L'IRRICEVIBILE PROPOSTA DI VIETARE L'OBIEZIONE DI COSCIENZA.

IL VERO FONDAMENTO DELL'OBIEZIONE DI COSCIENZA.

 

L’editoriale parso sulla rivista Micromega del 25 febbraio di Paolo Flores d’Arcais intitolato “Aborto, abrogare l’obiezione è l’unica soluzione”, prendendo spunto dalla vicenda laziale dell’assunzione, da parte della Regione, di due medici ginecologi non-obiettori vincolati contrattualmente alla pratica delle interruzioni di gravidanza (i due neo-assunti si impegnano a praticare aborti pena il licenziamento per inadempienza contrattuale), si fa promotore d’una sostanziale modifica della legge 194 con l’abrogazione del diritto all’obiezione di coscienza ivi sancito.

Si potrebbe rispondere al direttore di Micromega in molti modi, ad esempio ricordando il rilievo costituzionale del diritto all’obiezione di coscienza, oppure, scendendo sul terreno delle sue argomentazioni, rilevando che la pratica degli aborti non è la funzione propria del medico ginecologo (che è invece la cura delle patologie afferenti l’apparato genitale femminile) e che dunque il rifiuto a praticarli da parte dei ginecologi obiettori non è assimilabile al rifiuto di un ipotetico militare di carriera (ipotesi svolta come esempio da Flores d’Arcais) che rinnegasse l’uso delle armi, dove l’uso delle armi è il proprio del militare.

Piuttosto i medici obiettori sono assimilabili a quegli insegnanti che, innanzi alla pretesa d’un regime di trasformarli in indottrinatori della gioventù all’ideologia ufficiale, volessero continuare a insegnare lettere, storia, matematica, geografia, etc. ovvero ad essere insegnanti e non diventare propagatori dell’ideologia di partito. Oppure a quei medici che, di fronte a improprie richieste dello Stato (es. distinguere i pazienti per razza, applicare protocolli eugenetici e non di cura,  ad esempio, finalizzati alla eliminazione di certi soggetti) volessero continuare ad essere medici e semplicemente medici, ovvero professionisti dediti alla cura del malato.

La professione del medico ginecologo consta nella cura delle malattie di un determinato apparato del corpo umano femminile e, dal momento che la gravidanza non è una malattia e l’aborto non è una cura, non nella pratica di ivg. La dignità della professione medica, così come la sua deontologia, anche ove non si volesse considerare la natura in se stessa criminale dell’aborto, imporrebbero ai medici il rifiuto di detta pratica. Non è quindi anti professionale, come sostiene Flores d’Arcais, il rifiuto, bensì lo è l’acconsentirvi trattandosi di una pratica che in nulla può essere definita come curativa  e, dunque, estranea (in quanto omicidio, poi, contraria) alla ratio della professione medica.

Ciò detto, dobbiamo avere il coraggio di riconoscere la debolezza di una posizione pro-vita che facesse forza sul diritto all’obiezione di coscienza così come sancito dalla 194 o come emergente dal dettato costituzionale interpretato dalla giurisprudenza della Consulta. Debolezza non solo perché tale diritto sarebbe facilmente negabile da una iniziativa legislativa o da un nuovo pronunciamento della Corte Costituzionale, non solo perché i segni di un progressivo cedimento ed erosione ci sono già tutti (l’iniziativa della Regione Lazio è un esempio ma la negazione del diritto all’obiezione di coscienza potrebbe facilmente venire dalla giurisprudenza europea  in materia di aborto, etc.) ma perché è la ratio dell’obiezione di coscienza così come intesa dal nostro vigente ordinamento ad essere in se stessa problematica.  Lo dobbiamo dire, ammettendo così che molti, troppi impegnati nella battaglia per la vita si sono lasciati abbagliare, come allodole, dagli specchietti della 194 sino all’assurdo odierno di cattolici schierati a difensori della 194, impegnati a rivendicarne lo spirito e la piena attuazione.

L’errore è antico, essersi illusi, forse per spirito irenico, che bastasse il riconoscimento dell’obiezione di coscienza per rendere accettabile lo scandalo dell’omicidio di Stato a danno dei concepiti non ancora partoriti. Una simile logica è perversa e pervertitrice perché porta alla pacifica accettazione del male, ad un relativismo cinico. Che lo Stato uccida pure, che l’ospedale in cui lavoro uccida pure, che il collega con il quale lavoro gomito a gomito tutti i giorni uccida pure, purché non lo debba fare io. Ovviamente non intendiamo affermare che tale cinismo sia dei medici obiettori, piuttosto rileviamo che questa è la logica  della 194 riguardo l’obiezione di coscienza.

Vi è in tutto ciò uno spaventoso e inaccettabile soggettivismo quasi che il bene e il male siano questione tutta individuale, di personale coerenza con una propria soggettiva convinzione. L’obiezione di coscienza è intesa come un diritto alla coerenza con la propria opinione, indifferentemente da quale sia questa opinione, dalla sua fondatezza o meno, dalla sua verità o falsità.

E i cattolici, non tutti ma molti, ci sono cascati, in questa logica folle. Che poi, paradossalmente, è la stessa logica dei radicali nel loro sostenere aborto, eutanasia, etc. .. la logica dell’autodeterminazione individuale. L’obiezione di coscienza come sancita dall’ordinamento vigente è una particolare declinazione del principio di autodeterminazione, lo stesso invocato a fondamento dei pretesi diritti all’eutanasia, al suicidio (assistito), all’aborto (letto, peraltro, come autodeterminazione della donna), etc. Assente, completamente assente, il piano oggettivo della verità, del bene, della giustizia. Tutto è risolto nel “diritto” a disporre liberamente di sé, ad obbedire unicamente alla propria opinione: il nichilista lo eserciterà nel suicidio, il testimone di Geova (per citare un esempio svolto da Flores d’Arcais) nel rifiutare la trasfusione di sangue, il ginecologo pro-vita nel rifiutarsi di praticare aborti.

Ovviamente i ginecologi e gli infermieri fanno bene a esercitare l’obiezione di coscienza , lo scriviamo per non essere fraintesi. Ciò che contestiamo è la logica della 194 (obiezione di coscienza compresa) e non la sacrosanta e doverosa scelta pro-vita degli obiettori. La 194 è diabolica anche lì dove appare buona, ovvero dove concede il diritto all’obiezione di coscienza perché lo sancisce secondo la ratio liberal-radicale del principio di autodeterminazione individuale, del soggettivistico diritto alla coerenza con la propria opzione. Il rifiuto ad uccidere degli obiettori diventa una mera opzione soggettivamente scelta, parimenti  opzione soggettivamente scelta è quella di uccidere dei non-obiettori. E a garantire il diritto della opzione pro-vita è la legge positiva dello Stato che introduce l’omicidio di Stato dei concepiti non ancora partoriti.

L’obiezione vera non è quella prevista dalla 194 ma quella classico-cristiana, quella che il professor Castellano ha denominato “obiezione della coscienza” (per distinguerla dalla “obiezione di coscienza” della vulgata contemporanea) ovvero il giudizio della ragione pratica che riconosce come male l’obbedienza ad una certa norma perché la norma stessa è riconosciuta come ingiusta. L’obiezione della coscienza non rivendica il diritto alla coerenza  con una propria convinzione ma il dovere di disobbedire e resistere alla legge ingiusta, non si colloca nel soggettivo ma giudica la norma positiva alla luce di un ordine oggettivo di giustizia razionalmente conosciuto, non si chiude nel privato ma, dichiarando ingiusta la norma che disobbedisce, pone la questione sul piano pubblico del bene (comune) e della legittimità.

L’obiezione della coscienza è sempre una contestazione del potere che ha legiferato perché in se stessa afferma, mentre disobbedisce, l’illegittimità della norma contestata. L’obiezione della coscienza è sempre, se è vera obiezione, una sfida al potere ingiusto, un “Non ti è lecito!” (Mc 6, 18) detto in faccia allo Stato.

Si diceva che i cattolici, i pro-vita sono stati in molti abbagliati dagli specchietti per allodole della 194 e ora si giunge così al paradosso che, mentre i laicisti radicali culturalmente e legislativamente vincitori lavorano per modificare la 194 in senso peggiorativo, i cattolici se ne fanno difensori.

La militanza cattolica e pro-vita deve invece fuggire dalla trappola liberal-radicale, rifiutare la logica del principio di autodeterminazione (che sostanzia pure il principio dell’obiezione di coscienza intesa come diritto al coerenza con se stessi, con la propria opinione), esercitare la vera obiezione della coscienza ovvero disobbedire alla legge perché ingiusta, dichiararla ingiusta, dichiararla illegittima, riaffermare il principio razionale per il quale una legge ingiusta non è legge ma corruzione della legge e non obbliga proprio nessuno. Affermare con forza che una legge non è “che un comando della ragione ordinato al bene comune, promulgato da chi è incaricato di una collettività” (S. th. I-II, q. 90, a. 4),  non un atto di volontà sovrana, e che dunque  “la  legge  umana  in  tanto  è  tale  in  quanto  è  conforme  alla  retta ragione  e  quindi  deriva  dalla  legge  eterna.  Quando invece  una  legge  è  in  contrasto  con  la  ragione,  la  si  denomina  legge  iniqua;  in  tal  caso  però  cessa  di  essere  legge e diviene piuttosto un atto di violenza” (S. th. I-II, q. 93, a. 3, ad 2).  Contestare, insomma, il positivismo giuridico e il convenzionalismo normativo, riaffermare il diritto naturale per non finire, come purtroppo oggi molti, a tentare di difendere la vita con i principi dei radicali e trovarsi poi quasi inavvertitamente a difendere i principi dei radicali  mettendo tra parentesi la difesa della vita.

L’obiezione all’aborto deve essere contestazione di legittimità alla legge che lo consente, deve essere affermazione della verità che l’aborto è omicidio, che chi lo pratica non esercita una opzione tra opzioni ma si macchia di un orrendo delitto. In ultima analisi l’obiezione all’aborto non può essere irenica verso chi lo compie, verso lo Stato che lo consente e pratica, se vera obiezione è necessariamente denuncia di illegittimità e accusa.

Don Samuele Cecotti, 03-03-2017
per: http://www.vanthuanobservatory.org/notizie-dsc/notizia-dsc.php?lang=it&id=2460
 

Argomento: Socialismo

 Stoccolma come Rotherham: stupri nascosti in nome del "multikulti"

 

stoccolma festival  "Corsi e ricorsi storici" avrebbe detto Giambattista Vico di fronte all'ennesimo caso di censura ideologica targata politicamente corretto.
Ancora un caso in cui le notizie che scottano vengono nascoste sotto la botola che nasconde tutto quello che può turbare il mito del multiculturalismo. 
 
Siamo ancora in Svezia. La stessa Svezia che i media hanno continuato a difendere dagli "attacchi insensati" di Donald Trump. La Svezia dell'Ikea che ci ricorda ogni giorno che, a conti fatti, vale tutto, l'importante è sentirsi se stessi, la Svezia che ancora qualcuno osa portare a modello di integrazione e oasi di pace.
 
Lo scorso anno anche il New York Times riportava le ansie svedesi, rese ancora più intense dai fatti estivi, come la storia di una donna e di suo figlio accoltellati a morte in un negozio Ikea di Vasteras da un richiedente asilo dell'Eritrea. Ma erano altri tempi, non c'era da difendersi dal pericolo trumpista. E noi che, invece, osiamo mettere in discussione quel paradiso in terra, finiamo per essere tacciati su Facebook come propagatori di bufale. Anche se, per raccontarvi l'ennesima storia taciuta di violenze sessuali da parte d'immigrati ai danni di ragazzine, per lo più minorenni, è servito uno stomaco di ferro, più che la fantasia.

 

La verità è che la Svezia, oltre agli stupri che aumentano in maniera esponenziale, le violenze, le aggressioni sessuali, i sobborghi messi a ferro e fuoco da immigrati che stanno prendendo il sopravvento su di una popolazione che, vittima di se stessa e di politiche contro la natalità, sta scomparendo, ha subito qualcosa di molto simile alla Gran Bretagna, quella del caso Rotherham che abbiamo raccontato sull’Occidentale, migliaia di ragazze molestate e aggredite sessualmente da immigrati asiatici e di fede musulmana.

"We Are Sthlm" – noi siamo Stoccolma – è un festival musicale che si tiene ogni anno, solitamente ad agosto, nel centro della città svedese, dal 2000. Una manifestazione talmente famosa e nota che, per intenderci, nel 2013 ha raggiunto la soglia di oltre mezzo milione di visitatori nel corso dei sei giorni. Considerato come il più grande festival musicale della gioventù d'Europa, è frequentato da ragazzi che hanno dai tredici ai diciannove anni. Ma quando a gennaio 2016 i fatti di Colonia – le molestie e le aggressioni alle donne tedesche la notte di Capodanno del 2016 – riescono a venire fuori e fanno il giro del mondo, una certa angoscia, o paura, o, semplicemente, una pulce nell'orecchio, riesce a dare coraggio a uno dei più noti quotidiani svedesi, con sede proprio a Stoccolma, Dagens Nyheter.

Così, il grande pubblico entra in contatto con la scabrosa serie di violenze sessuali avvenute durante il festival musicale, messe a tacere nel terrore d'essere tacciati di razzismo. Nel rapporto pubblicato dal DN vengono denunciati un numero indecifrato di stupri avvenuti nelle edizioni del 2014 e 2015 del festival, che la polizia, messa al corrente dei fatti, ha preferito insabbiare.

Esattamente come a Rotherham, nel Regno Unito. Inizialmente il giornale svedese riceve la soffiata da uno psicologo – che aveva incontrato, come pazienti, alcune vittime – ma non viene dato seguito alla denuncia. Contattata da un altro quotidiano svedese, il Nyheter Idag, la redazione del Dagen Nyheter ammette di essere stata contattata dallo psicologo – sotto anonimato – e che non avendo avuto manforte dalle forze dell'ordine ha preferito congelare per un po' la pubblicazione della storia. La redazione del giornale prova a giustificarsi, spiegando che l’editore non era interessato al caso, e chi avrebbe dovuto non insiste, pensando che una storia del genere avrebbe solo fomentato sentimenti razzisti in città.

Una patata bollente che tutti cercavano di scaricare. Fino a quando lo stesso Dagens Nyheter decide di pubblicare tutto. 

I giornalisti scoprono un memorandum interno della polizia in cui si esorta alla vigilanza durante il festival, dati i problemi delle edizioni precedenti, quando erano stati registrati casi di "giovani che si strofinavano contro le ragazze". Documento in cui la stessa polizia faceva menzione di immigrati per lo più provenienti dall'Afghanistan. Il 63% delle vittime prese di mira ai concerti non aveva neanche quindici anni. 
Anche il New York Times, lo scorso gennaio, fa riferimento ai fatti, in un breve pezzo, in cui riporta le dichiarazioni di un certo David Brax. Ricercatore sui crimini d'odio presso l'Università di Goteborg, Brax ritiene opportuno confidare al giornale quanto sia stato comprensibile il modus operandi della polizia.
Perché nel rendere pubblico quanto accaduto, le autorità svedesi avrebbero soltanto intensificato i sentimenti di paura della popolazione nei confronti degli immigrati. Insomma, meglio nascondere tutto.
Non solo. Secondo il professor Brax, e tanti altri come lui, questo genere di storie hanno come risultato semplicemente il portare acqua al mulino della "destra antimmigrazionista".

Ma è difficile tenere coperte 38 segnalazioni di stupri e violenze sessuali. E i dati sull’accaduto sono, ancora oggi, incerti.
L'edizione di un quotidiano locale svedese, sempre lo scorso gennaio, accusa la polizia di non voler dichiarare il vero numero di quanti erano rimasti coinvolti nei tragici eventi, e che, però, almeno 50 dei sospettati erano rifugiati afghani, "arrivati in Svezia senza genitori".
Secondo la BBC nell'agosto 2015 duecento persone, contemporaneamente, erano state espulse dal Paese, senza che però venisse fatta menzione di aggressioni sessuali. 
Ma non finisce qui. Un funzionario di polizia, che ha chiesto e ottenuto che il suo anonimato fosse rispettato, lo scorso anno raccontò all'ennesimo giornale locale che non si trattava mica di un fenomeno nuovo. La prima volta che lui stesso era entrato in contatto con episodi di stupri e violenze sessuali, il festival si chiamava ancora "Ung08", ed era il 2008. Parliamo di almeno otto anni fa.

L’agente conferma inoltre il sospetto che le aggressioni sessuali nel corso degli anni siano state molte di più di quelle che si potevano immaginare e che, già nel 2008, chi era a capo dell'organizzazione del festival aveva chiesto alla polizia di non andare troppo a fondo. Senza trovare alcuna resistenza.
Sebbene, poi, casi di stupri fossero stati registrati ancora prima. Già nel 2006 all'Arvika Festival, un altro raduno musicale annuale svedese, vennero denunciati due stupri cui la polizia, non trovando testimoni, non diede seguito.
Ad arricchire la cornice dei fatti già di per sé surreale, il Guardian, mentre i dettagli della vicenda vengono a galla, pensa bene di dare voce ad una certa Susanna Udvardi, direttore di una delle Ong che si occupa di aiutare i rifugiati ad integrarsi nel sud della Svezia:  "il volgare trattamento degradante delle donne, tra cui le molestie gravi, è ben lungi dall'essere appannaggio di uomini del Medio Oriente. Sono costernata dal clima semplicistico che anima il dibattito svedese. I rifugiati hanno enorme rispetto per le donne", dice l'esperta.
Il genere di commenti perentori che fanno bene alle vittime e ai loro parenti.

Ma per restare al "clima semplicistico", il quotidiano Expressen, ancora l'anno scorso, riportava oltre al consueto registro politicamente corretto sull'identikit degli aggressori – "tipo di origine africana", "aspetto asiatico", "pelle scura", "origine straniera"  –,  le dinamiche delle violenze di cui i giornalisti erano riusciti a venire a conoscenza. In ognuno dei giorni dell'edizione 2014 del festival, si era verificato almeno un episodio di violenza sessuale.
Alcune talmente terribili, che abbiamo preferito non riportarle. Quindicenni prese a calci e poi violentate da non ancora diciottenni identificati come "stranieri", in molti casi non identificati affatto.
Tant'è vero che nella lunghissima lista di episodi riportati dal quotidiano, l'espressione "colpevoli sconosciuti", ricorre spesso. 
Quasi tutti, comunque, pakistani, afghani, di origine eritrea.
Le ragazzine venivano immobilizzate, ustionate con i mozziconi di sigarette, stuprate in branco.
Dinamiche simili ripetute ad oltranza da uomini che uscivano di notte, a torso nudo, con le maglie legate in vita, certi che in quella folla avrebbero trovato ciò che cercavano. Gli aggressori non cercavano luoghi isolati, ma la folla, impassibile, assuefatta, forse, dalla musica, chissà.
Convinti che, tanto, poi, nessuno avrebbe osato reagire o dire qualcosa.

Ogni caso, infatti, archiviato, per mancanza di prove.
Tra tutti i sospetti, un solo quindicenne è stato arrestato. Accusato di aver stuprato due quattordicenni, se l'è cavata con 25 ore di servizio sociale e una multa di mille euro da pagare come risarcimento alle ragazze.

Sono storie che non diventano notizie, se non quando il caso appare eclatante.
Perché della dark side dell'immigrazione, del multiculturalismo e dell'islam, non si può parlare.
L'importante è non ammettere il problema, e provocare e insultare chi osa denunciarlo.

 

di Lorenza Formicola | 02 Marzo 2017 per https://www.loccidentale.it/articoli/144746/stoccolma-come-rotherham-stupri-nascosti-in-nome-del-multikulti
Argomento: Islam

 Obbligo di fare il male. Nuovo totalitarismo e cattolici distratti.

 10-03-2017 - di Stefano Fontana

 
 

 La definitiva approvazione in Francia della legge che punirà chi cercherà di distogliere le donne dall’aborto è un nuovo segno che la soglia del totalitarismo è stata superata. Questa soglia viene superata quando lo Stato non solo permette il male ma anche obbliga a farlo e considera reato fare il bene. Quando lo Stato non solo ammette per legge deviazioni dal diritto naturale ma le impone, obbligando ad un diritto innaturale o contro-naturale. Quando diventano non negoziabili i principi contrari a quelli non negoziabili. 

Tutti vedono che questa soglia è stata superata ormai in molti casi. Lo era stata, per esempio, quando la Corte suprema americana aveva obbligato tutti gli Stati federati a contemplare per legge il matrimonio tra persone omosessuali. Lo era stata quando il Parlamento francese aveva approvato la legge Taubira sul “matrimonio per tutti” senza concedere l’obiezione di coscienza ai sindaci. Lo abbiamo anche visto quando in Italia è stata approvata la legge Cirinnà sulle unioni civili. Da quel momento, infatti, qualsiasi politica familiare sarebbe andata anche a vantaggio delle unioni civili. Nessuna amministrazione pubblica, da allora, può esimersi dal fare il male: tutte vi erano obbligate. Lo è stata, di recente in Italia, quando l’Ospedale San Camillo di Roma ha indetto un concorso per soli medici abortisti e quando una Asl di Treviso ha indetto un concorso per due posti di biologo che non facciano obiezione alla fecondazione artificiale.

E’ da tempo che ci si è messi su questa strada. Nella storia le cose possono cambiare. Ma questo non ci esime da valutare le tendenze in atto che, da questo punto di vista, sono molto preoccupanti. Ammettiamo che vadano in porto le leggi attualmente giacenti al Parlamento italiano. Ne uscirebbe uno Stato che impone di fare il male: ai giornalisti, agli insegnanti, ai dipendenti pubblici, ai medici, ai farmacisti, agli infermieri... Pensiamo, per esempio, al disegno di legge sull’eutanasia attualmente in discussione alla Camera. Il medico sarebbe costretto a rispettare le Disposizioni anticipate di trattamento del paziente anche se il paziente stesso avesse cambiato nel frattempo idea, dimenticandosi di revocare la DAT, e se lui stesso, il medico, fosse eticamente contrario. Saremo obbligati ad uccidere, a diseducare i nostri ragazzi nelle scuole, a presentare l’omosessualità come cosa normale.

Saremo obbligati. Lo saremo dal nostro Stato ed anche dall’Unione europea e dagli organismi internazionali. Nei giorni scorsi il Parlamento europeo ha chiesto di aumentare il finanziamento dell’aborto nel mondo per compensare i tagli della nuova amministrazione americana.

Volgiamo lo sguardo attorno ma non vediamo una grande presa di coscienza della situazione. Veramente si crede di far fronte a questa situazione con il dialogo? Non ci è dato di sapere se ci sarà e quale sarà il livello oltre il quale i cattolici diranno di no e si tireranno fuori. Quale soglia dovrà essere superata perché si dica no allo Stato oppure no all’Europa?

Molti si chiedono cosa fare. Certamente la prima cosa da fare è tornare a fare quello che si sarebbe dovuto fare; impegnarsi e battersi per i principi non negoziabili. A seguito del “caso San Camillo” ricordato sopra, il generale atteggiamento dei cattolici è stato di protestare perché così “viene snaturata la legge 194”. In questo modo i cattolici si sono atteggiati a difensori della legge che permette l’aborto. I cattolici hanno smesso da molto tempo di combattere contro quella legge ed ora se ne fanno paladini. E’ la logica del male minore che presenta il conto. I cattolici hanno anche ormai cessato di lottare contro lo stravolgimento delle legge 40 sulla fecondazione assistita. Lo stesso dicasi per la Cirinnà. Ora, la prima cosa da fare è ricominciare a combattere.

Oltre a stare “dentro” combattendo, i cattolici dovrebbero però cominciare a pensare anche a costruire scialuppe di salvataggio e arche di Noè. Iniziative ed opere – scuole prima di tutto – libere perché viventi al di fuori dello Stato. Come fecero dopo l’Unità d’Italia, ma in forme nuove. Se l’obbligo a fare il male diventa istituzionale, bisogna tirarsi fuori il più possibile dalle istituzioni.

Stefano Fontana

Direttore dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân
http://www.vanthuanobservatory.org/notizie-dsc/notizia-dsc.php?lang=it&id=2466

Argomento: Politica

 La morte di Fabiano Antoniani, 40 anni compiuti il 9 febbraio scorso, il dj rimasto cieco e tetraplegico dal 2014, in seguito ad un incidente stradale – e recatosi in Svizzera per porre fine a quella che considerava «una lunga notte senza fine» – è al centro, come prevedibile, di un dibattito inteso, senza dubbio appassionato, ma estremamente disonesto, nel quale le imprecisioni abbondano a tutto vantaggio di una lettura emotiva e non ragionata dei fatti. Per cercare di rimettere ordine, ritengo opportuno mettere a fuoco alcuni aspetti fondamentali, al di là dei quali l’intera vicenda continuerà ad essere equivocata.  Anzitutto, c’è da dire che Dj Fabo non era un paziente terminale dilaniato dalle sofferenze fisiche. Era, certo, una persona colpita da una condizione molto grave e senza, sulla base delle conoscenze attuali, concreta prospettiva di ripresa, ma non stava morendo. Versava cioè in una situazione serissima, ma la malattia e l’accanimento terapeutico – che si concreta nella somministrazione di cure inutili, sproporzionate o addirittura controproducenti per la salute di un paziente – non c’entravano affatto col suo stato. Sostenere il contrario, molto semplicemente, significa ignorare i contorni dell’intera vicenda.

Una vicenda – secondo aspetto da considerare – che non si è conclusa con un’eutanasia ma, più precisamente, con un suicidio assistito. L’eutanasia propriamente detta, infatti, è legale solo nei tre paesi del Benelux (Paesi Bassi, Belgio e Lussembugo), mentre Dj Fabo era stato accolto per morire nella clinica Dignitas di Forck, ad una decina di chilometri da Zurigo, poiché in Svizzera il suicidio assistito è legale. Come mai i media, da bravi, preferiscono parlare di eutanasia? La risposta è semplice: perché sono molti più gli italiani favorevoli all’eutanasia che al suicidio assistito. E chi vuole condizionare l’opinione pubblica, lo sa benissimo.

Un terzo aspetto da considerare è strettamente procedurale. Dignitas stessa, infatti, tiene a precisare che «per ogni singolo caso, un viaggio di questo genere, il colloquio con un medico, la redazione di una ricetta e il suicidio assistito è preceduto da un iter DIGNITAS che normalmente richiede fino a tre mesi, ma che può durare anche più a lungo. Solo dopo questa procedura preparatoria, entro tre o quattro settimane, potrà aver luogo il suicidio assistito» (Come funziona Dignitas, p.4). Ora, come sappiamo Dj Fabo è morto ieri, lunedì 27 febbraio. Ecco, anche se molti non lo fanno osservare, non si tratta di una data casuale.

Per un motivo semplice: è lo stesso giorno in cui era stato calendarizzato dalla conferenza dei capigruppo della Camera dei Deputati, l’inizio della discussione del disegno di legge sulle direttive anticipate e sul consenso informato. Ora, possibile che una morte che richiede – secondo Dignitas – un iter di diverse settimane, sia avvenuta proprio in questa data, o forse tutto ciò risponde ad un disegno politico? Pare il caso di chiederselo. Di certo la tempistica, come si è visto, dà da pensare. Inclusa quella di diffusione della notizia. A chi non l’avesse notato, infatti, ricordiamo che dj Fabo è morto alle 11:40, neppure dieci minuti dopo – alle 11:48 – Marco Cappato, che lo aveva accompagnato in Svizzera, ha twittato “la notizia”, che alle 11.55 era già il titolo di apertura di tutte le grandi testate nonché quella di tutti i telegiornali. Nessun complottismo, sia chiaro, ma se qualcuno avesse cinicamente pianificato a tavolino il tutto, per dare una eco mediatica massima a questo fatto, non avrebbe potuto fare di meglio. A questo punto, uno potrebbe intelligentemente obiettare che si sta parlando di una morte per suicidio assistito, mentre il Parlamento si sta occupando di biotestamento.

Ebbene, questo qualcuno coglierebbe nel segno nell’evidenziare che o le due cose – il suicidio assistito di Fabo e il testamento biologico – sono disgiunte, oppure strettamente connesse pur sembrando distinte. L’ipotesi corretta è la seconda. Infatti, anche se formalmente il suicidio assistito in Italia è punito (smettiamola, per piacere, di mentire dicendo che in Italia una legge non c’è: esiste eccome, e sanziona quello che correttamente definisce omicidio del consenziente), introducendo il biotestamento, apripista dell’eutanasia omissiva, si mira a renderlo presto legale, magari grazie a qualche sentenza “creativa” della magistratura. Morale della favola, al di là del dolore per la morte del quarantenne italiano, quella che resta è la sensazione d’aver assistito ad un macabro teatrino allestito per condizionare l’opinione pubblica. Nascondendo alla gente molte curiose coincidenze così come il fatto che laddove si riconosce il diritto a morire, la morte si fa cultura e porta oltre l’immaginabile. Cito due esempi soltanto. Il primo è quello dell’Oregon, dove il suicidio assistito è legale dal 1998, e dove il tasso di suicidi nella popolazione generale è del 49% più elevato rispetto alla media nazionale; la stessa Svizzera ha un tasso di suicidio circa doppio a quello italiano.

Il suicidio assistito può favorire una tendenza al suicidio? Così sembrerebbe, ma non ve lo raccontano: i dubbi seri, a chi fa propaganda, non interessano. Secondo esempio per riflettere. E’ la storia di Anne, un’insegnante britannica recatasi pure lei nella clinica Svizzera Dignitas per ottenere il suicidio assistito. Il motivo? Non riusciva ad adattarsi alle tecnologie e ai tempi moderni, ai computer e alle e-mail, e anche al consumismo e ai fast food. Perciò ha chiesto di morire ed è stata accontentata: ne parlava Repubblica il 7 aprile 2014. Non è una bufala. Le bufale le raccontano i promotori della cosiddetta autodeterminazione assoluta, che da una parte allestiscono teatrini di morte, e dall’altra ci fanno credere che la contrarietà al suicidio sia un valore cattolico, quando basterebbe leggersi Immanuel Kant: «Chi si toglie la vita […] si priva della sua persona. Ciò è contrario al più alto dei doveri verso se stessi, perché viene soppressa la condizione di tutti gli altri doveri» (Lezioni di etica, Laterza, Bari, 2004, pp. 170-171). Che dire? Mentono, mentono sempre. Ed hanno i media dalla loro. Ma non il buon senso, che rimane esclusiva degli apoti, quelli che non la bevono.

Giuliano Guzzo

https://giulianoguzzo.com/2017/02/28/dj-fabo-la-morte-e-quello-che-ci-nascondono/

Argomento: Vita

 Difendere la libertà di opinione dei cattolici
è difendere la libertà di tutti

Come vescovo, ho il compito di guardare lontano, e a volte vedo delle cose che non riguardano soltanto noi cattolici, ma tutta la comunità civile. Scrivo per dare un segnale d’allarme finché siamo in tempo, finché l’astio delle parti non prende il sopravvento sul buon senso. Scrivo a tutti gli uomini di buona volontà e di intelligenza di qualsiasi parte politica o religiosa. Scrivo perché vedo nubi oscure profilarsi all’orizzonte.

L’immagine di riferimento. Il 20 agosto 2011 ero alla Giornata Mondiale della Gioventù del 2011 a Madrid. Ero Responsabile di Pastorale Giovanile e al sabato sera mi trovavo con due milioni di giovani alla veglia con il S. Padre all’aeroporto Cuatro Vientos, il più antico della Spagna. Già, Cuatro Vientos: un nome, una garanzia. Ad un certo punto sento soffiare con insistenza un vento proveniente da dietro di noi. Mi volto e vedo dense e oscure nubi con i tipici pennacchi filamentosi che arrivano fino a terra. Così appare la pioggia da distante. Il fatto che si trovassero proprio dalla parte dalla quale proveniva il vento significava che quelle nubi erano dirette verso di noi. Ci avrebbero messo circa 20 minuti. Ho passato voce ai giovani di organizzarsi a quattro a quattro: ciascuno di noi aveva in dotazione un telo di plastica. Uno sarebbe servito per coprire quattro zaini, uno per farci stare sopra quattro persone, preservandole dalle acque che avrebbero potuto scorrere o accumularsi al suolo, altri due per coprire, rimboccando il telo di sotto, i quattro giovani. In quel modo ci siamo salvati da un diluvio intenso e insistente che si è abbattuto sul campo interrompendo la veglia con Papa Benedetto XVI. A sei anni di distanza, con un altro ruolo, sono qui a fare sostanzialmente lo stesso: avvertire di un pericolo.

Le nubi all’orizzonte. In Francia la camera ha votato una legge che d’ora in poi consentirà di punire con due anni di carcere e fino a 30.000 euro di multa chi s’impegna per la vita e contro l’aborto usando anche i canali della comunicazione digitale.

Il vento che tira. È il vento di un reato di opinione e il vento che tira da quella direzione si chiama dittatura. Agli albori di ogni dittatura tira il vento del reato di opinione o di discriminazione, con il quale si cerca di eliminare chi non ha il pensiero “conforme”. Non potendo toccare i pensieri ci si limita a censurare le opinioni. E qui sta il confine tra la dittatura e la democrazia: la democrazia punisce i comportamenti, la dittatura non consente di esprimere liberamente le opinioni e le punisce.

La visione strategica. In questi anni come vescovo ho partecipato a molte giornate commemorative riguardanti la resistenza, l’olocausto, le foibe e altri momenti della vita civile che hanno fatto risaltare il bene della democrazia che abbiamo ereditato dai nostri padri a seguito di tragici momenti di perdita di essa nel nostro passato recente. Si sono scritte pagine di storia di altissimo valore a prezzo di grandi sacrifici. Oggi viviamo orgogliosamente nella nostra democrazia. Tuttavia essa è fragile, esposta com’è alle pressioni sociologiche della manipolazione di massa prima di tutto a livello della comunicazione sociale. È sotto gli occhi di tutti che non siamo in un’epoca di grandi statisti: un grande statista per esercitare il suo dono deve essere eletto. E per essere eletto deve essere un grande comunicatore. Questa dote, sempre più importante, sfronda in misura crescente il numero dei grandi statisti che possono mettere a frutto il loro talento. La nostra democrazia va difesa. E oggi l’attacco viene dalla parte della sociologia e della comunicazione sociale che, usate in modo improprio, possono diventare gli strumenti della manipolazione di massa e della dittatura.

Giocare d’anticipo. Ogni forma di dittatura va riconosciuta sul nascere, anche nelle sue nuove forme, prima che inneschi le sue mortali dinamiche di parte. Le idee delle dittature cambiano, ma lo stile rimane lo stesso ed è liberticida. Dobbiamo fare quadrato e dire di no al reato d’opinione, dire di no a ogni tentativo di impedire l’espressione delle proprie idee. Perché le nostre memorie civili, che sono patrimonio essenziale e irrinunciabile di tutti, cattolici e non, non vengano retrocesse a memorie di parte, valide e condivisibili soltanto per alcuni. Non temo la persecuzione. Temo la rassegnazione, che apre la strada all’orribile spettacolo del volto dell’uomo sfigurato dalla spietatezza.

mons. Guido Gallese

da: http://lavocealessandrina.it/2017/02/23/difendere-la-liberta-di-opinione-e-difendere-la-liberta-di-tutti/

Sarò un sentimentale. Sarò un romantico. Sarò un retrogrado integralista trapiantato dal medioevo. Insomma, sarò quel che vi pare, ma io non mi rassegno.

I fatti: un genitore della provincia di Vicenza mi ha inviato copia di un libricino in uso a sua figlia di quinta elementare. Il titolo del libro è “Col cavolo la cicogna”, scritto e diffuso dal dott. Alberto Pellai, guru dell’educazione sessuale molto ben introdotto anche nel mondo cattolico. L’autore – con la sua fatica - si ripromette di andare a insegnare ai nostri figli come conoscere “Tutta la verità sull’amore e sessualità”.

Considerando la natura della pubblicazione, il sottotitolo mi pare un tantino borioso, ma tant’è…

Io però vengo dalla generazione romantica e cavalleresca e per me – seguendo le poche parole di mio padre in merito – le donne non si toccano neanche con un fiore, quindi leggere che a bambini e bambine di 9 anni (dicasi nove anni) si spieghi - con dovizia di particolari e con l’ausilio di immagini dettagliate (vedi pagina 114) - il funzionamento della vulva, del meato uretrale e del *censura*oride mi provoca qualche fastidio. Quando poi leggo a pag. 137 che “due persone che si amano molto (…) Possono decidere di fare l’amore cioè di esprimere quello che provano in un modo molto speciale: stanno molto vicini e così l’uomo può far entrare il suo pene nel corpo della donna attraverso l’apertura della vagina”, il fastidio lascia posto all’orrore.

Si, avete capito bene, orrore. Sono infatti convinto sia orribile trasmettere ai bambini di nove anni nozioni di meccanica sessuale quando magari non l’hanno chiesto e comunque non hanno né gli strumenti né la capacità di reggere l’immenso portato emozionale, psicologico e relazionale dell’amore. Stiamo togliendo ai nostri figli la magia della vita, la poesia dei corpi e delle anime, il mistero dell’amore, sostituendo il tutto con tristi pubblicazioni in ossequio agli “Standard dell’educazione sessuale” dell’OMS.

Penso sia orribile che tutto questo sia veicolato da libricini scolastici, con tanto di “compitino” per riempire le paroline mancanti in fondo al testo…. Sono soprattutto terrorizzato che tutto questo avvenga a scuola, in un contesto di algida e comunisteggiante “pubblica istruzione”.

Ci sono cose che un uomo deve apprendere da suo padre e una donna deve apprendere da sua madre. E poi ci sono cose che ciascuno deve scoprire da solo. Da sempre spetta ai genitori il compito di custodire e tramandare il segreto della vita, quel segreto che ci rende pienamente umani, in cui riposa tutta la nostra forza e tutta la nostra dignità, quel segreto che porta l’uomo a sfiorare l’eternità, a sfidare il tempo e la morte, a toccare il cielo. Con questi libricini stiamo demandando a ignoti “specialisti” – per bravi che siano – il più prezioso dei legati che un genitore può lasciare ai suoi figli.

La generazione che verrà, sarà espertissima di tecniche sessuali. A 5 anni il sesso fetish, come proposto da:“Piselli e farfalline” di Vittoria Facchini, dove un uomo adulto nudo succhia i piedi di una donna altrettanto nuda e la didascalia informa che “ai corpi e ai cuori fa piacere assaggiare tutti i sapori, sentire i profumi e gli odori”. A nove anni il sesso “del missionario” come proposto dal libro del cavolo. Poi magari a 16 il sesso gay come al liceo di Perugia, poi le varie perversioni catalogate sui siti porno in una infinita girandola del sesso discount, per presto approdare al non senso...

I ragazzi conosceranno fin da giovanissimi come si fa a far sesso, ma non sapranno più – neppur da grandi - come si fa a far l’amore… Giovani nel corpo, ma morti nell’anima.

I dotti assicurano che questo sfacelo è in realtà il progresso che avanza e che tanto lo saprebbero dai compagni o dal cellulare e che così si prevengono le gravidanze indesiderate e le malattie veneree. Sicuri? Perché i fatti sono testardi: nei civilissimi Stati Uniti, dopo anni e anni di educazione sessuale di Stato nelle scuole elementari, assistiamo ad un record di gravidanze indesiderate tra le più giovani; lo stesso in Gran Bretagna e in Nord Europa, mentre nella arretrata e borbonica Italia, dove fino a pochi anni fa erano i genitori a educare i loro figli, i tassi di gravidanza tra le under 14 sono tra i più bassi al mondo. Tassi ovviamente in leggera crescita, visto il proliferare della stramaledetta educazione sessuale di Stato fin dalla più tenera età…

Del resto non serve la fantascienza per capire che se a un ragazzino di nove anni spieghiamo a scuola come si fa a copulare non possiamo poi meravigliarci che passi in men che non si dica dalla teoria alla prassi, magari con la vicina di casa o con la compagna di banco. Perché non gli spiegargli come costruire una bomba? (Si, una bomba... Perché la potenza contenuta in quel gesto è una vera e propria bomba atomica, capace di portare vita o di portare morte a sé e agli altri a seconda dell’uso che se ne fa.) Noi stessi adulti non sappiamo governare l’immensa energia creatrice della sessualità, e pretendiamo che un libricino da 7 Euro faccia il nostro lavoro? Stolti.

Impariamo a tenere i nostri figli a casa nelle ore di educazione sessuale e profittiamo per legger loro “il piccolo Principe”, oppure raccontiamo loro di Ulisse e Penelope, di Amore e Psiche, di Ettore, di sua moglie e del loro piccolo Astianatte. Lasciamo che si commuovano leggendo di Tristano e Isotta, mostriamo nel cielo estivo le costellazioni di Perseo e Andromeda, sveliamo loro i misteri della vita affettiva con la bellissima storia di Tobia e Sara o con gli immortali versi di Dante e Shakespeare. Facciamo loro ascoltare la Turadont, portiamoli a vedere le statue di Canova o i dipinti di Chagall. E insegniamo loro la difficilissima arte del pudore, della verecondia, della riservatezza. Nutriamo la loro anima di amore, quello vero. Il corpo capirà da solo cosa fare quando l’anima avrà incontrato la sua anima. E quando sarà il momento. Senza fretta. Lasciando sempre spazio alla meraviglia.

Per carità, viviamo in una società pluralista, e ognuno insegni ai suoi figli quel che gli pare. Sappia però bene - chiunque avesse in mente di avvicinarsi ai miei di figli con il manuale del piccolo Kamasutra - che non tollererò cose del genere, abbiano o no il bollino di qualche ministero inutile, di qualche sessuologo di grido, di qualche università venduta o di qualche prete svampito.

Sappia inoltre che non sarò solo, visto che avremo cura di spiegare nel dettaglio agli altri genitori (compresi i numerosi amici mussulmani), quello che si sta cercando di inculcare più o meno subdolamente ai nostri figli. Siamo per l’accoglienza no? Sono sicuro che saprete rispettare e accogliere il mio, il nostro, punto di vista.

Anche perché nell’art. 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, nell’art. 30 della Costituzione e nell’art. 315 bis del Codice Civile c’è scritto che abbiamo ragione noi.

 

Simone Pillon

da EducazioneLibera del 23/2/2017

Argomento: Socialismo

Il Beato Giuseppe Toniolo contro lo spretato Romolo Murri XVII legislatura - Comportamento dei parlamentari 

 

  1. Noi cattolici molto spesso ci fidiamo troppo e votiamo in base ai “sentito dire”.
    C'è anche chi controlla i programmi pre-elezioni... ma quasi mai ci ricordiamo di verificare a posteriori se le promesse sono state mantenute.

     
  2. Per aiutare il discernimento, anche in vista delle prossime elezioni, sono stati esaminati - in modo imparziale e basandosi sulle fonti ufficiali di Camera e Senato - i comportamenti di tutti i deputati e senatori.
     
  3. L’attenzione è stata limitata alle sei leggi contro la famiglia varate dal Governo del Partito Democratico e Area Popolare (Nuovo Centro-Destra, UDC) e riassunti in un file excel di facile consultazione che permette una verifica puntuale di comportamenti dei singoli e dei partiti.
    Si può scaricare cliccando qui:
    http://www.fattisentire.org/db/20170210_Leggi_sensibili_riepilogo.zip
     
  4. Le leggi analizzate sono le seguenti:
  • Semplificazione del procedimento per divorziare
  • Divorzio breve
  • Buona scuola (introduzione del “gender” al comma 16)
  • Ius culturae (annacquamento dell’identità italiana)
  • Unioni civili (nozze gay)
  • Cyberbullismo (divieto di dissentire dalla diffusione dell’omo‑sessualismo)

Per ciascuna votazione, sia della Camera che del Senato, le valutazione sono state attribuite così:
- favorevole alla legge anti-famiglia, punti -2
- contrario alla legge anti-famiglia, punti +1
- astenuto o assente, punti -1

_____

Il risultato è ricco di sorprese: quasi tutti coloro che davanti alla TV si proclamano difensori della vita e della famiglia hanno qualche pecca.
Tuttavia, ci sono anche 6 deputati e 7 senatori che hanno votato sempre bene ma nessuno lo dice.

Vediamo subito i nomi dei “bravi”:

  • DEPUTATI a punteggio pieno:
  1. Borghesi Stefano (LEGA NORD, Circoscrizione Lombardia 2)
  2. Bragantini Matteo (Gruppo Misto, Circoscr. Veneto 1)
  3. Guidesi Guido (LEGA NORD, Lombardia 3)
  4. Molteni Nicola (LEGA NORD, Lombardia 2)
  5. Prataviera Emanuele (Gruppo Misto, Veneto 2)
  6. Rondini Marco (LEGA NORD, Lombardia 1)
  • SENATORI a punteggio pieno:
  1. Aracri Francesco (FORZA ITALIA Lazio)
  2. Bruni Francesco (Conservatori&Riform, Puglia)
  3. D’Ambrosio Lettieri Luigi (Conservatori&Riform, Puglia)
  4. Gasparri Maurizio (FORZA ITALIA Lazio)
  5. Mandelli Andrea (FORZA ITALIA Lombardia)
  6. Milo Antonio (ALA Scelta civica, Campania)
  7. Tarquinio Lucio (Conservatori&Rifor, Puglia).
     

Meno sorprese, invece, per quanto riguarda la valutazione complessiva del voto medio dei partiti.

  • Camera, i due peggiori partiti sono:
    • Partito Democratico (punti medi -9,98)
    • Minoranze linguistiche (punti medi -9,67).
  • I due migliori sono:
    • Gruppo Misto – Fare! (punti +4,67)
    • Lega Nord (+1,04).
  • Senato, i due peggiori:
    • Partito Democratico (punti -7,61)
    • Area Popolare – Nuovo Centro-Destra – UDC (punti – 5,82).
  • I due migliori:
    • Conservatori e Riformisti (punti +1,44)
    • Forza Italia (Punti +0,88).

_____

Da oggi è quindi a disposizione dei cattolici ed in generale di chiunque abbia a cuore la vita e la famiglia uno strumento per non venire di nuovo tradito!

Non facciamoci più buggerare o incantare da promesse e programmi: verifichiamo personalmente chi ci chiede il voto.

Scarichiamolo e facciamolo conoscere a tutti!

 

FattiSentire.org, gennaio 2017

 

 

P.S.
La raccolta di tutti i files excel utili a verificare la visione sintetica è scaricabile da qui:
http://www.fattisentire.org/db/20170210_senato.zip
http://www.fattisentire.org/db/20170210_camera.zip

Argomento: Politica

 RAPPORTO VAN THUAN SULLE MIGRAZIONI. PER CAPIRE, OLTRE LA DEMAGOGIA, LA RETORICA E L’INTERESSE ALL’ACCOGLIENZA.

Marco Tosatti

 E’ stato presentato ieri a Roma, nella sala Marconi di Radio Vaticana, l’ottavo Rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo, a cura dell’Osservatorio Cardinale Van Thuan (edito da Cantagalli), che quest’anno ha per titolo “Il caos delle migrazioni, le migrazioni nel caos”.

Un’opera di 215 pagine, preziosa per osservare il fenomeno al di là delle pulsioni emozionali, della demagogia, ecclesiale e non che impera nell’informazione, a partire dai vertici della Chiesa, in particolare quella italiana, e degli interessi economici che in particolare nel nostro Paese, ma non solo, rendono molto sensibili le realtà politiche ed ecclesiali verso la politica delle porte non solo aperte, ma spalancate indiscriminatamente. E naturalmente degli organi di informazione, o presunta tale che ne esaltano solo, in maniera strumentale, gli aspetti emotivi.

A organizzare la presentazione è il Movimento cristiano lavoratori (Mcl), che parla delle migrazioni come “tema centrale di strettissima e drammatica attualità”. “Il tema di questo VIII Rapporto, le migrazioni – spiega Carlo Costalli, presidente Mcl – s’imponeva all’Osservatorio come obbligato, data la vastità del fenomeno, le sofferenze a esso collegate, la destabilizzazione internazionale che provoca e da cui è provocato e i tanti fenomeni con esso collegati, non ultimo l’insicurezza per il futuro che caratterizza le persone che emigrano ma anche quelle che le accolgono. Economia, politica, cultura, religione: non c’è un ambito della nostra vita sociale che non sia interessato e spesso sconvolto dal fenomeno delle migrazioni. Non c’è nemmeno un ambito geografico che ne sia immune”.

Vi consigliamo di leggere il Rapporto, stilato a cura dell’arcivescovo di Trieste, Giampaolo Crepaldi, e del dott. Stefano Fontana. Afferma mons. Crepaldi, facendo appello alla virtù troppo spesso negletta da alcuni del realismo cristiano: “Se esiste quindi un diritto ad emigrare va tenuto anche presente che c’è anche, e forse prima, un diritto a non emigrare. L’emigrazione non deve essere forzata, costretta o addirittura pianificata”.

Crepaldi invita a non “cedere alla retorica superficiale…realismo significa non cedere a spiegazioni semplificatorie dei fenomeni migratori”. E aggiunge: “L’accoglienza del prossimo non può essere cieca o solo sentimentale, la speranza di chi emigra va fatta convivere con la speranza della soscietà che li accoglie”.

 Di particolare interesse, perché viene da una persona che ha incarichi di alto livello nel mondo finanziario e bancario, quello di Ettore Gotti Tedeschi. L’economista ha sviluppato un’analisi di lungo periodo, vedendo nel fenomeno delle migrazioni in particolare dall’Africa e dal Medio Oriente verso l’Europa, un disegno nato negli anni ’70 dai progetti di creazioni del Nuovo Ordine Mondiale. Gotti Tedeschi ha presentato nel suo intervento tutta una serie di elementi e di dichiarazioni, anche scritte, di personaggi centrali della politica mondiale, da Henry Kissinger al Segretario dell’ONU Ban Ki-Moon che possono fare oggetto di una riflessione. L’economista cita le spiegazioni economiche che vengono spesso presentate come motivo del fenomeno, tipo colmare il gap di popolazione dovuto alla denatalità o a esigenze di mano d’opera, per quanto riguarda l’importazione; carestie, guerre e cambiamenti climatici per ciò che attiene all’esportazione. “Credo però che quasi nessuna di queste spiegazioni sia realmente sostenibile per spiegare il fenomeno nella sua interezza. Una serie di considerazioni e riflessioni lascia invece immaginare che detto fenomeno, più che spiegabile attarverso analisi tecniche e valutazioni economiche sia stato previsto e voluto per modificare la struttura sociale e religiosa della nostra civiltà, in pratica per ridimensionare il cattolicesimo, religione assolutista, fondamentalista e dogmatica”, per sostituirla con una religione più consona al Nuovo Ordine Mondiale, e ai “valori” che esso propugna.

Il libro presenta oltre ad articoli di commento, un’analisi della Dottrina Sociale della Chiesa nei cinque continenti, e i documenti del Pontefice regnante più rcenti in tema di migrazioni.

 

da: http://www.marcotosatti.com/2017/02/16/rapporto-van-thuan-sulle-migrazioni-per-capire-oltre-la-demagogia-la-retorica-e-linteresse-allaccoglienza/

Argomento: Fede e ragione

 Intervista a Stefano Fontana sul ''Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo'' 

(nella foto accanto: uno dei centinaia di sbarchi di islamici in Italia: tutti maschi, perfettamente in salute, nessuno dei quali profugo)

 

Stefano Fontana è il direttore dell'Osservatorio Internazionale cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa, istituzione con sede a Trieste, diocesi affidata all'Arcivescovo monsignor Crepaldi che è Presidente dello stesso Osservatorio. Una delle principali attività è la pubblicazione del Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo, un lavoro annuale che raccoglie dati e documenti in collaborazione con altri cinque centri di ricerca a livello internazionale.
L'ultimo Rapporto, Il caos delle migrazioni, le migrazioni del caos (edizioni Cantagalli p. 224, euro 14), si occupa di un tema di grande attualità. L'approccio è pragmatico, fondato su principi. «Il problema», dice Fontana, «non può essere banalmente ridotto a una sorta di filantropismo a slogan».

Dottor Fontana, dobbiamo arrenderci alle migrazioni?
Innanzitutto non dobbiamo chiudere gli occhi davanti a certe evidenze: i richiedenti asilo sono una stretta minoranza, la maggioranza dei migranti è costituita non da affamati, ma da persone che nei loro Paesi avevano qualche risorsa; i traffici internazionali sono organizzati e dimostrano una "mente" che li pianifica, la destabilizzazione di intere aree geopolitiche in Africa settentrionale e in Medio Oriente sono state volute da alcune potenze occidentali e certamente non a caso. Quindi accettare le migrazioni come qualcosa di ineluttabile non mi pare corretto.

D'accordo, ma rimane il fatto. L'unica soluzione è la società multietnica?
Se le attuali migrazioni sono in gran parte pianificate e pilotate, allora bisogna dire che anche la società multietnica ci viene in qualche modo imposta. A farne le spese sono soprattutto due cose molto importanti: una è la realtà delle nazioni con una propria identità culturale che oggi vengono sacrificate a questo globalismo multietnico; la seconda è la religione cattolica, che si è sempre rivolta, oltre che alle persone, ai popoli e alle nazioni, vivificandone la cultura e la civiltà. Chi si oppone alla prima conseguenza viene chiamato populista, chi si oppone alla seconda viene accusato di non avere misericordia.

A proposito di misericordia, per i cattolici si moltiplicano gli appelli all'accoglienza...
Nel nostro Rapporto annuale l'Arcivescovo Giampaolo Crepaldi indica quattro criteri per affrontare correttamente il problema dal punto di vista della dottrina sociale della Chiesa: a chi è nel bisogno va data assistenza umanitaria (assistere tutti, ma non accogliere tutti); c'è un diritto ad emigrare, ma non ad immigrare; lo Stato deve disciplinare i flussi migratori difendendo il bene comune della propria nazione, anche in relazione alla conservazione della sua identità culturale; e il fatto che l'Islam richiede una particolare attenzione.

Torniamo alla questione della società multiculturale. Secondo molti sarebbe una soluzione di pacificazione, è così?
La società multiculturale può essere una specie di "balcanizzazione" dell'Europa. Un arcipelago di isole sociali, ognuna autonoma e indipendente, con le proprie norme, il proprio sistema per garantire l'ordine, le proprie scuole. La società multiculturale è la frammentazione dell'Europa. Essa è una convivenza potenzialmente belligerante più che pacifica, e in molti casi ha già dato vita a forme di guerra civile. Così avverrà quando si supereranno certe soglie quantitative, come sta già avvenendo in vari Paesi europei. Nei suoi confronti un potere politico che non crede ormai più a nulla potrà al massimo applicare delle misure di ordine pubblico, ma sempre meno convinte. In certi quartieri metropolitani già ora la polizia non ha più accesso. Circa la mitica società multiculturale ci si fanno troppe illusioni.

Non vorrà dire che la tanto declamata laicità si risolve in uno Stato di polizia?
È il frutto amaro della nostra realtà occidentale, per cui importiamo religioni, culture ed esportiamo relativismo. La laicità viene oggi intesa come una zona pubblica neutra dagli assoluti religiosi, oppure come l'indifferenza alle religioni: o tutte fuori dallo spazio pubblico, come nel caso del giacobinismo alla Hollande in Francia, o tutte dentro come nella marmellata americana. In tutti e due i casi però il potere politico compie un atto di imperio assoluto che assomiglia molto ad una religione di Stato. Sia lo Stato contrario alle religioni sia quello indifferente alle religioni non è correttamente laico. Lo Stato deve distinguere tra le religioni con il criterio dell'umanesimo nato anche grazie al cristianesimo e difendere questi valori non solo perché appartengono alla propria storia ma anche perché sono veri e utili per la convivenza sociale.

E la libertà religiosa?
Prima di tutto non è un diritto assoluto. Per esempio uno Stato che voglia il bene comune non può concedere spazio pubblico a religioni che non rispettino la dignità della persona umana e le regole minime della legge morale naturale, che prevedano mutilazioni fisiche, per esempio, oppure la poligamia, o una legge parallela che non rispetti i diritti umani, o che pretendano istituire forme di potere teocratico. Da questo punto di vista l'Islam presenta caratteristiche di particolari difficoltà.

Quindi l'integrazione è un mito?
L'integrazione è molto difficile e in alcuni casi impossibile. L'occidente, e l'Europa in particolare, pensa che ad entrare dentro i suoi confini siano solo singole persone, ed invece importa popoli, culture e religioni. Importa altre civiltà e non sa chiedersi se siano compatibili con la propria, nata dal cristianesimo, perché non sa esportare che relativismo. L'Europa non è più in grado nemmeno di vedere se una religione contiene delle prassi che contrastano con la legge morale naturale, come per esempio col principio di uguaglianza tra uomo e donna. Il potere politico deve essere interessato alla verità (e alla falsità) delle religioni, perché ci sono anche religioni disumane o con tratti disumani. L'insegnamento di Benedetto XVI su questo punto è stato molto importante, ma non ha trovato molti interlocutori.

Qual è la vostra ricetta per evitare che le migrazioni diventino "migrazioni del caos"?
I governi occidentali dovrebbero selezionare gli ingressi tenendo conto della specificità delle culture di origine ed anche delle religioni che possono essere più o meno compatibili con una reale integrazione.
Dovrebbero fare delle politiche di sviluppo demografico e di sostegno alla famiglia per evitare il "sorpasso" degli immigrati sugli autoctoni.
Dovrebbero colpire le reti di trafficanti e boicottare operazioni militari destabilizzanti aree nevralgiche anziché collaborarvi.
Dovrebbero pretendere pariteticità dagli Stati islamici, difendere i cristiani perseguitati in questi Paesi, colpire anche militarmente i califfati insanguinati, e avere chiaramente in testa una rosa di valori da pretendere che gli immigrati condividano.




https://www.youtube.com/watch?v=MiEZBmvSSss

 
 
di Lorenzo Bertocchi, per: La Verità, 23 dicembre 2016
Argomento: Islam

 «Così, con Dante, ho mandato la Boschi “al diavolo”»

 

Con una sola frase ha demolito un ex Ministro e oggi Sottosegretario. Fino a due giorni fa Gianni Fochi era un ricercatore e docente alla Scuola Normale di Pisa conosciuto agli addetti ai lavori e a noi che ci occupiamo di difesa della vita. In poche ore il suo nome è diventato virale. E’ lui il professore che con una sola battuta ha “mandato al diavolo” il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi, squarciando il velo di ipocrisia di una politica che si nutre di parole mantra come diritti e desideri, senza conoscere il vero bene della persona. 

La frase era questa, ed è stata pronunciata nel corso di un incontro pubblico tra l’eponente renziana e i docenti dell’ateneo pisano: 

«A me sembra che lei abbia equiparato il concetto di diritto a quello di desiderio, anche per i desideri più distorti come le unioni omosessuali. Penso che Dante la metterebbe con Semiramide che libito fé licito in sua legge. Invito piuttosto a battersi per i diritti degli esseri umani nascituri che non hanno il diritto alla vita. Da quando è stata introdotta la legge 194 oltre 6 milioni sono stati ammazzati».

Ovviamente la Boschi, come una liceale colta sul vivo ha provato a buttarla in battuta. Ma l’ironia, si sa, non è dote di tutti. E certamente non è prerogativa della ex ministra. 

«Lei mi può mettere dove vuole nei vari gironi infernali anche da questo punto di vista non mi offendo, sarò sicuramente in compagnia interessante nell’inferno dantesco, però non pensò che abbia senso negare i diritti a persone che hanno visto tutelare dalla nostra costituzione l’uguaglianza rispetto a qualsiasi uomo e qualsiasi donna…». E bla bla bla.

In poche ore il video ha fatto il giro del media system e Fochi si è trovato in cima alle home page dei giornali. Come un eroe, per alcuni, come uno sprovveduto trattato con sufficienza per altri. Ma chi è davvero Gianni Fochi perché ha deciso di prendere il microfono? La Nuova BQ lo ha intervistato scoprendo che le sue idee di scienziato accademico esperto di chimica sono le idee di una persona che pensa con la sua testa. 

Professore, mi tolga una curiosità, perché la scuola dove ha insegnato per molti anni si chiama “Normale”?

Perché è stata fondata con lo scopo di dare le norme, cioè i fondamenti della cultura.

L’ha soddisfatta la risposta del ministro?

Direi la sua mezza risposta. No, non sono soddisfatto.

Perché?

Ha evitato accuratamente di toccare il tema dell’aborto. Che razza di battaglia per i diritti di chi non ha diritti! Agli esseri umani nella pancia della mamma non viene riconosciuto il diritto alla vita, e la Boschi non ci vuole nemmeno pensare.

Se le fosse stato possibile replicare che cosa le avrebbe detto?

Alla sua risposta parziale ci sarebbe stato da replicare che lo stato deve riconoscere e tutelare l’unione fra un uomo e una donna, quella cioè inventata dalla natura per generare la vita e continuare la specie umana. Delle direttive provenienti dai burocrati europei avremmo potuto infischiarci, disposti anche, se proprio messi alle strette, a fare come la Gran Bretagna, che ha mandato l’Unione Europea a quel paese. Ma diciamo la verità: per la Boschi, la Cirinnà e compagni l’Europa è stata un pretesto per far ciò che volevano a tutti i costi: ignorare il milione dei cittadini accorsi al Family Day contro il riconoscimento delle unioni omosessuali.

Che valutazione fa dell’applauso dell’uditorio alle parole del ministro?

Una parte dell’uditorio ha applaudito e la cosa non mi turba affatto: siamo ancora in democrazia, se Dio vuole. M’atterrisce invece il clima che nella società e nella stessa chiesa cattolica s’è ormai diffuso: un clima accondiscendente verso la propaganda omosessualista e di ghettizzazione (talvolta anche d’intimidazione) verso i molti che ritengono criticabile l’omosessualità. Le persone omosessuali vanno rispettate come persone, ma il comportamento omosessuale non può esser messo sullo stesso piano dell’unione fra un uomo e una donna. La libertà d’affermare questo sta riducendosi sempre più, ancor prima che venga approvata una legge liberticida come quella proposta dall’onorevole Scalfarotto.

Di Renzo Puccetti

Fonte lanuovabq.it 08 febbraio 2017 - 16:45

Argomento: Vita

 IL FILM CHE SMASCHERA IL FANATISMO DEI DARWINISTI

 Altamira: nel 1878 un nobile spagnolo scopre una grotta preistorica con pitture rupestri, ma i darwinisti non gli credono perché smentisce l'evoluzionismo (VIDEO: trailer)

 di Rino Cammilleri

 

Prima o poi uscirà (forse) anche nelle nostre sale un bel film spagnolo, Altamira, in cui si narra una vicenda veramente interessante per noi appassionati di darwinismo. La storia comincia nella regione della Cantabria, dalle parti di Santander, ad Altamira giusto il titolo.

Qui nel 1878 un possidente locale, don Marcelino Sanz de Sautuola (interpretato da Antonio Banderas) si diletta di ricerche archeologiche e partecipa al dibattito internazionale, a quel tempo infiammato, tra darwinisti e no.

La sua figlioletta, per caso, scopre nelle sue proprietà una grande grotta nascosta la cui la volta e le pareti sono affrescate da pitture preistoriche che raffigurano bisonti. L'uomo intuisce che risalgono all'era glaciale e, non potendo utilizzare macchine fotografiche (i lampi del magnesio e il fumo rovinerebbero le pitture), le fa riprodurre da un pittore francese onde poterle mostrare a qualche congresso antropologico a Parigi (capitale, con Londra, della «nuova scienza»).

Sua moglie (l'attrice che fu anche in Apocalypto di Mel Gibson) è una devota cattolica, divisa tra il marito non praticante (ce l'ha con Dio perché ha perso due figliolette) e la Chiesa. Ora, quest'ultima nel film non fa la solita parte della fanatica intransigente creazionista, perché la storia mostra diversi preti che non vedono alcun contrasto tra la paleontologia e la fede. Ma una figura fanatica e intransigente c'è, l'arciprete (impersonato da un irriconoscibile Rupert Everett), che in realtà ce l'ha con la filosofia darwinista, ateista e fanatica pur'essa.

Ritengo che si tratti non del consueto j'accuse contro il clero quanto di un espediente narrativo per far emergere il dissidio della donna, sinceramente dilaniata tra l'amore al marito e quello alla religione.

Ora, il bello del film che qui i fanatici veri sono i darwinisti, che si rifiutano perfino di entrare nella grotta e fanno come i colleghi (laici) di Galileo, i quali si rifiutavano di guardare nel suo cannocchiale (mentre erano i gesuiti a dargli ragione). Come le macchie solari scoperte da Galileo (menzionato nel film) erano liquidate come imperfezioni della lente, anche le pitture di Altamira vengono classificate un trucco: è stato il pittore francese, pagato da don Marcelino, a farle.

Inutilmente il pittore fa osservare che nessun falsario dipingerebbe così (le figure stilizzate ricordano piuttosto il Picasso del XX secolo e proprio quest'ultimo avrà a dichiarare che la sua arte vi si ispirava).

Ma al IX Congresso mondiale di antropologia i darwinisti francesi calano il loro atout: le gotte sono al buio; come sarebbero stati realizzati i dipinti se non c'è traccia di fuliggine sulle pareti? Ma perché i darwinisti negano l'evidenza? Perché le loro teorie dicono che l'uomo preistorico al tempo dei bisonti iberici era una scimmia, perciò incapace di dipingere.

Il povero don Marcelino morirà di crepacuore, dopo aver visto la sua cameriera adoperare una lampada a olio alimentata da midollo osseo animale. Che non produce fuliggine.

Vent'anni dopo, nella Dordogna francese vengono scoperte pitture analoghe in grotte analoghe. Hanno 35mila anni.

Da allora i darwinisti hanno dovuto fare come i Testimoni di Geova: questi sono costretti a spingere in avanti la data della fine del mondo, quelli non fanno altro che spingere indietro la comparsa dell'homo sapiens.
Contra ideologiam non valet argumentum.

Rino Cammilleri per La Nuova Bussola Quotidiana, 05/12/2016


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Qui sotto il trailer del film Altamira (in inglese, in quanto ancora non è stato distribuito in Italia)
https://www.youtube.com/watch?v=mJ7VPiSr7R0

Argomento: Fede e ragione

 LA STORPIATURA DELLA STORIA CONTRO I CATTOLICI

 L'indottrinamento scolastico (e non solo) ha prodotto un popolo che non conosce il proprio passato, come quando si parla dei Maia o del famoso caso dell'ebreo battezzato in segreto da Pio IX
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Nel lontano 25 novembre 1998, sulla Stampa, Aldo Zullini dell'Università di Milano (così veniva presentato) firmava un pezzo sconcertante dal titolo: "Maya, cannibali per necessità". Dei due occhielli, l'uno specificava: "Fino all'arrivo di Colombo, nel Nuovo Mondo c'erano pochi animali domestici e commestibili", l'altro "L'antropofagia, diffusa anche fra gli Atzechi, fu giustificata dal fatto che mancavano le proteine".
Perché i Maya hanno organizzato i "più grandi festini antropofagi che siano mai avvenuti"? La risposta è semplice: "Per soddisfare il loro bisogno fisiologico dovevano immolare moltissimi prigionieri e per far ciò dovevano organizzare incursioni e guerre". Bastava un'immane abbuffata di carne umana a saziare il bisogno proteico di tutta la popolazione? No, i sacrifici di massa "per quanto numerosi e frequenti, non potevano far fronte al fabbisogno proteico di tutto il popolo, ma questo non ha molta importanza. Conta invece il fatto che la classe dirigente, i sacerdoti e i militari, potessero usufruire di queste proteine".
Perché citare questa bella pagina di giornalismo scientifico? Perché, pur di attaccare (anche se, in questo caso, solo indirettamente) la cattolica Spagna e la sua prodigiosa scoperta e colonizzazione dell'America centro-meridionale, tutto va bene. Anche la giustificazione di un crimine orrendo come il banchetto di carne umana .

UN POPOLO SMEMORATO CHE DISPREZZA SÉ STESSO
La sistematica riscrittura della storia a vantaggio delle potenze e delle ideologie anticattoliche ha prodotto in Italia un popolo smemorato che non sa più chi è. Che non conosce niente del proprio passato. Siamo stati abituati a credere che la storia della Chiesa cui siamo legati da due millenni sia una storia piena di crimini, di cui vergognarsi e, quindi, da ripudiare. Tutti i mezzi di comunicazione di massa si sono allineati nella propaganda del disprezzo verso noi stessi. Da decenni. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la disperazione che ci caratterizza. La mancanza di figli e quindi di futuro. La pochezza, il nulla culturale in cui le nuove generazioni vengono cresciute.
Negli ultimi anni i ripetuti attentati di un islam tornato rigoroso nell'applicazione della volontà di Maometto (la riduzione di tutto il mondo a islam) hanno sconcertato i cantori di un islam pacifico, moderato, contrario alla guerra, propria di quei guerrafondai dei crociati. Piano piano anche la stampa sta cambiano direzione e dal crimine di islamofobia si sta avvicinando ad un più pacato resoconto dei fatti. In questa direzione sembrano andare due articoli, uno a firma Mieli, l'altro a firma Ferrara.

CATTOLICI DIFFAMATI
Il 14 dicembre 2016 Mieli scrive un pezzo dal titolo: "Cattolici diffamati", sottotitolo: "Il protestante Rodney Stark smentisce le "Leggende nere" sulla Chiesa di Roma". Il pezzo si chiude con un'affermazione perentoria: "Qui, come è evidente, la Chiesa cattolica non c'entra nel modo più assoluto". Mieli sta citando il mio libro su Lutero e la documentazione da me addotta sull'odio protestante nei confronti degli ebrei. La chiusa, che torno a sottolineare, ribadisce che con l'odio e la persecuzione nazista contro gli ebrei "la Chiesa cattolica non c'entra nel modo più assoluto".
Sul Foglio del 3 gennaio Ferrara firma il pezzo: "Storia della nonviolenza infame" e così conclude: "Libero padre Enzo Bianchi di dire che a Berlino non ce l'avevano con il valore cristiano del Natale, e neanche a Istanbul con il Capodanno. Autorizzati noi a chiedere che il libero pensiero imponga la sua vigilanza sulle scorrerie fantastiche di un pazzo intonacato".
Evidentemente alla Stampa questa nuova aria di riaccostamento alla verità storica ancora non si è fatta strada. Sul sito internet del giornale, nel riquadro culturale, il 3 gennaio compariva questo titolo: "Spielberg trasforma in film la storia di Edgardo Mortara ebreo battezzato in segreto per volontà di Papa Pio IX". Siamo alle solite: un papa, i papi, che sottraggono in segreto i bambini alle famiglie ebree e li battezzano!
Chi fosse interessato all'argomento può leggere l'autobiografia di don Edgardo Mortara.

 

di Angela Pellicciari per La Nuova Bussola Quotidiana, 08/01/2017
Sul tema cfr. E' tutta un'altra storia: http://www.totustuustools.net/altrastoria/

 «Vagliate ogni cosa, tenete ciò che è buono». 
  Dizionario elementare del pensiero pericoloso

Il vizio di mettere le facce di Gesù accanto a quelle di Martin Luther King e Gandhi permane. Sui catechismi, sui muri di certe chiese e nei poster (grandi, di cartone, colorati dai «ragazzi» e messi di fianco all’altare) spesso compaiono le loro facce. Anzi, ultimamente Gesù è stato sostituito da Madre Teresa, conforme all’inno di Jovanotti (la cui profondità culturale è data dall’inserimento, nella sua nota canzonetta, del Che Guevara, così il cattocomunismo è completo).

Insomma, non-violenza e «poveri» (o «ultimi» o «periferie», scegliete voi): i nuovi princìpi non negoziabili del cattolicamente corretto. In certe chiese, tra i «canti» liturgici ogni tanto spunta De André. I più scafati tra noi sanno chi furono in realtà certi personaggi (Madre Teresa a parte) e non ci cascano. Ma ogni pochi anni una nuova generazione di ignoranti passa dalla scuola dell’obbligo alle superiori, e va informata. Certo, per molti si tratta sempre delle stesse cose (e non vi dico il tedio per chi, come me, le ripete da oltre trent’anni), ma l’apologetica non può prescinderne.

Per questo l’Istituto di Apologetica legato alla rivista «Il Timone» ha messo insieme una nutritissima squadra di apologeti - molti dei quali firmano anche sulla Nuova BQ - per mettere in guardia da certi autori o personaggi che sembrano cristiani ma non lo sono affatto. Le voci del Dizionario Elementare del Pensiero Pericoloso (pp. 675, €. 25) sono centinaia e decine sono gli esperti che le hanno compilate (a cura di Mario Iannaccone, Marco Respinti e Gianpaolo Barra). Il sottoscritto ne ha redatte alcune, segnatamente quelle indicate più sopra; ma ci trovate anche Adriano Olivetti, Osho, Sergio Quinzio, Enzo Bianchi, Guido Ceronetti, Gabriele D’Annunzio eccetera eccetera.

Come tutti i dizionari, si può aprire a caso o cercare la voce che vi interessa. Mettiamo che vostro cognato abbia in mano un libro di Elémire Zolla e ne sia entusiasta. Ve ne parla con tale fervore che a voi suona un campanello d’allarme in testa (o, se vi chiamate Peter Parker, lo spider-sense vi fa prudere la nuca). Non dovete fare altro che consultare il Dizionario per vedere chi è esattamente quell’autore e apprendere, nel suo pensiero, dove sta il trucco. Poi, debitamente informati e formati, tornate da vostro cognato e aprite il dibattito.

«Consigliare gli erranti» è giusto una delle «opere di misericordia» che la Chiesa raccomanda. Cosa credevate, che la misericordia consistesse solo nel dare la comunione a chi la pretende? Ecco, per quanto riguarda il mio lavoro, è bene sapere che a Martin Luther King e a Gandhi della religione non importava un fico secco, e la loro non-violenza era solo un metodo di lotta politica, l’unico praticabile nel loro contesto e nel loro periodo storico.

Quanto a De André, nemmeno le canzoni che passano in chiesa hanno alcunché di religioso. Anche se, con qualche sforzo, si può far finta che lo siano. Si tenga presente che, nei suoi duemila anni, la Chiesa è stata sempre tollerante con tutte le filosofie, anche col paganesimo più spinto. Su una sola cosa è stata feroce: le eresie. Proprio per la loro somiglianza con il cristianesimo. Lo stesso fa lo Stato: una banconota falsa merita la galera, non così una banconota di latta o di plastica. La prima è pericolosissima, la seconda è innocua. Attenzione dunque al «pensiero pericoloso», sia di Erasmo da Rotterdam o addirittura di Giovanni Pascoli. Leggere per credere. 

Rino Cammilleri per http://www.lanuovabq.it/it/articoli-un-dizionario-contro-il-pensiero-pericoloso-18587.htm

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Dall'introduzione del nuovo Dizionario elementare del pensiero pericoloso, a cura di Gianpaolo Barra, Mario A. Iannaccone, Marco Respinti (Istituto di Apologetica)

 

«Questo dizionario nasce come ideale continuazione del lavoro che l’Istituto di Apologetica ha realizzato lo scorso anno, il Dizionario elementare di apologetica. Se quello era una raccolta di temi, personaggi, luoghi comuni su cui il cattolico è, appunto, comunemente interpellato e provocato nella vita privata come in quella scolastica, professionale e nel dibattito pubblico, questa nuova piccola opera ha un obiettivo diverso. Vuole essere una raccolta di autori che hanno espresso, in opere o interventi pubblici, un pensiero pericoloso, giudicato tale da tre punti di vista: la dottrina cattolica, la legge naturale e il realismo filosofico che ha in san Tommaso, come la Chiesa Cattolica ha ribadito nei secoli, un interprete sommo.

Non è certo una “lista di proscrizione”, non è affatto un giudizio sulle persone, non vuole nemmeno essere una valutazione sintetica sull’opera complessiva degli autori citati. Si tratta piuttosto di un’evidenziazione di quelle parti della loro opera oppure di quelle prese di posizione che risultano problematiche o in contrasto con i parametri di cui sopra.
Per questo, il lettore troverà anche nomi che possono accampare meriti culturali, storici, perfino teologici che nessuno intende sminuire, accanto ad altri dal profilo più marcatamente e complessivamente negativo.

L’insieme delle “voci” è tutt’altro che esaustivo, ovviamente. È piuttosto un campione, eterogeneo, in cui si è cercato di tenere insieme figure di grande prestigio nella storia della cultura e altre che hanno invece un rilievo nel contesto contemporaneo così come nella cultura popolare.

È quindi un campione che vuole essere simbolico e come tale di stimolo nel risvegliare un atteggiamento: quello della disamina critica, seguendo il consiglio di san Paolo: «Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono» (1 Ts 5,21).

Lo schema che è stato nella sostanza adottato per tutte le “voci”, al di là della forma con cui le stesse sono state redatte, propone una breve introduzione biografica, la scelta di alcune espressioni rappresentative del pensiero dell’autore (o, meglio, di quei suoi aspetti qui presi specificamente in esame), e una serie di risposte che contengono un’ulteriore spiegazione e un giudizio.

Abbiamo pensato e cercato di realizzare questo sussidio come un agile ma quanto più possibile preciso strumento di orientamento. Se già riuscissimo anche solo a evitare che qualcuno sbandasse ‒ anzitutto noi ‒, saremmo più che ripagati.


Milano, 8 dicembre 2016
Solennità dell’Immacolata Concezione»

 

200 voci

30 autori (Agnoli, Cammilleri, Cascioli, Crescimanno, Livi, Carbone, Cavalcoli, Coggi, Gotti Tedeschi, Marchesini, Morselli, Pellicciari, Pennetta, Puccetti, Scandroglio, Timossi....)

700 pagine (Per rispondere a errori, imprecisioni, falsità, luoghi comuni ed eresie)  

Euro 25 (+ Spese spedizione: € 4.50)

http://www.iltimone.org/35452,Quaderni.html

Argomento: Pubblicazioni

 Il Governo PD-NCD si accinge a varare un nuovo attacco alla vita e alla famiglia: la legalizzazione dell'uccisione dei nonni malati.

 A questo serviranno, infatti, le DAT (dichiarazioni anticipate di trattamento): a poter liberare del nonno per poter andare in vacanza.

* * *

Lo “scivolamento etico” nell’eutanasia
Intervento del dottor Renzo Puccetti



Presso l’aula magna dell’università di Pisa, si è appena concluso il convegno intitolato “Assistenza al paziente in fase terminale: modelli teorici e bisogni reali della persona”, al quale ho partecipato in qualità di relatore.

Il contributo che mi è stato richiesto aveva per titolo: “L’argomento della Slippery Slope: mito o realtà?”.

Il termine “slippery slope” designa in inglese la china scivolosa, cioè quel processo per cui, una volta ammesso un determinato comportamento, diventa più facile la progressione verso un altro comportamento situato sulla stessa linea del primo, ma ancor meno ammissibile. Quello dell’eutanasia è uno dei numerosi campi di applicazione del principio della china scivolosa.

A sostegno o diniego di essa sono classicamente a disposizione due percorsi, quello logico, secondo cui “per logica”, una volta ammesso A è necessario ammettere B, e quello empirico, in base al quale dopo A le cose cambiano in modo tale che B diventa più probabile.

Due punti è però necessario chiarire in via previa:
Quale è il primo passo di questa china?
Quale è il miglior punto per osservare l’eventuale scivolamento etico?

Alla prima domanda appare ragionevole rispondere attingendo dalla suggestione fornita dal titolo di un articolo del 2003 in cui una fonte non certo accusabile di partigianeria pro-life, il bioeticista professor Maurizio Mori, coniugava aborto, eutanasia e libertà (1). “Io sono mio” potrebbe essere lo slogan che meglio descrive il principio libertario così inteso. È vera libertà, o non è forse una libertà che nega se stessa, negando il suo stesso presupposto necessario, la vita? L’uomo che decide di porre fine alla propria vita, direttamente o in modo mediato dal medico, realizza il massimo della divisione umana, perché prima di morire è omicida di se stesso.

Circa il secondo punto è evidente che, per la stessa legge della relatività, se vogliamo cogliere lo scivolamento etico in atto, la sua direzione, velocità ed accelerazione, bisogna porsi al di fuori del sistema, è necessario salire su un punto di osservazione alto e immobile; l’unico con queste caratteristiche è quello che recepisce la persona come un bene incondizionato, dal primo all’ultimo istante di vita.

In effetti la riflessione personalista del filosofo Robert Spaemann ci aiuta a comprendere come già la legalizzazione dell’eutanasia volontaria sia un male. Non possiamo pensare la persona se non come essere dotato di dignità incondizionata, eppure, una volta legalizzata l’eutanasia, qualcosa cambia: vivere quando si è malati o sofferenti non è più un fatto, ma una scelta che in quanto tale deve essere giustificata, ma questo è proprio la contraddizione della proposizione precedente. In effetti, osserva Spaemann, tutte le persone agiscono, anche quelle più apparentemente inutili suscitano in noi la parte migliore ed in questo modo, attraverso il loro prendere, danno all’umanità più di quanto ricevono (2). Il filosofo Stephan Kampowski osserva che la slippery slope non necessariamente indica che cosa avverrà, ma indica il potenziale intrinseco di mostruosità proprio di ciascun passo. Il processo della promozione di un tale espanso ed irresponsabile principio libertario è quindi assimilabile ad interrare un innocente piccolo seme che però, una volta germogliato, dà vita ad una pianta carnivora pazientemente in attesa della preda, l’uomo stesso che l’ha seminata.

È possibile dimostrare che le critiche logiche poste alla slippery slope sono simmetricamente applicabili al suo opposto simmetrico, il principio detto della scala automatica che vede nella libertà assoluta (di ricerca sugli embrioni, di aborto, di eutanasia) una fonte di felicità (3). In effetti, anche in un’ottica proporzionalista, la ponderazione razionale tra il principio di precauzione e quello di speranza, quando è in gioco la dignità della persona, finisce per dimostrare quanto il primo sia ben più pesante. La violazione del diritto a vivere è ben più grave della violazione del diritto di morire (assumendo che un tale diritto esista). Nel primo caso si tratta di una sottrazione definitiva, nel secondo di una sottrazione solo temporanea (4).

Una volta riconosciuto il principio di autonomia assoluta come elemento centrale delle decisioni bioetiche, inevitabilmente entra sulla scena il principio di giustizia, inteso in modo tale che se c’è qualcuno che ha una libertà, la stessa libertà deve essere riconosciuta a tutti. Diventerebbe di nuovo doveroso ammettere una serie di pratiche che l’uomo ha impiegato secoli per comprenderne la natura contraria alla dignità della persona. I duelli d’onore, la schiavitù su base volontaria (5), i giochi gladiatori (6), ma potremmo aggiungere l’assunzione di sostanze dopanti e il ricorso alle mutilazioni genitali per motivi culturali diventerebbero tutte possibili declinazione della giustizia libertaria. Sul versante del percorso dimostrativo empirico della china scivolosa abbiamo alcuni laboratori utili per capire il senso degli eventi, il più conosciuto dei quali è quello olandese, ma esiste anche quello belga e, declinato sul versante del suicidio assistito, lo stato dell’Oregon e la Svizzera sono Paesi in cui tale pratica è legale.

Teoricamente la disponibilità di mezzi sempre più efficaci per il controllo del dolore e della sofferenza corporea dovrebbe associarsi ad una progressiva riduzione del numero delle eutanasie. La pubblicazione dell’ultimo rapporto sull’applicazione della legge olandese in cui il numero delle eutanasie era per la prima volta ridotto, dopo tre rapporti consecutivi che ne avevano mostrato l’incremento, è stato utilizzato per negare la china scivolosa. I dati così presentati sono però fuorvianti, perché l’apparente riduzione del numero delle eutanasie è il risultato del passaggio ad altre forme di anticipazione della morte, realizzate mediante l’interruzione dell’alimentazione e della nutrizione nei soggetti in sedazione palliativa e l’intensificazione delle cure (7).

Sulla base dei dati ufficiali olandesi, belgi e dell’Oregon, l’andamento generale del fenomeno è quindi attualmente quello di una crescita iniziale del numero di eutanasie che poi tende ad un plateau. È un dato di fatto che nei Paesi dove è legale, l’eutanasia è praticata in maggior misura (8).

L’altro marker di scivolamento etico è costituito dall’estensione delle indicazioni. Il fenomeno si è sviluppato in Olanda nella sua interezza, passando dalla depenalizzazione de facto dell’eutanasia volontaria su paziente in fase terminale nel 1973 all’eutanasia volontaria per malati cronici, all’eutanasia non volontaria, a quella effettuata su pazienti sofferenti psicologicamente, per giungere a consentirla sulla base di una mal definita “sofferenza esistenziale” ed estenderla ai neonati con handicap (protocollo di Groninghen).

In Belgio, per adesso, la proposta avanzata nel 2004 di estendere la possibilità di eutanasia ai bambini e alle persone affette da turbe mentali è stata respinta, ma dal 18 Aprile 2005 è possibile acquistare in una catena di 250 farmacie il kit per l’eutanasia a domicilio al costo 60 . In Oregon David Schuman, sostituto procuratore generale dello stato, ha emesso l’opinione che la costituzione dell’Oregon e l’Americans With Disabilities Act imponevano probabilmente allo stato di assicurare un «compromesso ragionevole» per «permettere ai disabili di avvalersi degli strumenti predisposti dalla Death With Dignity Act» (9). Nello stato americano tutte le procedure di controllo si limitano ad una mera ricezione dei rapporti senza alcuna verifica, se non la correttezza formale, delle procedure.

In Olanda i due terzi delle richieste eutanasiche rivolte ai medici di famiglia vengono accolte (10). Se nel 1990, dopo 17 anni di depenalizzazione pratica dell’eutanasia, solo il 4% dei medici olandesi si dichiarava indisponibile a praticarla, nel 1990 tale cifra si era ridotta all’1% (11) e tra coloro che hanno effettuato eutanasie il sentimento del rimorso è risultato da uno studio specificamente condotto pari allo 0% (12). Tutto questo avviene nonostante vi sia una progressiva consapevolezza da parte della classe medica olandese di una crescente pressione esercitata dalle motivazioni economiche in ambito sanitario (11). In Finlandia, dove l’eutanasia è illegale, l’approvazione da parte dei medici per l’eutanasia non è cresciuta (13).

Certo, non si può sostenere che per adesso in Olanda si sia realizzato l’olocausto nazista, ma chi garantisce che siamo giunti al fondo? Chi può negare che in Olanda siamo un po’ più vicini ad esso? Chi può negare le profonde analogie fra i “gusci vuoti umani” del dottor Hoche nel 1920 e il concetto teorizzato di “persone con vite che in fin dei conti non vale la pena siano vissute” del bioeticista canadese Walter Glannon da una parte (14) e la sua realizzazione col protocollo di Groninghen olandese? Chi può negare l’uso propagandistico di film come “Mare dentro” e “Million dollar baby” in analogia col film “Ich clage an” del 1941? Certo, nel contesto democratico vi è molta più “dispersione”, ma non dobbiamo sottovalutare il pensiero debole. Esso ha labbra soavi, ma denti di acciaio. La dittatura del relativismo è potente. Il combattimento è in corso, mentre la dignità della persona e con essa la persona stessa è tenuta legata e i leoni sono stati sciolti nell’arena, oggi a ciascuno di noi è affidato il compito di difenderla. A noi pochi, noi felici pochi, noi banda di fratelli (15).

 

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Lo “scivolamento etico” nell’eutanasia - Intervento del dottor Renzo Puccetti
ROMA, lunedì, 18 giugno 2007 (ZENIT.org <http://www.zenit.org/> ).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l'intervento del dottor Renzo Puccetti, Specialista in Medicina Interna e Segretario del Comitato “Scienza & Vita” di Pisa-Livorno. http://www.scienzaevita.info/public/site/articles.asp?id=48&page=4
 

 

Argomento: Vita

 Chi era il guru della liberalizzazione sessuale?
 Un maniaco pedofilo

 Alla base dell’ideologia del gender, e spesso usati come supporto scientifico, stanno i Rapporti Kinsey, dal nome dello scienziato americano Alfred Charles Kinsey, il quale condusse esperimenti sul comportamento sessuale delle persone.

I DUE RAPPORTI

I Rapporti Kinsey sono due volumi intitolati “Il comportamento sessuale dell’uomo” e “Il comportamento sessuale della donna“, pubblicati rispettivamente nel 1948 e nel 1953 negli Stati Uniti da Alfred Charles Kinsey e dai suoi collaboratori. I due rapporti furono l’esito di una ricerca finanziata sin dal 1940 dalla Rockefeller Foundation. I dati furono raccolti essenzialmente con interviste, strutturate in modo da mantenere confidenziali i contenuti.

I RISULTATI

Le ricerche sostenevano che: i maschi, specialmente i ragazzi, si masturbavano con grande frequenza (92%); che il sesso prematrimoniale ed extraconiugale era molto comune; che il sadomasochismo è ritenuto stimolante da più della metà del campione; che un terzo degli uomini aveva avuto un rapporto omosessuale; che i bambini anche di età prescolare hanno la capacità di provare un orgasmo.

LA SCALA KINSEY

Kinsey introdusse una nuova scala di valutazione che sostituiva le tre categorie fino ad allora accettate di eterosessualità, bisessualità e omosessualità. La Scala Kinsey misura infatti il comportamento sessuale assegnando valori che vanno da 0 a 6, dove 0 sta ad indicare un comportamento totalmente eterosessuale e 6 un comportamento totalmente omosessuale. Con 1 considera un individuo in prevalenza eterosessuale e solo occasionalmente omosessuale. Con 2 un individuo di solito eterosessuale ma più che occasionalmente omosessuale. Con 3 un individuo equamente omosessuale che eterosessuale, e così via. Fu inoltre creata una particolare categoria, X, per indicare coloro che sono privi di desiderio sessuale.

“CAMPIONE MANIPOLATO”

Ma chi era Alfred Kinsey? Ce lo ricorda lo psicologo Roberto Marchesini che scrive: «Kinsey ha manipolato il campione di individui intervistato per ottenere quei dati. Il celebre psicologo Abraham Maslow, saputo delle ricerche che Kinsey stava conducendo, volle incontrarlo per confrontarsi con lui. Una volta compreso il metodo d’indagine di Kinsey, Maslow mise in guardia l’entomologo dal “volunteer error”, ossia dalla non rappresentatività di un campione composto esclusivamente da volontari per una ricerca psicologica sulla sessualità».

DETENUTI PER CRIMINI SESSUALI

«Kinsey decise di ignorare il suggerimento di Maslow e di proseguire nella raccolta delle storie sessuali di volontari. Oltre a questo, circa il 25% dei soggetti maschi intervistati nella sua ricerca erano detenuti per crimini sessuali; l’unica scuola superiore presa in considerazione per la ricerca fu un istituto particolare nel quale circa il 50% degli studenti avevano contatti omosessuali; tra i soggetti erano presenti anche un numero sproporzionato di “prostituti” maschi (almeno 200); tra gli omosessuali vennero contati anche soggetti che avevano avuto pensieri o contatti casuali, magari nella prima adolescenza; infine, nel calcolare la percentuale di omosessuali, Kinsey fece sparire – senza darne spiegazione – circa 1.000 soggetti» (lanuovabq.it, 11 febbraio 2013). Non un caso, sicuramente, dato che lo stesso Kinsey non disdegnava i rapporti omosessuali.

ESPERIMENTI SUI BAMBINI

Ma agli errori metodologici vanno aggiunti gli “orrori” materiali e teorici di cui Kinsey si rese responsabile. L’aspetto però più inquietante di questo personaggio riguarda gli esperimenti sessuali condotti su bambini: «Nel paragrafo intitolato “L’orgasmo nei soggetti impuberi” (pp. 105 – 112) del primo Rapporto Kinsey descrive i comportamenti di centinaia di bambini da quattro mesi a quattordici anni vittime di pedofili.

In alcuni casi, Kinsey e i suoi osservarono (filmando, contando il numero di “orgasmi” e cronometrando gli intervalli tra un “orgasmo” e l’altro) gli abusi di bambini ad opera di pedofili: “In 5 casi di soggetti impuberi le osservazioni furono proseguite per periodi di mesi o di anni[…]” (p. 107); ci furono anche bambini sottoposti a queste torture per 24 ore di seguito: “Il massimo osservato fu di 26 parossismi in 24 ore, ed il rapporto indica che sarebbe stato possibile ottenere anche di più nello stesso periodo di tempo” (p. 110).

SESSO TRA BAMBINE E ADULTi

Nel secondo Rapporto esiste un paragrafo intitolato “Contatti nell’età prepubere con maschi adulti”, nel quale vengono descritti rapporti sessuali tra bambine e uomini adulti, ovviamente alla presenza di Kinsey e colleghi. Le osservazioni condotte inducono Kinsey a sostenere che: “Se la bambina non fosse condizionata dall’educazione, non è certo che approcci sessuali del genere di quelli determinatisi in questi episodi [contatti sessuali con maschi adulti], la turberebbero. E’ difficile capire per quale ragione una bambina, a meno che non sia condizionata dall’educazione, dovrebbe turbarsi quando le vengono toccati i genitali, oppure turbarsi vedendo i genitali di altre persone, o nell’avere contatti sessuali ancora più specifici”» (www.uccronline.it, 22 aprile 2016)

RICERCHE SOTTO ACCUSA

L’opinione pubblica ed alcuni gruppi religiosi, scrive psicolinea.it,  accusarono Kinsey di fare pornografia nel modo più subdolo possibile, per aggirare le norme condivise sul buon costume, chiamando queste produzioni oscene ‘scienza’. In particolare erano messe sotto accusa le sue ‘ricerche fisiche’ in cui le persone compivano atti sessuali, che venivano osservati, analizzati e registrati a livello statistico in tutti i loro particolari.

Oltre tutto, Kinsey era un pervertito. Da come lo descrive James Jones, un collaboratore del gruppo di Bloomington, nella sua biografia, egli aveva anche tendenze sadomasochiste ed esibizionistiche. A detta di Jones, Kinsey aveva “una metodologia ed un modo di raccogliere casi che garantiva all’autore di trovare esattamente ciò che voleva trovare”.

NUDO DURANTE LE RIPRESE

Kinsey, si legge sempre su psicolinea.it, veniva accusato di essere preda delle sue compulsioni sessuali nel fare ricerca, poiché spesso partecipava direttamente alle riprese (nudo dal collo in giù) e filmava addirittura sua moglie mentre si masturbava (si dice contro il volere di lei).

Kinsey, si diceva, era ossessionato dai comportamenti omosessuali e per questo passava ore ed ore ad osservare documenti pornografici e rapporti sessuali, girati nelle zone malfamate di Chicago e New York, nei carceri e nelle case di appuntamento.

 

Gelsomino Del Guercio per http://it.aleteia.org/2017/01/23/chi-era-il-guru-della-liberalizzazione-sessuale-un-maniaco-pedofilo/

 Otto anni di Obama: un bilancio fallimentare

Dalla riforma sanitaria alle primavere arabe: tutti i “flop” del presidente uscente. Il giornalista Marco Respinti, esperto di politica americana, spiega: “Nemmeno la ripresa economica è merito suo”

 

Difficile salvare qualcosa degli otto anni di presidenza Obama. Assolutamente negativo è il bilancio che ne trae in un’intervista con ZENIT, Marco Respinti, giornalista professionista, saggista, traduttore, studioso del pensiero conservatore anglosassone, Senior Fellow a The Russell Kirk Center for Cultural Renewal (Michigan).

Secondo Respinti, Obama, che domani lascerà ufficialmente la Casa Bianca, cedendo il testimone a Donald Trump, ha rinnegato i valori che da oltre due secoli animano gli Stati Uniti d’America, al punto da meritarsi l’appellativo di “primo presidente post-americano della storia”.

Anche le pagine apparentemente più brillanti della sua amministrazione, come la ripresa economica dopo la più grande crisi finanziaria degli ultimi settant’anni, sono in realtà più ascrivibili alla tenacia della società civile americana e al suo genio imprenditoriale che non alle politiche del suo presidente. Eppure Obama è ancora convinto di passare alla storia, come dimostra il “profilo alto” che sta mantenendo fino all’ultimo.

Partiamo dall’attualità: a differenza della maggior parte dei suoi predecessori, Obama non sembra affatto intenzionato a una conclusione di mandato in sordina: ripetute feste d’addio con i vip, la fine della politica wet foot, dry foot con gli immigrati cubani ma, soprattutto, la voce grossa con la Russia e con il presunto spionaggio alle ultime elezioni presidenziali. A cosa è dovuto questo “colpo di coda” nel protagonismo del presidente uscente?

Ritengo sia dovuto a due ordini di cose. Il primo è la convinzione di essere un personaggio da libri di storia (il primo presidente nero degli Stati Uniti, il Premio Nobel “alla carriera” prima ancora di averlo meritato…); forte di questa idea, Barack Obama ha fatto di tutto per chiudere con un colpo di teatro. Il secondo è che ha poca intenzione di andare “in pensione”: dopo la disfatta di Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca e la rotonda sconfitta del Partito Democratico al Congresso federale, il fronte liberal è tutto da ricostruire e il parterre dei suoi potenti supporter da rassicurare. I suoi ultimi fuochi sono un messaggio: “non me vado del tutto”…

Otto anni fa, al suo insediamento, Obama aveva promesso epocali cambiamenti sia in politica interna che estera. «Change» è stata a lungo la parola chiave della sua amministrazione. È stato davvero così?

Sì, ma in peggio. Gli Stati Uniti di oggi non sono affatto migliori di quelli di ieri; non tutti i guasti sono imputabili a Obama ma di molti è responsabile l’ideologia con cui il presidente ha guidato il Paese. Lo ha scritto lo stesso Obama su The Economist e in Italia su la Repubblica ammettendo che, alla fine della sua era, vi è «[…] scontento diffuso in tutto il mondo», «[…] scetticismo verso le istituzioni internazionali, gli accordi commerciali e l’immigrazione», «[…] produttività in calo e […] aumento delle ineguaglianze» che «[…] hanno rallentato la crescita degli introiti delle famiglie a basso e medio reddito. La globalizzazione e l’automazione hanno indebolito la posizione dei lavoratori e la loro capacità di garantirsi un salario dignitoso». Un disastro, insomma.

In politica interna, la più grossa innovazione portata dall’amministrazione Obama è stata la riforma sanitaria: che bilancio se ne può trarre a quasi sette anni dall’approvazione?

La cosiddetta Obamacare non ha affatto garantito la copertura sanitaria a tutti i cittadini americani, ma in compenso ha aumentato a dismisura i costi, complicando il sistema in maniera insostenibile. Inoltre, un numero enorme di americani vive oggi di food-stamp, quei sussidi che asservono le persone a uno Stato che le considera solo riserve elettorali, laddove sarebbe invece bastato ridurre drasticamente le tasse e dimagrire la macchina pubblica per innescare quel circolo virtuoso mediante il quale i cittadini invece di farsi mantenere divengono imprenditori di se stessi. Se gli Stati Uniti hanno oggi superato la crisi economica meglio di altri Paesi, soprattutto europei, lo si deve infatti soltanto alla solerzia e all’industriosità degli americani che nonostante l’Amministrazione Obama, e non per suo merito, sono riusciti a sfangarla…

Che dire, invece, della politica estera?

Sul piano internazionale, le scelte insipienti della Casa Bianca hanno prodotto instabilità e insicurezza: il fallimento delle “primavere arabe”, la guerra sbagliata in Libia voluta dagli europei a cui Obama si è accodato, il ritiro sciocco dall’Iraq che ha permesso lo sviluppo dell’ISIS, tutti gli errori compiuti nel disastro siriano e l’inutile provocazione alla Russia. Non bisogna essere dei fan di Vladimir Putin per dirlo.

Un aspetto rilevante della sua politica è stato l’aver messo in discussione la libertà religiosa, con tutto quello che ne consegue…

Dei “princìpi non negoziabili”, Obama è un nemico giurato. L’Obamacare è stata la grande scusa per imporre il controllo della nascite (contraccezione, aborto, sterilizzazione) a spese dei datori di lavoro, ivi comprese le istituzioni religiose. Di aborto e gender Obama è stato un grande sacerdote, e della libertà religiosa il guastatore supremo. L’ha manomessa in tutti i modi, diretti e indiretti, temendo come poche altre cose la sua piena applicazione. Negli USA, infatti, la libertà religiosa è il primo diritto politico dei cittadini, iscritto a lettere d’oro nel primo Emendamento alla Costituzione federale, il che significa che da esso derivano e dipendono tutti gli altri diritti politici. Per com’è espressamente formulato, il diritto alla libertà religiosa è anzitutto diritto all’espressione pubblica della fede, il diritto cioè che la fede sia anche cultura, persino politica. Di questo Obama e il suo mondo hanno paura, e questo Obama e il suo mondo hanno combattuto e combattono con decisione e asprezza.

Per che cosa sarà ricordato, quindi, nei libri di storia, il 44° presidente degli Stati Uniti d’America?

L’ex ambasciatore all’ONU John R. Bolton ha definito Obama il “primo presidente postamericano” della storia. Mi sembra un titolo adeguato.

Qual è stato, a suo avviso il risvolto più positivo degli otto anni di amministrazione Obama?

Fatico a rispondere. Cerco, ma non trovo. Probabilmente l’avere provocato la reazione che ha messo fine alla prosecuzione del suo progetto ideologico via Clinton. Le elezioni per la Casa Bianca e per il Congresso federale dell’8 novembre sono state un referendum su Obama, e Obama ha perso.

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19 gennaio 2017 Notizie dal Mondo

https://it.zenit.org/articles/otto-anni-di-obama-un-bilancio-fallimentare/

[Seguirà domani, venerdì 20 gennaio, una nuova intervista a Marco Respinti, sul programma politico del nuovo presidente USA, Donald Trump]

Argomento: Politica

 Avete presente il prototipo dello scienziato pazzo, tipo il Dottor Stranamore del film di Stanley Kubrick «Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba?». Ebbene, a volte la realtà si incarica di andare ben oltre la fantasia.

È il caso del professor Paul R. Ehrlich, entomologo americano della Stanford University, diventato celebre dopo aver pubblicato un libro, intitolato «La bomba della popolazione», nel quale, sulla base di accurati calcoli, faceva una previsione catastrofista: nel decennio dal 1973 al 1983 ben un quarto del genere umano sarebbe morto per fame.

Onde evitare una simile strage, Ehrlich scrisse che sarebbe stato necessario prendere provvedimenti draconiani, a partire dall’imposizione per legge, senza guardare ai diritti individuali, del controllo delle nascite obbligatorio e indiscriminato.

E come somministrare le sostanza necessarie a impedire le nascite? Semplice: introducendo sterilizzatori nell’acqua potabile e nei cibi più comuni.

Ovviamente le previsioni del professore, come quelle di tutti catastrofisti, si sono rivelate campate per aria. Tuttavia ciò non gli ha impedito di continuare a sostenere le sue tesi e di indicare soluzioni. Una delle caratteristiche dei catastrofisti inveterati è infatti quella di non considerare la realtà per quella che è, ma soltanto come pretesto per sostenere le loro idee senza fondamento.

Forse qualcuno ricorderà la scommessa di Ehrlich con Julian Simon, economista che non si lasciò mai influenzare dall’ideologia ecologista e neomalthusiana. Convinto che il mondo, nonostante l’aumento della popolazione, avrebbe migliorato la disponibilità di risorse grazie allo sviluppo delle conoscenze, della tecnologia e della vituperata globalizzazione, Simon, contrario al controllo delle nascite e soprattutto all’imposizione dell’aborto di massa,  nel 1980 sfidò il suo ben più famoso collega: «Scegli cinque materie prime e io scommetto che tra dieci anni costeranno non di più ma di meno rispetto a oggi».

Quelli erano gli anni in cui i catastrofisti pontificavano e il famigerato Club di Roma imperversava con le sue tesi sui limiti dello sviluppo e la necessità di ridurre le bocche da sfamare. Ehrlich, sicuro di vincere la scommessa, scelse dunque cinque metalli: rame, cromo, nichel, stagno e tungsteno, e commentò con sicumera: «Io e i  miei colleghi John P. Holdren e John Harte  accettiamo tutti insieme l’offerta stupefacente di Simon prima che altra gente avida si aggreghi».

Con la presunzione tipica degli ideologi, Ehrlich pensava di vincere facile. Invece, come aveva previsto Simon, i prezzi andarono in una direzione opposta ed Ehrilich si ritrovò a dover pagare più di cinquecento dollari. Il che, in ogni caso, non lo spinse mai a fare autocritica.

Perché ricordare oggi queste vicende?

Perché dal 27 febbraio al primo marzo prossimi, presso la Casina Pio IV in Vaticano, per iniziativa di due pontificie accademie, quella delle scienze e quella per le scienze sociali, si terrà un simposio internazionale sul tema «Estinzione biologica. Come salvare l’ambiente naturale da cui dipendiamo», e fra i relatori invitati a portare il loro autorevole contributo chi ci sarà? Proprio lui, l’ineffabile professor Ehrlich. E quale sarà il tema affidatogli? «Come salvare il mondo naturale».

Ora, gli organismi vaticani sono ovviamente liberi di organizzare i simposi che vogliono e di invitare chi vogliono, ma è difficile non porsi una domanda: con tutti gli scienziati che esistono, è proprio il caso di offrire una tribuna a uno come Ehrlich, che non solo si è fatto paladino dell’aborto di massa ma ha sbagliato completamente le sue catastrofiche previsioni? 
Che cosa può avere da insegnare questo Dottor Stranamore secondo il quale entro l’anno duemila l’Inghilterra avrebbe praticamente cessato di esistere, a meno di non intervenire con massicce politiche a base di aborto e sterilizzazione di massa?

Oggi, nell’anno di grazia 2017, la comunità scientifica mondiale ha smentito tutte le più fosche previsioni dei catastrofisti.
Nel mondo, certamente, c’è ancora chi soffre la fame, eppure il pianeta, nonostante l’aumento della popolazione, non ha mai sfamato così tanta gente e la qualità della vita non è mai  migliorata tanto.
Se ancora adesso un miliardo di persone soffre la fame non è perché non ci sono le risorse, ma perché ci sono troppi sprechi.  Il problema non è impedire alle persone di avere figli, ma garantire loro livelli adeguati in campo sanitario e scolastico.

Commentando la scelta del Vaticano, il presidente del Population Research Institute, Steven Mosher, giornalista e studioso americano contrario alle politiche abortiste, ha detto:
«Le opinioni di Ehrlich sui tassi di estinzione biologica sono esagerate tanto quanto le sue previsioni relative ad un’esplosione demografica, previsioni tutte fallite. Per quale ragione il Vaticano debba dare un palco a questo profeta laico di sventura va oltre le mie capacità di comprensione. Ci sono moltissimi scienziati cattolici, le cui opinioni, basate su fatti, meriterebbero d’esser valorizzate dalla Chiesa. Quale sarà la prossima mossa? Invitare Raul Castro a parlare di diritti umani?».

La tesi al centro del congresso in Vaticano sarà che i cambiamenti climatici globali stanno mettendo a rischio le «biodiversità», il quaranta per cento delle quali sarà distrutto «entro la fine di questo secolo». Sconfitto dai fatti per quanto riguarda la crescita della popolazione mondiale, il catastrofismo torna all’attacco cambiando cavallo: dalla bomba demografica a quella climatica, e di nuovo si lancia in  previsioni.
È una questione di «giustizia sociale» e di «moralità», dicono gli organizzatori del congresso nel presentarne i lavori, ma anche di «sopravvivenza». E siccome all’origine dei cambiamenti climatici c’è l’uomo, ecco che torna la tesi di sempre: eliminiamo l’uomo, riduciamo la sua presenza sulla terra e risolveremo ogni problema.

Di recente (si veda l’articolo «Biophysical limits, women’s rights and the climate encyclical» pubblicato in  «Nature Climate Change») Ehrlich e l’amico Harte, a commento dell’enciclica «Laudato sì’» di Francesco hanno sostenuto che «il papa ha fatto un forte invito ad agire sui cambiamenti climatici, ma non riesce ad affrontare i complessi legami tra lo sviluppo e la crescita demografica».
Dunque?  
Ebbene, quello di Francesco resta «un delirio senza senso» finché non si mette mano al controllo demografico. «È cristallinamente chiaro», scrive Ehrlich. «Nessuno interessato allo stato del pianeta e allo stato dell’economia globale può evitare di trattare della popolazione. È l’elefante nella stanza».

Ehrlich, alla bella età di ottantacinque anni, ha perso il pelo ma non il vizio e continua a pontificare, come faceva con il suo libro del 1969.
La cosa sorprendente è che adesso pontificherà al papa. E su invito del Vaticano.

 

Aldo Maria Valli http://www.aldomariavalli.it/2017/01/14/il-dottor-stranamore-in-vaticano/

Argomento: Vita

 Il governo Gentiloni ha firmato dall'ospedale dove è ricoverato il premier, il decreto che vara i nuovi livelli essenziali di assistenza per la sanità (L.E.A.), ovvero le prestazioni ed i servizi che il servizio sanitario è tenuto a fornire ai cittadini di tutte le regioni italiane. Oltre a quella di Gentiloni il documento reca la firma del ministro della salute Beatrice Lorenzin e del ministro dell'economia Padoan.

 [Su questo argomento si ricorda agli emiliani la campagna contro la Giunta PD-NCD:
http://www.fattisentire.org/modules.php?name=News&file=article&sid=50 ]

Giunge così a compimento il lavoro della commissione di aggiornamento che si era insediata l'11 ottobre 2016 sotto la presidenza del ministro Lorenzin di cui facevano parte i rappresentanti delle regioni, del ministero delle finanze e di organi tecnici tra cui l'Istituto Superiore di Sanità, il Consiglio Superiore di Sanità, l'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA). Le novità sono sicuramente molte ed in molti casi esse costituiscono un miglioramento per le persone malate.

Tra quelle di più immediato impatto per le questioni bioetiche vi è sicuramente l'inclusione nei nuovi L.E.A. delle procedure di fecondazione in vitro, compresa la fecondazione eterologa. La prospettiva adottata è fondamentalmente questa: l'infertilità è una patologia, la fecondazione artificiale è la cura che la scienza medica ha allestito per le persone portatrici di questa patologia, la scelta politica è dunque quella di inserire la fecondazione in vitro tra le procedure assicurate dal sistema sanitario nazionale.

Alcuni bioeticisti contestano l'impiego del termine cura per una procedura che non cura affatto, dicono, l'infertilità di base. Non credo che questo sia un argomento valido. La dialisi renale non cura la patologia renale, tuttavia ne contrasta gli effetti; la somministrazione di insulina nel diabete tipo I o di ormone tiroideo nell'ipotiroidismo non cura l'insufficiente produzione ormonale, tuttavia impedisce che tale deficienza determini la morte o gravi danni per la salute del paziente. Un by-pass aortocoronarico non fa scomparire l'istruzione della coronaria, ma impedisce che essa determini la morte per ischemia di una porzione del tessuto miocardico.

Routinariamente la cura non determina la guarigione dalla malattia, ma si limita ad alleviare le conseguenze della malattia, tuttavia sfido i miei amici bioeticisti a sostenere che la dialisi, l'insulina e la rivascolarizzazione cardiochirurgica non curando la patologia di base non dovrebbero essere considerate vere cure e quindi sarebbero da escludere dai L.E.A. Lo stesso principio viene adottato per la fecondazione eterologa: se manca l'ormone si dà l'ormone, se mancano i globuli rossi si reintegrano mediante trasfusioni da un donatore ad un ricevente, se manca un organo lo si fa con i trapianti, perché non dovrebbe essere fattibile con i gameti? Questo è l'approccio pragmatico seguito dagli specialisti impegnati nel combattere l'infertilità.

L'occasione consente di riaffermare dunque con nettezza (e spero sufficiente lucidità) la vera ragione che giudica una sciagura l'inclusione della fecondazione in vitro nei L.E.A. quale, è doveroso dirlo per amore della verità, ossequioso e legalmente dovuto adempimento da parte della politica di quanto i giudici avevano ordinato attraverso le varie sentenze che hanno smontato i limiti previsti nella legge 40.

Tuttavia questo non ci solleva dal proclamare ancora una volta che l'intenzione di sollevare le persone da una sofferenza non può essere un lasciapassare per qualsiasi pratica, ma debba sempre avvenire mediante percorsi rispettosi della dignità umana. Il desiderio di maternità e paternità, di per sé buono e condivisibile, non può essere soddisfatto al prezzo di selezionare gli embrioni secondo criteri qualitativi, stoccare atempo indeterminato sotto azoto liquido l'eccesso produttivo, interporre nel processo generativo figure esterne alla coppia, preselezionare i fornitori della componentistica.

Queste sono pratiche che, come osservato dal bioeticista Leon Kass, riducono l'essere umano a manufatto e rendono lo Stato che vi partecipa complice del Baby Business descritto dalla professoressa della Columbia Debora Spar. E le donne indigenti usate come "cava" biologica da cui strappare quanti più gameti mediante "bombe" ormonali? Se si può vendere le cellule, se lo Stato stesso diventa acquirente, per quale ragione non si potrà comprare organi interi?

Eppure che l'embrione non è un materiale biologico assimilabile a nessun altro è reso evidente dalla biologia: un globulo rosso non cresce fino a diventare un bambino che domanda: "chi è mia madre?". E qual'è il tasso di successi di questa modalità terapeutica? Nel 2014 delle64.323 coppie che si sono sottoposte alla fecondazione in vitro, soltanto 9.203 sono giunte al parto, appena il 14,3%. Per il restante 85,7% la speranza si è trasformata in una fallimentare delusione. Con la donazione di gameti la probabilità di successo cresce soltanto al 21,1%.

Negli Stati Uniti l'uso di donatrici di ovuli è del 4%quando la donna richiedente ha meno di 35 anni, diventa il 6% per richiedenti di 35-37anni, sale al 10% per quelle di 38-40 anni e raddoppia per ogni incremento di due anni della fascia di età delle committenti fino a giungere al 73% delle procedure con ovuli acquistati sul mercato quando la donna che vuole un bambino ha più di 44 anni. In Italia l'uso di gameti esterna alla coppia è consentito soltanto per i portatori di patologie trasmissibili, ma in fin dei conti anche questo è un paletto dondolante; se avere un bambino è un diritto ed il principio del mercato è quello di soddisfare la domanda, l'età dovrà pur essere un problema risolvibile dalla tecnica.

In fin dei conti, come noi medici abbiamo imparato a dire, senectus ipsa est morbus

 

(Renzo Puccetti -14-01-2017, tit. orig. Dal governo un via libera all'essere umano manufatto, in http://www.lanuovabq.it/it/articoliPdf-dal-governo-un-via-libera-all-essere-umano-manufatto-18642.pdf)

 

Argomento: Vita

  Se c’è un settore delle scienze umane nel quale domina, praticamente incontrastata, la dittatura del relativismo –secondo la nota espressione dell’allora card. Joseph Ratzinger- questo è certamente la moderna filosofia: non solo per i contenuti del pensiero della pressoché totalità dei filosofi  maggiormente in voga ma anche per il modo –forse meno appariscente ma certo più incisivo - con il quale questa disciplina viene più o meno ovunque insegnata.

Infatti, da quando nell’800 presero voga il positivismo e l’idealismo, quella che si fa studiare non è tanto la filosofia quanto piuttosto la storia della filosofia.

La prima –la filosofia- è infatti un’indagine incessante sui primi principi della realtà per arrivare a comprendere ciò è il vero, il bene, il bello. Nelle scuole, lo studente è invece impegnato solo ad apprendere il pensiero dei principali filosofi secondo la loro successione cronologica. Spesso poi, quando il manuale ha un’impostazione marxista o quasi, la stessa riflessione filosofica viene presentata come il frutto delle condizioni economiche e sociali della sua epoca. Ne deriva che oramai, la stessa forma mentis dei giovani, si costruisce in modo da non poter neanche concepire, se non a prezzo di non comuni sforzi personali individuali, la stessa possibilità che esista una verità.

Tutto questo, in fondo, altro non è che il trionfo anzi, la dittatura, del relativismo.

Non sono certo mancati nel tempo tentativi di impostare l’insegnamento secondo metodi più classici, presentando cioè agli studenti non una carrellata storica di illustri opinioni ma le fondamentali questioni: metafisiche, etiche ecc. di cui si è discusso, esponendo poi, intorno ad esse, le risposte dei maggiori filosofi. Il pensiero corre, per esempio, ai tre gradevoli volumi degli Elementi di Filosofia di Sofia Vanni Rovighi (1908-1990), a lungo docente a Milano presso l’Università cattolica, la cui ricezione però è andata poco più in là di tale ateneo e non certo per colpa dell’autrice.

Sta di fatto che in questo modo -e tranne sempre più rare eccezioni- anche dalle scuole cattoliche, dai seminari, dai noviziati degli ordini religiosi, perfino di quelli votati all’apostolato culturale, è scomparso quel modo di fare filosofia che, almeno da sant’Agostino in poi, per oltre 1500 anni, aveva fornito le basi su cui si era costruita la teologia e, più in genere, la stessa cultura cristiana. Avendo infatti sullo sfondo la lezione dei 3 grandi greci (Socrate, Platone ed Aristotele), esse avevano infatti trovato il loro solido fondamento nella filosofia dei grandi dottori della scolastica medievale (sant’Anselmo d’Aosta, sant’Alberto Magno, san Bonaventura da Bagnoregio e, soprattutto, san Tommaso d’Aquino). Ed anche quando la moderna filosofia aveva preso il sopravvento, non erano mancate figure di alto livello che ne avevano continuato l’opera come, ancora nel ‘900, Étienne Gilson, i domenicani Reginaldo Garrigou-Lagrange e Santiago María Ramírez e lo stimmatino Cornelio Fabro: tutti immancabilmente, per lo più, dimenticati.

Ne ha molto sofferto anche la teologia che, privata del suo solido retroterra filosofico (cioè di vere radici culturali), ha finito frequentemente per divenire vittima di un vero e proprio complesso di inferiorità verso le varie filosofie contemporanee. Così, ad esempio, ci sono stati teologi che, in nome dell’inculturazione, hanno preso a prestito forme proprie delle culture africane o asiatiche; altri (teologia della liberazione sud-americana in testa) hanno cercato di sposare il messaggio cristiano con la filosofia marxista; altri ancora (soprattutto in Europa e nord America) sono ricorsi all’ermeneutica ed allo strutturalismo quando addirittura non hanno adottato un informe eclettismo.

Addirittura –soprattutto nella tumultuosa stagione del post-concilio- v’è stato in molti teologi il dichiarato intento di de-ellenizzare della Chiesa cioè di privarla di quelle basi filosofiche che si sono appena ricordate sulle quali però erano state costruite anche le basi del dogma cattolico. Il risultato in termini di babele teologica è, del resto, sotto gli occhi di tutti ed era ben presente, fin dai tardi anni ’60, allo stesso Joseph Ratzinger che più d’una volta, nei suoi scritti, metteva in guardia contro i pericoli che ne derivavano.

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In questo quadro, assai poco entusiasmante, è veramente apprezzabile l’uscita di questo piccolo (di mole ma non di contenuto) libro di Stefano Fontana, giornalista pubblicista di formazione filosofica, direttore dell'Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa e Consultore del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace oltre che autore di varie pubblicazioni in materia di dottrina sociale cristiana.

L’esposizione -come dice il titolo: “da Socrate a Ratzinger”- segue più o meno la successione storica del vari filosofi che è oramai, per tutti, il modo più familiare di approccio alla materia e ne presuppone anche un minimo di conoscenza anche solo scolastica: sarebbe stato infatti praticamente impossibile sintetizzare in appena 160 pagine, ben 2500 anni di pensiero filosofico e decine di pensatori con tanto di riferimenti a date, scuole, opere ecc.

Altri e ben più importanti sono però i pregi dell’opera, tra i quali emerge anzitutto lo stile, sempre semplice, sintetico, gradevole e spesso, anche ironico ma senza amari sarcasmi.

In secondo luogo, la chiara convinzione che soggiace a tutta l’esposizione secondo cui la verità esiste: certo, la sola ragione, non può pervenire sempre e su tutto ad imperiture certezze ma questo non esime dall’impegno della continua ricerca.

Di non minor rilievo è poi il continuo richiamo dell’autore alle certezze del comune buon senso cioè alla convinzione che ciascuna persona normale ha, della propria esistenza, di quella delle cose e delle altre persone e che tutto questo è da lei ben distinto. Chiunque abbia anche solo un minimo di nozioni di filosofia moderna ben sa come essa abbia invece incessantemente combattuto tali fondamentali certezze sulle quali però, di fatto, ognuno basa la propria esistenza: anche gli stessi filosofi che le negano.

A più riprese, Fontana ricorda quindi come, abbandonandole e pretendendo di ricostruire il mondo a partire da se stessi, quella ragione che pretendeva di rifare il mondo si è invece solo smarrita. Da qui, la convinzione che era stata invece la filosofia classica -greca e poi medievale e cristiana- ad incamminarsi sulla via giusta anche se oggi essa è per lo più negletta insieme ai suoi migliori frutti: la metafisica, il primato dell’oggettività, il sano realismo.

Infine, costituiscono non ultimo pregio del libro le pagine finali dedicate ad alcuni mostri sacri del moderno pensiero cattolico: Jacques Maritain  e Karl Rahner. Di tutti costoro, Fontana, al seguito di eminenti filosofi pure cattolici come Santiago Ramírez e Cornelio Fabro, non manca di mettere in evidenza i pesanti limiti che hanno non poco inciso sulla teologia contemporanea.

Concludendo, crediamo che, se ben utilizzata, questa piccola e così felicemente anomala, storia della filosofia potrebbe costituire una buonissima base di partenza per stimolare la riscoperta della più autentica filosofia. É proprio in questa ottica che ci permettiamo una sola modestissima osservazione: forse, alla fine, non sarebbero state fuori posto, una o due paginette, con l’indicazione di almeno alcuni riferimenti bibliografici che, grazie a Dio, non mancano. Oltre agli autori citati, pensiamo ad esempio, ai libri del padre saveriano Battista Mondin, di Luigi Bogliolo, di Antonio Livi, del salesiano don Dario Composta e dell’americano McIntyre: forse li si potranno ricordare in una prossima edizione.

Andrea Gasperini

Cfr. Stefano Fontana – Filosofia per tutti – Una breve storia del pensiero da Socrate a Ratzinger – Fede & Cultura – Verona – 2016 - pp. 159 - €. 15,00

Argomento: Fede e ragione

 Campagna rivolta solo ai residenti in Emilia Romagna

 1. La Regione Emilia Romagna ha deciso di acquistare da banche del seme gameti femminili e maschili per promuovere la fecondazione eterologa (cfr. http://tinyurl.com/RegioneER)

 2. Il Card. Caffarra ha definito tale decisione "gravissima e aberrante"  (Cfr. http://www.lanuovabq.it/it/articoli-i-bambini-non-si-comprano-scendiamo-in-piazzacaffarra-accusa-la-sua-emilia-aberrante-17638.htm) perchè "Non ci si rende conto che si sta sradicando la genealogia della persona dalla genealogia naturale".

Sua Eminenza ha spiegato anche che "si producono le cose, non i bambini e questa è una produzione di bambini. Ma la logica della produzione deturpa la dignità della persona. Il bambino viene così deturpato nella sua dignità. In secondo luogo il corpo della donna non è una miniera, una cava da cui estrarre ciò che mi serve per compiere i miei desideri, perché un ovocita non è il tessuto della cornea di cui mi servo per dare la vista a un cieco. L’ovocita ha in sé la potenza di dare origine ad una nuova persona, non è una cellula qualsiasi".

3. Si tratta inoltre di denaro di contribuenti che, per gran parte, sono all'oscuro delle terribili intenzioni degli amministratori della nostra Regione.

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I Comitati Difendiamo i Nostri Figli (Family Day - Gandolfini) dell'Emilia Romagna chiedono ai Consiglieri Regionali dell'opposizione all'amministrazione del Partito Democratico di vigilare e di far propria la protesta della gente, a favore della difesa della vita umana, dal concepimento alla morte naturale.

Qui la petizione:
http://www.fattisentire.org/modules.php?name=News&file=article&sid=50

Firmando questa petizione la tua e-mail arriverà a tutti i Consiglieri Regionali, Deputati e Senatori eletti in Emilia Romagna e facenti parte dell'opposizione.
Non firmare se abiti in altre Regioni.

Argomento: Vita

 E’ stata portata allo scoperto in molte città d’Italia l’azione della Lobby LGBT: all’insaputa delle famiglie e grazie a sindaci del Partito Democratico, i bambini venivano costretti a visionare spettacoli teatrali altamente discutibili, intesi ad inculcare subdolamente la propensione a comportamenti omosessuali.

In provincia di Bologna il Partito Democratico difende le scelte del Sindaco di Castello d'Argile che ha concesso il teatro.
Di fatto, il PD nega il diritto educativo dei genitori e dei partiti che ne prendono le difese affermando: “L’attacco del centrodestra all’attività didattica espletata nel plesso scolastico di Castello d’Argile è pericoloso e dannoso. Rappresenta un'indebita intromissione nell’autonomia didattica degli insegnanti e delle istituzioni scolastiche” (Resto del Carlino, 12/1/2017, p. 20).
Secondo i nuovi comunisti, dunque, il diritto di educare compete solo ed esclusivamente allo Stato.
Gli abomini compiuti dal Governo Renzi – NCD contro la famiglia non sono stati un caso.

C’è da sperare che queste iniziative non si fermino, diventino più generali e organizzate, fino a neutralizzare i loro promotori e “padrini” politici.

 

Comunicato Stampa CDNF

Gandolfini: “Necessario il consenso consapevole dei genitori per iniziative didattiche su temi sensibili”

 

Grazie all’azione collettiva dei gruppi locali del Comitato Difendiamo i Nostri Figli, in alcune città italiane, tra cui Bolzano e Bologna, si aperto un accesso dibattito con gli uffici scolastici riguardo un’attenta valutazione della proposta teatrale dello spettacolo "Fa' afafine" – il cui protagonista è un ragazzino gender fluid che si sente maschio o femmina a seconda dei giorni – e la garanzia del diritto al consenso informato dei genitori”. Dichiara Massimo Gandolfini, presidente del Comitato promotore del Family day.

 

La massima attenzione suscitata tra i genitori - prosegue Gandolfini - ancora una volta dimostra come la cultura del popolo italiana non è assolutamente allineata a queste derive antropologiche, avendo ben chiaro il principio che la condotta affettiva dei ragazzi è strettamente legata alla loro identità sessuata”. “Continueremo pertanto la nostra attività di sensibilizzazione sempre nell’ottica della difesa dell’innocenza dei più piccoli”. Conclude il presidente del Family day.

Intanto, il Comitato Difendiamo i Nostri Figli - Commissione Scuola - comunica di aver inoltrato nuovamente al MIUR la richiesta di attenta valutazione della proposta teatrale dello spettacolo “Fa’ afafine”, prevista sul territorio nazionale nei prossimi mesi.

La richiesta è accompagnata da qualificata valutazione pedagogica nella quale si evidenzia come la tematica del gender fluid, ivi trattata, risulti inconciliabile con la pluralità degli orientamenti educativi delle famiglie e sia ritenuta dallo stesso Ministero incongruente con la funzione pubblica della scuola nella quale “non rientrano in nessun modo né 'ideologie gender' né l’insegnamento di pratiche estranee al mondo educativo".

Segnaliamo che la collocazione della rappresentazione teatrale al mattino e la proposta indiscriminata alle scuole, rendono necessario il consenso consapevole delle famiglie e la previa e adeguata informazione su ogni dettaglio relativo ai contenuti, alle modalità di attuazione e ai possibili percorsi educativi ad essa connessi. La partecipazione a iniziative didattiche legate a temi sensibili e legati alle scelte educative e culturali delle famiglie è facoltativa, anche se proposta in orario scolastico, e i genitori possono aderirvi o meno esercitando il "diritto di educare e istruire i propri figli". È nel loro diritto chiedere che i propri figli vengano esonerati e dispongano in alternativa di altre attività scolastiche, a tutela del diritto allo studio.

Chiediamo quindi ai dirigenti scolastici, agli insegnanti e ai rappresentanti dei genitori di assicurare una puntuale raccolta di esplicite adesioni, prima che la propria scuola decida di proporre agli allievi la rappresentazione e ribadiamo la necessità di coinvolgere le associazioni dei genitori anche nella progettazione di percorsi didattici contro le discriminazioni. Solo in questo modo sarà garantito il pluralismo culturale della scuola e la libertà di educazione di tutti.

 

Roma, 11 gennaio 2017
Comitato Difendiamo i Nostri figli

 Un giorno dell’anno 429 gli abitanti di Nanterre, borgo presso Parigi, vedono sbarcare in riva alla Senna i vescovi san Germano di Auxerre (378 ca.-448) e san Lupo di Troyes (383 ca.-478 ca.). Su richiesta di papa Celestino I, si stanno recando in Gran Bretagna per opporsi alle dottrine di Pelagio, tese a ridurre l’importanza dell’intervento divino nella pratica delle virtù.

 Visitatori così eminenti attirano l’attenzione e una folla si dirige loro incontro per riceverne la benedizione. San Germano nota una bambina di circa 7 anni: è Geneviève (420 ca.-500 ca.) di famiglia cristiana ricca e potente. La fa condurre a sé e la bacia sul capo. Poi il vescovo si rivolge ai genitori, come attesta il primo biografo anonimo della santa, affermando: «Siete molto fortunati d’essere i suoi genitori. Sappiate che alla sua nascita vi è stata una grande gioia fra gli angeli, e che quell’evento è stato celebrato con tripudio nel cielo. Ella sarà grande agli occhi del Signore. Presi da ammirazione per la sua vita e la sua condotta, molti si allontaneranno dal male e ritorneranno verso il Signore. Questi otterranno la remissione dei loro peccati e le ricompense promesse da Cristo». Poi alla bimba dice: «Vuoi tu essere consacrata a Cristo nella vita religiosa, e vuoi tu, come sposa di Cristo, custodire il tuo corpo immacolato e intatto?», la risposta di Geneviève non si fa attendere: «Padre, tu previeni i miei desideri: è questo che io bramo. Prega perché il Signore si degni di compiere i miei voti» (In: Vita Genovefae). Ella riceverà la consacrazione di religiosa all’età di 20 anni. Nel 445 o 446 il vescovo Germano di Auxerre, di ritorno dalla Gran Bretagna, si recò nella dimora della giovane, salutandola con una riverenza che impressiona tutti gli astanti. Racconta quindi come si era svolto il suo primo incontro con la fanciulla a Nanterre e come egli avesse presentito fin da allora quale sarebbe stata la santità della sua vita. Da qui ebbero inizio la stima e l’ammirazione dei parigini per Geneviève.

Nel 451 si diffuse la notizia che il re degli Unni, Attila, aveva saccheggiato Treviri, Metz, Reims, e avanzava verso sud. La popolazione ne fu atterrita e molti si apprestarono a fuggire, ma non la santa di Nanterre che esortò i parigini a non allontanarsi. Riunì perciò alcune donne per pregare nel battistero: «Che gli uomini fuggano, se vogliono e se non sono più capaci di battersi. Noi donne pregheremo Iddio così tanto che ascolterà le nostre suppliche» (ibidem). Alcuni volevano ucciderla, o lapidandola o gettandola in un burrone. Intanto il vescovo Germano era morto a Ravenna il 31 luglio 448, ma uno dei suoi arcidiaconi, di passaggio per Parigi, poté intervenire rivolgendosi ai parigini: «Cittadini, non acconsentite a un tale delitto! Abbiamo inteso il nostro vescovo Germano dire che colei, della quale voi tramate la morte, è stata eletta da Dio nel grembo della madre. E io sto portando le eulogìe [benedizioni ndr], che san Germano ha lasciato per lei» (ibidem). Parigi fu difesa dai suoi abitanti, incoraggiati dalle esortazioni e dalle preghiere di Geneviève, e Attila, scoraggiato dall’inattesa resistenza, passò oltre e si diresse verso Orléans, dove fu sconfitto nella battaglia dei Campi Catalaunici, presso Châlons-sur-Marne, dal generale romano Ezio.

Cinque anni dopo, Meroveo, terzo re dei Franchi, mise sotto assedio Parigi, difesa ancora da una forte guarnigione di Romani, sotto il comando di Egidio e successivamente sotto quello del figlio Siagrio. Dopo la morte di Meroveo nel 457, l’assedio proseguì con il figlio Childerico I, che dopo cinque anni la conquistò. Questa volta Geneviève non si oppose, presagendo che quella dinastia avrebbe contribuito a diffondere la fede cristiana fra i barbari. L’assedio e le conseguenti distruzioni nei dintorni avevano portato una grande carestia e gli abitanti, che non avevano più pane, morivano di fame. Fu proprio lei a risolvere la catastrofe: si fece guida sulla Senna di undici battelli fino a Troyes e, passando di città in città, compiendo molteplici miracoli, ottenne in dono dai mercanti un gran carico di grano, che riportò a Parigi. La sua autorità, anche a corte, crebbe sempre più, ma di essa mai si approfittò. Anzi, si assoggettò ad una rigorosa regola di vita consacrata. Si nutriva di pane d’orzo e di fave, di cui faceva cuocere in una pentola la propria provvista per due o tre settimane. Durante la sua esistenza non fece mai uso né di vino, né di altre bevande inebrianti. A 50 però, su consiglio dei vescovi, aggiunse al suo nutrimento del pesce e del latte. Oltre che asceta era anche una mistica e una  taumaturga. Il celebre san Simeone stilita il Vecchio, che ebbe una particolare rivelazione divina su di lei, dal suo ritiro sulla cima di una colonna presso Antiochia (zona nord della Siria), incaricò alcuni mercanti di salutarla a suo nome e di raccomandarlo alle sue preghiere.

Geneviève se ne andò al Signore, che grandemente aveva servito, ad oltre 80 anni. Fu sepolta il 3 gennaio di un anno imprecisato, intorno al 500, nella basilica dei Santi Apostoli che re Clodoveo con la consorte Clotilde avevano iniziato a costruire per accogliere le sepolture della famiglia reale, basilica che poi prese il nome di Sainte-Geneviève. La fama di santità dilagò anche dopo la sua morte.

San Gregorio di Tours (539-594) segnala che sulla sua tomba si verificavano prodigi su prodigi. Nell’822 ci fu un’inondazione spaventosa a Parigi. Mentre si cercava un luogo asciutto per celebrare la Santa Messa, si scoprì che le acque non avevano toccato il letto di morte della prescelta di Dio. Una volta constatato il miracolo, l’inondazione si ritirò. Nell’857, con le invocazioni dirette alla santa, i Normanni lasciarono Parigi che avevano assediato. Associato all’invasione degli Unni questo prodigio contribuì a creare l’immagine di Geneviève quale patrona di Parigi. Durante la Rivoluzione francese i giacobini trasformarono la basilica di Sainte-Geneviève nel Pantheon, mausoleo dei francesi illustri, distruggendone parzialmente le reliquie.

Ma il culto della santa di Nanterre proseguì nella vicina chiesa di Saint-Etienne-du-Mont, oggi qui invocata contro i moderni barbari, che un giorno, come i loro antenati, saranno vinti dai fidenti in Dio.

(Cristina Siccardi per http://www.corrispondenzaromana.it/santa-genevieve-un-culto-contro-i-barbari-moderni/)

 Il potere temporale, quello spirituale e la costruzione di ponti.

 Sfogliando le pagine di Avvenire e imbattendosi nel valzer di interventi e dichiarazioni riguardanti il neoministro della Pubblica Istruzione, si potrebbe provare una sensazione di déjà vu e un nostalgico ricordo dei vecchi libri di storia, popolati da immagini in cui re e imperatori, espressione del potere temporale, venivano incoronati e quindi legittimati dai papi, espressione del potere spirituale.

È proprio questa l'impressione che si potrebbe ricevere dall'evidente tentativo da parte di Avvenire, che nell'immaginario collettivo è il quotidiano dei vescovi, di legittimare la neoministra della Pubblica Istruzione, che rappresenta in quest'ambito un potere temporale alquanto controverso.

Un lettore più attento ed informato, tuttavia, osserverebbe che, lungi dall'essere un'investitura ecclesiastica, le posizioni rappresentate da Avvenire in tale contesto sono totalmente difformi da quelle del Santo Padre, il quale parla di gender come di guerra mondiale contro il matrimonio mentre lì si invita ad abbandonare la parola gender nella sua accezione minacciosa, lui denuncia il gender come colonizzazione ideologica e lì si dubita persino della sua esistenza.

Non si può certo dire, quindi, che la posizione di Avvenire in tale circostanza sia appiattita su quella della Chiesa e del Santo Padre; esse sembrano piuttosto diametralmente opposte al punto da apparire inconciliabili, ma ciò è tuttavia riconducibile a un nobile intento di pluralismo e ad un sano pricipio di pari opportunità da parte di un serio organo di informazione.

L' orientamento educativo della ministra, chiarito da una sua lettera al Direttore che purtroppo non ha convinto nessuno, sorprendentemente ha trovato nelle pagine di Avvenire un coro unanime di convinti sostenitori, come la Vicepresidente Nazionale del Forum delle Associazioni Familiari M.G. Colombo, la Responsabile Nazionale Scuola e Università di Forza Italia Elena Centemero e lo stesso Direttore Marco Tarquinio.
 
Dico sorprendentemente non tanto per l'entusiasmo da parte di una deputata azzurra nei confronti di un ministro targato PD, quanto per la posizione del Forum delle Associazioni Familari, che appare scollata dal diffuso disappunto che c'è al riguardo all'interno delle nostre associazioni.
 
Secondo quanto da essi dichiarato nell'ambito del discusso articolo di Marco Tarquinio, non si nutre alcun dubbio sull'onestà intellettuale della Fedeli, si segnala la mancata applicazione del famigerato comma 16 della legge 107 e si invita a sgomberare il campo da preoccupazioni circa questioni di carattere ideologico, puntando su un coinvolgimento pieno e responsabile - con esplicito riferimento alla Costituzione - delle famiglie nelle scelte educative.

Tanta fiducia e tanta stima credo debbano innanzitutto misurarsi con questioni piuttosto controverse che non possono passare sotto silenzio; non si tratta di pregiudizi o di propagandistico processo alle intenzioni, come leggiamo su Avvenire, ma di precedenti concreti, primo tra tutti quello del d.d.l. Fedeli. 
 
Secondo un  articolo di Avvenire dello scorso 14 dicembre questo temibile disegno di legge sarebbe stato ritirato, tuttavia, spulciando su internet, di questo ritiro non si riesce a trovare traccia; è  invece probabile che esso si trovi parcheggiato in Senato, in attesa che i mezzi di informazione e i post facebook della Boldrini ci convincano che è cosa buona e giusta, allo scopo di renderlo meno indigesto durante il suo iter parlamentare.

Questo d.d.l. prevede l'introduzione dell'educazione di genere - che è un tema sensibile - come insegnamento obbligatorio e trasversale a tutte le discipline e pertanto non soggetto al consenso informato da parte dei genitori. 
In questo contesto parlare di collaborazione con le famiglie diventa illusorio e fuorviante, perché se il d.d.l. Fedeli dovesse diventare legge non potrà esserci nessuno spazio di discussione per i genitori sul tema della parità di genere; opporsi sarebbe come chiedere l'esonero da una disciplina obbligatoria come la matematica. Tanto più che il d.d.l. prevede anche l'omologazione in questo senso dei libri di testo e l'indottrinamento forzato dei docenti.
 
Per affrontare in modo sereno e costruttivo questo clima di divergenze e incomprensioni bisognerebbe - è questo il leit motiv -  evitare di innalzare muri ma piuttosto costruire ponti; tuttavia, sorvolando sulle minacce di denuncia della Giannini che ormai sono acqua passata, leggendo attentamente il d.d.l. Fedeli si ha la netta impressione che dall'altra parte non ci sia alcuna disponibilità alla costruzione di questi ponti.
 
Ciò che emerge è piuttosto l'intenzione unilaterale di attuare un'operazione di carattere ideologico basata su presupposti ascientifici, attraverso una crociata contro quegli stereotipi di genere che, come è dimostrato dal celebre paradosso norvegese e dalla letteratura scientifica, sono in larga misura radicati nella biologia e nella neurofisiologia dell'uomo e della donna.

Quanto al tema della parità tra uomo e donna tanto osannato da questo strano coro, chi abbia un minimo di esperienza nel mondo della scuola lo riconosce come uno degli ormai arcinoti cavalli di Troia per veicolare nelle classi, attraverso progetti e progettini, contenuti fortemente critici che impattano sull'identità affettiva e sessuale dei ragazzi. Chi conosce davvero la scuola sa anche che i nostri nostri ragazzi hanno già implicitamente ricevuto, da noi docenti e dalla società in cui viviamo, l'educazione alla parità tra l'uomo e la donna e questa conquista era già chiara anche a noi vent'anni fa, quando io e molte altre ragazze ci siamo laureate in ingegneria a dispetto dei temutissimi stereotipi di genere.

Non è certo questa la strada per prevenire la violenza, che, di genere o non di genere, è solo violenza, ma piuttosto la capacità di accogliere ed accettare l'altro, la mitezza e il dominio di sé, tutte cose che non si insegnano né con i progetti, né con l'educazione di genere.
Questa insolita e sospetta insistenza sull'argomento è verosimilmente dovuta al fatto che si tratta solo di un  paravento che nasconde secondi fini, propagandato strumentalizzando i fatti di cronaca sul femminicidio con la complicità dei mezzi di informazione. 

Figurarsi poi fare un d.d.l. solo per questo, per di più imponendo questa ideologia anche alle scuole cattoliche: é del tutto evidente che tale prospettiva possa entrare in conflitto con un'educazione di ispirazione cattolica e ciò costituirebbe una chiara violazione del principio di libertà educativa dei genitori.

Ultimo ma non ultimo il problema della copertura finanziaria del d.d.l., che, come si legge all'articolo 6, sarà ricavata secondo modalità che ne faranno gravare i costi sulle famiglie italiane; se veramente si vuole la parità tra uomo e donna queste ingenti risorse potrebbero essere impiegate per attuare misure a sostegno della maternità.
 
Circa un anno fa la rivista: "Noi, genitori e figli" di Avvenire recitava testualmente: "Come il d.d.l. Fedeli, che vorrebbe stanziare 200 milioni per i corsi sul gender".
Certo, tutti possiamo prendere un abbaglio e poi abbiamo anche il sacrosanto diritto di cambiare idea; tuttavia l'invito da parte di questo strano coro ad abbandonare certe argomentazioni e a deporre l'uso della parola gender sa un po' di bavaglio e se mi si vorrà far passare per visionaria, integralista o fascista, con il Santo Padre sarò in ottima compagnia.

Considero infine troppo ambiziosa questa sconfinata fiducia  nella partecipazione dei genitori alla vita della scuola: provate a parlarne in certe scuole di periferia, dove i genitori, spesso pregiudicati o detenuti, mandano i figli a scuola solo perché hanno ricevuto una visita a casa da parte dei carabinieri.
Questa battaglia o, come vorrebbero i più, questa costruzione di ponti, non può svolgersi nelle scuole, bensì nelle sedi istituzionali, sui giornali e alle urne.

Occorre a mio avviso che il mondo dell'associazionismo, principalmente il Forum delle Associazioni Familiari che attraverso le dichiarazioni di M.G. Colombo si trova coinvolto nella vexata quaestio, prenda coscienza di ciò  che si vorrebbe attuare sui figli della nostra nazione; così come nessuno di noi li affiderebbe ad una baby-sitter che abbia precedenti discutibili credo che, "vergin di servo encomio", dovrebbe chiedere precise rassicurazioni e garanzie prima di affidare la loro educazione e formazione ad un ministero guidato da una persona con  precedenti e intenzioni fondatamente preoccupanti.

Reputo pertanto necessaria da parte delle varie associazioni una presa di posizione al riguardo, garbata, chiara e circostanziata, sul modello della lettera aperta del Comitato Articolo 26 al Direttore di Avvenire.
Peccato che questa lettera non abbia ancora avuto riscontro da parte del Direttore, poiché potrebbe essere determinante nel dirimere la questione in quanto fa esplicito riferimento a precisi fatti e situazioni e pertanto esorto tutti caldamente a leggerla.
 
E da ultimo un fraterno appello ai simpatici retori dei muri e dei ponti: non sono questi i ponti di cui parla il Santo Padre, si parli con franchezza e amore alla verità e si lasci la costruzione di ponti agli ingegneri.
 
Daniela
mamma e insegnante

 

 Legge 40 sulla procreazione assistita: cosa rimane in vigore?

 La Consulta l’ha stravolta: sì alla fecondazione eterologa e più possibilità di impianto e conservazione degli embrioni. E in alcune Regioni con i soldi di tutti.

 Lo Stato totalitario italiano ha ignorato la volontà popolare, espressa con l'astensione al referendum del 2005 e così commentata dal Cardinal C. Ruini: il mancato raggiungimento del quorum è "frutto della maturità del popolo italiano, che si è rifiutato di pronunciarsi su quesiti tecnici e complessi, che ama la vita e diffida di una scienza che pretenda di manipolare la vita".

 

 

 La legge 40 costituisce l’ultima tappa di un processo che vorrebbe legiferare sul "desiderio" anzichè sulla ragione e alla natura.
 Essa NON riguarda le coppie che desiderano un figlio ma non riescono ad averlo in modo naturale, ma obbedisce invece a una visione del mondo che odia la natura in quanto creata da Dio.

  La procreazione medicalmente assistita (Pma) è regolamentata in Italia dalla legge 40 del 2004 che ha subìto una trentina di modifiche, tra interventi dei governi e della magistratura. Interventi che hanno, in parte, alterato alcuni dei capisaldi della legge originaria.

Com’era la legge 40 sulla procreazione assistita

Al momento della sua approvazione dal Governo di centrodestra guidato da Silvio Berlusconi, la legge 40 definiva la procreazione assistita come «l’insieme degli artifici medico-chirurgici finalizzati al favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dall’infertilità umana, qualora non vi siano altri metodi efficaci per rimuovere le cause di sterilità o di infertilità».
Tra i primi problemi posti da questo concetto, dunque, c’è quello di ricorrere al Servizio sanitario nazionale per usufruire della relativa copertura. In pratica, una coppia potrebbe sempre dire che l’infertilità è una malattia come tante altre e, di conseguenza, la sanità pubblica se ne deve fare carico.

Tant’è: la legge afferma, poi, che lo Stato «promuove ricerche sulle cause patologiche, psicologiche, ambientali e sociali dei fenomeni della sterilità e dell’infertilità e favorisce gli interventi necessari per rimuoverle nonché per ridurne l’incidenza».
Attenzione, però: nel rispetto «di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito». Questione etica non da poco.

Nella sua versione originale, la legge 40 stabiliva che alle tecniche di procreazione assistita potessero accedere «coppie maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi» e vietava espressamente il ricorso a tecniche di fecondazione eterologa, così come l’eugenetica.
Che cos’è l’eugenetica?
Già suona male il termine, figuriamoci il significato: non è altro che la tecnica volta alla selezione della razza, tecnica che spesso prevede l'eliminazione delle persone "con difetti" o "imperfette".
Una tecnica subdolamente presentata come volta al miglioramento della specie umana, gia nell'Unione socialista sovietica e nella Germania nazional-socialista.
Qualcuno potrebbe pensare che, da certi punti di vista, non guasterebbe, soprattutto se servisse ad evitare ogni impulso criminale. Ma nel caso specifico della procreazione assistita non è permesso.

Scorrendo ancora la legge del 2004, si può vedere che veniva vietata la crioconservazione degli embrioni, cioè di mettere gli embrioni in freezer per ridurre il loro soprannumero.
La tecnica era, però, consentita per temporanea e documentata causa di forza maggiore, non prevedibile al momento della fecondazione.

Legge 40: l’intervento della Consulta

La Corte Costituzionale è intervenuta più volte a proposito della legge 40 sulla procreazione assistita. E non proprio per rispettare la legge naturale nè i risultati del Referendum che ne impedì una versione più selvaggia.
Già nel 2009 [1], cioè 5 anni dopo l’approvazione della legge, la Consulta ha dichiarato parzialmente illegittimi gli articoli che prevedevano:

  • il limite di produzione di tre embrioni;
  • l’obbligo di un unico e contemporaneo impianto;
  • l’articolo relativo alla crioconservazione degli embrioni nella parte in cui non viene contemplato che il trasferimento di tali embrioni nell’utero della futura mamma «da realizzare non appena possibile» venga effettuato senza pregiudizio per la salute della donna.

La Consulta, in questa sentenza, accoglieva anche il pronunciamento del Tar del Lazio [2] con cui veniva dichiarato illegittimo il divieto di diagnosi preimpianto previsto nel 2004 dal decreto del Governo, a meno che quella diagnosi non avesse finalità eugenetiche.
E' stata così introdotta la possibilità di "selezione della specie".

La Corte si è espressa anche nel 2014, a seguito del ricorso incidentale presentato dai tribunali di Milano, Catania e Firenze, dichiarando illegittima la parte della legge 40 sulla procreazione assistita in cui si vieta il ricorso a un donatore esterno di ovuli o spermatozoi in casi di infertilità assoluta.
Secondo i giudici, questo divieto si scontra con gli articoli 2, 3, 29, 31, 32, e 117 della Costituzione e con gli articoli 8 e 14 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Scavalcando il comune sentire del popolo italiano si è così introdotta la fecondazione eterologa.

Non è finita. Nel 2015, dopo un ricorso incidentale del Tribunale di Napoli, la Consulta hanno dichiarato illegittimo l’articolo che sanzionava penalmente la condotta dell’operatore medico volta a consentire il trasferimento nell’utero della donna dei soli embrioni sani o portatori sani di malattie genetiche.
Secondo i giudici, questo concetto rappresenta una violazione del principio di ragionevolezza nonché del diritto al rispetto della vita privata e familiare.
Secondo noi questa decisione è eugenetica pura.
Resta in vigore solo la parte della norma che vieta la soppressione degli embrioni malati e non inutilizzabili, in quanto non possono essere trattati come un mero materiale biologico.

Procreazione assistita: il decreto Lorenzin

Sempre nel 2015, l’allora ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, firma un decreto sulla procreazione assistita [3] che formalizza la visione eugenetica e socialista, introducendo:

  • l’accesso alle tecniche di fecondazione eterologa;
  • la valutazione clinica, il più attenta possibile, del rapporto rischi-benefici;
  • l’accesso alle tecniche alle coppie cosiddette sierodiscordanti; in pratica a quelle coppie in cui uno dei due sia portatore di una malattia virale sessualmente trasmissibile, come l’epatite B o C oppure l’Hiv. La novità risiede nel fatto che prima l’accesso era previsto soltanto per l’uomo e non per la donna;
  • le indicazioni dettagliate nella cartella clinica circa i trattamenti eseguiti e le motivazioni in base alle quali si decide sia il numero di embrioni da generare sia quello degli embrioni eventualmente non trasferiti ma da conservare.

La fecondazione assistita eterologa

La fecondazione eterologa, dunque, è ammessa in Italia dal 2014, grazie alla sentenza della Corte Costituzionale, riportata anche dal decreto Lorenzin del 2015.
Fortunatamente, non mancano i problemi per le coppie che vogliono servirsi di questa pratica per avere un figlio, dal momento che la sanità pubblica è materia delle Regioni e che sono proprio questi enti a decidere l’orientamento da seguire in materia.
In Italia, sono solo tre gli ospedali pubblici a cui ci si può rivolgere: in Toscana al Careggi di Firenze, in Friuli Venezia Giulia al Santa Maria degli Angeli di Pordenone ed in Emilia Romagna al Sant’Orsola di Bologna.
Tutte e tre le Regioni sono a guida Partito Democratico: Emilia-Romagna e Toscana sono regioni storicamente egemonizzate dalla cultura socialista.

Nelle altre regioni, per il momento, si deve pagare la fecondazione eterologa di tasca propria, sborsando dai 2.000 ai 10.000 euro, a seconda dei tentativi.
Viene in mente una piccola curiosità: i nostri anziani, una volta, nel loro gergo, non parlavano di “concepire” un figlio ma di “comprare” un figlio.
Siamo lì.

Come avviene la procreazione assistita

Per completezza, riportiamo le tecniche di procreazione assistita.
Esistono tre livelli. Il primo riguarda l’inseminazione semplice. Avviene nel corpo della donna dopo una stimolazione ovarica ed il potenziamento degli spermatozoi.

Le tecniche di secondo e terzo livello consistono in una fecondazione esterna al corpo della donna, cioè in vitro. Una volta fecondato l’ovulo, l’embrione (precedentemente congelato o non congelato) viene reimpiantato nell’utero.

Quelle di terzo livello prevedono un intervento endoscopico grazie al quale si inietta o un singolo spermatozoo oppure migliaia di spermatozoi per favorire la fecondazione.

Carlos Arija Garcia

da: http://www.laleggepertutti.it/142478_legge-40-sulla-procreazione-assistita-cosa-rimane-in-vigore (con modifiche sui giudizi)

NOTE

[1] Corte Cost., sent. n. 151/2009.

[2] Tar Lazio, sent. n. 398/2008.

[3] D.M. del 1 luglio 2015.

Argomento: Vita

 Criticare l'islam favorisce la radicalizzazione?
Pensarlo è un suicidio

 "E' proprio la mancanza di critica che ha condotto alla rinascita dell'islam militante", scrive il saggista americano William Kilpatrick

di Matteo Matzuzzi

 

Roma. Uno dei più grandi luoghi comuni del nostro tempo, così diffuso tra i media e le élite politiche, è che criticare l’islam (o anche solo l’islam radicale) avrà come unico risultato quello di radicalizzare i musulmani moderati. Falso, ha scritto sul Catholic Thing William Kilpatrick, docente e autore tra le altre cose di Christianity, Islam and Atheism: The Struggle for the Soul of the West e The Politically Incorrect Guide to Jihad.

Il ragionamento è smentito dai fatti, anche perché si potrebbe dire “altrettanto facilmente” che proprio “la mancanza di critica ha condotto alla rinascita dell’islam militante”.
Lungi dal criticare l’islam, “i governi occidentali, i media, il mondo accademico e persino le chiese si sono piegate per affermare che tutte le atrocità commesse nel nome dell’islam non hanno nulla a che fare con l’islam”.
Ma questo altro non è che “un rigido sistema di autocensura che impedisce di ammettere che queste atrocità sono attuate nel nome dell’islam”.
C’è la paura, insomma, “che potremmo dire qualcosa di provocatorio che finirebbe per trasformare un numero incalcolabile di musulmani pacifici in jihadisti”.

Si guardi, dice Kilpatrick, al problema causato dagli enormi flussi migratori verso l’Europa:
“Le conseguenze di questa migrazione di massa non sono mai state discusse, se non in termini entusiastici. Praticamente, l’unica cosa che s’è detta è che i migranti avrebbero risolto le carenze di manodopera, aiutato il welfare e arricchito culturalmente l’Europa. Questa era la linea ufficiale. Chiunque avesse deviato da tale impostazione – osserva il saggista americano – doveva aspettarsi la censura, la possibile perdita del posto di lavoro o anche un processo penale. Dire qualcosa di negativo riguardo l’immigrazione musulmana sulla propria pagina Facebook avrebbe potuto avere come conseguenza la visita della polizia. Dirlo in pubblico, una citazione in giudizio. E non importava se a farlo fosse stato un famoso scrittore (Oriana Fallaci), il presidente della Free Press Society danese (Lars Hedegaard) o un membro del Parlamento olandese (Geert Wilders)”.

Il modus pensandi così à la page in Europa non ha dunque ragion d’essere:
“In Europa pochi hanno osato criticare l’islam, ma la radicalizzazione si è concretizzata lo stesso. E’ stato il silenzio, più di ogni altra cosa, a permettere che l’islamizzazione e la radicalizzazione si diffondessero attraverso la Francia, la Germania, il Belgio, l’Olanda e la Svezia. Nessuno – prosegue Kilpatrick – per anni ha parlato delle zone inaccessibili, delle corti della sharia, della poligamia e dei matrimoni forzati, del rifiuto di integrarsi. Ora che si inizia a parlarne, potrebbe essere troppo tardi per evitare la capitolazione (che è il probabile destino della Svezia) o un sanguinoso conflitto (in Francia). Noi non temiano che criticare il cattolicesimo produca folle cattoliche arrabbiate che imperversano nelle strade. Non ci preoccupiamo che una parola sbagliata porti un giovane battista del sud a indossare una cintura esplosiva”.

Proviamo a guardare la cosa da una prospettiva diversa, che metta da parte il solito politicamente corretto e si concentri sul cuore del problema:
“Dato il suo passato e presente sanguinario, sarebbe del tutto irresponsabile non sottoporre l’islam a un’analisi critica. E lo scopo non sarebbe quello di allontanare i musulmani”.

Se “non è possibile criticare un sistema di credenze, perché così si ferirebbero i sentimenti di persone appartenenti a tali sistemi, allora – dice Kilpatrick – abbiamo sbagliato a criticare il nazismo, il comunismo e l’imperialismo giapponese. Certo, di solito, ci asteniamo dal criticare le altre religioni. Un approccio ‘vivi e lascia vivere’ è generalmente buono, ma quando l’altra religione pretende la conversione pena la morte, allora il ‘vivi e lascia vivere’ non è più un’opzione. Ed è suicida far finta che le cose stiano in altro modo”. 

da: http://www.ilfoglio.it/cultura/2016/12/30/news/islam-occidente-europa-politicamente-corretto-chiesa-113040/

Argomento: Islam

 

 Non so se il 2017 sarà l’anno in cui i siti di informazione libera saranno costretti a chiudere la bocca o a chiudere i battenti. 

Di sicuro è un anno che comincia all’insegna di una censura nascosta dietro il neologismo delle ‘fake news’ che è più che altro il termine di una orwelliana neolingua per significare le notizie non allineate con le narrazioni politicamente corrette, che poi sono il termine della stessa neolingua per indicare le narrazioni fornite e approvate dal regime.
Al riguardo il 2016 è terminato con le dichiarazioni rilasciate al Financial Times dal presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella sulla necessità che vengano istituiti degli organi comunitari per la identificazione e la successiva rimozione di notizie ritenute delle fake news.



Peccato che tale organo non fosse attivo al tempo delle notizie sulle presunte armi di distruzione di massa in Iraq e al tempo delle notizie dell’impiego di gas nervino da parte dell’esercito siriano perché la denuncia di quelle fake news avrebbe scongiurato la morte di un milione circa di persone nel primo caso e non avrebbe fatto rischiare lo scontro militare tra Stati Uniti e Russia al largo della Siria nel secondo e così in molti altri casi. A ben vedere sono gli organi di stampa mainstream che avrebbero bisogno di essere depurati dalle fake news:

 

Ma se una censura che viene preannunciata ce n’è una già attiva e che ci fa prefigurare quelli che saranno gli auspicati sistemi di controllo, lo ha sperimentato direttamente, proprio gli ultimi giorni dell’anno appena terminato, Alessandro Benigni al quale per un articolo in cui esprimeva delle opinioni assolutamente non offensive o in qualche modo lesive di altri (vedi l’articolo pubblicato sul blog Ontologismi)vedeva chiudere il suo profilo Facebook senza alcuna possibilità di difesa. Ecco qui di seguito il passaggio incriminato da Facebook e riportato su “Nelle Note”:

Non viene detto in cosa il testo di Benigni fosse ritenuto inadatto, si fa solo riferimento a dei fumosi standard della comunità, un termine dietro al quale si nasconde l’arbitrio più assoluto. La questione dell’omofobia non è sollevata per tutelare i diritti degli LGBTQ ma è un ballon d’essai lanciato per saggiare le reazioni alla nuova forma di censura, passando quella passeranno tutte le altre.

Sta di fatto che Facebook su richiesta di intervenire verso gruppi di bestemmiatori denominato “Gli anticlericalisti“, mi ha risposto tempo fa che non ravvisava comportamenti contrari alle norme della community. E infatti il gruppo è ancora attivo e come si vede dalle immagini seguenti non viola gli standard della comunità e non incita all’odio:

Questo il post che indica le regole del gruppo, per la comunità di Facebook dire che le persone religiose sono malate mentali non è lesivo.

Il Papa e la Chiesa cattolica sono definiti “cancro dell’umanità”, ma questo non è incitamento all’odio per FB. Cosa sarebbe successo se ci fosse stata una foto del Gay pride?

I cattolici sono definiti in massa “ipocriti”, neanche questo incitamento all’odio per FB è contro gli “standard” della comunità. E si tratta solo dei primi post che ho trovato sulla pagina.

 

Di fatto assistiamo ad un’operazione asimmetrica che blocca certi contenuti e ne promuove altri, per questo tutti, anche chi la pensa diversamente, dovrebbero protestare contro le misure come quelle adottate nei confronti di Alessandro Benigni.

 

La censura sotto il pretesto della tutela della corretta comunicazione è dunque già in atto, Facebook l’ha sperimentata in modo pionieristico da tempo, i meccanismi sono semplici e collaudati basterà applicarli anche ai siti Internet e se necessario con l’intervento dell’autorità giudiziaria.

 

Questo è il primo e fondamentale terreno di scontro sul quale si apre l’anno, fondamentale perché è quello che può escludere ogni confronto sugli altri argomenti.

 

 

 

.Enzo Pennetta, 1 gennaio 2017 per http://www.enzopennetta.it/2017/01/2017-lanno-del-bavaglio/

Argomento: Socialismo

 Canada. L’Unicef chiede al Parlamento di estendere l’eutanasia ai bambini

L’organo ufficiale dell’Onu deputato a «tutelare i bambini» e a garantirne il «diritto a sopravvivere» ha proposto ufficialmente che il diritto di morire venga «esteso ai minori maturi» come i 16enni depressi.

L’Unicef invoca l’eutanasia per i bambini. L’organo ufficiale dell’Onu deputato a «tutelare i bambini» fa aperta campagna per la loro uccisione in Canada. Non si tratta di una voce di corridoio o dell’indiscrezione di qualche gola profonda, ma delle parole pronunciate a Ottawa davanti al Parlamento da Marvin Bernstein, avvocato filantropo e Chief Policy Advisor di Unicef Canada.

«EUTANASIA PER I MINORI MATURI». «L’aiuto medico a morire è stato previsto per gli adulti competenti. Sorge spontanea la domanda: perché non per gli altri gruppi di persone come i minori maturi?», ha dichiarato il 12 maggio Bernstein davanti alla commissione Affari legali e costituzionali del Senato canadese. «Questa domanda richiede una risposta e noi come Unicef Canada certamente sosteniamo l’estensione di questo diritto».

LA CORTE SUPREMA. La legge sull’eutanasia verrà votata dal Parlamento il 6 giugno dopo che l’anno scorso, a febbraio, la Corte suprema del paese ha dichiarato incostituzionale la proibizione del suicidio assistito e dell’eutanasia contenuta nel Codice penale. Per questo ha dato un anno di tempo alla politica per approvare una legge specifica. Il testo che dovrebbe essere votato permette a tutti gli adulti che soffrono in modo insopportabile per cause fisiche o mentali di richiedere la morte. Non è necessario essere affetti da malattie terminali.

PERCORSO A TAPPE IPOCRITA. Secondo Unicef, l’eutanasia minorile, già approvata in Belgio, dovrebbe diventare legge secondo un preciso «percorso a tappe». Prima l’eutanasia per tutti gli adulti competenti, poi, dopo «tre anni di studi sui possibili effetti della legge sui minori» e su come evitare «manipolazioni» garantendo «precise tutele», dovrebbe essere estesa «non a tutti i bambini, ma solo ai minori maturi». La proposta è di rara ipocrisia: specificare che solo i minori maturi, e non tutti i bambini, dovrebbero avere accesso alla “buona morte” non ha senso, non esistendo un criterio oggettivo per stabilire la presunta maturità. Perché poi un bambino dovrebbe essere maturo per chiedere allo Stato di ucciderlo e non per guidare o votare? Allo stesso modo, studiare i «possibili effetti» della legge sui bambini è un controsenso: quali effetti più gravi della morte del bambino stesso può causare la legge? Per quanto riguarda manipolazioni e tutele il discorso è altrettanto insensato, visto che è proprio l’introduzione della legge a manipolare, ventilando l’idea che il suicidio è una soluzione accettabile davanti alla sofferenza.

ANCHE I 16ENNI DEPRESSI. Bernstein non si pone questi problemi ma sottolinea che l’eutanasia minorile è «coerente con la Convenzione sui diritti dell’infanzia». Per Unicef, spiega il responsabile, i bambini devono poter essere uccisi anche in assenza di una malattia terminale e anche per motivi psicologici. Alla domanda di un senatore, se «un 16enne depresso» dovrebbe poter essere ucciso in base alla legge, Bernstein ha risposto candidamente: «Sì».

KILL THE CHILDREN. La svolta è importante per un’organizzazione che ha come scopo quello di «contribuire al miglioramento delle condizioni di vita dei bambini» e che sviluppa i suoi programmi in tutto il mondo per «salvaguardare il diritto umano più fondamentale di tutti: il diritto di un bambino a sopravvivere». Come si concilia questa missione con la richiesta di estendere l’eutanasia ai più piccoli? L’Unicef non è l’unica organizzazione che si batte per i diritti dei bambini a richiedere la loro uccisione. Già nel 2014 Save the Children, insieme ad altre sigle riunite sotto il nome “Together”, aveva chiesto alla Scozia di estendere il suicidio assistito anche ai minori perché «le malattie terminali non discriminano le persone in base alla loro età, di conseguenza anche la sanità non dovrebbe farlo». Anche per Unicef i «minori maturi» non devono essere discriminati. Al massimo uccisi.


 
 
Argomento: Vita

 La battaglia per il diritto all’obiezione di coscienza dei farmacisti fa segnare un importante novità con la sentenza emessa dal Tribunale di Gorizia. In attesa delle motivazioni, che arriveranno entro 90 giorni, i magistrati friulani hanno assolto una dottoressa triestina, E. M., assistita dagli avvocati Simone Pillon e Marzio Calacione con l’ausilio dei consulenti tecnici prof. Bruno Mozzanega e dott. Renzo Puccetti.

La farmacista era imputata del reato di omissione o rifiuto di atti di ufficio perché, in qualità di collaboratrice presso la farmacia comunale, e quindi incaricata di pubblico servizio, nel 2012, durante un turno notturno si era rifiutata di consegnare il Norlevo, la cosiddetta “pillola del giorno dopo”, perché abortiva, nonostante l’esibizione di ricetta medica rilasciata con espressa indicazione di assumere il farmaco nella stessa giornata, appellandosi all’obiezione di coscienza e indicando la farmacia più vicina in cui l’avrebbe potuta acquistare.

Il Pubblico Ministero aveva chiesto il riconoscimento delle attenuanti generiche e la condanna a 4 di reclusione coi benefici di legge.

“Dopo tre anni di procedimento penale – spiegano i difensori – con tutto quello che ciò può comportare in termini personali, familiari e professionali, la nostra assistita ha visto riconosciute le sue sacrosante ragioni, conformemente a quanto previsto dall’art. 3 del codice deontologico dei farmacisti che recita: “Il farmacista deve operare in piena autonomia e coscienza professionale conformemente ai principi etici e tenendo sempre presenti i diritti del malato e il rispetto per la vita”.
In attesa di leggere le motivazioni si condivide sin d’ora questa decisione giudiziale saggia ed equilibrata che si pone come primo precedente giurisprudenziale in materia e ci si augura che processi penali simili non debbano più ripetersi e che i diritti costituzionalmente garantiti alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione di tutti gli esseri umani non siano più abbandonati al coraggio del singolo ma trovino pieno riconoscimento in un’apposita legge che prenda atto del pluralismo etico e della preminenza del diritto alla vita e alla libertà”.

Piero Uroda e Giorgio Falcon, rispettivamente presidente e vice dell’Unione cattolica farmacisti italiani, non nascondono la loro soddisfazione per un “risultato storico” e parlano apertamente di “ingiusta persecuzione per un comportamento erroneamente considerato ideologico”.
Le novità contenute in questa sentenza – affermano – non potranno essere disconosciute per il loro valore dirompente.
Per la prima volta viene riconosciuto a un farmacista la piena autonomia nel proprio ambito professionale fondata sul suo bagaglio culturale e morale.
Ci aspettiamo una piena consapevolezza e un costruttivo confronto all’interno della Fofi (la Federazione degli ordini dei farmacisti, ndr) alla luce delle nuove indicazioni giuridiche”.

Rifiutare di vendere farmaci abortivi non è un reato ma un diritto che rientra nell’obiezione di coscienza.
Siamo quindi molto contenti della decisione del Tribunale di Gorizia – ha commentato il presidente del Comitato promotore del Family day, Massimo Gandolfini – Ringrazio in particolar modo l’amico avv. Simone Pillon, membro del direttorio del Family day, e i colleghi e amici prof. Bruno Mozzanega e dott. Renzo Puccetti che col loro lavoro hanno contribuito ad ottenere questo straordinario risultato che segna una svolta nella giurisprudenza italiana.
Finalmente – continua Gandolfini – dopo anni di silenzi e di censure, è apparso chiaro a tutti che nessun professionista può essere costretto ad andare contro la propria coscienza con la minaccia della galera.
La caccia ideologica agli obiettori non trova nessuna giustificazione, anche perché i dati, diffusi pochi giorni fa dal Ministero della Salute, mostrano la facilità di accesso all’acquisto di pillole abortive, consentito anche senza ricetta, che è infatti aumentato di circa il 400% dal 2012 a oggi”.

“E’ stato un onore difendere una donna tanto umile quanto determinata – conclude Pillon – Ora ci aspettiamo che il parlamento approvi nel più breve tempo possibile una norma che tuteli la libertà di coscienza, anche perché non possiamo lasciare al coraggio dei singoli, per quanto grande, il presidio dei più elementari principi etici e il rispetto della vita”.

Da: http://www.interris.it/2016/12/20/109212/cronache/italia/rifiuto-la-pillola-del-giorno-dopo-assolta-farmacista-triestina.html

 

Argomento: Vita

 Cos'hanno a che fare l'arte con la Montagna del sale di Mimmo Paladino, le Superfici magnetiche di Boriani, le tele squarciate di Fontana, le sfere bronzee di Pomodoro, i suoni di Stockhausen? Quante volte siamo rimasti basiti di fronte a "opere d'arte" vergognandoci di pensare "Questo l'avrei fatto anche io"? Come si è arrivati, da Caravaggio, Bach, Bernini all'orinatoio di Duchamp? Cosa ha provocato il decadimento della bellezza? Cos'ha a che fare il processo rivoluzionario con l'arte?
Roberto Marchesini ci accompagna in un viaggio appassionante e sorprendente attraverso l'arte moderna e contemporanea, alla ricerca di quel significato nascosto che essa porta senza renderlo esplicito.
Con un linguaggio semplice e chiaro (lontano da quello solitamente utilizzato nei libri dedicati all'arte) l'autore ci accompagna alla scoperta della Rivoluzione nell'arte: una sfida alla bellezza del creato.

L'arte, dove si leva il grido della grande Bellezza

di Giulia Tanel

 

«Quale bellezza salverà il mondo?», si chiedeva Dostoevskij ne L'idiota. L'ultima fatica, originale nel tema e appassionante nella trattazione, dello psicologo e psicoterapeuta Roberto Marchesini è una sfida aperta in tale direzione: La rivoluzione nell'arte - Una sfida alla bellezza del creato (D'Ettoris Editori, 2016). infatti, «[...] non è un testo di storia dell'arte, semplicemente una raccolta di riflessioni sul significato dell'arte».

 

Il testo prende avvio da alcuni interrogativi, solo in apparenza capziosi: cos'è l'arte? Arte e bellezza sono legate? E, ancora, di che forma di bellezza si sta parlando? Per rispondere alla prima domanda è necessario andare indietro nella storia. Così facendo si scopre che fino al Settecento vi era un'idea abbastanza precisa di cosa fosse da considerare “arte”: essa era «[...] un agito in conformità alla natura, al fine delle cose e all'armonia del creato».  

È questa la concezione “tradizionale” dell'arte, cardine certo della cultura e punto di partenza della riflessione. E questo ben prima dell'avvento del cristianesimo, che comunque ha investito l'ambito artistico di una significazione nuova e sommamente più elevata. Basti, a titolo d'esempio, guardare ad Aristotele (vissuto nel 300 a.C.) e a San Tommaso (vissuto nel 1200): per il primo, considerato a ragione uno dei massimi filosofi dell'antichità, il compito dell'arte era quello di “imitare la natura”; una convinzione, questa, dalla quale il Doctor Angelicus ha preso le mosse, per approfondirla e svilupparla ulteriormente «integrandola con elementi originali».

Questo era dunque lo status questionis fino alla “rottura”, che ha segnato l'inizio di una rivoluzione in ambito artistico ancora oggi in atto, intesa – per riprendere Plinio Correa de Oliveira - «[...] come un processo volto a sovvertire e distruggere l'ordine e l'armonia del creato», andando a mettere in discussione – e, perfino, a negare – le basi stesse di fondamento del pensiero dell'intero Occidente. È la nascita della “estetica”, secondo il termine coniato dal filosofo tedesco Baumgarten: la bellezza diventa dominio dei sensi, non più della ragione; ogni definizione oggettiva di quanto sia da considerarsi “bello” viene meno, così come viene negato un riferimento obiettivo e l'arte diventa fine a se stessa, relegata all'appagamento dei sensi.

Nel suo testo Marchesini propone al lettore un affondo dentro le pieghe di questa rivoluzione, che ha coinvolto diversi campi artistici: la musica, la pittura, l'architettura, la scultura, la letteratura, il teatro, la danza, la fotografia e il cinema. E lo fa portando esempi e stimolando riflessioni, senza alcuna pretesa di esaustività, ma con il solo obiettivo di cercare una possibile risposta alla domanda antica e sempre nuova: quale bellezza più grande riconosciamo nelle opere d'arte che ci rapiscono? Di che cosa abbiamo nostalgia, pur non avendolo mai conosciuto? «Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo, over per poco il cor non si spaura» (Leopardi, L'Infinito). La risposta è lì, nelle pagine del libro...

 

Roberto Marchesini La rivoluzione nell'arte - Una sfida alla bellezza del creato, D'Ettoris Editori, 2016.
da: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-larte-dove-si-leva-il-grido-della-grande-bellezza-16090.htm

Argomento: Fede e ragione

 Le parole hanno un senso. E quelle del commiato di Renzi ne hanno uno chiarissimo: «Lasciamo la guida del Paese con un’Italia che ha finalmente una legge sulle unioni civili», ha detto. Spiegando anche come tale normativa, nota come Cirinnà, vada intesa. Come una di quelle «con l’anima, quelle di cui si è parlato di meno ed alle quali tengo di più». Che se ne sia parlato di meno è vero tanto quanto che abbia un’anima. O meglio: ammesso e non concesso che ce l’abbia, è sicuramente nera, opponendosi frontalmente al Catechismo, al diritto naturale, ai principi non negoziabili ed alla famiglia intesa dal buon senso quale cellula fondante della società.

E questo, il «cattolico» Renzi – come lui stesso ebbe a definirsi nel maggio scorso a Porta a Porta, proprio parlando di unioni civili –, dovrebbe saperlo bene. Dovrebbe, poiché nel corso della stessa intervista specificò di far «politica da laico», avendo «giurato sulla Costituzione e non sul Vangelo», introducendo così una schizofrenia morale tra pubblico e privato, del tutto in contrasto con l’enciclica Evangelium Vitae, che anzi al n. 68 bolla tale atteggiamento come «relativismo etico», biasimando chi pensi che, «nell’esercizio delle funzioni pubbliche e professionali», possa «prescindere dalle proprie convinzioni» nel «rispetto dell’altrui libertà di scelta», delegando in realtà le proprie responsabilità «alla legge civile, con un’abdicazione alla propria coscienza morale». Sembra un vestito cucito ad arte addosso a Renzi. Il quale, però, senza crucci, né rimorsi, né dubbi, ha ribadito esser quella sulle unioni civili una delle leggi cui tiene di più: il premier più fotografato all’uscita dalle Messe ritiene motivo di vanto aver varato per primo le “nozze” gay in Italia.

E quali sarebbero gli altri “record” del suo esecutivo? Elencarli tutti richiederebbe tempo. Ma come dimenticare, ad esempio, oltre alla citata legge Cirinnà, quella sul cosiddetto «divorzio breve», per dirsi addio in soli sei mesi, norma definita addirittura «di portata storica» dall’esecutivo Renzi? Oppure quella sulla sedicente «Buona Scuola» coi riferimenti alla «prevenzione della violenza di genere» ed all’art. 5 della legge 119/2013, quella cosiddetta sul «femminicidio», entrambi grimaldelli per introdurre nelle aule i corsi sulla teoria gender, come i fatti e le cronache hanno poi ampiamente dimostrato. Insomma, tutti provvedimenti atti a minare alle fondamenta la famiglia naturale, introducendone piuttosto parodie artificiali.

Allora Renzi, benché a parole non perda occasione per dirsi ed apparire cattolico, non può certo vantar coerenza tra i proclami ed i fatti. Anche di recente, lo scorso primo dicembre per la precisione, sui social, nel corso della rubrichetta «Matteo risponde», alle critiche mossegli per le posizioni del suo esecutivo su matrimonio, omofobia, gender nelle scuole, eutanasia e via elencando, ha replicato non argomentando, bensì offendendo: «Da cattolico Le dico che non so di che cosa stia parlando – ha esordito, non senza una dose industriale di sfrontatezza – So che c’è una parte del mondo cattolico che dice certe cose, dall’altro lato c’ho una strana congiunzione astrale tra questa parte di mondo e il mago Otelma che fa le riunioni con i maghi per cercare di avere la mia sconfitta e le mie dimissioni».

Burlette, che, se non fossero giunte dalla bocca di un (allora) premier, sarebbero state liquidabili come vaniloqui privi di senso. Purtroppo, in politica, anche i vaniloqui hanno un proprio peso specifico. Di fronte ad un tale virulento e pervicace attacco alla famiglia, chiunque credesse nel bene comune e nel diritto naturale non poteva non cogliere la prima occasione utile, per fermare un governo non eletto, eppure mossosi come un’autentica macchina da guerra, scontentando tutti, non solo i cattolici, e seminando crescente malcontento e dissapori. Ora che la farsa è finita, Renzi ha però ritenuto di poter gettare la maschera e dismettere quei panni da «Papaboys» che lui stesso si era dato nel corso di un’intervista al mensile «Vita» dell’agosto 2011, raccontando le due Gmg cui partecipò, nel 1997 e nel 2000.

Così, stranamente, per la prima volta, nel discorso di commiato, mai ha fatto riferimento al suo esser cattolico. Ha ricordato la sua esperienza scoutistica, ha citato il fondatore degli esploratori Robert Baden-Powell, ma zero riferimenti al dato confessionale. Tutt’altro. Il tono è improvvisamente cambiato e si è repentinamente secolarizzato. Così, al posto dell’incenso, ecco spuntare un inedito appello ad una “laica vocazione” non meglio identificata, sospesa forse tra le velleità giacobine alla francese e le “liturgie” radicaleggianti alla Pannella. Ormai, però, è tardi: gli Italiani han già fatto le proprie valutazioni ed han deciso di tracciare una croce su questo governo. Non per votarlo, bensì per rottamarlo. Un governo sedicente cattolico, da archiviare, in realtà, come uno dei peggiori che l’Italia abbia mai avuto. Piaccia o meno a Renzi.

(Mauro Faverzani per http://www.corrispondenzaromana.it/la-disfatta-di-un-premier-sedicente-cattolico/)

Argomento: Politica

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