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 L’Opzione Benedetto spiegata dal suo autore.
 Intervista a Rod Dreher

«Noi cristiani dobbiamo essere il sale della terra, ma questo sale è diventato insipido.
Inutile sperare che siano i preti o i politici a salvarci.
Adesso tocca a noi muoverci»

 
 

 Tutto cominciò nel 1969, quando il teologo Joseph Ratzinger così parlò:
 «Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto.
 Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi.
 Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede e la preghiera al centro dell’esperienza e sperimenterà di nuovo i sacramenti come servizio divino e non come un problema di struttura liturgica.
A me sembra certo che si stanno preparando per la Chiesa tempi molto difficili.
La sua vera crisi è appena incominciata.
Si deve fare i conti con grandi sommovimenti.
Ma io sono anche certissimo di ciò che rimarrà alla fine: non la Chiesa del culto politico, ma la Chiesa della fede
».

Dodici anni dopo, nel 1981, fu il filosofo Alasdair MacIntyre a scrivere: «Un punto di svolta decisivo in quella storia più antica si ebbe quando uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l’imperium romano e smisero di identificare la continuazione della civiltà e della comunità morale con la conservazione di tale imperium.
Il compito che invece si prefissero (spesso senza rendersi conto pienamente di ciò che stavano facendo) fu la costruzione di nuove forme di comunità entro cui la vita morale potesse essere sostenuta, in modo che sia la civiltà sia la morale avessero la possibilità di sopravvivere all’epoca incipiente di barbarie e oscurità.
Se la mia interpretazione della nostra situazione morale è esatta, dovremmo concludere che da qualche tempo anche noi abbiamo raggiunto questo punto di svolta.
Ciò che conta, in questa fase, è la costruzione di forme locali di comunità al cui interno la civiltà e la vita intellettuale e morale possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri che già incombono su di noi. (…)
Questa volta, però, i barbari non aspettano al di là delle frontiere: ci hanno già governato per parecchio tempo. Ed è la nostra inconsapevolezza di questo fatto a costruire parte della nostra difficoltà.
Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro san Benedetto, senza dubbio molto diverso
».

Ispirato da questi e altri interventi, Rod Dreher, editorialista di The American Conservative, dieci anni fa ha cominciato a parlare di Opzione Benedetto. L’anno scorso, incoraggiato da molti, ha deciso di scrivere un libro sull’argomento.
A gennaio è uscito nelle librerie americane The Benedict Option – A Strategy for Christians in a Post-Christian Nation, un testo di 272 pagine. «Il libro doveva essere molto più lungo, e io chiedevo di poter avere almeno due anni a disposizione per scriverlo», spiega Dreher. «Ma l’editore si è impuntato che doveva uscire poco dopo le elezioni presidenziali: erano convinti che le avrebbe vinte Hillary Clinton, e che i cristiani impauriti sarebbero corsi in libreria a comprare il libro per approntare una difesa di emergenza. Ma la mia Benedict Option non nasce dalla paura, bensì dall’amore per Cristo e per il prossimo. Come dice nel libro il mio amico Marco Sermarini della Compagnia dei Tipi Loschi (un’associazione laicale della diocesi di San Benedetto del Tronto, ndr), “non facciamo questo per salvare il mondo, ma per nessun’altra ragione che amiamo il Signore e che sappiamo di avere bisogno di una comunità e di una regola di vita per servirLo pienamente”».

Sia come sia, The Benedict Option ha venduto finora 35 mila copie negli Stati Uniti ed è stato definito dal New York Times «il più discusso e il più importante libro religioso del decennio». Molti lo hanno criticato senza averlo letto, compreso il filosofo MacIntyre. L’intervista che segue può essere un buon antipasto alla lettura senza pregiudizi del libro. Che per ora esiste solo in inglese.

L’Opzione Benedetto che lei propone, sulle orme di quanto ha scritto più di trentacinque anni fa Alasdair MacIntyre, è stata criticata perché assomiglierebbe a un ghetto cristiano.
I cristiani dovrebbero essere il sale della terra, ma lei sembra voler ritirare il sale dalla terra e raccoglierlo in una saliera. Cosa risponde a questa critica?

È una critica errata, che proviene da persone che non hanno letto il libro. I cristiani sono chiamati a evangelizzare, a essere il sale della terra, è vero. Ma oggi questo sale è diventato insipido. Se dobbiamo essere per il mondo secondo la volontà di Cristo, dobbiamo allontanarci dal mondo per approfondire la preghiera, la vita di comunità fra noi e la comprensione della Bibbia.
Ci siamo assimilati al mondo: la gente non vede differenze fra un cristiano e un non cristiano. Prendiamo un monastero come quello dei benedettini a Norcia: offrono assistenza spirituale a tantissime persone che si rivolgono a loro, ma se la loro porta non fosse mai chiusa, se non dedicassero la maggior parte del loro tempo alla preghiera e al digiuno separati dal resto del mondo, non potrebbero poi essere di aiuto a nessuno.
Lo stesso vale per noi laici. Prendiamo una scuola: se si potesse sempre andare e venire e lasciare entrare chiunque in qualunque momento, gli studenti non ne avrebbero alcun giovamento. La scuola ha bisogno di un tempo di separatezza.
È sbagliato istituire un’alternativa fra la completa separazione e la completa assimilazione. Dobbiamo essere nel mondo ma senza essere del mondo. In Geremia 29 Dio dice agli ebrei di sistemarsi a Babilonia e di pregare per la pace della città, e questo dobbiamo farlo anche noi oggi. Ma poi nel libro di Daniele troviamo tre ebrei ministri fedeli del re di Babilonia, ai quali a un certo momento viene chiesto di inginocchiarsi davanti agli idoli. A quel punto loro, che erano integrati al sistema di Babilonia, si rifiutano di servire falsi dèi e vengono messi a morte. Come cristiani di oggi dobbiamo chiederci che cosa avevano quei tre ebrei che diede loro il coraggio di scegliere la morte piuttosto che l’apostasia. È qualcosa che dobbiamo recuperare oggi.

Lei cita una frase di Philip Rieff: «L’uomo religioso nasceva per essere salvato. L’uomo psicologico nasce per essere contento». Leggendo il suo libro si ha l’impressione che oggi l’uomo religioso e l’uomo psicologico coincidano in molte chiese e comunità cristiane, a vantaggio dell’uomo psicologico. È così?

Purtroppo sì. Oggi molti cristiani sono in realtà adepti del Dmt, Deismo moralistico terapeutico: si tratta di essere gentili con tutti, come chiedono tutte le religioni, di sentirsi bene con se stessi ed essere felici, e alla fine Dio ci accoglierà tutti in Cielo.
Non c’è alcuna comprensione del fatto che la vita cristiana richiede sofferenza e sacrificio.
La gente oggi va in chiesa come si va all’ospedale, in cerca di una guarigione. Ma la maggioranza chiede solo di essere liberata dalla sofferenza. Accettano una pillola o un’iniezione che tolgono il dolore, ma non guariscono. La vera guarigione richiede una chirurgia spirituale che è dolorosa, ma che dà per risultato l’autentica guarigione.
Sono venuto a Cristo da adulto, all’età di 25 anni. Anche prima volevo Cristo, ma non volevo rinunciare alla mia libertà sessuale. O Cristo è il Signore della tua vita al cento per cento, o non è il Signore della tua vita. Alla fine mi sono arreso a Cristo grazie all’intercessione della Vergine Maria, e ho intrapreso il cammino della castità. Sono stati tre anni duri e difficili di traversata del deserto, sorretto solamente dalla preghiera e dal sacramento della Confessione.
Non ho trovato sostegno in nessun prete, tranne uno che stava a Roma: Giovanni Paolo II.
Ma era necessario che io morissi a me stesso, Dio ha riversato la guarigione nel mio cuore attraverso quella ascesi, e solo grazie ad essa sono stato in grado di riconoscere la bontà che era nel cuore della donna che sarebbe diventata mia moglie.
Faccio un altro esempio personale. Ho scritto un libro intitolato Come Dante può salvarvi la vita, perché Dio ha usato la Divina Commedia per farmi scoprire i miei peccati e pentirmene. Nessuno arriva in Paradiso senza passare attraverso l’Inferno e il Purgatorio, questa è una grande verità.
Oggi troppi cristiani desiderano e offrono il Paradiso senza Inferno e Purgatorio, e non funziona. Penso che questo cristianesimo “fake” non durerà: il cristianesimo senza la croce è falso.
L’uomo di oggi non vuole la croce: questa è la differenza fra l’uomo psicologico e l’uomo religioso. La vera misericordia richiede il pentimento.

Lei scrive che se i cristiani non sviluppano un modo di vita controcorrente, condannano i loro figli all’assimilazione. Cosa la rende certo di questo?

Mi guardo intorno, e dappertutto nel mio paese di solito si nota molta poca differenza fra i cristiani e gli altri. Anche le scienze sociali dicono la stessa cosa: il cristianesimo sta crollando fra le giovani generazioni, e i ragazzi che continuano a dirsi cristiani credono cose che non sono ortodosse. Quando parlo coi docenti di università cattoliche e protestanti, mi dicono che i loro studenti non sanno quasi nulla del cristianesimo.
Questo è certamente colpa della catechesi scadente, ma ancora di più è colpa della cultura cristiana indistinta di oggi.
Non abbiamo la garanzia che l’edificazione di piccole comunità cristiane impegnate salverà la fede delle giovani generazioni, ma cosa altro possiamo fare?

Lei sottolinea che la sua proposta è rivolta ai cristiani ortodossi con la “o” minuscola, cioè tutti i cristiani, Cattolici, Protestanti e Ortodossi, che mantengono intatta la tradizione della Chiesa apostolica per quanto riguarda liturgia, teologia e dottrina.
Ma esiste anche il cristianesimo liberal. Non sono questi i giorni della rivincita del cristianesimo liberal, specialmente nel mondo cattolico?
Lei scrive di Secoli Bui (Dark Age) incombenti, ma oggi c’è molto ottimismo riguardo all’apertura e al rinnovamento della Chiesa sulla base di standard liberal. Non è questo il futuro del cristianesimo?

No.
Perché un albero può dare frutti solo se ha radici profonde.
Il cristianesimo liberal è un fenomeno moderno, che taglia le radici del passato.
Ciò che caratterizza l’ortodossia con la “o” piccola è il riconoscimento che c’è una verità al di sopra di noi.
Mentre il cristianesimo liberal pensa che possiamo arrangiare le cose come piace a noi per soddisfare i nostri bisogni di oggi. Non dobbiamo credere alla Tradizione o alla Bibbia se confliggono con ciò che desideriamo nel presente.
Ma negli Stati Uniti le comunità cattoliche più fiorenti sono quelle fedeli alla tradizione: sono capaci di sfidare i loro stessi preti.
Spesso noi cristiani conservatori ci lamentiamo di come viene fatto male il catechismo e di quello che viene detto nelle omelie.
Ma dovremmo pensare che oggi abbiamo un catechismo formidabile come quello della Chiesa cattolica, che possiamo procurarci una montagna di buoni libri e crearci una biblioteca che san Tommaso si sarebbe sognato di avere.
Smettiamola di lamentarci e di pretendere che sia la Chiesa istituzionale a salvarci.
Muoviamoci noi in prima persona. Approfondiamo la Tradizione, e ci troveremo tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Senza dimenticare le opere di misericordia corporale, senza le quali rischiamo di cadere nell’intellettualismo.

Lei sottolinea anche che i cristiani non possono confidare nel potere politico come baluardo contro la scristianizzazione e le tendenze anticristiane, e che il cristianesimo sarà attraente se saprà mostrare la sua bellezza fuori dall’ambito politico.
Ma come può fiorire la vita cristiana se ogni cittadino, professionista, giornalista, insegnante, psicologo, eccetera in Occidente è costretto a sottomettersi alla cultura dominante?
Se sei costretto a parlare in pubblico solo in base agli standard del politicamente corretto, se sei costretto a insegnare l’ideologia del gender nella tua scuola, l’Opzione Benedetto resta priva di senso.
Non abbiamo bisogno di un qualche tipo di politica che protegga la libertà di essere diversi? Che difenda la libertà religiosa che permetterebbe di attuare l’Opzione Benedetto?

Sì, non possiamo abbandonare la politica completamente, se non altro per difendere la libertà religiosa.
Ma si tratta di mettere nel giusto ordine le cose che amiamo.
Molti cristiani negli Stati Uniti pensano che il nemico è alle porte, e che se metteremo i politici e i giudici giusti al posto giusto, le cose andranno a posto.
Ma non è così.
Negli ultimi trent’anni i conservatori spesso sono stati al potere in America, qualcosa di buono per la Chiesa che altrimenti non sarebbe stato fatto l’hanno combinato, ma nello stesso tempo ha avuto luogo il grande declino della fede fra i giovani. La libertà religiosa non può essere fine a se stessa, deve essere uno strumento per la vita in Cristo.
Se conserviamo la libertà religiosa, ma non la usiamo perché crescano veri cristiani, è inutile.
Alcuni conservatori mi criticano dicendo che l’Opzione Benedetto coincide con la resa politica dei cristiani. Rispondo loro che dobbiamo essere pronti a essere sconfitti a livello politico e a vivere in condizioni di oppressione, che è ciò che hanno fatto i cristiani sotto il comunismo e stanno facendo sotto i regimi islamici.
La cultura che creiamo non può dipendere dall’esistenza di una democrazia liberale favorevole al cristianesimo. Dobbiamo lottare in ambito politico per quanto possiamo, ma se la dittatura del relativismo si instaura, dobbiamo vivere ugualmente come cristiani coraggiosi che sfidano il sistema. L’Opzione Benedetto risponde a questo genere di situazione.

Per concludere parliamo un po’ dell’America. Nel suo libro Cosa significa essere americani Michael Walzer scrive che «si dimostra il proprio americanismo vivendo in pace con tutti gli altri “americani”, cioè concordando nel rispetto della molteplicità sociale».
Dopo aver letto The Benedict Option ci si convince che questo non vale più. L’America sembra sull’orlo di un nuovo totalitarismo, nel quale le persone sono ricattate perché portino un distintivo pro-Lgbt, e sull’orlo di una guerra civile razziale e di classe. Le cose vanno veramente così male?

Sì e no. Non siamo sull’orlo di una guerra civile, ma il paese si sta disgregando.
I cosiddetti liberal tolleranti hanno preso il potere nelle istituzioni culturali, ed esercitano un’egemonia senza misericordia: non sono né liberali né tolleranti.
MacIntyre aveva capito cosa sarebbe successo negli Stati Uniti già trent’anni fa: quando la gente perde la base dei suoi valori culturali, questi declineranno sia a livello politico che a tutti gli altri livelli.
Quello americano è stato un cristianesimo di facciata per molto tempo, e adesso ne vediamo i risultati. Il movimento per i diritti civili degli afro-americani è stato l’ultimo movimento popolare cristiano della storia degli Stati Uniti: aveva idee cristiane espresse in un linguaggio cristiano.
Oggi il movimento Lgbt si presenta come la versione aggiornata del movimento per i diritti civili dei neri: è una falsità, ma a livello di cultura popolare l’idea ha fatto breccia. Oggi dei cristiani che si oppongono al matrimonio fra persone dello stesso sesso sono visti come gli eredi del Ku Klux Klan.
Le cose si metteranno molto male per noi.
Ma ci sono altre cose preoccupanti. Oggi abbiamo presidente un Donald Trump perché le élite dei partiti democratico e repubblicano hanno ignorato i poveri e la classe operaia. Gli americani oggi sono incoraggiati dalla cultura popolare a pensare a se stessi sulla base della propria identità individuale e non delle cose più grandi che ci uniscono.
Ma senza una religione comune non vedo come possiamo restare insieme. John Adams, uno dei padri fondatori, diceva che la Costituzione americana avrebbe funzionato solo con un popolo religioso e dotato di alti standard morali.
Se è vero quanto lui diceva, si capisce perché io tema che siamo all’inizio di una Dark Age.


luglio 10, 2017 di Rodolfo Casadei
da: http://www.tempi.it/lopzione-benedetto-spiegata-dal-suo-autore-intervista-a-rod-dreher#.WZVDvek3WM8
Argomento: Fede e ragione

MARTIN LUTERO - di A. Pellicciari: "Corrosione della Chiesa Cattolica mediante la protestantizzazione" (ed. Cantagalli)

 
http://www.edizionicantagalli.com/cgi-bin/catalogo/index_catalogue.pl Grazie al blog di Father Z  riportiamo un articolo di Andrea Gagliarducci, uscito su Vatican Monday del 04.01.2016 quale commento al nuovo libro di Angela Pellicciari, MARTIN LUTERO, sul pericoloso ed avanzato processo di corrosione della Chiesa Cattolica mediante una lenta e sorda protestantizzazione che sta mirando, ora come non mai, a destabilizzare il Ministero petrino e a deleggittimare il Magistero della Chiesa. 
Ecco la quarta di Copertina:

 
"Giornalisti, uomini di cultura e, in generale, la nostra classe dirigente, sono estimatori della Riforma protestante. Le nostre difficoltà, non ultime quelle economiche, sarebbero imputabili all'impermeabilità di noi italiani al vangelo della libertà proclamato da Lutero. A quasi cinquecento anni di distanza vale la pena domandarsi se questa valutazione corrisponda al vero oppure no. Capita con Lutero come all'epoca di Maometto: nel giro di qualche decennio l'orizzionte politico-religioso-economico-culturale cambia completamente. Perché? Che tipo di stato e di cultura si affermano con la Riforma? "Martin Lutero" risponde a queste domande a partire da cosa Lutero ha scritto, predicato e insegnato. Una lettura dettagliata ed argomentata che offre non pochi spunti di riflessione." ANGELA PELLICCIARI, Martin Lutero, ed. Cantagalli 2015, € 12,90, pagg. 173

Ecco alcuni  estratti del commento di Gagliarducci:
 
 
 
L'argomento non si occupa solo dei possibili effetti della Riforma sulla disciplina cattolica. Essa implica la natura stessa della Chiesa di Roma, come è stato storicamente concepito. Attraverso la sua predicazione, Martin Luther messo in discussione la sovranità della Santa Sede. Ha sostituito di fatto le nozioni di libertà e di scelte responsabili con il concetto di misericordia, e quindi valutate l'essere umano non è pienamente responsabile delle sue scelte, che è, non è libero. Ha scatenato la Chiesa dalla autorità del Papa, e sostituisce l'autorità del Papa con l'autorità di principi, cioè, con il potere secolare. Infine, ha avviato una campagna di denigrazione contro la Chiesa cattolica che risuona ancora nelle campagne dei media anticattolici attuali.
 
 
 
"Martin Luther" (Siena: Cantagalli, 2015), è un piccolo libro dello storico Angela Pellicciari, mette in luce il reale contenuto della predicazione e gli scritti di Martin Lutero. Leggendo il libro ci aiuta a capire molti dei dibattiti in corso. Soprattutto oggi è importante essere consapevoli del nemico nascosto e sottile che è la protestantizzazione.
 
 
 
Dall'elezione di Papa Francesco, questi temi sono diventati il ​​centro della agenda dei media concentrati sul Papa venuto dall'Argentina. L'Enfasi di Papa Francesco 'sulla misericordia si inserisce, alla fine, con l'idea di una Chiesa necessariamente disimpegnata a livello politico, ma molto impegnata su temi sociali. Dal momento che il Papa non ha preso parte al Concilio Vaticano II, era considerato più vulnerabile per la campagna mediatica che tende a ritrarre il Concilio come rottura nella storia della Chiesa.

[...]
 
 
La spinta per la soggettività è stato uno degli argomenti di Martin Lutero nella sua predicazione anti-romana. Angela Pellicciari scrive: "Con l'eliminazione della funzione del magistero, la negazione dell'ordine sacerdotale, l'esaltazione della libertà individuale e il rifiuto dell'importanza dei lavori per raggiungere la salvezza, ognuno fa le proprie scelte. Ognuno legge la Bibbia e la interpreta a modo proprio, confidando nell'aiuto dello Spirito Santo ".
 
 
 
    Alla fine, il rischio di istituzionalizzazione del "caso per caso il discernimento" è quello di arrivare al "dalla sola Scriptura" (sola fide) nozione che Martin Lutero ha promosso. Il sacerdote che discerne, caso per caso, mette da parte la funzione del magistero e fonda la sua attività sul suo personale interpretazione delle Scritture. Egli esercita un enorme potere discrezionale, ma è più un potere umano che uno derivato da Dio.
 
 
 
    Nella sua enciclica Spe Salvi, Benedetto XVI chiede: "Come può l'idea che hanno sviluppato il messaggio di Gesù 'sia strettamente individualistico e miri solo al singolo? Come si è arrivati ​​a questa interpretazione della «salvezza dell'anima» come fuga dalla responsabilità per l'insieme, e come si è arrivati ​​a concepire il progetto cristiano come ricerca egoistica della salvezza che rifiuta l'idea di servire gli altri? "
 
 
 
    Angela Pellicciari risponde: "Lo ha fatto perché Lutero ha erroneamente interpretato come "sottomissione a Roma" il carisma universale di Pietro e la sua funzione nella difesa di tutta la Chiesa. Di conseguenza, "il corpo è stato abbandonato", sembra "a favore delle anime, cioè della parte più interna di ciascuno di noi, che corrisponde alla nostra coscienza. È come se anima e corpo vengono posizionati uno contro l'altro, e ciascuno di essi va da sè. Come se l'obbedienza alla coscienza è un sostituto all'obbedienza a Pietro. "
 
 
 
    Questi sono ancora i temi principali del nostro tempo. Scuotere i fedeli dall'autorità della Chiesa, Lutero ne ha dato a principi, il potere secolare, un ruolo fondamentale. Egli ha anche affermato l'autorità del potere secolare contro il Papa, se il Papa commette errori. Ma l'autorità del Papa, la sua sovranità, si giustifica con la necessità di indipendenza dal potere secolare. Solo in questo modo - San Leone Magno ha spiegato - la Chiesa può essere credibile e realmente libera.

[...]
 
Quando il "Concilio dei media" è nato alla fine del Concilio Vaticano II, molti hanno cercato di guidare la Chiesa verso i territori che gli stessi vescovi che hanno preso parte il Consiglio non hanno voluto esplorare. Dopo il Concilio Vaticano II , il dibattito per lo più incentrato (1) sulla possibilità per i preti sposati e il sacerdozio femminile, (2) l'importanza dei vescovi locali , e anche su un enfasi data ai vescovi dal finalmente ammettendo alcuni dei membri del Consiglio del Sinodo per il Conclave , e (3) su un cambiamento di dottrina della Chiesa sulla morale sessuale , al fine di adattarsi meglio allo spirito del mondo .

[...]

Quando Lutero rompe l'unità della Chiesa con argomenti e offusca gran parte della storia della Chiesa, egli crea un terreno fertile in cui l'odio anti-cattolico può fermentare. Il tema del "libero esame" è ripreso dalla Massoneria che - in nome della ragione - ha lanciato l'attacco più forte contro gli insegnamenti della Chiesa cattolica, minando, in primo luogo, l'autorità della Chiesa.
 
Dopo secoli, l'autorità della Chiesa è stata minata nell'opinione pubblica, che oggi condivide una Chiesa povera che rimane con i poveri e non è coinvolto nelle questioni temporali (lasciando a 'principi' il potere di prendere decisioni sopra gli esseri umani). L'obiettivo finale è di minare completamente gli insegnamenti della Chiesa. Questo obiettivo alla base di molte delle pressioni a cui è avvicinato Papa Francesco nel cambiare l'insegnamento della Chiesa, o, almeno, di essere abbastanza ambigua nelle sue dichiarazioni di lasciare uno spazio libero per diverse interpretazioni.
 
Questo è il caso con il post-sinodale su cui c'è grande attesa per quanto riguarda la misura in cui la sua interpretazione oscillerà da un lato all'altro. È interessante notare che la Chiesa in Germania è stata  quella che ha spinto di più verso un ordine del giorno di misericordia, la stessa realtà della Chiesa a livello locale, che sentiva più di ogni altra l'impatto della Riforma protestante, e che più di ogni altro si sente attratto da spirito del mondo. Il sistema della Chiesa fiscale (la Kirchensteuer) ha reso una ricca realtà locale della Chiesa, ma anche mondano.
 
Benedetto XVI ha sottolineato questo mondanità nei suoi discorsi durante il suo secondo viaggio in patria nel 2011. Il Papa ha anche osservato che le tendenze secolarizzanti sono stati provvidenziali, in quanto hanno permesso la Chiesa a ripensare se stessa in termini più spirituali.Mentre tutti stanno spingendo per una "Chiesa più umana", una "Chiesa più divina" è ciò che è necessario, come ha osservato una volta il cardinale Joseph Ratzinger. Questo è il problema. Il nemico sottile  -che è la protestantizzazione -  è sempre attuale, ed è forse il nemico occulto che la Chiesa deve combattere sopra tutti gli altri.
 
Papa Francesco riuscirà a confrontarsi con esso? Sarà in grado di andare oltre le espressioni che descrivono il suo come un "pontificato di rottura", come il Concilio Vaticano II è stato considerato un Consiglio di rottura?Per questo motivo, il Concilio Vaticano II è ora fondamentale. Il lavoro rigoroso l'Arcivescovo Marchetto deve essere attentamente letto. La sua ultima pubblicazione, i diari di Pericle cardinale Felici, Segretario del Consiglio, testimoniano l'instancabile impegno di questo Padre del Consiglio per portare la Chiesa verso l'unità, nonostante le derive che è venuto fuori durante i dibattiti. Non era un tentativo di soffocare il dibattito, ma piuttosto un tentativo di dare loro una continuità con la storia e la dottrina della Chiesa.In attesa di documento post-sinodale Papa Francesco, tali questioni devono essere meditate.
 
Anche i vescovi e cardinali dovrebbero farlo. Papa Francesco sta cambiando il profilo di vescovi, e di conseguenza quella del Collegio Cardinalizio. Il Papa pone molta enfasi sulle Chiese locali; non vuole più diocesi di Classe A e di  Classe B. Il Concistoro imminente (sarà probabilmente terrà il 20 febbraio) ci deve dare un'indicazione chiara di idee Papa Francesco. Che Concistoro dovrebbe essere posto anche per una discussione su post-sinodale. Quindi, saremo in grado di capire se il Collegio dei Cardinali ha pienamente compreso l'importazione delle questioni in gioco. La Protestantizzazione della Chiesa la lascierebbe a corto di difese. Il mondo secolare potrebbe quindi "conquistare Roma", realizzazare quello che è sempre stato la meta finale.

--- da: http://blog.messainlatino.it/2016/01/martin-lutero-di-pellicciari-corrosione.html

Argomento: Fede e ragione

 Quell’articolo strano, inquietante e antiamericano di La Civiltà Cattolica

 di Samuel Gregg

 L’antiamericanismo è vecchio quanto la Rivoluzione americana stessa (se non di più).
Gli Stati Uniti, come tutte le nazioni, hanno i loro difetti, ma sono loro ad attirare un’attenzione spropositata da parte del resto del mondo.
Questo dipende anche dall’importanza dei mass-media americani, dal fatto che le loro notizie arrivano in tutto il mondo e dallo status di superpotenza degli Stati Uniti.
Su scala globale, le scelte fatte dall’Argentina o dall’Italia, ad esempio, non sono importanti per gli affari internazionali quanto quelle degli Stati Uniti.

Alcune delle analisi più acute sugli Stati Uniti non sono state scritte da americani. Un’analisi esemplare è La democrazia in America (1835/1840) di Alexis de Tocqueville.
Eppure, nonostante la grande e intensa attenzione dedicata agli Stati Uniti, non è difficile trovare articoli scritti da non americani intelligenti che però riflettono gravi incomprensioni e a volte una palese ignoranza sulle correnti politiche, economiche e culturali che definiscono l’America.

Questo mi porta a pensare ad un articolo strano pubblicato recentemente in La Civiltà Cattolica: la rivista quindicinale gesuita italiana che gode di uno status quasi ufficiale, in quanto il Segretariato di Stato della Santa Sede esercita la supervisione sugli articoli pubblicati.
L’articolo a cui mi riferisco è: “Fondamentalismo evangelicale e integralismo cattolico. Un sorprendente ecumenismo”.
I suoi autori, Padre Antonio Spadaro, SJ (direttore di La Civiltà Cattolica)e il Pastore presbiteriano Marcelo Figueroa (direttore dell’edizione argentina dell’Osservatore Romano) esprimono diverse affermazioni su tendenze politiche e religiose specifiche degli Stati Uniti: affermazioni che, nella migliore delle ipotesi, sono inconsistenti e inesatte.

Prendiamo in considerazione, ad esempio, l’analogia tra le prospettive teologiche di particolari filoni dell’evangelismo americano e l’ISIS.
Per quanto ne so, quelli che si definiscono fondamentalisti americani non distruggono 2000 anni di tesori architettonici, non decapitano i musulmani, non crocifiggono i cristiani mediorientali, non supportano una vile letteratura antisemita ne massacrano sacerdoti francesi ottantenni.
Un’altra tesi discutibile dell’articolo è che il Sacro Romano Impero sia stato costituito con l’intento di realizzare il Regno di Dio sulla terra.
Questa particolare analisi sarà vista come una novità dagli storici esperti di quella complicata entità politica che divenne, come dice il proverbio inglese, Sacra, romana e un impero.

Ci sono anche diversi legami tra lo scetticismo sul cambiamento climatico, la fede dei cristiani bianchi del sud degli Stati Uniti (commenti che se rivolti ad altri gruppi razziali sarebbero stati denunciati perché sconfina nel fanatismo) e i pensieri apocalittici di alcuni americani evangelici. In sostanza, si afferma che queste cose riflettono e aiutano ad alimentare una vista manichea del mondo da parte degli Stati Uniti.
Poi c’è la particolare associazione dell’articolo con l’eresia del "vangelo della prosperità" legata agli sforzi recenti per proteggere la libertà religiosa in America.

Senza dubbio, gli studiosi evangelici e altri esperti metteranno in evidenza i numerosi problemi riguardanti la comprensione della storia del cristianesimo evangelico e del fondamentalismo negli Stati Uniti.
Un mio amico agnostico, che è uno storico eminente dell’evangelismo americano in una prestigiosa università laica, mi ha detto che l’articolo mostra un’“ignoranza ridicola”.
Sospetto anche che il Pastore Figueroa e Padre Spadaro siano ignari, per esempio, dell’adesione di molti evangelici al diritto naturale negli ultimi decenni: qualcosa che, per definizione, immunizza ogni serio cristiano dalle tendenze fideiste.

Ma due particolari affermazioni degli autori richiedono una risposta più dettagliata.

Chi è un manicheo?
Come leggiamo nell’articolo, gli autori affermano che il fondamentalismo evangelicale ha fatto sì che l’America adottasse una comprensione manichea degli affari internazionali.
Essi sostengono, tuttavia, che Papa Francesco rifiuta ogni immagine di un mondo in cui si contrappongono il bene e il male assoluti.
Invece, dicono, il papa saggiamente riconosce che “alla radice dei conflitti c’è sempre una lotta di potere”.

Senza dubbio, il desiderio di potere motiva alcuni attori internazionali.
È altrettanto importante riconoscere che alcune idee – come marxismo, leninismo, jihadismo islamico o nazionalsocialismo – hanno spinto i movimenti transnazionali e gli stati-nazione ad agire in modo malvagio perché le idee stesse sono malvage.
Per gli americani (e per chiunque altro) riconoscere questo e chiamare queste cose con il loro nome non significa credere nel manicheismo.
Si tratta semplicemente di riconoscere che alcune idee sono veramente malvage e portano molte persone, persino nazioni, a compiere atti gravemente cattivi.

Non si può comprendere, per esempio, il regime populista che sta ora distruggendo il Venezuela, a meno che non ci rendiamo conto che la sua leadership e molti dei suoi sostenitori sono in parte motivati ​​da una visione profondamente conflittuale del mondo.
Questa visione deriva soprattutto e direttamente da Marx e Lenin (cosa che potrà dichiarare chiunque abbia ascoltato una delle brevi sfuriate televisive di tre ore di Hugo Chávez).
Vale la pena ricordare che quando il presidente Ronald Reagan definì l’Unione Sovietica “l’impero malvagio” nel 1983, milioni di persone al di là dalla Cortina di Ferro hanno immediatamente compreso quello di cui parlava.
Sapevano che i sistemi in cui vivevano erano basati su idee malvage sulla natura dell’uomo e della società.

Inoltre, il fatto che alcuni americani descrivano (spesso accuratamente) regimi particolari come malvagi non significa che considerino gli Stati Uniti un Regno di Dio embrionale sulla terra.
Oggi, molti americani evangelici sono profondamente angosciati, per esempio, dallo status dell’élite e della cultura popolare negli Stati Uniti. E sottolineano subito questi fallimenti, anche quando tali debolezze si manifestano nei loro ranghi.
Ciò dovrebbe far riflettere molti europei e latinoamericani prima di dire che milioni di cristiani negli Stati Uniti hanno una visione manichea del mondo. 

Ecumenismo, evangelici e cattolici
Una seconda tesi problematica che caratterizza l’articolo di Spadaro-Figueroa che richiede maggiore attenzione è la sua definizione del rapporto tra molti cattolici ed evangelici negli Stati Uniti: un rapporto su cui il sacerdote e il pastore hanno chiaramente delle riserve.

Padre Spadaro e il Pastore Figueroa osservano correttamente che molti cattolici e evangelici hanno riconosciuto di aver avuto, negli ultimi decenni, obbiettivi comuni per quanto riguarda “aborto, il matrimonio tra persone dello stesso sesso, l’educazione religiosa nelle scuole e altre questioni considerate genericamente morali o legate ai valori”.
Aggiungono che “sia gli evangelicali sia i cattolici integralisti condannano l’ecumenismo tradizionale, e tuttavia promuovono un ecumenismo del conflitto che li unisce nel sogno nostalgico di uno Stato dai tratti teocratici”.

Da “Integralisti cattolici” possiamo sicuramente presumere che gli autori si riferiscano ai tanti cattolici americani (normalmente etichettati come “conservatori”) che hanno scelto di allearsi con gli evangelici per difendere cose come la cultura della vita e la libertà religiosa da quella forma di secolarismo dottrinare dilagante sotto l’amministrazione Obama.
Ma la stragrande maggioranza di questi cattolici non sono “integralisti” per non parlare dei teocratici in attesa. Piuttosto il contrario. Né la maggioranza degli evangelici negli Stati Uniti spinge i programmi teocratici.

Se si esaminano, ad esempio, le dichiarazioni di vari studiosi e intellettuali coinvolti in movimenti come “Evangelicals and Catholics Together”, vediamo che non contengono nessuna aspirazione teocratica.
La discussione ecumenica tra coloro che si impegnano in questi sforzi ha portato nel tempo a risultati positivi con chiarimenti dei punti comuni, rimozione di idee sbagliate, individuazione di blocchi dottrinali reali e individuazione di aree in cui possono essere fatti insieme lavori pratici per promuovere il bene comune.
Ciò è in netto contrasto con i luoghi comuni e le assurdità che hanno da sempre caratterizzato la discussione ecumenica insieme al rapido declino delle confessioni protestanti che da tempo si sono allontanate dalle verità basilari cristiane sulla fede e la morale che la maggioranza degli evangelici continua ad affermare rigorosamente.

Inoltre, quando negli Stati Uniti i cristiani evangelici e i cattolici affermano che, ad esempio, gli esseri umani non ancora nati hanno diritto alle stesse protezioni dall’uso ingiusto della forza letale come qualsiasi altro essere umano o che la libertà religiosa è qualcosa in più di una semplice libertà di culto, o che i genitori hanno il diritto di insistere affinché i loro figli non debbano sorbirsi la sciocchezza della “teoria del gender” a scuola, tali argomenti sono sempre più trattati in termini appartenenti alla sfera pubblica.
I cattolici hanno una lunga tradizione su tali questioni. Eppure è anche un approccio che molti evangelici hanno iniziato ad adottare solo negli ultimi anni.

Questo non aggiunge nulla al discorso dell’imposizione della teocrazia o alla pretesa di privilegi speciali, per non parlare dei tentativi di facilitare accordi tra Stato e Chiesa o qualche tipo di nazionalismo americano evangelico/cattolico.
Contrariamente alle affermazioni di Padre Spadaro e del Pastore Figueroa, questa non è “una diretta sfida virtuale alla laicità dello Stato”.
Si tratta di affermare che le verità che tutte le persone possono conoscere attraverso la ragione naturale possono anche essere legittimamente riconosciute in società pluralistiche come gli Stati Uniti.
Inoltre, affermare così tali verità aiuta anche a facilitare la libertà e l’autentico pluralismo negli Stati Uniti (contrariamente all’ideologia della “diversità”).
Queste verità aiutano anche a proteggere i non cristiani e i non credenti, così come un qualsiasi altro americano, dalla coercizione ingiusta.

Un problema di attendibilità
Se l’articolo di La Civiltà Cattolica riflettesse semplicemente le opinioni di un qualsiasi prete cattolico occidentale e di un ministro argentino presbiteriano, pochi sarebbero preoccupati per il suo contenuto.
Ma gli articoli di La Civiltà Cattolica sono controllati dal Segretariato di Stato della Santa Sede.
Quindi, è curioso che chiunque abbia approvato l’articolo (supponendo che fosse stato correttamente verificato) presso la Segreteria di Stato non abbia preso in considerazione la mescolanza fatta dagli autori su questioni indirettamente collegate, o sollevato questioni sul tono emotivista dell’articolo, o notato che Padre Spadaro e il Pastore Figueroa hanno una conoscenza amatoriale della storia religiosa degli Stati Uniti e dei punti più importanti della politica americana.
Se è vero che la bandierina rossa non è stata alzata – o è stata ignorata – allora tutti i cattolici, americani e non, hanno ragione di preoccuparsi.
Non è semplicemente nell’interesse della Chiesa universale sviluppare o incoraggiare visioni generalmente false sugli Stati Uniti o sull’Anglosfera.

Tutte le persone, tra cui il papa e i suoi consiglieri, sono libere di avere le proprie opinioni sulle diverse nazioni e comportamenti internazionali.
Nessuno si aspetta che il vescovo di Roma sia acritico verso gli Stati Uniti o qualunque altro Paese.
C’è molto da criticare sugli Stati Uniti, proprio come sull’Argentina (fallimenti in materia economica, invidia sempre presente e idolatria della persona, incoraggiate dal veleno del peronismo) o sull’Italia (corruzione e clientelismo dilagante nella sua cultura politica ed economica a cui i funzionari vaticani e gli ecclesiastici italiani non hanno, purtroppo, dimostrato di essere immuni).

Tuttavia, lo sviluppo di tali opinioni dovrebbe essere accompagnato da un’attenta riflessione, informazioni dettagliate e una comprensione accurata della storia e dello sviluppo di un paese.
Purtroppo, tutto questo manca nell’articolo Spadaro-Figueroa ed è evidente.
Ma il danno maggiore lo subisce l’attendibilità della Santa Sede nel suo contributo sulla sfera internazionale. E nessuno trae beneficio da questo, meno di tutti Papa Francesco.

 

NOTE: L’articolo originale On that strange, disturbing, and anti-American “Civiltà Cattolica” article è stato pubblicato su The Catholic World Report il 14 luglio 2017. La traduzione italiana è dell’Istituto Acton.

Samuel Gregg

Argomento: Fede e ragione

 Vittorio Messori, da: Il Timone (http://www.iltimone.org/it_IT/home/t-shop/abbonati), agosto 2017.

 ___

 Quando la finiremo di illuderci, ripetendo  ossessivamente il mantra del “dialogo”, sempre e comunque, per affrontare ogni problema, persino l’aggressività mortifera dell’islamismo?

Il dialogo, tra l’altro, presuppone che ciascuno dei dialoganti metta sul tavolo, con chiarezza, le sue ragioni.
Cosa impraticabile se si ha di fronte un musulmano: uno dei capisaldi del Corano stesso non solo della tradizione maomettana, è che ebrei e cristiani hanno manipolato le Sacre Scritture.

Soprattutto, per quanto riguarda i cristiani, eliminando le parole di Gesù, quando avrebbe annunciato la venuta dopo di Lui del “Sigillo dei profeti”, Muhammad.
Dunque, dicono, inutile perdere tempo con dei falsari.

Così, all’islamico, è addirittura proibito leggere la Bibbia, Antico e Nuovo Testamento (difatti non sono tradotti in arabo), perché si rischierebbe di prestar fede alle menzogne dei devoti di Jahvé e di quelli di Gesù Cristo.
Ma allora: che dialogo ci si può aspettare da un interlocutore che ti considera a priori uno spacciatore di menzogne?

Eppure, qualche dialogante ad ogni costo (anche nelle alte gerarchie ecclesiali) non si rassegna a ricorda il rispetto con il quale il Corano parla di Isa, Gesù, e di sua madre Maryam.
Stanco di queste argomentazioni, un docente della Sorbona di Parigi, Roger Arnaldez, considerato il maggiore islamologo francese, ha deciso di esaminare ciò che dicono di Gesù non soltanto il Corano ma anche le migliaia di hadit, cioè di detti attribuiti a Muhammad dalla tradizione islamica.

Vediamo le sue conclusioni, dopo la lunga ricerca: «I cristiani rischiano di emozionarsi, venendo a conoscere i molti versetti coranici su Gesù e Maria. Ma non si lascino ingannare: tutti i commenti islamici, dagli inizi ad oggi, convergono nell’indicare Gesù, senza esitazione, come il penultimo profeta. E’ un Gesù che non ha nulla a che fare con il Personaggio dei Vangeli: è interamente musulmano e condanna duramente i cristiani che lo hanno scambiato per Figlio di Dio, ricordando che Allah è l’unico Dio e non ha di certo prole. Ogni dialogo, poi, è interdetto anche perché, per il credente musulmano, sul mondo deve regnare soltanto la legge di Allah, rivelata a Muhammad, e l’islam non riconosce, anzi giudica blasfeme, le parole liberatorie di Cristo: “Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”».

Cose, queste, che dovrebbero essere ben note ma che non fermano né fermeranno i dialoganti a ogni costo.
Liberi di sognare, ma la realtà non ha compassione per le intenzioni buone ma irrealistiche.

Argomento: Fede e ragione

 P. Reginald Garrigou-Lagrange O.P.
  Dio accessibile a tutti  

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 Rigoroso discepolo degli insegnamenti di san Tommaso d’Aquino e per questo definito «tomista di stretta osservanza», ma anche un metafisico e allo stesso tempo un contemplativo come san Giovanni della Croce.
È Réginald Garrigou-Lagrange (1877-1964), il teologo domenicano conosciuto come il capostipite del tomismo romano e ricordato ancora oggi come uno dei grandi avversari della Nouvelle théologie impersonata da pensatori come Yves-Marie Congar, Henri de Lubac o Jean Daniélou.

Oggi, del “maestro dell’Angelicum”, (l’ateneo pontificio di Roma dove insegnò per più di mezzo secolo), rimane intatta e attuale la forza del suo pensiero, a cominciare da capolavori come Dieu, son existence et sa nature, De Revelatione, Le tre età della vita interiore, Perfezione cristiana e contemplazione, o di un testo giovanile del 1909, spesso citato e molto amato da Paolo VI, come Le sens commun, la philosophie de l’être et les formules dogmatiques.
Réginald Garrigou-Lagrange incise così profondamente sulla teologia della prima metà del Novecento da essere definito da François Mauriac «il mostro sacro del tomismo».

Al secolo Gontran Marie, nasce in Guascogna il 21 febbraio del 1877 e nel 1897 deciderà di entrare nell’ordine dei frati predicatori (dopo aver abbandonato gli studi in medicina e una fidanzata). Studia filosofia alla Sorbona di Parigi e poi teologia alla famosa scuola belga Le Saulchoir: Garrigou-Lagrange si trova in perfetta sintonia con il magistero cattolico a cominciare dall’enciclica sulla riscoperta del tomismo di Leone XIII (Aeterni Patris, 1879) o quella di san Pio X che condanna il modernismo (Pascendi, 1907).

Diventa – direbbe uno dei suoi futuri più grandi estimatori, il cardinale Pietro Parente – un vero «campione della teologia»; i suoi modelli di riferimento sono i commentatori classici del tomismo: da Gaetano a Báñez, da Giovanni da san Tommaso a Billurat.

Ma è con l’approdo all’Angelicum di Roma (1909) e con la fondazione della cattedra di Ascetica e mistica (nel 1917, assieme al confratello Juan Arintero) che emerge il Garrigou-Lagrange più originale e innovativo, innamorato della spiritualità di san Tommaso e della mistica di Giovanni della Croce.
Nel 1926 tocca proprio a lui, in veste di consultore, dare il parere definitivo al titolo di Dottore delle Chiesa per il santo riformatore del Carmelo.
Garrigou-Lagrange sarà in grado di infondere la passione per la mistica e la contemplazione in un suo promettente allievo di dottorato: Karol Wojtyla (1948). Il futuro Giovanni Paolo II si laurea con il teologo discutendo una tesi sulla fede nelle opere di Giovanni della Croce; a padre Garrigou-Lagrange Wojtyla rimarrà sempre legato, ricordandolo pubblicamente, nel ventennale della morte, nel 1984, come un «compianto e amato maestro».

Gli anni che anticipano il Vaticano II vedono Garrigou-Lagrange simpatizzare per le tesi dell’Action française (poi sconfessata da Pio XI, a cui prontamente obbedirà), aderire al cattolicesimo di stampo franchista e allontanarsi da Maritain dopo la pubblicazione di Umanesimo integrale; sarà questo il periodo degli scontri teologici con Blondel, De Lubac (feroce sarà la sua critica a Surnaturel del 1946) o Chenu.
Amaro il suo commento a un articolo di Daniélou apparso su “Études” nel dopoguerra, in cui sosteneva «un ritorno alle dottrine patristiche come assai più vicine alla mentalità moderna» rispetto a san Tommaso.

Di fronte a tante critiche la sua replica (raccolta in via confidenziale dal suo discepolo Innocenzo Colosio) è ferma: «Io sono l’ultimo tomista; dopo di me il tomismo muore!».
Se per gli avversari è soltanto il «piccolo fonografo di san Tommaso», sono questi però gli anni dei grandi riconoscimenti: sarà uno degli estensori dell’enciclica di Pio XII Humani generis (1950) e papa Giovanni XXIII lo nomina perito della commissione preparatoria del Concilio Vaticano II (1960), incarico che Garrigou-Lagrange, già dal 1955 consultore del Sant’Uffizio di Alfredo Ottaviani, non potrà accettare, per l’aggravarsi della sua salute: ma resterà sempre grato a papa Roncalli per quel «gesto di stima».

Rimangono fisse nella memoria di chi lo ha conosciuto le sue lezioni del sabato sera all’Angelicum, a cui accorrevano masse di studenti provenienti dagli altri atenei pontifici solo per ascoltarlo; o l’impronta lasciata su molti suoi allievi divenuti teologi di fama proprio durante il Vaticano II, come Michael Browne, Mario Luigi Ciappi (entrambi futuri cardinali) o Rosaire Gagnebet.
O ancora il suo proverbiale distacco dai beni materiali: per tutta la vita ha destinato l’intero stipendio da professore e i proventi dei diritti d’autore ai poveri e ai mendicanti che venivano a bussare alla porta della sua cella; proverbiale è anche la sua devozione per i bambini morti in concetto di santità, ai quali dedica parecchi saggi).
Ridotto da una malattia incurabile alla progressiva perdita della lucidità, dopo un soggiorno nel convento di Santa Sabina a Roma viene ricoverato alla clinica San Domenico in piazza Sassari; lì trova la forza per le sue estreme preghiere e per sperimentare, prima della morte il 15 febbraio 1964, la sua ultima «notte oscura» – come rivelò il domenicano Innocenzo Venchi – alla stregua del suo amato Giovanni della Croce.
(Filippo Rizzi, per Avvenire 2014)

Argomento: Fede e ragione

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 Rigoroso discepolo degli insegnamenti di san Tommaso d’Aquino e per questo definito «tomista di stretta osservanza», ma anche un metafisico e allo stesso tempo un contemplativo come san Giovanni della Croce.
È Réginald Garrigou-Lagrange (1877-1964), il teologo domenicano conosciuto come il capostipite del tomismo romano e ricordato ancora oggi come uno dei grandi avversari della Nouvelle théologie impersonata da pensatori come Yves-Marie Congar, Henri de Lubac o Jean Daniélou.

Oggi, del “maestro dell’Angelicum”, (l’ateneo pontificio di Roma dove insegnò per più di mezzo secolo), rimane intatta e attuale la forza del suo pensiero, a cominciare da capolavori come Dieu, son existence et sa nature, De Revelatione, Le tre età della vita interiore, Perfezione cristiana e contemplazione, o di un testo giovanile del 1909, spesso citato e molto amato da Paolo VI, come Le sens commun, la philosophie de l’être et les formules dogmatiques.
Réginald Garrigou-Lagrange incise così profondamente sulla teologia della prima metà del Novecento da essere definito da François Mauriac «il mostro sacro del tomismo».

Al secolo Gontran Marie, nasce in Guascogna il 21 febbraio del 1877 e nel 1897 deciderà di entrare nell’ordine dei frati predicatori (dopo aver abbandonato gli studi in medicina e una fidanzata). Studia filosofia alla Sorbona di Parigi e poi teologia alla famosa scuola belga Le Saulchoir: Garrigou-Lagrange si trova in perfetta sintonia con il magistero cattolico a cominciare dall’enciclica sulla riscoperta del tomismo di Leone XIII (Aeterni Patris, 1879) o quella di san Pio X che condanna il modernismo (Pascendi, 1907).

Diventa – direbbe uno dei suoi futuri più grandi estimatori, il cardinale Pietro Parente – un vero «campione della teologia»; i suoi modelli di riferimento sono i commentatori classici del tomismo: da Gaetano a Báñez, da Giovanni da san Tommaso a Billurat.

Ma è con l’approdo all’Angelicum di Roma (1909) e con la fondazione della cattedra di Ascetica e mistica (nel 1917, assieme al confratello Juan Arintero) che emerge il Garrigou-Lagrange più originale e innovativo, innamorato della spiritualità di san Tommaso e della mistica di Giovanni della Croce.
Nel 1926 tocca proprio a lui, in veste di consultore, dare il parere definitivo al titolo di Dottore delle Chiesa per il santo riformatore del Carmelo.
Garrigou-Lagrange sarà in grado di infondere la passione per la mistica e la contemplazione in un suo promettente allievo di dottorato: Karol Wojtyla (1948). Il futuro Giovanni Paolo II si laurea con il teologo discutendo una tesi sulla fede nelle opere di Giovanni della Croce; a padre Garrigou-Lagrange Wojtyla rimarrà sempre legato, ricordandolo pubblicamente, nel ventennale della morte, nel 1984, come un «compianto e amato maestro».

Gli anni che anticipano il Vaticano II vedono Garrigou-Lagrange simpatizzare per le tesi dell’Action française (poi sconfessata da Pio XI, a cui prontamente obbedirà), aderire al cattolicesimo di stampo franchista e allontanarsi da Maritain dopo la pubblicazione di Umanesimo integrale; sarà questo il periodo degli scontri teologici con Blondel, De Lubac (feroce sarà la sua critica a Surnaturel del 1946) o Chenu.
Amaro il suo commento a un articolo di Daniélou apparso su “Études” nel dopoguerra, in cui sosteneva «un ritorno alle dottrine patristiche come assai più vicine alla mentalità moderna» rispetto a san Tommaso.

Di fronte a tante critiche la sua replica (raccolta in via confidenziale dal suo discepolo Innocenzo Colosio) è ferma: «Io sono l’ultimo tomista; dopo di me il tomismo muore!».
Se per gli avversari è soltanto il «piccolo fonografo di san Tommaso», sono questi però gli anni dei grandi riconoscimenti: sarà uno degli estensori dell’enciclica di Pio XII Humani generis (1950) e papa Giovanni XXIII lo nomina perito della commissione preparatoria del Concilio Vaticano II (1960), incarico che Garrigou-Lagrange, già dal 1955 consultore del Sant’Uffizio di Alfredo Ottaviani, non potrà accettare, per l’aggravarsi della sua salute: ma resterà sempre grato a papa Roncalli per quel «gesto di stima».

Rimangono fisse nella memoria di chi lo ha conosciuto le sue lezioni del sabato sera all’Angelicum, a cui accorrevano masse di studenti provenienti dagli altri atenei pontifici solo per ascoltarlo; o l’impronta lasciata su molti suoi allievi divenuti teologi di fama proprio durante il Vaticano II, come Michael Browne, Mario Luigi Ciappi (entrambi futuri cardinali) o Rosaire Gagnebet.
O ancora il suo proverbiale distacco dai beni materiali: per tutta la vita ha destinato l’intero stipendio da professore e i proventi dei diritti d’autore ai poveri e ai mendicanti che venivano a bussare alla porta della sua cella; proverbiale è anche la sua devozione per i bambini morti in concetto di santità, ai quali dedica parecchi saggi).
Ridotto da una malattia incurabile alla progressiva perdita della lucidità, dopo un soggiorno nel convento di Santa Sabina a Roma viene ricoverato alla clinica San Domenico in piazza Sassari; lì trova la forza per le sue estreme preghiere e per sperimentare, prima della morte il 15 febbraio 1964, la sua ultima «notte oscura» – come rivelò il domenicano Innocenzo Venchi – alla stregua del suo amato Giovanni della Croce.
(Filippo Rizzi, per Avvenire 2014)

Argomento: Fede e ragione

 Roberto Marchesini –  Codice cavalleresco per l’uomo del terzo millennio  (Sugarco edizioni - Mi) – 2017 – pp. 115 – €.12,50)

Leggendo questo libro, viene spontaneo affiancare Roberto Marchesini che ne è l’autore a Costanza Miriano, entrambi tra i principali protagonisti del mondo family italiano.
Infatti, mentre quest’ultima, con le sue gags ampiamente diffuse nel web, nei libri ed in miriadi di incontri pubblici, va cercando di recuperare un’immagine della donna fuori dagli schemi che decenni di dominante femminismo le hanno cucito intorno, Marchesini svolge analoga funzione nei confronti della figura maschile.

Non meno della donna, anche l’uomo è stato mortalmente ferito da tale ideologia che si è venuta costruendo (quantomeno a partire dal saggio della Simone di Beauvoir – la compagna di una vita di Jean Paul Sartre - Il secondo sesso, scritto nel 1949) applicando i principi della dialettica marxista al rapporto tra i due sessi.
Il moderno femminismo ha infatti diffuso nell’opinione corrente l’idea che la diversità di ruoli tra i due sessi significhi sfruttamento della donna: né più né meno di come, secondo Marx, nella società capitalista, lo è la diversa posizione dell’imprenditore e del lavoratore subordinato.

Da qui, la necessaria affinità tra movimenti comunisti e femministi soprattutto dopo il ’68. Con estrema facilità, gli slogan e le rivendicazioni femministe hanno pertanto trovato, nei media e nei parlamenti il sostegno delle forze di sinistra ed insieme, l’acquiescenza, per conformismo o ignoranza, degli ambienti politici e religiosi che pure avrebbero dovuto opporsi.
Basti, a titolo di esempio, ricordare la superficiale esaltazione da parte dell’intero mondo cattolico italiano della c.d. riforma del diritto di famiglia del 1975 che sancì la scomparsa della potestà maritale della quale fu promotrice e relatrice di maggioranza la deputata democristiana, Maria Eletta Martini.
Questo avvenne nonostante il perfino inusualmente chiaro versetto di San Paolo (Efesini, 5,22), letto in tutte le messe nuziali: “le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, ...”, versetto che si fece … finta non esistesse.

Ma non sono stati solo la D.C. o i media a far dilagare le tesi femministe. Si farebbe infatti torto alla Magistratura, non ricordandone il metodico lavoro di cui si deve, ad esempio, la massima secondo cui la donna che, invaghitasi di altro uomo, chiede la separazione, ha comunque diritto a rimanere ed esser mantenuta con i figli nella casa coniugale del  portandovi pure il nuovo compagno (spesso, alla fine, pur indirettamente, mantenuto anch’esso) e -si badi bene- potendo, di fatto almeno, impedire ogni contatto della prole con i suoceri se non anche con l’ex-marito. Né parziali rimedi degli ultimi anni hanno modificato granché il diritto vivente.

****

Era necessario ricordare tutto questo per comprendere come, in fin dei conti, più che di affermazione della donna, l’affermazione del femminismo ha comportato la distruzione di quella cellula fondamentale della società che è la famiglia ed, insieme, anche della figura del padre e, con esso, della stessa immagine maschile.

Se poi si ricorda che l’altrettanto dilagante ideologia pacifista ha messo al bando qualsiasi modello conflittuale ed anzi, la stessa idea di sfida, di contrasto ecc. tanto che perfino l’uso di aggettivi come virile, maschile ha assunto connotati negativi, non è davvero difficile tirare le somme.

Esecrati i modelli maschili tradizionali, detronizzato l’uomo dalla funzione di capo della famiglia e ridotto in minoranza perfino in professioni che ne erano state per secoli appannaggio, costretto dalle quote rosa a doversi accontentare tutt’al più della parità numerica, esautorato da ogni potere perfino sulla decisione della donna di abortire un figlio che è anche suo, subissato da leggi a senso unico (ultimo: il femminicidio) e da un inusitato bombardamento mediatico, non è davvero un caso che il maschio abbia finito per perdere la propria identità.

Ci sarebbe semmai da chiedersi se tutto questo non ha influito su quello che sembra essere il visto aumento dei comportamenti omosessuali maschili.

****

È in questo contesto di autentica débacle della figura maschile che, nel libro che presentiamo, Marchesini propone agli uomini il ritorno ad un Codice cavalleresco ove, per cavalleria, non intende certo la mera galanteria.

Quel che l’autore propone, con una forma semplice e scorrevole schiva da ogni pur minimo political correct, è infatti il recupero di quei valori di coraggio, sincerità, onore, lealtà, cortesia, franchezza ecc. che, per secoli, hanno contraddistinto l’uomo occidentale ed europeo e quindi, di fatto almeno, cristiano e che si possono riassumere con la parola cavalleria che compare nel titolo. Il cavaliere è infatti il personaggio “senza macchia e senza paura” che, messo da parte il proprio personale interesse, opera per il bene solo perché è giusto compierlo e non per l’utilità che può derivargliene.

Il cavaliere è anche colui che rimane fedele alla parola data e che si china sul debole anche a rischio di sé stesso e che, per tutto questo, non ha timore di affrontare conseguenze anche sgradevoli.
Di questo tipo di uomo, che nessun programma scolastico ministeriale più ricorda, Marchesini fornisce anche esempi a noi più vicini nel tempo pur se, in fin dei conti, il cavaliere medievale rimane sempre il tipo per eccellenza tramandato, nei secoli, dalla tradizione letteraria, artistica ed anche spirituale.

La cavalleria costituì infatti una componente religiosa di rilievo della società cristiana: basti pensare agli ordini militari religioso-cavallereschi di cui Templari e Cavalieri di Malta sono gli esempi più famosi e, per finire, a quella singolare fucina di santità che sono stati per secoli gli Esercizi spirituali secondo il metodo di sant’Ignazio di Loyola, dettati dai gesuiti a legioni di persone a partire dal 1500.
Su di essi, si è costruita, almeno fino alla metà del ‘900, l’élite, cioè la classe dirigente, laica e religiosa, del mondo cattolico. Ed è proprio il modello del cavaliere quello che il santo propone nelle meditazioni chiave (La chiamata del re temporale ed I due stendardi) che debbono spronare il cristiano a darsi tutto a Dio.

Attraverso di essi come pure attraverso l’arte, anche quando il Medioevo cristiano era finito da un pezzo, è dunque sul modello del vero cavaliere che si è costruito il modello del cristiano e pertanto anche la spiritualità dominante in gran parte della Chiesa cattolica. 

Poiché, da un lato, non è detto che questo non possa ripetersi e comunque perché le giovani generazioni non possono essere educate a lungo a forza di musica rap, tatuaggi e face-book, che gli spunti che si traggono dalla lettura del libro di Roberto Marchesini meritano di essere diffusi.

Andrea Gasperini

Argomento: Fede e ragione

 Da Il timone giugno 2017: 

La versione di Barra

Scrive un lettore del Timone:
«[…] vorrei condividere una esperienza che mi affligge da un po’ di tempo. Sono veramente in uno stato di confusione totale, perché vedo nella Chiesa tante posizioni diverse una dall’altra su argomenti importanti per la mia vita spirituale e quindi per la fede. Da cattolico, cerco punti fermi nelle parole di Francesco, ma faccio fatica a trovarli. Alcune volta mi pare che il papa dia indicazioni di un certo tipo, altre che dia indicazioni diverse o anche opposte. Possibile, mi chiedo che ci sia questa confusione? […] Grazie [...]
P.G.Z. – e-mail »

_____

Caro amico,
lei disegna una posizione che conosco. Le scrivo dunque di me, convinto che qualcosa di simile alla “tempesta” ormai quotidiana nel mare agitato dell’anima mia sia sperimentato da molti altri. Tutto origina dallo scontro di “due forze” che appaiono diametralmente opposte.

La prima avanza titoli di assoluto valore e poggia sulla certissima verità di fede che il S. Padre è il Vicario di Cristo e Successore di Pietro. Ogni Papa legittimamente eletto lo è stato, e lo è – non ne dubito – anche Francesco. Così, al sorgere persino della più piccola perplessità sul suo operato, esplode nell’anima un turbinio di domande che non si acquieta: «Dubiti del papa? Lo stai contestando? Ti rendi conto del pericolo per la salvezza della tua anima? Non temi di scandalizzare E di offendere Dio?».

La seconda origina dai fatti, dalla cruda realtà. Qui, non dico “io penso”, ma piuttosto “vedo” e “leggo” (e conservo, onde assicurarmi di non avere allucinazioni) affermazioni del Santo Padre che mi appaiono inaudite proprio grazie a quella stessa fede che più sopra mi metteva in guardia: «È vero che ognuno ha una propria idea di bene e che la Chiesa deve aiutarlo a realizzarla? È vero che se una moglie luterana chiede perdono direttamente a Dio dei suoi peccati “fa lo stesso” del marito cattolico che si accosta al confessionale? È vero che Gesù si è fatto diavolo e qualche volta ha fatto il “finto scemo”? È vero che tra cattolici, ebrei, musulmani e buddisti “la sola cosa certa che abbiamo è che siamo tutti figli di Dio?».

Quando queste forze s’affrontano, contendendosi l’anima, è tempesta! Guai a me farmi giudice del Papa, con serio pericolo di deragliare nella fede, da un lato; incontestabile evidenza della bizzarria “dottrinale” di certe affermazioni, dall’altro. In me, confesso, non si conciliano.

Osservo come se la cavano alcuni amici, di fede sincera e per i quali va (meglio: deve andare!) tutto bene: testa sotto la sabbia, non “vedere”, non “sentire”, non “leggere” e, dunque, non “parlare” di certe cose.
Così non mi ci vedo, non è roba per me.

Tutto finito, dunque?
Ma neanche per sogno!
Mentre continuo ad invocare un intervento del Cielo, nell’attesa fiduciosa che la matassa si sciolga, cerco di fare al meglio il mio compito.
Consapevole – per fede – che Dio mi chiederà conto solo dei talenti che mi ha dato.
Di quelli donati ad altri – anche ai pastori della Chiesa – chiederà conto a loro, non a me.

Argomento: Fede e ragione

 La Gnosi luterana e la Dottrina del potere politico

 Il mondo cattolico sta affrontando questo 500mo anniversario della Riforma luterana (1517-2017) privilegiando due punti di vista. Ciò è evidente dal posizionamento di molti esponenti della gerarchia ecclesiastica e di molti teologi.

 Il primo di questi punti di vista consiste nel concentrarsi sulle “intenzioni” di Lutero, su cosa egli soggettivamente volesse fare. In genere si sostiene che egli non voleva una rivoluzione nella Chiesa ma una riforma. Da questo punto di vista si tende quindi a capovolgere la linea tenuta finora dalla teologia e dalla cultura cattolica in genere, che sempre si è impegnata a mostrare come non si fosse trattato di una “riforma” ma di una rivoluzione. Interpretando oggi le intenzioni di Martin Lutero, si tende invece a dire che è stata una riforma e non una rivoluzione.

Un’altra conseguenza di questa impostazione consiste nello spiegare gli eventi di cinquecento anni fa come una serie di inconvenienti storici, soprattutto di tipo comunicativo, dovuti alla situazione del tempo e per i quali la stessa Chiesa cattolica non è esente da responsabilità[1]. Le intenzioni di Lutero erano quindi buone, ma la situazione storica si incaricò di intralciarle e complicarle. Basterebbe togliere di mezzo questi intralci storicamente sedimentati e ricongiungersi alle intenzioni originarie di Lutero per ritrovare l’unità.

La tesi secondo cui Lutero non voleva una rivoluzione ma una riforma non è illegittima ed è stata autorevolmente sostenuta. Per esempio, Jean Guitton scriveva che “Né Erasmo, né Lutero, né Calvino hanno immaginato la metamorfosi che stavano per provocare”[2]. Il cardinale Kasper l’ha da tempo fatta propria e di recente, tornando sull’argomento, ne ha fatto il punto di forza per una rivalutazione aperta e completa di Lutero, la cui volontà sarebbe stata solo quella di ribadire la centralità della grazia divina nella salvezza[3]. Secondo il cardinale «Lutero era un uomo desideroso di rinnovamento, non un Riformatore. Con questa istanza evangelica Lutero si poneva nella lunga tradizione dei rinnovatori cattolici che lo avevano preceduto. Si pensi soprattutto a Francesco d’Assisi»[4].

L’accostamento tra Lutero e San Francesco ci dice tutta la pericolosità della tendenza a concentrarsi sulle intenzioni di Lutero, questo infatti non può essere né l’unico né il principale aspetto della questione. L’aspetto centrale è quello dogmatico e da questo punto di vista la Riforma è stata una rivoluzione e non solo una riforma, nonostante le intenzioni soggettive di Lutero.

Non voglio negare il rapporto esistente tra la riforma e la soggettività di Lutero. Questo rapporto è stato giustamente messo in evidenza da molti, come per esempio da Jacques Maritain[5] o, più recentemente, dal Padre Roberto Coggi[6]. Angela Pellicciari pure insiste sul temperamento di Martin Lutero ponendolo in relazione con la rivoluzione – e non con la riforma – da lui attuata[7]. Tutto questo serve per capire.

Però l’insistenza sulle intenzioni soggettive di Lutero distoglie l’attenzione dai contenuti dottrinali della Riforma, che passano in secondo piano, mentre quando si valuta una eresia meritano il primo piano. Del resto, se Lutero viene assunto come un “testimone”, bisogna precisare che l’autorevolezza del testimone è data non solo dalla sua buona fede soggettiva – appunto le sue intenzioni – ma anche dal contenuto oggettivo delle presunte verità che egli ci comunica[8]. La fede è sia fides qua che fides quae. Un aspetto è l’atto di fede e altro aspetto è il contenuto dell’atto di fede. Da un punto di vista cattolico i due elementi devono esserci entrambi, ma dal punto di vista luterano è sufficiente l’atto di fede perché Lutero propone una «fede senza dogmi»[9]. Incentrarsi quindi solo su questo punto è già una importante concessione all’impostazione protestante.

Il secondo punto di vista assunto da parte cattolica è di “fare un tratto di strada insieme”, come si sente ripetere. Anche questa prospettiva ha lo stesso esito della precedente: mette in secondo piano i contenuti dottrinali. Essa presuppone che si possano fare delle cose insieme prima di esserci chiariti chi si è. Come se le questioni cosiddette “pratiche” nel senso delle questioni di etica filosofica o di etica naturale fossero indipendenti dalle convinzioni dottrinali e dogmatiche. La cosa è particolarmente difficile da sostenere nel caso del Luteranesimo che nega l’esistenza di una filosofia pratica come pure di un’etica naturale.

Le diverse visioni dottrinali[10] dei Cattolici e dei Protestanti motivano diverse scelte pratiche e non si può passare alle seconde senza tener conto anche delle prime. Altrimenti sarebbe come dire che è possibile vivere indifferentemente alla propria fede religiosa o in modo da essa indipendente. Oppure mettendola da parte. Si percepisce qui una visione della dottrina intesa solo come teoria astratta. Non è difficile riscontrare, nel dialogo ecumenico una notevole difficoltà a trovare accordi pratici per esempio sulle questioni di bioetica e biopolitica e sui cosiddetti “nuovi diritti”, il che dimostra come sia impossibile “camminare insieme” senza i dovuti chiarimenti dottrinali. E’ la vecchia illusione di Maritain a proposito della convergenza pratica sui diritti umani indipendentemente dalle visioni del mondo che continua in altro contesto.

La centralità delle intenzioni è un tema tipicamente luterano. La Riforma, come si sa, pone al centro la coscienza soggettiva. La Riforma, secondo Maritain, «ha sbrigliato l’io umano nell’ordine spirituale e religioso»[11]. Il primato della prassi sulla dottrina è pure un tema tipicamente luterano: «L’istanza luterana è eminentemente pratica»[12]. Se il problema è “sentirsi” (in coscienza) in stato di grazia allora per riuscirci balzano in primo piano le nostre azioni; se poi le nostre azioni sono ritenute incapaci e insufficienti di provocare questo sentimento e si pensa che quindi non abbiano nessun rapporto con la grazia, ugualmente la prassi balza in primo piano come un ordine autonomo e indipendente dalla fede.

E’ mia convinzione che, privilegiando questi due punti di vista, i cattolici accolgano già in partenza importanti posizioni luterane.

 

Il Luteranesimo come Gnosi

Tra le varie letture della Riforma luterana ritengo che la più adatta a cogliere adeguatamente l’oggetto sia di vederla come una forma di Gnosi, ossia di una riconsiderazione della realtà a partire dal soggetto.

Un motivo classico della Gnosi è di distinguere tra due divinità, una positiva e una negativa. Ciò è stato evidente nel Manicheismo e nel Catarismo, ma anche nell’eresia gnostico-cristiana di Marcione il quale identificava il Dio cattivo con il Dio creatore e legislatore del Vecchio Testamento e il Dio Buono con il Dio misericordioso e salvatore del Nuovo Testamento. Anche Lutero distingue il Dio della Legge dal Dio della Misericordia. Il primo ci dà degli ordini impossibili da adempiere, il secondo ci giustifica nonostante i nostri peccati.

Un secondo motivo gnostico presente nel Luteranesimo è che la natura è completamente separata dalla grazia, come per gli Gnostici la materia dallo spirito. Tutto ciò che l’uomo fa seguendo le sue inclinazioni è solo sozzura, solo la fede salva. Da qui la separazione tra natura e soprannatura e tra ragione e fede come tra il male e il bene, la perdizione e la salvezza. La creazione, dopo il peccato delle origini, è radicalmente inquinata dal male. La salvezza, come nella Gnosi, è riservata a degli eletti, presenti da sempre nei disegni imperscrutabili di Dio e a ciò predestinati. Dello stesso parere erano gli Gnostici, secondo i quali solo ad una cerchia ristretta di “illuminati” Dio avrebbe concesso la salvezza.

Un terzo elemento gnostico del luteranesimo è la compresenza nell’uomo di sozzura e spiritualità. La salvezza per sola fede non cambia la nostra natura, che rimane peccatrice, ma Cristo la copre col suo mantello, fa propri i nostri peccati, ce ne libera assumendoli su di Sé. Sul tema della giustificazione la dottrina cattolica e quella protestante sono molto lontane: per la prima Cristo risana ontologicamente tramite la grazia la natura ferita, per la seconda la natura rimane ontologicamente ferita e Cristo condona i peccati come dall’esterno: «crede, infatti, che il suo peccato non è più suo, perché, quando c’è la fede in Cristo, è necessario che ogni peccato scompaia in Lui»[13]. Per il cattolicesimo il peccato e la grazia non possono convivere, mentre per il luteranesimo sì: pecca fortiter sed crede fortius; simul iustus et peccator. Noi siamo salvati, quindi, ma peccatori nello stesso tempo. Gli Gnostici ritenevano che anche nella lordura delle passioni più sfrenate l’individuo gnostico potesse mantenersi puro, perché quella lordura riguardava il corpo ma non il suo spirito, predestinato alla salvezza. Lutero pensa che la lordura riguardi la nostra natura corrotta ma non la nostra anima salvata già da Cristo. Si può essere peccatori e santi nello stesso tempo.

Può essere utile ricordare, a questo punto, che il Luteranesimo condivide il proprio carattere gnostico con tutta la modernità, o quantomeno con gli elementi fondanti il pensiero moderno[14]. Il punto decisivo è la sostituzione della prospettiva soggettiva alla prospettiva oggettiva: la dottrina della salvezza per sola Scriptura sostituisce la Tradizione con la risonanza soggettiva della Scrittura nel cosiddetto “libero esame”; la dottrina della salvezza per sola Fide intesa come atto soggettivo di affidamento, ossia come “fiducia”, sostituisce il contenuto dogmatico della fede con la “esperienza” della fede o, come dirà Shleiermacher, con il “sentimento della fede”[15]; la dottrina della salvezza per sola Gratia fa della natura qualcosa di non normativo per l’uomo e, quindi, a sua completa disposizione.

 

La dottrina luterana del potere politico

Questo ultimo punto della salvezza per sola Gratia è denso di molteplici implicazioni sociali e politiche. Esso stabilisce una incompatibilità tra natura e grazia. Nella visione cattolica la grazia non elimina la natura ma la perfeziona e così accade tra la ragione e la fede[16]. La separazione tra le due comporta che l’ambito naturale perda ogni collegamento con la fede, che si fa solo interiore, in modo che l’uomo è, in quanto credente in Cristo, libero, e in quanto cittadino, servo: «Il cristiano è completamente libero … il cristiano è il più sollecito verso tutti, sottoposto a tutti»[17].

Poiché la natura umana è irrimediabilmente malvagia e la stessa vita di Grazia non serve per purificarla, nella sfera naturale c’è bisogno del potere per tenere a freno gli istinti malvagi dei cittadini. Tale potere non è legato ad una norma morale naturale, dato che dalla natura vista in senso esclusivamente negativo non può derivare una legge morale, né è subordinato ad un potere spirituale che è, per Lutero, solo interiore, e quindi si tratta di un potere assoluto, che non deve rendere conto di sé stesso a nessuno.

E’ evidente l’influenza di questa concezione del potere sui grandi teorici del pensiero politico dell’età moderna. Su Jean Bodin, per esempio, secondo il quale “sovrano è colui che non dipende che dalla sua spada”, oppure su Thomas Hobbes, secondo il quale il potere è il Leviatano a cui i sudditi cedono ogni loro libertà, ma anche sul complesso della filosofia politica moderna di tipo contrattualistico – compresi quindi John Locke o Jean-Jacques Rousseau – secondo cui il potere politico non dipende da una comunità politica naturale che lo precede e che lo limita, ma è esso stesso il fondamento della comunità politica. Da Lutero si arriva così fino ad Hegel e alle varie forme di totalitarismo moderno e contemporaneo.

Secondo il grande teologo riformato Karl Barth, lo Stato è «in sé e per sé malvagio … una orrenda deformazione della guida diretta della storia da parte della giustizia divina … esso governa il male per mezzo del male e ogni politica, in quanto lotta per il potere … in quanto arte diabolica per ottenere la maggioranza, è essenzialmente suicida»[18]. Qual è l’atteggiamento del cristiano, allora, di fronte all’autorità politica e al potere così intesi? Barth dice: «Sottomettetevi! Lasciate cioè che lo Stato vada per la sua strada e voi, come cristiani, andate per la vostra»[19]. Qui la laicità della politica è radicale separazione dalla fede, essa non ha niente a che fare con il Regno di Dio: «La causa del rinnovamento divino non può essere mescolata, confusa con la causa del progresso umano”[20]. Tra impegno politico nella storia da un lato e vita cristiana dall’altro non c’è alcun rapporto, il Cristianesimo non è interessato al progresso umano[21].

Questa concezione del potere politico ha alimentato non solo le forme di Stato assoluto e totalitario, ma anche le democrazie contrattualistiche e procedurali, ossia le democrazie vuote di senso che oggi danno luogo a forme di democrazia totalitaria[22]. Il nesso di Lutero con Rousseau è a questo proposito evidente. Se la vita politica è sottratta a delle norme sia naturali che soprannaturali, essa è campo del volontarismo e l’unico criterio da seguire diventa la coscienza individuale. L’idea d Rousseau – “è sufficiente ascoltare se stessi per fare il bene”[23] – si incontra così con la centralità della coscienza nel sistema di pensiero luterano. Bisogna osservare che le due istanze, ossia la sottomissione cieca al potere da un lato e l’esercizio di una libertà di coscienza priva di contenuti e regole dall’altro, non sono in contrasto tra loro. La loro miscela spiega infatti la completa adesione delle sette protestanti all’attuale pensiero unico post-naturale delle democrazie evolute. Tutte le sette protestanti, infatti, hanno già completamente accettato l’aborto, il matrimonio gay, la fecondazione artificiale, la distruzione per legge della famiglia.

Aspetti filosofici della Riforma

Quella luterana è una nuova religione, ma oltre a ciò è anche una nuova visione della vita sociale e politica, dell’autorità e del potere, della morale e del diritto. Questo accade perché quella luterana è anche una filosofia. Ed infatti per i suoi contenuti filosofici la religione luterana ha influenzato enormemente la filosofia moderna e ha comportato la fine della filosofia cristiana[24]. A sua volta la teologia luterana e protestante ha influenzato notevolmente la teologia cattolica[25]. Su questo processo vale la pena di spendere due parole.

La filosofia luterana ha senz’altro un contenuto nominalista. Il mondo non presenta delle strutture ontologiche ma solo delle situazioni uniche e particolari, assolutamente non confrontabili l’una con l’altra. Il creato non è più un “discorso” che riveli una Sapienza, ma è frutto della pura Volontà di Dio. L’essere non si presta alla conoscenza e non esiste rapporto “analogico” tra il mondo e Dio, che è il Totalmente Altro. Affidarsi a Dio non ha nessun presupposto di ragione, è un puro “fidarsi”, un puro mettersi nelle sue mani. La fede non ha dei perché, essa non presenta condizioni di ragionevolezza come invece ha sempre pensato la filosofia cristiana. Il problema razionale se Dio esista, se e come possa essere conosciuto e cosa egli sia – ossia le primissime questioni della Summa Theologica di San Tommaso – non si pone. Si pone invece il problema dell’esperienza della sua salvezza. Il problema di Dio viene soggettivizzato, la rivelazione avviene nell’esperienza della coscienza. Nasce così la dissociazione tra ragione e fede che troviamo in Kant o la loro identificazione che troviamo in Hegel ma anche in tanti altri filosofi moderni. Si spiega così anche la dissociazione tra la fede e la morale, con la negazione di una filosofia morale naturale. Se oggi assistiamo al venire meno della credenza in “principi non negoziabili” la cosa va fatta risalire anche a Lutero.

Se la fede non si rapporta più con la ragione, cade tutta l’impalcatura della Dottrina sociale della Chiesa che ha due fonti: la rivelazione e la legge morale naturale. Finisce anche il ruolo pubblico della religione cattolica perché la Chiesa, se non esprime verità anche di ordine naturale, non ha titolo per pronunciarsi sulle questioni di etica pubblica. Ed infatti, nelle società molto caratterizzate dal protestantesimo, la fede inevitabilmente si privatizza.

Lutero distingue, come ha ben messo in evidenza Padre Coggi, il Cristo in sé dal Cristo per me[26], spostando l’attenzione dall’oggetto al soggetto, dalla ragione alla fede intesa come “fiducia”, dal Cristo della storia al Cristo della fede, dalla verità alla volontà, dalla libertà per alla libertà da e quindi è all’origine di tutti i tentativi di de-ellenizzare il cristianesimo e di demitizzarlo. Se la ragione è una meretrice, l’incontro tra cristianesimo e filosofia greca è stato un grave incidente che va superato. Se ciò che conta è il Cristo della fede, allora tutti gli elementi del Cristo della storia – incarnazione, miracoli, resurrezione, verginità di Maria – vanno eliminati per tenere solo il Cristo della fede[27]. Questa doppia prospettiva della de-ellenizzazione e della demitizzazione hanno notevolmente influenzato e spesso determinato la teologia cattolica specialmente postconciliare, a cominciare da Karl Rahner.

Se oggi anche i teologi cattolici ritengono centrale la coscienza, inesistente la metafisica, irrealistica la legge morale naturale, impossibili i principi non negoziabili e gli assoluti morali negativi, storici e mutevoli i dogmi,  costruita dal basso, ossia dal “popolo di Dio”, la Chiesa ciò è dovuto alla grande influenza della filosofia e della teologia protestante su quella cattolica e, per molti versi indicano una protestantizzazione della fede cattolica oggi ampiamente in atto. Non intendo con ciò riferirmi solo alle questioni dogmatiche e dottrinali, che sono certamente di primaria importanza, ma anche a quelle sociali e politiche. I cattolici stanno ampiamente imparando dai protestanti e il loro modo di guardare a quell’impegno sta velocemente mutando in profondità. Poiché la visione protestante della polis è maggiormente in sintonia con l’orizzonte moderno è probabile che ai cattolici questo cambiamento riservi molti applausi, ma la coerenza con la fede e la tradizione sono un’altra cosa. La fedeltà alla democrazia vista come procedura prima che come contenuto, l’accettazione dell’agenda radicale a proposito di molte questioni etiche, la celebrazione del pluralismo dei valori come discendente dalla libertà di coscienza, una visione della libertà senza legge e senza contenuto e, quindi, la sostituzione della autenticità (o coerenza con se stessi) alla veridicità (o coerenza con la verità) sono solo alcuni esempi dell’assimilazione dentro i comportamenti cattolici di modi di vedere di origine protestante. No mi soffermo qui su come questo sia penetrato anche nel modo di intendere la Chiesa, la liturgia, i sacramenti … perché non rientra nel tema del presente articolo.

 

I 500 anni dalla Riforma

L’eresia non è solo una opinione sbagliata, espressione della libertà di opinione, una critica costruttiva nell’attuale dibattito pluralista e democratico. Oggi spesso essa viene derubricata così, almeno da quando, con Hegel, filosofo protestante, l’errore e il male sono stati visti come positivi per la dialettica storica[28]. L’eresia oggi viene intesa come una sana provocazione alla Chiesa cattolica anziché tutti insieme possiamo procedere verso un cristianesimo più maturo e completo, maggiormente conforme alla volontà del Signore. Ma l’eresia è ben altro. Essa è una ferita in profondità fatta alla realtà e alla verità di cui Dio è garante e, quindi, l’origine di una serie di grandi sofferenze per l’umanità.

 

Stefano Fontana,
per http://www.vanthuanobservatory.org/ita/la-gnosi-luterana-e-la-dottrina-del-potere-politico-modena11-marzo-2017/

Argomento: Fede e ragione

 Il materialismo, attraverso i media, modificando l’etimologia della parola, cambia, senza che noi ce ne accorgiamo, il nostro modo di pensare, così, imponendoci il suo pensiero, può costruire nuove coscienze ed una nuova società
di Giorgio Barghigiani

 

C’è un profondo legame tra il linguaggio e la realtà, infatti il linguaggio ha la funzione di esprimere e di comunicare con il mondo e, di conseguenza, di rivelarlo. Ma la parola serve per descrivere la realtà ed è per questo che diventa lo strumento della verità; se prima c’è la verità poi, però, viene la parola che la esprime; pertanto è necessario chiamare le cose con il loro nome.

Purtroppo le ideologie socio-politiche di ogni tempo non vogliono riconoscere la realtà per quello che è: infatti se nel ventre della madre c’è un maschietto, lui, diventando grandicello, proprio per natura, sarà attratto da una femmina, ma coloro che vogliono creare una propria realtà, inventeranno che nel ventre della madre c’è un grumo di cellule e un maschio, può anche essere attratto da un altro maschio e se è femmina può essere attratta anche da un’altra femmina.

Così la realtà non è quella che è, ma è quella che vorrebbero che fosse. Questo si chiama razionalismo ossia la costruzione di una realtà esistente solo nella mente di chi l’ha ideata e che vuole imporre alla realtà vera ed unica. Per creare una nuova realtà, è necessario però demolire quella vecchia ed i vari termini che la indicavano per impedirne altre forme di pensiero.

 

L’involuzione linguistica

Il continuo martellamento dei media delle nuove parole e del loro significato ci porteranno a costruire sia una nuova società sia un nuovo vocabolario per descriverci realtà di cui non avevamo conoscenza.

In questo modo tutti i valori che fino ad oggi abbiamo conosciuto, studiato e messi in pratica verranno cestinati; termini propri della filosofia metafisica come essenza o natura umana o lo stesso lemma metafisica (la scienza che studia l’essenza ultima delle cose e cerca di spiegare il mondo e la vita); termini di carattere morale: virtù, castità, fortezza, mitezza, umiltà, verginità, nobiltà, lealtà; termini di carattere religioso: giudizio, inferno, paradiso, purgatorio.

Da tutto questo si arriva, senza rendersene conto, alla sterilizzazione linguistica: togliere le armi linguistiche al nemico, togliergli i concetti forti. Bisogna impoverire così la lingua da renderla debole e inefficace persino nella forma dialettale. Pertanto questo impoverimento porterà in seguito le persone a parlare male (chi male parla anche male pensa).

Cambiando le parole che indicano la realtà, si cambia persino la percezione della realtà stessa. Per annientare un vecchio mondo per costruirne uno nuovo bisogna eliminare i termini troppo duri e sgraditi e sostituirli con altri più graditi ed “orecchiabili”. Adolf Eichmann, il criminale nazista, durante il processo a Gerusalemme si difese dicendo che non si trattava di deportazioni di ebrei, ma di “emigrazione controllata”. Anche il Parlamento italiano ha preferito usare l’espressione “unioni civili” e non “matrimonio omosessuale” perché la nostra società non è ancora pronta per accettare quest’ultimo “passo”.

“Il depauperamento del linguaggio è un vantaggio, giacché più piccola è la scelta, minore è la tentazione di riflettere”, George Orwell, pseud. di Eric Blair, (1903-1950).

 

Con la mutazione linguistica si riesce a possedere la coscienza e la realtà

Mutando una espressione da un ambito e trasferendola ad un altro ambito, snaturandone però il senso, riusciamo ad ottenere degli stravolgimenti inimmaginabili. Prendiamo ad esempio il lemma “genere”: questo termine venne preso dalla grammatica latina dove ci sono i generi maschile, femminile e neutro e fu introdotto in psicologia e sociologia per far credere che esiste anche il sesso/genere neutro. Questa operazione linguistica venne ideata dal prof. John Money che fondò nel 1965, all’interno dell’Università John Hopkins, la “Clinica per l’identità di genere”.

Questo regresso culturale iniziò a formarsi attraverso le applicazioni moderne dell’esistenzialismo (il complesso di filosofie contemporanee che assumono la dimensione dell’esistenza individuale come fondamento della comprensione del mondo), del costruttivismo (la corrente di pensiero secondo la quale i costruttori teorici vanno definiti attraverso dimostrazioni costruttive anziché attraverso il metodo assiomatico-deduttivo) e dello strutturalismo (la teoria e il metodo fondati sul riconoscimento di una funzione globale dei vari organi definibili nel loro insieme e nelle loro interrelazioni), che furono studiate, assorbite e reinterpretate nelle università americane negli anni ‘70 ed ‘80 dalle attiviste femministe ed è proprio da questa sintesi che nacque la gender theory, ma è nel 1995, a Pechino, che nel corso della Conferenza mondiale sulle donne, la nota femminista Judith Butler teorizzò, per la prima volta, in quel contesto così importante, un netto dualismo tra genere e sesso.

Mutando il significato delle parole riusciamo a mutare le coscienze e, di conseguenza, la realtà; infatti se il “feto” è solo un “prodotto” del concepimento sarà impossibile difendere i suoi diritti dato che un prodotto non ha diritti. In questo modo abbiamo non omicidio del consenziente o aiuto al suicidio ma “eutanasia”, dolce morte, biodignità, ecomorire, fine cosciente; non sindrome a-relazionale ma “stato vegetativo” per suggerire che l’uomo da persona è diventato vegetale e quindi lo possiamo uccidere come quando recidiamo un fiore; non fecondazione artificiale ma “procreazione medicalmente assistita”, espressione che rappresenta in modo falso la realtà dato che il medico non aiuta le coppie a procreare ma si sostituisce ad essa in questo atto; non selezione eugenetica (la scienza che studia il miglioramento biologico della razza umana) ma diagnosi genetica “reimpianto”; non marito e moglie ma semplicemente “coniuge n. 1 e 2”, termine che annulla in sé le differenze di sesso potendo essere i coniugi entrambi maschi o entrambe femmine; non marito e moglie ma compagno e “partner” usati in modo indistinto sia per i coniugi sia per i conviventi perché matrimonio e “convivenza” sono la stessa cosa; non pillola abortiva ma contraccezione “di emergenza”; non fidanzato, ma “ragazzo”, oppure “tipo”, fino al “mi vedo con uno” per rendere i rapporti sempre più iniqui e meno responsabili. Sostituendo un termine con un altro le parole nascondono la realtà, perdendosi in un mondo linguistico astratto e artefatto. In questo modo chi non conosce la realtà non può giudicarla correttamente.

Pertanto per seppellire il nostro modo di pensare occorre depotenziare i termini. Prendiamo ad esempio la parola “natura”, che da termine di carattere metafisico, è diventato solo un sinonimo di “ambiente”; l’anima invece si è svilita in un termine tra il romantico e il New age e non indica più la forma razionale dell’uomo; l’amore addirittura non è più volere il bene dell’altro o non significa più la donazione totale, ma è divenuto solo un moto emozionale. I termini “bene” e “male” hanno perso di oggettività e, di conseguenza, di forza e vigore contenutistico e servono solo ad indicare opinioni soggettive.

“Bene e male sono nomi che significano i nostri appetiti e le nostre avversioni”, Thomas Hobbes (1588-1679).

La parola porta con sé un’aura di stigma sociale che va al di là del suo significato e colpisce chi la usa, quindi occorre depotenziare i termini per svilirli; parole come “autorità”, “famiglia”, “pudore” suscitano o repulsa o ilarità o scherno, oppure riprovazione.

“Per me l’aborto è male, per te è bene”, sono come contenitori vuoti, che ognuno riempie a piacere.

 

Con nuove parole si costruisce un mondo nuovo

Un mondo nuovo, per essere descritto, ha bisogno di parole nuove; questo processo può articolarsi attraverso l’uso dei neologismi.

Oggi infatti viviamo in una selva di neologismi: “genitore sociale” (indica una persona, spesso omosessuale, che ha frequentato i figli di un’altra persona a cui è legata affettivamente); “donna-biologica” (indica il transessuale uomo che ha subito la rettificazione sessuale); “omofobia” (termine inesistente in letteratura scientifica, ma coniato ad hoc per sdoganare l’omosessualità ed attaccare la famiglia); “eco-morire” (perché il termine “eutanasia” farebbe capire a tutti che si tratterebbe di un omicidio); “femminicidio” (per far intendere che siamo di fronte ad un nuovo genere di omicidio di dimensioni spaventose quando invece la Relazione del Ministero dell’Interno al Parlamento ci informa che il numero di donne uccise decresce e invece il numero di vittime maschili è superiore a quelle femminili e in continua crescita); “animali non umani” (per far intendere che le bestie sono persone e le persone bestie).

Un’altra tecnica linguistica efficace per costruire un mondo nuovo è quella di mutare un termine da un ambito proprio ad uno improprio. Spieghiamoci con un semplice esempio: le unioni civili vengono definite dalla legge 75/2016 come “formazioni sociali” ex art. 2 della Costituzione.

Ma le formazioni sociali – minute alla mano dei lavori preparatori dei padri costituenti, sono invece i partiti politici, le confessioni religiose, i sindacati, etc. – non sono certo le coppie omosessuali.

 

La persuasione linguistica

Non è sufficiente creare parole nuove, importandole da altri contesti o sostituendo quelle vecchie con altre nuove, è indispensabile che tali nuovi lemmi siano accettati dalla maggioranza del popolo. Per raggiungere questo scopo ci sono diverse soluzioni.

Una di queste soluzioni fa riferimento all’uso degli slogan. Questi ultimi servono per sintetizzare un pensiero complesso – e quindi per loro natura rappresentano una tecnica comunicativa valida; ma spesso dietro lo slogan c’è poco o nulla. Lo slogan non di rado diffonde un modo di pensare senza fondamento e proprio perché è sintetico è necessariamente ambiguo, allusivo: dice tutto e niente, quindi di suo è difficile da attaccare perché bisogna spiegare molte cose per smontarlo. Lo slogan è geniale e quindi sensibilizza il lato emotivo della persona, il suo cuore, la sua immaginazione, i suoi sogni e desideri ed è teso più ad eccitare gli animi, a persuadere che a descrivere e a provare la fondatezza di una tesi.

Gli slogan servono per suggestionare, per persuadere e convincere, ma spesso dietro gli slogan c’è il vuoto, non ci sono argomentazioni valide.

Vediamo alcuni esempi di ieri e di oggi: Dio è morto, falce e spinello cambiano il cervello, siamo realisti, esigiamo l’impossibile, l’utero è mio, love is love, diritto al figlio, vietato vietare, carpe diem, la morale cambia, l`amore può finire, va’ dove ti porta il cuore, meglio divorziare che far soffrire i figli, essere se stessi, rispettare l’opinione degli altri.

Una strategia per persuadere le folle è l’uso di termini talismano. Ve ne sono alcuni con accezione positiva, infatti è sufficiente accostarli a qualsiasi parola che questa diventa positiva.

Oggi le parole-talismano più usate sono libertà e diritto. Così abbiamo il diritto di abortire, ad avere un figlio, di “sposarsi” per le persone omosessuali, i diritti degli animali, la libertà di morire, di cambiare sesso, di divorziare, e così via.

Altri termini talismano molto in voga, in casa cattolica, sono: accoglienza, misericordia, inclusione, incontro, dialogo ...

Esistono però anche le parole talismano di senso negativo, termini la cui accezione è solo dispregiativa e che condannano socialmente la realtà o i soggetti a cui sono riferiti: “reazionario”, “conservatore”, “moderato”, “revisionista” (ma la storia può essere oggetto di revisione), “fideista”, “integralista cattolico” (è un complimento, perché il cattolico deve accettare la dottrina integralmente e viverla integralmente). O anche semplicemente “cattolico”.

 

Per vivere dignitosamente in una società a misura umana vi è una impellente necessità di tornare ad un ordine naturale

In questo inizio di secolo abbiamo la grande necessità di tornare ad un ordine naturale e tutta la società se ne rende conto. Il grande dibattito sui temi del “gender” e della famiglia dovrebbero essere discussi e trattati con il solo scopo di capire per fare il bene di tutta l’umanità, poiché ad uno scopo ordinato dovrebbe corrispondere un punto di partenza ordinato, che sono quei principi condivisibili poiché sono naturali.

Il gender, prima ancora che un problema che coinvolge le scuole, è una sfida alla cultura tradizionale, una vera e propria ideologia di natura antropologica, diffusa dalle lobby, con la scusa di far passare un messaggio apparentemente innocuo, che è quello di insegnare ai giovani ad essere maggiormente tolleranti verso certe differenze sessuali e la classe politica, a sua volta, dovrebbe recuperare l’attenzione ai problemi reali della gente, poiché l’ideologia del gender è un tentativo per capovolgere l’alfabeto umano, che mira a ridefinire l’umanità dal pericolo della colonizzazione ideologica; anche riconoscendo che i diritti individuali sono sacrosanti, sarebbe un errore considerare ogni diritto individuale come una via per andare verso il bene comune.

La gender theory, in sintesi, afferma che la sessualità umana non ci è data dalla natura ma è una conseguenza di una scelta operata dalla società e dalla cultura in cui l’individuo vive.

L’essere maschio o femmina è una scelta che fa la persona a suo piacimento. Secondo questa teoria, la quale ha avuto le sue radici in una certa cultura confusa e trasgressiva, tipica degli anni successivi al 1968, afferma che ne esistono vari generi, noi ne ricordiamo cinque: maschile, femminile, omosessuale maschio, omosessuale femmina, transessuale.

Secondo l’ideologia delle femministe, la storia, per secoli, è stata dominata dall’oppressione dell’eterosessualità come condizione necessaria per la riproduzione dell’essere umano, ma “finalmente” le catene della schiavitù saranno spezzate con l’ectogenesi, ossia con la biotecnica attraverso la quale si potranno avere dei bambini al di fuori di un corpo femminile.

L’ideologia del gender in sostanza nega la natura umana nei suoi generi maschile e femminile, da cui ogni essere umano deriva e pertanto sparisce la visione della persona come unità di anima e corpo per cui si sceglie il sesso che piace.

Con questo pretesto della uguaglianza assoluta, viene negata la differenza che invece è complementarietà e ricchezza ossia il femminile ed il maschile.

Su questi temi, il metodo di confronto, dovrebbe essere corretto e preciso, ma essendo inquinato da interessi di parte (come abbiamo già detto: ideologici, politici ed economici), vive così caoticamente che a volte la scelta più facile è quella di non fare alcun dibattito.

C’è una grande e impellente necessità di ordine nelle nostre facoltà intellettive: se la conoscenza è il fine dell’intelletto, bisogna usare quest’ultimo per creare conoscenze comode ed auto-pacificanti a scapito della verità e questo è disordinato.

Per agire e parlare con ordine, per il bene futuro, dobbiamo avere il coraggio di partecipare ai dibattiti per la costruzione di un sistema di principi saldi, senza innervosirsi ed alzare la voce quando qualcosa, purtroppo, va nel senso sbagliato poiché ogni bambino sente il bisogno che gli adulti siano i suoi punti di riferimento affidabili e fermi.

Per tutto questo occorrono i fondamenti per costruire una società a misura umana ed uno dei piloni portanti, forse il più discusso ma sicuramente il più importante è la formazione culturale dei giovani e la teoria del gender mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa.

L’istruzione, per avere una preparazione alla vita, è molto importante ma gli insegnanti dovrebbero saper coinvolgere i loro studenti alla cultura, ma anche i discepoli, a loro volta, dovrebbero essere disponibili ad apprendere quanto viene loro insegnato. Se tutto questo non avviene la società, nel prossimo futuro, imploderà su se stessa, poiché ogni sforzo sarebbe inutile anche perché, nel nostro tempo, con il dilagare di informazioni manipolate ad arte, è assai difficile riuscire ad insegnare quello che veramente può formare le menti dei nostri giovani.

Nella Bibbia, nel libro di Geremia, al capitolo 7, versetto 34, leggiamo: “Io farò cessare nelle città di Giuda e nelle vie di Gerusalemme le grida di gioia e la voce dell’allegria, la voce dello sposo e della sposa, poiché il paese sarà ridotto a un deserto”. E ancora, nell’Apocalisse, capitolo 18 versetti 21-23, troviamo: “… e la voce di sposo e di sposa non si udrà più in te”.

Non vorrei passare per un profeta catastrofista, ma la società concepita dai fautori del gender, priva della differenza tra uomini e donne che possano unirsi e procreare, diventerebbe un deserto.

Giorgio Barghigiani

Argomento: Fede e ragione

La strage di Tanta e di Alessandria è un brusco richiamo alla realtà per papa Francesco, alla vigilia del suo viaggio in Egitto. Gli attentati in Medio Oriente, come in Europa, non sono sciagure naturali, evitabili con incontri ecumenici, come quello che papa Bergoglio avrà il 28 aprile con il Grande Imam di Al-Azhar, ma sono episodi che ci ricordano l’esistenza sulla terra di profonde divisioni ideologiche e religiose che possono essere sanate solo dal ritorno alla verità.

E la prima verità da ricordare, se non si vuole mentire a sé stessi e al mondo, è che gli attentatori di Alessandra e di Tanta, come quelli di Stoccolma e di Londra, non sono squilibrati o psicolabili, ma portatori di una visione religiosa che dal VII secolo combatte il Cristianesimo. Non solo l’Europa, ma l’Occidente e l’Oriente cristiano, hanno definito nei secoli la propria identità difendendosi dagli attacchi dell’Islam, che non ha mai rinunciato alla sua egemonia universale.

Diversa è l’analisi di papa Francesco che, nell’Omelia della Domenica delle Palme ha ribadito la sua vicinanza a coloro che «soffrono per un lavoro da schiavi, soffrono per i drammi familiari, per le malattie. Soffrono a causa delle guerre e del terrorismo, a causa degli interessi che muovono le armi e le fanno colpire».

Alzando quindi gli occhi dal foglio, il Papa ha aggiunto: preghiamo anche per la conversione del cuore «di quelli che fanno e trafficano le armi». Papa Bergoglio ribadisce quanto ha spesso dichiarato: non è né l’Islam in sé stesso, e neppure una sua deviazione a minacciare la pace nel mondo, ma gli “interessi economici” dei trafficanti di armi.

Nell’intervista con il giornalista Henrique Cymerman, pubblicata sul quotidiano catalano La Vanguardia il 12 giugno 2014, Francesco aveva affermato: «Scartiamo un’intera generazione per mantenere un sistema economico che non regge più, un sistema che per sopravvivere deve fare la guerra, come hanno fatto sempre i grandi imperi. Ma, visto che non si può fare la terza guerra mondiale, allora si fanno guerre locali. E questo cosa significa? Che si fabbricano e si vendono armi, e così facendo i bilanci delle economie idolatriche, le grandi economie mondiali che sacrificano l’uomo ai piedi dell’idolo del denaro, ovviamente si sanano».

Il Papa non sembra credere che si possa scegliere di vivere e di morire per inseguire un sogno politico o religioso. Ciò che muove la storia sono gli interessi economici che un tempo erano quelli della classe borghese contro la classe proletaria, oggi sono quelli delle multinazionali e dei paesi capitalisti contro “i poveri della terra”. A questa visione degli eventi, che discende direttamente dall’economicismo marxista, si contrappone oggi quella geopolitica del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e del presidente della Federazione Russa Vladimir Putin.

Trump e Putin, hanno riscoperto gli interessi nazionali dei rispettivi paesi e sullo scacchiere del Medio Oriente combattono una dura partita sul piano diplomatico e su quello mediatico, non escludendo di trasporla sul piano militare. L’Islam agita a sua volta lo spettro della guerra religiosa nel mondo.

Quali sono le parole che, alla vigilia della Santa Pasqua, i fedeli attendono dal Capo della Chiesa cattolica? Aspettiamo di sentirci dire che le vere cause delle guerre non sono né di ordine economico, né di ordine politico, ma innanzitutto di ordine religioso e morale. Esse hanno le loro origini più profonde nel cuore degli uomini e la loro radice ultima nel peccato. È per redimere il mondo dal peccato che Gesù Cristo ha sofferto la sua Passione, che oggi è anche la Passione di una Chiesa perseguitata in tutto il mondo.

Nella preghiera per la pace che compose l’8 settembre 1914, non appena esplose il primo conflitto mondiale, Benedetto XV esortò a implorare privatamente e pubblicamente «Dio, arbitro e dominatore di tutte le cose, affinché, memore della sua misericordia, allontani questo flagello dell’ira con il quale fa giustizia dei peccati dei popoli. Imploriamo che nei nostri voti comuni ci assista e favorisca la Vergine Madre di Dio, la cui faustissima nascita, che celebriamo in questo stesso giorno, rifulse al travagliato genere umano come aurora di pace, dovendo ella dare alla luce Colui nel quale l’eterno Padre volle riconciliare tutte le cose, “rappacificando con il sangue della sua croce sia le cose che sono sulla terra, sia quelle che sono nei cieli” (1 Col. 1, 20)».

È un sogno immaginare che un Papa possa rivolgere all’umanità parole di questo genere in una situazione internazionale tempestosa come quella che oggi viviamo?

(Roberto de Mattei, Il Tempo, 10 aprile 2017)

Argomento: Fede e ragione

 Una meditazione politica sulla Passione e il trionfo di Nostro Signore Gesù Cristo

 

Legga questo testo con attenzione. Siamo nella Settimana Santa del 1937. Sul mondo incombono due minacce speculari: ad Est il comunismo sovietico, ad Ovest i totalitarismi di stampo nazionalista, apparentemente opposti ma in realtà profondamente affini e in rapporti di mutua dipendenza.

Plinio Corrêa de Oliveira, allora giovane leader delle Congregazioni Mariane e direttore del maggiore settimanale cattolico in Brasile, O Legionário, scrive una «Meditazione politica sulla Passione e il Trionfo di Nostro Signore Gesù Cristo», rivendicando la supremazia della Chiesa e richiamando i cattolici al dovere.

Molti analisti stanno oggi commentando le analogie fra l'attuale situazione internazionale e quella che precedette la seconda Guerra mondiale.

Di fronte all’odierna liquefazione morale e culturale del mondo occidentale, di fronte alla minaccia sempre più incombente dell'islamismo militante, e alla speculare ascesa di false reazioni, sia all'Est sia qui da noi in Europa, le parole di Plinio Corrêa de Oliveira risuonano con attualità: solo la Chiesa ha parole di vita eterna!

 

*         *         *         *         *

 

         Gli eventi che, a partire da oggi, Domenica delle Palme, celebreremo per tutta la prossima settimana, offrono ai cattolici, in mezzo alla tempestosa situazione in cui viviamo, spunti per una meditazione politica molto utile.

         Ci sono due errori funestissimi che, non di rado, incidono sui cattolici. La Settimana Santa ci offre una straordinaria opportunità per smascherarli. Come spesso accade, questi errori non procedono tanto da premesse false quanto incomplete. Sono frutto di una visione parziale e ristretta, e perciò appunto incompleta. Solo una meditazione accurata, fatta alla luce di considerazioni naturali e di argomenti soprannaturali, potrà estirpare il germe velenoso che vi si cela.

         Il primo di questi errori è di ritenere inefficiente l’azione della Chiesa nell’arginare la crisi contemporanea. Si sente dire qua e là, sia in ambienti cattolici sia in ambienti che ruotano intorno ad essi, che la Chiesa è ormai incapace di far fronte, da sola, al comunismo. Dovremmo, quindi, fare appello a un’altra organizzazione al fine di salvare la civiltà cristiana dalla catastrofe incombente.

         Analizziamo con calma l’obiezione. Facciamolo con l’autorità infallibile dei Romani Pontefici. Se per un cattolico un argomento ispirato alle parole dei Papi non è sufficientemente convincente, allora è meglio che se ne torni a studiare il Catechismo prima di tentare di “salvare la civiltà”.

         Papa Leone XIII e, dopo di lui, tutti i Pontefici hanno insegnato che il comunismo è un male di origine eminentemente morale. Nella genesi del movimento comunista vi sono anche fattori economici e politici, ma non sono i principali. Prima di tutto, il comunismo è un movimento che provoca il crollo dei valori morali della civiltà. A sua volta, questa crisi morale ne genera altre economiche, sociali e politiche. Possiamo dunque concludere che i problemi economici, sociali e politici dei popoli contemporanei si risolveranno solo quando si risolverà il problema morale di fondo.

         Orbene, la soluzione al problema morale non può avvenire se non per l’azione della Chiesa, perché solo il cattolicesimo, munito delle risorse naturali e soprannaturali, ha il dono meraviglioso di produrre nelle anime i frutti della virtù, indispensabili perché fiorisca la civiltà cristiana.

         Quanto abbiamo detto è tratto direttamente dalle encicliche dei Papi. Basta studiarle con cura per trovarvi queste verità. O tutti i Papi hanno sbagliato, oppure dobbiamo riconoscere che solo il cattolicesimo può salvare il mondo dalla crisi in cui è immerso. Inutile, dunque, dire che il tal o tale Paese stia agendo bene, oppure che il tal o tale leader dica delle cose giuste.

         Se è vero che solo la Chiesa può rimediare ai mali contemporanei, è nelle fila della Chiesa che noi dobbiamo cercare di lottare per eliminare questi mali. Poco ci importa se altri non fanno il proprio dovere. Facciamo noi il nostro. E se, dopo aver fatto tutto il possibile – sottolineo “tutto”, non parlo di “molto” né di “un po’” – se dopo aver fatto tutto saremo travolti dalla valanga rivoluzionaria, non ci dobbiamo angosciare. Anche se il nostro Paese dovesse sparire, anche se la Chiesa sarà devastata dai lupi dell’eresia, Ella è immortale. Ella saprà galleggiare sopra le acque tempestose del diluvio. Se restiamo nel suo sacro grembo, come Noè nell’arca, dopo il diluvio vi troveremo gli uomini che fonderanno la civiltà cristiana di domani.

         Purtroppo, pochi cattolici vogliono guardare in faccia a questa terribile prospettiva. Come gli ebrei, vogliono vedere Cristo solo su un trono di gloria. Gli sono fedeli solo la Domenica delle Palme, quando la folla Lo acclama e copre la strada con i propri mantelli. Per loro, Cristo deve essere un Re terreno che domina il mondo. Se, invece, per un periodo, l’empietà Lo riduce a un Re crocefisso e vilipeso, allora non ne vogliono più sapere…

         Per tali persone, Cristo non è venuto per salvare le anime per l’eternità. Egli è venuto, piuttosto, per stabilire il regime corporativo oppure per combattere il comunismo. E se, per un attimo, il comunismo sembra vincere, poco manca perché queste stesse persone prendano in mano il flagello e si uniscano agli aguzzini di Cristo: è Lui il grande colpevole della nostra sconfitta!

         Cristo, invece, ha voluto subire tutti gli insulti, gli oltraggi, le umiliazioni, proprio per insegnarci che la storia della Chiesa è piena di Calvari. È molto più meritevole essere fedeli sul Golgota che non sul Tabor.

         C’è, però, un altro errore opposto che non di rado incide su certi cattolici. Ed è per illuminare costoro che Cristo ha voluto la gloria della Domenica delle Palme.

         Ci sono persone dalla mentalità odiosa, che ritengono normale che Cristo soffra, che la Chiesa sia calpestata, umiliata, perseguitata. È gente pigra, che ha come dio il proprio ventre. È gente che pensa che, giacché la Chiesa deve imitare Cristo, è naturale che contro di Essa si scaglino tutti i nemici e la facciano soffrire. Dicono che non sia altro che la Passione di Cristo che si ripete continuamente. E, mentre la Passione si ripete, fanno una vita agiata e confortevole, in mezzo al tumulto dei peccati e all’esacerbazione della sensualità.

         Con tali persone Nostro Signore usò la frusta, scacciandole dal Tempio.

         Non è vero che possiamo incrociare le braccia mentre la Chiesa è assalita dai suoi nemici! Non è vero che possiamo dormire mentre Nostro Signore è portato al Calvario! Cristo stesso ha raccomandato ai Suoi apostoli di “vigilare e pregare”. Se è vero che dobbiamo accettare le sofferenze della Chiesa con la rassegnazione con cui la Madonna accettò le sofferenze del suo Figlio, non è meno vero che sarà per noi motivo di dannazione eterna se contempliamo i dolori del nostro Divino Salvatore con indifferenza, con sonnolenza, con la vigliaccheria dei discepoli infedeli.

         La verità è solo una: dobbiamo essere sempre con la Chiesa, perché solo Ella ha parole di vita eterna. Se la Chiesa è attaccata, dobbiamo lottare per la Chiesa. Dobbiamo lottare fino all’effusione del sangue, impegnandovi tutte le nostre risorse di energia, animo e intelligenza. Se, nonostante tutto ciò, la Chiesa continuerà a essere oppressa, dobbiamo soffrire con la Chiesa, come san Giovanni Evangelista ai piedi della Croce. Così facendo, siamo sicuri che, in questo mondo o nell’altro, Gesù misericordioso non ci rifiuterà lo splendido premio di assistere alla Sua gloria divina e suprema.

 

di Plinio Corrêa de Oliveira 
(Tratto da «O Legionário», N° 236, 21 marzo 1937)

Argomento: Fede e ragione

 Anzitutto il muro della casa, che difende l'intimità e gli affetti familiari, dove si può entrare solo attraverso la porta (per tener fuori estranei, ladri e assassini); poi i muri delle città...

 di Gianfranco Morra

 

 La civiltà è nata col muro. Anzitutto quello della casa, che la circonda e la difende come il luogo degli affetti familiari e dell'intimità. Dentro la quale si può entrare solo attraverso la porta, il cui simbolismo (morale e religioso) in ogni cultura è uno dei più forti.

Dalla casa, dal castello e dall'abbazia si estese a quella grande Casa che è la città. E ancora oltre: gli Stati hanno eretto lunghe muraglie, come quelle di circa 120 km tra Gran Bretagna e Scozia volute da Adriano e Antonino Pio. Il primato spetta ai cinesi: una Grande Muraglia lunga 8.800 km.

Senza dubbio, per esigenze di difesa contro i nemici e per tener fuori estranei, ladri e assassini. Ma non minori erano le valenze simboliche. Muro significa identità e solidarietà. Le mura trasformavano la città in un microcosmo, di cui racchiudevano la perfezione: spesso erano circolari, come il moto delle sfere celesti. In Occidente, il loro modello erano le mura della Gerusalemme celeste, costituita da un quadrato perfetto: «un muro grande e alto munito di dodici porte presso le quali vi erano dodici angeli» (Apocalisse, 21, 12).

CIVILTÀ DEL PASSATO
Ancor oggi restiamo stupiti di fronte alla grandiosità delle mura erette dalle civiltà del passato. In alcune città vi sono ancora tracce di tre o quattro cerchia di mura, corrispondenti ai successivi ampliamenti dell'abitato. Mirabili ancora le mura di Roma, che risalgono a Romolo («possa morire chiunque osi scavalcare le mura», in Tito Livio).

Ma anche le mura volute da tanti i papi sono fra le più grandiose, soprattutto quelle leonine, fatte erigere da Leone IV per difendere Roma dagli islamici: la fede religiosa ha sempre protetto l'ordine sociale contro il disordine che può giungere dall'esterno. Grandiose quelle del Vaticano, tuttora custodite e controllate ad ogni porta da guardie svizzere. Le mura erano strumenti di difesa. In latino moenia deriva da munire, fortificare, proteggere. Le mura potevano essere anche una prigione. Ma tutte avevano le porte, che si chiudevano la sera e si riaprivano all'alba.

La civiltà moderna ha inventato armi così potenti che le mura della città sono divenute inutili. Quasi ovunque sono state rase al suolo dai progetti urbanistici dell'Ottocento, la città è divenuta aperta e i trasporti rapidi. Era nata l'Europa della sicurezza, quel «mondo di ieri» (Zweig) nel quale si viaggiava tra i vari paesi senza difficoltà. Senza dubbio un progresso, al quale però è corrisposto però un mutamento paradossale. Le mura non le abbiamo più, ma l'incomunicabilità e la solitudine, anziché diminuire, sono aumentate, sino a divenire una malattia endemica del tecnopolitano.
E la criminalità dilaga.

Le porte delle case non sono più aperte, come spesso nel passato, ma chiuse da complicate serrature e difese da sofisticati sistemi d'allarme. Tolte le mura, non abbiamo avuto una società libera, ma atomistica e angosciata. Una civiltà del «muro», come ha esemplificato Jean Paul Sartre, una barriera invisibile che impedisce la comunicazione e il rapporto fra le persone, come ne Le mur di Sartre (1939): «L'inferno sono gli altri» (l'enfer c'est les autres). Ma il muro non può essere uno strumento di egoismo e di sopraffazione, quando impedisce a popolazioni misere e profughe di trovare uno spazio vitale nei paesi ricchi e civili, che le escludono?

UNA FORTE INCOSCIENZA
La polemica del cattopopulismo ha come primo bersaglio il «muro», al quale contrappone un'altra immagine antropologica, quella del ponte. Alla base della quale c'è un autentico sentimento di solidarietà, dato che è un dovere cristiano e più generalmente umano aiutare chi soffre. Ma esprime anche una forte incoscienza sugli aspetti reali, distruttivi della identità e della sicurezza dei popoli raggiunti dalle migrazioni senza regole che da anni sempre più numerose investono l'Europa.

In contrasto con la reale situazione di disagio e di insicurezza delle popolazioni europee, soprattutto dei poveri, che di fronte alla immigrazione selvaggia sono i più disarmati.

Una paura reale e motivata, che va considerata in ciò che ha di reale, non demonizzata, col falso ragionamento che occorre farla tacere e accogliere tutti. Si confonde così l'effetto con la causa: sono i migranti che producono la paura, dalla quale gli invasi impauriti cercano di difendersi con la richiesta di una programmazione e di un controllo.

E quei paesi che, per farlo, hanno eretto dei muri, che più spesso sono reticolati, non possono essere bollati e infamati come «anticristiani». Non l'hanno fatto di buon grado, ma perché ne sono stati costretti. Ciò vale in Europa per Francia e Regno Unito, Germania e Spagna, Austria e Ungheria, Grecia e Macedonia, Slovenia, Norvegia ed Estonia. E vale anche per gli Stati Uniti, dove il muro col Messico è stato una scelta condivisa da tutti gli ultimi presidenti, elefantini o asinelli che fossero. Basta ripercorrerne la storia: fu iniziato dal repubblicano Bush senior nel 1990 e continuato da Bush junior nel 2006. Lo potenziò anche un democratico come Clinton nel 2005 e votarono a favore Hillary e Obama (allora senatori).

Ma la polemica contro il muro per fermare i messicani rientra nella campagna di squalificazione contro il Presidente Trump, colpevole di aver vinto le elezioni democratiche. Chi le ha perse aveva bisogno di una strega e di un capro espiatorio. Anche perché Donald sta facendo qualcosa di peggiore, cerca di attuare quelle promesse, che ha fatto durante la campagna elettorale convincendo i cittadini. Inaudito.

 
 
Fonte: Italia Oggi, 22/02/2017
Argomento: Fede e ragione

 RAPPORTO VAN THUAN SULLE MIGRAZIONI. PER CAPIRE, OLTRE LA DEMAGOGIA, LA RETORICA E L’INTERESSE ALL’ACCOGLIENZA.

Marco Tosatti

 E’ stato presentato ieri a Roma, nella sala Marconi di Radio Vaticana, l’ottavo Rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo, a cura dell’Osservatorio Cardinale Van Thuan (edito da Cantagalli), che quest’anno ha per titolo “Il caos delle migrazioni, le migrazioni nel caos”.

Un’opera di 215 pagine, preziosa per osservare il fenomeno al di là delle pulsioni emozionali, della demagogia, ecclesiale e non che impera nell’informazione, a partire dai vertici della Chiesa, in particolare quella italiana, e degli interessi economici che in particolare nel nostro Paese, ma non solo, rendono molto sensibili le realtà politiche ed ecclesiali verso la politica delle porte non solo aperte, ma spalancate indiscriminatamente. E naturalmente degli organi di informazione, o presunta tale che ne esaltano solo, in maniera strumentale, gli aspetti emotivi.

A organizzare la presentazione è il Movimento cristiano lavoratori (Mcl), che parla delle migrazioni come “tema centrale di strettissima e drammatica attualità”. “Il tema di questo VIII Rapporto, le migrazioni – spiega Carlo Costalli, presidente Mcl – s’imponeva all’Osservatorio come obbligato, data la vastità del fenomeno, le sofferenze a esso collegate, la destabilizzazione internazionale che provoca e da cui è provocato e i tanti fenomeni con esso collegati, non ultimo l’insicurezza per il futuro che caratterizza le persone che emigrano ma anche quelle che le accolgono. Economia, politica, cultura, religione: non c’è un ambito della nostra vita sociale che non sia interessato e spesso sconvolto dal fenomeno delle migrazioni. Non c’è nemmeno un ambito geografico che ne sia immune”.

Vi consigliamo di leggere il Rapporto, stilato a cura dell’arcivescovo di Trieste, Giampaolo Crepaldi, e del dott. Stefano Fontana. Afferma mons. Crepaldi, facendo appello alla virtù troppo spesso negletta da alcuni del realismo cristiano: “Se esiste quindi un diritto ad emigrare va tenuto anche presente che c’è anche, e forse prima, un diritto a non emigrare. L’emigrazione non deve essere forzata, costretta o addirittura pianificata”.

Crepaldi invita a non “cedere alla retorica superficiale…realismo significa non cedere a spiegazioni semplificatorie dei fenomeni migratori”. E aggiunge: “L’accoglienza del prossimo non può essere cieca o solo sentimentale, la speranza di chi emigra va fatta convivere con la speranza della soscietà che li accoglie”.

 Di particolare interesse, perché viene da una persona che ha incarichi di alto livello nel mondo finanziario e bancario, quello di Ettore Gotti Tedeschi. L’economista ha sviluppato un’analisi di lungo periodo, vedendo nel fenomeno delle migrazioni in particolare dall’Africa e dal Medio Oriente verso l’Europa, un disegno nato negli anni ’70 dai progetti di creazioni del Nuovo Ordine Mondiale. Gotti Tedeschi ha presentato nel suo intervento tutta una serie di elementi e di dichiarazioni, anche scritte, di personaggi centrali della politica mondiale, da Henry Kissinger al Segretario dell’ONU Ban Ki-Moon che possono fare oggetto di una riflessione. L’economista cita le spiegazioni economiche che vengono spesso presentate come motivo del fenomeno, tipo colmare il gap di popolazione dovuto alla denatalità o a esigenze di mano d’opera, per quanto riguarda l’importazione; carestie, guerre e cambiamenti climatici per ciò che attiene all’esportazione. “Credo però che quasi nessuna di queste spiegazioni sia realmente sostenibile per spiegare il fenomeno nella sua interezza. Una serie di considerazioni e riflessioni lascia invece immaginare che detto fenomeno, più che spiegabile attarverso analisi tecniche e valutazioni economiche sia stato previsto e voluto per modificare la struttura sociale e religiosa della nostra civiltà, in pratica per ridimensionare il cattolicesimo, religione assolutista, fondamentalista e dogmatica”, per sostituirla con una religione più consona al Nuovo Ordine Mondiale, e ai “valori” che esso propugna.

Il libro presenta oltre ad articoli di commento, un’analisi della Dottrina Sociale della Chiesa nei cinque continenti, e i documenti del Pontefice regnante più rcenti in tema di migrazioni.

 

da: http://www.marcotosatti.com/2017/02/16/rapporto-van-thuan-sulle-migrazioni-per-capire-oltre-la-demagogia-la-retorica-e-linteresse-allaccoglienza/

Argomento: Fede e ragione

 IL FILM CHE SMASCHERA IL FANATISMO DEI DARWINISTI

 Altamira: nel 1878 un nobile spagnolo scopre una grotta preistorica con pitture rupestri, ma i darwinisti non gli credono perché smentisce l'evoluzionismo (VIDEO: trailer)

 di Rino Cammilleri

 

Prima o poi uscirà (forse) anche nelle nostre sale un bel film spagnolo, Altamira, in cui si narra una vicenda veramente interessante per noi appassionati di darwinismo. La storia comincia nella regione della Cantabria, dalle parti di Santander, ad Altamira giusto il titolo.

Qui nel 1878 un possidente locale, don Marcelino Sanz de Sautuola (interpretato da Antonio Banderas) si diletta di ricerche archeologiche e partecipa al dibattito internazionale, a quel tempo infiammato, tra darwinisti e no.

La sua figlioletta, per caso, scopre nelle sue proprietà una grande grotta nascosta la cui la volta e le pareti sono affrescate da pitture preistoriche che raffigurano bisonti. L'uomo intuisce che risalgono all'era glaciale e, non potendo utilizzare macchine fotografiche (i lampi del magnesio e il fumo rovinerebbero le pitture), le fa riprodurre da un pittore francese onde poterle mostrare a qualche congresso antropologico a Parigi (capitale, con Londra, della «nuova scienza»).

Sua moglie (l'attrice che fu anche in Apocalypto di Mel Gibson) è una devota cattolica, divisa tra il marito non praticante (ce l'ha con Dio perché ha perso due figliolette) e la Chiesa. Ora, quest'ultima nel film non fa la solita parte della fanatica intransigente creazionista, perché la storia mostra diversi preti che non vedono alcun contrasto tra la paleontologia e la fede. Ma una figura fanatica e intransigente c'è, l'arciprete (impersonato da un irriconoscibile Rupert Everett), che in realtà ce l'ha con la filosofia darwinista, ateista e fanatica pur'essa.

Ritengo che si tratti non del consueto j'accuse contro il clero quanto di un espediente narrativo per far emergere il dissidio della donna, sinceramente dilaniata tra l'amore al marito e quello alla religione.

Ora, il bello del film che qui i fanatici veri sono i darwinisti, che si rifiutano perfino di entrare nella grotta e fanno come i colleghi (laici) di Galileo, i quali si rifiutavano di guardare nel suo cannocchiale (mentre erano i gesuiti a dargli ragione). Come le macchie solari scoperte da Galileo (menzionato nel film) erano liquidate come imperfezioni della lente, anche le pitture di Altamira vengono classificate un trucco: è stato il pittore francese, pagato da don Marcelino, a farle.

Inutilmente il pittore fa osservare che nessun falsario dipingerebbe così (le figure stilizzate ricordano piuttosto il Picasso del XX secolo e proprio quest'ultimo avrà a dichiarare che la sua arte vi si ispirava).

Ma al IX Congresso mondiale di antropologia i darwinisti francesi calano il loro atout: le gotte sono al buio; come sarebbero stati realizzati i dipinti se non c'è traccia di fuliggine sulle pareti? Ma perché i darwinisti negano l'evidenza? Perché le loro teorie dicono che l'uomo preistorico al tempo dei bisonti iberici era una scimmia, perciò incapace di dipingere.

Il povero don Marcelino morirà di crepacuore, dopo aver visto la sua cameriera adoperare una lampada a olio alimentata da midollo osseo animale. Che non produce fuliggine.

Vent'anni dopo, nella Dordogna francese vengono scoperte pitture analoghe in grotte analoghe. Hanno 35mila anni.

Da allora i darwinisti hanno dovuto fare come i Testimoni di Geova: questi sono costretti a spingere in avanti la data della fine del mondo, quelli non fanno altro che spingere indietro la comparsa dell'homo sapiens.
Contra ideologiam non valet argumentum.

Rino Cammilleri per La Nuova Bussola Quotidiana, 05/12/2016


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Qui sotto il trailer del film Altamira (in inglese, in quanto ancora non è stato distribuito in Italia)
https://www.youtube.com/watch?v=mJ7VPiSr7R0

Argomento: Fede e ragione

  Se c’è un settore delle scienze umane nel quale domina, praticamente incontrastata, la dittatura del relativismo –secondo la nota espressione dell’allora card. Joseph Ratzinger- questo è certamente la moderna filosofia: non solo per i contenuti del pensiero della pressoché totalità dei filosofi  maggiormente in voga ma anche per il modo –forse meno appariscente ma certo più incisivo - con il quale questa disciplina viene più o meno ovunque insegnata.

Infatti, da quando nell’800 presero voga il positivismo e l’idealismo, quella che si fa studiare non è tanto la filosofia quanto piuttosto la storia della filosofia.

La prima –la filosofia- è infatti un’indagine incessante sui primi principi della realtà per arrivare a comprendere ciò è il vero, il bene, il bello. Nelle scuole, lo studente è invece impegnato solo ad apprendere il pensiero dei principali filosofi secondo la loro successione cronologica. Spesso poi, quando il manuale ha un’impostazione marxista o quasi, la stessa riflessione filosofica viene presentata come il frutto delle condizioni economiche e sociali della sua epoca. Ne deriva che oramai, la stessa forma mentis dei giovani, si costruisce in modo da non poter neanche concepire, se non a prezzo di non comuni sforzi personali individuali, la stessa possibilità che esista una verità.

Tutto questo, in fondo, altro non è che il trionfo anzi, la dittatura, del relativismo.

Non sono certo mancati nel tempo tentativi di impostare l’insegnamento secondo metodi più classici, presentando cioè agli studenti non una carrellata storica di illustri opinioni ma le fondamentali questioni: metafisiche, etiche ecc. di cui si è discusso, esponendo poi, intorno ad esse, le risposte dei maggiori filosofi. Il pensiero corre, per esempio, ai tre gradevoli volumi degli Elementi di Filosofia di Sofia Vanni Rovighi (1908-1990), a lungo docente a Milano presso l’Università cattolica, la cui ricezione però è andata poco più in là di tale ateneo e non certo per colpa dell’autrice.

Sta di fatto che in questo modo -e tranne sempre più rare eccezioni- anche dalle scuole cattoliche, dai seminari, dai noviziati degli ordini religiosi, perfino di quelli votati all’apostolato culturale, è scomparso quel modo di fare filosofia che, almeno da sant’Agostino in poi, per oltre 1500 anni, aveva fornito le basi su cui si era costruita la teologia e, più in genere, la stessa cultura cristiana. Avendo infatti sullo sfondo la lezione dei 3 grandi greci (Socrate, Platone ed Aristotele), esse avevano infatti trovato il loro solido fondamento nella filosofia dei grandi dottori della scolastica medievale (sant’Anselmo d’Aosta, sant’Alberto Magno, san Bonaventura da Bagnoregio e, soprattutto, san Tommaso d’Aquino). Ed anche quando la moderna filosofia aveva preso il sopravvento, non erano mancate figure di alto livello che ne avevano continuato l’opera come, ancora nel ‘900, Étienne Gilson, i domenicani Reginaldo Garrigou-Lagrange e Santiago María Ramírez e lo stimmatino Cornelio Fabro: tutti immancabilmente, per lo più, dimenticati.

Ne ha molto sofferto anche la teologia che, privata del suo solido retroterra filosofico (cioè di vere radici culturali), ha finito frequentemente per divenire vittima di un vero e proprio complesso di inferiorità verso le varie filosofie contemporanee. Così, ad esempio, ci sono stati teologi che, in nome dell’inculturazione, hanno preso a prestito forme proprie delle culture africane o asiatiche; altri (teologia della liberazione sud-americana in testa) hanno cercato di sposare il messaggio cristiano con la filosofia marxista; altri ancora (soprattutto in Europa e nord America) sono ricorsi all’ermeneutica ed allo strutturalismo quando addirittura non hanno adottato un informe eclettismo.

Addirittura –soprattutto nella tumultuosa stagione del post-concilio- v’è stato in molti teologi il dichiarato intento di de-ellenizzare della Chiesa cioè di privarla di quelle basi filosofiche che si sono appena ricordate sulle quali però erano state costruite anche le basi del dogma cattolico. Il risultato in termini di babele teologica è, del resto, sotto gli occhi di tutti ed era ben presente, fin dai tardi anni ’60, allo stesso Joseph Ratzinger che più d’una volta, nei suoi scritti, metteva in guardia contro i pericoli che ne derivavano.

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In questo quadro, assai poco entusiasmante, è veramente apprezzabile l’uscita di questo piccolo (di mole ma non di contenuto) libro di Stefano Fontana, giornalista pubblicista di formazione filosofica, direttore dell'Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa e Consultore del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace oltre che autore di varie pubblicazioni in materia di dottrina sociale cristiana.

L’esposizione -come dice il titolo: “da Socrate a Ratzinger”- segue più o meno la successione storica del vari filosofi che è oramai, per tutti, il modo più familiare di approccio alla materia e ne presuppone anche un minimo di conoscenza anche solo scolastica: sarebbe stato infatti praticamente impossibile sintetizzare in appena 160 pagine, ben 2500 anni di pensiero filosofico e decine di pensatori con tanto di riferimenti a date, scuole, opere ecc.

Altri e ben più importanti sono però i pregi dell’opera, tra i quali emerge anzitutto lo stile, sempre semplice, sintetico, gradevole e spesso, anche ironico ma senza amari sarcasmi.

In secondo luogo, la chiara convinzione che soggiace a tutta l’esposizione secondo cui la verità esiste: certo, la sola ragione, non può pervenire sempre e su tutto ad imperiture certezze ma questo non esime dall’impegno della continua ricerca.

Di non minor rilievo è poi il continuo richiamo dell’autore alle certezze del comune buon senso cioè alla convinzione che ciascuna persona normale ha, della propria esistenza, di quella delle cose e delle altre persone e che tutto questo è da lei ben distinto. Chiunque abbia anche solo un minimo di nozioni di filosofia moderna ben sa come essa abbia invece incessantemente combattuto tali fondamentali certezze sulle quali però, di fatto, ognuno basa la propria esistenza: anche gli stessi filosofi che le negano.

A più riprese, Fontana ricorda quindi come, abbandonandole e pretendendo di ricostruire il mondo a partire da se stessi, quella ragione che pretendeva di rifare il mondo si è invece solo smarrita. Da qui, la convinzione che era stata invece la filosofia classica -greca e poi medievale e cristiana- ad incamminarsi sulla via giusta anche se oggi essa è per lo più negletta insieme ai suoi migliori frutti: la metafisica, il primato dell’oggettività, il sano realismo.

Infine, costituiscono non ultimo pregio del libro le pagine finali dedicate ad alcuni mostri sacri del moderno pensiero cattolico: Jacques Maritain  e Karl Rahner. Di tutti costoro, Fontana, al seguito di eminenti filosofi pure cattolici come Santiago Ramírez e Cornelio Fabro, non manca di mettere in evidenza i pesanti limiti che hanno non poco inciso sulla teologia contemporanea.

Concludendo, crediamo che, se ben utilizzata, questa piccola e così felicemente anomala, storia della filosofia potrebbe costituire una buonissima base di partenza per stimolare la riscoperta della più autentica filosofia. É proprio in questa ottica che ci permettiamo una sola modestissima osservazione: forse, alla fine, non sarebbero state fuori posto, una o due paginette, con l’indicazione di almeno alcuni riferimenti bibliografici che, grazie a Dio, non mancano. Oltre agli autori citati, pensiamo ad esempio, ai libri del padre saveriano Battista Mondin, di Luigi Bogliolo, di Antonio Livi, del salesiano don Dario Composta e dell’americano McIntyre: forse li si potranno ricordare in una prossima edizione.

Andrea Gasperini

Cfr. Stefano Fontana – Filosofia per tutti – Una breve storia del pensiero da Socrate a Ratzinger – Fede & Cultura – Verona – 2016 - pp. 159 - €. 15,00

Argomento: Fede e ragione

 Cos'hanno a che fare l'arte con la Montagna del sale di Mimmo Paladino, le Superfici magnetiche di Boriani, le tele squarciate di Fontana, le sfere bronzee di Pomodoro, i suoni di Stockhausen? Quante volte siamo rimasti basiti di fronte a "opere d'arte" vergognandoci di pensare "Questo l'avrei fatto anche io"? Come si è arrivati, da Caravaggio, Bach, Bernini all'orinatoio di Duchamp? Cosa ha provocato il decadimento della bellezza? Cos'ha a che fare il processo rivoluzionario con l'arte?
Roberto Marchesini ci accompagna in un viaggio appassionante e sorprendente attraverso l'arte moderna e contemporanea, alla ricerca di quel significato nascosto che essa porta senza renderlo esplicito.
Con un linguaggio semplice e chiaro (lontano da quello solitamente utilizzato nei libri dedicati all'arte) l'autore ci accompagna alla scoperta della Rivoluzione nell'arte: una sfida alla bellezza del creato.

L'arte, dove si leva il grido della grande Bellezza

di Giulia Tanel

 

«Quale bellezza salverà il mondo?», si chiedeva Dostoevskij ne L'idiota. L'ultima fatica, originale nel tema e appassionante nella trattazione, dello psicologo e psicoterapeuta Roberto Marchesini è una sfida aperta in tale direzione: La rivoluzione nell'arte - Una sfida alla bellezza del creato (D'Ettoris Editori, 2016). infatti, «[...] non è un testo di storia dell'arte, semplicemente una raccolta di riflessioni sul significato dell'arte».

 

Il testo prende avvio da alcuni interrogativi, solo in apparenza capziosi: cos'è l'arte? Arte e bellezza sono legate? E, ancora, di che forma di bellezza si sta parlando? Per rispondere alla prima domanda è necessario andare indietro nella storia. Così facendo si scopre che fino al Settecento vi era un'idea abbastanza precisa di cosa fosse da considerare “arte”: essa era «[...] un agito in conformità alla natura, al fine delle cose e all'armonia del creato».  

È questa la concezione “tradizionale” dell'arte, cardine certo della cultura e punto di partenza della riflessione. E questo ben prima dell'avvento del cristianesimo, che comunque ha investito l'ambito artistico di una significazione nuova e sommamente più elevata. Basti, a titolo d'esempio, guardare ad Aristotele (vissuto nel 300 a.C.) e a San Tommaso (vissuto nel 1200): per il primo, considerato a ragione uno dei massimi filosofi dell'antichità, il compito dell'arte era quello di “imitare la natura”; una convinzione, questa, dalla quale il Doctor Angelicus ha preso le mosse, per approfondirla e svilupparla ulteriormente «integrandola con elementi originali».

Questo era dunque lo status questionis fino alla “rottura”, che ha segnato l'inizio di una rivoluzione in ambito artistico ancora oggi in atto, intesa – per riprendere Plinio Correa de Oliveira - «[...] come un processo volto a sovvertire e distruggere l'ordine e l'armonia del creato», andando a mettere in discussione – e, perfino, a negare – le basi stesse di fondamento del pensiero dell'intero Occidente. È la nascita della “estetica”, secondo il termine coniato dal filosofo tedesco Baumgarten: la bellezza diventa dominio dei sensi, non più della ragione; ogni definizione oggettiva di quanto sia da considerarsi “bello” viene meno, così come viene negato un riferimento obiettivo e l'arte diventa fine a se stessa, relegata all'appagamento dei sensi.

Nel suo testo Marchesini propone al lettore un affondo dentro le pieghe di questa rivoluzione, che ha coinvolto diversi campi artistici: la musica, la pittura, l'architettura, la scultura, la letteratura, il teatro, la danza, la fotografia e il cinema. E lo fa portando esempi e stimolando riflessioni, senza alcuna pretesa di esaustività, ma con il solo obiettivo di cercare una possibile risposta alla domanda antica e sempre nuova: quale bellezza più grande riconosciamo nelle opere d'arte che ci rapiscono? Di che cosa abbiamo nostalgia, pur non avendolo mai conosciuto? «Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo, over per poco il cor non si spaura» (Leopardi, L'Infinito). La risposta è lì, nelle pagine del libro...

 

Roberto Marchesini La rivoluzione nell'arte - Una sfida alla bellezza del creato, D'Ettoris Editori, 2016.
da: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-larte-dove-si-leva-il-grido-della-grande-bellezza-16090.htm

Argomento: Fede e ragione

 Massoneria: "Seminare il dubbio" 

 Quasi mai un cambiamento sociale è spontaneo; quasi sempre c'è una minoranza elitaria che prepara il sommovimento: gli agenti della Rivoluzione.
 La massoneria è una di queste minoranze che, prima dell'arcigay e del Partito radicale, ha operato per la dissoluzione d'Italia e dell'Occidente.
 Ancora oggi la sua azione segue un preciso modello organizzativo e operativo che permette di influenzare il nostro modo di pensare. 
 Ancora attualissima l'enciclica "Humanum genus".
 Alcuni recenti e utili informazioni ricavate da una celebrazione.

Massoni, metti una sera a cena con una loggia

In un hotel per i 130 anni della ‘Risorgimento VIII Agosto’ Bisi, il Gran Maestro: «Non si parla di religione e politica»

 

Bologna, 26 settembre 2016 - «Le nostre riunioni sono così segrete che la cena per i 130 anni della loggia si tiene nel ristorante di un hotel, sotto gli occhi di tutti». Sono circa 120 i partecipanti alla festa per un compleanno speciale: quello della loggia massonica ‘Risorgimento VIII agosto’, la più antica di Bologna e quella che oggi conta il numero maggiore di iscritti. Una serata normale, quella di sabato, al Savoia: completi scuri e cravatta per gli uomini, tacchi e giro di perle per le signore.

Le quali, certo, hanno raggiunto i mariti soltanto a cena, perché nella prima parte, quella dei ‘riti’, non sono ammesse. Ed è lì, a metà pomeriggio, che compaiono grembiuli e spadoni. «Cappucci? Ma per favore, sono stati aboliti da anni». In una sala riservata dell’hotel è stato ricostruito un ‘tempio’: 12 colonne, candelabro a 7 bracci, squadra e compasso.
L’età media è alta, ma ci sono anche tanti quaranta-cinquantenni. Molti si avvicinano, stretta di mano e sorriso, pochi aggiungono il cognome dopo il nome. «Eppure tutti sapevano che stasera alla cena avrebbe partecipato l’occhio del Carlino e nessuno ha scelto di non venire». Al vertice della loggia festeggiata c’è un dirigente di banca.

L’unico che per statuto può parlare pubblicamente è Stefano Bisi, Gran Maestro (il capo nazionale) del Grande Oriente d’Italia.
La ‘Risorgimento VIII Agosto’ venne fondata nel 1886 da Carlo Carli, quello che nel 1890 sarebbe poi diventato sindaco di Bologna.
Tra i membri onorari Giosue Carducci, Gaetano Tacconi (sindaco dal 1875 al 1889), Andrea Costa, Quirico Filopanti.

Ora è una delle 13 logge del Grande Oriente sotto le Due Torri. Ha 67 iscritti.
«A Bologna saremo circa 600. Mille e 200 in tutta la regione, divisi in 42 logge», fa i conti Bisi.

I ‘fratelli’ si riuniscono due volte al mese. «Dove? Ma a Bologna lo sanno tutti: in via Castiglione, a fianco di Palazzo Pepoli.
Nei locali ci sono due ‘templi’ e le 13 logge si trovano tutte lì, ruotando a turnazione», prosegue Bisi. Come con il calcetto? Non proprio. «I nomi dei nostri iscritti non sono segreti, sono riservati. Per rispetto della privacy. Del resto, la lista degli iscritti al Pd mica è pubblica. Io non ho mai fatto mistero della mia scelta. Ma c’è tanta discriminazione al contrario e bisogna rispettare chi preferisce non rivelare l’appartenenza a una loggia».

Medici, avvocati, commercialisti, informatici, ingegneri e manager. «Ma non è una cricca, non siamo una élite. È necessario studiare, documentarsi, leggere molto. Avere voglia di coltivare il dubbio. Con una regola: non si parla di religione né di politica».

All’anno, alla Risorgimento VIII Agosto, arrivano 3 o 4 quattro domande. «Ma chi crede di entrare per ottenere favori e prebende, sbaglia di grosso. C’è l’obbligo ad aiutare i ‘fratelli’, ma sempre nei limiti del giusto e del lecito. Noi giuriamo sulla Costituzione italiana».

 

(Da: Il Resto del Carlino del 26/9/2016: http://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/massoni-loggia-gran-maestro-bisi-130-anni-1.2546960 )

Argomento: Fede e ragione

 Aldo Vendemiati
IL DIRITTO NATURALE – DALLA SCOLASTICA FRANCESCANA ALLA RIFORMA PROTESTANTE
Urbaniana University press - Via Urbano VIII n. 16 – 00165 Roma – 2016 - pag. 128 - €.14,00

 

 

L’autore, docente presso la Pontificia università Urbaniana, si occupa di temi etici con solida impostazione tomista (legata cioè al pensiero di san Tommaso d’Aquino), in continuità con quella tradizione che anche in un recente passato, ha annoverato, negli atenei pontifici romani, eccellenti figure come i domenicani Raimondo Spiazzi e Reginaldo Pizzorni ed il salesiano don Dario Composta.

Dopo avere affrontato in due precedenti opere, il tema della Legge naturale (1995) in generale e quindi il rapporto tra San Tommaso e la legge naturale (2011), nel suo ultimo libro, Vendemiati tratteggia il complesso itinerario che verso la fine del Medioevo, ha portato all’abbandono della prospettiva tomista.

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Due parole almeno, prima di continuare, per ricordare che, con l’espressione ‘diritto naturale’ si fa riferimento all’esistenza di un insieme di regole di giustizia (diritto alla vita, alla proprietà ecc.) che preesistono agli ordinamenti giuridici dei singoli Stati. Questi pertanto non potrebbero né abrogarle né violarle e le leggi che, eventualmente, fossero emanate in contrasto con esse, dovrebbero ritenersi ingiuste e prive di efficacia anche se sostenute dalla forza coattiva dello Stato.

Si tratta di una concezione (cui si da il nome di gius-naturalismo cioè diritto di natura) che è oggi generalmente rifiutata nel mondo occidentale in cui –tutt’al più- si riconosce al diritto naturale il valore di una vaga aspirazione alla giustizia, in quanto tale però, priva di valore giuridico. Esso è poi del tutto disconosciuto nella pratica degli Stati moderni che non ammettono limiti al proprio legiferare se non quelli che essi stessi si sono imposti e che, ovviamente, sempre possono cambiare anche se nelle costituzioni (come ad esempio, nell’art. 29 di quella italiana laddove si tratta della famiglia) talvolta, si trova l’aggettivo ‘naturale’.

Vano pertanto è sempre rimasto, in Italia ed altrove, il richiamo al diritto naturale da parte di chi si opponeva ad innovazioni legislative che, come divorzio, aborto e, più di recente, matrimoni ed adozioni gay, andavano a toccare strutture essenziali della persona e della società.

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Trascurando la ‘volontà di potenza’ dello stato moderno per rimanere invece su di un terreno più propriamente culturale, bisogna riconoscere che, almeno in un punto, le critiche al diritto naturale trovano un certa giustificazione. Ė vero infatti che i più famosi teorici del ‘moderno’ diritto naturale –il nome di alcuni dei quali è ben noto: Ugo Grozio, Thomas Hobbes, John Locke, Jean Jacques Rousseau, Immanuel Kant- finiscono per fondarlo su basi teoriche assai fragili e così ‘riempirlo’ di contenuti diversi l’uno dall’altro esponendolo alla facile critica di chi lo considera poco più che un vuoto contenitore buono per tutti gli usi. Ė questa ad esempio una delle critiche se non forse, la più pungente che, al concetto di diritto naturale, ha rivolto il noto filosofo del diritto e politologo Norberto Bobbio nel suo saggio più volte ristampato ‘Giusnaturalismo e positivismo giuridico’ (Laterza, 2011).

In realtà, dove l’idea di diritto naturale è nata e si è diffusa, ad Atene grazie soprattutto ad Aristotele ed a Roma con Marco Tullio Cicerone e, più in genere, con un po’ tutti i grandi giuristi dell’epoca (Ulpiano e Gaio in testa), l’idea che se ne aveva era assai meno vaga. Tale diversa concezione, quantomeno nelle sue linee portanti, è rimasta inalterata per oltre un millennio, fino cioè a san Tommaso d’Aquino (1225-1274). Il doctor angelicus –come egli era chiamato nelle scuole medievali- l’ha infatti ripresa inserendola nel suo sistema filosofico fornendole così fondamento e contenuti non esposti a soggettive e sempre mutevoli interpretazioni.

Sintetizzando e pur con il rischio di banalizzare, si può ricordare che la costruzione del diritto naturale per san Tommaso deriva dal riconoscimento del fatto che Dio non ha solo creato il mondo ma l’ha anche, per così dire, ordinato verso un fine. Tutto il reale che ci circonda costituisce cioè un cosmo razionale dotato di proprie leggi. La legge naturale altro dunque non è che l’insieme delle inclinazioni di quella natura umana che vive ed opera all’interno del creato e che, in quanto dotata di ragione, è capace -sia pure entro i limiti del suo essere creatura- di scoprire il fine assegnatogli da Dio e ad esso adeguare i propri comportamenti. Il diritto naturale, non è pertanto rimesso all’arbitrio dei filosofi ma scaturisce/è scritto nella stessa costituzione del reale e può essere appreso dal suo esame. Un po’ allo stesso modo -ci si consenta-  mesi orsono, Antonio Socci, quando fu data notizia della verifica sperimentale dell’esistenza delle cosiddette ‘onde gravitazionali’, notava che, se un secolo prima, il noto fisico Albert Einstein, le aveva già ‘scoperte’ a tavolino, ciò dipendeva dal fatto che esse dovevano esserci necessariamente proprio, anche in questo caso, a causa della natura ‘ordinata’ del cosmo.

Dopo san Tommaso, il diritto naturale è stato invece a poco a poco, estratto dal contesto culturale in cui era nato nell’antica Grecia ed al quale il doctor angelicus aveva solo dato solido fondamento, per percorrere un itinerario che Vendemiati descrive con chiarezza. Nel libro si succedono così figure note (come  Duns Scoto, Guglielmo d’Ockham, Martin Lutero e Giovanni Calvino) insieme ad altre che lo sono meno fino ad arrivare al filosofo calvinista Giovanni Althusius (1557-1638). In questa figura, Vendemiati individua il punto di arrivo del suo ‘viaggio’, dal momento che il diritto naturale è oramai ridotto a fatto di coscienza: ‘in forza di una conoscenza impressa da Dio che viene chiamata coscienza […]

 l’uomo è spinto da un misterioso istinto della natura a fare ciò che ha compreso essere giusto o a non fare ciò che ha compreso essere iniquo’ (cit. a pag. 103). Non è dunque difficile vedere come questa riduzione della legge naturale a poco più di un istinto necessariamente soggettivo, apre la porta a giustificarne tutti i contenuti possibili ed immaginabili e quindi, in pratica, a renderlo un concetto evanescente e privo di valore.

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Vendemiati, ovviamente, non è il primo a percorrere questo itinerario che, dalla frantumazione della sintesi tomistica, conduce il diritto naturale fino agli albori dell’età moderna. Già lo avevano delineato, anche solo per uscire dall’ambiente delle università pontificie romane, il belga Georges de Lagarde  (di cui la Morcelliana ha tradotto nel 1961 i primi due volumi con il titolo ‘Alle origini dello spirito laico’) ed il francese Michel Villey, (‘La formazione del pensiero giuridico moderno’, ed. Jaka book, 1986). opere entrambe divenute classiche. Mentre però il primo si muoveva prevalentemente sul terreno della filosofia della politica ed il secondo in quello della filosofia del diritto, merito del nostro autore è di approfondire l’argomento in termini essenzialmente filosofico-teologici.

Certamente il suo libro presuppone un minimo di conoscenza della storia della filosofia: non più però di quanto se ne apprenda generalmente nel triennio dei licei. Lo stile è piano, i tecnicismi filosofici ridotti veramente al minimo e le citazioni degli autori sono sempre in lingua italiana. Tutto questo insieme alle dimensioni contenute del saggio, invoglia alla lettura.

Né si pensi che il tema sarebbe alquanto … esotico: è infatti soltanto un giusnaturalismo ancorato alla natura delle cose ed al loro ordine oggettivo secondo la prospettiva tomista, che potrà aiutare a costruire un terreno comune tra tutti ‘gli uomini di buona volontà’. Lo si è visto del resto quando, su scottanti temi di attualità (aborto, fecondazione artificiale, gender), non sono mancate personalità di rilievo di area laica che hanno difeso l’ordine naturale: non sono state molte, questo purtroppo, è vero però la loro presenza è stata significativa. E perché magari questo possa ripetersi occorre che, anche da parte cattolica l’argomentazione si fondi su solide basi.

Andrea Gasperini

Argomento: Fede e ragione

terremotiI terremoti più gravi sono di ordine spirituale

(di Roberto de Mattei, Il Tempo, 30 agosto 2016)

 

Nel corso dell’Angelus di domenica 28 agosto Papa Francesco ha annunciato che «appena possibile» si recherà a visitare le popolazioni terremotate del Lazio, dell’Umbria e delle Marche, per portar loro di persona «il conforto della fede, l’abbraccio di padre e fratello, e il sostegno della speranza cristiana».

Quell’«appena possibile» non è legato all’agenda del Papa, che sarebbe voluto partire immediatamente, quanto ad evitare che la sua presenza possa risultare d’intralcio al lavoro dei pompieri, della protezione civile, delle forze dell’ordine. Come ricorda Andrea Tornielli, il blitz di Giovanni Paolo II, a sole 48 ore del sisma che il 23 novembre 1980 colpì Campania e Basilicata, provocò accese polemiche. Ci fu chi disse che Giovanni Paolo II aveva intralciato i soccorsi e distratto le forze dell’ordine da altri compiti più urgenti. Benedetto XVI, per contro, attese 22 giorni prima di visitare l’Aquila devastata dal sisma del 6 aprile 2009, e 36 giorni prima di recarsi in Emilia, dopo il terremoto del 20 maggio 2012.

La scelta di rinviare la visita appare dunque opportuna per varie ragioni. Nelle prime settimane immediatamente successive alla catastrofe, i terremotati hanno bisogno di soccorso soprattutto materiale. È nei mesi successivi, quando la loro situazione non fa più notizia, che essi si sentono abbandonati e hanno bisogno di sostegno spirituale e morale. E nessuno, meglio del Papa, può portare questo soccorso che consiste, soprattutto, nel ricordare che tutto nella vita cristiana ha un senso, anche le peggiori catastrofi.

È questa la risposta che si deve dare a chi, come Eugenio Scalfari, su La Repubblica del 28 agosto pontifica su Il terremoto di Amatrice e tutti gli altri mali del mondo, chiedendosi qual è la ragione, non solo del sisma che ha sconvolto il centro Italia, ma del caos che sconvolge oggi il mondo, cercando la risposta nel pessimismo cosmico leopardiano.
È necessario anche che siano evitate le inevitabili accuse di protagonismo, pronte ad essere lanciate a chi ama troppo il palcoscenico, come Papa Francesco, che nei giorni scorsi è stato impegnato in riprese cinematografiche nei Giardini Vaticani, legate, sembra, all’interpretazione di se stesso in un film, malgrado lo scorso febbraio il Vaticano abbia smentito che Papa Bergoglio abbia intenzione di fare l’attore.

È vero però che la tragedia del terremoto si inserisce in una situazione internazionale tempestosa. Le prime pagine dei giornali nelle ultime settimane sono state occupate quasi solamente dalle notizie sul sisma in Italia e poco rilievo si è dato ad informazioni inquietanti, come quella dell’invito del governo tedesco di fare scorte di cibo ed acqua in previsione di un’eventuale emergenza nazionale.

I fedeli si aspettano infine che il Papa ricordi che le sciagure materiali distruggono i corpi, ma esistono cataclismi spirituali e morali, ancor più violenti, che travolgono le anime. E la stessa Chiesa cattolica è scossa oggi, al suo interno, da un terremoto.

Su Internet gira la foto di una statua della Madonna miracolosamente rimasta illesa tra le macerie di una chiesa di Arquata del Tronto. Le invocazioni alla Madonna si sono moltiplicate tra i terremotati e Antonio Socci si è fatto portavoce della richiesta rivolta da alcuni cattolici italiani al cardinale Bagnasco di rinnovare la consacrazione dell’Italia al Cuore Immacolato di Maria. Ma la Madonna non ha trovato posto neppure in uno stand del Meeting di Rimini, e la devozione mariana è incompatibile con l’abbraccio ecumenico con musulmani e protestanti.

(Roberto de Mattei, Il Tempo, 30 agosto 2016)

Argomento: Fede e ragione

 Matteo Liberatore s.j. – Il naturalismo politico - Introduzione e cura di Giovanni Turco
Ed. Ripostes - Giffoni Valle Piana - 2016 – pp.107 - €.12,00

 

Il padre Liberatore (1810-1892) è stato uno dei più illustri gesuiti italiani dell’800; nato a Salerno ed entrato a far parte della provincia napoletana della Compagnia di Gesù nel 1826, già nel ’48, durante la Rivoluzione napoletana, sarebbe stato incluso tra i padri da sopprimere. Riparato a Malta insieme ai confratelli e quindi tornato a Napoli dopo che il re Ferdinando II ebbe sedato la rivolta, si segnalò ben presto tra i protagonisti della c.d. rinascita tomista cioè dello studio del pensiero di S. Tommaso d’Aquino, di cui era stato iniziatore il suo confratello e maestro il p. Luigi Prospero Taparelli d’Azeglio s.j.

Prolifico scrittore di saggi filosofici, il p. Liberatore si occupò molto anche di questioni giuridiche ed economiche. Per dare un’idea del rilievo del personaggio, basti ricordare che i suoi principali manuali di filosofia (Institutiones logicae et metaphysicae, Ethicae et iuris naturae elementa ed Institutiones Philosophicae, delle quali ultime correva anche una riduzione in italiano), nell’anno della sua morte, avevano oltrepassato le 30 edizioni. Fu inoltre tra i principali collaboratori del pontefice Leone XIII nell’elaborazione di alcune delle sue encicliche di maggior rilievo: Aeterni patris (1879) diretta a favorire la ripresa nella Chiesa dello studio di S. Tommaso; Immortale Dei (1885) sulla costituzione cristiana degli stati e Rerum novarum (1891), di cui gli fu affidata la prima stesura e che avrebbe poi costituito per decenni la pietra miliare della dottrina sociale della Chiesa.

A partire dall’anno della sua fondazione (1850), il nome del p. Liberatore è però principalmente legato alla Civiltà cattolica, la rivista dei gesuiti nata a Napoli e poi, dopo l’arrivo dei risorgimentali, trasferita a Roma, della quale egli fu l’animatore insieme al p. Taparelli d’Azeglio, al p. Carlo Maria Curci -poi allontanatosi dell’ordine- ed al p. Antonio Bresciani. Nei decenni in cui vi collaborò, il p. Liberatore si distinse –tra l’altro- per la sua polemica contro il liberalismo.

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Ė in tale ambito che si collocano tre saggi, aventi la lunghezza consueta (allora come oggi) di tutti quelli della rivista, cioè di circa una decina di pagine l’uno che, nel corso del 1883, egli dedicò al ‘modernismo’. La parola, a tale momento, non poteva certo riferirsi a quel movimento teologico-culturale che successivamente sarebbe poi stato bollato come eretico (ma nel 1907) dal papa S. Pio X con l’enciclica Pascendi dominici gregis ed il decreto Lamentabili, entrambi del 1907.

Per modernismo, il p. Liberatore intende piuttosto “lo spirito che avviva l’odierna rivoluzione. Esso consiste nella così detta autonomia dell’uomo, nella emancipazione della sua volontà da ogni legge positiva o naturale divina, nella sostituzione dell’uomo a Dio nel governo della società umana” (p.591). I tre saggi sono stati raccolti con il titolo ‘Il naturalismo politico’ da Giovanni Turco che li ha fatti precedere da una lunga introduzione volta ad inserirli nel contesto dell’opera dall’autore e delle polemiche del suo tempo. Lo spunto per la loro stesura derivò dalla pubblicazione, avvenuta lo stesso anno, di una raccolta di scritti di politica ed economia di Charles Périn (1815-1905), docente all’università cattolica di Lovanio (Belgio) ed eminente figura del cattolicesimo sociale di quella nazione. Tra i saggi che la compongono, l’attenzione del p. Liberatore è però dedicata a quello dal titolo “Il modernismo nella Chiesa nelle lettere inedite di La Mennais”; illustrandone il contenuto, il nostro autore ha così modo di esporre anche le sue riflessioni.

Più che riassumere il contenuto dei tre articoli, servirà qui richiamarne i punti di maggior interesse, quelli cioè che, a distanza di oltre 130 anni, ne hanno suggerito la ristampa.

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Anzitutto, secondo il p. Liberatore, l’errore di fondo del modernismo (inteso nel senso che si è detto) risiede nel fatto che “tolto Dio e la sua legge, non resta che l'uomo mutabile, soggetto a tutti gli errori della sua fallibile ragione, e a tutte le corruzioni della sua fragile volontà. Una società, formata con tali elementi, non può avere né stabilità di principii che accordi le menti, né amore di bene che leghi gli affetti. Essa naturalmente deve scindersi in partiti: ciascun dei quali cerchi di prevalere, ed agitarsi in cerca di un ignoto avvenire, che non serve ad altro che a fargli odiare il presente. Sempre malcontenta, sempre bramosa, sempre in lotta intestina, una società cosiffatta finirà collo sciogliersi e perdere la stessa effimera unità che tien congiunte le morte membra di un corpo separato dall'anima” (p.61). Si tratta di un’analisi che troverà puntuale conferma nelle vicende dei decenni successivi ed in particolare, per venire ad anni assai più recenti, nelle rivolte del ’68, quando apparirà chiaro a molti come la modernità, al di là dei suoi splendori tecnologici, costituisce in realtà la causa di un’inarrestabile decadenza della civiltà occidentale e cioè della dissoluzione della società ed in primis della famiglia.

Il p. Liberatore mostra poi la falsità dell’argomento cardine di tale modernismo secondo cui, in una società dove l’uomo è libero di scegliere tra la verità e l’errore, la prima finirà senz’altro per imporsi; “ciò avverrebbe, se la verità e l'errore combattessero nell'ordine astratto come due forme platoniche, per sé sussistenti. Ma amendue combattono nell'ordine concreto, individuate entrambe nell'uomo; e bene spesso l'una senza il presidio della scienza, come accade nelle ignare moltitudini, ed osteggiata da furenti passioni; mentreché l'altro oltre il potente aiuto di esse passioni, ha per sé il lenocinio della viva immaginazione, dell'accessibile sofisma e della seducente eloquenza. Se l'errore affrontasse la verità nella sola persona sona de' dotti ed adulti e morigerati, de' forti insomma; anche noi non dubiteremmo della vittoria di questa. Ma esso va ad assaltarla nella persona de' deboli, vale a dire de' popolani, de'giovani, de' magagnati dalle lusinghe del vizio. In costoro la verità, per difetto non suo ma del sog­getto, non ha forze bastevoli da resistere, e soccomberà senza fallo, se non viene protetta dai poteri pubblici, il cui compito principale è appunto la protezione del debole”.

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A fronte di tale attacco che investe un po’ tutti i principi dell’ordine sociale il p. Libratore lamenta la presenza, all’interno del campo di chi ad esso dovrebbe opporsi, di pericolose tendenze al compromesso. Da qui, la critica serrata contro il ‘cattolicesimo liberale’, quella tendenza cioè “a sempre cedere” sostituendo “ai princìpi, gli espedienti”. Essa è la dottrina degli “opportunisti .. che .. si studiano di schivare il nemico .. con …concessioni intese a placare l’avversario mentre in realtà “finiscono per cadergli nelle mani” (p.76).

Non meno incisive sono le critiche del p. Liberatore al moderno concetto di libertà. Con logica stringente, ricorrendo a san Tommaso, egli ricorda che si è veramente liberi solo quando si è padroni delle cause. Poiché invece vi sono molte cose di cui l’uomo non è affatto causa, a cominciare dal proprio essere, dal creato che lo circonda ecc., anche la sua libertà non potrà che essere circoscritta. Invece, “lo spirito rivoluzionario de’ tempi nostri ha pervertito il concetto di libertà … (perché) ... ha voluto che s’intendesse in senso assoluto, quando essa doveva intendersi in senso relativo” (p.80). Ha poi “trasferito la libertà dall’ordine individuale all’ordine politico e nell’uno e nell’altro l’ha concepita come fine a se stessa. Quinci la massima liberalesca che la libertà vuol piena balìa (= potere) come pel bene così pel male. Massima che, al trar de’ conti, viene a distruggere ogni distinzione tra il bene ed il male, e si fonda ultimamente nella negazione di Dio. L’uomo ateo, la società atea è il vero principio da cui quella massima discende” (p.81).

Ne discende che “la libertà voluta dal modernismo è propriamente la libertà del male, l’oppressione del bene.. e .. la società sotto il dominio del modernismo, è una società irrazionale e contro natura” (p.86).

Necessaria conseguenza di tutto ciò è la bruta legge del numero. Poiché infatti, il principio assoluto del ‘modernismo’ non è altro “che la libertà stessa indipendente degli individui .. che produce dissenso, non c’è altro mezzo per trovare in essa un principio di unità (e per) produrre un arbitrario consenso, (che ricorrere) alla prevalenza del numero … Ma il numero come tale non da che la forza ... La forza dunque e l’arbitrio, in luogo del diritto e della ragione debbono diventare il principio governativo della società (pp.88). Ė questa dunque –e non altra- per il p. Liberatore la necessaria conseguenza di quella modernità che invece, a parole, affermava di voler rivendicare la massima dignità dell’uomo.

Per chiudere, si può solo aggiungere che il p. Liberatore ebbe anche il dono di uno stile piano, facile e ragionato, per cui, al di là di certi inevitabili arcaismi, le sue pagine scorrono agevolmente e rendono gustosa la lettura.

Andrea Gasperini

1 I numeri di pagina senza altra indicazione si riferiscono al saggio recensito

Argomento: Fede e ragione

Sinodo sopravvalutato. Nella Chiesa c'è prima di tutto una crisi di fede

È ciò che sostiene il cardinale africano Robert Sarah nel suo libro "Dio o niente" e nella discussione che ne è seguita. In esclusiva l'anticipazione di un suo intervento, sul prossimo numero de "L'Homme Nouveau"

di Sandro Magister

Argomento: Fede e ragione

Vita, famiglia e società: tra bioetica e Dottrina Sociale della Chiesa

Osservatorio Van Thuân, 10/09/2015 (n.615) (fonte: www.bastabugie.it)

Cosa sta avvenendo? A mio avviso si sta compiendo una completa istituzionalizzazione della perversione. Non do a questo termine un significato primariamente morale, anche se il suo fine ultimo è certamente morale, di pervertimento della coscienza umana oltre che dei costumi. Vi assegno un significato primario di tipo metafisico. La perversione è il rifiuto della versione corretta delle cose, il rifiuto del loro ordine e del loro senso e la celebrazione del loro dis-ordine e del loro contro-senso.
La perversione morale è sempre esistita. Ma oggi si assiste ad un fatto radicalmente nuovo. Come racconta Dostoevski ne I Démoni, la perversione deve diventare un diritto, il "diritto al disonore". La perversione viene così programmata, elargita, esigita, rimborsata fiscalmente.

Argomento: Fede e ragione

GIACOMO BIFFI: PENSIERI LIBERI DI UN GRANDE UOMO DI CHIESA – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 16 luglio 2015

La morte dell’ottantasettenne cardinale-arcivescovo emerito di Bologna (milanese di nascita e di spirito), avvenuta l’11 luglio alle 2.30, ci ha spinto a ritrovare una parte della sua numerosa pubblicistica, di forte stimolo per il cristiano (e non solo) che voglia vivere la propria testimonianza nelle difficili contingenze attuali. Per ricordarlo secondo verità non c’è modo migliore che riproporre alcuni (pochi) passi dei suoi scritti, attuali come non mai.

Argomento: Fede e ragione

#Gender: la profezia di Chesterton

Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
martedì 5 maggio 2015
Riflessioni attuali – o forse inattuali, visto il clima culturale nel quale siamo immersi.

“Sebbene abbia affidato questa terra a Nostra Signora,
che mi aiutò ad Athelney,
sebbene non esistano alberi più maestosi,
prati più rigogliosi e colline più serene
di quelli del giardino della Madre di Dio,
tra la riva del Tamigi ed il mare,

so che anche lì le erbacce attecchiranno
più in fretta di quanto possiamo bruciarle;
e sebbene essi vaghino e si disperdano,
tra molti secoli, tristi e lenti,
– io ho una visione – io so
che i pagani ritorneranno
.

Argomento: Fede e ragione

Il libro. Giovanni Fausti
Albania, dialogo di un martire
Laura Badaracchi
Avvenire 21 febbraio 2015
Un'attualissima raccolta di scritti sulla «conoscenza reciproca» fra cristianesimo e islam del gesuita Giovanni Fausti, missionario ucciso per la fede dal regime comunista «È la carità l'unico vero segno che distingue i discepoli di Cristo»

Argomento: Fede e ragione

IL CATTOLICESIMO PRODUCE EVASORI? NIENT’AFFATTO. ED E’ ANZITUTTO LO STATO CHE VIOLA IL PATTO SOCIALE

Rossella Orlandi, il nuovo direttore dell’Agenzia delle entrate, ha esordito con una gaffe: “In Italia sanatorie, scudi, condoni, sono pane quotidiano. Siamo un paese a forte matrice cattolica, abituato a fare peccato e ad avere l’assoluzione”.

Parole che hanno indignato “Libero” e suscitato l’ovvia reazione dei cattolici a cui ha dato voce “Avvenire”. E proprio con una lettera al quotidiano dei vescovi la Orlandi si è scusata per la “battuta ironica”, spiegando che “era indirizzata a tutti coloro che non rispettano le leggi ma confidano sempre in una sanatoria o in un condono per espiare i propri comportamenti scorretti. Nessun riferimento, quindi, ai princìpi solidaristici della cultura cattolica che hanno sempre ispirato i miei comportamenti e la mia vita. Mi scuso se le mie parole possano aver creato fraintendimenti o aver urtato la sensibilità di qualcuno”.

Argomento: Fede e ragione

I MONDIALI DI CALCIO SECONDO RATZINGER. ALLA RICERCA DEL PARADISO NEL CAMPO DI CALCIO. E POI LEOPARDI, AGOSTINO, KEROUAC, MARSHALL E IL GIOVANOTTO CHE BUSSA AL BORDELLO…

di Antonio Socci

Da “Libero”, 15 giugno 2014

La febbre planetaria dei Mondiali di calcio è un fenomeno che nessuno sa spiegare.

Il banale conformista celebrerà l’evento come la solita festa della fraternità, con la retorica dell’agonismo leale, del dialogo fra i popoli, contro il razzismo e la guerra (tutti gli slogan grigi del politically correct).

Il moralista col birignao – che è l’altra faccia del banale conformista e a volte pure la stessa persona – lamenterà la superficialità di un mondo che – con tutti i problemi che ha – impazzisce per il calcio, poi dirà che il calcio è l’oppio dei popoli e s’indignerà per tutti i miliardi spesi mentre la gente (pure in Brasile) muore di fame.

Tutto vero, ma anche tutto ovvio, noioso e superficiale.

Però, grazie al Cielo, nel mondo accade a volte il miracolo, accade che ci sia qualche vero poeta o perfino un profeta, un genio di quelli che vedono la profondità delle cose e colgono l’oceano nella goccia d’acqua e l’eterno nell’istante.

Argomento: Fede e ragione

Chiesa sotto processo. La parola alla difesa

Le si imputa di essere intollerante e violenta, in nome di Dio. Ma un documento della commissione teologica internazionale ribalta l'accusa. È la dittatura del relativismo a voler bandire la fede dal consorzio civile

di Sandro Magister

Argomento: Fede e ragione

Corrispondenza Romana  11-12-13

Scienziati in tonaca di Agnoli e Bartelloni

(di Cristina Siccardi) Il Cristianesimo ha portato progresso scientifico e benessere materiale ovunque: là dove la ragione si è sposata alla Fede si è creato un tessuto civile idoneo al miglioramento di tutte le condizioni della vita, sia quella morale, che culturale, che scientifica, che produttiva. Là dove la Verità viene seminata e recepita, la bellezza trova la sua giusta dimora nelle arti e, quindi, la civiltà occidentale ha reso possibile lo sviluppo intellettivo e creativo dei popoli.

Argomento: Fede e ragione

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