrano oggi essere considerati dal Vaticano dei degni partner con cui dialogare, insieme a personaggi come i fratelli Castro ed Evo Morales.

Come ha detto una volta il leader comunista spagnolo Santiago Carrillo, come risultato del dialogo tra cattolici e comunisti, nessun comunista si è mai convertito al cattolicesimo, ma molti cattolici coinvolti sono diventati comunisti. La cooperazione con i comunisti su questioni pratiche, senza mai mettere in discussione l’ideologia del marxismo, trasforma i cattolici in compagni di viaggio della rivoluzione. Invece di predicare il vero Dio ai pagani e convertirli, vengono usati dai pagani contro il vero Dio.

A questo si somma l’uso di un linguaggio confuso, politicamente corretto, da parte di molti uomini di Chiesa, gettando i cattolici nella confusione morale e politica, e portandoli alla sconfitta nella guerra culturale. I fedeli diventano incapaci di identificare la fonte degli attacchi contro il cristianesimo per poter combattere con successo.

Questo linguaggio funziona come un segnale di “svolta obbligatoria a sinistra” per i laici che si impegnano in politica, rendendo praticamente impossibile per i politici cattolici sostenere il libero mercato, opporsi al Welfare State, o all’immigrazione musulmana, dichiararsi scettici sul cambiamento climatico o sul ruolo delle Nazioni Unite. Perché, se lo fanno, direbbero delle cose che sono diverse o contrarie a ciò che dicono molti uomini di Chiesa.

Questo è uno dei motivi per cui in tanti paesi cattolici non c’è una rappresentanza politica dei cattolici. Ed è anche il motivo per cui tanti paesi cattolici sono ora governati da marxisti culturali.

La situazione reale sul campo di battaglia, però, non è così negativa come vorrebbero i media. C’è ancora una maggioranza silenziosa che accetta i principi della Civiltà cristiana. Questa potrebbe rappresentare una resistenza contro i progetti di dominazione rivoluzionaria, ma non ha una leadership religiosa, politica e intellettuale.

 


False soluzioni

Esasperati dalle sconfitte nella guerra culturale, molti cristiani in Occidente ora mettono le loro speranze in Vladimir Putin, come “protettore della cristianità”. Io posso anche capire che, in mancanza di altri leader, dirigano lo sguardo verso l'Est. Mi sembra, però, una posizione fondamentalmente fuorviante. È come se la Germania, dopo la Seconda guerra, fosse ancora gestita dagli uomini della vecchia Gestapo, che pretendessero di essere investiti della santa missione di combattere l’antisemitismo. Serve un po’ di prudenza.

La Russia non si è convertita. Gli errori della Russia non hanno semplicemente cessato di esistere una volta che l’Unione Sovietica è stata ufficialmente dichiarata morta. Non c’è stato alcun pentimento, nessun esame di coscienza, nessuna giustizia in Russia per la distruzione morale e fisica ispirata dal marxismo. Questo è stato ben espresso dallo stesso Putin: “Il collasso dell’Unione Sovietica è stato il principale disastro geopolitico del secolo” (2).

Dal punto di vista della dialettica marxista, la storia dell’Unione Sovietica è una sequenza di totalitarismo duro con fasi in cui il regime finge degli ammorbidimenti, ma quello che succede in realtà è che in questi momenti l’inganno prevale sulla violenza (3).

C’è la prima fase della rivoluzione di Lenin, di terrore e omicidi di massa. Successivamente, a causa del crollo dell’economia, Lenin inizia la “Nuova Politica Economica” e permette qualche iniziativa privata. Poi Stalin arriva al potere, e l’accento si sposta di nuovo sulla violenza, il genocidio, invasioni militari, campi di concentramento, ecc.

Dopo la morte di Stalin, il compagno Krusciov arriva al potere e denuncia gli abusi del suo predecessore (abusi in cui egli aveva avuto un ruolo di primo piano) e annuncia un disgelo. Viene sostituito dal compagno Breznev, e c’è ancora uno stato totalitario, d’inspirazione stalinista. Poi arrivano Andropov, Cernenko e, infine, Gorbaciov, che lancia la perestroika. Quest’ultimo apparentemente abbandona i dogmi marxisti e permette all’Europa Orientale e alla Russia di liberarsi.

La perestroika è stata fondamentalmente un inganno, come aveva avvertito il famoso disertore del KGB, Anatoliy Golitsyn, già all’inizio degli anni ‘80, quando disse che i sovietici avrebbero avviato una cosiddetta “liberalizzazione”, affinché l’Occidente abbassasse la guardia (4). Non era altro che una trasformazione “dialettica”, imposta dalle circostanze. In realtà, un aggiornamento.

E ora la Russia gioca di nuovo a fare l’URSS. Il suo governo finge attacchi terroristici per giustificare guerre (5); uccide e imprigiona gli oppositori politici (6) e i giornalisti (7,8); è una costante fonte di instabilità (9), attaccando paesi confinanti come la Georgia e l’Ucraina (10), minacciandone altri, come gli Stati Baltici (11,12), la Repubblica Moldava (13), Romania e Polonia (14), e spaventando il mondo intero con lo spettro di una guerra nucleare (15).

Putin paragona il cadavere di Lenin alle sante reliquie cristiane (16). La Russia costruisce monumenti a Stalin (17) e protesta furiosamente contro la demolizione delle statue di Lenin in Ucraina (18). E organizza grandi parate sotto il segno della falce e del martello (19).

La Russia mantiene le sue alleanze con partiti e organizzazioni della sinistra radicale in tutto il mondo, per esempio con il Foro di San Paolo, che è l’Internazionale Comunista della America Latina (20), con Occupy Wall Street (21), nonché con partiti di sinistra, socialisti e postcomunisti in Europa.

Questi alleati di sinistra della “Russia Ortodossa” sono, allo stesso tempo, le principali forze politiche che promuovono la rivoluzione sessuale, i diritti LGBT e l’ideologia di genere.

La guerra di disinformazione della Russia è stata aggiornata agli ultimi livelli del cinismo postmoderno (22). A differenza dei tempi dell’Unione Sovietica, non è più un sistema ideologico unico, rigido e riconoscibile. La nuova propaganda non cerca di convincere che la dottrina marxista sia vera, ma piuttosto che non c’è modo di conoscere la verità (23).

La Russia trova alleati tra i cristiani conservatori, ma anche tra i militanti di sinistra e i libertari; tra i fascisti, ma anche tra i comunisti; tra i militanti anti-immigrazione, ma anche tra gli jihadisti. Infatti, le reti che collegavano i servizi segreti russi ai terroristi islamici durante la Guerra Fredda non sono state smantellate dopo la morte ufficiale dell’Unione Sovietica (24).

E arriviamo così alla minaccia islamista, il cui fine ultimo è lo stesso degli errori della Russia: la distruzione della civiltà cristiana e, in ultima analisi, della Chiesa. Il terrorismo islamico, nella sua versione contemporanea, è una combinazione tra le pratiche violente ispirate dall’Islam e gli errori della Russia.

Il generale rumeno Michai Pacepa, capo della Securitate rumena, ha rivelato che, alla fine degli anni Sessanta, Yuri Andropov, capo del KGB, aveva messo in atto progetti per istigare i musulmani, usandoli come una potente arma contro gli Stati Uniti e contro l’Occidente. Più recentemente, l’ex colonnello della FSB (la nuova KGB), Alexander Litvinenko, ha rivelato importanti connessioni tra la Russia e Al Qaeda (25). Litvinenko è stato successivamente assassinato dalla lunga mano di Mosca in Gran Bretagna (26).

 


Aleksander Dugin

L’intellettuale più influente del regime russo oggi è Aleksander Dugin.

Costui ha prodotto una nuova ideologia, da sostituire al marxismo screditato della vecchia Unione Sovietica e da utilizzare come pretesto per le aspirazioni imperiali dell’attuale regime, per fornire alla sua propaganda nuovi motivi per promuovere l’odio contro la civiltà occidentale.

É un mix di bolscevismo, nazi-fascismo, con gnosticismo islamico, neo-paganesimo, occultismo massonico e satanismo. Dugin è un ammiratore di Aleister Crowley, noto autore satanista (27). Dugin lavora per sedurre i conservatori occidentali e renderli la “quinta colonna” della Russia in Europa (28).

I piani di Dugin per l’Europa sono i seguenti: “L’annessione dell’Europa è la grande missione. (...) Se ci piacciono le tecnologie europee, prendiamole. (...) Conquisteremo l’Europa e avremo tutta la loro tecnologia” (29).

Ma i progetti di Dugin sono globali:

“La battaglia per la dominazione mondiale dei russi non è finita” (30).

“L’impero americano deve essere distrutto” (31).

“L’Occidente è il Satana geografico, l’Anticristo geografico. (...) Sarebbe meglio installare lì i cinesi, i tartari, i musulmani, tutto questo nomadismo eurasiatico” (32).

Ma c’è di più. Dugin sembra disposto a realizzare la fine del mondo (33):

“Attraverso il popolo russo si realizzerà l’ultimo pensiero di Dio, il pensiero della fine del mondo. (...) La morte è la via dell’immortalità. L’amore comincerà quando finirà il mondo” (34).

“Il logos è morto e tutti saremo sepolti sotto le sue rovine, a meno che non faremo un appello al caos” (35).

 


La speranza di Fatima

Quindi possiamo vedere che la natura satanica degli “errori della Russia” non è cambiata.

Ora che siamo nel centesimo anniversario dell’avvertimento di Fatima, è davvero giunto il momento di prestare l’attenzione appropriata al messaggio che è stato dato.

La principale fonte dell’attuale guerra mondiale contro il cristianesimo è ancora da trovare negli “errori della Russia”. La Russia e il mondo intero hanno urgente bisogno di essere consacrati alla Madonna, e di convertirsi.

Sappiamo però che, alla fine, il Cuore Immacolato di Maria vincerà.


(*) Vicepresidente dei Medici cattolici di Bucarest. I sottotitoli sono redazionali.

Courtesy of: http://www.atfp.it/biblioteca/convegni-e-conferenze/1297-il-messaggio-di-fatima-una-prospettiva-dall-est

 

Totalitarismo: Il potere e i media

 Il materialismo, attraverso i media, modificando l’etimologia della parola, cambia, senza che noi ce ne accorgiamo, il nostro modo di pensare, così, imponendoci il suo pensiero, può costruire nuove coscienze ed una nuova società
di Giorgio Barghigiani

 

C’è un profondo legame tra il linguaggio e la realtà, infatti il linguaggio ha la funzione di esprimere e di comunicare con il mondo e, di conseguenza, di rivelarlo. Ma la parola serve per descrivere la realtà ed è per questo che diventa lo strumento della verità; se prima c’è la verità poi, però, viene la parola che la esprime; pertanto è necessario chiamare le cose con il loro nome.

Purtroppo le ideologie socio-politiche di ogni tempo non vogliono riconoscere la realtà per quello che è: infatti se nel ventre della madre c’è un maschietto, lui, diventando grandicello, proprio per natura, sarà attratto da una femmina, ma coloro che vogliono creare una propria realtà, inventeranno che nel ventre della madre c’è un grumo di cellule e un maschio, può anche essere attratto da un altro maschio e se è femmina può essere attratta anche da un’altra femmina.

Così la realtà non è quella che è, ma è quella che vorrebbero che fosse. Questo si chiama razionalismo ossia la costruzione di una realtà esistente solo nella mente di chi l’ha ideata e che vuole imporre alla realtà vera ed unica. Per creare una nuova realtà, è necessario però demolire quella vecchia ed i vari termini che la indicavano per impedirne altre forme di pensiero.

 

L’involuzione linguistica

Il continuo martellamento dei media delle nuove parole e del loro significato ci porteranno a costruire sia una nuova società sia un nuovo vocabolario per descriverci realtà di cui non avevamo conoscenza.

In questo modo tutti i valori che fino ad oggi abbiamo conosciuto, studiato e messi in pratica verranno cestinati; termini propri della filosofia metafisica come essenza o natura umana o lo stesso lemma metafisica (la scienza che studia l’essenza ultima delle cose e cerca di spiegare il mondo e la vita); termini di carattere morale: virtù, castità, fortezza, mitezza, umiltà, verginità, nobiltà, lealtà; termini di carattere religioso: giudizio, inferno, paradiso, purgatorio.

Da tutto questo si arriva, senza rendersene conto, alla sterilizzazione linguistica: togliere le armi linguistiche al nemico, togliergli i concetti forti. Bisogna impoverire così la lingua da renderla debole e inefficace persino nella forma dialettale. Pertanto questo impoverimento porterà in seguito le persone a parlare male (chi male parla anche male pensa).

Cambiando le parole che indicano la realtà, si cambia persino la percezione della realtà stessa. Per annientare un vecchio mondo per costruirne uno nuovo bisogna eliminare i termini troppo duri e sgraditi e sostituirli con altri più graditi ed “orecchiabili”. Adolf Eichmann, il criminale nazista, durante il processo a Gerusalemme si difese dicendo che non si trattava di deportazioni di ebrei, ma di “emigrazione controllata”. Anche il Parlamento italiano ha preferito usare l’espressione “unioni civili” e non “matrimonio omosessuale” perché la nostra società non è ancora pronta per accettare quest’ultimo “passo”.

“Il depauperamento del linguaggio è un vantaggio, giacché più piccola è la scelta, minore è la tentazione di riflettere”, George Orwell, pseud. di Eric Blair, (1903-1950).

 

Con la mutazione linguistica si riesce a possedere la coscienza e la realtà

Mutando una espressione da un ambito e trasferendola ad un altro ambito, snaturandone però il senso, riusciamo ad ottenere degli stravolgimenti inimmaginabili. Prendiamo ad esempio il lemma “genere”: questo termine venne preso dalla grammatica latina dove ci sono i generi maschile, femminile e neutro e fu introdotto in psicologia e sociologia per far credere che esiste anche il sesso/genere neutro. Questa operazione linguistica venne ideata dal prof. John Money che fondò nel 1965, all’interno dell’Università John Hopkins, la “Clinica per l’identità di genere”.

Questo regresso culturale iniziò a formarsi attraverso le applicazioni moderne dell’esistenzialismo (il complesso di filosofie contemporanee che assumono la dimensione dell’esistenza individuale come fondamento della comprensione del mondo), del costruttivismo (la corrente di pensiero secondo la quale i costruttori teorici vanno definiti attraverso dimostrazioni costruttive anziché attraverso il metodo assiomatico-deduttivo) e dello strutturalismo (la teoria e il metodo fondati sul riconoscimento di una funzione globale dei vari organi definibili nel loro insieme e nelle loro interrelazioni), che furono studiate, assorbite e reinterpretate nelle università americane negli anni ‘70 ed ‘80 dalle attiviste femministe ed è proprio da questa sintesi che nacque la gender theory, ma è nel 1995, a Pechino, che nel corso della Conferenza mondiale sulle donne, la nota femminista Judith Butler teorizzò, per la prima volta, in quel contesto così importante, un netto dualismo tra genere e sesso.

Mutando il significato delle parole riusciamo a mutare le coscienze e, di conseguenza, la realtà; infatti se il “feto” è solo un “prodotto” del concepimento sarà impossibile difendere i suoi diritti dato che un prodotto non ha diritti. In questo modo abbiamo non omicidio del consenziente o aiuto al suicidio ma “eutanasia”, dolce morte, biodignità, ecomorire, fine cosciente; non sindrome a-relazionale ma “stato vegetativo” per suggerire che l’uomo da persona è diventato vegetale e quindi lo possiamo uccidere come quando recidiamo un fiore; non fecondazione artificiale ma “procreazione medicalmente assistita”, espressione che rappresenta in modo falso la realtà dato che il medico non aiuta le coppie a procreare ma si sostituisce ad essa in questo atto; non selezione eugenetica (la scienza che studia il miglioramento biologico della razza umana) ma diagnosi genetica “reimpianto”; non marito e moglie ma semplicemente “coniuge n. 1 e 2”, termine che annulla in sé le differenze di sesso potendo essere i coniugi entrambi maschi o entrambe femmine; non marito e moglie ma compagno e “partner” usati in modo indistinto sia per i coniugi sia per i conviventi perché matrimonio e “convivenza” sono la stessa cosa; non pillola abortiva ma contraccezione “di emergenza”; non fidanzato, ma “ragazzo”, oppure “tipo”, fino al “mi vedo con uno” per rendere i rapporti sempre più iniqui e meno responsabili. Sostituendo un termine con un altro le parole nascondono la realtà, perdendosi in un mondo linguistico astratto e artefatto. In questo modo chi non conosce la realtà non può giudicarla correttamente.

Pertanto per seppellire il nostro modo di pensare occorre depotenziare i termini. Prendiamo ad esempio la parola “natura”, che da termine di carattere metafisico, è diventato solo un sinonimo di “ambiente”; l’anima invece si è svilita in un termine tra il romantico e il New age e non indica più la forma razionale dell’uomo; l’amore addirittura non è più volere il bene dell’altro o non significa più la donazione totale, ma è divenuto solo un moto emozionale. I termini “bene” e “male” hanno perso di oggettività e, di conseguenza, di forza e vigore contenutistico e servono solo ad indicare opinioni soggettive.

“Bene e male sono nomi che significano i nostri appetiti e le nostre avversioni”, Thomas Hobbes (1588-1679).

La parola porta con sé un’aura di stigma sociale che va al di là del suo significato e colpisce chi la usa, quindi occorre depotenziare i termini per svilirli; parole come “autorità”, “famiglia”, “pudore” suscitano o repulsa o ilarità o scherno, oppure riprovazione.

“Per me l’aborto è male, per te è bene”, sono come contenitori vuoti, che ognuno riempie a piacere.

 

Con nuove parole si costruisce un mondo nuovo

Un mondo nuovo, per essere descritto, ha bisogno di parole nuove; questo processo può articolarsi attraverso l’uso dei neologismi.

Oggi infatti viviamo in una selva di neologismi: “genitore sociale” (indica una persona, spesso omosessuale, che ha frequentato i figli di un’altra persona a cui è legata affettivamente); “donna-biologica” (indica il transessuale uomo che ha subito la rettificazione sessuale); “omofobia” (termine inesistente in letteratura scientifica, ma coniato ad hoc per sdoganare l’omosessualità ed attaccare la famiglia); “eco-morire” (perché il termine “eutanasia” farebbe capire a tutti che si tratterebbe di un omicidio); “femminicidio” (per far intendere che siamo di fronte ad un nuovo genere di omicidio di dimensioni spaventose quando invece la Relazione del Ministero dell’Interno al Parlamento ci informa che il numero di donne uccise decresce e invece il numero di vittime maschili è superiore a quelle femminili e in continua crescita); “animali non umani” (per far intendere che le bestie sono persone e le persone bestie).

Un’altra tecnica linguistica efficace per costruire un mondo nuovo è quella di mutare un termine da un ambito proprio ad uno improprio. Spieghiamoci con un semplice esempio: le unioni civili vengono definite dalla legge 75/2016 come “formazioni sociali” ex art. 2 della Costituzione.

Ma le formazioni sociali – minute alla mano dei lavori preparatori dei padri costituenti, sono invece i partiti politici, le confessioni religiose, i sindacati, etc. – non sono certo le coppie omosessuali.

 

La persuasione linguistica

Non è sufficiente creare parole nuove, importandole da altri contesti o sostituendo quelle vecchie con altre nuove, è indispensabile che tali nuovi lemmi siano accettati dalla maggioranza del popolo. Per raggiungere questo scopo ci sono diverse soluzioni.

Una di queste soluzioni fa riferimento all’uso degli slogan. Questi ultimi servono per sintetizzare un pensiero complesso – e quindi per loro natura rappresentano una tecnica comunicativa valida; ma spesso dietro lo slogan c’è poco o nulla. Lo slogan non di rado diffonde un modo di pensare senza fondamento e proprio perché è sintetico è necessariamente ambiguo, allusivo: dice tutto e niente, quindi di suo è difficile da attaccare perché bisogna spiegare molte cose per smontarlo. Lo slogan è geniale e quindi sensibilizza il lato emotivo della persona, il suo cuore, la sua immaginazione, i suoi sogni e desideri ed è teso più ad eccitare gli animi, a persuadere che a descrivere e a provare la fondatezza di una tesi.

Gli slogan servono per suggestionare, per persuadere e convincere, ma spesso dietro gli slogan c’è il vuoto, non ci sono argomentazioni valide.

Vediamo alcuni esempi di ieri e di oggi: Dio è morto, falce e spinello cambiano il cervello, siamo realisti, esigiamo l’impossibile, l’utero è mio, love is love, diritto al figlio, vietato vietare, carpe diem, la morale cambia, l`amore può finire, va’ dove ti porta il cuore, meglio divorziare che far soffrire i figli, essere se stessi, rispettare l’opinione degli altri.

Una strategia per persuadere le folle è l’uso di termini talismano. Ve ne sono alcuni con accezione positiva, infatti è sufficiente accostarli a qualsiasi parola che questa diventa positiva.

Oggi le parole-talismano più usate sono libertà e diritto. Così abbiamo il diritto di abortire, ad avere un figlio, di “sposarsi” per le persone omosessuali, i diritti degli animali, la libertà di morire, di cambiare sesso, di divorziare, e così via.

Altri termini talismano molto in voga, in casa cattolica, sono: accoglienza, misericordia, inclusione, incontro, dialogo ...

Esistono però anche le parole talismano di senso negativo, termini la cui accezione è solo dispregiativa e che condannano socialmente la realtà o i soggetti a cui sono riferiti: “reazionario”, “conservatore”, “moderato”, “revisionista” (ma la storia può essere oggetto di revisione), “fideista”, “integralista cattolico” (è un complimento, perché il cattolico deve accettare la dottrina integralmente e viverla integralmente). O anche semplicemente “cattolico”.

 

Per vivere dignitosamente in una società a misura umana vi è una impellente necessità di tornare ad un ordine naturale

In questo inizio di secolo abbiamo la grande necessità di tornare ad un ordine naturale e tutta la società se ne rende conto. Il grande dibattito sui temi del “gender” e della famiglia dovrebbero essere discussi e trattati con il solo scopo di capire per fare il bene di tutta l’umanità, poiché ad uno scopo ordinato dovrebbe corrispondere un punto di partenza ordinato, che sono quei principi condivisibili poiché sono naturali.

Il gender, prima ancora che un problema che coinvolge le scuole, è una sfida alla cultura tradizionale, una vera e propria ideologia di natura antropologica, diffusa dalle lobby, con la scusa di far passare un messaggio apparentemente innocuo, che è quello di insegnare ai giovani ad essere maggiormente tolleranti verso certe differenze sessuali e la classe politica, a sua volta, dovrebbe recuperare l’attenzione ai problemi reali della gente, poiché l’ideologia del gender è un tentativo per capovolgere l’alfabeto umano, che mira a ridefinire l’umanità dal pericolo della colonizzazione ideologica; anche riconoscendo che i diritti individuali sono sacrosanti, sarebbe un errore considerare ogni diritto individuale come una via per andare verso il bene comune.

La gender theory, in sintesi, afferma che la sessualità umana non ci è data dalla natura ma è una conseguenza di una scelta operata dalla società e dalla cultura in cui l’individuo vive.

L’essere maschio o femmina è una scelta che fa la persona a suo piacimento. Secondo questa teoria, la quale ha avuto le sue radici in una certa cultura confusa e trasgressiva, tipica degli anni successivi al 1968, afferma che ne esistono vari generi, noi ne ricordiamo cinque: maschile, femminile, omosessuale maschio, omosessuale femmina, transessuale.

Secondo l’ideologia delle femministe, la storia, per secoli, è stata dominata dall’oppressione dell’eterosessualità come condizione necessaria per la riproduzione dell’essere umano, ma “finalmente” le catene della schiavitù saranno spezzate con l’ectogenesi, ossia con la biotecnica attraverso la quale si potranno avere dei bambini al di fuori di un corpo femminile.

L’ideologia del gender in sostanza nega la natura umana nei suoi generi maschile e femminile, da cui ogni essere umano deriva e pertanto sparisce la visione della persona come unità di anima e corpo per cui si sceglie il sesso che piace.

Con questo pretesto della uguaglianza assoluta, viene negata la differenza che invece è complementarietà e ricchezza ossia il femminile ed il maschile.

Su questi temi, il metodo di confronto, dovrebbe essere corretto e preciso, ma essendo inquinato da interessi di parte (come abbiamo già detto: ideologici, politici ed economici), vive così caoticamente che a volte la scelta più facile è quella di non fare alcun dibattito.

C’è una grande e impellente necessità di ordine nelle nostre facoltà intellettive: se la conoscenza è il fine dell’intelletto, bisogna usare quest’ultimo per creare conoscenze comode ed auto-pacificanti a scapito della verità e questo è disordinato.

Per agire e parlare con ordine, per il bene futuro, dobbiamo avere il coraggio di partecipare ai dibattiti per la costruzione di un sistema di principi saldi, senza innervosirsi ed alzare la voce quando qualcosa, purtroppo, va nel senso sbagliato poiché ogni bambino sente il bisogno che gli adulti siano i suoi punti di riferimento affidabili e fermi.

Per tutto questo occorrono i fondamenti per costruire una società a misura umana ed uno dei piloni portanti, forse il più discusso ma sicuramente il più importante è la formazione culturale dei giovani e la teoria del gender mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa.

L’istruzione, per avere una preparazione alla vita, è molto importante ma gli insegnanti dovrebbero saper coinvolgere i loro studenti alla cultura, ma anche i discepoli, a loro volta, dovrebbero essere disponibili ad apprendere quanto viene loro insegnato. Se tutto questo non avviene la società, nel prossimo futuro, imploderà su se stessa, poiché ogni sforzo sarebbe inutile anche perché, nel nostro tempo, con il dilagare di informazioni manipolate ad arte, è assai difficile riuscire ad insegnare quello che veramente può formare le menti dei nostri giovani.

Nella Bibbia, nel libro di Geremia, al capitolo 7, versetto 34, leggiamo: “Io farò cessare nelle città di Giuda e nelle vie di Gerusalemme le grida di gioia e la voce dell’allegria, la voce dello sposo e della sposa, poiché il paese sarà ridotto a un deserto”. E ancora, nell’Apocalisse, capitolo 18 versetti 21-23, troviamo: “… e la voce di sposo e di sposa non si udrà più in te”.

Non vorrei passare per un profeta catastrofista, ma la società concepita dai fautori del gender, priva della differenza tra uomini e donne che possano unirsi e procreare, diventerebbe un deserto.

Giorgio Barghigiani

Argomento: Fede e ragione
 "No go zones"

Birmingham come Molenbeek,
viaggio nell'Occidente islamizzato

 

"Ci sono un sacco di scuole musulmane private e madrasse (istituti educativi per l'apprendimento dei fondamenti dell'Islam, ndr) in questa città. Fanno tutti finta di predicare tolleranza, amore e pace, ma non è vero. Dietro quelle mura, ci costringono a ripetere i versi del Corano, a proposito di odio e intolleranza". E poi la disciplina violenta usata contro chi si rifiuta di imparare il Corano a memoria senza capirne una parola, o per aver mentito sulla propria fidanzata, evidentemente occidentale.
Sono queste le denunce fatte da Alì, un diciottenne di origini francesi il cui padre si è radicalizzato in Inghilterra, intervistato da Rachida Samouri. La giornalista che sulle pagine di Le Figaro ha pubblicato un dettagliato reportage su Birmingham.

Birmingham: la seconda città più popolosa del Regno Unito, e l'ottava d'Europa, è oggi la città quintessenza del multiculturalismo, con ben un 42% di abitanti non europei. In certi quartieri di Birmingham, i musulmani rappresentano il 95% della popolazione, le bambine camminano nascoste dal velo, gli uomini hanno le barbe lunghe e le donne indossano jihab e niqab per coprire corpi e volti.
Qui i negozi chiudono per le ore di preghiera, le vetrine promuovono abiti islamici e le librerie sono viatico per la religione di Allah.

Le donne intervistate sono orgogliose di vivere in Inghilterra perché, dicono, "contro il velo integrale nessuno ha da ridire". E Mobin, un adolescente di origine francese, spiega perché il padre ha preferito l'inghilterra alla Francia: "Birmingham è proprio un paese musulmano. Noi siamo tra di noi, non ci mescoliamo con gli altri. E' difficile". 

E' così. Uno stato all'interno dello stato.
Forse peggio che a Molenbeek considerata la culla del jihadismo dell'Europa centrale. 
Dalla Francia, al Belgio, all'Inghilterra, ecco documentata l'islamizzazione d'Europa.
Dal 2006 al 2015, in Francia, il paese che in questo momento è in bilico nella sfida tra Le Pen e Macron, sono state calcolate ben 751 no go zone. Luoghi in cui polizia, militari, vigili del fuoco preferiscono non entrare perché questo potrebbe essere la miccia che innesca la violenza. E loro stessi rischierebbero di finire oggetto di queste violenze.

Nel Regno Unito, negli ultimi cinque anni, le condanne per terrorismo sono raddoppiate e il coinvolgimento delle donne in attentati è triplicato. 
Quando era ancora primo ministro, David Cameron fece redigere un documento battezzato The Casey Review: una rassegna in direzione dell'opportunità e dell'integrazione". Il rapporto indica come le comunità musulmane (principalmente quelle composte da immigrati pakistani e del Bangladesh) siano le più restie all'integrazione all'interno della società britannica. Si tratta di comunità che incoraggiano i loro figli a non partecipare ad eventi, attività o momenti di formazione-non musulmani; luoghi dove le donne non parlano una parola d'inglese e domina la sharia, la legge islamica. 

Chi ha mandato in stampa quel reportage ha dedicato tantissime pagine proprio a Birmingham perché è là che nel 2014 scoppiò il famoso scandalo del "Trojan Horse plot". 
Si scoprì che le dottrine islamiche erano state inserite nei programmi delle scuole pubbliche, per assicurarsi che tutti i ragazzi potessero essere istruiti sui "rigorosi principi dell'islam".
Mentre gli altoparlanti cercavano di radunare gli studenti per la preghiera, gli insegnati utilizzavano messaggi anti-occidentali. 
Se lo scandalo nel frattempo è stato archiviato, mentre non sono scarse le probabilità che possa ripetersi o che sia ancora in essere il pericolo di un cavallo di troia islamico tra i banchi di scuola, resta evidente che il paragone con Molenbeek non è fuori luogo: a Birmingham sono state contate 161 moschee

Per molti anni il governo britannico si è compiaciuto della integrazione della popolazione musulmana, certo che a tempo debito il miracolo sarebbe avvenuto. Che un giorno i musulmani avrebbero organizzato un bella marcia insieme ai cristiani per celebrare il successo del multiculturalismo, o che, almeno, prima o poi, i musulmani sarebbero diventati pienamente britannici, come tutti gli immigrati.
Ma è un giorno che tutti, anche i più nostalgici cantori della società "multikulti", hanno smesso di sognare: sono le continue statistiche che vengono compilate a ritrascinarli nella realtà.
Come una delle ultime, che dimostra quanto le generazioni più giovani di islamici, quelle nate in Europa, siano ancora più integraliste dei loro genitori e nonni. Il sonno della ragione genera multiculturalismo. Il "multikulti" avrebbe dovuto diffondere nell'universo pace, amore e tolleranza.
Ma tutto si è vaporizzato tra le parole magiche "dialogo" e "accoglienza", mentre il Vecchio Continente è mortificato dalla islamizzazione dilagante.

di Lorenza Formicola | 27 Aprile 2017 da https://www.loccidentale.it/articoli/145250/birmingham-come-molenbeek-viaggio-nelloccidente-islamizzato
 
Argomento: Islam

 Educazione sessuale a scuola? Inutile, lo dimostra un macrostudio

  Molto spesso i cosiddetti “programmi di educazione sessuale”, generalmente promossi da organizzazioni sovranazionali come le Nazioni Unite (oltretutto in stretta collaborazione con organizzazioni Lgbt), non sono altro che un tentativo surrettizio di formare bambini ed adolescenti non ad una educazione affettiva ma alla mera sessualità genitale, accompagnata dall’ideologia gender, alla contraccezione e, quando va male, all’interruzione di gravidanza.

Non è una fissa dei comitati in difesa della famiglia, ma lo hanno ammesso gli stessi “educatori”, lo hanno rivelato gli insegnanti, lo hanno scoperto i genitori e sono purtroppo quotidiane storie di cronaca (ecco alcuni casi di cui si è parlato in Italia a Forlì nel 2015, in Friuli Venezia Giulia nel 2015, a Massa Carrara nel 2015, a Milano nel 2016, nonché alcune immagini dei libri presentati nelle scuole ecc.)

Le famiglie possono oggi avvalersi anche di un importante macrostudio realizzato dall’organizzazione Cochrane, una rete globale di ricercatori nel campo della salute, definiti dal Canadian Medical Association Journal come «la miglior risorsa per la ricerca metodologica e per lo sviluppo della scienza della meta- epidemiologia». I ricercatori, provenienti dall’University of York, dalla Liverpool School of Tropical Medicine, dal South African Medical Research Council e dalla Stellenbosch University, hanno esaminato i dati provenienti da più di 55.000 giovani 14-16enni sottoposti a “programmi di salute sessuale e riproduttiva” provenienti dall’Africa sub-sahariana, dall’America Latina e dall’Europa, seguendoli da uno a 7 anni.

La conclusione a cui sono arrivati è che tali corsi scolastici «non hanno alcun effetto sul numero di giovani persone infette da HIV ed altre malattie sessualmente trasmissibili o la riduzione del numero di gravidanze indesiderate». E’ stato anche rilevato che soltanto quando le scuole hanno fornito incentivi per rimanere a scuola oltre l’orario standard, come la divisa scolastica gratuita o piccoli pagamenti in contanti, si è verificato un miglioramento del 22% nel tasso di malattie sessualmente trasmissibili e gravidanze indesiderate. Miglioramento che però, come detto, non si è verificato se le scuole proponevano corsi di educazione sessuale.

Il pilastro dell’attuale approccio per l’educazione sessuale non funziona e anzi, come è stato scritto nel 2007 in un importante editoriale del British Medical Journal, «contrariamente a quanto si possa pensare, invece di migliorare la salute sessuale, interventi di educazione sessuale possono peggiorare la situazione».

Per molti sarà una sorpresa, non per noi però dato che lo abbiamo segnalato in circostanze precedenti (offriamo un ulteriore studio come controprova, pubblicato sul Journal of Policy Analysis and Management nel 2006, in cui si conclude: «Gli avversari di tali programmi hanno ragione nell’osservare che l’educazione sessuale è associata con esiti negativi per la salute, ma generalmente sbagliano nell’interpretare questa relazione causale. I sostenitori di tali programmi, invece, sono generalmente corretti nel sostenere che l’educazione sessuale non incoraggia attività sessuali a rischio, ma sbagliano nell’affermare che gli investimenti in programmi scolastici di educazione sessuale producono benefici misurabili per la salute»).

Al contrario, se osserviamo la letteratura scientifica, gli unici buoni risultati si sono verificati nei casi in cui i programmi scolastici educavano al valore dell’astinenza, del custodirsi e custodire la propria sessualità, dell’attesa al completo dono di sé in una fase più matura, dedicandolo alla persona con cui si sarà deciso di condividere la vita e, per l’appunto, tutto se stessi. Studi sull’efficacia di questi programmi sono apparsi su diverse riviste scientifiche, come Review of Economics of the Household nel 2011, su Archives of Pediatrics and Adolescent Medicine nel 2010, sul Journal of Adolescent Health nel 2005, ecc. Il prof. Furio Pesci, docente di Storia della pedagogia all’Università La Sapienza di Roma, ha spiegato: «L’educazione sessuale e affettiva non è mai stata considerata – nemmeno dai sostenitori della laicità o del laicismo più accesi – come uno dei fini della scuola».

Questo quadro fornito dalla letteratura scientifica più recente sembra confermare la posizione della Chiesa, ben espressa dal presidente della CEI, card. Angelo Bagnasco: «l’educazione all’affettività e alla sessualità per la sua specificità unica, per la sua peculiarità, per la sua delicatezza, non dovrebbe far parte del quadro strutturale della scuola». Anche perché i programmi titolati «lotta all’omofobia, al bullismo, alla educazione ai valori ed al rispetto – tutti intendimenti sacrosanti – diventano il grimaldello per far passare una visione antropologica ben diversa, che va a toccare una dimensione affettiva e sessuale che è molto di più che l’italiano, il latino, il greco, le scienze e la storia perché tocca una visione delle cose, un mondo valoriale, che è troppo delicato e troppo grave».

Le alternative proposte dal card. Bagnasco sono che «su esplicita richiesta dei genitori, la scuola offra qualche momento extra curricolare, ma che non faccia parte del quadro generale del programma». Inoltre, è doveroso «che i genitori riprendano in mano, con opportuni aiuti, l’educazione affettiva dei propri figli e sarebbe la cosa migliore». Riteniamo decisamente valida sopratutto quest’ultima indicazione.

 

La redazione, per http://www.uccronline.it/2017/04/05/educazione-sessuale-a-scuola-inutile-lo-dimostra-un-macrostudio/ del 5 aprile 2017

Argomento: Socialismo

 L’avanzata politica dell’Islam in Italia e in Europa

 

 Lo scorso 1 febbraio il ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha presentato soddisfatto la firma del Patto nazionale per un Islam italiano, siglato con i rappresentanti delle associazioni e della comunità islamiche del nostro Paese, definendolo «un atto particolarmente importante, un documento che riguarda il presente e il futuro dell’Italia attraverso il dialogo interreligioso».

Un patto che, secondo le parole dello stesso ministro, rappresenta un «passaggio cruciale» che predispone le parti «ad un percorso per arrivare all’intesa con lo Stato». Presupposto dell’accordo, spiega infatti Minniti, «è quello di dire con grande chiarezza che tutti i firmatari si impegnano a ripudiare qualunque forma di violenza e terrorismo».

Il ministro dell’Interno ha quindi illustrato i principali punti del Patto, che impegnano rispettivamente le associazioni islamiche e le nostre istituzioni, mettendo in guardia dal non commettere il “marchiano” errore di assimilare immigrazione e terrorismo: «è un grave errore l’equazione tra immigrazione e terrorismo, l’ho ripetuto più volte (…) è un grave errore dire che non c’è nessun rapporto tra integrazione e terrorismo, come dimostrato in maniera evidente da Charlie Hebdo in poi».

La «questione Islam» – afferma il ministro – si potrebbe semplicemente risolvere cambiando il modello di integrazione fino ad oggi adottato: «Livelli di integrazione insufficienti producono un brodo di cottura dentro il quale cresce il terrorismo (…) l’idea di integrazione è fondamentale: riguarda principi, diritti ma anche sicurezza (…) una società bene integrata, è una società più sicura».

Sono passati solo due mesi dalla firma di tale accordo ed ecco che l’Islam politico, forte dell’ancora fresca investitura e legittimazione istituzionale, comincia coll’avanzare le sue prime pretese: se da una parte la vasta galassia di organizzazioni islamiche presenti sul territorio italiano hanno presentato alcune loro prime proposte di intesa politica, dall’altra, invece, per la prima volta in Italia, si è sentito parlare di una realtà inedita che inizia a chiedere sempre più prepotentemente spazio: la «Costituente islamica».

Come ha scritto, in proposito, la giornalista marocchina Karima Moual sul quotidiano La Stampa, la comunità musulmana vede infatti nell’iniziativa voluta dal ministro Minniti, una ghiotta ed irripetibile occasione da massimizzare a tutti i costi: «L’accelerazione voluta dal Viminale sulla firma del Patto con le organizzazioni islamiche in Italia, si porta dietro molte aspettative da parte dei musulmani italiani, che vedono nel pragmatismo del nuovo Ministro un’opportunità da non perdere. Obiettivo: portare a casa qualcosa, dopo 40 anni di tavoli e consultazioni, che di fatto hanno prodotto più dossier e relazioni che cambiamenti reali sulla vita dei fedeli musulmani, a partire dalla questione dei luoghi di culto, ancora irrisolta».

In questa prospettiva, i principali esponenti dell’Islam italiano stanno freneticamente dandosi da fare per redigere una proposta “irrifiutabile” da portare sul tavolo di discussione della Presidenza del Consiglio. Tra questi, il soggetto capofila è la Grande Moschea di Roma, l’unico ente islamico riconosciuto giuridicamente, sede del Centro Islamico Culturale d’Italia, a sua volta in rapporti strettissimi con la comunità marocchina, la più grande rappresentanza musulmana presente sul nostro territorio, organizzata nella Confederazione dell’Islam italiano, a cui fanno capo ben 300 moschee.

A fianco della Grande Moschea di Roma e della Confederazione dell’Islam italiano, vi è infine la “Comunità religiosa islamica” (CO.RE.IS.). Sull’altro fronte, vi sono i rivali dell’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia (UCOII) che costituiscono, in realtà, la più diffusa e radicata organizzazione islamica in Italia attraverso una ampia e capillare rete di oltre cento associazioni e la gestione di circa 80 moschee oltre a 300 luoghi di culto non ufficiali. Sono proprio loro che ora stanno cercando di rompere le cosiddette “uova nel paniere” agli accordi in ballo con la proposta di una “Assemblea Costituente islamica” come strumento finalizzato a «dare ai musulmani una rappresentanza eletta».

Obiettivo non dichiarato ma evidente della Costituente, che si richiama espressamente al progetto di nascita dello Stato democratico italiano all’indomani della seconda guerra mondiale, è quello arrivare alla costituzione di un partito politico islamico che possa un domani rappresentare le istanze dell’Islam all’interno del nostro Parlamento.

Come si legge infatti sul “Manifesto dell’Assemblea Costituente Islamica d’Italia“: «A 25 anni dalla presentazione della prima Proposta di Bozza d’Intesa da parte dell’UCOII, e poi da altri soggetti, siamo al punto fermo per quanto riguarda la realizzazione di questo importante strumento di diritto civile. Crediamo sia giusto che noi cittadini musulmani italiani e musulmani residenti ci si acclari attraverso un processo che dia vita ad un’assemblea elettiva di, tendenzialmente, 100 uomini e donne che condividano fede, pratica e senso comunitario islamici. Questa Assemblea, che si rinnoverà entro tre anni, vorrà essere rappresentanza dei diritti e delle istanze di coloro che parteciperanno ad eleggerla e di tutti i credenti che riconosceranno nei suoi principi e nella sua prassi la ricerca del bene, nella pace e nel dialogo costante con l’insieme della società italiana, di cui si sente parte. L’Assemblea Costituente Islamica in Italia, farà formale richiesta d’Intesa alla Presidenza del Consiglio e in concorso fraterno con le altre rappresentanze dei musulmani, variamente costituitesi, opererà politicamente per iniziare il percorso di legge».

La lenta ma progressiva avanzata politica dell’Islam italiano all’interno delle nostre istituzioni avviene gli stessi giorni in cui in Olanda il partito definito «antirazzista» Denk è entrato in Parlamento con tre deputati e il 2,1% dei consensi. Giampaolo Rossi sul Il Giornale ha delineato un interessante e allarmante quadro dell’attuale penetrazione all’interno delle istituzioni democratiche europee di forze politiche di matrice islamica che grazie al progressivo mutamento demografico in atto e al pianificato incessante processo di immigrazione stanno inesorabilmente cambiando il volto delle città europee ed acquisendo ogni giorno di più consensi e rappresentanza.

A questo proposito, Denk, fondato nel 2015 da Tunahan Kuzu e Selçuk Özturk, due deputati turco-olandesi, fuoriusciti dal Partito Laburista, dietro ad un programma politico all’apparenza innocuo, fedele ai dettami politically correct dell’odierno paradigma multiculturale, cela obiettivi politici di ben altro tenore che mettono a nudo il nocciolo duro che si nasconde all’interno di questi partiti, veri e propri “cavalli di troia” del progetto di penetrazione islamica in Europa.

Come si legge nell’articolo Rossi infatti: «Denk vuole la parificazione delle scuole islamiche con quelle pubbliche olandesi, mantenendo alcune prerogative come la separazione dei sessi e l’insegnamento del Corano in arabo». «Denk vuole l’istituzione di un corpo di “Polizia del Razzismo” il cui compito è la repressione di qualsiasi frase o idea ritenuta offensiva per i musulmani, attraverso la creazione di un “Registro del razzismo” per monitorare i discorsi dei personaggi pubblici e affibbiare multe e percorsi rieducativi a chi non è conforme al pensiero unico». «Denk vuole la riduzione dei vincoli di riconoscimento dello status di rifugiato; l’aumento delle quote di accoglienza e maggiori risorse economiche per l’emergenza profughi; obblighi alle aziende di assumere quote fisse di immigrati (almeno un 10%) e la loro sistemazione logistica anche utilizzando le case vuote degli olandesi».

Giampaolo Rossi denuncia infine lo scellerato patto stretto dalla sinistra europea con l’Islam in cambio di un pugno di voti, riportando quanto scritto dall’Economist a riguardo qualche tempo fa: «In tutta Europa i musulmani ed in genere gli immigrati, tendono a votare per i partiti di sinistra; in alcuni casi con punte elevatissime come in Austria (68%) o in Francia dove il 93% dei musulmani alle ultime elezioni, ha votato il socialista Hollande».

Una pragmatica alleanza politica che oggi si scioglie, unilateralmente, di fronte al mutato contesto socio-politico. L’Islam non ha più bisogno dell’“utile idiota”, rappresentato dalla sinistra internazionale, ed inizia ad organizzarsi per conto suo, potendo finalmente fare affidamento sulle proprie forze, rappresentate dai milioni di musulmani oggi presenti, in quella che, ogni giorno di più, possiamo, a ragione, chiamare «Eurabia» secondo la profetica espressione coniata dalla scrittrice Bat Ye’or.

(Lupo Glori per http://www.corrispondenzaromana.it/lavanzata-politica-dellislam-in-italia-e-in-europa/ del 05 aprile 2017)

Argomento: Islam

 L’Olanda “islamizzata” che nessuno racconta

  Si fa presto, a dire: Olanda. Quella che vediamo noi da qui è parziale e, soprattutto, effimera. Fateci caso: è trascorsa meno di una settimana e nessuno ne parla più.  Diciamoci la verità: nessuno avrebbe prestato attenzione alle elezioni politiche nei Paesi Bassi, se non ci fossero state la Brexit e l’elezione di Trump alla Casa Bianca e se non ci fosse stata la prospettiva di un successo, almeno relativo, del partito “populista” di Wilders. Che invece è arrivato secondo. L’establishment ha brindato alla vittoria e l’Olanda torna ad essere un Paese noioso.

In teoria, perché la realtà è un po’ diversa, e stavolta a dirvelo non è Marcello Foa ma una lettrice di questo blog, Luisa F. che vive da quelle parti, e che mi ha scritto una bella lettera, da cui emerge uno spaccato diverso da quello narrato dai grandi media internazionali.

Luisa scrive:

Non mi sembra che la “vittoria” di Rutte abbia decretato la sconfitta del populismo, anzi, richiamando la sua giusta analisi, né rappresenta proprio il frutto. Infatti credo (e solo per riferirsi all’Olanda) che se Rutte non dovesse proseguire quell’atto di coraggio, iniziato la settimana scorsa, con la Turchia (ed i connazionali turchi in patria), incontrerebbe non poche difficoltà in questo suo nuovo mandato. C’è molto più populismo nell’elezione di Rutte che in quella che sarebbe stata una vittoria schiacciante di Wilders. Inutile continuare a fare gli indifferenti e/o cantar vittoria per il nulla…

Io credo che il populismo europeo stia invece crescendo sempre più: le città tra Belgio, Olanda e Germania sono letteralmente invase dai Turchi e musulmani che non considero assolutamente integrati con noi. Hanno i loro quartieri, i loro negozi, i loro orari di lavoro, la loro lingua (molto di loro anche nati qui non parlano la lingua locale), insomma tutto diverso da noi (e per noi intendo l’altra faccia multieuropea di queste città); è questa l’integrazione?.

Potrebbe essere più chiara? Luisa F. continua con altre osservazioni alquanto interessanti:

Le racconto questo annedoto (sempre per parlare di Olanda), il mio ex marito ha votato per Rutte (di Wilders non condivide l’idea di uscire dall’Europa) tuttavia nostro figlio andrà ad una scuola cattolica perchè nelle scuole laiche (il sistema qui non è ugale al pubblico e privato in Italia) ci sono troppi turchi e musulmani (parole più sue che mie). Ovviamente io non solo condivido ma appoggio al 100% e non ho nessuna vergogna a dirlo. Quindi mi dica siamo sicuri che il populismo non sia in realtà molto più vasto di quanto i nostri bei governanti europei pensino?

Gli europei non vogliono distruggere l’Europa vogliono solo che l’Europa torni agli europei. C’è molto più populismo in questo che in quella che sarebbe stata un ipotetica vittoria di Wilders. Sull’impeto di questo momento di illusione gli Olandesi hanno riconfermato Rutte.

Aggiungete un dato interessante e passato sotto silenzio sui media. Alle ultime elezioni si è candidato un partito islamico, si chiama DENK. Ebbene nella bella e cosmopolita Amsterdam questo partito ha ottenuto più voti di quello di Wilders, ben il 7,5% contro il 7% del Pvv.

Questi sono i segnali che contano. E non sono affatto confortanti. (di Marcello Foa)

Da blog.ilgiornale.it del 20/3/2017

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Olanda vs Turchia, riflesso di una crisi più ampia

(di Lupo Glori) Alla vigilia delle importanti elezioni politiche olandesi, in cui si agita il temuto spettro di Geert Wilders, leader del Partito per la Libertà, fortemente anti-europo e anti-islam, si è aperta una profonda crisi diplomatica tra Olanda e Turchia. La tensione tra i due paesi è infatti alle stelle, a seguito della clamorosa decisione del governo dell’Aja di vietare il diritto di atterraggio al volo di Stato con a bordo il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, atteso a Rotterdam per un comizio a favore del referendum costituzionale di aprile organizzato per i cittadini turchi residenti all’estero.

Un secco e inatteso no, ribadito dopo poche ore, anche alla collega della Famiglia, Fatma Betuel Sayan Kay, alla quale è stato impedito di raggiungere il consolato di Rotterdam. Il doppio affronto ha scatenato l’immediata e veemente reazione del premier turco Recep Tayyip Erdogan che ha così tuonato: «L’Olanda pagherà il prezzo per aver danneggiato i rapporti con la Turchia. Insegneremo loro la diplomazia internazionale dopo il loro comportamento vergognoso».

Parole di fuoco, in linea con quelle del ministro degli Esteri Cavusoglu, che ha fatto sapere come “non basteranno” delle semplici scuse ad evitare serie ripercussioni, alcune delle quali già adottate: «Per cominciare abbiamo risposto dicendo che l’ambasciatore olandese non deve tornare nel nostro Paese. Prenderemo delle misure e l’Olanda si scuserà. Se non lo farà, continueremo a prendere altre misure».

Fatma Betul Sayan Kaya, la ministra turca della famiglia messa alla porta, ha invece commentato l’episodio che l’ha vista protagonista, attraverso il suo account Twitter, inveendo contro le autorità olandesi, ree di averla accompagnata senza complimenti al confine con la Germania: «Il mondo intero deve reagire contro questa prassi fascista! Un simile trattamento contro una donna ministro non può essere accettato».

La pietra al centro dello scandalo internazionale è la cruciale consultazione elettorale in programma il 16 aprile in Turchia con la quale il premier Erdogan potrebbe finalmente riuscire a “blindare” in maniera inattaccabile il sistema presidenziale, accentrando a sé tutti i poteri. Secondo quanto riportato in un comunicato diffuso dall’Aja, il governo di Mark Rutte aveva dato il via libera alle manifestazioni e ai comizi turchi, purché, per motivi di ordine pubblico, si fossero tenuti al chiuso, meglio se in ambasciata o al consolato. Condizioni che non hanno soddisfatto in alcun modo il governo turco che non ci ha pensato due volte a far partire ugualmente i suoi rappresentanti alla volta dell’Olanda.

Una mossa provocatoria e prepotente, evidentemente inaccettabile, che ha costretto il premier Rutte, a non concedere il permesso di atterraggio “per preservare l’ordine pubblico”. In breve tempo, la controversia tra Olanda e Turchia si è allargata, tramutandosi in uno vero e proprio scontro aperto Unione Europea-Turchia.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, intervenuto sul tema in un discorso tenuto nella provincia nordoccidentale di Kocaeli, dopo aver accusato l’Olanda di agire come una “repubblica delle banane”, ha infatti, puntato il dito contro la stessa Europa colpevole di essere rimasta muta sulla vicenda: «L’Europa ha detto qualcosa? No. Perché? Perché non si danno fastidio a vicenda. (…) Chiedo alle organizzazioni internazionali in Europa e ovunque di imporre sanzioni sull’Olanda». Il ministro turco per gli Affari Europei, Omar Celik, da parte sua, ha invece utilizzato nei confronti dell’Europa l’arma del ricatto, minacciando, come riportato dall’Agenzia di stampa turca Anadolu, un «riesame della questione dei transiti via terra» circa l’accordo sulla gestione dei flussi migratori tra il governo di Ankara e l’Unione Europea.

L’atto di accusa contro la UE è stato poi formalizzato in un comunicato del ministero degli Esteri turco, diffuso il 14 marzo, nel quale, come sottolinea il portale del giornale filo-governativo Sabah, vengono presi di mira l’Alto rappresentante Ue Federica Mogherini e il commissario per la politica di allargamento e vicinato, Johannes Hahn, responsabili di aver rilasciato dichiarazioni «miopi che non hanno alcun valore per Ankara».

La nota prosegue mettendo in dubbio la “democraticità” dell’Unione Europea, sottolineando come «le nostre controparti nell’Ue fanno esercizio solo in modo selettivo dei valori democratici, dei diritti fondamentali e delle libertà» e rendendo noto che la Turchia denuncerà il governo olandese presso le Nazioni Unite, l’Osce e il Consiglio d’Europa per aver violato con le sue decisioni la Convenzione di Vienna del 1961 sulle relazioni diplomatiche.

Dopo l’Olanda, anche la vicina Danimarca ha chiesto al premier turco, Binali Yildirim di rinviare per motivi di opportunità politica la visita programmata per il prossimo 20 marzo. Un improvviso dietrofront sul viaggio istituzionale in calendario, in quanto oggi evidentemente non più gradito, che il primo ministro danese, Lars Lokke Rasmussen, ha cercato di giustificare così: «potrebbe non aver luogo, alla luce degli ultimi attacchi della Turchia all’Olanda. Dunque, ho proposto al mio collega turco di rinviarlo. In circostanze normali, sarebbe stato un piacere accogliere Yildirim, con cui ho avuto un dialogo franco e costruttivo lo scorso 10 dicembre ad Ankara».

Turchia ed Europa non sono mai state così distanti e i motivi che le stanno irrimediabilmente allontanando sembrano essere almeno due. Da un lato, indubbiamente, la violenta repressione seguita al fallito golpe militare del 15 luglio 2016, da parte del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ha finalmente spalancato gli occhi agli Stati membri della UE sulla “realtà turca”. Dall’altro, in un’Europa sempre più invasa dai continui e massicci flussi migratori provenienti dal medio-oriente si leva ogni giorno più forte un vento anti immigrazione e in particolare anti Islam che avverte il pericolo dell’entrata in Europa di un paese di 80 milioni di mussulmani.

In questo mutato scenario geopolitico, anche i leader europei più moderati come il premier danese Rutte, se vogliono intercettare i sentimenti del popolo devono rivedere in chiave pragmatica i propri programmi politici, dirigendosi gioco forza verso dove soffia il vento. Un vento identitario, anti-immigrazione, anti-islam e contrario alla stessa Unione Europea che ha le sue prossime e decisive tappe nelle elezioni politiche di Olanda, Francia e Germania.

(Lupo Glori, per http://www.corrispondenzaromana.it/olanda-vs-turchia-riflesso-di-una-crisi-piu-ampia/)

Argomento: Islam

 Anzitutto il muro della casa, che difende l'intimità e gli affetti familiari, dove si può entrare solo attraverso la porta (per tener fuori estranei, ladri e assassini); poi i muri delle città...

 di Gianfranco Morra

 

 La civiltà è nata col muro. Anzitutto quello della casa, che la circonda e la difende come il luogo degli affetti familiari e dell'intimità. Dentro la quale si può entrare solo attraverso la porta, il cui simbolismo (morale e religioso) in ogni cultura è uno dei più forti.

Dalla casa, dal castello e dall'abbazia si estese a quella grande Casa che è la città. E ancora oltre: gli Stati hanno eretto lunghe muraglie, come quelle di circa 120 km tra Gran Bretagna e Scozia volute da Adriano e Antonino Pio. Il primato spetta ai cinesi: una Grande Muraglia lunga 8.800 km.

Senza dubbio, per esigenze di difesa contro i nemici e per tener fuori estranei, ladri e assassini. Ma non minori erano le valenze simboliche. Muro significa identità e solidarietà. Le mura trasformavano la città in un microcosmo, di cui racchiudevano la perfezione: spesso erano circolari, come il moto delle sfere celesti. In Occidente, il loro modello erano le mura della Gerusalemme celeste, costituita da un quadrato perfetto: «un muro grande e alto munito di dodici porte presso le quali vi erano dodici angeli» (Apocalisse, 21, 12).

CIVILTÀ DEL PASSATO
Ancor oggi restiamo stupiti di fronte alla grandiosità delle mura erette dalle civiltà del passato. In alcune città vi sono ancora tracce di tre o quattro cerchia di mura, corrispondenti ai successivi ampliamenti dell'abitato. Mirabili ancora le mura di Roma, che risalgono a Romolo («possa morire chiunque osi scavalcare le mura», in Tito Livio).

Ma anche le mura volute da tanti i papi sono fra le più grandiose, soprattutto quelle leonine, fatte erigere da Leone IV per difendere Roma dagli islamici: la fede religiosa ha sempre protetto l'ordine sociale contro il disordine che può giungere dall'esterno. Grandiose quelle del Vaticano, tuttora custodite e controllate ad ogni porta da guardie svizzere. Le mura erano strumenti di difesa. In latino moenia deriva da munire, fortificare, proteggere. Le mura potevano essere anche una prigione. Ma tutte avevano le porte, che si chiudevano la sera e si riaprivano all'alba.

La civiltà moderna ha inventato armi così potenti che le mura della città sono divenute inutili. Quasi ovunque sono state rase al suolo dai progetti urbanistici dell'Ottocento, la città è divenuta aperta e i trasporti rapidi. Era nata l'Europa della sicurezza, quel «mondo di ieri» (Zweig) nel quale si viaggiava tra i vari paesi senza difficoltà. Senza dubbio un progresso, al quale però è corrisposto però un mutamento paradossale. Le mura non le abbiamo più, ma l'incomunicabilità e la solitudine, anziché diminuire, sono aumentate, sino a divenire una malattia endemica del tecnopolitano.
E la criminalità dilaga.

Le porte delle case non sono più aperte, come spesso nel passato, ma chiuse da complicate serrature e difese da sofisticati sistemi d'allarme. Tolte le mura, non abbiamo avuto una società libera, ma atomistica e angosciata. Una civiltà del «muro», come ha esemplificato Jean Paul Sartre, una barriera invisibile che impedisce la comunicazione e il rapporto fra le persone, come ne Le mur di Sartre (1939): «L'inferno sono gli altri» (l'enfer c'est les autres). Ma il muro non può essere uno strumento di egoismo e di sopraffazione, quando impedisce a popolazioni misere e profughe di trovare uno spazio vitale nei paesi ricchi e civili, che le escludono?

UNA FORTE INCOSCIENZA
La polemica del cattopopulismo ha come primo bersaglio il «muro», al quale contrappone un'altra immagine antropologica, quella del ponte. Alla base della quale c'è un autentico sentimento di solidarietà, dato che è un dovere cristiano e più generalmente umano aiutare chi soffre. Ma esprime anche una forte incoscienza sugli aspetti reali, distruttivi della identità e della sicurezza dei popoli raggiunti dalle migrazioni senza regole che da anni sempre più numerose investono l'Europa.

In contrasto con la reale situazione di disagio e di insicurezza delle popolazioni europee, soprattutto dei poveri, che di fronte alla immigrazione selvaggia sono i più disarmati.

Una paura reale e motivata, che va considerata in ciò che ha di reale, non demonizzata, col falso ragionamento che occorre farla tacere e accogliere tutti. Si confonde così l'effetto con la causa: sono i migranti che producono la paura, dalla quale gli invasi impauriti cercano di difendersi con la richiesta di una programmazione e di un controllo.

E quei paesi che, per farlo, hanno eretto dei muri, che più spesso sono reticolati, non possono essere bollati e infamati come «anticristiani». Non l'hanno fatto di buon grado, ma perché ne sono stati costretti. Ciò vale in Europa per Francia e Regno Unito, Germania e Spagna, Austria e Ungheria, Grecia e Macedonia, Slovenia, Norvegia ed Estonia. E vale anche per gli Stati Uniti, dove il muro col Messico è stato una scelta condivisa da tutti gli ultimi presidenti, elefantini o asinelli che fossero. Basta ripercorrerne la storia: fu iniziato dal repubblicano Bush senior nel 1990 e continuato da Bush junior nel 2006. Lo potenziò anche un democratico come Clinton nel 2005 e votarono a favore Hillary e Obama (allora senatori).

Ma la polemica contro il muro per fermare i messicani rientra nella campagna di squalificazione contro il Presidente Trump, colpevole di aver vinto le elezioni democratiche. Chi le ha perse aveva bisogno di una strega e di un capro espiatorio. Anche perché Donald sta facendo qualcosa di peggiore, cerca di attuare quelle promesse, che ha fatto durante la campagna elettorale convincendo i cittadini. Inaudito.

 
 
Fonte: Italia Oggi, 22/02/2017
Argomento: Fede e ragione

  L'IRRICEVIBILE PROPOSTA DI VIETARE L'OBIEZIONE DI COSCIENZA.

IL VERO FONDAMENTO DELL'OBIEZIONE DI COSCIENZA.

 

L’editoriale parso sulla rivista Micromega del 25 febbraio di Paolo Flores d’Arcais intitolato “Aborto, abrogare l’obiezione è l’unica soluzione”, prendendo spunto dalla vicenda laziale dell’assunzione, da parte della Regione, di due medici ginecologi non-obiettori vincolati contrattualmente alla pratica delle interruzioni di gravidanza (i due neo-assunti si impegnano a praticare aborti pena il licenziamento per inadempienza contrattuale), si fa promotore d’una sostanziale modifica della legge 194 con l’abrogazione del diritto all’obiezione di coscienza ivi sancito.

Si potrebbe rispondere al direttore di Micromega in molti modi, ad esempio ricordando il rilievo costituzionale del diritto all’obiezione di coscienza, oppure, scendendo sul terreno delle sue argomentazioni, rilevando che la pratica degli aborti non è la funzione propria del medico ginecologo (che è invece la cura delle patologie afferenti l’apparato genitale femminile) e che dunque il rifiuto a praticarli da parte dei ginecologi obiettori non è assimilabile al rifiuto di un ipotetico militare di carriera (ipotesi svolta come esempio da Flores d’Arcais) che rinnegasse l’uso delle armi, dove l’uso delle armi è il proprio del militare.

Piuttosto i medici obiettori sono assimilabili a quegli insegnanti che, innanzi alla pretesa d’un regime di trasformarli in indottrinatori della gioventù all’ideologia ufficiale, volessero continuare a insegnare lettere, storia, matematica, geografia, etc. ovvero ad essere insegnanti e non diventare propagatori dell’ideologia di partito. Oppure a quei medici che, di fronte a improprie richieste dello Stato (es. distinguere i pazienti per razza, applicare protocolli eugenetici e non di cura,  ad esempio, finalizzati alla eliminazione di certi soggetti) volessero continuare ad essere medici e semplicemente medici, ovvero professionisti dediti alla cura del malato.

La professione del medico ginecologo consta nella cura delle malattie di un determinato apparato del corpo umano femminile e, dal momento che la gravidanza non è una malattia e l’aborto non è una cura, non nella pratica di ivg. La dignità della professione medica, così come la sua deontologia, anche ove non si volesse considerare la natura in se stessa criminale dell’aborto, imporrebbero ai medici il rifiuto di detta pratica. Non è quindi anti professionale, come sostiene Flores d’Arcais, il rifiuto, bensì lo è l’acconsentirvi trattandosi di una pratica che in nulla può essere definita come curativa  e, dunque, estranea (in quanto omicidio, poi, contraria) alla ratio della professione medica.

Ciò detto, dobbiamo avere il coraggio di riconoscere la debolezza di una posizione pro-vita che facesse forza sul diritto all’obiezione di coscienza così come sancito dalla 194 o come emergente dal dettato costituzionale interpretato dalla giurisprudenza della Consulta. Debolezza non solo perché tale diritto sarebbe facilmente negabile da una iniziativa legislativa o da un nuovo pronunciamento della Corte Costituzionale, non solo perché i segni di un progressivo cedimento ed erosione ci sono già tutti (l’iniziativa della Regione Lazio è un esempio ma la negazione del diritto all’obiezione di coscienza potrebbe facilmente venire dalla giurisprudenza europea  in materia di aborto, etc.) ma perché è la ratio dell’obiezione di coscienza così come intesa dal nostro vigente ordinamento ad essere in se stessa problematica.  Lo dobbiamo dire, ammettendo così che molti, troppi impegnati nella battaglia per la vita si sono lasciati abbagliare, come allodole, dagli specchietti della 194 sino all’assurdo odierno di cattolici schierati a difensori della 194, impegnati a rivendicarne lo spirito e la piena attuazione.

L’errore è antico, essersi illusi, forse per spirito irenico, che bastasse il riconoscimento dell’obiezione di coscienza per rendere accettabile lo scandalo dell’omicidio di Stato a danno dei concepiti non ancora partoriti. Una simile logica è perversa e pervertitrice perché porta alla pacifica accettazione del male, ad un relativismo cinico. Che lo Stato uccida pure, che l’ospedale in cui lavoro uccida pure, che il collega con il quale lavoro gomito a gomito tutti i giorni uccida pure, purché non lo debba fare io. Ovviamente non intendiamo affermare che tale cinismo sia dei medici obiettori, piuttosto rileviamo che questa è la logica  della 194 riguardo l’obiezione di coscienza.

Vi è in tutto ciò uno spaventoso e inaccettabile soggettivismo quasi che il bene e il male siano questione tutta individuale, di personale coerenza con una propria soggettiva convinzione. L’obiezione di coscienza è intesa come un diritto alla coerenza con la propria opinione, indifferentemente da quale sia questa opinione, dalla sua fondatezza o meno, dalla sua verità o falsità.

E i cattolici, non tutti ma molti, ci sono cascati, in questa logica folle. Che poi, paradossalmente, è la stessa logica dei radicali nel loro sostenere aborto, eutanasia, etc. .. la logica dell’autodeterminazione individuale. L’obiezione di coscienza come sancita dall’ordinamento vigente è una particolare declinazione del principio di autodeterminazione, lo stesso invocato a fondamento dei pretesi diritti all’eutanasia, al suicidio (assistito), all’aborto (letto, peraltro, come autodeterminazione della donna), etc. Assente, completamente assente, il piano oggettivo della verità, del bene, della giustizia. Tutto è risolto nel “diritto” a disporre liberamente di sé, ad obbedire unicamente alla propria opinione: il nichilista lo eserciterà nel suicidio, il testimone di Geova (per citare un esempio svolto da Flores d’Arcais) nel rifiutare la trasfusione di sangue, il ginecologo pro-vita nel rifiutarsi di praticare aborti.

Ovviamente i ginecologi e gli infermieri fanno bene a esercitare l’obiezione di coscienza , lo scriviamo per non essere fraintesi. Ciò che contestiamo è la logica della 194 (obiezione di coscienza compresa) e non la sacrosanta e doverosa scelta pro-vita degli obiettori. La 194 è diabolica anche lì dove appare buona, ovvero dove concede il diritto all’obiezione di coscienza perché lo sancisce secondo la ratio liberal-radicale del principio di autodeterminazione individuale, del soggettivistico diritto alla coerenza con la propria opzione. Il rifiuto ad uccidere degli obiettori diventa una mera opzione soggettivamente scelta, parimenti  opzione soggettivamente scelta è quella di uccidere dei non-obiettori. E a garantire il diritto della opzione pro-vita è la legge positiva dello Stato che introduce l’omicidio di Stato dei concepiti non ancora partoriti.

L’obiezione vera non è quella prevista dalla 194 ma quella classico-cristiana, quella che il professor Castellano ha denominato “obiezione della coscienza” (per distinguerla dalla “obiezione di coscienza” della vulgata contemporanea) ovvero il giudizio della ragione pratica che riconosce come male l’obbedienza ad una certa norma perché la norma stessa è riconosciuta come ingiusta. L’obiezione della coscienza non rivendica il diritto alla coerenza  con una propria convinzione ma il dovere di disobbedire e resistere alla legge ingiusta, non si colloca nel soggettivo ma giudica la norma positiva alla luce di un ordine oggettivo di giustizia razionalmente conosciuto, non si chiude nel privato ma, dichiarando ingiusta la norma che disobbedisce, pone la questione sul piano pubblico del bene (comune) e della legittimità.

L’obiezione della coscienza è sempre una contestazione del potere che ha legiferato perché in se stessa afferma, mentre disobbedisce, l’illegittimità della norma contestata. L’obiezione della coscienza è sempre, se è vera obiezione, una sfida al potere ingiusto, un “Non ti è lecito!” (Mc 6, 18) detto in faccia allo Stato.

Si diceva che i cattolici, i pro-vita sono stati in molti abbagliati dagli specchietti per allodole della 194 e ora si giunge così al paradosso che, mentre i laicisti radicali culturalmente e legislativamente vincitori lavorano per modificare la 194 in senso peggiorativo, i cattolici se ne fanno difensori.

La militanza cattolica e pro-vita deve invece fuggire dalla trappola liberal-radicale, rifiutare la logica del principio di autodeterminazione (che sostanzia pure il principio dell’obiezione di coscienza intesa come diritto al coerenza con se stessi, con la propria opinione), esercitare la vera obiezione della coscienza ovvero disobbedire alla legge perché ingiusta, dichiararla ingiusta, dichiararla illegittima, riaffermare il principio razionale per il quale una legge ingiusta non è legge ma corruzione della legge e non obbliga proprio nessuno. Affermare con forza che una legge non è “che un comando della ragione ordinato al bene comune, promulgato da chi è incaricato di una collettività” (S. th. I-II, q. 90, a. 4),  non un atto di volontà sovrana, e che dunque  “la  legge  umana  in  tanto  è  tale  in  quanto  è  conforme  alla  retta ragione  e  quindi  deriva  dalla  legge  eterna.  Quando invece  una  legge  è  in  contrasto  con  la  ragione,  la  si  denomina  legge  iniqua;  in  tal  caso  però  cessa  di  essere  legge e diviene piuttosto un atto di violenza” (S. th. I-II, q. 93, a. 3, ad 2).  Contestare, insomma, il positivismo giuridico e il convenzionalismo normativo, riaffermare il diritto naturale per non finire, come purtroppo oggi molti, a tentare di difendere la vita con i principi dei radicali e trovarsi poi quasi inavvertitamente a difendere i principi dei radicali  mettendo tra parentesi la difesa della vita.

L’obiezione all’aborto deve essere contestazione di legittimità alla legge che lo consente, deve essere affermazione della verità che l’aborto è omicidio, che chi lo pratica non esercita una opzione tra opzioni ma si macchia di un orrendo delitto. In ultima analisi l’obiezione all’aborto non può essere irenica verso chi lo compie, verso lo Stato che lo consente e pratica, se vera obiezione è necessariamente denuncia di illegittimità e accusa.

Don Samuele Cecotti, 03-03-2017
per: http://www.vanthuanobservatory.org/notizie-dsc/notizia-dsc.php?lang=it&id=2460
 

Argomento: Socialismo

 Stoccolma come Rotherham: stupri nascosti in nome del "multikulti"

 

stoccolma festival  "Corsi e ricorsi storici" avrebbe detto Giambattista Vico di fronte all'ennesimo caso di censura ideologica targata politicamente corretto.
Ancora un caso in cui le notizie che scottano vengono nascoste sotto la botola che nasconde tutto quello che può turbare il mito del multiculturalismo. 
 
Siamo ancora in Svezia. La stessa Svezia che i media hanno continuato a difendere dagli "attacchi insensati" di Donald Trump. La Svezia dell'Ikea che ci ricorda ogni giorno che, a conti fatti, vale tutto, l'importante è sentirsi se stessi, la Svezia che ancora qualcuno osa portare a modello di integrazione e oasi di pace.
 
Lo scorso anno anche il New York Times riportava le ansie svedesi, rese ancora più intense dai fatti estivi, come la storia di una donna e di suo figlio accoltellati a morte in un negozio Ikea di Vasteras da un richiedente asilo dell'Eritrea. Ma erano altri tempi, non c'era da difendersi dal pericolo trumpista. E noi che, invece, osiamo mettere in discussione quel paradiso in terra, finiamo per essere tacciati su Facebook come propagatori di bufale. Anche se, per raccontarvi l'ennesima storia taciuta di violenze sessuali da parte d'immigrati ai danni di ragazzine, per lo più minorenni, è servito uno stomaco di ferro, più che la fantasia.

 

La verità è che la Svezia, oltre agli stupri che aumentano in maniera esponenziale, le violenze, le aggressioni sessuali, i sobborghi messi a ferro e fuoco da immigrati che stanno prendendo il sopravvento su di una popolazione che, vittima di se stessa e di politiche contro la natalità, sta scomparendo, ha subito qualcosa di molto simile alla Gran Bretagna, quella del caso Rotherham che abbiamo raccontato sull’Occidentale, migliaia di ragazze molestate e aggredite sessualmente da immigrati asiatici e di fede musulmana.

"We Are Sthlm" – noi siamo Stoccolma – è un festival musicale che si tiene ogni anno, solitamente ad agosto, nel centro della città svedese, dal 2000. Una manifestazione talmente famosa e nota che, per intenderci, nel 2013 ha raggiunto la soglia di oltre mezzo milione di visitatori nel corso dei sei giorni. Considerato come il più grande festival musicale della gioventù d'Europa, è frequentato da ragazzi che hanno dai tredici ai diciannove anni. Ma quando a gennaio 2016 i fatti di Colonia – le molestie e le aggressioni alle donne tedesche la notte di Capodanno del 2016 – riescono a venire fuori e fanno il giro del mondo, una certa angoscia, o paura, o, semplicemente, una pulce nell'orecchio, riesce a dare coraggio a uno dei più noti quotidiani svedesi, con sede proprio a Stoccolma, Dagens Nyheter.

Così, il grande pubblico entra in contatto con la scabrosa serie di violenze sessuali avvenute durante il festival musicale, messe a tacere nel terrore d'essere tacciati di razzismo. Nel rapporto pubblicato dal DN vengono denunciati un numero indecifrato di stupri avvenuti nelle edizioni del 2014 e 2015 del festival, che la polizia, messa al corrente dei fatti, ha preferito insabbiare.

Esattamente come a Rotherham, nel Regno Unito. Inizialmente il giornale svedese riceve la soffiata da uno psicologo – che aveva incontrato, come pazienti, alcune vittime – ma non viene dato seguito alla denuncia. Contattata da un altro quotidiano svedese, il Nyheter Idag, la redazione del Dagen Nyheter ammette di essere stata contattata dallo psicologo – sotto anonimato – e che non avendo avuto manforte dalle forze dell'ordine ha preferito congelare per un po' la pubblicazione della storia. La redazione del giornale prova a giustificarsi, spiegando che l’editore non era interessato al caso, e chi avrebbe dovuto non insiste, pensando che una storia del genere avrebbe solo fomentato sentimenti razzisti in città.

Una patata bollente che tutti cercavano di scaricare. Fino a quando lo stesso Dagens Nyheter decide di pubblicare tutto. 

I giornalisti scoprono un memorandum interno della polizia in cui si esorta alla vigilanza durante il festival, dati i problemi delle edizioni precedenti, quando erano stati registrati casi di "giovani che si strofinavano contro le ragazze". Documento in cui la stessa polizia faceva menzione di immigrati per lo più provenienti dall'Afghanistan. Il 63% delle vittime prese di mira ai concerti non aveva neanche quindici anni. 
Anche il New York Times, lo scorso gennaio, fa riferimento ai fatti, in un breve pezzo, in cui riporta le dichiarazioni di un certo David Brax. Ricercatore sui crimini d'odio presso l'Università di Goteborg, Brax ritiene opportuno confidare al giornale quanto sia stato comprensibile il modus operandi della polizia.
Perché nel rendere pubblico quanto accaduto, le autorità svedesi avrebbero soltanto intensificato i sentimenti di paura della popolazione nei confronti degli immigrati. Insomma, meglio nascondere tutto.
Non solo. Secondo il professor Brax, e tanti altri come lui, questo genere di storie hanno come risultato semplicemente il portare acqua al mulino della "destra antimmigrazionista".

Ma è difficile tenere coperte 38 segnalazioni di stupri e violenze sessuali. E i dati sull’accaduto sono, ancora oggi, incerti.
L'edizione di un quotidiano locale svedese, sempre lo scorso gennaio, accusa la polizia di non voler dichiarare il vero numero di quanti erano rimasti coinvolti nei tragici eventi, e che, però, almeno 50 dei sospettati erano rifugiati afghani, "arrivati in Svezia senza genitori".
Secondo la BBC nell'agosto 2015 duecento persone, contemporaneamente, erano state espulse dal Paese, senza che però venisse fatta menzione di aggressioni sessuali. 
Ma non finisce qui. Un funzionario di polizia, che ha chiesto e ottenuto che il suo anonimato fosse rispettato, lo scorso anno raccontò all'ennesimo giornale locale che non si trattava mica di un fenomeno nuovo. La prima volta che lui stesso era entrato in contatto con episodi di stupri e violenze sessuali, il festival si chiamava ancora "Ung08", ed era il 2008. Parliamo di almeno otto anni fa.

L’agente conferma inoltre il sospetto che le aggressioni sessuali nel corso degli anni siano state molte di più di quelle che si potevano immaginare e che, già nel 2008, chi era a capo dell'organizzazione del festival aveva chiesto alla polizia di non andare troppo a fondo. Senza trovare alcuna resistenza.
Sebbene, poi, casi di stupri fossero stati registrati ancora prima. Già nel 2006 all'Arvika Festival, un altro raduno musicale annuale svedese, vennero denunciati due stupri cui la polizia, non trovando testimoni, non diede seguito.
Ad arricchire la cornice dei fatti già di per sé surreale, il Guardian, mentre i dettagli della vicenda vengono a galla, pensa bene di dare voce ad una certa Susanna Udvardi, direttore di una delle Ong che si occupa di aiutare i rifugiati ad integrarsi nel sud della Svezia:  "il volgare trattamento degradante delle donne, tra cui le molestie gravi, è ben lungi dall'essere appannaggio di uomini del Medio Oriente. Sono costernata dal clima semplicistico che anima il dibattito svedese. I rifugiati hanno enorme rispetto per le donne", dice l'esperta.
Il genere di commenti perentori che fanno bene alle vittime e ai loro parenti.

Ma per restare al "clima semplicistico", il quotidiano Expressen, ancora l'anno scorso, riportava oltre al consueto registro politicamente corretto sull'identikit degli aggressori – "tipo di origine africana", "aspetto asiatico", "pelle scura", "origine straniera"  –,  le dinamiche delle violenze di cui i giornalisti erano riusciti a venire a conoscenza. In ognuno dei giorni dell'edizione 2014 del festival, si era verificato almeno un episodio di violenza sessuale.
Alcune talmente terribili, che abbiamo preferito non riportarle. Quindicenni prese a calci e poi violentate da non ancora diciottenni identificati come "stranieri", in molti casi non identificati affatto.
Tant'è vero che nella lunghissima lista di episodi riportati dal quotidiano, l'espressione "colpevoli sconosciuti", ricorre spesso. 
Quasi tutti, comunque, pakistani, afghani, di origine eritrea.
Le ragazzine venivano immobilizzate, ustionate con i mozziconi di sigarette, stuprate in branco.
Dinamiche simili ripetute ad oltranza da uomini che uscivano di notte, a torso nudo, con le maglie legate in vita, certi che in quella folla avrebbero trovato ciò che cercavano. Gli aggressori non cercavano luoghi isolati, ma la folla, impassibile, assuefatta, forse, dalla musica, chissà.
Convinti che, tanto, poi, nessuno avrebbe osato reagire o dire qualcosa.

Ogni caso, infatti, archiviato, per mancanza di prove.
Tra tutti i sospetti, un solo quindicenne è stato arrestato. Accusato di aver stuprato due quattordicenni, se l'è cavata con 25 ore di servizio sociale e una multa di mille euro da pagare come risarcimento alle ragazze.

Sono storie che non diventano notizie, se non quando il caso appare eclatante.
Perché della dark side dell'immigrazione, del multiculturalismo e dell'islam, non si può parlare.
L'importante è non ammettere il problema, e provocare e insultare chi osa denunciarlo.

 

di Lorenza Formicola | 02 Marzo 2017 per https://www.loccidentale.it/articoli/144746/stoccolma-come-rotherham-stupri-nascosti-in-nome-del-multikulti
Argomento: Islam

 Obbligo di fare il male. Nuovo totalitarismo e cattolici distratti.

 10-03-2017 - di Stefano Fontana

 
 

 La definitiva approvazione in Francia della legge che punirà chi cercherà di distogliere le donne dall’aborto è un nuovo segno che la soglia del totalitarismo è stata superata. Questa soglia viene superata quando lo Stato non solo permette il male ma anche obbliga a farlo e considera reato fare il bene. Quando lo Stato non solo ammette per legge deviazioni dal diritto naturale ma le impone, obbligando ad un diritto innaturale o contro-naturale. Quando diventano non negoziabili i principi contrari a quelli non negoziabili. 

Tutti vedono che questa soglia è stata superata ormai in molti casi. Lo era stata, per esempio, quando la Corte suprema americana aveva obbligato tutti gli Stati federati a contemplare per legge il matrimonio tra persone omosessuali. Lo era stata quando il Parlamento francese aveva approvato la legge Taubira sul “matrimonio per tutti” senza concedere l’obiezione di coscienza ai sindaci. Lo abbiamo anche visto quando in Italia è stata approvata la legge Cirinnà sulle unioni civili. Da quel momento, infatti, qualsiasi politica familiare sarebbe andata anche a vantaggio delle unioni civili. Nessuna amministrazione pubblica, da allora, può esimersi dal fare il male: tutte vi erano obbligate. Lo è stata, di recente in Italia, quando l’Ospedale San Camillo di Roma ha indetto un concorso per soli medici abortisti e quando una Asl di Treviso ha indetto un concorso per due posti di biologo che non facciano obiezione alla fecondazione artificiale.

E’ da tempo che ci si è messi su questa strada. Nella storia le cose possono cambiare. Ma questo non ci esime da valutare le tendenze in atto che, da questo punto di vista, sono molto preoccupanti. Ammettiamo che vadano in porto le leggi attualmente giacenti al Parlamento italiano. Ne uscirebbe uno Stato che impone di fare il male: ai giornalisti, agli insegnanti, ai dipendenti pubblici, ai medici, ai farmacisti, agli infermieri... Pensiamo, per esempio, al disegno di legge sull’eutanasia attualmente in discussione alla Camera. Il medico sarebbe costretto a rispettare le Disposizioni anticipate di trattamento del paziente anche se il paziente stesso avesse cambiato nel frattempo idea, dimenticandosi di revocare la DAT, e se lui stesso, il medico, fosse eticamente contrario. Saremo obbligati ad uccidere, a diseducare i nostri ragazzi nelle scuole, a presentare l’omosessualità come cosa normale.

Saremo obbligati. Lo saremo dal nostro Stato ed anche dall’Unione europea e dagli organismi internazionali. Nei giorni scorsi il Parlamento europeo ha chiesto di aumentare il finanziamento dell’aborto nel mondo per compensare i tagli della nuova amministrazione americana.

Volgiamo lo sguardo attorno ma non vediamo una grande presa di coscienza della situazione. Veramente si crede di far fronte a questa situazione con il dialogo? Non ci è dato di sapere se ci sarà e quale sarà il livello oltre il quale i cattolici diranno di no e si tireranno fuori. Quale soglia dovrà essere superata perché si dica no allo Stato oppure no all’Europa?

Molti si chiedono cosa fare. Certamente la prima cosa da fare è tornare a fare quello che si sarebbe dovuto fare; impegnarsi e battersi per i principi non negoziabili. A seguito del “caso San Camillo” ricordato sopra, il generale atteggiamento dei cattolici è stato di protestare perché così “viene snaturata la legge 194”. In questo modo i cattolici si sono atteggiati a difensori della legge che permette l’aborto. I cattolici hanno smesso da molto tempo di combattere contro quella legge ed ora se ne fanno paladini. E’ la logica del male minore che presenta il conto. I cattolici hanno anche ormai cessato di lottare contro lo stravolgimento delle legge 40 sulla fecondazione assistita. Lo stesso dicasi per la Cirinnà. Ora, la prima cosa da fare è ricominciare a combattere.

Oltre a stare “dentro” combattendo, i cattolici dovrebbero però cominciare a pensare anche a costruire scialuppe di salvataggio e arche di Noè. Iniziative ed opere – scuole prima di tutto – libere perché viventi al di fuori dello Stato. Come fecero dopo l’Unità d’Italia, ma in forme nuove. Se l’obbligo a fare il male diventa istituzionale, bisogna tirarsi fuori il più possibile dalle istituzioni.

Stefano Fontana

Direttore dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân
http://www.vanthuanobservatory.org/notizie-dsc/notizia-dsc.php?lang=it&id=2466

Argomento: Politica

 La morte di Fabiano Antoniani, 40 anni compiuti il 9 febbraio scorso, il dj rimasto cieco e tetraplegico dal 2014, in seguito ad un incidente stradale – e recatosi in Svizzera per porre fine a quella che considerava «una lunga notte senza fine» – è al centro, come prevedibile, di un dibattito inteso, senza dubbio appassionato, ma estremamente disonesto, nel quale le imprecisioni abbondano a tutto vantaggio di una lettura emotiva e non ragionata dei fatti. Per cercare di rimettere ordine, ritengo opportuno mettere a fuoco alcuni aspetti fondamentali, al di là dei quali l’intera vicenda continuerà ad essere equivocata.  Anzitutto, c’è da dire che Dj Fabo non era un paziente terminale dilaniato dalle sofferenze fisiche. Era, certo, una persona colpita da una condizione molto grave e senza, sulla base delle conoscenze attuali, concreta prospettiva di ripresa, ma non stava morendo. Versava cioè in una situazione serissima, ma la malattia e l’accanimento terapeutico – che si concreta nella somministrazione di cure inutili, sproporzionate o addirittura controproducenti per la salute di un paziente – non c’entravano affatto col suo stato. Sostenere il contrario, molto semplicemente, significa ignorare i contorni dell’intera vicenda.

Una vicenda – secondo aspetto da considerare – che non si è conclusa con un’eutanasia ma, più precisamente, con un suicidio assistito. L’eutanasia propriamente detta, infatti, è legale solo nei tre paesi del Benelux (Paesi Bassi, Belgio e Lussembugo), mentre Dj Fabo era stato accolto per morire nella clinica Dignitas di Forck, ad una decina di chilometri da Zurigo, poiché in Svizzera il suicidio assistito è legale. Come mai i media, da bravi, preferiscono parlare di eutanasia? La risposta è semplice: perché sono molti più gli italiani favorevoli all’eutanasia che al suicidio assistito. E chi vuole condizionare l’opinione pubblica, lo sa benissimo.

Un terzo aspetto da considerare è strettamente procedurale. Dignitas stessa, infatti, tiene a precisare che «per ogni singolo caso, un viaggio di questo genere, il colloquio con un medico, la redazione di una ricetta e il suicidio assistito è preceduto da un iter DIGNITAS che normalmente richiede fino a tre mesi, ma che può durare anche più a lungo. Solo dopo questa procedura preparatoria, entro tre o quattro settimane, potrà aver luogo il suicidio assistito» (Come funziona Dignitas, p.4). Ora, come sappiamo Dj Fabo è morto ieri, lunedì 27 febbraio. Ecco, anche se molti non lo fanno osservare, non si tratta di una data casuale.

Per un motivo semplice: è lo stesso giorno in cui era stato calendarizzato dalla conferenza dei capigruppo della Camera dei Deputati, l’inizio della discussione del disegno di legge sulle direttive anticipate e sul consenso informato. Ora, possibile che una morte che richiede – secondo Dignitas – un iter di diverse settimane, sia avvenuta proprio in questa data, o forse tutto ciò risponde ad un disegno politico? Pare il caso di chiederselo. Di certo la tempistica, come si è visto, dà da pensare. Inclusa quella di diffusione della notizia. A chi non l’avesse notato, infatti, ricordiamo che dj Fabo è morto alle 11:40, neppure dieci minuti dopo – alle 11:48 – Marco Cappato, che lo aveva accompagnato in Svizzera, ha twittato “la notizia”, che alle 11.55 era già il titolo di apertura di tutte le grandi testate nonché quella di tutti i telegiornali. Nessun complottismo, sia chiaro, ma se qualcuno avesse cinicamente pianificato a tavolino il tutto, per dare una eco mediatica massima a questo fatto, non avrebbe potuto fare di meglio. A questo punto, uno potrebbe intelligentemente obiettare che si sta parlando di una morte per suicidio assistito, mentre il Parlamento si sta occupando di biotestamento.

Ebbene, questo qualcuno coglierebbe nel segno nell’evidenziare che o le due cose – il suicidio assistito di Fabo e il testamento biologico – sono disgiunte, oppure strettamente connesse pur sembrando distinte. L’ipotesi corretta è la seconda. Infatti, anche se formalmente il suicidio assistito in Italia è punito (smettiamola, per piacere, di mentire dicendo che in Italia una legge non c’è: esiste eccome, e sanziona quello che correttamente definisce omicidio del consenziente), introducendo il biotestamento, apripista dell’eutanasia omissiva, si mira a renderlo presto legale, magari grazie a qualche sentenza “creativa” della magistratura. Morale della favola, al di là del dolore per la morte del quarantenne italiano, quella che resta è la sensazione d’aver assistito ad un macabro teatrino allestito per condizionare l’opinione pubblica. Nascondendo alla gente molte curiose coincidenze così come il fatto che laddove si riconosce il diritto a morire, la morte si fa cultura e porta oltre l’immaginabile. Cito due esempi soltanto. Il primo è quello dell’Oregon, dove il suicidio assistito è legale dal 1998, e dove il tasso di suicidi nella popolazione generale è del 49% più elevato rispetto alla media nazionale; la stessa Svizzera ha un tasso di suicidio circa doppio a quello italiano.

Il suicidio assistito può favorire una tendenza al suicidio? Così sembrerebbe, ma non ve lo raccontano: i dubbi seri, a chi fa propaganda, non interessano. Secondo esempio per riflettere. E’ la storia di Anne, un’insegnante britannica recatasi pure lei nella clinica Svizzera Dignitas per ottenere il suicidio assistito. Il motivo? Non riusciva ad adattarsi alle tecnologie e ai tempi moderni, ai computer e alle e-mail, e anche al consumismo e ai fast food. Perciò ha chiesto di morire ed è stata accontentata: ne parlava Repubblica il 7 aprile 2014. Non è una bufala. Le bufale le raccontano i promotori della cosiddetta autodeterminazione assoluta, che da una parte allestiscono teatrini di morte, e dall’altra ci fanno credere che la contrarietà al suicidio sia un valore cattolico, quando basterebbe leggersi Immanuel Kant: «Chi si toglie la vita […] si priva della sua persona. Ciò è contrario al più alto dei doveri verso se stessi, perché viene soppressa la condizione di tutti gli altri doveri» (Lezioni di etica, Laterza, Bari, 2004, pp. 170-171). Che dire? Mentono, mentono sempre. Ed hanno i media dalla loro. Ma non il buon senso, che rimane esclusiva degli apoti, quelli che non la bevono.

Giuliano Guzzo

https://giulianoguzzo.com/2017/02/28/dj-fabo-la-morte-e-quello-che-ci-nascondono/

Argomento: Vita

 Difendere la libertà di opinione dei cattolici
è difendere la libertà di tutti

Come vescovo, ho il compito di guardare lontano, e a volte vedo delle cose che non riguardano soltanto noi cattolici, ma tutta la comunità civile. Scrivo per dare un segnale d’allarme finché siamo in tempo, finché l’astio delle parti non prende il sopravvento sul buon senso. Scrivo a tutti gli uomini di buona volontà e di intelligenza di qualsiasi parte politica o religiosa. Scrivo perché vedo nubi oscure profilarsi all’orizzonte.

L’immagine di riferimento. Il 20 agosto 2011 ero alla Giornata Mondiale della Gioventù del 2011 a Madrid. Ero Responsabile di Pastorale Giovanile e al sabato sera mi trovavo con due milioni di giovani alla veglia con il S. Padre all’aeroporto Cuatro Vientos, il più antico della Spagna. Già, Cuatro Vientos: un nome, una garanzia. Ad un certo punto sento soffiare con insistenza un vento proveniente da dietro di noi. Mi volto e vedo dense e oscure nubi con i tipici pennacchi filamentosi che arrivano fino a terra. Così appare la pioggia da distante. Il fatto che si trovassero proprio dalla parte dalla quale proveniva il vento significava che quelle nubi erano dirette verso di noi. Ci avrebbero messo circa 20 minuti. Ho passato voce ai giovani di organizzarsi a quattro a quattro: ciascuno di noi aveva in dotazione un telo di plastica. Uno sarebbe servito per coprire quattro zaini, uno per farci stare sopra quattro persone, preservandole dalle acque che avrebbero potuto scorrere o accumularsi al suolo, altri due per coprire, rimboccando il telo di sotto, i quattro giovani. In quel modo ci siamo salvati da un diluvio intenso e insistente che si è abbattuto sul campo interrompendo la veglia con Papa Benedetto XVI. A sei anni di distanza, con un altro ruolo, sono qui a fare sostanzialmente lo stesso: avvertire di un pericolo.

Le nubi all’orizzonte. In Francia la camera ha votato una legge che d’ora in poi consentirà di punire con due anni di carcere e fino a 30.000 euro di multa chi s’impegna per la vita e contro l’aborto usando anche i canali della comunicazione digitale.

Il vento che tira. È il vento di un reato di opinione e il vento che tira da quella direzione si chiama dittatura. Agli albori di ogni dittatura tira il vento del reato di opinione o di discriminazione, con il quale si cerca di eliminare chi non ha il pensiero “conforme”. Non potendo toccare i pensieri ci si limita a censurare le opinioni. E qui sta il confine tra la dittatura e la democrazia: la democrazia punisce i comportamenti, la dittatura non consente di esprimere liberamente le opinioni e le punisce.

La visione strategica. In questi anni come vescovo ho partecipato a molte giornate commemorative riguardanti la resistenza, l’olocausto, le foibe e altri momenti della vita civile che hanno fatto risaltare il bene della democrazia che abbiamo ereditato dai nostri padri a seguito di tragici momenti di perdita di essa nel nostro passato recente. Si sono scritte pagine di storia di altissimo valore a prezzo di grandi sacrifici. Oggi viviamo orgogliosamente nella nostra democrazia. Tuttavia essa è fragile, esposta com’è alle pressioni sociologiche della manipolazione di massa prima di tutto a livello della comunicazione sociale. È sotto gli occhi di tutti che non siamo in un’epoca di grandi statisti: un grande statista per esercitare il suo dono deve essere eletto. E per essere eletto deve essere un grande comunicatore. Questa dote, sempre più importante, sfronda in misura crescente il numero dei grandi statisti che possono mettere a frutto il loro talento. La nostra democrazia va difesa. E oggi l’attacco viene dalla parte della sociologia e della comunicazione sociale che, usate in modo improprio, possono diventare gli strumenti della manipolazione di massa e della dittatura.

Giocare d’anticipo. Ogni forma di dittatura va riconosciuta sul nascere, anche nelle sue nuove forme, prima che inneschi le sue mortali dinamiche di parte. Le idee delle dittature cambiano, ma lo stile rimane lo stesso ed è liberticida. Dobbiamo fare quadrato e dire di no al reato d’opinione, dire di no a ogni tentativo di impedire l’espressione delle proprie idee. Perché le nostre memorie civili, che sono patrimonio essenziale e irrinunciabile di tutti, cattolici e non, non vengano retrocesse a memorie di parte, valide e condivisibili soltanto per alcuni. Non temo la persecuzione. Temo la rassegnazione, che apre la strada all’orribile spettacolo del volto dell’uomo sfigurato dalla spietatezza.

mons. Guido Gallese

da: http://lavocealessandrina.it/2017/02/23/difendere-la-liberta-di-opinione-e-difendere-la-liberta-di-tutti/

Sarò un sentimentale. Sarò un romantico. Sarò un retrogrado integralista trapiantato dal medioevo. Insomma, sarò quel che vi pare, ma io non mi rassegno.

I fatti: un genitore della provincia di Vicenza mi ha inviato copia di un libricino in uso a sua figlia di quinta elementare. Il titolo del libro è “Col cavolo la cicogna”, scritto e diffuso dal dott. Alberto Pellai, guru dell’educazione sessuale molto ben introdotto anche nel mondo cattolico. L’autore – con la sua fatica - si ripromette di andare a insegnare ai nostri figli come conoscere “Tutta la verità sull’amore e sessualità”.

Considerando la natura della pubblicazione, il sottotitolo mi pare un tantino borioso, ma tant’è…

Io però vengo dalla generazione romantica e cavalleresca e per me – seguendo le poche parole di mio padre in merito – le donne non si toccano neanche con un fiore, quindi leggere che a bambini e bambine di 9 anni (dicasi nove anni) si spieghi - con dovizia di particolari e con l’ausilio di immagini dettagliate (vedi pagina 114) - il funzionamento della vulva, del meato uretrale e del *censura*oride mi provoca qualche fastidio. Quando poi leggo a pag. 137 che “due persone che si amano molto (…) Possono decidere di fare l’amore cioè di esprimere quello che provano in un modo molto speciale: stanno molto vicini e così l’uomo può far entrare il suo pene nel corpo della donna attraverso l’apertura della vagina”, il fastidio lascia posto all’orrore.

Si, avete capito bene, orrore. Sono infatti convinto sia orribile trasmettere ai bambini di nove anni nozioni di meccanica sessuale quando magari non l’hanno chiesto e comunque non hanno né gli strumenti né la capacità di reggere l’immenso portato emozionale, psicologico e relazionale dell’amore. Stiamo togliendo ai nostri figli la magia della vita, la poesia dei corpi e delle anime, il mistero dell’amore, sostituendo il tutto con tristi pubblicazioni in ossequio agli “Standard dell’educazione sessuale” dell’OMS.

Penso sia orribile che tutto questo sia veicolato da libricini scolastici, con tanto di “compitino” per riempire le paroline mancanti in fondo al testo…. Sono soprattutto terrorizzato che tutto questo avvenga a scuola, in un contesto di algida e comunisteggiante “pubblica istruzione”.

Ci sono cose che un uomo deve apprendere da suo padre e una donna deve apprendere da sua madre. E poi ci sono cose che ciascuno deve scoprire da solo. Da sempre spetta ai genitori il compito di custodire e tramandare il segreto della vita, quel segreto che ci rende pienamente umani, in cui riposa tutta la nostra forza e tutta la nostra dignità, quel segreto che porta l’uomo a sfiorare l’eternità, a sfidare il tempo e la morte, a toccare il cielo. Con questi libricini stiamo demandando a ignoti “specialisti” – per bravi che siano – il più prezioso dei legati che un genitore può lasciare ai suoi figli.

La generazione che verrà, sarà espertissima di tecniche sessuali. A 5 anni il sesso fetish, come proposto da:“Piselli e farfalline” di Vittoria Facchini, dove un uomo adulto nudo succhia i piedi di una donna altrettanto nuda e la didascalia informa che “ai corpi e ai cuori fa piacere assaggiare tutti i sapori, sentire i profumi e gli odori”. A nove anni il sesso “del missionario” come proposto dal libro del cavolo. Poi magari a 16 il sesso gay come al liceo di Perugia, poi le varie perversioni catalogate sui siti porno in una infinita girandola del sesso discount, per presto approdare al non senso...

I ragazzi conosceranno fin da giovanissimi come si fa a far sesso, ma non sapranno più – neppur da grandi - come si fa a far l’amore… Giovani nel corpo, ma morti nell’anima.

I dotti assicurano che questo sfacelo è in realtà il progresso che avanza e che tanto lo saprebbero dai compagni o dal cellulare e che così si prevengono le gravidanze indesiderate e le malattie veneree. Sicuri? Perché i fatti sono testardi: nei civilissimi Stati Uniti, dopo anni e anni di educazione sessuale di Stato nelle scuole elementari, assistiamo ad un record di gravidanze indesiderate tra le più giovani; lo stesso in Gran Bretagna e in Nord Europa, mentre nella arretrata e borbonica Italia, dove fino a pochi anni fa erano i genitori a educare i loro figli, i tassi di gravidanza tra le under 14 sono tra i più bassi al mondo. Tassi ovviamente in leggera crescita, visto il proliferare della stramaledetta educazione sessuale di Stato fin dalla più tenera età…

Del resto non serve la fantascienza per capire che se a un ragazzino di nove anni spieghiamo a scuola come si fa a copulare non possiamo poi meravigliarci che passi in men che non si dica dalla teoria alla prassi, magari con la vicina di casa o con la compagna di banco. Perché non gli spiegargli come costruire una bomba? (Si, una bomba... Perché la potenza contenuta in quel gesto è una vera e propria bomba atomica, capace di portare vita o di portare morte a sé e agli altri a seconda dell’uso che se ne fa.) Noi stessi adulti non sappiamo governare l’immensa energia creatrice della sessualità, e pretendiamo che un libricino da 7 Euro faccia il nostro lavoro? Stolti.

Impariamo a tenere i nostri figli a casa nelle ore di educazione sessuale e profittiamo per legger loro “il piccolo Principe”, oppure raccontiamo loro di Ulisse e Penelope, di Amore e Psiche, di Ettore, di sua moglie e del loro piccolo Astianatte. Lasciamo che si commuovano leggendo di Tristano e Isotta, mostriamo nel cielo estivo le costellazioni di Perseo e Andromeda, sveliamo loro i misteri della vita affettiva con la bellissima storia di Tobia e Sara o con gli immortali versi di Dante e Shakespeare. Facciamo loro ascoltare la Turadont, portiamoli a vedere le statue di Canova o i dipinti di Chagall. E insegniamo loro la difficilissima arte del pudore, della verecondia, della riservatezza. Nutriamo la loro anima di amore, quello vero. Il corpo capirà da solo cosa fare quando l’anima avrà incontrato la sua anima. E quando sarà il momento. Senza fretta. Lasciando sempre spazio alla meraviglia.

Per carità, viviamo in una società pluralista, e ognuno insegni ai suoi figli quel che gli pare. Sappia però bene - chiunque avesse in mente di avvicinarsi ai miei di figli con il manuale del piccolo Kamasutra - che non tollererò cose del genere, abbiano o no il bollino di qualche ministero inutile, di qualche sessuologo di grido, di qualche università venduta o di qualche prete svampito.

Sappia inoltre che non sarò solo, visto che avremo cura di spiegare nel dettaglio agli altri genitori (compresi i numerosi amici mussulmani), quello che si sta cercando di inculcare più o meno subdolamente ai nostri figli. Siamo per l’accoglienza no? Sono sicuro che saprete rispettare e accogliere il mio, il nostro, punto di vista.

Anche perché nell’art. 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, nell’art. 30 della Costituzione e nell’art. 315 bis del Codice Civile c’è scritto che abbiamo ragione noi.

 

Simone Pillon

da EducazioneLibera del 23/2/2017

Argomento: Socialismo

Il Beato Giuseppe Toniolo contro lo spretato Romolo Murri XVII legislatura - Comportamento dei parlamentari 

 

  1. Noi cattolici molto spesso ci fidiamo troppo e votiamo in base ai “sentito dire”.
    C'è anche chi controlla i programmi pre-elezioni... ma quasi mai ci ricordiamo di verificare a posteriori se le promesse sono state mantenute.

     
  2. Per aiutare il discernimento, anche in vista delle prossime elezioni, sono stati esaminati - in modo imparziale e basandosi sulle fonti ufficiali di Camera e Senato - i comportamenti di tutti i deputati e senatori.
     
  3. L’attenzione è stata limitata alle sei leggi contro la famiglia varate dal Governo del Partito Democratico e Area Popolare (Nuovo Centro-Destra, UDC) e riassunti in un file excel di facile consultazione che permette una verifica puntuale di comportamenti dei singoli e dei partiti.
    Si può scaricare cliccando qui:
    http://www.fattisentire.org/db/20170210_Leggi_sensibili_riepilogo.zip
     
  4. Le leggi analizzate sono le seguenti:
  • Semplificazione del procedimento per divorziare
  • Divorzio breve
  • Buona scuola (introduzione del “gender” al comma 16)
  • Ius culturae (annacquamento dell’identità italiana)
  • Unioni civili (nozze gay)
  • Cyberbullismo (divieto di dissentire dalla diffusione dell’omo‑sessualismo)

Per ciascuna votazione, sia della Camera che del Senato, le valutazione sono state attribuite così:
- favorevole alla legge anti-famiglia, punti -2
- contrario alla legge anti-famiglia, punti +1
- astenuto o assente, punti -1

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Il risultato è ricco di sorprese: quasi tutti coloro che davanti alla TV si proclamano difensori della vita e della famiglia hanno qualche pecca.
Tuttavia, ci sono anche 6 deputati e 7 senatori che hanno votato sempre bene ma nessuno lo dice.

Vediamo subito i nomi dei “bravi”:

  • DEPUTATI a punteggio pieno:
  1. Borghesi Stefano (LEGA NORD, Circoscrizione Lombardia 2)
  2. Bragantini Matteo (Gruppo Misto, Circoscr. Veneto 1)
  3. Guidesi Guido (LEGA NORD, Lombardia 3)
  4. Molteni Nicola (LEGA NORD, Lombardia 2)
  5. Prataviera Emanuele (Gruppo Misto, Veneto 2)
  6. Rondini Marco (LEGA NORD, Lombardia 1)
  • SENATORI a punteggio pieno:
  1. Aracri Francesco (FORZA ITALIA Lazio)
  2. Bruni Francesco (Conservatori&Riform, Puglia)
  3. D’Ambrosio Lettieri Luigi (Conservatori&Riform, Puglia)
  4. Gasparri Maurizio (FORZA ITALIA Lazio)
  5. Mandelli Andrea (FORZA ITALIA Lombardia)
  6. Milo Antonio (ALA Scelta civica, Campania)
  7. Tarquinio Lucio (Conservatori&Rifor, Puglia).
     

Meno sorprese, invece, per quanto riguarda la valutazione complessiva del voto medio dei partiti.

  • Camera, i due peggiori partiti sono:
    • Partito Democratico (punti medi -9,98)
    • Minoranze linguistiche (punti medi -9,67).
  • I due migliori sono:
    • Gruppo Misto – Fare! (punti +4,67)
    • Lega Nord (+1,04).
  • Senato, i due peggiori:
    • Partito Democratico (punti -7,61)
    • Area Popolare – Nuovo Centro-Destra – UDC (punti – 5,82).
  • I due migliori:
    • Conservatori e Riformisti (punti +1,44)
    • Forza Italia (Punti +0,88).

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Da oggi è quindi a disposizione dei cattolici ed in generale di chiunque abbia a cuore la vita e la famiglia uno strumento per non venire di nuovo tradito!

Non facciamoci più buggerare o incantare da promesse e programmi: verifichiamo personalmente chi ci chiede il voto.

Scarichiamolo e facciamolo conoscere a tutti!

 

FattiSentire.org, gennaio 2017

 

 

P.S.
La raccolta di tutti i files excel utili a verificare la visione sintetica è scaricabile da qui:
http://www.fattisentire.org/db/20170210_senato.zip
http://www.fattisentire.org/db/20170210_camera.zip

Argomento: Politica

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