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Comunicato n° 39 del 30 Novembre 2011

SCIENZA & VITA: L’EUTANASIA DI LUCIO MAGRI E’ UNA SCONFITTA PER LA SOCIETA’

“Il suicidio assistito di Lucio Magri turba profondamente e vanno evitate strumentalizzazioni che nulla hanno a che fare con una morte che ci invita a una riflessione non demagogica”, questo il commento di Lucio Romano, Copresidente nazionale dell’Associazione Scienza & Vita.

Argomento: Vita
FECONDAZIONE ETEROLOGA
Da Scienza&Vita alla Roccella, le reazioni in Italia

"La sentenza della Corte di Strasburgo dichiara illegittima la fecondazione artificiale eterologa".

Argomento: Vita

L’embrione non è brevettabile

il Foglio 19-10-2011

Una sentenza europea contro la deriva antiumana e tecnoscientifica

E’una sentenza storica, quella con cui ieri la Corte di giustizia europea ha stabilito il divieto di brevetto per i medicinali ricavati da cellule staminali con procedimenti che comportino la distruzione di embrioni umani, a qualsiasi stadio di crescita essi si trovino.

Argomento: Vita

II Liechtenstein ha deciso: «no» all' aborto

Il 52,3 per cento si è opposto alla legalizzazione nelle prime 12 settimane di gestazione o nel caso di gravi malformazioni del nascituro. Anche il principe Alois si era dichiarato contrario

DI lLORENZO SCHOEPFLIN

Argomento: Vita
GARANTIRE LA SEPOLTURA DI TUTTI I BAMBINI NON NATI E' UNA BATTAGLIA DI CIVILTA'
Avere un luogo dove reincontrare il bambino abortito è una possibilità importante per la donna di elaborare il suo lutto
 

"Una violenza psicologica sulle donne". E ancora: "Scelta ideologica di natura religiosa a danno della salute della donna". Sono le critiche mosse da esponenti del sindacato Fp-Cgil Medici dopo la notizia del protocollo di intesa approvato con delibera del 22 luglio scorso tra l'Azienda Ospedaliera S. Anna e San Sebastiano di Caserta e l'Associazione Difendere la vita con Maria, con sede a Novara. In che cosa consiste questo protocollo? Il fine è quello di garantire la sepoltura di tutti i "bambini non nati", in pratica i feti abortiti. Nei fatti, a Caserta, verrà disposto nel cimitero comunale uno spazio apposito dove seppellire i bambini non nati. Sulla polemica è intervenuto anche il sottosegretario Roccella, che parla "scelta di civiltà e umanità". Di fatto, in Italia esistono già regolamentazioni analoghe, ad esempio quella della Regione Lombardia che risale al 2007 che chiede alle direzioni sanitarie di informare i genitori della possibilità di seppellire i feti di età inferiore alle 20 settimane. In caso di mancanza di richiesta da parte dei genitori, si provvede ugualmente alla sepoltura in un'area riservata dei cimiteri. IlSussidiario.net ha raggiunto il neonatologo Carlo Bellieni per un commento.

PROFESSOR BELLIENI, COME MAI TANTE POLEMICHE? IN MERITO NEL NOSTRO PAESE ESISTE UNA NORMATIVA CHIARA...
Assolutamente sì. Esistono nel nostro Paese leggi che tutelano il dritto prima di tutto per le donne che lo richiedono alla sepoltura del bambino morto prima di nascere. Il fatto poi di genitori che non richiedono di seppellire tali bambini morti per aborto volontario e voler farlo lo stesso, è un atto di umana pietà che sicuramente tutela il diritto di chi è deceduto di avere una degna sepoltura e di non essere trattato come un rifiuto. L'alternativa infatti per il bambino morto prima di nascere è di essere gettato via, e gettare via un corpo umano non è accettabile.

LE CRITICHE A TALE INIZIATIVA SONO MOTIVATE DA ACCUSE DI "VIOLENZA PSICOLOGICA SULLA DONNA".
Davanti alla critica di fare del terrorismo, violenza sulle donne, appare evidente che chi dice questo sottovaluta fortemente le donne. Perché se si dice che la donna quando abortisce fa una scelta decisa, sicura e autonoma e poi quando si tratta di vedere effettivamente quello che ha fatto, quindi guardare in faccia la realtà, questa donna che prima era autonoma adesso improvvisamente diventa pavida e incapace di accettare la realtà, c'è qualcosa che non va. O la donna è libera e autonoma sempre, oppure non aveva chiaro cosa sta veramente facendo quando abortisce.

PUÒ SPIEGARE MEGLIO QUESTO PASSAGGIO?
Se si è certi che quando si abortisce si getta via del materiale inerte, perché preoccuparsi se qualcuno vuole che non venga buttato con la spazzatura ma seppellito? Se invece non si è certi, bisognerebbe semmai riflettere, non "far finta che". Negli Stati Uniti ad esempio in molti Stati alla donna prima che abortisca le viene mostrata una ecografia in cui si vede bene il bambino che ha in pancia, in modo che sappia quello che sta per fare.

CHI CRITICA QUESTA POSSIBILITÀ DI SEPPELLIMENTO PARLA ANCHE DI FORZATURA IDEOLOGICA RELIGIOSA NELLA SALUTE DELLE DONNE.
Chiariamo questo: per legge oggi è già possibile avere il seppellimento dei feti nati morti o abortiti se i genitori lo richiedono. Se invece il genitore non richiede il seppellimento, allora farlo ugualmente è un fatto di umana pietà indipendentemente dalle credenze religiose perché non contrasta con la libertà della donna. Ma se invece pensiamo che contrasta con la sua libertà, allora la stiamo ingannando.

NEGARE LA POSSIBILITÀ DI SEPPELLIRE I FETI SEMBRA VOLER NEGARE A TUTTI I COSTI L'EVIDENZA DI CIÒ CHE SI È ABORTITO: NON MERITA L'ABORTO PERCHÉ NON ERA VITA UMANA.
Il fatto di avere un luogo dove reincontrare il bambino abortito è una possibilità molto importante per la donna di elaborare il suo lutto. Questa cosa è suggerita da studi psichiatrici che non hanno nulla di religioso. Esiste una approfondita letteratura scientifica che dimostra i drammi psichiatrici a cui va incontro la donna che ha aborrito, e non c'entra aver seppellito il feto o no. E' dimostrato scientificamente che la donna che ha abortito in modo volontario va incontro a maggiori problemi psichiatrici come la depressione della donna che ha perso il bambino spontaneamente. E' un inganno per la donna quando si nega il lutto. Allora sì crescono veramente i fantasmi. Voler negare di aver eliminato il figlio non fa bene alla mente della donna, non si tratta di discutere di diritti o meno, ma dire la verità o no alla donna, e la verità va sempre detta. Se qualcuno le dice che non era un bambino, non era un essere umano vivente, le donne che ben capiscono alla fine hanno una reazione purtroppo veramente grave.

 

Argomento: Vita

bioFILES N. 6 | 17 giugno 2011

PILLOLA DEI CINQUE GIORNI DOPO:
“SOLO” UN CONTRACCETTIVO?

a cura di Lucio Romano

CHE COS’È “ELLAONE®”?

EllaOne® è il nome commerciale della “pillola dei cinque giorni
dopo”. Contiene ulipristal acetato (CDB-2914), molecola a
spiccata azione antiprogestinica. E’ un composto sintetico che si
lega ai recettori del progesterone così come l’RU486, molecola in
uso per l’aborto chimico entro la 7a settimana di gravidanza.
Com’è noto, l’ormone progesterone è indispensabile per lo
sviluppo della gravidanza: prepara l’utero all’annidamento
dell’embrione. L’ulipristal acetato si lega ai recettori del
progesterone e ne impedisce l’azione. Quindi interferisce, tra
l’altro, con l’annidamento dell’embrione svolgendo azione
intercettiva - abortiva. I primi studi sono stati realizzati proprio
confrontando l’azione dell’ulipristal acetato con quella
dell’RU486, molecole che appartengono allo stesso gruppo
farmacologico.

Argomento: Vita
Associazione Scienza & Vita di Pisa e Livorno


 

Documento approvato in assemblea il 16 maggio 2011 sulle norme in materia di consenso informato e dichiarazioni anticipate di trattamento
http://www.scienzaevita.info/public/site/news.asp

 

* * *

L’Associazione Scienza & Vita di Pisa e Livorno esprime la propria netta contrarietà rispetto al ddl riguardante “norme in materia di consenso informato e dichiarazioni anticipate di trattamento”, al vaglio della Camera, così come formulato.

Le disposizioni di esso riguardanti i trattamenti sanitari di fine-vita, nonostante il solenne preambolo all’art. 1, a nostro giudizio, non offrono, in realtà, alcuna garanzia di efficace contrasto nei confronti di condotte mediche di tipo eutanasico o di interpretazioni giudiziarie distorte e/o ingiuste.

In particolare si evidenzia che:

1. le Dichiarazioni Anticipate di Trattamento, pensate per difendere la dignità delle persone negli stadi terminali della loro vita o nelle condizioni di estrema fragilità perché incapaci di intendere e di volere, sono uno strumento intrinsecamente inadeguato a tale scopo, se non addirittura inutile e pericoloso, perché il consenso alle cure, con esse espresso, non può mai essere realmente “informato”, in quanto proviene da soggetto che non conosce la particolare condizione sanitaria in cui potrebbe trovarsi in futuro, né è in grado di comprendere e valutare con cognizione di causa le innumerevoli e imprevedibili situazioni in cui potrebbe versare e di fronte alle quali cambiare radicalmente il suo giudizio.

Dunque, le D.A.T., in quanto redatte “ora”, in normali condizione di salute, per avere efficacia “allora”, in un’ eventuale situazione futura radicalmente diversa, non possono avere alcun effetto giuridico vincolante perché non vi è alcuna certezza che rispecchino l’effettiva volontà dell’incapace al momento in cui si verifica l’evento.

2. Il testo normativo è improntato alla regola generale secondo cui, salvo limitate e rigorose eccezioni, non sia possibile attivare nessun atto medico senza il previo esplicito consenso del paziente, ma (v. art. 2 c. 1; art. 2 c. 2) enfatizza oltre il dovuto un (astratto) principio di “autodeterminazione” del paziente, la cui incidenza, nella prassi, è molto marginale, affidandosi, piuttosto, il malato al buon consiglio dello specialista, e rischia di ledere l’autonomia professionale del medico il quale dovrebbe sentirsi sempre libero di seguire scelte coerenti con i valori della propria professione. Il ddl in esame, dunque, intacca l’imprescindibile alleanza terapeutica, costitutiva della relazione medico-paziente, già ampiamente messa in crisi dalla giurisprudenza, aprendola prevedibilmente all’abbandono terapeutico nei confronti dei soggetti più fragili.

3. L’art. 2 c. 5 del testo riconosce paziente la facoltà insindacabile di revocare in qualsiasi momento il consenso informato, così recependo integralmente quanto sancito dall’art. 5 c. 3 della Convenzione sui diritti dell’uomo e la biomedicina (Conv. di Oviedo – 4.04.1997), che ancora non è stata ratificata dal nostro ordinamento e che pertanto, “pur avendo una funzione ausiliaria sul piano ermeneutico”, non ha un’ immediata e diretta efficacia e “dovrà cedere di fronte a norme interne contrarie” (Cfr. Cass. n. 21748 – caso Englaro).

Questa disposizione, pertanto, andrebbe a mutare il quadro normativo, svuotando del tutto l’art. 579 c.p. più volte richiamato (sic!) che, invece, punisce la condotta di colui che coopera causalmente alla decisione del paziente di sospendere il trattamento che lo sostiene in vita. L’uccisione della persona consenziente non sarebbe più punibile e i futuri casi come quello di Welby, che richiese ai medici che gli fosse disattivato il respiratore, non porterebbero neppure all’apertura di un fascicolo da parte della Procura per il reato
previsto e punito all’art. 579 c.p..

Ciò equivarrebbe a legalizzare l’eutanasia - della quale, non a caso, non viene data alcuna definizione nel DDL – purchè praticata in ospedale. Ma è facile intravedere un ampliamento della platea di coloro che, obbedendo alla richiesta del malato, senza correre alcun rischio, lo “accontenteranno”.

4. Nel testo, per quanto riguarda la relazione di cura “medico-paziente”, non ci si attiene alla sua originaria vocazione (guarire, curare, non nuocere), richiedendosi al “medico curante” (art. 2 c. 2; art. 4 c. 1 e 2), un coinvolgimento personale e professionale, fonte di eventuale responsabilità giuridica, oltre che morale, nella redazione delle D.A.T., ben al di là delle (ed a prescindere dalle) sue specifiche competenze. La procedura prevista, difficilmente qualificabile come “atto medico”, non contempla la facoltà del medico di astenersi dall’obbligo di ricevere le D.A.T. come tali (“clausola di coscienza”).

In ogni caso, lasciando del tutto indeterminati i contenuti che il medico potrebbe rifiutarsi di accogliere, fa prevedere una disomogeneità di interpretazioni ed impone al sanitario un compito informativo improbo, stante la molteplicità dei possibili trattamenti, degli scenari e della loro combinazione.

Si prospetta così una prassi connotata da un mero recepimento formale delle disposizioni da parte dei medici. Rimaniamo, invece, convinti che l’unica strada da perseguire sia quella di una “Pianificazione Progressiva della Cure”, in cui sia mantenuto un contesto di attualità della malattia e in cui, solo all’interno della relazione di cura fra quel medico, specificamente competente su quel “caso” concreto, e quel paziente, quest’ultimo possa realmente essere accompagnato nelle fasi della sua malattia ad acconsentire liberamente e consapevolmente ai trattamenti sanitari suggeriti.

5. Sempre sullo stesso versante, si introduce una figura ibrida, (il “fiduciario”, art. 6), a cui non è richiesta alcuna competenza specifica, quale unico soggetto abilitato ad interloquire con il medico, il quale è tenuto ad agire per un, non meglio precisato, “esclusivo e migliore interesse”(!?) del paziente, e che, addirittura, dovrebbe “vigilare” perché vengano somministrate le “migliori” (!?) terapie disponibili…; una specie di “guardiano” che, senza avere alcuna competenza, ha il compito di sorvegliare l’operato dei medici per evitare ciò che egli ritenga essere “accanimento” o “abbandono terapeutico”.

6. Si intende disciplinare la condotta del medico richiamando concetti di straordinarietà delle cure (art. 1 lett. f) , di accanimento terapeutico (art. 6 c. 3), o, a proposito del suo ruolo nella valutazione delle indicazioni contenute nelle D.A.T. (art. 7 c. 1), i criteri di “precauzione, proporzionalità e prudenza”, senza mai specificarne il significato, in coerenza con l’ordinamento giuridico vigente e i codici deontologici professionali .

7. Si introduce, nell’ ipotesi di contrasto tra il medico curante ed il fiduciario o gli altri soggetti parimenti legittimati ad esprimere il consenso per la persona incapace (tutore, curatore, amministratore di sostegno), un complicato procedimento di valutazione da parte di un collegio di medici, nel primo caso (art. 7 c. 3), o da parte del giudice, nel secondo (art. 8), dal quale dovrebbe scaturire, alla fine, la “corretta” interpretazione della volontà del paziente, oppure ciò che è “meglio” per esso, espressa in un documento che potrà, tuttavia, essere sempre impugnato davanti all’autorità giudiziaria.

8. Da ultimo, non si tiene debitamente conto che, nella valutazione e interpretazione delle D.A.T. da parte del medico curante, anche la coscienza del medico potrebbe essere condizionata dalla mentalità eutanasica o, comunque, essere incapace di opporsi a dichiarazioni velatamente eutanasiche espresse dal dichiarante e, in questi casi, quel medico troverebbe nella legge stessa la garanzia di impunità della sua condotta consenziente.

Nel complesso, dunque, il testo in discussione non solo è gravemente insufficiente a garantire quel favor vitae che, nelle sue intenzioni, il legislatore vorrebbe riaffermare con vigore, ma addirittura introduce surrettiziamente una norma che legalizza l’eutanasia. Si vuol ricordare, a questo proposito, l’incipit della L. 194/1978: “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio”, per ribadire che non bastano le migliori solenni affermazioni per evitare che una legge oggettivamente equivocabile, ridondante e piena di rimandi, produca effetti del tutto opposti a quelli desiderati. Inoltre, è noto a tutti che la L. 40/04, concepita secondo le migliori intenzioni ma stravolta da vari interventi della magistratura, è rimasta praticamente lettera morta per quanto riguarda la tutela giuridica del concepito.

Pertanto, Scienza & Vita di Pisa e Livorno auspica una profonda revisione del testo legislativo affinché sia efficacemente, e non solo come mero enunciato formale, protetto e rafforzato il principio - radicato nell’ordinamento ma indebolito da una parte della giurisprudenza – dell’ “indisponibilità della vita umana” e ritiene che debba essere comunque abbandonata la strada scivolosa del riconoscimento giuridico delle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento

Argomento: Vita

IN OLANDA COMPIE DIECI ANNI LA LEGGE PER L'EUTANASIA: IMBOCCATO IL PENDIO SCIVOLOSO NON CI SONO PIU' FRENI


Ormai si parla di estendere il diritto all'eutanasia agli ultra-settantenni indipendentemente dalle loro condizioni di salute
di Lorenzo Schoepflin

 


Compie dieci anni la legge che ha depenalizzato eutanasia e suicidio assistito in Olanda. Era infatti il 10 aprile del 2001 quando il Senato olandese, con 46 voti a favore e 28 contrari, dette il via libera al testo già passato alla Camera nel novembre precedente con 104 sì e 40  no. La legge entrò poi ufficialmente in vigore quasi un anno dopo, ma è quel 10 aprile 2001 lo spartiacque, l'anno zero della 'buona morte' nei Paesi Bassi, l'inizio della discesa lungo un piano inclinato che, a distanza di dieci anni, sembra non volersi fermare.
L'approvazione della legge in Olanda arrivò dopo vent'anni di serrato dibattito sulla prassi medica nel fine vita e dopo che alcuni casi giudiziari avevano segnato delle tappe fondamentali sulla strada della legalizzazione di eutanasia e suicidio assistito.
Nel 1971 la dottoressa Geertruida Postma uccide con una iniezione di morfina la propria madre, una settantottenne paralizzata che aveva espressamente chiesto di morire. Durante il processo, è la stessa donna ad ammettere che la sofferenza fisica della madre era seria, ma «nulla di più, era la sofferenza psicologica a essere insopportabile». La dottoressa Postma viene riconosciuta colpevole di omicidio e condannata a una settimana di carcere più un anno di libertà vigilata. Una sentenza non certo esemplare e che incoraggia i sostenitori dell'eutanasia attiva. Non va dimenticato che la portata di quella sentenza fu ancor più grande in considerazione del fatto che il Codice penale olandese prevede dodici anni di reclusione per chiunque uccida una persona che manifesta il desiderio di morire.
Nel 1984 viene posta un'altra pietra miliare sulla strada che conduce l'Olanda verso l'eutanasia legale. Questa volta si tratta di un'assoluzione piena per il dottor Schoonheim, un medico che due anni prima aveva praticato un'iniezione letale su una paziente di novantacinque anni. Schoonheim aveva agito in accordo col figlio della donna e dopo essersi consultato con altri due medici. Nell'epilogo del caso Schoonheim, un ruolo primario era stato recitato dalla Koninklijke Nederlandsche Maatschappij tot bevordering der Geneeskunst (la Knmg, la Reale società medica olandese), che aveva emanato linee guida volte ad alleggerire la posizione di quei medici che avessero agito per ridurre le sofferenze dei pazienti, fosse anche causandone le morte.

Argomento: Vita

UNA DEGNA SEPOLTURA ANCHE PER I BAMBINI NON NATI: UN DIRITTO IGNOTO AI PIU', MA PREVISTO DALLA LEGGE


Sopra alle 20 settimane c'è l'obbligo per gli ospedali di procedere alla sepoltura, invece, prima dei cinque mesi, si procede solo se c'è la richiesta dei genitori (che spesso non lo sanno)
di Mimmo Muolo

I bambini abortiti hanno diritto a una degna sepoltura. E impegnarsi in quest'opera di pietà è anche un modo per riaffermare la loro dignità di persone. Senza toni apocalittici o polemici, ma come estremo atto d'amore nei confronti di coloro che hanno subito la più terribile delle violenze. Lo chiedono le associazioni promotrici del convegno che si conclude oggi presso il Pontificio Ateneo 'Regina Apostolorum' e che si intitola 'I bambini non nati - L'onore e la pietà'. Si tratta delle Associazioni 'Difendere la vita con Maria' e 'Donum Vitae' e della Fondazione 'Ut vita habeant', che hanno scelto di trattare il delicato argomento sia da un punto di vista giuridico, sia nei suoi inevitabili risvolti teologici e pastorali.
Giuridicamente parlando, infatti, non sempre le regole sono chiare. Come ricorda Luciano Eusebi, ordinario di diritto penale all'Università Cattolica di Piacenza, se il feto abortito ha superato l'età gestazionale di 20 settimane, si deve procede alla sepoltura. Così dispone il regolamento di polizia mortuaria. Il problema si pone, invece, per i feti di età gestazionale inferiore alle 20 settimane. Specie quando non vi sia una richiesta da parte dei genitori. Se questa richiesta, infatti, c'è, si procede come nel primo caso. Ma quando manca? Il rischio è che il feto possa essere "trattato" come gli organi e le parti anatomiche non riconoscibili, che vengono smaltiti in impianti per rifiuti pericolosi. Eusebi su questo punto è categorico: «Il piccolo feto abortito – argomenta il giurista –, anche quando si distacchi in fase molto precoce e in modo non integro dal corpo non costituisce, infatti, una mera parte anatomica, un organo o un tessuto del concepito, bensì il corpo del medesimo nella sua sostanziale interezza. Ne deriva – conclude Eusebi – che il trattamento di questi resti umani, anche quando non vi sia una specifica richiesta di sepoltura da parte dei genitori, deve essere assimilato alle parti anatomiche riconoscibili (ad esempio una gamba amputata), per le quali è previsto che la struttura sanitaria proceda alla sepoltura ». Di qui il consiglio del docente: «Una cooperazione tra strutture sanitarie e organismi del volontariato no profit per la sepoltura dei feti». Una proposta che viene raccolta e rilanciata dalle associazioni che hanno promosso il convegno.

Argomento: Vita
AsiaNews 28/02/2011 10:49

L’India, l’utero in affitto e il “turismo medico”. I rischi di un progresso senza etica


Una relazione del dott. Carvalho, esperto indiano, alla recente assemblea generale della Pontificia accademia per la vita sottolinea il pericolo di una tecnologia senza controlli e senza confini etici. Il monito di Benedetto XVI: i medici devono difendere le donne dall’inganno dell’aborto.
Argomento: Vita
Teresa Belgiojoso

I GIOVANI VANNO AMATI
E` IL SEGRETO PER EDUCARLI
Argomento: Vita

Da “Libero” 28 novembre 2010


E il lupo disse all’agnello: “Intollerante!”

di Antonio Socci

“Intolleranti!”. Così – testualmente – giovedì scorso il regime comunista cinese ha definito la Chiesa cattolica che protestava per l’ennesimo abuso di Pechino: il regime ha nominato vescovo un suo burocrate pretendendo di imporlo ai cattolici.
Argomento: Vita
Avvenire 26 novembre 2010
Quelli che non ammettono. Quelli che non sono ammessi

Inaccettabili


Gli uomini davvero liberi sono quelli che quando si rendono conto di aver commesso un errore, lo riconoscono. Quelli che non hanno bisogno di un’intimazione per rimediare a uno sbaglio. Quelli che non fanno finta di sentire solo gli applausi. Quelli che dall’alto di uno straordinario successo – frutto di mestiere e di fortuna, del potente mezzo usato e di un antico inusuale coraggio – sanno chinarsi sulle storie e sulle voci degli impresentabili e dei politicamente scorretti. E le ascoltano. Anche se non sono quelle che a loro piacciono e che hanno deciso di raccontare davanti alle telecamere della Rai, cioè della tv che dovrebbe essere di tutti, che è tenuta a essere e a farsi «servizio pubblico».
Argomento: Vita
Avvenire 6 ottobre 2010
A proposito del «Nobel alla provetta»

Chiesa e scienza le barzellette del luogocomunismo

Dovrebbe far sorridere lo spettacolo del Nobel 2010 per la medicina Robert Edwards mediaticamente dipinto come un eretico braccato da chi lo vorrebbe al rogo, il nuovo Galileo, forse il Maligno in persona (sì, qualche penna illustre a corto di idee s’è aggrappata persino a questa raffinata metafora).
Argomento: Vita
40 ragazze, martiri sconosciute a Bologna

di Antonio Socci

Libero 3 ottobre 2010

Questa è la storia di quaranta ragazze, fra i 25 e i 35 anni, che hanno consapevolmente accettato di morire – per di più con atroci sofferenze – per poter curare e (letteralmente) servire degli ammalati gravi che neanche conoscevano. Finora questo loro eroismo e il loro martirio, consapevolmente accettato, sono rimasti nell’ombra.
Argomento: Vita
SCIENZA & VITA: NOBEL ALLA FECONDAZIONE ARTIFICIALE

MA UN FIGLIO NON PUO’ ESSERE UN PRODOTTO


“Il progresso delle biotecnologie non significa sempre progresso etico”, così l’Associazione Scienza & Vita commenta l’assegnazione del premio Nobel per la medicina al britannico Robert Edwards per i suoi studi sulla fecondazione in vitro.
Argomento: Vita
AsiaNews 26-8-2010

Sulle tracce di Madre Teresa, combattere l’aborto con l’adozione

di Nirmala Carvalho

È la formula della fondatrice delle Missionarie della Carità spiegata ad AsiaNews da suor Jenvie, che da oltre 20 anni lavora nell’orfanotrofio di Ahmedabad. Protagonista di un miracolo, la madre racconta: “Lavoriamo bene, tanto che oggi i medici consigliano a chi chiede di abortire di venire prima da noi”.
Argomento: Vita

NOI DONNE CI SIAMO FATTE BUGGERARE SU TUTTI I FRONTI E NON CE NE RENDIAMO CONTO: ci hanno convinto che aborto, divorzio, contraccezione, ecc. ci avrebbero liberate e invece...

di Rino Cammilleri

Una lettrice (...) ha inviato un post che a mio avviso merita un Antidoto tutto suo, che qui riassumo con i miei sinceri complimenti. Eccolo.

Argomento: Vita

Avvenire 11 agosto 2010

LA VITA NEGATA

Aborto, ecatombe mondiale

Una ecatombe di dimensioni inimmaginabili. È questa la sensazione immediata – che si accompagna alla naturale difficoltà di reperire dati ufficiali, omogenei e recenti – quando l’intento è mettere assieme le statistiche sull’aborto volontario in tutto il mondo. Complessivamente, i dati mondiali parlano di una stima di ben oltre 30 aborti ogni 100 bambini nati: quasi una gravidanza su quattro interrotta volontariamente, per un totale di oltre quaranta milioni di aborti all’anno.

Argomento: Vita

Mancano all'appello ben cento milioni di femmine. Lo denuncia un'inchiesta dell'inglese Economist (rilanciata dall'agenzia Zenit il 15 marzo). Il titolo dell'inchiesta britannica, tradotto, suona così: «La guerra contro le bambine; genericidio (Gendercide); uccise, abortite o abbandonate, almeno cento milioni di bambine sono scomparse. E il numero sta aumentando». Il perché è presto detto. Se l'Occidente coccola le sue femmine, crea appositi ministeri perché abbiano pari opportunità e riserva loro «quote rosa» nei posti di comando o in quelli tradizionalmente maschili come le forze armate e la boxe, nel resto del mondo la nascita di una femmina è un dramma.
Per i poveri le figlie femmine sono un peso, perché bisogna trovar loro marito e fornirle di dote. Era così nel mondo precristiano e così è nel mondo che fuori dall'area cristiana è rimasto. In India, per esempio, nelle zone più arretrate ancora oggi non poche donne sono assassinate perché la loro dote è giudicata insufficiente. In Cina è lo stato comunista a provocare l'ecatombe. La politica del figlio unico obbligatorio, per contenere l'espansione demografica, fa sì che i genitori vogliano che tale figlio sia maschio. Ciò, sia per l'antica abitudine (anche da noi si usava augurare «salute e figli maschi») che per un motivo più concreto: è un'assicurazione per la vecchiaia in posti dove il welfare praticamente non esiste.

 


Prima, per ovviare all'indesiderata nascita femminile, si ricorreva a metodi brutali. Oggi c'è l'ecografia, che è alla portata di tutti, e si ricorre all'aborto. L'Economist calcola che in Cina e nell'India settentrionale le nascite maschili superino quelle femminili di almeno il 20 per cento. Chi ha studiato demografia all'università sa che, a lasciarla fare, la natura sforna alla nascita più maschi che femmine; ma i maschi hanno una mortalità maggiore e le due curve pareggiano solo nelle età fertili, per poi divergere in quelle successive fino a far sì che le femmine superino i maschi. Se si interviene, per così dire, artificialmente sugli equilibri naturali si provocano gli sconquassi ai quali stiamo assistendo. La Cina, per esempio, chiama «rami spogli» i suoi maschi non sposati (e che non possono trovare moglie perché le femmine occorrenti non sono mai nate), il cui numero è uguale a quello di tutti gli americani maschi in età fertile. Ciò provoca traffico di donne, violenze sessuali, suicidi.

 

Argomento: Vita

Caricatura del premier socialista ZapateroMadrid. Si è presentata in una clinica di Barcellona per abortire.

Sola.

I suoi non sanno nulla.

E forse non sapranno mai che la loro ragazza – a 17 anni – la scorsa settimana ha deciso di interrompere una gravidanza senza neppure avvertirli.

È stato il quotidiano La Razon a rivelare la storia (ovviamente del tutto anonima) del primo aborto compiuto in Spagna da una minorenne che non ha informato né genitori né tutori.


Lo prevede la nuova legge del governo di José Luis Rodriguez Zapatero, entrata in vigore il 5 luglio.

Contro la depenalizzazione continuano a fioccare le critiche, soprattutto nel mondo cattolico.


In una lettera pastorale, l’arcivescovo di Burgos, monsignor Francisco Gil Hellin, l’ha definita come una «tirannia» che, «solo in Spagna, ha distrutto più persone delle popolazioni di Saragozza, Cordova e Burgos».

In riferimento all’obiezione di coscienza, l’arcivescovo aggiunge: «Questa legge non è una legge», nessuno «ha il diritto di eliminare un innocente. Dunque, non obbliga. Al contrario, esige un’opposizione frontale e senza distinzioni».

Argomento: Vita

Sondaggi e bioetica

di Amato, Gianfranco
mercoledì 19 maggio 2010
Argomento: Vita

SCIENZA E ETICA

Il Vaticano critica la cellula artificiale «Prodotto umano, ma solo Dio crea vita»

Zygmunt Zimowski: «Importante risultato scientifico.
Ma è improprio definirla atto creativo. Va monitorata»

Argomento: Vita
LE TRAPPOLE DELLA COMPASSIONE

di Michel Schooyans
Argomento: Vita
L’abortista fai da te che vuole prendersi il Lazio

La candidata del Pd nel Lazio, Emma Bonino, negli anni ’70 aspirava i feti con la pompa delle biciclette e li gettava nella spazzatura. Si fece pure fotografare mentre aspirava un feto. La Boninopraticava aborti e se ne vantava. Per questo fu arrestata. E oggi pur di prendere voti si accredita come amica del Vaticano. La storia che nessuno vuol ricordare…

di ANDREA MORIGI
Argomento: Vita
Avvenire 23 gennaio 2010
I TEMI ETICI IN AMERICA
A Washington i «pro life». Sempre più i no all'aborto

da New York Elena Molinari
Argomento: Vita
L’inferno di Haiti e il Paradiso

Libero 16 gennaio 2010

di Antonio Socci
Argomento: Vita
Avvenire 13 Dicembre 2009
Le indifendibili argomentazioni dei sostenitori della Ru486

Se «recuperare il ritardo» significa aprire la via a più aborti
Argomento: Vita
La "Dichiarazione di Manhattan": il manifesto che scuote l'America

L'hanno sottoscritta leader cattolici, protestanti, ortodossi, uniti nel difendere la vita e la famiglia. Con la Casa Bianca nel mirino. In Europa l'avrebbero bollata come una "ingerenza" politica della Chiesa

Il testo abbreviato, diffuso assieme al testo integrale della "Dichiarazione".

(fonte: www.chiesa)

Manhattan Declaration Executive Summary

20 novembre 2009
Argomento: Vita
 
1. Un aborto è sempre un aborto. La modalità – chimica o chirurgica – con cui si realizza non cambia la sua natura di “delitto abominevole”, poiché non varia la volontarietà di provocare la eliminazione di un essere umano innocente.

2. L’ aborto chimico non è meno pericoloso per la salute della donna. Le notizie accertate di 29 morti riferibili direttamente all’uso dell’Ru 486 sono un dato che mostra come questa metodica sia dieci volte più pericolosa di quella chirurgica per la salute della donna. Ovviamente, entrambe sono ugualmente letali per la vita del concepito.


3. Sembra una medicina, ma è solo un veleno. Il mifepristone, chiamato Ru486 dall’industria farmaceutica Roussel-Uclaf che la studiò e la produce, compare in letteratura nel 1982 ed è un ormone steroideo sintetico che va a sostituirsi al progesterone, l’ormone che sostiene la gravidanza, rendendolo inefficace: di conseguenza l’embrione muore o, se sopravvive, il più delle volte ha gravi danni nello sviluppo e gravi handicap: questo è il motivo per cui, in Francia, le donne firmano un modulo che le impegna a ricorrere all’aborto chirurgico se la “pillola” non dovesse fare effetto completamente. L’associazione di mifepristone e prostaglandine non ha alcuna azione terapeutica, non cura nessuna malattia, non svolge alcuna azione benefica; ha un solo scopo: eliminare tramite la sua morte un embrione umano.
Argomento: Vita

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