Le parole hanno un senso. E quelle del commiato di Renzi ne hanno uno chiarissimo: «Lasciamo la guida del Paese con un’Italia che ha finalmente una legge sulle unioni civili», ha detto. Spiegando anche come tale normativa, nota come Cirinnà, vada intesa. Come una di quelle «con l’anima, quelle di cui si è parlato di meno ed alle quali tengo di più». Che se ne sia parlato di meno è vero tanto quanto che abbia un’anima. O meglio: ammesso e non concesso che ce l’abbia, è sicuramente nera, opponendosi frontalmente al Catechismo, al diritto naturale, ai principi non negoziabili ed alla famiglia intesa dal buon senso quale cellula fondante della società.

E questo, il «cattolico» Renzi – come lui stesso ebbe a definirsi nel maggio scorso a Porta a Porta, proprio parlando di unioni civili –, dovrebbe saperlo bene. Dovrebbe, poiché nel corso della stessa intervista specificò di far «politica da laico», avendo «giurato sulla Costituzione e non sul Vangelo», introducendo così una schizofrenia morale tra pubblico e privato, del tutto in contrasto con l’enciclica Evangelium Vitae, che anzi al n. 68 bolla tale atteggiamento come «relativismo etico», biasimando chi pensi che, «nell’esercizio delle funzioni pubbliche e professionali», possa «prescindere dalle proprie convinzioni» nel «rispetto dell’altrui libertà di scelta», delegando in realtà le proprie responsabilità «alla legge civile, con un’abdicazione alla propria coscienza morale». Sembra un vestito cucito ad arte addosso a Renzi. Il quale, però, senza crucci, né rimorsi, né dubbi, ha ribadito esser quella sulle unioni civili una delle leggi cui tiene di più: il premier più fotografato all’uscita dalle Messe ritiene motivo di vanto aver varato per primo le “nozze” gay in Italia.

E quali sarebbero gli altri “record” del suo esecutivo? Elencarli tutti richiederebbe tempo. Ma come dimenticare, ad esempio, oltre alla citata legge Cirinnà, quella sul cosiddetto «divorzio breve», per dirsi addio in soli sei mesi, norma definita addirittura «di portata storica» dall’esecutivo Renzi? Oppure quella sulla sedicente «Buona Scuola» coi riferimenti alla «prevenzione della violenza di genere» ed all’art. 5 della legge 119/2013, quella cosiddetta sul «femminicidio», entrambi grimaldelli per introdurre nelle aule i corsi sulla teoria gender, come i fatti e le cronache hanno poi ampiamente dimostrato. Insomma, tutti provvedimenti atti a minare alle fondamenta la famiglia naturale, introducendone piuttosto parodie artificiali.

Allora Renzi, benché a parole non perda occasione per dirsi ed apparire cattolico, non può certo vantar coerenza tra i proclami ed i fatti. Anche di recente, lo scorso primo dicembre per la precisione, sui social, nel corso della rubrichetta «Matteo risponde», alle critiche mossegli per le posizioni del suo esecutivo su matrimonio, omofobia, gender nelle scuole, eutanasia e via elencando, ha replicato non argomentando, bensì offendendo: «Da cattolico Le dico che non so di che cosa stia parlando – ha esordito, non senza una dose industriale di sfrontatezza – So che c’è una parte del mondo cattolico che dice certe cose, dall’altro lato c’ho una strana congiunzione astrale tra questa parte di mondo e il mago Otelma che fa le riunioni con i maghi per cercare di avere la mia sconfitta e le mie dimissioni».

Burlette, che, se non fossero giunte dalla bocca di un (allora) premier, sarebbero state liquidabili come vaniloqui privi di senso. Purtroppo, in politica, anche i vaniloqui hanno un proprio peso specifico. Di fronte ad un tale virulento e pervicace attacco alla famiglia, chiunque credesse nel bene comune e nel diritto naturale non poteva non cogliere la prima occasione utile, per fermare un governo non eletto, eppure mossosi come un’autentica macchina da guerra, scontentando tutti, non solo i cattolici, e seminando crescente malcontento e dissapori. Ora che la farsa è finita, Renzi ha però ritenuto di poter gettare la maschera e dismettere quei panni da «Papaboys» che lui stesso si era dato nel corso di un’intervista al mensile «Vita» dell’agosto 2011, raccontando le due Gmg cui partecipò, nel 1997 e nel 2000.

Così, stranamente, per la prima volta, nel discorso di commiato, mai ha fatto riferimento al suo esser cattolico. Ha ricordato la sua esperienza scoutistica, ha citato il fondatore degli esploratori Robert Baden-Powell, ma zero riferimenti al dato confessionale. Tutt’altro. Il tono è improvvisamente cambiato e si è repentinamente secolarizzato. Così, al posto dell’incenso, ecco spuntare un inedito appello ad una “laica vocazione” non meglio identificata, sospesa forse tra le velleità giacobine alla francese e le “liturgie” radicaleggianti alla Pannella. Ormai, però, è tardi: gli Italiani han già fatto le proprie valutazioni ed han deciso di tracciare una croce su questo governo. Non per votarlo, bensì per rottamarlo. Un governo sedicente cattolico, da archiviare, in realtà, come uno dei peggiori che l’Italia abbia mai avuto. Piaccia o meno a Renzi.

(Mauro Faverzani per http://www.corrispondenzaromana.it/la-disfatta-di-un-premier-sedicente-cattolico/)

Argomento: Politica

 “Rivolgo un appello finale al voto cattolico e a tutte le famiglie attente al bene comune, affinché domenica si rechino alle urne e votino NO per respingere questa riforma costituzionale”

 REFERENDUM. GANDOLFINI: “DOMENICA ALLE URNE PER IL NO. DIFENDIAMO LA SOVRANITÀ E LA RAPPRESENTANZA DELLE FAMIGLIE ITALIANE”

 

Rivolgo un appello finale al voto cattolico e a tutte le famiglie attente al bene comune, affinché domenica si rechino alle urne e votino NO per respingere questa riforma costituzionale”. Afferma il presidente del Comitato promotore del Family day, Massimo Gandolfini.

In questi mesi il ‘Comitato famiglie per il NO’ ha svolto centinaia di incontri in tutta Italia per sostenere un NO motivato e ragionato.
Siamo convinti – spiega Gandolfini – che la disintermediazione e l’accentramento del potere in un’unica direzione nega di fatto la democrazia e il bilanciamento dei poteri. L’annullamento dei corpi intermedi, primo fra tutti la famiglia, allontana la partecipazione del popolo alle decisioni che lo riguardano”.

Anche quest’ultima settimana è passata, senza che Renzi ci degnasse di una risposta rispetto al nostro invito ad un confronto pubblico sul merito della riforma – prosegue Gandolfini -. A noi non resta che esortare tutte le persone di buon senso a rigettare il nuovo assetto istituzionale disegnato da Renzi, Boschi e Verdini, che, anche a causa della riforma elettorale, accentra il potere nella figura del premier e subordina la sovranità del parlamento italiano ai diktat provenienti dall’Unione Europea”.

Un sistema che verrà utilizzato, come dicono gli stessi vertici del Pd, per completare la trasformazione del tessuto sociale italiano. Le unioni civili sono infatti solo il capo fila di una politica tesa all’approvazione delle adozioni per tutti; del suicidio assistito; dell’estensione della procreazione artificiale a coppie gay e single; della regolamentazione dell’utero in affitto, delle leggi liberticide sulla omo-fobia e della legalizzazione delle droghe”, conclude Gandolfini.

Roma, 1 Dicembre 2016                                                                 Comitato Famiglie per il NO

Ufficio Stampa 393.8182082

Argomento: Politica

 di SIlvana de Mari

 

 Nel marzo del 2012 ha fatto molto scalpore un dato rivelato da Ritanna Armeni, secondo la quale la violenza sulle donne "è la prima causa di morte in tutta Europa per le donne tra i 16 e i 44 anni".
Un paio di mesi dopo Barbara Spinelli, sul Corriere della Sera, aveva fatto una rivelazione simile: "La prima causa di uccisione [morte] nel mondo delle donne tra i 16 e i 44 anni è l'omicidio (da parte di persone conosciute)".
Nel giugno dello stesso anno è intervenuta sul tema Rashida Manjoo, special rapporteur dell'ONU sulla violenza contro le donne, secondo la quale "[...] in Italia la violenza domestica è la prima causa di morte per le donne fra i 16 e i 44 anni di età".

A queste affermazioni se ne sono aggiunte innumerevoli altre.
La signora Boldrini parla di strage continua e appende drappi rossi.
La signora Cirinnà ha affermato a un corso di aggiornamento dell'ordine dei giornalisti ( settembre 2016) che padre e madre sono uno stereotipo e un pregiudizio e ha aggiunto che le donne assassinate da un uomo sono più numerose di quelle morte di cancro ( 77000).

Dio , in cui credo profondamente, mi dia testimonianza del fatto che la mia stima per le capacità cognitive delle suddette signore sta a un granellino di sabbia come il granellino di sabbia sta all'universo, ma nemmeno loro possono credere alla veridicità di questi numeri.

Per coloro che si siano persi le puntate precedenti le donne assassinate ogni anno sono circa 130, gli uomini assassinati 400, gli uomini suicidi circa 3200, non mille come ho scritto io sbagliando in un precedente post.

Le donne suicide sono circa 800 e il suicidio è doppio nelle donne sole.
L'emergenza di questo paese quindi è il suicidio, dovuto alla spaventosa situazione economica che strangola la gente, che obbliga uomini perbene a essere disoccupati, donne che vorrebbero essere madri a non osare farlo, famiglie a perdere la casa per pignoramento, imprenditori costretti a fallire per eccesso di crediti, anziani a cercare qualcosa nei cassonetti.

A sempre più pratiche mediche è stato tolto il carattere di gratuità: una di queste è la terapia antalgica per metastasi ossee e l'altra è la risonanza magnetica anche nei bambini a rischio di idrocefalo.

L'emergenza è il suicidio di un paese morto, assassinato e venduto che sta chiaramente morendo senza un futuro.

Perché hanno tutti mentito?
Perché si sono tutti inventati che l'emergenza è il femminicidio e i medici obiettori?
Per distrarre l'attenzione dal suicidio, dalla disperazione, dall'impossibilità di vivere, dai 12 miliardi di euro spesi in un'accoglienza indiscriminata che sta causando disastri e morti in mare, certo, ma non è solo questo.

Un regime per poter diventare in tutto e per tutto dittatoriale , anche a fronte di un'ancora apparenza di democrazia elettiva, deve scardinare di un popolo il passato e l'istituzione familiare.

Contro il femminicidio la vera sfida è il cambiamento culturale, hanno affermato i geni: quindi la nostra cultura non va bene, va cambiata, la scuola, gli insegnanti, persone che eseguono le circolari del ministero spiegheranno il maschile e il femminile: l'etica dei figli amministrata dallo stato, mi viene la nausea solo a scriverlo.

Quella che deve saltare è l'istituzione familiare, gli uomini che amano le donne, le donne che amano gli uomini.
Una volta saltata la famiglia un popolo diventa spazzatura, lo zerbino.

La vera violenza contro le donne è il suicidio.
La vera violenza contro le donne è una tassazione talmente atroce che impedisce di diventare madri.
La vera violenza contro le donne è la disoccupazione dei loro uomini.
La vera violenza contro le donne sono i miserabili 4 mesi di congedo per maternità, il dover tornare al lavoro quando il piccolo ha 4 mesi e ha un disperato bisogno di mamma.
La vera violenza contro le donne è la pornografia, la vera violenza contro le donne è la mostruosa nauseante filiazione di Vendola e Lo Giudice.

Giù le mani dai nostri uomini.
Giù le mani dalle nostre famiglie.
Giù le mani dai nostri figli.
Andate al diavolo.

 

da https://www.facebook.com/silvana.demari.5/posts/1794335464147600

 Le parole di uno scrittore, esule in Italia da oltre vent'anni, ci siano di monito prima di cantare vittoria.
 Più sotto una testimonianza di un redattore utile ai vacanzieri.
 Infine un link commovente: una star internazionale, nata a Cuba, incoraggia i connazionali cubani fuggiti su zattere (balseros) con un concerto a Panama. Anche la salsa, che riempie il cuore di ogni amico di questo nobile popolo, può essere triste quando parla della libertà negata: https://www.youtube.com/watch?v=UytjTXU-jtM

 

La morte di Fidel Saturno Castro

di Carlos Carralero

 

La morte reale e la morte annunciata molte volte del Saturno cubano mi produce certo sapore amaro, lo confesso.

La notizia peggiore è che è morto nel suo letto nella sua casa-ospedale CIMEQ (Centro di Ricerche Medico - Chirurgiche ), che ha impiegato migliaia di ore e milioni di dollari per allungare il respiro del fantasma di Saturno in versione tropicale, senza che prima, questi sia stato processato da un tribunale per crimini all'umanità.

Io particolarmente potrei saltare di gioia perché ho sopravvissuto la sua crudele dittatura, però, io non sono di questa natura. Questo non è il mio stile. Nonostante il sacrificio di coloro che hanno trascorso molti anni in carcere, piantati sulla loro dignità, i morti, gli anziani ancora vivi che generosamente testimoniano gli orrori generati dal Saturno cubano, mi produce un sapore amaro, sapere che in 58 anni, l’esilio che ha avuto risorse a tale obbiettivo, non sia riuscito a legittimare l’Esilio cubano.

Lasciamo comunque anche questo particolare alla storia, perché alla storia, a gran voce, molte volte urlando ho chiesto di venire a concedermi un poco di ragione.

Ha smesso di emettere il veleno che emanava il suo ego in ogni ossigenazione delle sue cellule, l'uomo che più danni ha creato a Cuba.

Offro alcuni argomenti inconfutabili a tale proposito.
Una rivoluzione che, prima, durante e dopo ha prodotto migliaia di morti, tra cui mio padre.
Una rivoluzione (con le gambe: le persone hanno vissuto nella confusione di vedere in un corpo creatore di falsa retorica e propaganda asfissiante, l’astratta immagine del fantasma della rivoluzione) che nel 1959, ha trovato un paese già inserito nel gruppo di decollo economico delle nazioni, secondo i parametri stabiliti dall’economista e storico nord americano W. Rostow W.
Una rivoluzione che ha prodotto un esilio e diaspora, equivalente addirittura a un terzo della popolazione del paese.
Una rivoluzione che ha esportato guerre dal Centro America e dallo stesso 1959 fino allo Yemen, passando per Africa e il Medio Oriente.
Una rivoluzione la quale con i peggiori eufemismi e la censura ha negato, unico Stato nella storia, per 58 anni, di avere un’opposizione: sono tutti criminali, se si tratta di persone umili, mercenari, gli intellettuali o professionisti.
Una rivoluzione come non si è mai visto che ha separato centinaia di migliaia di famiglie, che li separa anche nelle proprie case; il Castrismo è stato un centro per la generazione di odio.
Una rivoluzione fantasma che è finita subito, nello stesso 1959, con le proprie immagine, definizione ed essenza, a partire delle esecuzioni, persecuzioni e prigionia, ma il suo fantasma ci ha perseguitato per più di cinque decadi.

Castro è stato nella sua lunga – e lunga perché ha torturato a tutti noi in modi diversi è una personalità mostruosa per le sue caratteristiche - una macchina di potere, senza scrupoli e pieno di invidia, e questa, genera il peggiore degli odi.
Qui trovò Castro ecco nell’argentino Che Guevara e i suoi seguaci, in tutto il mondo, nell'Islam fondamentalista e i milioni che nel pianeta soffrono di pregiudizi ideologici che si trasforma in invidia e questa a sua volta in odio: carta di trionfo e strumento di Castro nella guerra contro gli americani, odiati velata o apertamente da milioni di persone in tutto il mondo a causa delle loro passioni basse che hanno perso l’obiettività che deve avere un vero e proprio essere umano: la giustizia e l'imparzialità davanti al male dovunque esse appaia.
Suggerisco il mio libro Fidel Castro. L'abbraccio letale, vi troverete nel dettaglio alcune delle argomentazioni qui espressi.

La morte di FC è stata annunciata dall’erede della dinastia, il fratello Raul, l giorno 26. Il 26 novembre, 2016. Il ventisei anni, doppio del 13: entrambe le date sono state utilizzate da Castro decine di volte nella storia per eseguire manovre: una coincidenza o una causalità? Questo argomento appare nel capitolo V del mio libro. Fidel Castro. L'abbraccio letale

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Le ferie? Fatele a Matanzas!

 

1. Occhiali da sole per… non vedenti

Chi va a Cuba per ferie, di solito cerca il sole e il mare. Capita però che, una volta sul posto, magari mentre fa il bagno, sia incuriosito da alcuni strani comportamenti – come il sentirsi proporre le treccine ai capelli perché “non ho il permesso per farle a riva” -, e inizi a farsi domande sulla vita quotidiana a Cuba.
Già: a Cuba non si lavora senza permesso statale ma, purtroppo, la sua esperienza del vissuto quotidiano cubano si limita a qualche scambio di battute con il barista, il cameriere o con il giardiniere che furtivamente e con timore gli propone una noce di cocco per un “peso convertibile” (CUC). Insomma, accade che il turista non si renda conto di venir collocato in un’oasi artificiale, resa il più possibile simile al suo stile di vita, ma del tutto diversa da quello degli abitanti dell’isola.
Eppure, il primo dubbio dovrebbe venirgli appena sceso dall’aereo, quando ha bisogno di comprare una qualunque cosa: il turista deve usare il “peso CUC”, che è proibito al cittadino cubano. Non si tratta solo di un modo con cui il regime lucra sul cambio valuta, ma anche di un sistema per controllare i suoi movimenti sull’isola e gli extra dei cubani che sono a contatto con i turisti.
Forse nemmeno ci si accorge che in ogni Hotel, anche partecipato da società estere, vi sono tre tipologie di vigilanza: personale che gira – anche in spiaggia – in camicia bianca, cravatta e telefono di servizio; polizia di Stato stanziata nei paraggi dell’Hotel che interviene in pochi minuti su richiesta degli uomini in camicia bianca; polizia segreta mescolata al personale di servizio, con compiti soprattutto di sorveglianza del personale.
Ma tant’è: la bellezza del luogo, l’amabilità degli isolani e il pensiero delle meritate ferie non permettono al turista di cogliere immediatamente tanti particolari significativi, come quello del passaggio attraverso un apparente casello autostradale, che è in realtà un posto di controllo per identificare chi accede alle cittadine costruite per noi “capitalisti”, dal costo inarrivabile per un cubano che non sia membro della Nomenklatura, un campione sportivo o simili.
Iniziamo allora dalla parte a mio avviso meno importante: quella economica.

 

2. Non povertà ma miseria

Il Pil procapite potete trovarvelo in rete: Cuba è subito dopo la Bolivia (socialista) e prima dell’India (socialista)... siamo quasi ai livelli di Haiti.
I cubani hanno in pratica tutti lo stesso salario, corrispondente a ca. 25 euro mensili, che sono sufficienti ad acquistare i generi di prima necessità. La settimana lavorativa è quasi per tutti di 6 giorni per 8 ore.
La quasi totalità del popolo vive, insomma, non in povertà ma nella miseria, con la sola eccezione di chi riceve mance dai turisti, che fanno davvero cambiare la qualità della vita. Così, ingegneri, medici, ecc. fanno a gara per fare i barman o i camerieri: uno dei pochissimi reati che un cubano compie è quello di “rendere inabile” chi lo precede nella graduatoria statale per quel tipo di lavoro.
Tuttavia, chi non vuole vedere obietta: “ma non hanno spese, è tutto pagato dallo Stato!”. Certo, ma con che qualità della vita?
Lo stupore di un sedicenne canadese che si trova circondato da tre bellissime e sculettanti quattordicenni locali la dice lunga: sposare lo straniero è il modo più facile per uscire dalla schiavitù socialista.
Persino nella capitale, città quasi senza controlli, basta aggirarsi un’oretta per rilevare le condizioni di degrado e schifo delle “case per tutti” promesse dal socialismo.
Restiamo all’Avana, mercati ortofrutticoli centrali; solo quattro i prodotti in vendita su tutti i banconi: zucca, avocado, banane e lime (quasi tutto marcio).
Non volete sporcarvi le Nike camminando per i vicoli de La Habana Vieja? Basta togliersi gli occhiali da sole mentre si viaggia sul Bus “dorato” per turisti per notare che la “casa per tutti” è spesso fatta con la cassetta della frutta. Ancora: solo due case su tre hanno (ancora!) la cisterna d’acqua di cemento sul tetto e tre su quattro l’antenna della televisione. Non parliamo poi dei paesi dell’interno, come Cardenas, in cui alcuni “turisti non-standard” non hanno nemmeno avuto il coraggio di scendere dal taxi.
Ah, già: i trasporti. A Cuba non c’è il problema del parcheggio e del traffico: quasi nessuno ha un’auto propria (1). I bus sui quali siamo costretti a viaggiare noi turisti – per la paura di essere scoperti non ci hanno fatto salire sul bus per operai neanche alla vista di qualche bella banconota – per i cubani hanno un prezzo stellare: il socialismo, per loro, ha le “guaguas”, dei vecchi omnibus dei tempi dell’Urss sul quale la gente viene accatastata come bestie. Le ferrovie risalgono all’epoca di Batista ma non vengono utilizzate, più sotto scoprirete il perché.
Per l’istruzione: ho udito un coraggioso parroco cattolico chiedere quattro volte durante l’omelia domenicale “sanità e istruzione conformi alla dignità umana”. E’ vero che l’istruzione è gratuita ma una volta conseguito il titolo, il giovane deve restituire allo Stato tutti i costi sostenuti con parte del proprio stipendio, anche per 8-10 anni.
Per la sanità: avendo bisogno di un antistaminico (Dexclorfeniramina, Made in India) e di un integratore salinico (Suero oral, Made in El Salvador) siamo volutamente andati a comprarli in un villaggio: siamo stati serviti subito, ma abbiamo ben notato cinque povere anziane sedute a 40° all’ombra con l’85% di umidità che venivano ignorate dalle farmaciste. Il socialismo non riesce nemmeno a fabbricare le medicine!

3. Cuba libre.

E’ un *censura*tail che si prepara con Rum bianco, lime e Cola (la Coca Cola è proibita, così come ogni prodotto made in Usa). Non è di questa “libertad” che voglio parlavi, ma di Cuba schiava: se siete cubani residenti nella Regione di Matanzas e volete andare a visitare una Regione limitrofa, dovete presentarvi venti giorni prima alla stazione delle guaguas con la carta d’identità, subire un interrogatorio, fare la prenotazione e tornare dopo due settimane per vedere se vi lasciano acquistare il biglietto.
Invece, i turisti possono uscire dalle loro “oasi artificiali” per visitare l’isola, ma le escursioni riguardano soltanto grossi centri e, di questi, alcuni punti ben limitati e definiti. Tutte si svolgono sotto la guida di personale ben istruito nei dogmi e nella storia della chiesa socialista.
Così, non ho faticato a convincere la mia buona moglie ad evitare le escursioni e – approfittando del fatto che sono madrelingua spagnola e che spesso vengo scambiato per indigeno – a visitare qualcosa di “non previsto”. Non voglio essere troppo anti socialista e perciò non vi parlerò di Heredia in Camaguey, ma dell’importante e storica Matanzas (sì, proprio la città natale di Celia Cruz), capitale di una delle tredici Regioni in cui è divisa l’isola: 150.000 abitanti a soli 90 Km da La Habana, raggiungibile addirittura via autopista.
Va detto che tutto quanto sopra già descritto (ad es. le vecchie cisterne per l’acqua) si applica ovviamente anche a questa grossa città.
Aggiungo che, a Matanzas, manca la corrente elettrica per sei ore ogni giorno.
Non abbiamo visto locali con aria condizionata, c’erano 38° con l’80% di umidità.
Non abbiamo visto alcun impianto di aria condizionata: i più derelitti dormivano buttati come cani sull’asfalto stradale o negli androni delle case. Se dalle Avenidas principali ci si avventura nelle stradine laterali si è nel massimo degrado: certo, oltre alle case fatte in lamiera o con le cassette della frutta, ve ne sono anche in mattone, ma risalgono all’epoca di Batista e – probabilmente per non aver avuto alcuna forma di manutenzione – sono fatiscenti. Ma abitate.
Peraltro, nei primi mesi dopo il colpo di Stato socialista del 1959, il regime espropriò tutte le proprietà private e solo alcuni anni dopo restituì alcune case confiscate. Così, esiste ancora chi possiede una propria abitazione, ma deve pagare allo Stato l’affitto per i primi venti anni ed ogni passaggio di proprietà, anche per eredità.
Vi è un unico negozio che vende abiti occidentali: si può entrare in due alla volta e fuori c’è una coda di circa 80 persone. Così, un anziano occidentale firmato Armani, nel miglior ristorante di Matanzas, trova la facile compagnia di due bellissime, una bionda e una mora.
Coda pure in farmacia, mentre è certo che i detenuti non hanno diritto all’assistenza sanitaria.
Nessun negozio di frutta e verdura; supermercati sporchi e infestati dalle mosche con solo una ventina di prodotti in vendita.
A Matanzas non abbiamo trovato nessuna edicola per acquistare l’unico periodico in vendita nell’isola: il mitico Granma (2).
Non esiste alcun internet café. Esiste però la possibilità di utilizzare gratuitamente – per un’ora al giorno e sotto sorveglianza – dei vecchi computer (senza accesso ad internet) per imparare ad usarli.
La televisione non l’hanno tutti, ma nei locali pubblici (quando c’è corrente elettrica) si possono vedere i tre canali statali e i due canali che trasmettono in lingua cinese la storia e la cultura del nuovo “grande paese amico”: non è possibile vedere nemmeno la sinistrorsa CNN, né inglese né spagnola. Esistono anche reti televisive e radiofoniche locali, tutte sotto il controllo statale.

4. La Chiesa.

Giovanni Paolo II ha ricevuto Fidel Castro in Vaticano nel 1996 e ha ricambiato la visita nel 1998.
Purtroppo, poco tempo dopo, la Segreteria di Stato ha praticamente taciuto su tre fucilazioni e sulle condanne al carcere di 75 dissidenti a Cuba. Si è anche verificato uno scandaloso episodio, nel marzo 2003, di una decorazione fatta al terrorista Fidel Castro da parte della badessa dell’Ordine di Santa Brigida, con il suo contorno di baci e abbracci, sotto gli occhi della televisione cubana e del Cardinale Crescenzio Sepe.
La Chiesa Cattolica è, insomma, fortemente limitata nella sua pastorale: purtroppo abbiamo visto le chiese frequentate principalmente da donne di etnia ispana (le popolazioni nere pare siano progressivamente tornate alla stregoneria della “santeria”). A La Habana viene pubblicato un bollettino pastorale di commento al Vangelo della Messa domenicale, ma arriva nelle parrocchie della Regione di Matanzas dopo settimane.
Il clero ha scarsi strumenti di formazione ma ad alcuni è permesso di andare a studiare all’estero: sebbene sia comunque teologicamente confuso, ha ben chiara la condizione di schiavitù in cui versa il suo gregge e quando parla, parla chiaro e con coraggio.
Alcune chiese vengono restaurate dal regime, come la Chiesa di San Francesco il nuovo de La Habana: espropriata nel 1966 assieme al convento dei francescani, venne restituita nel 1988 (senza però il convento, che il regime si è tenuto). Ora i Padri vivono fuori città. Il regime ha anche permesso l’ingresso di due conventuali sardi, assegnando loro gratuitamente un’abitazione: ricevutala diroccata, è abitabile dopo quattro anni con lavori pagati dagli stessi Padri.
La Cattedrale di Matanzas è in rovina, chiusa da anni “per manutenzione”: al contrario le tre logge massoniche di Matanzas – compresa la gigantesca La Verdad – sono vuote, ma in perfetto stato per la ottima manutenzione. Stesso discorso per la maestosa sede del Grande Oriente Cubano, proprio di fronte alla Chiesa del Sacro Cuore de La Habana.

Concludo. Come a voi, capita anche a me di avere colleghi filo socialisti e altri più ingenui i quali sostengono che il socialismo sia finito: diciamo loro di fare le prossime ferie… a Matanzas!

David Botti
13 agosto 2010, nell’84° compleanno del terrorista Fidel Castro

Bibliografia in rete:
1) http://tinyurl.com/34ybulk
Armando Valladares, Contro ogni speranza. 22 anni nel gulag delle Americhe. Dal fondo delle carceri di Fidel Castro
2) http://tinyurl.com/387od4v
Massimo Caprara, Che Guevara sconosciuto
3) http://tinyurl.com/castroguevara
Stefano Magni, Dalla dittatura di Castro e Che Guevara solo morte e povertà
4) http://digilander.libero.it/cubanos/
Profughi cubani, Prigionieri politici in sciopero della fame sparpagliati in prigioni diverse

Note.
(1) Il socialismo è inefficiente anche nella tecnologia; la dipendenza che un tempo era verso l’Urss ora è verso la Cina socialista: tutte le vecchie auto sono Usa degli anni Cinquanta o Lada degli anni Sessanta. I nuovi mezzi di trasporto sono quasi tutti Yutong e Geely.
(2) Il Granma prende il nome dalla Regione in cui Fidel Castro e altri 82 terroristi, sbarcando nel 1958 da uno yacht, diedero inizio alle stragi che portarono il socialismo al potere. Il numero dell’11-8-2010 dedica tutta l’ultima pagina (in tutto stampa sei pagine in formato A3) ai brillanti sforzi dei tecnici di Pinar del Río, che riescono quotidianamente a riparare ben 40 delle nuove cuocitrici multifunzione che il regime ha dato in sostituzione delle vecchie cucine a gas liquido e cherosene: peccato che si rompano tutte. Il progresso socialista colpisce anche in cucina!

 SCUOLA/ Addio autonomia: così la riforma costituzionale accentra tutte le competenze

 

Non sempre il dibattito sul referendum costituzionale si svolge con oggettività e competenza, come invece ha giustamente invocato, in più occasioni, Luciano Violante. Da questo punto di vista il documento predisposto dalla Fondazione per il Sussidiarietà ha il merito di avere avviato un equilibrato dibattito. Ma non sempre l'esempio è stato seguito, sia dai sostenitori del Si che da quelli del No. Spesso, soprattutto sui siti internet, circolano anche affermazioni infondate, a volte dovute a semplice disinformazione, che non trovano riscontro nel testo della riforma.

Ad esempio, si è sostenuto che la riforma porterebbe ad un pieno rilancio dell'autonomia scolastica e potenzierebbe la possibilità per le Regioni di innovare autonomamente nel campo dell'istruzione e della formazione professionale. Ci si appoggia, in questa affermazione su alcuni articoli del nuovo testo. Più precisamente, sull'art. 117, II comma, che fra l'altro assegna alla competenza esclusiva statale "/n) disposizioni generali e comuni sull'istruzione; ordinamento scolastico/"; sull'art. 117, III comma "/Spetta alle Regioni la potestà legislativa … salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche, in materia di servizi scolastici, di promozione del diritto allo studio, anche universitario/"; sull'art. 116, III comma "/Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui all'articolo 117, secondo comma, …. o), limitatamente alle politiche attive del lavoro e all'istruzione e formazione professionale/".

Alla luce di queste disposizioni introdotte dalla riforma costituzionale si prefigurerebbe — si sostiene — una nuova fase per l'autonomia scolastica e per la legislazione regionale.

L'affermazione è però priva di fondamento. Le cose non stanno in questi termini e un semplice confronto con l'attuale testo lo dimostra con chiarezza. Il sistema del riparto delle competenze in materia di istruzione, infatti, si compone oggi dei seguenti articoli. L'art. 117,
II comma, che assegna allo Stato la competenza esclusiva su "/n) norme generali sull'istruzione/"; l'art. 117, III comma, che aggiunge: "/Sono materie di legislazione concorrente quelle relative a: …. istruzione, salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale/" (per la formazione professionale quindi, per l'effetto congiunto dell'esclusione dalla potestà concorrente e della clausola di residualità del IV comma dello stesso art. 117 Cost., è riconosciuta una competenza primaria alle Regioni). Dal confronto tra il nuovo e il vecchio testo si dimostra quindi, con tutta evidenza, che già quello attuale riconosce l'autonomia delle istituzioni scolastiche e che quello novellato si limita a riprodurne semplicemente l'affermazione.

Per quanto riguarda poi le competenze regionali non sembra cambiare nulla nella sostanza, posto che lo Stato oggi ha competenza riguardo alle norme generali e ai principi fondamentali (perché alle Regioni è assegnata una competenza concorrente) e domani allo Stato rimarrebbe assegnata la competenza sulle norme generali e comuni in materia di istruzione.

Del tutto infondata è poi l'affermazione che la riforma aumenterebbe le possibilità di differenziazione. Il testo attuale dell'art. 116, III comma, già prevede infatti la possibilità per le Regioni di ottenere competenze ulteriori sia riguardo alle norme generali sull'istruzione, sia riguardo alla legislazione statale recante i principi fondamentali.
L'attuale art. 116, III comma Cost. infatti recita: "/Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell'articolo 117 /[cioè tutte le materie concorrenti e quindi anche la materia istruzione] /e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all'organizzazione della giustizia di pace, n) /[ norme generali sull'istruzione] /e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato …/".

Anche su questo punto, dal confronto tra il vecchio e il nuovo testo, quindi, emerge che non cambia nulla. Anziché un potenziamento, quanto piuttosto una decisa trasformazione /in peius/ della posizione costituzionale delle Regioni anche nella materia dell'istruzione, si evidenzia, invece, considerando che a favore dello Stato la riforma fa militare la clausola di supremazia di cui al nuovo art. 117, IV comma: "/Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell'unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell'interesse nazionale/".

Si tratta della cosiddetta clausola di supremazia, emblematicamente definita dalla dottrina come "clausola vampiro", che consentirà alla legge dello Stato di travalicare — semplicemente invocando la sussistenza di un interesse nazionale (/id est/ dell'indirizzo politico della maggioranza) — qualsiasi competenza regionale, comprese quelle in materia di istruzione: altro che fermarsi alla statuizione di norme generali e comuni!

Anche sopra i modelli regionali virtuosi la riforma fa quindi pendere quindi la spada di Damocle di un deciso riaccentramento di competenze: considerando le ataviche tendenze del nostro legislatore nazionale, troppo spesso propenso allo statalismo e fare di ogni erba un fascio, c'è poco da stare tranquilli.

 

Luca Antonini, per il Sussidiario.net, http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2016/9/7/SCUOLA-Addio-autonomia-cosi-la-riforma-costituzionale-accentra-tutte-le-competenze/722063/

Argomento: Socialismo

 “Siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l'industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società; perché l'oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle [...]

Il principio di sussidiarietà protegge le persone dagli abusi delle istanze sociali superiori e sollecita queste ultime ad aiutare i singoli individui e i corpi intermedi a sviluppare i loro compiti”.

(COMPENDIO DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA, nn. 186-187, Lev, 2004)

 

Il principio di Sussidiarietà nella riforma costituzionale

 

art. 55: La Camera diventa unica titolare del rapporto di fiducia col Governo, della funzione di indirizzo politico, funzione legislativa e del controllo dell’operato del Governo.
art. 57: I senatori passano da 315 a 100, non sono più eletti dal popolo ma 95 NOMINATI dalle regioni e 5 dal Presidente della Repubblica.

art. 70-71: Il Senato NON sarà più titolare di funzione legislativa eccetto che le leggi costituzionali, le leggi elettorali, le leggi di attuazione delle politiche locali ed Europee.
La riforma lascia irrisolto il nodo – significativo per quanto attiene alla sovranità – della permeabilità del nostro ordinamento a norme sovranazionali provenienti dall’Unione Europea e che spesso sono in contrasto con la storia, le tradizioni, la cultura e talora con la legislazione del nostro Paese.

art. 70, c. 3: Il Senato potrà esaminare i disegni di legge approvati dalla Camera ove ne faccia richiesta e può, entro 30 gg, chiedere alla Camera di introdurre modifiche, che la Camera potrà rifiutare senza tenerne alcun conto. Il Senato potrà anche proporre un disegno di legge alla Camera, la quale potrà ignorarlo.

art. 72, c. 7: Il Governo potrà, in alcuni casi, imporre alla Camera la trattazione prioritaria di quei disegni di legge che siano definiti dal Governo come “essenziale per l’attuazione del programma”. Tali disegni di legge governativi avranno automatica priorità su tutto il calendario parlamentare e dovranno esser decisi entro 70 giorni. In poche parole il Governo potrà determinare in via assoluta il calendario dei lavori del Parlamento. Resta il decreto legge: strumento ampiamente usato (ed abusato) da parte dei governi (tutti) e capace di imporre atti aventi forza di legge senza il preventivo assenso del Parlamento.

art. 71, c. 3: Le proposte di legge di iniziativa popolare dovranno esser presentate da 150 mila elettori (oggi ne bastavano 50 mila).

art. 83: Il Presidente della Repubblica sarà eletto dai soli deputati e senatori (prima anche dai delegati regionali), con minore partecipazione alla scelta del Capo dello Stato. Anche il quorum sarà significativamente abbassato dal 7° scrutinio, passando dall’attuale “maggioranza assoluta” dell’assemblea ai 3/5 dei votanti.

Oggi il Presidente viene eletto da circa 1005 grandi elettori e, per l’elezione fino al terzo scrutinio, servono almeno 503 voti. Dopo gli elettori saranno 730 e – considerando il numero legale pari alla metà più uno degli aventi diritto basteranno 220 voti.

art. 114: Verranno soppresse le province

art. 117: Le regioni perderanno la potestà legislativa concorrente e vedranno limitata la potestà legislativa esclusiva a pochissime materie di limitata importanza (minoranze linguistiche, mobilità interna, attività culturali locali, promozione locale turismo). In ogni caso il Governo centrale potrà intervenire anche in queste materie invocando l’interesse nazionale, cioè ogni volta che vorrà (clausola di supremazia).

È vero che la legislazione concorrente stato-regioni ha causato numerosi ricorsi alla Corte Costituzionale per la rispettiva attribuzione degli ambiti di competenza, ma è altrettanto vero che le specifiche funzioni legislative sono ormai equilibrate e stabilizzate. Metter mano ora nella direzione di un rinnovato centralismo e una nuova stagione di ricorsi alla Consulta, è tradire definitivamente gli ideali della dottrina sociale della Chiesa Cattolica che da sempre ha posto l’accento sulla sussidiarietà orizzontale e verticale. Il potere rischia così di allontanarsi definitivamente dalla gente.

Argomento: Socialismo

 Sabato 26 tutti a Verona per la manifestazione nazionale delle:

 “Famiglie per il no” al referendum costituzionale

 

 LERICI – Una grande banca d’affari americana, la J.P.Morgan (JPM), – una tra quelle riconosciute come responsabili della grave crisi mondiale del 2008 – detta l’agenda agli Stati dell’Europa meridionale. Portogallo, Italia, Grecia, Spagna – la loro abbreviazione fa “pigs”, maiali, in inglese – devono aggiornare le Costituzioni, definite troppo “socialiste”. I punti critici sono nero su bianco nel documento ufficiale JPM del 2013 “The Euro area adjustment”: i governi sono deboli; lo Stato è debole rispetto alle regioni; le Costituzioni proteggono i diritti dei lavoratori; il sistema del consenso produce clientelismo.

Le pressioni internazionali – finanziarie, politiche, mediatiche – sono enormi. I governi nazionali prendono nota, e svolgono il compitino dettato da Oltre Oceano. A tutto questo, però, bisogna resistere, pena la perdita della sovranità popolare e della partecipazione. Il popolo italiano, a cui la modifica costituzionale sarà sottoposta tramite referendum in Ottobre, può farlo, e tornare a essere faro di civiltà in Europa.

E’ questo il quadro dipinto, con dovizia di documenti, slide, foto e video, dall’avvocato Simone Pillon, nei due convegni di mercoledì e giovedì scorsi, che hanno tenuto incollato alla sedia fino a notte inoltrata il pubblico che ha riempito la sala del Consiglio comunale di Lerici. Pillon è socio fondatore del comitato “Difendiamo i nostri figli”, organizzatore dei Family day di Piazza San Giovanni e del Circo Massimo e ora delle “Famiglie per il no” al referendum costituzionale.

La Costituzione – che definisce le regole fondamentali della democrazia – è stata scritta da tutte le forze politiche, con grandi personalità, e in un clima di grande condivisione. La riforma porta i nomi di Renzi e Boschi, ed è stata approvata a colpi di maggioranza.

«La nostra Costituzione ha due principi guida: il personalismo, secondo cui la persona è al centro delle relazioni, e la sussidiarietà, secondo cui le decisioni vanno prese il più vicino possibile alle persone su cui queste hanno impatto, dando così rilevanza alle comunità familiari, territoriali, professionali. I diritti fondamentali delle persone e delle comunità preesistono rispetto a qualsivoglia concessione o riconoscimento da parte dello Stato».

«Qualcuno ha però deciso di rifondare la società su un’antropologia individualista e uno Stato centralista, sostituendo i diritti sociali con i capricci individuali». L’acquisto del “figlio” da parte di Vendola ne è emblema. In questo modo, si distrugge la coesione sociale riducendo la società a un insieme di individui, ben più facilmente manipolabili da parte di chi detiene il potere. Mentre i padri costituzionali avevano definito un’architettura bilanciata di pesi e contrappesi, la riforma toglie tutti i contrappesi al potere dell’esecutivo, così che il segretario del partito di maggioranza relativa avrà un potere quasi assoluto.

Il piano di distruzione – o decostruzione, secondo il linguaggio politically correct – ha tre bersagli fondamentali: la famiglia, il pluralismo costituzionale, le comunità intermedie e sussidiarie.

La distruzione della famiglia sta passando attraverso la legge sul “divorzio breve”, dopo la quale «è più facile cambiar moglie che operatore telefonico»; la parificazione dei figli legittimi e naturali, «cosa giusta ma già garantita, mentre la legge scinde il rapporto genitoriale da quello biologico»; infine la legge sulle cosiddette “unioni civili”, in realtà matrimonio per persone dello stesso sesso, con tanto di cerimonia, cognome in comune, comunione dei beni, divorzio, pensione di reversibilità, e, per via giudiziaria, adozioni e utero in affitto. «Questa legge istituisce il gran bazar della “famiglia”, per cui sarà molto difficile per le nuove generazioni capire che cosa sia la famiglia, che la Costituzione riconosce come “società naturale fondata sul matrimonio”». E il nuovo ddl Lo Giudice Cirinnà prevede multe e carcere fino a due anni per chi (psicologi ed educatori in primis) si prenda cura di minorenni che desiderano cambiare il proprio orientamento sessuale.

L’alternativa alla famiglia naturale non sono le “famiglie” arcobaleno, ma la solitudine. «Quando sei solo, in salute e ricco, sei il consumatore ideale. La famiglia, che risparmia per il futuro dei propri figli, sfugge al PIL. Ma a ottantacinque anni, da single, se hai ancora soldi prendi la badante, poi arriverà comunque la punturina di Stato» a far quadrare i conti della sanità.

«L’Italia ha retto alla crisi grazie alle famiglie. Se sommiamo il debito privato a quello pubblico, l’Italia se la cava bene, a differenza degli USA. Le famiglie italiane risparmiano. E qualcuno vuole mettere le mani su questo tesoro».

Il secondo punto è la distruzione del pluralismo costituzionale. «Si vuole decostruire il Senato – giunto a noi dall’antica Roma – riducendo i senatori da 315 a 100, non eletti. La legge è uno strumento potentissimo. Stabilisce quando e come vai in pensione, che cosa insegnano ai tuoi figli, quante tasse paghi, e come vengono impiegate. Il bicameralismo – caratteristica di ogni Paese occidentale – evita che tale potere sia concentrato nelle mani di poche persone».

Il mantra per la riforma è che dobbiamo risparmiare. Ma la riforma toglie la rappresentatività popolare del Senato, non la sua burocrazia.« Il risparmio finale sarà di 20 milioni di €, 33 centesimi per ogni italiano. La volontà non è di risparmiare, ma di togliere un organo ingombrante. L’ordine del giorno della Camera dei deputati potrà essere definito dal governo, con buona pace di Montesquieu, che predicava la divisione dei poteri».

E’ una scusa anche l’asserita semplificazione. «Ci saranno sette modalità per approvare una legge, una delle quali richiede il parere preventivo della Corte Costituzionale. Si vuole far inceppare la macchina legislativa, facendo passare solo quello che vuole il governo».

Il terzo punto è la distruzione dei corpi intermedi, le associazioni, le comunità. «Più decentro il potere più ho difficoltà a controllarlo. Le regioni potranno legiferare solo su cultura, tradizioni, turismo. Insomma, una pro-loco. E, in qualsiasi momento, il governatore potrà essere destituito dal governo nazionale».

Le provincie vengono tolte di mezzo, con un risparmio di 78 milioni di Euro, 1,30 a testa. «Non si farà altro che perdere pezzi di democrazia. Quanti di voi conoscono un consigliere comunale, con cui poter parlare ed esporre problemi? Quanti un consigliere regionale? Quanti un ministro? Vogliono togliere il potere dalla tua prossimità. Poi, certo, magari l’irraggiungibile ti farà un tweet. E magari starà anche un’oretta su Internet a rispondere alle domande, rigorosamente selezionate».

La ciliegina sulla torta è la nuova legge elettorale, approvata con voto di fiducia. Premessa: la Corte Costituzionale ha detto che non va bene il premio di maggioranza, e che sono necessarie le preferenze. Nonostante questo, con l’Italicum, se il primo partito alle elezioni prende almeno il 40% dei voti, incassa automaticamente il 55% dei seggi. «Se nessuno raggiunge il 40%, si va al ballottaggio, dove la quota dei votanti è sempre molto ridotta. Chi vince, prende comunque il 55%. Così, anche con solo il 25% dei voti al primo turno, un partito può diventare maggioranza schiacciante alla Camera, unico organo legislativo».

Le preferenze ci sono. «Ma i capilista – che costituiranno almeno 400 deputati su 630 – li scelgono i partiti. Così, il segretario di un partito avrà il controllo dei governi locali e un peso decisivo sulla definizione della Corte costituzionale e del Presidente della Repubblica, per scegliere il quale basteranno 200 voti». Controllare lo Stato significa polizia, carabinieri, forze armate, servizi segreti, RAI. «Un uomo solo – Renzi, ma potrebbe essere Grillo, o Salvini – avrà il comando pressoché assoluto del Paese. Noi dobbiamo occuparci d’altro. Possiamo sposarci maschi con maschi e femmine con femmine, ma non disturbate il manovratore».

Bisogna far fuori anche le piccole banche di prossimità (casse di risparmio, casse rurali, credito cooperativo, etc.). «E’ notizia della scorsa settimana – data da Bloomberg, ma non dai media italiani – che per 70 miliardi di euro JPM ha ricevuto l’incarico di risanare il Monte dei Paschi di Siena».

«Uno che chiama, un altro che ascolta e obbedisce. Questa è l’Italia del domani. Ma c’è una possibilità di cambiamento: votare “no”. E potrebbe essere un momento di coesione, anche con chi, su molti aspetti, la pensa diversamente». «Le proveranno tutte per farci votare “sì”, o non farci votare proprio. L’ultimo governo eletto dagli italiani, quello Berlusconi, è stato fatto cadere a colpi di spread. Si diceva che il motivo fossero i 1.900 miliardi di debito pubblico. Oggi siamo a 2.400, e lo spread è tranquillissimo. Ci sono pressioni finanziarie che non posiamo neanche immaginare. Ma se gli italiani vengono informati correttamente, le cose possono cambiare. Renzi ha fatto venire dagli USA Jim Messina, spin doctor di Obama, per 200mila €. Noi dobbiamo andare casa per casa, incontrando le persone, spiegando come stanno le cose. Lo facciamo perché ci crediamo. Non abbiamo soldi, non abbiamo dietro lobby».

Gli inglesi hanno subito fortissime pressioni economiche. Si è arrivati anche all’omicidio si Stato. Ma sono riusciti a dire la loro. «Non so se la Brexit sia un bene o un male. Io preferirei che i popoli europei si mettessero insieme per riportare l’Europa alle proprie radici. Ma, il popolo del Regno Unito ha avuto il coraggio di dire “no”. Altri Paesi (Ungheria, Repubblica Ceca, Croazia etc.), ovviamente additati come Stati canaglia, stanno difendendo la propria identità e un’antropologia naturale. La premier polacca intende cancellare la legge sull’aborto Polonia perché non è un paese civile quello che uccide i propri figli».

«Il nostro Paese è ancora una roccaforte, la famiglia e i corpi intermedi tengono. Gli italiani ancora vogliono fare cose insieme, non chiudersi in casa, perché fuori è pericoloso, ci sono gli stranieri».

«E’ una battaglia epica. E la vittoria sta nel combattere. Le “unioni civili”, formalmente, le abbiamo perse. A ferragosto, un decreto ministeriale imporrà il gender nelle scuole. Il punto è combattere. Quando tutto sarà passato, quando il tessuto sociale e la famiglia saranno decostruiti, che cosa cercheranno le persone disperate? Il bello, il vero, il giusto, il luminoso. Non lo troveranno da nessuna parte. Se non nelle famiglie». I monasteri medievali salvarono il seme della vita cristiana e dell’Europa. Da lì i popoli si abbeverarono per costruire il proprio futuro. «Se riusciamo a conservare il seme dell’amare, del bello, del vero, del buono, allora avremo vinto. I nuovi cenacoli, possono anche essere associazioni, dove il vero sia custodito. La battaglia è già vinta. Il problema che rimane è quanti morti dovremo contare prima che l’Occidente si accorga di quello che sta accadendo».

 

Da: http://laspezia.cronaca4.it/2016/07/23/famiglie-no-al-referendum-costituzionale/41347/

 Si dissolvono i valori e le forme di vita e di cultura che la fede ha prodotto, si dissacra la vita nella sua misteriosità, come dono di Dio, si cerca addirittura di scardinare la procedura naturale con cui la vita si comunica, si sostituisce alla grande idea di identità della natura, forme e modi di manipolazione inaccettabili, sia sulla vita prima che nasce che sulla vita dell’infanzia. Su ogni momento della vita umana cala l’ombra terribile e spettrale della manipolazione.

DISCORSO A CONCLUSIONE DELLA SETTIMANA MARIANA
E ATTO SOLENNE DI CONSACRAZIONE ALLA MADONNA DELLE GRAZIE

 

09/10/2016

Carissimi Fratelli,
figli e figlie di questa veneranda chiesa che è in Ferrara-Comacchio.

Si rinnova l’antica invocazione che le precedenti generazioni hanno rivolto alla Madonna: “soccorri il popolo che sta per cadere”. Viviamo in tempi in un certo senso terribili, dove è in atto una vera e propria guerra, che Papa Francesco non ha esitato a definire “mondiale”, contro il mistero di Cristo presente nella sua Chiesa e tutti gli eventi di cultura e di storia che questa presenza ha generato.

Questa presenza è travolta ogni giorno, poiché ci si adopera sempre più per eliminare Dio dalla storia dell’uomo e del mondo, ma come ci ha insegnato un grande teologo e amico, H. De Lubac: ogni azione rivolta contro Dio, è rivolta contro l’uomo.

Tanti uomini e donne, nostri fratelli, con cui condividiamo la vita di ogni giorno, ci sembrano sempre più spesso essere inconsapevoli della loro verità: non comprendono da dove vengono né dove vanno, non sanno dove trovare il senso profondo della vita quotidiana che appare così definita dalla disperazione.

Il Cardinale Giacomo Biffi, vescovo di Bologna e scomparso l’anno scorso, ha usato a tale proposito un’espressione di singolare profondità e tenerezza, parlando di una società “sazia e disperata”. Forse questa definizione è da aggiornare perché oggi viviamo in una società “povera e disperata”.

Di fronte a questa battaglia nei confronti della tradizione cristiana, noi non possiamo non affermare che questi attacchi sono assolutamente ingiustificati; ingiusti dal punto di vista storico e gravissimi dal punto di vista morale.

Si dissolvono i valori e le forme di vita e di cultura che la fede ha prodotto, si dissacra la vita nella sua misteriosità, come dono di Dio, si cerca addirittura di scardinare la procedura naturale con cui la vita si comunica, si sostituisce alla grande idea di identità della natura, forme e modi di manipolazione inaccettabili, sia sulla vita prima che nasce che sulla vita dell’infanzia. Su ogni momento della vita umana cala l’ombra terribile e spettrale della manipolazione.

Cose inaudite e incredibili possono accadere e accadono sotto i nostri occhi, e per questo unisco la mia voce, con totale adesione, all’intervento forte e sgomento del Cardinal Carlo Caffarra, Arcivescovo emerito di Bologna, che ha segnalato l’esistenza della decisione, nell’ambito della nostra Regione, di acquistare da banche del seme estere gameti femminili e maschili per poi distribuirli gratuitamente a quanti vorranno servirsene per promuovere la fecondazione eterologa. In tal modo – afferma il Card. Caffarra – “non ci si rende conto che si sta sradicando la genealogia della persona dalla genealogia naturale”. Ma ancor di più: i bambini non si comprano, e le donne non possono essere sottoposte “a dei trattamenti ormonali massacranti. E’ un grande inganno, compiuto con fondi pubblici. Non si può tacere”. È una cosa inconcepibile, e va contro la natura profonda dell’uomo, della storia e della società.

Noi aspettiamo un gesto di correzione perché ci troviamo di fronte ad un fatto inaudito. Se il Card. Caffarra è intervenuto in modo così forte, lui che prima di parlare esamina a fondo e con acribia la realtà dei fatti, vuol dire che è proprio così.

Per questo credo che bisogna ricordare quello che ci ha insegnato il Santo Padre Giovanni Paolo II: noi abbiamo la precisa responsabilità di aiutare gli uomini di questo tempo a ritrovare il sentiero buono della ragione, a cercare di valutare il cammino che ciascuno deve percorrere per arrivare sicuro e diritto verso Dio. E dobbiamo aiutare l’uomo di questo tempo ad attendere con animo aperto il Signore che certamente viene ad incontrarlo - coprendo una distanza umanamente incolmabile - in Gesù Cristo.

Di fronte a questo momento così grave, la nostra Chiesa Diocesana continuerà inesorabile la sua missione di verità e di libertà. Verità e libertà per il cristiano, verità e libertà per tutti gli uomini di buona volontà.

Perciò oggi, per volontà del suo Arcivescovo, questa antica Chiesa Diocesana si consacra alla Beata Vergine Maria, Madonna delle grazie, perché rifiorisca in noi la fede, la speranza e la carità, e il mondo riconosca – attraverso la nostra testimonianza umile e coraggiosa – che il Signore è venuto, è risorto e abita in mezzo a noi. E così sia, per noi e per tutta l’umanità.

Segue la lettura dell’ATTO SOLENNE DI CONSACRAZIONE DELL’ARCIDIOCESI DI FERRARA-COMACCHIO ALLA MADONNA DELLE GRAZIE

http://www.luiginegri.it/default.asp?id=401&id_n=1860&Pagina=1

Argomento: Socialismo

 Un giornale danese presenta come una grande conquista l’intenzione del governo di rendere gratuiti i test di diagnosi prenatale per cui le nascite down, già in diminuzione, spariranno presto del tutto. È chiaro –ma forse, non detto- che l’auspicata sparizione dipenderà non certo da inesistenti (fino ad oggi almeno) terapie ma dalla soppressione dei feti che presentano tale diagnosi: scelta oramai data per scontata

Roberto Volpi 

LA SPARIZIONE DEI BAMBINI DOWN

- UN SOTTILE SENTIMENTO EUGENETICO PERCORRE L’EUROPA -

Ed. Lindau - 2016 – pag. 89 - €.10,00

 

Roberto Volpi, oggi poco più che settantenne, è stato da giovane un convinto sessantottino. Dapprima, leader di un piccolo gruppo di cinesi (così si chiamavano i giovani di sinistra delusi dalla prassi parlamentare del Partito comunista italiano cui essi contrapponevano la ben più radicale rivoluzione culturale di Mao Tse Tung), aderì poi al P.C.I. e ne fu, oltre che focoso comiziante ed amministratore locale, esponente di rilievo nella provincia di Pisa. Fu infatti, poco più che trentenne, posto alla presidenza della neo-costituita U.S.L. ed appariva dunque destinato ad una carriera politica di rilievo.

Si dimise invece poco dopo, nauseato – così ricorda- dal clientelismo che vedeva intorno a sé e si è quindi dedicato al lavoro di statistico presso gli Uffici della Regione Toscana.

Nell’ambito di questa attività, nonostante l’inequivoca formazione politica, la sua personale onestà non lo ha lasciato insensibile davanti a quel drammatico declino demografico dell’Italia ed insieme, di tutto l’Occidente, che i numeri che trattava ogni giorno gli ponevano sotto gli occhi. Nell’indagarne le cause, ha creduto –con altrettanta onestà- di poterle individuare nella tragica crisi della famiglia. Infatti, almeno in Italia la crisi demografica si fa sempre più drammatica dopo il 1975 che è, significativamente, l’anno che segue il referendum sul divorzio: un avvenimento che (come Volpi va ripetendo negli incontri e negli articoli sul Foglio di Giuliano Ferrara) aveva fatto capire a tutti che questo istituto sarebbe oramai divenuto definitivo.

È da questo momento che occorre dunque datare la fine della tradizionale famiglia italiana: una realtà costruita nei secoli e circondata nel mondo da fama di solidità a tutta prova, di spirito di sacrificio e, proprio per tali caratteristiche, miniera di figli. L’apertura verso le nascite richiede infatti –ricorda ancora Volpi- più ancora che l’aumento degli assegni familiari o dei parchi giochi, la certezza di un futuro unito e di una solidarietà che oltrepassa le generazioni. La conclusione è quindi assai semplice: se non si può più fare affidamento sulla famiglia, neanche si fanno più figli.

Questa la tesi di fondo che emerge dai suoi libri, spesso dal titolo provocante: “Il sesso spuntato - Il crepuscolo della riproduzione sessuale in Occidente” o “La nostra società ha ancora bisogno della famiglia?”. Non stupisce dunque che il “laico” Roberto Volpi pubblichi spesso da Vita e pensiero, l’editrice dell’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano.

*****

Anche il breve saggio che presentiamo, è assai chiaro già dal titolo. L’autore prende le mosse da una notizia di cronaca apparsa su di un giornale danese che presenta come una grande conquista l’intenzione del governo di rendere gratuiti i test di diagnosi prenatale per cui le nascite down, già in diminuzione, spariranno presto del tutto. È chiaro –ma forse, non detto- che l’auspicata sparizione dipenderà non certo da inesistenti (fino ad oggi almeno) terapie ma dalla soppressione dei feti che presentano tale diagnosi: scelta oramai data per scontata. Ma la situazione danese non è poi diversa da quella del resto dell’Occidente come risulta dai dati che Volpi presenta. Non lo seguiremo certamente nelle sue, pur avvincenti, analisi statistiche, presentate comunque in modo discorsivo e cioè senza grafici, equazioni o altro che potrebbe scoraggiarne la lettura.

Basti ricordare come nel libro si discutano, quanto all’Italia i dati delle sole due regioni (Emilia-Romagna e Toscana) per le quali si dispone di statistiche su diagnosi e nascite down. I loro numeri confermano la sistematica eliminazione di tali soggetti: una vera e propria strage che giustifica ampiamente la parola “eugenetica” che figura nel titolo del libro.

Merita invece ricordare alcune conclusioni che vi si traggono rilevando come Volpi vi pervenga perviene senza ricorrere a giudizi di tipo morale (che pure non pare affatto disprezzare) ma solo con l’analisi dei dati che ha disponibili. E sarà interessante notare come egli finisce per confermare che le cause di questa vera e propria selezione eugenetica sono le stesse individuate da chi invece analizza i fatti in forza dei valori in cui crede. Vediamone alcune.

Anzitutto, la perdita di ogni remora morale nella scelta di abortire i down: “i freni inibitori verso l’IVG di feti down vengono progressivamente meno … man mano che si diffonde l’uso di questi test. … In pratica, è come se fossero i test stessi a decidere della nascita o dell’aborto volontario dei casi down, più che non i singoli individui, più che non le stesse gestanti, cosicché è sempre nell’ordine delle cose che quanti, dei casi down, vengono diagnosticati come tali, finiranno per essere abortiti, piuttosto che accettati. La decisione dell’aborto volontario di un feto down è stata in un certo senso spersonalizzata” (pag. 42).

A conferma di quella che è oramai avvertita come una non-scelta cioè come un comportamento quasi socialmente obbligato, si può semmai ricordare l’orientamento dominante della Magistratura italiana che risarcisce la nascita di un figlio down erroneamente non diagnosticato in sede di amniocentesi, sul presupposto, che si da per scontato, che la gestante, se l’avesse saputo, avrebbe senz’altro abortito.

In questo contesto, non conta neanche, prosegue Volpi, il fatto che oggi la condizione della assoluta maggioranza dei down sia ampiamente migliore di un tempo. Molti sono autosufficienti ed in grado di leggere ed addirittura si tengono delle para-olimpiadi a loro destinate. L’autore non manca quindi di portare esempi anche commoventi del suo concreto vissuto, a Firenze; colpisce particolarmente il caso di un down che accompagna e sorregge la madre molto anziana nelle sue passeggiate e che va da solo a far la spesa al supermercato provvedendo anche al pagamento alla cassa pur se con l’aiuto della commessa per velocizzare l’operazione.

Volpi non manca poi di inquadrare questa strage all’interno di quella vera e propria sindrome del figlio perfetto che dilaga in tutto l’Occidente. Semplici difetti fisici ai quali in passato non si sarebbe neanche fatto tanto caso, alcuni anche curabilissimi, producono oramai l’aborto nel 50% dei casi.

Ma quel che più desta sconcerto è la conclusione cui Volpi arriva nelle ultime pagine del libro sempre soltanto elaborando dati statistici. Poiché “il rischio di aborto spontaneo è 1 su 200 per l’amniocentesi (esame più frequente) e di 1 su 100 per la villocentesi (esame meno frequente) [e poiché ancora] …. sono quasi 200 mila le donne di 35 e più anni che partoriscono annualmente in Italia, se anche soltanto 1 su 3 di loro ricorre alla diagnosi prenatale, si avrà un numero di aborti spontanei di feti sani superiore a 500, decisamente più alto delle 350 nascita down” stimate sulla base dei dati delle sole due regioni disponibili (pag. 81). Siccome però, con tutta probabilità, le donne di 35 e più anni che ricorrono ai test prenatali sono molte di più di una su tre, ne deriva che è lecito supporre che, per evitare una nascita down, si abortiscono involontariamente almeno due bambini non down.

Sono dati che non hanno necessità di aggettivi o commenti. Va solo il merito a Roberto Volpi di averli estrapolati e messi alla portata di chiunque perché non si  possa dire che ‘nessuno sapeva’.

Andrea Gasperini

Argomento: Socialismo

  «Le dottrine di sistematica incredulità, preparate di lunga mano nelle secrete conventicole settarie o dispiegate dalle cattedre sempre abbastanza aristocratiche delle Università, oggi si vogliono trasferire alla scuola elementare obbligatoria senza Dio; perché, attraverso le succedentisi generazioni giovanili, sull’esempio della Francia, si renda anticristiana ed atea la coscienza d’intere nazioni». 
«I nostri figli rimangono avvelenati nelle scuole»

(Beato Giuseppe prof. Toniolo, in L’unione popolare fra i cattolici d’Italia: ragioni, scopi, incitamenti, Firenze, Tip. S. Giuseppe,
1908 3a. p. 8 e p. 11)

 

 LA SCUOLA DI STATO E' UN ABUSO! 
 LA RESPONSABILITA' DELL'EDUCAZIONE E' DEI GENITORI
(E DELLA CHIESA)

Tramite la centralità della famiglia, la Chiesa riconduce il tema dell'educazione al suo vero cuore: la centralità di Dio
 
di Stefano Fontana

Nell'Ottocento la Chiesa contestava allo Stato il monopolio dell'educazione. Partita persa dato che oggi essa è completamente in mano allo Stato. Partita persa perché incentrando la scuola sull'educando e non su Dio, si è diffusa l'idea di averla fissata su un obiettivo laico, che anche lo Stato poteva perseguire. Fu così che la scuola confessionale fu considerata "di parte" mentre la scuola statale fu considerata non di parte. La realtà è esattamente il contrario. Già nell'Ottocento lo Stato nelle proprie scuole insegnava una sua religione, la religione massonica di un umanitarismo universale sul tipo del libro "Cuore" in cui la parola Dio non viene mai pronunciata. Oppure la religione del prete apostata Ardigò: il positivismo. Oppure la religione del vate Giosuè Carducci e del suo "Inno a Satana".

LA DRAMMATICA SITUAZIONE DI OGGI
Oggi, però, lo Stato non è da meno. Anche oggi, in un clima di apparente pluralismo culturale ed educativo, nella scuola statale si insegna una nuova religione che, nel caso migliore, è la religione del relativismo e nel caso peggiore è quella del neo-catarismo. La penetrazione della ideologia del gender e dell'omosessualismo nella scuola pubblica è una penetrazione organizzata e sistematica che, in progressione, non lascerà nessuno spazio di libertà. Ma anche lasciando da parte queste forme acute di oppressione educativa, la scuola di Stato veicola un pensiero unico penetrante e invasivo:
1) elimina sistematicamente alcuni autori,
2) dà una visione antireligiosa del sapere,
3) assume un'ottica illuminista o neoilluminista,
4) tace su interi periodi della storia umana come il Medio Evo,
5) uniforma i testi scolastici alla medesima ideologia,
6) denigra la storia della Chiesa,
7) assume il criterio cronolatrico secondo cui il nuovo è anche migliore,
8) condanna con forme di damnatio memoriae personaggi e periodi storici considerandoli ideologicamente il male assoluto.

LA SCUOLA DI STATO NON EDUCA ED INOLTRE LIMITA LE PARITARIE
Leone XIII, nel 1879, davanti al dilagare della religione positivista nelle scuole italiane, scrisse l'enciclica Aeterni Patris, con la quale rilanciava la filosofia di San Tommaso. Egli aveva percepito la gravità del problema. Aveva capito che la scuola di Stato non era neutra ma governata da un assoluto naturalista e razionalista sostanzialmente anticristiano e che, se non contrastata, avrebbe distrutto l'educazione stessa. Oggi, molti si chiedono se la scuola statale educhi ancora. Molti rispondono di no e questo senza nulla togliere alla grande e solerte dedizione di molti insegnanti.
Molti si chiedono anche se il sistema della scuola paritaria sia sufficiente a ridare alla Chiesa degli spazi veri di azione educativa nella scuola. Un sistema pubblico integrato, come avviene nella scuola italiana a parte l'aspetto della parità economica che non viene garantito, sembrerebbe idoneo a quello scopo. C'è però da dire che la scuola cattolica paritaria viene inserita in un contesto che ne limita di molto la libertà. La programmazione delle abilità, i criteri di valutazione, i sistemi di valutazione, la tipologia delle prove sono elementi che la scuola di Stato impone alle scuole paritarie. Essi non sono mai neutri, ma funzionali ad un modello di educazione. Le circolari, gli orientamenti, le indicazioni per il recupero delle difficoltà, la normativa per le attività complementari o di sostegno sono emesse dallo Stato e vengono recepire dalle scuole paritarie cattoliche con scarsissima creatività. Molto spesso, a parte casi di forte identità nelle convinzioni degli operatori, nelle scuole paritarie si insegna nello stesso modo delle scuole statali, solo, magari, con la messa all'inizio e alla fine dell'anno scolastico.

LA SCUOLA NON DEVE ESSERE DELLO STATO, MA DELLA CHIESA
La scuola non può essere dello Stato. A questa concezione la Chiesa ha sempre opposto che la scuola è della Chiesa, e questo lo abbiamo già visto sopra, e che la scuola è delle famiglie. Se nella scuola e nell'educazione avviene qualcosa di molto più fondamentale che non l'apprendimento di alcuni rudimenti e comportamenti, la prima titolarità educativa appartiene ai genitori, che per primi si sono assunti il compito di educare i loro figli davanti a Dio e secondo i suoi insegnamenti. Nella scuola il bambino mette in rapporto la propria più profonda intimità con la verità e, così facendo, si mette in cerca dell'Assoluto, perché niente di relativo lo soddisferà mai più. Questo rapporto dell'educazione con l'assoluto, che era già stato messo in evidenza da Socrate, richiede che a sorvegliarne il processo siano i genitori, gli unici ad avere le chiavi dell'intimità dei propri figli non in assoluto ma secondo il progetto di Dio su di loro. I genitori cristiani hanno una sapienza del cuore rispetto alla vita dei loro figli che deriva loro dall'averli concepiti nella luce di Dio. Ma c'è anche una sapienza naturale che conferisce ai genitori questa capacità, anche se senza la fede rischia di non avere sufficiente sostegno nella vita concreta.
Intesa in questo modo, la responsabilità dei genitori nell'educazione dei figli coincide in fondo con la responsabilità della Chiesa. Rivendicando il primato dei genitori sullo Stato, la Chiesa non si limita a rivendicare un elemento di diritto naturale, ma vi aggiunge anche un motivo squisitamente religioso: i figli sono di Dio e, vicariamente, dei genitori che li educano nel progetto di Dio. Tramite la centralità della famiglia, la Chiesa riconduce il tema al suo vero cuore: la centralità di Dio.
A questo fine giunge in aiuto la dottrina della sussidiarietà, secondo cui lo Stato non può sostituirsi alla famiglia nei compiti che le sono propri per natura e per disegno divino, deve piuttosto aiutarla a perseguirli con le sue forze o con l'aiuto delle società superiori che tuttavia non deve mai essere di sostituzione, ma di aiuto sussidiario e supplente.

Nota di BastaBugie: ecco il link all'articolo che approfondisce il tema della responsabilità educativa secondo i principi della Dottrina Sociale della Chiesa

LA CENTRALITA' DI DIO NELL'EDUCAZIONE SCOLASTICA
Se l'educazione è l'incontro della persona con il vero, il bello e il buono, in ogni materia non può mancare Gesù Cristo
di Stefano Fontana
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4393

 
Titolo originale: Dalla scuola dello Stato alla scuola delle famiglie
Fonte: Bollettino di Dottrina Sociale, gennaio-marzo 2015

 L’attacco all’obiezione, e il silenzio sulla fecondazione artificiale che uccide

 

A Catania una madre muore, dopo aver dato alla luce due gemelli di 5 mesi senza vita.
La stampa di regime si scatena, perchè bisogna identificare un colpevole: il medico obiettore!
Cioè, un medico che si rifiuta di praticare aborti, diventa colpevole per la morte di una donna e per due aborti spontanei.
Chi si rifiuta di praticare omicidi, deve essere accusato di omicidio!

Quale menzogna più grande? E perchè? Per coprire la verità.
La povera mamma aveva praticato, lo si dice en passant, come se non significasse nulla, la fecondazione artificiale (Fiv).
Questo cosa significa? Lo dicono tutti gli studi: la fecondazione artificiale determina complicanze per la madre, sottoposta a trattamenti invasivi che possono essere persino letali.

E i bambini? Con la Fiv hanno un più alto tasso di morbilità, di precocità e di mortalità perinatale e neonatale.

Ciò significa che la morte di questa mamma e dei suoi due bambini ha, molto probabilmente, una causa ben precisa: le pratiche di Fiv. Ma questo non si può e non si deve dire! Occorre alzare una cortina fumogena e accusare un povero medico che non c’entra nulla, ma ha una colpa: non pratica aborti!

 

-Qui l’articolo del Corriere, che ristabilisce, parzialmente, la verità:

Parla di «una falsità madornale« il professore Paolo Scollo, presidente della società italiana di ginecologia e primario del reparto del Cannizzaro dove è morta Valeria Milluzzo con i due gemellini di cinque mesi.
Contesta la ricostruzione dei parenti: «È falso che un dottore del reparto si sia rifiutato di fare partorire la signora perché obiettore di coscienza. È accaduto esattamente il contrario. Il primo feto è stato espulso spontaneamente. Per il secondo, aggravandosi lo stato della paziente, il dottore ha indotto la manovra di espulsione».

Ma è vero che il dottore è un obiettore di coscienza?

«È vero che nel mio reparto siamo tutti obiettori di coscienza. Questo riguarda però le richieste di aborto, non il lavoro di tutti i giorni sulle pazienti…»

Il marito e l’avvocato Salvatore Catania Milluzzo sostengono che il medico obiettore di coscienza avrebbe assunto per ore questa posizione: non intervengo, non faccio espellere il feto perché batte il cuore, perché è vivo…

“È questa la madornale falsità: il medico è intervenuto e ha indotto la seconda espulsione di un feto che nel frattempo era morto».

Sarebbe cambiato qualcosa se fosse stato presente un medico non obiettore di coscienza?

«Assolutamente no. Siamo parlando di feti di 19 settimane. Esserini debolissimi. Un parto in questi casi è considerato un aborto. La nostra Carta di Firenze sostituita dalla Carta di Roma indica come limite di vita le 22 settimane. Significa che le percentuali di sopravvivenza, senza parlare della qualità, sono al di sotto dell’uno per cento. In sintesi: la signora non è morta per l’obiezione di coscienza».

Per che cosa è morta la paziente?

«Per la sepsi, per una coagulazione travasale disseminata, per una complicanza dell’infezione».

Dovuta a quale causa?

«Questo non lo sappiamo».

L’autopsia lo dirà?

«Si potrà capire dai dati biochimici dell’autopsia. È quello che dovranno esaminare i periti del tribunale, se riusciranno a scoprirlo».

È rigida la posizione della famiglia su una responsabilità interna al reparto?

«Mi sembra più la posizione dell’avvocato che della famiglia. Poi, dopo il dolore estremo dei familiari che va rispettato e compreso, si va sempre alla caccia di un colpevole. E nella non conoscenza dei dati obiettivi è comprensibile che si possa dire di tutto. Anche cose non vere, come capita all’avvocato che sta andando su tutte le tv».

da: Libertà e persona del 24/10/2016 - http://www.libertaepersona.org/wordpress/2016/10/lattacco-allobiezione-e-il-silenzio-sulla-fecondazione-artificiale-che-uccide/

Argomento: Vita

 Perché impegnarsi anche oggi per i valori non negoziabili

Rodolfo Casadei, per Tempi.it del 15 ottobre 2016
 
 

Incontro un vecchio amico un po’ su di giri per non so quale motivo, che mi apostrofa così: «Allora, ti prepari a nuove battaglie in nome dei valori non negoziabili? Sprecherai energie per battaglie perse in partenza sul gender nelle scuole, la cannabis legalizzata e l’eutanasia? Ancora non lo capite che la testimonianza chiesta oggi ai cristiani è un’altra?».

Gli faccio notare che l’espressione e il concetto di “valori non negoziabili” provengono da papa Giovanni Paolo II e dall’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede card. Joseph Ratzinger, cioè dall’autorità della Chiesa.
E che sul dovere dei cristiani di essere attivi sul piano pubblico quando la vita è minacciata, Giovanni Paolo II si è espresso in toni drammatici. Gli ricordo l’omelia della Messa a Washington, durante la prima visita apostolica negli Stati Uniti nel 1979: «Reagiremo ogni volta che la vita umana è minacciata», con annesso elenco di temi bioetici e socio-economici che richiedono al cristiano di esporsi politicamente.
«Sono interventi del passato che oggi non puoi riproporre tali e quali», mi risponde. «Vanno reinterpretati. E comunque il punto è che col tuo approccio non cambierai né la vita morale delle singole persone, né le leggi che osteggi».

Avrei voluto rispondergli che i Vangeli sono in giro da quasi duemila anni, e che la loro forza comunicativa sta proprio nel fatto che sono riproponibili senza reinterpretazioni. Ma ho lasciato perdere, giudicando che fra noi non c’era il clima di un autentico dialogo. Oggi tutti si riempiono la bocca con la parola “dialogo”, ma più spesso ripetono la parola, meno la mettono in pratica.

Prenderò parte, nella misura in cui la mia pigrizia e il mio poco coraggio me lo consentono, alle prossime battaglie verosimilmente perse in partenza sul gender nelle scuole, la legalizzazione della cannabis e dell’eutanasia, il matrimonio e l’adozione per le coppie dello stesso sesso, l’utero in affitto, la regolamentazione legale della prostituzione, il diritto all’obiezione di coscienza per chi è coinvolto come pubblico ufficiale in tutte queste pratiche, la difesa della libertà di pensiero, di parola e di espressione contro tutte le leggi Scalfarotto di questo mondo.
E lo farò nella consapevolezza che oggi il clima culturale dominante è tale, e i rapporti di forza sono tanto sbilanciati a favore dei nemici della vita (autoproclamati promotori di inesistenti diritti), che l’esito politico di queste battaglie sarà prevalentemente negativo.

Lo farò non per coprire con l’attivismo un qualche vuoto di esperienza esistenziale, ma per rispondere a una vocazione, a una chiamata. La chiamata ad accettare e abbracciare l’ora della persecuzione che scocca sul quadrante della storia e, poiché io sono un contemporaneo, della mia vita personale.
Per usare il linguaggio di Viktor Frankl, lo psicanalista ebreo viennese che ha creato la logoterapia, vivo le presenti circostanze non come homo faber, ma come homo patiens.
Il primo è l’uomo che realizza il senso della sua esistenza con atti creativi che modificano il dato di realtà: costruisce una casa, fonda una scuola, scrive un poema, vince una guerra o una competizione elettorale politica, approva una Costituzione, difende il buon diritto dei piccoli e dei deboli promulgando leggi giuste e abolendo quelle ingiuste, dà da mangiare agli affamati e dà da bere agli assetati, avvia un’impresa industriale o un ente no profit, eccetera.

Il secondo, invece, è colui che assume consapevolmente su di sé, che fa proprio e interiorizza, un destino inevitabile, che non ha scelto lui, ma che gli è stato presentato dalla vita senza possibilità di alternative.
È l’uomo che, come Cristo nel Getsemani, prega con le parole: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». L’homo patiens è il malato terminale di cancro, è il portatore di handicap gravissimo, è il condannato a morte prossimo all’esecuzione della sentenza, è l’ergastolano, è la sposa di un matrimonio combinato dalla sua famiglia, è il figlio su cui ricadono i debiti contratti dal padre, è il balbuziente, è il dislessico, è l’uomo o la donna sterili: sono tutti coloro ai quali tocca una sofferenza che non possono in alcun modo evitare con azioni, reazioni, iniziative.
Tranne che con quel tipo di azioni che pongono fine alla loro vita: il suicidio o l’eutanasia. Tali azioni implicherebbero un giudizio: che quella condizione di sofferenza non ha alcun senso, che in quelle determinate condizioni la vita diventa totalmente priva di significato e dunque di dignità. L’homo patiens ha la possibilità di dimostrare che quel giudizio è falso.
Egli può fare un’esperienza di appagamento, analoga a quella del politico che vince un’elezione o dello scrittore che scrive un bellissimo romanzo o dell’artigiano che produce un bellissimo mobile, se accetta come missione, come compito, quello di abbracciare e portare la sofferenza inevitabile che gli tocca. Se dimostra a se stesso e al mondo che «si può vivere così».
Anzi: questa azione così speciale che è l’accettazione della croce è moralmente più meritoria dell’azione creatrice che ha per scopo un determinato risultato.
Scrive Frankl: «La accettazione, almeno nel senso che essa ci fa sopportare in modo giusto e leale un destino autentico, è essa stessa un’azione; meglio ancora, essa è non solamente “una” prestazione, ma “la più alta” prestazione che all’uomo sia dato di realizzare».

Perché l’appagamento che viene dall’accettazione della sofferenza, cioè dall’accettazione della frustrazione dei propri desideri, sarebbe moralmente superiore, sarebbe più nobile dell’appagamento che viene dalla realizzazione dei propri progetti, dal compiersi dei propri desideri da parte dell’homo faber?
Perché quello dell’homo patiens è un appagamento che non ha bisogno del successo. L’homo faber gode solo se riesce nei suoi intenti, l’homo patiens gode nel cuore stesso del suo fallimento.

La malattia o una particolare condizione di schiavitù sociale non sono le uniche forme di destino doloroso cui non ci si può sottrarre, e del quale si può affermare il significato solo accettandolo e abbracciandolo.
Ci sono destini ai quali è la coscienza del singolo che non si può sottrarre: l’ostetrica svedese che non potrà più lavorare nel suo paese perché nessuna clinica assume personale che si rifiuta di compiere interruzioni di gravidanza, il Testimone di Geova eritreo che si fa vent’anni di lager perché rifiuta il servizio militare, l’impiegata cristiana pentecostale del Kentucky incarcerata perché nega la registrazione di un matrimonio omosessuale, gli uomini yazidi che vengono passati per le armi dall’Isis perché si rifiutano di abiurare la loro religione, il sacerdote cattolico caldeo iracheno che viene trucidato perché rifiuta l’ordine dei jihadisti di chiudere i battenti della sua parrocchia in quanto «io non posso chiudere le porte della casa di Dio».
In tutti questi casi, a imporre di abbracciare un destino doloroso non è una costrizione biologica o fisica, ma la costrizione della coscienza, il vincolo indissolubile della coscienza.

È proprio con questo spirito che oggi molti, cristiani e non solo, rispondono alla chiamata alle armi delle battaglie culturali e politiche che si profilano all’orizzonte.
Non si tratta di una militanza scelta in vista della vittoria, ma dell’assunzione su di sé di un destino che non possiamo eludere, di una croce che ci è chiesto di portare perché si compia il Suo disegno.
In analogia con quanto è stato chiesto a Gesù: «E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare». (Mc 8,31).
A chi in Occidente non rinuncia a richiamare le coscienze alla verità e alla giustizia sulle materie della vita, della famiglia, del diritto all’obiezione di coscienza, toccherà un martirio che probabilmente non sarà quello fisico cruento richiesto a Cristo.
Sarà una combinazione di violenze morali e psicologiche: emarginazione, demonizzazione, esclusione dai posti di responsabilità e da certe professioni, punizioni simboliche, ecc.

Chi oggi invita i cristiani ad astenersi dall’impegno pubblico sui temi sopra citati in considerazione del probabile fallimento politico dei loro sforzi, propone un’etica che non è quella cristiana: l’etica del successo.
Ma non sarà mai vero che un’azione, di qualunque tipo, ha senso solo se coronata da successo.
L’etica cristiana comporta l’essere liberi dall’esito, perché l’esito di ogni cosa è nelle mani di Dio, Suo è il disegno, Signore della storia è Lui, non noi.
L’indisponibilità di tanti a rendere testimonianza pubblica nel tempo presente anche alle verità cristiane che sono diventate scomode per la cultura e i poteri dominanti, giustificata con un misto di argomentazioni teologiche e sociologiche, appare dettata dal desiderio di non patire la sofferenza della sconfitta, del ritrovarsi in minoranza, del linciaggio morale.
Salire sulla croce non è una decisione facile, Gesù in persona ha cercato di eluderla.
Certo, deve essere una decisione libera e nessuno deve permettersi di gettare la suddetta croce sulle spalle di chi non la vuole portare.
Ma se chi non la vuole portare per giustificarsi sente il bisogno di accusare di nefandezze varie (fondamentalismo, integralismo, ideologismo, ecc.) quelli che stanno cercando di abbracciarla, una puntualizzazione come questa diventa una necessità.

Rodolfo Casadei

Argomento: Politica

 

Gli abortisti sono in difficoltà, tanto che Roberto Saviano si è sentito in dovere di intervenire sui social network e le sue affermazioni sono state riprese il 4 ottobre scorso dall’Agenzia Adnkronos: «L’obiezione di coscienza», ha scritto, «imposta ai ginecologi più che liberamente scelta, in un Paese dove i padiglioni degli ospedali pubblici e laici sono intitolati a santi, è una piaga che rende la 194 la più tradita delle leggi».

Le preoccupazioni dei pro dead si incrementano di anno in anno nell’osservare che il numero degli obiettori di coscienza cresce, così come crescono le associazioni e i movimenti pro life. Lo scorso 23 settembre la camera bassa del parlamento della Polonia ha votato a favore di un disegno di legge che, se definitivamente approvato, vieterebbe praticamente ogni forma di aborto, in un Paese dove la pratica dell’interruzione di gravidanza è già ristretta a pochissimi casi. Alcuni giorni fa 267 deputati su 460 hanno votato a favore della proposta, che ora dovrà affrontare altri due passaggi parlamentari. Le femministe polacche e del mondo occidentale si sono allarmate e il 3 ottobre quelle della Polonia sono scese in piazza, vestite a lutto (il lutto per timore di non poter più abortire, invece di indossare il nero per i bambini uccisi), aderendo al movimento Czarny Protest, ossia «proteste in nero».

Il disegno di legge in discussione è l’iniziativa di un Paese profondamente cattolico, che è riuscito a mantenersi tale sia sotto il regime nazista, sia sotto quello sovietico e che oggi fa sentire la propria voce anche sotto la dittatura relativista e laicista. Esso è sorto proprio grazie all’alleanza di diversi gruppi religiosi cattolici, appoggiata anche dalla Conferenza episcopale polacca, così facendo si è riusciti a raccogliere 100 mila firme per presentare al Governo una proposta di legge di iniziativa popolare.

Anche in Italia ci sono segnali molto interessanti dal punto di vista delle obiezioni di coscienza, tanto che ancora Saviano allerta: «Questo tema, a noi italiani, dovrebbe essere caro, perché, nonostante l’aborto sia legale, le difficoltà che le donne italiane trovano oggi ad abortire sono immense» e per sostenere l’aborto è costretto a ricorrere alla vetusta propaganda radicale degli aborti clandestini.

Sette ginecologi su dieci in Italia sono obiettori di coscienza, scegliendo di non praticare il volontario omicidio sull’infante nel grembo materno. Spesso, riportano i media, non sono stati formati per effettuare aborti. Un dato in aumento, come segnalano le percentuali 2015 del Ministero della salute riferite al periodo 2013-2014. Dal 2005 al 2013 gli obiettori sono passati dal 59% al 70%. Cifre che allarmano non poco la politica abortista.

La cultura della vita contro la cultura della morte produce i suoi frutti. «Lo scandalo supremo della nostra epoca», come lo definì Giuliano Ferrara, sta diventando un problema per tanti medici. Dopo la Polonia, siamo il Paese dove è più diffusa la convinzione che l’aborto non dovrebbe essere legale se non quando è in pericolo la vita della madre.

Nella relazione del Ministero della salute sull’attuazione della 194/78 del 26 ottobre 2015 si rileva che nel 2013 sono presenti elevati numeri di obiezione di coscienza, specie tra i ginecologi, 70.0%, cioè più di due su tre). A livello nazionale si è passati dal 58.7% del 2005, al 69.2% del 2006, al 70.5% del 2007, al 71.5% del 2008, al 70.7% nel 2009, al 69.3% nel 2010 e 2011, al 69.6% nel 2012 e al 70.0% nel 2013. Fra gli anestesisti la situazione è più stabile con una variazione da 45.7% nel 2005 a 50.8% nel 2010, 47.5% nel 2011 e 2012 e 49.3% nel 2013. Per il personale non medico si è osservato un ulteriore incremento, con valori che sono passati dal 38.6% nel 2005 al 46.5% nel 2013.

Si osservano notevoli variazioni tra regioni. Percentuali superiori all’80% tra i ginecologi sono presenti in 8 regioni, principalmente al Sud: 93.3% in Molise, 92.9% nella provincia di Bolzano, 90.2% in Basilicata, 87.6% in Sicilia, 86.1% in Puglia, 81.8% in Campania, 80.7% nel Lazio e in Abruzzo. Anche per gli anestesisti i valori più elevati si osservano al Sud (con un massimo di 79.2% in Sicilia, 77.2% in Calabria, 76.7% in Molise e 71.6% nel Lazio). Per il personale non medico i valori sono più bassi e presentano una maggiore variabilità, con un massimo di 89.9% in Molise e 85.2% in Sicilia.

Tuttavia secondo la Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194 (Laiga), gli obiettori sembrerebbero essere molti di più. Si alzano così le accuse della Cgil e del Comitato europeo a “difesa” delle donne che hanno intenzione di abortire, in quanto sarebbero costrette a rivolgersi a strutture estere: non certo al Portogallo, dove gli obiettori sono l’80% e non in Austria, dove diverse sono le regioni austriache prive di assistenza sanitaria abortiva.

L’Agenzia La Presse il 28 settembre scorso ha scritto: «Nella giornata sull’aborto sicuro le donne scoprono che le pillole contraccettive non sono più gratuite. Mentre la Legge 194, a causa dell’aumento dei medici obiettori di coscienza, in Italia resta sempre più sulla carta». Proprio per questo l’Onu ha riconosciuto il 28 settembre come la Giornata dell’aborto sicuro. Leggiamo ancora sulla notizia battuta dalla risentita La Presse per gli accadimenti italiani: «Molti obiettori di coscienza (…) arrivano a ostacolare e discriminare i colleghi che invece l’aborto lo praticano (…) Come il medico a cui i colleghi obiettori si rifiutavano di lavare i ferri con cui operava, costringendolo a lavarseli da solo. Come le portantine di un ospedale pugliese che si sono rifiutate di spostare le barelle con le pazienti in attesa di aborto». Normale e giusta, quindi, che sia arrivata la «bacchettata» dall’Unione Europea, che si sdegna di fronte alla Polonia o all’Irlanda, dove abortire è affare assai arduo.

E ancora La Presse si scandalizza che «anche le ultime pillole anticoncezionali a carico del servizio nazionale siano diventate a pagamento». Mario Puiatti, presidente dell’Associazione italiana per l’educazione demografica ha affermato: «Queste pillole erano preziose per le ragazze più giovani o per le donne straniere per cui anche pochi euro possono fare la differenza, escludendole si rischia di danneggiare una fascia debole di utenza». Esiste, dunque, un’Associazione per l’educazione demografica e, logicamente, questa “educazione” va contro sia al concetto di famiglia secondo i disegni del Creatore, sia a quello realista di sana e saggia continenza cristiana o di castità.

Non è semplice diffondere la cultura della vita, anche a fronte di una Chiesa che non si erge con sufficiente chiarezza e determinazione sui principi e sui valori cristiani contro gli errori e i peccati mortali del nostro tempo. Ha dichiarato Ferrara in un’intervista rilasciata il 2 settembre 2015 a Paolo Rodari de La Repubblica: «Una legittimazione delle battaglie pro-life, per me opportuna, non viene dalla chiesa di Papa Francesco. Devo però dire, a onor del vero, che in merito anche Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno agito con una certa sofferenza e titubanza, anche se la loro predicazione andava nella direzione di una difesa esplicita e culturalmente rilevante della vita».

Tuttavia oggi è maggiormente possibile l’impegno rispetto al 1978, quando arrivò la ghigliottina della 194, all’epoca non esisteva la circolazione delle idee su Internet e in Italia le testate giornalistiche amplificavano le voci di Marco Pannella e di Emma Bonino, che dai microfoni di Radio Radicale, dalla fine del 1975, iniziarono la loro propaganda letale per gli innocenti. Come oggi è più agevole battersi per le verità di fede, rispetto agli anni del Concilio Vaticano II, così oggi c’è maggior spazio per contrastare la 194. Onore al merito per coloro che durante la rivoluzione sessantottina e la rivoluzione pastorale hanno dimostrato la loro fedeltà, e sfruttiamo noi quella lealtà e quella dedizione, nonché le potenzialità dell’età contemporanea.

Le diverse persone che hanno dedicato e dedicano la loro vita all’esistenza di chi non ha il diritto di nascere per volontà altrui, le straordinarie opportunità offerte da Internet, gli eventi nazionali ed internazionali come La Marcia per la Vita, le riviste come I quaderni di San Raffaele, le gocce evangeliche che scavano la pietra… creano disturbo alla 194 e alla sua applicazione. Se si continuerà a non rassegnarsi, ad implorare l’intervento divino, a tenere ben stretti i nomi dei Santi in tutela dei nostri ospedali, a dire pazientemente e con perseveranza la verità sul quel che accade nei laboratori della morte, a spiegare scientificamente che cosa significa “interruzione di gravidanza”, con scritti e conferenze, allora gli obiettori di coscienza cresceranno ancor più… e un giorno, con l’intercessione di Maria Santissima, quell’iniqua legge sparirà.

(Cristina Siccardi, per Corrispondenza Romana del 5 ottobre 2016)

Argomento: Vita

 UN PARTITO DELL'OPPOSIZIONE REAGISCE

 Il 27 settembre 2016 la Regione ER ha bocciato senza neppure discuterlo un progetto di legge inteso a ridefinire il ruolo dei Consultori, mentre due assessori hanno speso un'intera giornata a lavorare per l'Unione donne comuniste (Udi).

Aborto: calano i medici obiettori in controtendenza rispetto al resto d'Italia. L'Udi: "Nel 2016 si è recuperata la situazione di Cento, con l'assunzione di due ginecologi abortisti. In precedenza l'obiezione era al 100%".

L'assessore Venturi (sanità): "Da noi non è a rischio l'applicazione della 194".
(La Repubblica 26/9/16)
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Comunicato Stampa. Il progetto di legge sulla riforma e la riqualificazione dei consultori familiari nasce per sottoporre all’attenzione della Regione Emilia-Romagna un tema che sappiamo essere delicato e per nulla comodo. Eppure, in un momento in cui il tema del calo demografico è di grandissima attualità, non possiamo non interrogarci sulla pratica degli aborti volontari, nonostante la difficoltà di tenere questo dibattito fuori dall’ambito strettamente ideologico.

E siccome su questo argomento le considerazioni non sono mai semplici, è meglio che a parlare siano i numeri. A inizio settembre, sono stati distribuiti dall’Assessore alla Sanità i dati sulle Interruzioni Volontarie di Gravidanza (Igv), ovvero gli aborti volontari.
La relazione prende in considerazione il periodo relativo agli ultimi 20 anni dando conto di un fenomeno di enormi dimensioni: dal 1993 a oggi gli aborti volontari in Emilia-Romagna sono stati 200mila, una intera Città di bambini mai nati, una macabra contabilità che non possiamo e non dobbiamo ignorare.
Altro dato significativo è che, a fianco di questi 200mila aborti volontari, il 33% di chi ha scelto questa pratica lo aveva già fatto in passato: una percentuale elevatissima che lascia intendere come il ricorso all’aborto volontario non sia più una drammatica eccezione, ma una sorta di metodo contraccettivo inaccettabile, una routine a cui si ricorre come una pratica ordinaria.

Il nostro progetto di legge, composto da 30 articoli, e neppure esaminato in commissione, aveva la funzione di fissare due principi valoriali.
Da un lato, la Sacralità e l’inviolabilità della vita umana, valore non negoziabile (ammesso che esistano valori negoziabili), che è tale fin dal momento del concepimento, dall’altro il valore della famiglia tradizionalmente intesa. Una non negoziabilità che deve sussistere sempre, senza nessuna sorta di bilanciamento tra la vita della madre e quella del nascituro: e sia chiaro che, con questo progetto di legge, ci siamo assunti la responsabilità politica di introdurre temi che in quest’aula sono considerati vetusti, scomodi.
Lo abbiamo fatto ispirandoci sì a valori cattolici, ma con una visione laica, aprendo al dibattito che avremmo voluto si svolgesse in Commissione con i dovuti approfondimenti.

Del resto, il progetto di legge mirava a ridefinire il ruolo dei Consultori Familiari intesi non più come strutture prioritariamente deputate a fornire, in modo asettico, una serie di servizi sanitari o para-sanitari alle famiglie, bensì vere e proprie istituzioni vocate a sostenere e promuovere la famiglia ed i valori etici di cui è essa portatrice.

Ma ancora una volta, la Regione non ha voluto approfondire il tema, quello del bivio tra una vita che viene interrotta e un’altra che viene alla luce.
Ne prendiamo atto non senza rammarico, non senza un pensiero in più rivolto a quei numeri drammaticamente elevati che dovrebbero essere alla base di un dibattito serio nel quale le Istituzioni dovrebbero svolgere un ruolo attivo.

Avv. Galeazzo Bignami
Capo Gruppo di Forza Italia alla Regione Emilia-Romagna

Argomento: Vita

 Vi spiego perché ho partecipato alla convention di Stefano Parisi.
Parla Massimo Gandolfini

 

All’interno della variegata galassia del Family Day c’è chi ha contestato la sua decisione di accettare l’invito di Stefano Parisi e di parlare dal palco del MegaWatt di Milano. Massimo Gandolfini, però, non ha dubbi nel rivendicare la sua scelta: “Penso sia sempre importante che il nostro popolo faccia sentire la sua voce e le sue istanze“.

In questa conversazione con Formiche.net il portavoce del Family Day – e coordinatore del comitato Difendiamo i Nostri Figli – si dice convinto della necessità di osservare con attenzione cosa accade nel panorama politico italiano per verificare se “ci sia qualche forza che intenda rappresentare e tutelare i nostri valori“.

Gandolfini, è venuto alla convention parisiana per tastare il terreno?

Visto che si tratta di una novità assoluta, ho pensato che sarebbe stato utile e interessante partecipare, in modo da capirci qualcosa di più e da ribadire le nostre priorità.

E che impressione si è fatto di questa iniziativa?

Ovviamente è ancora presto per sapere con certezza quali politiche Stefano Parisi e il suo movimento metteranno in campo. A maggior ragione – dato che ci troviamo in una fase assolutamente preliminare –  ritengo sia fondamentale indicare le nostre aspettative, cosa ci attendiamo che una forza politica popolare faccia. Dopodiché valuteremo le proposte concrete e ci comporteremo di conseguenza.

Cos’ha capito finora del progetto politico di Parisi? 

Mi pare ci siano moltissimi punti in comune: in particolare il ruolo della famiglia non solo – o non tanto – dal punto di vista antropologico, ma soprattutto sotto il profilo sociale ed economico.

E’ ormai ufficiale che il popolo del family day non si costituirà in un movimento politico autonomo?

Si può dire che rimarrà un grande movimento culturale, portatore di principi antropologici imperniati sui valori della vita e della famiglia. Secondo la mia visione, non si strutturerà in un partito, ma avrà gli occhi ben aperti per capire quali forze politiche faranno proprie e difenderanno le sue istanze.

Non si sta riferendo a Matteo Renzi immagino. Giusto?

Assolutamente no, figuriamoci. La storia dice chiaramente che Renzi non ci rappresenta.

Perché secondo lei non è giusto fare un partito della famiglia?

Un partito costruito su istanze esclusivamente etiche e antropologiche non potrebbe mai funzionare. Tutti i partiti devono avere un ventaglio di proposte a 360 gradi. Noi vogliamo portare avanti questo grande movimento che conta centinaia di migliaia di persone per fare pressing sulle forze politiche e le istituzioni in modo che riconoscano e tutelino i nostri valori.

In conclusione, la sua partecipazione alla convention di Parisi ha fatto storcere il naso a più di qualcuno all’interno del Family Day. Come risponde a queste critiche?

Guardi, troveremo sempre chi si ostina a non capire o a dare letture autonome e personalistiche. La realtà è ben diversa: io sono attento alle iniziative di chiunque tratti temi che possono riguardare la famiglia. Se trovassimo qualcuno che rappresenti il nostro sistema di valori all’interno del mondo istituzionale e politico, è chiaro che avrebbe la nostra simpatia e il nostro interesse.

 

da: http://formiche.net/2016/09/17/gandolfini-parisi-convention-family-day/

Argomento: Politica

 Scuola gender/ Gandolfini : “Ministro Giannini faccia subito chiarezza riguardo all’educazione all’affettività”

Il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, ha annunciato che «entro la prima metà di ottobre» verranno presentate le linee-guida del comma 16 della legge 107, la Buona scuola, relative all’attivazione di percorsi educativi di lotta alla 'discriminazione per orientamento di genere'.
Ancora una volta dobbiamo rinnovare la richiesta di fare chiarezza assoluta riguardo ai contenuti, prima che tali percorsi vengano implementati.
Non è infatti ammissibile che, utilizzando il nobile scopo della lotta alle discriminazioni, al bullismo e al violenza contro le donne, si propongano percorsi educativi che educhino alla libera scelta dell’identità di genere, come trapelerebbe da alcune indiscrezioni di stampa risalenti allo scorso luglio e mai smentite.
Rilanciamo inoltre la richiesta di ufficializzazione del consenso informato preventivo per affermare il diritto del primato educativo dei genitori

_____.

Su “Buona Scuola” ed educazione all’affettività nella scuola

By on 13 settembre 2016

 
All’interno della vicenda del comma 16 della “Buona Scuola” le dichiarazioni del ministro Giannini rilasciate pochi giorni fa al Corriere della Sera (link) risultano estremamente critiche.
 
Il ministro ha affermato che saranno presentate a breve le linee guida per introdurre  tramite la formazione degli insegnanti “l’educazione all’affettività” nelle scuole italiane (“perché la scuola non parla d’amore”); attività che il Corriere ha inquadrato ancor più direttamente in quell’“educazione sessuale“ di cui l’Italia sarebbe deficitaria rispetto alla ovviamente  più “progredita” Europa (sul “Falso mito dell’ educazione sessuale a scuola”: https://giulianoguzzo.com/2016/05/09/il-falso-mito-delleducazione-sessuale/).
 
Parlando di educazione all’affettività circa questo documento di imminente diffusione, il ministro Giannini sembra lasciar intendere che il comma 16 della Buona scuola, non assicurerà genericamente solo “l’attuazione dei principi di pari opportunità, promuovendo (…) l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni”, ma che con esso si potrebbe arrivare a tutti gli effetti all’introduzione di un’educazione affettiva e sessuale “di stato” e obbligatoria, senza considerare quindi le differenze educative e culturali che caratterizzano gli alunni e le famiglie italiane, la cui la libertà di educazione – su temi tanto delicati – verrebbe a tutti gli effetti scavalcata.
Tutto questo sembra svilupparsi all’interno di un progetto molto ben articolato: da un lato il comma 16 della “Buona Scuola”, dall’altro le ben otto proposte di legge in discussione proprio in questi giorni alla Camera per l’introduzione nei curricoli scolastici dell’educazione sessuale e di genere –   alcune delle quali estremamente ideologiche – che scavalcano di fatto il primato educativo dei genitori, delle quali a quanto pare si dà già per scontata l’approvazione.
 
Come ha argomentato su Il Giornale lo scrittore e psicoterapeuta Claudio Risè, se l’educazione all’affettività “diventa esercizio di potere del governo sugli studenti e sulle loro emozioni, esercitato con «linee guida» e altri orpelli governativi (…) fa solo accapponare la pelle” link
Il ministro Giannini ha spiegato poi che il lavoro sulle linee guida è “praticamente concluso”. Questo conferma purtroppo il timore delle associazioni dei genitori di non aver alcuna voce in capitolo su un tema così fondamentale e, dopo la “presentazione mancata” al FONAGS del documento nel luglio scorso, di non venir più consultate se non per mera formalità.
 
Il ministro ha assicurato però al Corriere che le linee guida non avranno una “forma prescrittiva” per gli insegnanti ma le scuole poi potranno tradurre questo “progetto educativo” in “totale autonomia”.
Ci domandiamo come si possa conciliare questa dichiarazione con il fatto che da mesi il MIUR non stia assicurando le garanzie richieste da più parti sul fatto che queste forme di educazione, qualora introdotte, non saranno imposte come obbligatorie.
 
Ci sembra d’altra parte urgente ufficializzare  e rendere obbligatorio il “consenso informato preventivo” per i genitori e la possibilità di esonero su tutti i temi educativi sensibili, per i quali la facoltà di scelta spetta alle famiglie anche qualora venissero affrontati in orario scolastico.
Proprio nella totale “autonomia” delle scuole infatti molti progetti non condivisi sono stati già introdotti, senza rispettare le posizioni dei genitori nei consigli d’istituto e di classe e le richieste delle associazioni dei genitori, che proprio per la legge sull’autonomia scolastica, dovrebbero essere coinvolte dalle scuole nelle proprie scelte educative.
 
Gravissimo anche che nell’intervista sul Corriere venga citata come esempio di Associazione competente per “parlare d’ amore ai ragazzi” l’Ombelico, la quale lavora anche nelle scuole d’infanzia e sottoscrive  iniziative per educatori  – come il convegno “Educare alle “differenze”-  insieme all’Arcigay e al Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli. Il che dovrebbe almeno far considerare il rischio di una visione della sessualità un filino di parte.
Uno dei punti critici di molti progetti educativi negli ultimi due anni è stata proprio la mancanza di requisiti per l’accreditamento dei formatori esterni lasciati entrare nelle scuole.
 
Infine, sentendo il ministro affermare che su questi temi “si tratterà di una formazione obbligatoria” per i docenti, possiamo senza dubbio affermare che si profilano scenari preoccupanti.
Quali garanzie ci sarebbero in una formazione di stato dei docenti su questi temi così delicati e controversi sul piano scientifico e pedagogico (senza considerare le variegatissime culture delle famiglie dei bambini e ragazzi presenti nelle classi nostrane)?
 
Un esperimento fatto dal MIUR con l’associazione SOROPTMIST mesi fa ha mandato in giro per l’Italia, a formare gli insegnanti sui temi del comma 16, proprio i collaboratori della “Strategia Nazionale  UNAR” contro le discriminazioni come il prof. Giuseppe Burgio di Palermo. Ricordiamo che detta  strategia aveva coinvolto SOLO associazioni LGBT escludendo tutte quelle dei genitori. Alla faccia del pluralismo culturale.
E la libertà di insegnamento – tutelata anch’essa dalla nostra Costituzione insieme al primato educativo dei genitori – che fine farebbe in questo scenario? Saremo costretti ad affrontare la gravissima questione dell’obiezione di coscienza da parte dei docenti?
E i genitori? Immaginate se gli insegnanti dei vostri figli venissero formati per fare un’educazione sessuale ispirata ad una visione diversa – seppur legittima – dalla vostra. Vi farebbe piacere che si insegnassero ai vostri figli comportamenti sessuali e affettivi o modi di intendere l’identità sessuale diversi da quelli voi ritenete buoni per loro?
 
A fronte di tutti questi aspetti non ci resta che sottoscrivere quanto hanno scritto preoccupati, in una lettera al Corriere, i presidenti di tre storiche associazioni di genitori accreditate al MIUR (AGE, MOIGE e FAES), ribadendo di non ricevuto ancora neanche  una bozza di queste linee guida:
“Come è possibile conciliare l’educazione all’affettività ritenuta idonea da un genitore che crede in una sessualità coniugale, stabile e fedele, con quella di chi – altrettanto legittimamente – desidera educare i figli a una sessualità promiscua, magari infedele, comunque staccata dall’affetto? Questi sono semplicemente due casi limite, che esprimono il pluralismo sul sesso.
 
Non possiamo accettare che lo Stato ‘carpisca’ ai genitori questo primordiale e inalienabile diritto, come sta avvenendo in questi giorni al Parlamento con ddl sull’educazione sessuale e l’educazione di genere. Uno Stato autenticamente laico deve amare la libertà dei singoli e la libertà educativa dei genitori, come prescrivono sia la Costituzione sia la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo.
Crediamo in uno Stato libero e laico che non può, assolutamente, arrogarsi il diritto di educare all’affettività, alla sessualità, e all’orientamento sessuale scavalcando o eludendo il ruolo genitoriale, in quanto queste tematiche appartengono, per diritto sovranazionale (vedi dichiarazione universale diritti dell’uomo) alla sfera didattica ed educativa dei genitori.”
 
Da: http://comitatoarticolo26.it/su-buona-scuola-ed-educazione-allaffettivita-nella-scuola/
Argomento: Politica

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