Totus tuus network: Teorie di genere - omosessualismo

Cerca in questo argomento:   
[ Vai in Home | Seleziona un nuovo argomento ]

  Immagine blasfema della Madonna sul sito di Gay.it scatena l’indignazione in rete

 

 Non occorre fare grandi ricerche, per sapere cosa voglia dire «blasfemo». Il dizionario Garzanti specifica indicare tutto quanto «offenda con parole o atti ciò che per altri è divino o sacro». E propone come sinonimi «empio, sacrilego».

Ora, raffigurare la Madre di Dio con le fattezze di un organo genitale femminile corrisponde con piena evidenza a tale definizione. E questo è quanto vergognosamente proposto da Gay.it prima sul proprio profilo Facebook, poi sul sito, scatenando una raffica di reazioni ovviamente di indignazione e condanna nei confronti di quest’ennesima, volgare provocazione cristianofobica.

Così capita che gli stessi sempre pronti a strillare contro qualsiasi rilievo, vero o presunto, venga mosso alla loro condizione, si scoprano improvvisamente tanto ingenui da non cogliere cosa d’offensivo possa esservi nel raffigurare in simili fattezze la Madonna di Guadalupe, al punto da inventarsi su questo addirittura un “sondaggio”. Peraltro riferito non ad un’icona qualsiasi, bensì all’unica ritenuta persino dalla scienza non realizzata da mani umane: né un disegno, né una pittura, quindi particolarmente venerata e cara al popolo cattolico indio ed ai fedeli di tutto il mondo.

Fa chiaramente parte del gioco inventarsi, con grottesche acrobazie, caricaturali spiegazioni dalle velleitarie pretese artistiche all’oscena illustrazione: così ecco individuare nel «sesso femminile», rievocato dalla «mandorla» un «simbolo di nascita e fertilità», ignorando come esso non sia assolutamente da ricercarsi lì, bensì nei fiocchi della tunica all’altezza del ventre, richiamo tipico della cultura indigena; ignorando come la «mandorla» non sia quanto da loro “immaginato”, bensì il sole, la luce da cui si irradiano cento raggi, che illuminano tutto il Creato.

L’empia foto proposta è stata peraltro copiata dal gruppo Facebook delle ultrafemministe «antipatriarcali», un nome che è tutto un programma. Gay.it conclude, sostenendo che, in ogni caso, mettere «in moto il pensiero» sia «sempre un bene». Non è detto: dipende da quel che vi sia (o manchi) nella testa…

(M.F. per Corrispondenza Romana del 30/08/2016)

Gli 8 miti della propaganda omo-transgender

di Rodolfo de Mattei, per Osservatoriogender.it del 29 agosto

 

Il 19 agosto il quotidiano online statunitense “Accuracy in Media”, che si propone di monitorare scrupolosamente l’attendibilità e la serietà dell’enorme ed incessante flusso di notizie messo in circolo dal mainstream mediatico, ha pubblicato un interessante e documentato report, dal titolo Media Myths of the Homosexual-Transgender Agenda, del giornalista Peter LaBarbera presidente dell’associazione “Americans for Truth about Homosexuality” (AFTAH).

Obiettivo della relazione, come chiarisce l’autore nella premessa, è quello di esporre e smontare i principali miti e luoghi comuni esistenti attorno al tema dell’omosessualità, evidenziandone la debolezza e inconsistenza intrinseca.


Tali, oramai annose, bugie sono infatti divenute, con il tempo, dei veri e propri miti propagandistici finalizzati, grazie al supporto dei media e della potentissima lobby omo-transgender, a dare una spinta propulsiva alla sempre più fitta e prepotente agenda LGBT.

L’AGENDA OMO-TRANSGENDER

LaBarbera elenca, uno ad uno, i punti programmatici di tale rivoluzionaria agenda statunitense dalla portata globale:

  • Riscossione di multe salate per punire i cristiani e i tradizionalisti che si rifiutano di partecipare con la loro attività imprenditoriale ai “matrimoni” omosessuali;

  • Criminalizzazione della terapia di cambiamento pro-etero per i minori sessualmente confusi;

  • Utilizzo del governo per costringere le scuole e le imprese a consentire che “transgender” –  uomini che pensano di essere donne – di utilizzare i bagni e gli spogliatoi riservati al pubblico femminile (di sesso opposto);

  • Utilizzo delle leggi LGBT  “di non discriminazione” per obbligare le scuole pubbliche e le imprese a punire chi non aderisce al linguaggio politicamente corretto in stile transgender-inclusive come l’utilizzo di “Zir” invece di “lei”. New York City ora chiede il “rispetto” di 31 “identità di genere”, tra cui “genderqueer”, “terzo sesso” e “pangender”;

  • Utilizzo dei fondi dei contribuenti per terrificanti sfiguramenti di corpi presentati come “interventi chirurgici di riassegnazione del sesso”, per esempio, l’intervento su una donna di rimozione chirurgica dei seni perfettamente sani per farle avere un seno piatto che la faccia assomigliare ad un uomo, o, all’opposto, un uomo che si distrugge chirurgicamente i propri organi genitali per realizzare un improbabile organo femminile;

  • Accettazione delle persone transessuali nell’esercito degli Stati Uniti, pagamento dei loro distruttivi “interventi chirurgici” di cambiamento di genere in nome dell’ “assistenza sanitaria”;

  • Incoraggiamento dei giovani ad adottare l’ “identità di genere” del sesso opposto, arrivando al punto di incoraggiare i minori a prendere ormoni per arrestare i fisiologici cambiamenti della pubertà, in un futile tentativo di “diventare” poi un domani, una volta maggiorenni, del sesso opposto, o peggio: permettere a ragazzi e ragazze minorenni di mutilare chirurgicamente i propri organi sessuali al fine di apparire del sesso opposto;

  • Insegnamento ai bambini molto piccoli, anche quelli dell’asilo, ad accettare l’omosessualità e l’idea radicale “transgender” che si possa scegliere una “identità di genere” che non corrisponde al proprio sesso biologico.

La propaganda gender è stata, e continua ad essere, così massiva e martellante da trasformare a suo favore la percezione dell’opinione pubblica nei confronti del fenomeno omosessuale. A questo proposito, il presidente di AFTAH ricorda come un sondaggio “Gallup” del 2011 abbia riscontrato che l’americano medio “ritiene” che i gay siano la spropositata cifra del 25% della popolazione, un fantomatico dato che arriva addirittura al 30% nella fascia delle donne sotto i 30 anni.

In realtà, la percentuale effettiva di uomini omosessuali, lesbiche e bisessuali nella popolazione degli Stati Uniti è solo del 2,3%.

Vediamo quali sono i principali miti, divenuti delle vere e proprie leggende globali, che hanno favorito la prepotente ed impetuosa avanzata dell’agenda gender:

MITO 1 – Gli omosessuali sono il 10% della popolazione americana

Il mito del “10%” è un vero e proprio cavallo di battaglia della propaganda omosessualista. Che il 10% della popolazione americana sia omosessuale è infatti una delle rivendicazioni di lotta di più lunga durata dell’attivismo gay. La Barbera chiarisce come tale dato immaginario sia stato messo in circolo alla fine del 1970 da Bruce Voeller, fondatore del National Gay Task Force (predecessore dell’odierna  National LGBTQ Task Force), accompagnato dall’ingannevole slogan, “We Are Everywhere“.

“Così, proprio mentre i militanti “gay” facevano pressioni e boicottaggi nei confronti dei professionisti statunitensi della salute mentale per rimuovere l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali, nel 1973, essi hanno amplificato a dismisura la quota della popolazione omosessuale al fine di rendere ancora più “impellenti” e necessarie le loro richieste”.

Una politica mistificatoria che si è avvalsa del pieno e decisivo appoggio dei mezzi di comunicazione pronti a diffondere tale assurdo ed fantasioso dato statistico.

“Per decenni i giornalisti americani hanno fatto riferimento a tale affermazione del 10% – frutto di una lettura errata degli screditaty “Report” del sessuologo statunitense Alfred Kinsey. Il mito del 10 % ha raggiunto il suo scopo di dare un enorme forza politica alle istanze “gay” quando il movimento era ancora debole”.

I dati reali ovviamente dicono tutt’altro. Successivi, seri e più approfonditi, studi hanno stimato infatti una cifra totale della popolazione omosessuale-bisessuale inferiore al 5%.

“Nel 2014, un vasto sondaggio condotto dal Federal National Center for Health Statistics che ha coinvolto 35.557 americani ha inferto un colpo mortale alla tesi del 10%. I risultati dell’ampia indagine hanno infatti riscontrato che solo l’1,6 %  degli intervistati si è identificato come “gay o lesbica”, mentre lo 0,7% ha affermato di essere “bisessuale.” Nel 2011, l’organizzazione LGBT Williams Institute dell’UCLA ha stimato che lo 0,3% della popolazione si identifica come transgender. Dunque, combinando insieme tali dati, tra omosessuali, bisessuali e transgender in America siamo intorno al 3%”

Il mito “nato gay” è popolare ancora oggi

Il costante bombardamento mediatico riguardo la “bellezza” e “normalità” omosessuale sembra, purtroppo, dare i suoi amari frutti. Nonostante i dati scientifici evidenzino il contrario, circa la metà degli americani intervistati crede infatti ancora che gli omosessuali siano “nati in quel modo”. Ad attestarlo è un sondaggio Gallup del 2015.

Come riporta LaBarbera:

“Gallup ha condotto interviste, su questo ed altri temi omosessuali ogni anno a partire dal 1977. Il primo anno, nel lontano 1977, solo il 13% degli americani credeva che le persone fossero “nate omosessuali”, mentre il 56 % chiamava in causa “l’educazione e l’ambiente” di una persona come i principali fattori determinanti. Nello spazio di poco di meno di 40 anni i risultati si sono completamente invertiti. Il sondaggio condotto nel 2013 ha infatti registrato la cifra record di 51% degli intervistati che ritiene gli omosessuali siano nati con l’inclinazione verso persone dello stesso sesso, e dall’altra parte il record minimo del 30% ha citato i fattori ambientali”.

“Tali dati – conclude il presidente di AFTAH – mostrano l’enorme e soffocante potere dei media nel manipolare ed indirizzare il dibattito “gay”. Ora gli stessi mezzi stanno lavorando incessantemente per “sdoganare” anche il transgenderismo presentato anch’esso come una “normalissima” condizione innata”.

MITO 2 – “Gay si nasce”

Un altro dei miti, per tanto tempo, maggiormente in voga  nell’attivismo “gay” è l’idea che gli omosessuali siano “nati in quel modo”, secondo il noto slogan “omosessuali si nasce”.  Tale narrazione di comodo – fondata su di un’errata concezione del concetto di “natura” ed alimentata per anni dalle lobby LGBT – serve, nota sempre LaBarbera, ad eludere la “questione morale” dal dibattito omosessuale,

“suggerendo che gli omosessuali non sono responsabili per i loro comportamenti sessuali, perché ‘essere gay’ è una parte genetica di ‘chi sono'”.

Ma anche riguardo il presunto “innatismo omosessuale”, il presidente di AFTAH sottolinea come questo sia ormai divenuto un’idea quasi fuori moda dopo che, malgrado il grande impegno profuso in tal senso, non si sia mai trovata alcuna prova scientifica che attesti l’origine genetica dell’omosessualità.

Negli anni ’90, parlare di un “gene gay” era di gran moda dopo che l’allora ricercatore omosessuale Dean Hamer aveva pubblicato nel 1993 sulla rivista ‘Science’ uno studio sbandierato dai media che pretendeva di aver individuato un “marcatore genetico” per l’orientamento omosessuale dei maschi. Tuttavia, ‘Science’ non riuscì a replicare il proprio studio, e anche altri tentativi analoghi fallirono. Ora l’omosessualità genetica non è più in voga, nonostante la possibilità dell’esistenza di un “gene gay” ecciti ancora i giornalisti”.

A proposito della forsennata caccia al “gene gay”, LaBarbera osserva come il più grave colpo alla teoria dell’ “innatismo gay” sia arrivato, come un boomerang, dagli studi sui gemelli omozigoti. Tali ricerche, in origine utilizzate per promuovere l’idea dell’omosessualità innata, sono oggi infatti ritenute, con un generale consenso della comunità scientifica, le prove provate dimostranti il contrario.

A conferma di ciò, esistono almeno otto importanti studi scientifici condotti su gemelli identici in Australia, Stati Uniti, e in Scandinavia, durante gli ultimi due decenni che mostrano come gli omosessuali non sono nati omosessuali.

Il dr. Neil Whitehead, uno dei principali ricercatori in tutto il mondo sul tema, ha dichiarato al sito web OrthodoxNet.com

“Da sei studi (2000-2011): se un gemello identico ha attrazione verso lo stesso sesso le probabilità che il co-gemello abbia la stessa attrazione, sono solo circa dell’11% per gli uomini e del 14% per le donne. (…) Dal momento che hanno il DNA identico [la concordanza sull’orientamento sessuale ] dovrebbe essere al 100%”.

Per approfondire il tema del “gene gay” l’Osservatorio Gender lo ha già  ampiamente trattato qui nell’articolo Gay si nasce o si diventa ? e qui Gene gay?: “Gayburg” e le ipocrisie della comunità LGBTQ.

MITO 3 – I traumi infantili non c’entrano nulla

Se “gay si nasce” tutti gli eventi e gli accadimenti esterni non c’entrano nulla, perfino se si tratta di traumi dell’infanzia. Tuttavia, LaBarbera mette in luce come alcuni studiosi abbiano recentemente sottolineato il nesso esistente tra “abusi infantili” e omosessualità adulta. Il presidente di AFTAH osserva infatti come alcuni ricercatori abbiano, negli ultimi tempi, portato avanti delle teorie alternative che collegano lo sviluppo dell’identità omosessuale adulta ai traumi infantili subiti, come, l’incesto tra gemelli o le molestie su minori.

Uno studio del 2015 condotto da Keith Beard e pubblicato sulla rivista “Cogent Psychology” ha rilevato che,

“l’incesto omosessuale tra fratelli o sorelle aumenta significativamente la probabilità che i partecipanti, una volta adulti, si auto-identifichino come gay, lesbiche, bisessuali, o mettano in discussione la propria sessualità”.

A questo proposito, il presidente di AFTAH sottolinea come due importanti personaggi televisivi americani, apertamente omosessuali, il giornalista della CNN Don Lemon e Thomas Roberts della MSNBC’s, abbiano un comune passato di abusi infantili.

 MITO 4 – Gli omosessuali non possono cambiare

Come più volte riportato dall‘Osservatorio Gender, gli Stati Uniti di Barack Obama hanno dato, negli ultimi tempi, una spinta decisiva al processo di omosessualizzazione globale. L’impegno profuso e i risultati raggiunti sono stati tali che la popolare rivista statunitense LGBT, “Out” ha incoronato Obama ad “alleato dell’anno” nella sua quotidiana battaglia per gli pseudo “diritti” omosessuali.

Tra le tante attività, una delle più devastanti e inaccettabili campagne pro-LGBT condotte dall‘amministrazione Obama è stata quella finalizzata a mettere al bando le cosiddette “terapie riparative”, obbligando le persone con tendenze omosessuali ad accogliere forzatamente tali pulsioni senza alcuna possibilità di via di uscita.

Come osserva LaBarbera, non vi è infatti

“verità disprezzata e rifiutata dagli attivisti omosessuali quanto la semplice realtà che le persone che hanno vissuto come “gay” o lesbiche (o “transgender”) possono cambiare e vivere onorevolmente secondo il naturale scopo creato per i loro corpi da Dio. Gli attivisti omosessuali che continuano ad affermare che le persone non possono cambiare il loro “orientamento sessuale” – ignorano le molte testimonianze di persone come Stephen Black and Dr. Rosaria Butterfield che hanno superato e vinto l’istinto dell’omosessualità nella loro vita”.

Ora le lobbies pro-omosessuali, assieme ad altri alleati come il Southern Poverty Law Center, presentati erroneamente dai media come un “gruppo per i diritti civili”, hanno alzato l’asticella delle rivendicazioni, chiedendo che le leggi statali e nazionali vietino del tutto le terapia riparative rivolti ai minori.

Tali leggi anti-libertà continua La Barbera –  oggi esistono in California, Oregon, New Jersey, Illinois, Vermont e nel Distretto di Columbia. Il presidente Obama ha approvato un progetto di legge federale progettato per vietare cosiddetta terapia di “conversione” (cambiamento) per i minori. Questa legislazione altamente pericolosa vorrebbe limitare la libertà dei genitori e dei figli, tra cui quelli vittime di predatori omosessuali a perseguire il sano cambiamento che desiderano”.

MITO 5 – E’ possibile “riassegnare il sesso” in sala operatoria

Negli Stati Uniti si vanno diffondendo centri medici attrezzati per le operazioni chirurgiche di cambio di sesso, presentate con la definizione più soft e politically correct di “riassegnazione di sesso“, a sottolineare la possibilità di ri-assegnarsi autonomamente il sesso, secondo le proprie mutevoli e soggettive percezioni. In tal senso, il presidente di AFTAH racconta la storia di Walt Heyer, un ex transessuale che si è sottoposto ad un intervento chirurgico di “riassegnazione di sesso” da maschio femmina per diventare il suo alter ego femminile ( “Laura”).

“Heyer, sottolinea LaBarbera, non era “nato transgender”, quanto vittima di alcune tragiche circostanze di infanzia, tra cui una nonna che lo vestiva in costume da donna quando era ancora un ragazzino. Ora ha riacquistato la sua identità maschile naturale e incoraggia gli uomini dal sesso confuso di non sottoporsi a radicali operazioni e terapie ormonali per inseguire una mera fantasia”.

Heyer è oggi diventato un formidabile testimone contro l’ideologia transgender, scrivendo un interessante libro, Paper Genders. Il mito del cambiamento di sesso (SuGarco 2013), riguardo la propria esperienza in cui riporta, tra l’altro, l’autorevole testimonianza del noto dottor Paul McHugh, Professore di Psichiatria presso la Johns Hopkins University School of Medicine, che, dopo aver attentamente studiato i risultati degli uomini che si erano sottoposti ad interventi di “cambio di sesso” rispetto a coloro che non non lo avevano fatto, ha messo fine al programma “riassegnazione chirurgica del sesso” dell’università.

Una drastica ma convinta decisone così illustrata dallo stesso McHugh nel 2014:

“La maggior parte dei pazienti trattati chirurgicamente avevano affermato di essere ‘soddisfatti’ dei risultati, ma i loro successivi adeguamenti psico-sociali non erano migliori di quelli di coloro che non si erano sottoposti ad intervento chirurgico. E così che alla Hopkins abbiamo smesso di fare chirurgia per cambiare sesso, dal momento che la produzione di un ‘soddisfatto’, ma ancora turbato paziente ci è sembrata una ragione insufficiente per amputare chirurgicamente organi normali”.

MITO 6 – Gli ormoni ritardanti la pubertà aiutano i bambini “confusi”

Il dr. McHugh dedica la sua critica più veemente ai medici che vestono i panni dei “guru transgender“, pretendendo di imporre tali radicali interventi chirurgici di cambio di sesso a giovanissimi e adolescenti dall’identità sessuale confusa. In realtà, essi si illudono di poter migliorare con un semplice intervento chirurgico quello che è, principalmente, un assai complesso problema psicologico:

“Un altro sottogruppo è costituito da giovani uomini e donne suscettibili alla suggestione che ‘è tutto normale’ (…). Questi sono gli aspetti transgender più simili a quelli dei pazienti affetti da anoressia nervosa: si persuadono che la ricerca di un cambiamento fisico drastico metterà fine ai loro problemi psico-sociali. I consiglieri della “diversità” nelle loro scuole, un po’ come i leader di una setta, possono incoraggiare questi giovani a prendere le distanze dalle loro famiglie, offrendogli consigli su come confutare gli argomenti contro un intervento chirurgico transgender. I trattamenti qui devono iniziare con la rimozione del giovane dall’ambiente suggestivo, offrendogli un contro-messaggio alla terapia familiare”.

In particolare il drMcHugh punta il dito contro i folli trattamenti ormonali, finalizzati a ritardare lo sviluppo della pubertà dei bambini incerti sul proprio “genere” sessuale, mettendo in guardia riguardo le drammatiche conseguenze a cui vanno incontro i bambini sottoposti a tali criminali terapie:

“Poi c’è il sottogruppo dei giovanissimi, spesso bambini in età prepuberale che notano ruoli sessuali distinti nella cultura e, esplorando come potrebbe essere assumerli, iniziano ad imitare il sesso opposto. Dottori sviati presso alcuni centri medici, tra cui il Boston’s Children’s Hospital, hanno cominciato cercando di trattare questo comportamento attraverso la somministrazione di ormoni ritardanti la pubertà al fine di rendere i futuri interventi chirurgici di cambiamento di sesso meno onerosi, nonostante tali farmaci comportino l’arresto della crescita dei bambini e il rischio di causare la sterilità. Dato che quasi l’80 per cento di questi bambini abbandonerebbe tale confusione di genere e crescerebbe naturalmente nella vita adulta se non fossero sottoposti a trattamenti, questi interventi medici si avvicinano a degli abusi sui minori. (…)“.

Facendo tesoro dei moniti del Dr. McHugh, l’ “American College of Pediatricians“, un’organizzazione di pediatri che cerca di contrastare l’ideologico operato della più nota, e soprattutto potente, “American Academy of Pediatricians“, apertamente pro-LGBT, ha recentemente pubblicato un importante documento di denuncia, “Gender Ideology Harms Children”, che, come riportato da LaBarbera, include tra i suoi punti:

  • La pubertà non è una malattia e gli ormoni bloccanti la pubertà possono essere pericolosi …

  • Secondo il DSM-V (manuale diagnostico dell’APA per i disturbi mentali) ben il 98% dei ragazzi e l’88% delle ragazze sessualmente confusi alla fine accettano il loro sesso biologico dopo aver attraversato naturalmente la fase della pubertà;

  • I bambini che fanno uso di bloccanti della pubertà per identificarsi con l’altro sesso dovranno assumere ormoni cross-sessuali nella tarda adolescenza. Gli ormoni cross-sessuali (testosterone ed estrogeni) sono associati a pericolosi rischi per la salute incluso ma non limitato alla pressione alta, coaguli di sangue, ictus e cancro;

  • I tassi di suicidio sono 20 volte maggiori tra gli adulti che fanno uso di ormoni cross-sessuali e sono sottoposti a chirurgia di cambiamento di sesso, anche in Svezia, che è tra i paesi a maggior tasso di affermazione LGBTQ;

  • Condizionare i bambini a credere che una vita di rappresentazione chimica e chirurgica del sesso opposto è normale e sana costituisce abuso sui minori.

Recentemente, come riportato qui dall’Osservatorio Gender, le due principali associazioni pediatriche statunitensi si sono affrontate pubblicamente attraverso la messa online di due interessanti e contrapposti documenti sul fenomeno della cosiddetta “disforia di genere”.

MITO 7 – I figli di persone omosessuali e transgender non soffrono

Un altro ricorrente mito della propaganda omosessualista recita che non vi è “nessuna differenza” tra le famiglie omosessuali e quale normali, composte da mamme e papà, arrivando, in alcuni casi, ad affermare che la genitorialità “gay” sarebbe addirittura superiore a quella normale . Ma ancora una volta, la realtà racconta tutta un’altra storia.

A tale proposito, LaBarbera riporta quanto scritto dall’analista statunitense dell’Heritage Foundation Jamie Bryan Hall, che ha studiato l’opera del professore di sociologia Dr. Paul Sullins della Catholic University.

Sullins, che ha analizzato attentamente i dati del sondaggio federale National Health Interview dal 1997 al 2013, come scrive Hall, è arrivato a conclusioni opposte:

“(..) il dottor Sullins ha riscontrato che i figli di genitori in relazioni omosessuali hanno risultati significativamente peggiori rispetto a quelli dei genitori di sesso opposto su 9 delle 12 misure riguardo i problemi emotivi o di sviluppo e il loro uso del trattamento di salute mentale. In generale, i figli di genitori in relazioni omosessuali hanno circa due o tre volte di più la probabilità di avere tali problemi. Nella sua più ampia analisi statistica, in cui prende anche in considerazione la stabilità della relazione, la stigmatizzazione e il disagio psicologico dei genitori, Sullins nota che la prevalenza di problemi emotivi tra i bambini che vivono con genitori dello stesso sesso è 4,5 volte più alta tra i bambini che vivono con i loro genitori biologici sposati, 3 volte maggiore nei bambini che vivono con un genitore acquisito sposato, 2,5 volte più elevato di quelli con i genitori conviventi, e 3 volte di più nei bambini con un solo genitore”.

A proposito di famiglie normali e omosessuali segnaliamo questi 3 articoli pubblicati sull’Osservatorio Gender dedicati ad uno dei massimi esperti sul tema, il sociologo statunitense Mark Regnerus: Regnerus: i dati ci dicono che per i bambini è meglio crescere con mamma e papàMark Regnerus, studioso serio ed onesto contro il “gender diktat” globaleIntervista a Mark Regnerus: “Stati Uniti, Gran Bretagna Canada promuovono una società de-sessuata”.

MITO 8 – L’omosessualità non causa alcun problema di salute

Un’altra delle affermazioni che la comunità LGBT respinge con maggior forza è il rapporto tra comportamenti omosessuali e gravi problemi di salute. A tale proposito, il presidente di AFTAH sottolinea come quanto scritto dal dottor Sullins nel 2004 sia tutt’oggi vero:

“Come l’aborto, l’omosessualità è associata ad un aumento dei problemi di salute mentale e di angoscia. Anche se raramente riconosciuto sui media popolari o nei discorsi pubblici, l’emergere di evidenze epidemiologiche negli ultimi dieci anni ha chiaramente stabilito un legame tra l’omosessualità e la malattia mentale o problemi emotivi”.

In tema di omosessualità e salute, LaBarbera denuncia la scellerata campagna dell’amministrazione Obama per consentire agli omosessuali maschi di poter donare il sangue, evidenziando come la spregiudicata lobby LGBT sia disposta a tutto pur di raggiungere i propri ideologici obiettivi:

“la lobby LGBT è più preoccupata di segnare un altro score nei “diritti dei gay” piuttosto che di proteggere la fornitura di sangue della nostra nazione. È come se le migliaia di storie nel corso degli ultimi decenni, comprese quelli riguardanti la crisi dell’AIDS, che ha mostrato l’elevata correlazione tra “uomini che fanno sesso con altri uomini” (MSM) e varie malattie, non fossero mai state pubblicate”.

A riguardo, LaBarbera riporta i dati circa la relazione tra omosessualità e salute, messi a disposizione dai “Centers for Disease Control” (CDC):

  • HIV – Nel 2011, un sorprendente 94-95% dei nuovi casi di HIV tra i maschi di età dai 13 ai 24 anni sono stati collegati a MSM (Men who have Sex with Men).

  • Sifilide – Nel 2012, l’84% dei nuovi casi di sifilide sono stati collegati a MSM (Men who have Sex with Men) facendo della sifilide la nuova “malattia gay”.

  • Hepatitis – “Una nuova ricerca dimostra che gli uomini gay che sono positivi all’HIV ed hanno più partner sessuali possono aumentare il loro rischio per l’epatite C.”

  • Shigellosis– “Chiunque può contrarre la Shigellosis, ma è riscontrata più spesso nei bambini piccoli. Quelli che possono essere maggiormente a rischio sono i bambini in asili nido, i viaggiatori stranieri in alcuni paesi, le persone istituzionalizzate e le persone esposte a feci umane attraverso il contatto sessuale”.

Gli elevati e concreti rischi insiti nell’adozione dello stile di vita omosessuale sono stati recentemente denunciati da due eminenti studiosi statunitensi attraverso la pubblicazione di uno degli studi scientifici più rigorosi compiuti finora. A pochi giorni di distanza, è stata la volta del Servizio Sanitario Britannico che ha lanciato l’allarme sifilide per la capitale Londra a causa della sempre maggiore diffusione di disordinate abitudini sessuali. Il report redatto dal Public Health England, ha rilevato come nel 2015 ci sia stato un vero e proprio boom di infezioni, con la malattia diagnosticata a 2.811 londinesi, vale a dire il 56% di tutti i casi dell’Inghilterra, pari a 5.042.(leggi qui l’articolo completo Omosessualità: Londra capitale della sifilide in Europa).

Gli 8 miti qui elencati sono solo alcune della tante menzogne messe in giro dall’attivismo LGBT al fine di raggiungere i propri scopi sovversivi. Se vuoi aiutarci a diffondere la verità e smascherare il piano di omosessualizzazione della nostra società CONDIVIDI QUI questo articolo!

 Gli psichiatri Usa sdoganano la pedofilia, da malattia a “orientamento”

 

 La stampa conservatrice parla già di “mainstreaming della pedofilia”, della sua definitiva normalizzazione. I liberal più militanti esultano per la “destigmatizzazione della pedofilia”.

E’ successo che l’Associazione degli psichiatri americani, una delle più importanti associazioni scientifiche del mondo, ha modificato nel suo ultimo manuale la linea sulla pedofilia: non più “disordine” ma “orientamento” come gli altri. In sostanza, le “attenzioni” degli adulti nei confronti dei bambini non sono più considerate un “disturbo”.

La decisione è stata subito denunciata dall’Associazione della famiglia americana e va a completare un ciclo di ripensamenti della pedofilia cominciato negli anni Cinquanta.

Una sorta di evoluzione linguistica che indica però una trasformazione culturale.
Nel precedente “Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders”, una specie di “bibbia” occidentale per gli psichiatri, il manuale usato per i trattamenti psichiatrici e che si prefigge l’obiettivo di “fornire alla comunità psichiatrica internazionale un linguaggio comune sui disturbi mentali basato sull’evidenza scientifica”, la pedofilia era stata declassata da “malattia” a “disordine”, a un “orientamento sessuale o dichiarazione di preferenza sessuale senza consumazione”.

Adesso l’Apa, a tredici anni di distanza dall’ultima revisione del testo, fa un passo ulteriore: “Come l’Apa dichiarò negli anni Settanta che l’omosessualità era un orientamento sotto la forte pressione degli attivisti omosessuali, così ora sotto la pressione degli attivisti pedofili ha dichiarato che il desiderio sessuale verso i bambini è un orientamento”, denuncia l’Associazione cattolica.

Nel precedente manuale, a cui hanno lavorato oltre mille esperti in psichiatria, psicologia, assistenza sociale, pediatria e neurologia, si considerava “disordine mentale” quello di un molestatore di bambini, se la sua azione “causa sofferenze clinicamente significative o disagi nelle aree sociali, occupazionali o in altri importanti campi”.

La pedofilia viene definita “amore intergenerazionale”. Una trasformazione avvenuta sotto la spinta degli studi di Alfred Kinsey, il guru della rivoluzione sessuale occidentale che ha ispirato molti studi psichiatrici in campo sessuale.
Nel suo secondo “Rapporto” c’è un paragrafo intitolato “Contatti nell’età prepubere con maschi adulti”, nel quale vengono descritti rapporti sessuali tra adulti e bambini: “E’ difficile capire per quale ragione una bambina, a meno che non sia condizionata dall’educazione, dovrebbe turbarsi quando le vengono toccati i genitali, oppure turbarsi vedendo i genitali di altre persone, o nell’avere contatti sessuali ancora più specifici”.

Già nel 1998 il prestigioso Bollettino di psichiatria aveva pubblicato uno studio di tre professori (Bruce Rand della Temple University, Philip Tromovitch della Università della Pennsylvania e Robert Bauserman della Università del Michigan) che per la prima volta ridefinivano l’espressione e il significato di “abuso sessuale sui bambini”.
Si legge nel volume che “questi studi dimostrano che le esperienze sofferte da bambini, sia maschi che femmine, che hanno avuto abusi sessuali sembrano abbastanza moderate. Essi asseriscono inoltre che l’abuso sessuale su un bambino non necessariamente produce conseguenze negative di lunga durata”.
 

Dopo le accuse questa settimana di aver normalizzato la pedofilia, l’Associazione degli psichiatri ha detto che rettificherà il nuovo manuale, distinguendo stavolta fra “pedofilia e disordine pedofiliaco”.
Se la seconda resta una patologia psichiatrica, la prima diventerà “un orientamento normale della sessualità umana”.
Il discrimine è nella mano che accarezza?

Sofismi da parte di chi per anni, nelle aule dei tribunali americani e sui media, ha scatenato la caccia alla chiesa cattolica a suon di psichiatri-testimoni e che adesso considera la pedofilia al pari di ogni altro comportamento sessuale.
D’altronde questa è la forza di chi scrive i manuali scientifici: un disturbo psichiatrico non esiste se non c’è nel manuale degli psichiatri americani.
E’ il potere di scrivere, letteralmente, la realtà.

 

di Giulio Meotti, per Il Foglio

 

 Lo scopo: rivoluzione contro la famiglia. La tattica: infiltrarsi nelle scuole e intimidire chi resiste.

 Un elenco dei progetti pro-gender nelle scuole (cliccare su Leggi tutto in fondo a questa pagina)

Dopo il portale del Governo Renzi per diffondere l'omosessualismo, un esempio

 Nuovi obiettivi per l’associazione Lgbt “RAIN”

 

’associazione RAIN” di Caserta facente parte addirittura della categoria ONLUS, ha da poco eletto i nuovi organi. Fra tutti spicca il nome di Bernardo Diana, che ricoprirà la carica di nuovo presidente, confermando la sua voglia di fare, a partire dalle tante attività che devono esser promesse sul territorio.
Il neo-presidente, che fra l’altro risulta studente presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, lo stesso in cui vengono organizzate le manifestazioni sportive e non contro “omofobia” e “bullismo omofobo”, ha espresso un commento in seguito all’inaspettata elezione:

«Assumere la presidenza di questa associazione mi rende fiero e davvero felice: abbiamo molte attività che bollono in pentola, speriamo di essere all’altezza ed essere pronti per questo periodo post Pride nel quale ci prepariamo per la celebrazione delle prime unioni civili a Caserta»

Nel mirino di tutti come possiamo vedere, ci sono i frutti del ddl Cirinnà, che si estende ora sempre più in ogni città, sotto il presidio degli entusiasti sindaco e delle comunità LGBT locali.

Tra le attività che inizieranno a settembre sono in evidenza lo sportello di assistenza legale, la biblioteca e centro di documentazione di cultura omosessuale e queer, una rassegna cinematografica nonché appuntamenti settimanali di discussione e conoscenza presso la nuova sede che sarà inaugurata in autunno proprio a Caserta. Siamo certi che in tutte queste “belle” attività di formazione sociale vi sarà l’accompagnamento dei partiti, ivi del comune stesso.

_____

Gender: “paradigma etico” o rivoluzione contro la famiglia?

 

L’ideologia gender negli ultimi tempi ha conquistato, rapidamente, spazi sempre più ampi, arrivando a mettere in discussione e a ribaltare concetti elementari e fondamentali del vivere quotidiano di qualsiasi società.

Essa si presenta come un nuovoparadigma etico“. In realtà è una vera rivoluzione morale.
Il fondamento di tale rivoluzione etica è riassumibile nell’espressione “negazione della realtà”.
In tal senso, alla realtà, così come noi la vediamo e la conosciamo, si sostituisce una pura astratta costruzione sociale, priva di alcun carattere stabile e oggettivo. Tutto è lasciato alla illimitata interpretazione del singolo che, in maniera del tutto soggettiva ed autonoma, sarà libero di attribuire, a qualsiasi fatto o cosa, la propria personale ed esclusiva spiegazione.
Da qui discende, in maniera logica e coerente, il rifiuto di ogni limite o confine naturale o morale.

Come ben osserva, infatti, a tal proposito, la Peeters, se il “dato” non esiste, allora le norme e le strutture sociali, politiche, giuridiche, spirituali possono venire decostruite e ricostruite a piacere, secondo le trasformazioni socioculturali del momento e l’assoluto diritto di scelta. Il “diritto di scelta” diviene, dunque, l’intoccabile valore supremo di questa nuova cultura al quale tutto si deve sottoporre e sacrificare.
In tale ottica, il nuovo paradigma prescinde da implicazioni etiche e morali reclamando ed esercitando ogni diritto «contro la legge naturale, contro le tradizioni e contro la rivelazione divina».
Da tale constatazione si evince il carattere distruttivo di questa ideologia che, per affermare se stessa, deve prima fare tabula rasa delle strutture portanti e consolidate della società.

Un altro lucido autore, mons. Michel Schooyans, ricorda come, il sociologo tedesco Max Weber (1864-1920) distingue tra “etica della convinzione” ed “etica della responsabilità”.
La prima, di origine cristiana, impone di sottomettere le proprie azioni alle norme e ai principi morali, anche a costo della propria vita, secondo l’esempio dei profeti, degli eroi e dei santi; ad essa, si contrappone la nuova “etica della responsabilità”,

«l’etica dell’uomo politico che, impegnato in un mondo violento, dovendo salvare la vita e affermare la sua supremazia, non si lascia intralciare da considerazioni sul bene e sul male». Un etica procedurale per la quale, «ciò che è corretto (right) o non corretto (wrong) risulterà da una decisione consensuale, convenzionale, nata – se necessario – da un voto. Una decisione “democratica” sarà una decisione uscita da un voto di maggioranza».

Per la teoria del gender, la famiglia naturale composta da un uomo e da una donna, che costituisce il nucleo primario di formazione dell’uomo, viene considerata come il principale nemico da abbattere.
Essa viene vista come un’istituzione che frena ed ostacola la libera autodeterminazione dell’individuo e, per tale ragione, va combattuta.
All’interno del processo storico descritto dal pensatore brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira si tratta di una Rivoluzione, la Quarta, che punta a distruggere la più importante microsocietà che è la famiglia naturale, dopo aver distrutto o almeno gravemente ferito, la “macrosocietà” politica.

Se i teorici del Sessantotto proclamavano la “morte della famiglia”, gli ideologi del gender celebrano la comparsa di diverse forme di famiglia per proclamare che “tutto è famiglia”: uno slogan astuto e dall’evidente sapore ideologico per dire che “niente è famiglia”. Si tratta di un chiaro stratagemma che, equiparando i diversi modelli di unione, punta a minare l’identità dell’istituto famigliare naturale, svuotandolo della sua peculiarità e specificità.
Le nuove “famiglie” si basano su legami volubili e appaiono come giocattoli, componibili e scomponibili secondo i propri gusti. Una famiglia emancipata dalla natura, costruita a misura dei propri desideri dove la confusione dei ruoli regna sovrana con buona pace dei figli. Un imprudente e letale approccio teorico che, mettendo da parte il giudizio morale, spalanca, potenzialmente, le porte a qualsivoglia tipo di relazione e rapporto. 

(tratto da Gender Diktat. Origini e conseguenze di un’ideologia totalitaria – Rodolfo de Mattei,Solfanelli, Chieti 2014)

_____

Per i progetti pro omosessualismo introdotti surrettiziamente nelle scuole clicca qui.

In questo dossier riportiamo una selezione dei principali progetti e iniziative, applicati nelle scuole italiane o comunque rivolti a studenti o docenti, che si ispirano alla teoria di genere, prodotto dei “gender studies”, o/e alle teorie omosessualiste delle associazioni LGBT. Questeteorie hanno infatti principi e conseguenze comuni e nella pratica spesso si presentano assieme.

Il dossier riguarda principalmente gli anni 2014 – 2016 e non pretende difornireun elenco completo. Sono stati inclusi solo i progettie le iniziative che ci sono stati segnalati ela cui applicazione poteva essere precisamente determinata quanto a data, luogo e contenuti. Spesso il progetto esaminato non si riferiscesoloa unsingolo “caso”, in quanto un progetto è suscettibile di applicazione in più istituti scolastici ein alcune ipotesisi tratta di progetti che hannocoinvolto gran parte del corpo docente, o molteplici scuole, di intere Regioni o Province.

I progettie le iniziativedi questo tipo, con il pretesto di educare all’uguaglianza edi combattere lediscriminazioni, il bullismo, la violenza digenere o i cattivi stereotipi, spesso promuovono: l’equiparazione di ogni orientamento sessuale e di ogni tipo di “famiglia”; la prevalenza dell’ “identità di genere”sul sesso biologico(e la conseguente normalizzazione della transessualità e del transgenderismo); la decostruzione di ogni comportamento o ruolo tipicamente maschile o femminile insinuando chesi tratterebbe sempre di arbitrarie imposizioni culturali; la sessualizzazione precoce dei giovani e dei bambini.

Nella foto a sinistra: Don Alessandro Santoro di Firenze, uno tra i più confusi presbiteri italiani, passato alle cronache per voler lavare i piedi a gay, musulmani, scismatici e trans. E persino al padre di Eluana Englaro.

 

 Se le “nozze”gay sono un diritto, allora lo è anche la poligamia. Parola di Hamza Piccardo

 di Cristiano Lugli, 8 agosto 2016, per Osservatorio Gender

Ci pare interessante segnalare una polemica sopraggiunta nei giorni tra la giunta milanese capitanata dal neo-sindaco Sala e il fondatore dell’Unione delle comunità islamiche (Ucoii) Hamza Piccardo, già portavoce del Coordinamento delle associazioni islamiche milanesi (Cairn).

Dopo i tanti rumors sollevatesi in seguito alle “celebrazioni” delle prime unioni “civili” tra persone dello stesso sesso nella storia di Milano, si è aggiunta quella fra Piccardo e le diversi fazioni politiche comunali e regionali.
 
«Sala celebra le unioni tra coppie di fatto? Se è solo una questione di diritti civili, anche la poligamia lo è. Lo Stato regolamenti le nozze plurime».
 
Così si è espresso il portavoce islamico dal suo profilo Facebook, attirandosi addosso un diluvio di critiche e di insulti, tant’è che verso la fine della giornata anche il primo cittadino milanese ha preso parola su quanto accaduto:

«E’ ora di finirla di attribuire chissà quale vicinanza mia e della mia giunta a Piccardo. Personalmente condivido molto poco del suo pensiero, certamente non le recenti dichiarazioni sulla poligamia. Con il mondo islamico come con ogni comunità della nostra città si dialoga, ma io non ho certo un rapporto privilegiato con il signor Piccardo, proprio no». 

Gli stessi concetti sono stati poi anche ribaditi dall’assessore al welfare, Pierfrancesco Majorino, impegnatissimo nel dialogo coi musulmani per la costruzione di moschee:

«La posizione di Hamza Piccardo è folle. Promuovere la poligamia significa proporre un terribile passo indietro sul piano dei diritti delle donne e sull’idea stessa di relazione tra i generi. Per fortuna non è minimamente all’ordine del giorno». 
 
La vicesegretaria del Pd Debora Serracchiani ha invece parlato della necessità di “idee chiare” e “principi fermi”:
 
 «Ci sono stati secoli di lotte per l’emancipazione della donna che non possono essere certo messi da parte». 
Apertura e tolleranza — ha detto la presidentessa del Friuli Venezia Giulia — sono il segno caratterizzante della nostra cultura, ma non possono spingersi fino a rinnegare se stesse»
 
Anche il Centrodestra non si è risparmiato a mettersi contro Piccardo, da Claderoli alla Santanchè, fino ad arrivare al leader della Lega Nord Matteo Salvini:
 
 «Ma Piccardo torni a casa sua! Capito dove ci portano i buonisti? Dopo le unioni gay ora il governo dovrebbe approvare la poligamia …».
 Pareva ovvio che la bomba mediatica  lanciata dal fondatore dell’Unione delle comunità islamiche avesse come scopo la mera provocazione, pur non dubitando che in realtà sia davvero favorevole alla poligamia, visto che nel Corano viene espressa come cosa buona e giusta:
 
«Nessuno vuole dettare legge. Non si capisce perché una relazione tra adulti edotti e consenzienti possa essere vietata, di più, stigmatizzata e aborrita. Rispetto la laicità dello Stato che per me vuole dire equivicinanza. Non voglio attivare un movimento, però ho buttato una pietra nello stagno, cosi si è creato dibattito».
_____
Nonostante questa sorta di rettifica, e nonostante la nostra presa di posizione assolutamente contraria all’assurdo e strampalato pensiero di Piccardo, qualche critica deve essere volta anche  ai contestatori che abbiamo poc’anzi menzionato.
 
Anzitutto a causa del motivo per cui gli stessi condannano la poligamia, ovvero non tanto il fatto che essa sia assolutamente contraria alle prerogative del matrimonio, sia in quanto Sacramento indissolubile fra uomo e donna, sia in quanto esso necessita preternaturalmente di essere monogamico per adempiere correttamente ai propri fini –  la moltiplicazione della specie umana e il vicendevole amore che può essere garantito solo fra due persone – ma per il superficialissimo motivo che essa disonorerebbe le battaglie per l’emancipazione femminile.
Si può facilmente comprendere come queste motivazioni siano banali e degne di chi pone il progresso al di sopra di ogni cosa.
 
La provocazione del Nostro matura a questo punto un senso: perché se possiamo acconsentire a unioni fra persone dello stesso sesso, consenzienti, snaturando la radice dell’unica e possibile unione che è fra uomo e donna, non possiamo allora permettere che l’amore sia libero e anche regolamentato tramite unione con più persone?
Sembra assurdo, ovviamente ( e lo è! )  ma questo non toglie che se pur le due questioni pargano assolutamente con due facce diverse, facciano comunque parte della stessa medaglia.
 
Se con la poligamia si violenterebbe la natura del matrimonio, la libertà delle donne ed un saldo principio di doverosa fedeltà, abbiamo mai pensato a quanto le unioni “civili” fra persone dello stesso oltraggino la civiltà, scimmiottino il matrimonio e decidano conseguentemente sulla sorte di bambini tanto ignari quanto indifesi?
Forse che questi ultimi non pagherebbero le scelte non volute da loro ritrovandosi a vivere con il papà Marco che molla famiglia per andare a vivere con Luca? 
Forse qualche politico dovrebbe centrare meglio il problema, e capire che non vi è molta differenza sotto sotto fra le due cose.
 

Se “l’amore è amore”, come rintronano i mantra obamiani e renziani, allora si deve recepire che ogni limite potrà e dovrà essere abbattuto.
Ed ecco quel che succede, e ciò che già è successo tramite la rimozione dell’ “obbligo di fedeltà” voluto e passato con il cosiddetto ddl Cirinnà.

Per concludere: fra musulmani ed lgbt scorre o non scorre buon sangue?
La tolleranza secondo i secondi dovrebbe essere alla base di tutto; secondo i primi un po’meno, tuttavia entrambi sembrano combattere per la stessa causa.
Ai posteri l’ardua sentenza.

 Può l’Occidente degli uomini “spornosexual” contrastare l’homo islamicus ?

 di Rodolfo de Mattei per Osservatorio Gender del 15 agosto 2016

 

C’erano una volta i “metrosexual”. L’Huffington Post dedica, a tale proposito, un articolo all’ultima frontiera in fatto di tendenze maschili, raccontando il recente fenomeno degli uomini cosiddetti “spornosexual”, secondo l’ultimo criptico neologismo affibbiato alla sempre meno virile e snaturata categoria maschile.

DAI “METROSEXUAL” AGLI “SPORNOSEXUAL

Il nuovo termine nasce dalla fusione delle espressioni “sports star” e “porn star” ed è stato coniato nel luglio del 2014 dal giornalista inglese, Mark Simpson, che in un articolo per il Telegraph ha definito così il fenomeno dell’aumento degli uomini dediti al fitness esclusivamente per apparire belli, al di là di motivi di salute o di divertimento.

Simpson è lo stesso giornalista che nel 1994 aveva per la prima volta utilizzato, sul quotidiano britannico The Independent, la parola “metrosexual”, un incrocio linguistico tra le parole metro(politan) e (hetero)sexual, per indicare gli uomini provenienti da aree metropolitane caratterizzati da comportamenti simil-femminili, come lo smodato consumo di prodotti cosmetici, la pratica del fitness, l’abbronzatura artificiale, la depilazione del corpo e altri trattamenti estetici o salutistici.

La neo-categoria degli uomini “spornosexual” rappresenta dunque un ulteriore passo verso tale patetica e penosa deriva di de-mascolinizzazione dell’uomo contemporaneo.

Come scrive l’’Huffington Post, gli uomini “spornosexual”:

“Non riescono a raggiungere uno status rilevante, né a livello lavorativo né a livello sociale. Per questo provano a valorizzarsi in un altro modo e scelgono di puntare tutto sul corpo. È questo il fenomeno che coinvolge sempre più uomini che, invece di affrontare la vita, preferiscono correre in bagno davanti allo specchio e farsi selfie a petto nudo”.

IL PROPRIO CORPO COME BRAND

Il fenomeno degli “spornosexual” è stato analizzato e documentato in uno studio britannico, intitolato The Spornosexual: the affective contradictions of male body-work in neoliberal digital culture, condotto dalla University of East Anglia (UEA) e pubblicato sul Journal of Gender Studies.

Tale ricerca mette in luce come, nell’ “austera Gran Bretagna”, i classici e tradizionali percorsi maschili verso il successo e il potere siano stati, negli ultimi anni, abbandonati in favore di nuove inesplorate e improbabili vie che vedono i giovani ossessivamente concentrati sulla cura del proprio corpo fino a farne un vero e proprio social brand da esibire e commercializzare sul web.

Dal crollo finanziario del 2008 – nota l’autore dello studio il dott. Jamie Hakim – si è registrato un netto aumento di giovani che condividono le immagini dei loro corpi a scopo lavorativo sulle moderne piattaforme dei social media:

“L’aumento degli uomini ossessionati dalla palestra e che condividono immagini dei loro corpi perfetti si nota a partire dal 2008 e coincide con l’inizio della crisi. C’è una correlazione tra i due fenomeni: le strategie economiche messe in atto hanno favorito la disuguaglianza e sono state particolarmente ingiuste soprattutto nei confronti di quelli nati dopo il 1980. Prezzi delle case proibitivi, contratti di lavoro non a tempo indeterminato e le tasse hanno favorito l’instaurarsi di un clima di insicurezza”.

Il dott. Hakim ha intervistato tantissimi di questi giovani frequentatori assidui di palestre e proprietari di profili online aggiornati continuamente, osservando come la loro presenza ed attività sui social media sia diventata una delle loro principali “ragioni di vita”:

“Continuano a pubblicare foto perché l’idea di guadagnare del capitale grazie al loro essere ‘spornosexual’ è una delle poche gioie che rimane loro. Questa è solo una risposta al precariato causato dalla crisi”.

“Alcuni di questi profili – continua il dott. Hakim – si sono poi trasformati in brand, attività ben poco vantaggiose, però, dal punto di vista economico: se costa tempo e fatica mantenere un corpo ben allenato e un profilo aggiornato, il guadagno è tutto in termini di soddisfazione personale, nulla di più. Nonostante ciò, non trovando il loro posto nella società corrente o un lavoro soddisfacente, secondo i ricercatori, tali categorie di uomini sono spinte a continuare su questa strada”.

A conferma delle proprie tesi, lo studioso inglese ha dichiarato di aver esaminato i dati provenienti dal principale ente sportivo del Regno Unito, Sport England, che hanno mostrato un significativo aumento, anno dopo anno, tra il 2006 e il 2013, degli iscritti in palestra nella fascia di età dai 16 ai 25 anni. Allo stesso tempo, la società di ricerche di mercato Nielsen ha rilevato un fortissimo aumento, pari al 40%, delle vendite di prodotti nutrizionisti sportivi, utilizzati per eliminare il grasso corporeo e aumentare la massa muscolare, in 10 dei supermercati più grandi della Gran Bretagna.

Parallelamente a ciò, il dottor Hakim ha registrato inoltre una vertiginosa impennata delle vendite dei magazine, rivolti ad un pubblico maschile, riguardanti la salute e la cura del corpo. Tra questi – precisa il medico dell’UEA –  la rivista Men’s Health è diventata uno dei giornali più letti nel 2009 del Regno Unito, arrivando a vendere due volte le copie di GQ, il suo più vicino competitor. Un inedito fenomeno, sintomo di un incredibile ed inquietante escalation di interesse per le immagini di uomini dai petti depilati e dagli addominali scolpiti, riscontrabile anche sui social network dove hanno iniziato a circolare sempre di più hashtag volti a documentare i “progressi” fisici di uomini ossessionati dal fitness.

RIFLESSIONI

La comparsa degli uomini “spornosexual” e lo studio del dott. Hakim suggeriscono alcune spontanee riflessioni.

Tale disastrosa deriva dell’uomo del XXI secolo non è, come afferma lo studio, il risultato del crescente clima di crisi economica e austerità, quanto il logico approdo di una ben più seria e profonda crisi valoriale e morale.
L’uomo “metrosexual” o “spornosexual” è il figlio naturale di una società iper sessualizzata e schizofrenica che rifiuta, per principio, l’esistenza di qualsiasi limite o confine dato.
Una prospettiva ideologica e perversa che pretende di costruire un ibrido uomo nuovo, né maschio né femmina, frutto della mescolanza e fluidità di genere.
Un progetto contro natura che mira a de-costruire l’uomo, svuotandolo della sua mascolinità, negando l’esistenza di confini naturali e biologici invalicabili.

Gli uomini “spornosexual” sono il simbolo emblematico della debolezza e della decadenza di un Occidente fragile e senza identità, sottomesso alla dittatura del relativismo e minacciato dalla sempre più massiccia presenza del vigoroso e fortemente identitario homo islamicus.

 La scienza dice no al “matrimonio” gay

 

Un saggio, quello del dottor Gerard van den Aardweg – psicoterapeuta di fama internazionale, specializzato nel trattamento delle persone omosessuali, smonta le erronee concezioni al momento dominanti (con l’incredibile appoggio di tanti Governi e l’apatia, quando non peggio, della Chiesa cattolica), le quali vogliono far apparire l’omosessualità come un “orientamento sessuale” normale, naturale, che l’individuo, agendo in piena libertà da costrizioni di qualsiasi tipo, dovrebbe solo scoprire in se stesso (La scienza dice “no”. L’inganno del “matrimonio” gay, con un’introduzione del prof. Paolo Pasqualucci, Solfanelli, Chieti 2016, p. 168, € 12).

Lo studioso, forte di mezzo secolo di esperienza sul campo, riporta l’origine dell’omosessualità ad un disturbo mentale, che prende piede soprattutto nel periodo dell’adolescenza, allorché il soggetto che ne è vittima, per una serie di motivi dovuti solo in parte a rapporti squilibrati con uno dei due genitori, si forma complessi di inferiorità, di esclusione, di autocommiserazione, che finiscono con il coinvolgere la percezione della sua identità sessuale.
L’omosessualità deve dunque ritenersi, quanto alla sua origine, una patologia di origine nevrotica, da considerarsi sempre nel novero delle malattie mentali: infatti, in nessuno di noi esiste un “orientamento sessuale” omosessuale naturale, cioè innato.

L’attualità dell’argomento qui trattato è bruciante, dopo che il percorso per l’introduzione del “matrimonio gay” nell’ordinamento giuridico è ufficialmente iniziato anche nel nostro Paese, nonostante le ben note proteste e contestazioni di quella che possiamo considerare la parte ancora sana del popolo italiano.
Il saggio del decano degli psicologi, che da oltre cinquant’anni ha affrontato questa tematica, è solidamente fondato sui dati di una ineccepibile ricerca scientifica. La subcultura gay è riuscita a far prevalere l’idea che l’omosessualità sia un “orientamento sessuale” naturale, innato, pertanto non trattabile con le terapie di tipo psichiatrico e psicoanalitico (invece perseguite con successo dal dottor Aardweg).
Con dovizia di argomenti scientifici l’Autore dimostra la falsità dell’assunto, illuminandoci, nello stesso tempo, sulla vera natura dell’omosessualità e dello “stile di vita” dell’universo gay, ben diverso dall’immagine edulcorata fabbricata dal mondo dell’informazione.

«Che l’omosessualità non abbia un’origine nella natura umana in quanto tale ma sia il frutto di un sentire malato e/o vizioso, risulta anche da quella forma di depravazione a sfondo omosessuale nota come trasgenderismo […]», scrive nella presentazione Paolo Pasqualucci, professore emerito di Filosofia del Diritto nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Perugia, citando lo studio di un altro illustre cattedratico, studioso di psichiatria, il professor Paul McHugh:

«All’inizio erano solo uomini, sia omosessuali che eterosessuali, che volevano essere operati perché si eccitavano eroticamente all’immagine di se stessi come donne. Poi il fenomeno ha cominciato a coinvolgere le donne. Negli ultimi 15 anni è cresciuto in modo esponenziale, tanto che anche adolescenti maschi e femmine hanno cominciato a presentarsi come appartenenti al sesso opposto, rispetto a quello nel quale sono nati. Per questi adolescenti la motivazione non sarebbe erotica. Sono al contrario spinti da una varietà di conflitti e preoccupazioni giovanili di natura psicosociale. Ha dunque preso piede l’idea bislacca secondo la quale il sesso sarebbe appunto una “scelta”, dipendente dall’individuo, una disposizione un modo di sentire più che un fatto naturale in tal modo, lo si concepisce come una realtà fluttuante, che può cambiare ogni momento per qualsivoglia ragione» (p. 17).

Una idea “bislacca” quanto si vuole, ma purtroppo avallata da legislatori ignoranti e da gerarchie ecclesiastiche incapaci di reagire.

(Gianandrea de Antonellis per Corrispondenza Romana del 10 agosto)

 Cosa si nasconde dietro l’ideologia del gender

Caterina Giojelli, per Tempi.it

 

«Non è vero – scriveva Pier Paolo Pasolini in Lettere Luterane – che comunque, si vada avanti. Assai spesso sia l’individuo che la società regrediscono o peggiorano. In tal caso la trasformazione non deve essere accettata: la sua “accettazione realistica” è in realtà una colpevole manovra per tranquillizzare la propria coscienza e tirare avanti».

Tirare avanti: fin dove?
Thomas Beatie non è un uomo, ma una donna: si chiamava Tracy Lagondino prima di innamorarsi di Nancy. I due decidono di avere un figlio: grazie alla donazione del seme da parte di un amico e a una inversa terapia ormonale, si procede con una fecondazione assistita eterologa e a portare avanti la gravidanza è proprio Tracy-Thomas. Oggi i due hanno tre figli che hanno una madre che vuole fare il padre (Tracy-Thomas, appunto), una madre “sociale” (Nancy) e un padre biologico (il donatore) grazie al quale è stata innescata l’intera procedura.
Una vicenda resa ancora più complicata dalla separazione, dopo lungo travaglio giudiziario, dei due, un arresto per stalking di Tracy-Thomas nei confronti dell’ex moglie e una intervista rilasciata lo scorso dicembre al Sun in cui l’ormai celebre “pregnant man”, parlando dei suoi figli e dichiarando di volerne altri dalla sua nuova compagna Amber, racconta che il piccolo Austin «aveva i capelli lunghi e ha iniziato a dire che voleva essere una ragazza quando aveva tre anni», mentre Susan, la primogenita, a 7 anni gli ha già chiesto se tutte le ragazze debbano, prima o poi, diventare maschi.

Una storia che è un caso limite? No, una storia con tutti i limiti del caso, piena di risvolti etico-giuridici e paradossi etico-esistenziali di immediata (e drammatica) comprensione.

La vicenda di Tracy-Thomas, una delle molte restituiteci da questi assurdi tempi di opposizione dei diritti/desideri/amori umani all’esercizio stesso del diritto, non è che infatti una delle tante propaggini connesse al tema del pensiero gender, per cui «ciò che è rilevante ai fini della propria identità non è più ciò che uno è, ma ciò che uno ritiene di essere; per cui ci si può percepire come maschio, come femmina, come entrambi o come nessuno dei due», un pensiero radicato in un soggettivismo etico, che combinato agli sviluppi tecnoscientifici conduce in fretta «a tutta una complicata e insolita tipologia fenomenologica che, invece di mettere in evidenza il diritto rivendicato, espone sotto gli occhi di tutti quanto il diritto, nella sua essenza strutturale, venga semmai violato».

Non manca il coraggio della verità ad Aldo Rocco Vitale, autore dell’efficace Gender questo sconosciuto (Ed. Fede & Cultura, 12 euro), 133 pagine e 30 capitoli che rispondono ai tanti punti oscuri sul pensiero poco conosciuto, sottovalutato e da più parti negato come invenzione propagandistica della Chiesa cattolica: il gender, appunto, andato configurandosi nella storia come quel «momento di negazione della differenza sessuata dell’essere umano, o meglio, come pensiero teso a elidere il dato dell’elemento biologico-naturale per sostituirlo con l’elemento psicoculturale».
Avvocato, firma preziosa di numerose testate online (fra cui Tempi), socio dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani, Vitale si destreggia tra storia e casi di cronaca, mostrando con chiarezza per ciascuno di essi paradossi e problemi antropologici e biogiuridici che il pensiero gender porta inevitabilmente con sé, arrivando ad esprimere «il livello più avanzato di annientamento radicale dell’essere dell’uomo».

Che si tratti di un vero e proprio totalitarismo, «lo si comprende facendo riferimento agli elementi che secondo la più nota ed autorevole teorizzatrice del tema, Hannah Arendt, sono necessari per dar vita, appunto, ad un totalitarismo: l’ideologia, la massa da indottrinare e la polizia politica per tacitare chiunque dovesse resistere all’indottrinamento».
Vitale non ha paura di usare le parole giuste, avvalorare la sua scrittura chiara con i contributi di numerosissimi pensatori, da Karl Marx a Judith Butler, dal professor Francesco D’Agostino a Benedetto XVI, e instrada il lettore sulle vie della nascita e dello sviluppo complesso del gender che lungi dal rappresentare un’invenzione vaticana si afferma in un preciso momento storico, come frontiera ultima ed evoluzione sofisticata del pensiero femminista; svela l’interesse dei sostenitori del gender a promuovere l’equivoco che esso c’entri con l’omosessualità; rimette ordine su ciò che è diritto, fondato, come diceva Cicerone, «non su una convenzione ma sulla natura»; smaschera la pretesa di chi vorrebbe porre quale causa prima della famiglia («quell’istituto riconosciuto dal diritto statuale che su quest’ultimo non si fonda, ma che è fondamento di quest’ultimo») non il diritto naturale – che attiene alla natura dell’uomo ed è dunque accessibile attraverso l’esercizio della ragione – bensì il diritto positivo e statale, e quella di chi vede nell’amore «un principio ordinante del diritto che a sua volta deve disciplinare e ordinare l’esistenza», come è accaduto lo scorso giugno quando Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ha statuito che i singoli Stati non potessero rifiutarsi di riconoscere il matrimonio tra persone dello stesso sesso senza violare la Costituzione: incentrata non sulla razionalità del diritto, ma sulla passionalità dell’amore, «la suddetta sentenza, lungi dall’essere espressione di giustizia rappresenta piuttosto il triste volto di un diritto violato, cioè, in definitiva dell’ingiustizia».

La diffusione del fast-divorce, la proliferazione delle convivenze more uxorio, le richieste di riconoscimento e tutela giuridica di situazioni «che normalmente dovrebbero essere sottratte al diritto per natura (loro intrinseca e del diritto medesimo), come per esempio in matrimonio omosessuale o l’omogenitorialità (cioè la genitorialità come diritto delle coppie omosessuali attraverso l’istituto dell’adozione o le tecniche di procreazione medicalmente assistita)», evidenziano con forza le spinte contrarie e opposte a cui è soggetta l’istituzione famigliare, tra questi marosi è tuttavia possibile distinguere due principali prospettive «quella che in tende la famiglia come uno dei numerosi prodotti sociali che storicamente si vengono a determinare e succedere» (tipicamente sociologica e marxista) e «quella che rivela la famiglia come società naturale evidenziandone la struttura giuridica sostanziale e sottraendola così a tutte le ipotizzabili manipolazioni»: ecco allora come leggere l’articolo 29 della Costituzione Italiana ai sensi del quale «la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio», ovvero l’unione tra uomo e donna, requisito naturale, essenziale e logico della società naturale.

Uomo e donna: è qui che Vitale affronta i paradossi che derivano dalla negazione della natura propagata dal gender, sostituita dal sentimento e dal desiderio che una volta benedetti dalla politica e dal legislatore approdano facilmente alle storture del caso Beatie, al sostegno delle lobby gender all’industria dell’utero in affitto con la surrogazione di maternità che rappresenta per gli individui LGBT l’opportunità di avere una famiglia.

Dai più recenti casi internazionali a quelli italiani, il libro racconta i problemi biogiuridici legati a omoconiugalità e omogenitorialità giocati sulla pelle di bambini ridotti a prodotti ultimi di una catena di montaggio procreativa: valga per tutti il caso del 31enne omosessuale messicano Jorge che nel 2010 decide di diventare padre senza nemmeno essere fidanzato, usa il proprio seme e l’ovulo donato da un’amica e l’utero della madre: nasce un bambino che è figlio di Jorge e della sua amica, figlio della sua amica e di sua madre, figlio e fratello di Jorge, figlio e nipote della madre di Jorge, «essendo figlio di tutti, paradossalmente, è figlio di nessuno.
È più figlio o più nipote? E di chi è figlio? E si possono avere due madri e un padre? E se il proprio padre è proprio fratello? E se la propria madre è la propria nonna?
Contorsioni esistenziali derivanti da una concezione e da un’applicazione del possibilismo tecnico assolutamente svincolate da ogni paradigma veritativo dell’essere umano».

Un’altra storia che è un caso limite?
No, un’altra storia con tutti i limiti del caso, una delle tante provenienti dagli Stati dove l’ideologia gender, sotto l’ipocrisia della tutela dei diritti riproduttivi (un pensiero unico in cui trova accoglimento anche la promozione del reato di omofobia), va frammentando i ruoli genitoriali e trasformando le tecniche di procreazione medicalmente assistita da rimedio estremo per i casi di sterilità e infertilità in mezzi in cui poter strumentalizzare i figli a soddisfazione dei propri desideri e delle proprie aspirazioni.

Scrive Donna Haraway in “A manifesto for cyborgs: science, technology and socialist feminism in 1980s”, pubblicato nel 1985 sulla rivista Socialist Review: «Il cyborg è una creatura di un mondo post-genere: non ha niente da spartire con la bisessualità, la simbiosi pre-edipica, il lavoro non alienato o altre seduzioni di interezza organica ottenute investendo un’unità suprema di tutti i poteri delle parti. Il cyborg non ha nemmeno una storia delle origini nell’accezione occidentale del termine. (…) Il cyborg definisce una polis tecnologica in parte fondata sulla rivoluzione delle relazioni sociali nell’oikos. (…) Il cyborg non sogna una comunità costruita sul modello della famiglia organica».
E ben si comprende l’orizzonte in cui si muove l’homo faber, che può modificare a proprio piacimento la realtà e la sua stessa natura, raccontato da Vitale.
Un libro per non “tranquillizzare la propria coscienza” e tornare finalmente a ragionare.

La sinistra vuol punire chi convince i bambini a non diventare gay

Tra i promotori la Cirinnà e Lo Giudice (Pd) Nel mirino psicologi, educatori e pedagogisti

di per Il Giornale

 

Roma Carcere fino a due anni. Multe fino a 50.000 euro. Sospensione per cinque anni dall'ordine professionale e confisca delle attrezzature.

Pesantissime le pene previste per «chiunque faccia uso su soggetti minorenni di pratiche rivolte alla conversione dell'orientamento sessuale» ovvero psichiatri, psicologi, psicoterapeuti, consulenti, assistenti sociali, educatori e pedagogisti.

Si avventura in un terreno complesso con la pesantezza di un carro armato il disegno di legge depositato a Palazzo Madama da un gruppo di senatori del Pd, primo firmatario Sergio Lo Giudice con Monica Cirinnà insieme a Sinistra Italiana e Misto.

L'intento dichiarato da Lo Gudice è quello di evitare anche in Italia casi come quello dell'adolescente transgender dell'Ohio, Leelah Alcorn. Dopo aver rivelato di voler intraprendere un percorso per cambiare sesso ai suoi genitori il ragazzo era stato costretto dalla famiglia, che non accettava la sua scelta, a sottoporsi alla cosiddetta «terapia di conversione». In sostanza una «cura» per l'omosessualità. Ma non sentendosi accettato di fronte al rifiuto della sua famiglia all'età di 17 anni l'adolescente si è suicidato, diventando così un simbolo per tutte le comunità gay. Di buone intenzioni però è lastricata la via dell'inferno e nel ddl «Norme di contrasto alle terapie di conversione dell'orientamento sessuale dei minori» si entra in modo piuttosto brutale nei rapporto esclusivo tra terapeuta e paziente, oltretutto minore, e lo si fa per condannare una pratica, ovvero la terapia di conversione in realtà già bandita da tutto il mondo scientifico e dagli ordini professionali chiamati in questione. Il ddl si compone di tre soli articoli. Nel primo si specifica che per «conversione dell'orientamento sessuale si intende ogni pratica finalizzata a modificare l'orientamento sessuale di un individuo», inclusi i tentativi di «eliminare o ridurre l'attrazione emotiva, affettiva o sessuale verso individui dello stesso sesso, di sesso diverso o di entrambi i sessi». Ma se il minore è attratto da un individuo adulto? Nel ddl non si specifica l'età. Se il proprio figlio dodicenne ha rapporti con un quarantenne che cosa dovrebbero fare i genitori? E se il terapeuta lo invita a frenare rischia la galera? Nella legge si specifica che non saranno sanzionati «gli interventi che favoriscano l'auto­accettazione, il sostegno, l'esplorazione e la comprensione di sé da parte dei pazienti senza cercare di cambiare il loro orientamento sessuale».

Ma chi stabilirà dove sta il limite tra l'intervento ritenuto lecito e quello fuorilegge? Non dovrebbe essere proprio il terapeuta o lo psichiatra a stabilirlo? Ma con la spada di Damocle di una legge punitiva che pende sulla sua testa non si finirà per impedire qualsiasi tipo di intervento nel timore di ricadere nelle casistiche che prevedono il carcere? Il rischio è di paralizzare l'intero settore delle terapie su bambini e adolescenti.

__________

 

In occasione della Giornata Internazionale contro l’Omofobia, Sergio Lo Giudice, senatore del Partito Democratico, ha presentato il disegno di legge n. 2402, intitolato “Norme di contrasto alle terapie di conversione dell’orientamento sessuale dei minoridisegno di legge n. 2402, intitolato “Norme di contrasto alle terapie di conversione dell’orientamento sessuale dei minori”, volto a mettere al bando in Italia le cosiddette “teorie riparative” rivolte ai minori, su richiesta dei genitori.

Il provvedimento, oltre a Lo Giudice, primo firmatario, è stato sottoscritto dai senatori Bocchino, Capacchione, Cardinali, Cirinnà, Dalla Zuanna, De Petris, Gatti, Guerra, Idem, Lo Moro, Lumia, Mastrangeli, Orellana, Palermo, Pegorer, Ricchiuti e Spilabotte.

La premessa del disegno di legge rappresenta un vero e proprioexcursus ideologico della propaganda omosessualista in cui i proponenti hanno messo insieme le conquiste ottenute dal movimento LGBT lungo il “percorso di depatologizzazione dell’orientamento omosessuale” a partire dal fatidico 1973, anno in cui l’American Psychiatric Associationeliminò la diagnosi di omosessualità egosintonica dal DSM, il Manuale Diagnostico e Statistico delle Malattie Mentali. Una derubricazione – è superfluo ricordarlo – frutto non di particolari risultati scientifici raggiunti ma piuttosto del singolare contesto socio-politico di quegli anni.

I firmatari del progetto di legge si richiamano alla politica promossa in materia dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama, affermando come “La depatologizzazione dell’omosessualità è un percorso ormai compiuto dai professionisti della salute mentale di tutto il mondo, le associazioni professionali e scientifiche, italiane e straniere, hanno a più riprese dovuto chiarire l’antiscientificità e la pericolosità delle terapie di conversione“.

Il disegno di legge consta solo di tre articoli.

L’articolo 1 fornisce una definizione preliminare di “conversione dell’orientamento sessuale”, specificando che con tale dicitura si intende

(…) ogni pratica finalizzata a modificare l’orientamento sessuale di un individuo, inclusi i tentativi di cambiare i comportamenti o le espressioni di genere ovvero di eliminare o ridurre l’attrazione emotiva, affettiva o sessuale verso individui dello stesso sesso, di sesso diverso o di entrambi i sessi“.

In tale prospettiva le nuove norme vorrebbero addirittura impedire alle figure preposte la libertà di esercitare la propria attività professionale,pena multe salatissime e perfino il carcere. In questo senso, all’art. 2rivolto ai destinatari si legge:

Chiunque, esercitando la pratica di psicologo, medico psichiatra, psicoterapeuta, terapeuta, consulente clinico, counsellor, consulente psicologico, assistente sociale, educatore o pedagogista faccia uso su soggetti minorenni di pratiche rivolte alla conversione dell’orientamento sessuale è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa da 10.000 euro a 50.000 euro. La condanna comporta la pubblicazione della sentenza e la confisca delle attrezzature utilizzate.”.

L’art. 3 prevede, per di più, una sanzione accessoria qualora il responsabile del “reato” dovesse essere una figura abilitata dallo Stato per la quale scatterebbe l’immediata sospensione dell’incarico:

Se la condotta è posta in essere nell’esercizio di una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dallo Stato, la condanna comporta la sospensione dall’esercizio della professione da un minimo di un anno a un massimo di cinque anni.

Che l’omosessualità non possa essere curata è una delle affermazioni più devastanti della propaganda omosessualista. Fino al 1973 attorno all’omosessualità veniva fatta una seria ricerca scientifica e assumere uno stile di vita omosessuale era un comportamento “sconsigliato” e, in quanto contro natura, giustamente stigmatizzato.

Dal 1973 in avanti la progressiva campagna di sdoganamento dell’omosessualità al motto di “gay is good” ha capovolto la situazione, portando, da un lato, ad arrestare totalmente la ricerca scientifica in materia e, dall’altro, a far sì che la classe medica passasse da un atteggiamento di corretta ed sana prevenzione alla sua promozione secondo lo slogan politically correct di “sei come sei”. Un approccio folle e antiscientifico che induce gli adolescenti più fragili ad assecondare i propri istinti e pulsioni sessuali, per altro confusi e traviati dalla martellante propaganda gender, al di là di ogni legge naturale. Una vera e propria ribellione contro la ragione e la realtà!

In un mondo capovolto, lo stigma sociale nei confronti dell’omosessualità e, poi, l’omofobia interiorizzata sono divenuti le vere cause del malessere delle persone omosessuali e, in conseguenza di ciò, la soluzione proposta è quella di costruire un diverso clima culturale, atto a far sentire finalmente “normali” coloro con pulsioni sessuali verso persone dello stesso sesso. Una soluzione chiaramente ideologica, presa in nome del principio di non discriminazione, che, paradossalmente, nella realtà, finisce per abbandonare al loro involontario e insoddisfatto destino i tantissimi omosessuali in lotta con i propri istinti.

Dopo aver ottenuto la legge sulle unioni civili, tale intollerante ed ideologico provvedimento, assieme al “ddl Scalfarotto”sull’omofobia, costituisce un altro tassello del prepotente, e sempre più aggressivo, piano di “normalizzazione” dell’omosessualità.

(di Rodolfo de Mattei su Osservatorio gender)

 Silvana de Mari:
Il medico-scrittore denuncia i libri transgender per i bimbi

PAOLO BIANCHI per  Libero del 6 Aug 2016

 

L'emblema dell'errore secondo Silvana De Mari, medico e scrittrice, è Piccolo uovo, libro per l'infanzia, scritto da Francesca Pardi e illustrato dal notissimo vignettista Altan per le edizioni Lo Stampatello. Secondo lei il testo nega il diritto, anzi la necessità, del bambino ad avere padre e madre. Il libro è uscito cinque anni fa, ma sembra avere aperto la strada a decine di altre pubblicazioni per bambini anche molto piccoli, dove regnano la confusione dei ruoli genitoriali o la negazione di un genitore.

Dottoressa De Mari, lei ha sollevato una bufera sui social. Che succede?

«Sono sempre di più i libri della bambina che vuole essere maschietto e viceversa» spiega De Mari, che è molto nota per i suoi libri fantasy, in particolare la trilogia de L'ultimo elfo, e la saga di Hania, in cui sotto forma di metafora è sempre presente la necessità morale di prendere le parti degli indifesi.

Che cosa c'è secondo lei di sbagliato in questi libri?

"Negano il diritto del bambino ad avere padre e madre, e impediscono la collera e l'elaborazione del lutto dove questo diritto sia stato negato. In Piccolo uovo un ovetto nasce da solo, senza padre né madre, tutta la necessità di un'ascendenza biologica, tutto il dolore quando questa ascendenza viene negata (come ben sanno i valorosi genitori adottivi) è cancellato, come è cancellata la necessità del bambino di avere due genitori di sesso diverso. Non sai chi è tuo padre? Sorridi. L'esistenza di tua madre è stata addirittura negata? Sorridi. Perché hai due mamme?, cinguetta il titolo di un altro libro di Francesca Pardi, il tuo diritto ad avere un padre e a conoscere la tua ascendenza è stato negato perché tua madre in un delirio di onnipotenza ha deciso così? Sorridi!».

Ci sono testi che trattano anche la questione dell'aborto?

«Sì. In Sister apple, sister pig, di Mary Walling Blackburn, non tradotto in Italia. Anche qui: la tua mamma ha abortito? Tranquillo: tua sorella è un fantasma felice, forse è una mela o forse maiale. E invece nella realtà non è così, l'aborto pesa su tutta la famiglia. Il dolore dei bambini qui invece è negato e avvolto nella carta colorata. Non sai di che sesso sei? Hai un tale odio per te stesso che non accetti nemmeno il tuo corpo e il tuo sesso? Ti raccontiamo la favola che sia possibile cambiare sesso (non lo è) e ti facciamo leggere i libri di S. Bear Bergman, uno che si definisce trans e scrive libri per bambini che incoraggiano in loro il cambio di sesso. O ti mandiamo a teatro a vedere Mi chiamo Alex e sono un dinosauro, uno spettacolo prodotto in Sicilia, di Giuliano Scarpinato, dove un bambino è maschio o femmina a giorni alterni».

È possibile che un bambino senta questo desiderio?

«Il fatto di non corrispondere al proprio sesso biologico è un pensiero psicotico.Non si può trasformare un uomo in donna. Anche tecnicamente l’operazione chirurgica è un disastro. Un disastro. Dopo simili interventi, il tasso di suicidio si moltiplica per dieci, eppure esistono movimenti politici per dire che sono una bella cosa.

Dottoressa, lei è critica verso le affermazioni del Manuale Diagnostico dei disturbi mentali (il DSM), redatto dall'American Psychiatric Association, l'Apa. Perché?

Perché lì pare che la pedofilia sia stata sdoganata dal suo ruolo di perversione e portata all'onore di essere semplice orientamento sessuale».

 Il caso della rockband “Le Rivoltelle” rappresenta un ulteriore esempio della dittatura del pensiero unico nella quale siamo profondamente immersi.

 Il caso “Le Rivoltelle”: una storia di ordinaria “dittatura gender”

di Rodolfo de Mattei

 

Tutti i principali media hanno riportato in questi giorni l'”ordinaria storia di omofobia” che ha coinvolto la rock band cosentina “Le Rivoltelle”, vittima dello “zelo bigotto” che ha spinto gli organizzatori delle celebrazioni in onore di San Pio a Rossano a cancellare il concerto in programma per il prossimo 20 agosto, giorno della festa patronale, a causa della presunta, ma in realtà manifesta, omosessualità, delle quattro musiciste.

LO SFOGO

La leader del gruppo, Elena Palermo, ha sfogato la sua rabbia sulla bacheca Facebook delle Rivoltelle, domandandosi come sia possibile che nel 2016 ci siano ancora in giro persone tanto ignoranti da pensarla diversamente da lei riguardo alla “normalità” omosessuale, scrivendo:

«Mi chiedo come sia possibile che ancora girino a piede libero e soprattutto esprimano liberamente e impunite il loro pensiero persone di tanta ignoranza. (…) Ho voluto raccontare questo episodio per puntare il dito contro un certo tipo di discriminazione, che abbiamo già vissuto sulla nostra pelle in passato. (…) Non sopportiamo più il pregiudizio nei confronti di orientamenti tra l’altro solamente presunti, dal momento che noi non abbiamo mai dichiarato di essere omosessuali e non lo dichiareremo mai. Sono fatti privati che ognuno vive nella propria coscienza. Ed è anche per questo che ci arrabbiamo quando l’ignoranza ci impedisce di esercitare la nostra professione. Nel 2016 cose del genere non possono succedere».

Quindi la rocker calabrese si rivolge direttamente alla parrocchiana rea di aver “fomentato” la protesta, ammettendo come il rock rivoluzionario delle “Rivoltelle” abbia il preciso obiettivo di fare “piazza pulita” di una certa mentalità “retrograda”.

«Maria Antonietta: fino a quando la Calabria sarà abitata da persone come lei sarà ancora più forte e feroce e stimolante la nostra rivoluzione. Quindi grazie!».

“OFFESA ALLA MORALE CRISTIANA”

Che cosa ha detto di tanto scandaloso e inaccettabile la signora Maria Antonietta, “portavoce” del comitato parrocchiale organizzatore della festa di San Pio ? Ecco la dichiarazione riportata dalla stampa:

«Sono quattro lesbiche e questa è una festa religiosa, quindi la loro esibizione sarebbe un’offesa alla morale cattolica di ogni singolo cristiano facente parte di questa comunità».

La motivazione non fa una piega. Non si capisce perché un gruppo rock che ha espresso dichiarate posizioni in aperto contrasto con l’insegnamento della chiesa cattolica debba presenziare ad una importante festa religiosa di paese, partecipatissima da giovani e giovanissimi pronti a subirne l’influenza e raccoglierne il messaggio.

Il caso "Le Rivoltelle": una storia di ordinaria "dittatura gender"
DUE PUNTI SU CUI RIFLETTERE

Poi invitiamo la Palermo che tanto si scandalizza per l’esclusione del suo gruppo a riflettere su questi due punti:

  1. Lei ha candidamente dichiarato di essere favorevole alla “normalizzazione” dell’omosessualità affermando: “(…) Io e ‘Le Rivoltelle’, le mie amiche e compagne di viaggio, siamo state sempre a favore della libertà a 360 gradi. Soprattutto nell’amore e soprattutto nella musica“. Tale dichiarazione è sufficiente per poter constatare come sia stata opportuna e saggia la decisione del comitato parrocchiale di “preferire” un altro gruppo musicale rispetto ad una rockband apertamente a favore della, oggi tanto dibattuta, “agenda gender”.
  2. Che cosa succederebbe se un gruppo musicale (ahinoi oggi inesistente…) contrario all’ideologia gender e all’omosessualizzazione della società e quindi bollato come “omofobo” fosse invitato ad una manifestazione apertamente “rivoluzionaria” ? Poniamo ad esempio il Concerto del primo maggio di San Giovanni o, per fare un’analogia più calzante con la festa patronale, ad una festa dell’Unità di paese ….facile prevedere che la rivolta mediatica sarebbe scontata ed immediata per aver osato invitare un ospite dichiaratamente “bigotto ed omofobo” ad un evento del genere!

PENSIERO A “SENSO UNICO”

Per questo, il caso della rockband “Le Rivoltelle” rappresenta un ulteriore esempio della dittatura del pensiero unico nella quale siamo profondamente immersi. Al punto che non è possibile per un Comitato parrocchiale fare le sue scelte secondo il proprio credo religioso senza finire sotto gli implacabili cingoli delle armate LGBT. In mezzo a tanto clamore mediatico, siamo sicuri però che San Pio dall’alto avrà ispirato e benedetto tale saggia e sacrosanta decisione.

 

Da: https://www.osservatoriogender.it/il-caso-le-rivoltelle-una-storia-di-ordinaria-dittatura-genderil-caso-le-rivoltelle-una-storia-di-ordinaria-dittatura-gender/

 Pochi giorni fa Papa Francesco ha condannato in modo fermissimo le teorie omosessualiste:
"In Europa, in America, in America Latina, in Africa, in alcuni Paesi dell’Asia, ci sono vere colonizzazioni ideologiche.
E una di queste - lo dico chiaramente con “nome e cognome” - è il gender! Oggi ai bambini – ai bambini! – a scuola si insegna questo: che il sesso ognuno lo può scegliere. [...]
Sono le colonizzazioni ideologiche, sostenute anche da Paesi molto influenti. E questo è terribile.
Parlando con Papa Benedetto, che sta bene e ha un pensiero chiaro, mi diceva: “Santità, questa è l’epoca del peccato contro Dio Creatore!”. E’ intelligente!
Dio ha creato l’uomo e la donna; Dio ha creato il mondo così, così, così…, e noi stiamo facendo il contrario
". (Papa Francesco, ai vescovi polacchi 27/7/2016).

_____

Ieri, come al solito a Bologna, il sindaco Merola (PD Partito Democratico - SeL)  ha "unito civilmente" (sic!), la prima coppia di lesbiche (foto a sinistra): è un evento epocale, una violenta rottura con l'identità occidentale: le parole di Papa Francesco siano sprone e incoraggiamento a quanti, ancora indecisi, possono dedicare tempo e cuore nella lotta contro la dissoluzione.
Poniamo dunque nel cuore le parole del Besto Giuseppe Toniolo: laico, padre di famiglia, insegnante ed economista:
"Sarai tu soldato di Dio? E scorgi tu ciò che formò l'obbiettivo lungo i secoli dei massimi eroismi? In tal caso, io sono sicuro che tu non assisterai impassibile agli attacchi che da ogni parte scuotono quanto nel mondo v'è di più prezioso della tua stessa vita, cioè il tuo Dio e la tua religione. Sì, Dio e la Chiesa domandano anche oggi dei difensori, ma dei veri difensori che non abbandonano mai il loro posto, fedeli alla consegna fino alla morte, abituati a tutte le asprezze della disciplina, pronti sempre alla battaglia. Ah! La debolezza, le scissure, le codardie dei buoni provengono dall'aver essi abbandonato l'armatura dei forti e la disciplina degli eroi; ed è questo che forma la forza dei cattivi".
(Prefazione al volume di Dom Pollien «Siate cristiani», in http://www.paginecattoliche.it/modules.php?name=News&file=article&sid=1832 )

_____

Come siamo arrivati a legalizzare le “unioni civili”

di Tommaso Scandroglio, per Corrispondenza Romana del 27 luglio 2016

 

Approvato il decreto ponte sulle Unioni civili dal Consiglio di Stato, a Castel San Pietro, piccolo comune nel bolognese, Elena e Deborah si sono unite civilmente nonostante manchino ancora i decreti definitivi. La prima coppia omosessuale che ufficialmente istituisce una unione civile. Poco importa se ci potrebbero essere stati alcuni vizi formali, ha fatto sapere qualche costituzionalista, l’importante è la sostanza. E la sostanza sta nel fatto che anche in Italia i para-matrimoni gay sono diventati legge dello Stato.

Ad essere sinceri anche noi tutti – cattolici eterosessuali – ci abbiamo messo del nostro per far tagliare al Bel Paese questo traguardo di inciviltà. Molti sono stati i fattori adiuvanti provenienti dagli ambienti cattolici – appoggio pieno, ignoranza dottrinale dolosa e colposa, catto-progressisimo e catto-liberismo culturale, quiescenza, spirito omertoso, opportunismo politico, secolarismo pastorale etc. – ma qui vogliamo soffermarci su una causa particolare.

Le pratiche eutanasiche che hanno portato a morte l’istituto di diritto naturale del matrimonio.
Il primo colpo di scure inferto alle radici di questo splendido albero è stata la perdita della dimensione sacramentale del vincolo nuziale. «Per il battezzato non ci può essere altro matrimonio che quello sacramentale» (Codice di diritto canonico, can. 1005, § 2). Cristo ha elevato a sacramento una realtà naturale e il battezzato non può che vivere questa realtà nella dimensione voluta da Cristo stesso. Tanto che se una delle parti contraenti o entrambe escludono con un positivo atto della volontà la dignità sacramentale del matrimonio, questo è nullo, cioè non è venuto mai ad esistenza (can. 1101 § 2).

In questo senso i matrimoni dei cattolici spesso possono essere considerati “religiosi” solo perché sono stati celebrati in una chiesa e niente più. Sono in realtà vincoli laici, sia nella preparazione, sia non di rado nella celebrazione stessa, sia infine e inevitabilmente nella successiva vita di tutti i giorni. Nel giorno della nozze si celebra alla fine un amore puramente umano, impoverito sull’asse orizzontale di un nuovo umanesimo.

Ma, e qui passiamo al secondo colpo di scure, c’è da domandarsi se questi matrimoni in chiesa almeno siano ricchi di affetto solo umano. Al netto di necessarie generalizzazioni, la risposta che ci verrebbe da dare è di segno negativo.
Se noi stacchiamo i tralci dalla vite ovviamente questi muoiono (cfr. Gv 15, 5). È per questo che la Chiesa insegna che per i battezzati non ci può essere altro matrimonio che quello sacramentale, cioè quello che prende linfa vitale dalla sua dimensione trascendente. O lo vivi integralmente il matrimonio così come voluto da Cristo oppure non ti è data la possibilità di viverlo a metà, a mezzo servizio.

Quindi tutte quelle virtù che innervano il matrimonio rinsecchiscono se la vita coniugale non è innestata in una ricerca in tandem della santità.
La prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza muoiono nel matrimonio se non ci sono la fede, la speranza e la carità. In parole più povere, la tenerezza, la capacità di ascolto, l’atteggiamento di fare un passo indietro per far compiere all’altro coniuge un passo in avanti, il perdono, la comprensione, la fedeltà, la responsabilità delle scelte compiute, la maturità di giudizio e molte altre virtù sponsali evaporano al sole di una esistenza vissuta non con gli occhi fissi verso l’alto ma solo verso l’altro.

Ciò che rimane del matrimonio – i dati Istat su separazioni e divorzi lo confermano di anno in anno – è solo un cumulo di macerie. Questo perché l’ “amore” matrimoniale è scolorito a mere emozioni, a slanci affettivi, a spontaneismi interiori, se non a piaceri sensuali. Va da sé che l’edificio della vita coniugale non tiene se questi sono i mattoni di cui è fatto.
Ora se il matrimonio è solo affetto, piacersi, stare bene insieme, non si vede il perché queste caratteristiche dovrebbero essere appannaggio delle sole coppie eterosessuali.
Se il matrimonio ha perso per strada le sue finalità – procreazione, educazione e aiuto reciproco – se è stato amputato di tutte le sue più alte ed onerose esigenze naturali e preternaturali ed ha puntato tutto sul mero benessere della vita a due, questi due possono essere benissimo una coppia omosessuale.

Siamo dunque anche noi cattolici che per paradosso abbiamo contribuito a preparare la strada alle Unioni civili, quando abbiamo depauperato il vincolo nuziale della sua dignità sacramentale e di conseguenza di tutte le sue proprietà di carattere naturale.

Il precipitato di questa operazione di scrematura, è una sostanza liquida, incolore e insapore buona per tutti i palati, anche quelli delle persone omosessuali. Siamo perciò stati anche noi che abbiamo confezionato un abito nuziale dal taglio unisex

 In vari casi la Chiesa (del postconcilio) si è dimostrata troppo tollerante nei confronti dell'omosessualità. Così facendo ha provocato dolore, morte, inferno alle anime.

 Omosessualismo in USA: “La chiesa deve chiedere perdono ai gay?”;
una testimonianza scioccante di Joseph Sciambra, ex omosessuale


“La chiesa deve chiedere perdono ai gay? ” di Joseph Sciambra
fonte: http://josephsciambra.com/should-the-catholic-church-apologize-to-gays/

Traduzione di Pietro Romano

“Ai tempi in cui ero un ragazzino combattuto e impaurito che stava crescendo all’interno dei confini confusi della Chiesa Post Conciliare degli anni Settanta, necessitavo di qualcuno, chiunque, che mi insegnasse e mi affermasse che Gesù voleva da me di più che essermi amico: voleva essere il mio Salvatore, che Gesù voleva salvarmi da me stesso. Sentivo fin dalla tenera età che qualcosa di terribilmente sbagliato stava accadendo dentro di me.
Ero terrorizzato e avevo bisogno di aiuto. Tuttavia, il Cristo che mi presentarono era meramente una figura storica: un tizio che ci stava dentro, ma che era morto e distante; era il Gesù-Hippy di “Godspell” (film del 1973, ndr) che indossava una maglietta di Superman, con la Bibbia, come un supereroe dei fumetti.
Divenuto adolescente, mentre velocemente viravo verso l’omosessualità, poche persone lo notarono, ma non fecero nulla per aiutarmi. A scuola, una sorta di epidemico relativismo veniva celebrato come una regola di vita individuale: una regola fatta su misura per ogni essere umano sulla terra. Il “distaccato” Gesù della mia infanzia si interessava molto poco del mio tran tran quotidiano e delle mie inclinazioni (sessuali).

Ero a un passo dall’accettare la mia omosessulità, quando un prete Cattolico mi disse che non dovevo preoccuparmi perchè, come tutti gli omosessuali, ero nato così. Mi rimandò sulla mia strada con una raccomandazione socialmente responsabile: fare sesso protetto.

A strettissimo contatto con la devastazione portata dall’AIDS e presa coscienza che la mia realizzazione come omosessuale era peggio di quello che pensassi, l’unica presenza Cattolica nel quartiere di Castro a San Francisco era la Parrocchia del Santissimo Redentore (Most Holy Redeemer parish).
Sebbene i sacerdoti che erano assegnati in quella parrocchia stessero con amorevolezza seppellendo tutti i corpi sprecati e senza vita dei nostri amici morti per la malattia, amici che erano in un’età in cui non si desidera per nulla di morire, costoro (i preti) CONFUSERO LA COMPASSIONE per i malati e i morti CON LA TOTALE RINUNCIA DI QUALSIASI SEGNALE DI INSEGNAMENTO CATTOLICO SULL’OMOSESSUALITA’. Volevano esserci amici, ma non Padri.

Fu durante uno di quei momenti, dopo aver perso un altro amico e dopo essermi svegliato nel primo pomeriggio per rendermi conto che avevo riempito la tazza del water con altro sangue, che decisi di abbandonare le pratiche omosessuali; ma un prete a cui mi ero rivolto cercò di minimizzare le mie preoccupazioni e spingermi verso la fede del “gene gay” assicurandomi che ero nel posto a cui appartenevo e che essere gay era quello che mi apparteneva. E così rimasi nelle mie abitudini.

Anni dopo, il sangue usciva copiosamente sul pavimento del mio bagno e non potei più negare che la mia testarda alleanza al sogno gay si stava trasformando in un incubo senza ritorno dal quale non mi sarei mai svegliato.
Per qualche ragione, che non afferro, mi rivolsi di nuovo alla religione della mia infanzia. Pregai perché le cose cambiassero, perché in quel momento nessuno avrebbe potuto convincermi che ci fossero ragioni per le quali io dovessi voler rimanere nelle condizione di essere omosessuale; ma, necessitavo di aiuto. Solo poco cambiò. Andai nuovamente all’uscio della Chiesa Cattolica, un uomo fratturato e sanguinante e, sì, mi fu detto nuovamente che ero gay.

Nonostante ciò, in qualche modo fui perseverante e il Signore Gesù Cristo mi consegnò nelle mani di tre sacerdoti. Per la maggior parte del tempo, questi tre sacerdoti furono molto difficili da trovare. Infatti erano principalmente dei preti semi-licenziati e anche perseguitati o parzialmente rifiutati dalle loro diocesi o congreghe o ordini religiosi. Ma io avevo sentito che avevano il cuore buono, retto e senza timori. E furono Padri di un uomo perso, solo, che in fondo era ancora un ragazzino.

Avanti negli anni, sono ritornato a pensare ai vari amici che avevo e che poi ho perso: il serio e sempre alla ricerca ex-cattolico che ammetteva la caducità delle ondate radicali dello stile di vita gay, ma rimase nella sua condizione di omosessuale perché continuava a leggere “La Chiesa e l’omosessualità” di Padre J. McNeill; l’inspiegabile cattolico gay della domenica che rimase gay-convinto e alla ricerca dell’uomo giusto all’interno della sua chiesa a favore degli LGBT all’interno di gruppi della diocesi di Oakland; oppure il prudente e conservatore tizio del Midwest che ascoltava i consigli dal “pastore” della parrocchia locale di San Francisco e poi si è messo insieme con un uomo. Oggi, sono tutti morti.

La Chiesa deve chiedere scusa ai gay?
A questi uomini, che persero la loro vita in quanto ingannati e disorientati da preti in conflitto con se stessi, la Chiesa dovrebbe chiedere scusa. Ma a cosa servirebbe ora?

In aggiunta, la Chiesa dovrebbe chiedere perdono per aver tollerato troppo a lungo Padre John J. McNeill (Prete gesuita che fondò poi la Queer Teology, ndr), il quale disse: “L’orientamento omosessuale non ha niente a che fare con il peccato, con il disturbo, con il fallimento; invece è un dono di Dio che va accettato, vissuto in pieno e con gratitudine … Gli essere umani non scelgono il loro orientamento sessuale; lo scoprono come un qualcosa che viene loro donato”.
E anche Suor Jeannine Gramick, l’apostata Suora, a cui fu proibito dalla Chiesa di prestare servizio pubblico agli omosessuali, dopo quasi 20 anni di indagine si spostò da un ordine religioso ad un altro (la sua attuale casa – The Sisters of Loretto, è nell’ombra di un’investigazione Vaticana dal 2008 che è ancora in atto); nel frattempo continua a fare convegni e incontrare spesso prelati americani con i quali disquisisce i suoi punti di vista.
Infine, la Chiesa dovrebbe chiedere scusa per preti come Don James Martin S.J. che continua a sottolineare che “gli omosessuali sono nati così”.
……….
[vengono fatti altri esempi, ndr]
……………..

L’idea dell’omosessualità come un qualcosa di “donato” (da chi?) e non “scelto” è direttamente ricavata dalle parole di Padre McNeill; come può un uomo di Chiesa partorire tali parole dalla sua filosofia: “In fondo se una persona è capace di atti solitari come la masturbazione, allora quell’atto masturbatorio, intrapreso con gratitudine verso Dio per il dono del piacere sessuale ricevuto, è sessualità buona. Ancora meglio risulta essere il sesso quando due uomini feriti interiormente si incontrano per condividere un piacere sessuale” ?!

Questi uomini, come gli sfortunati preti che cercarono di darmi consigli, volevano mantenere uomini e donne “gay” come tali. Attraverso la loro pastorale hanno avallato l’omosessualità in tutte le persone che sentivano attrazione per persone dello stesso sesso: l’hanno fatto con me, l’hanno fatto a un numero incalcolabile di altre persone.
E, ripetendoci continuamente che eravamo “gay”, dove pensavano che potessimo finire?

E se questi sono solo alcuni personaggi messi in rilievo all’interno della tetra Chiesa pro-gay che opera all’interno della Chiesa Cattolica, ci sono molti altri ministri e programmi pastorali, operanti e attivi all’interno delle maggiori diocesi degli USA, che appoggiano apertamente l’omosessualità come uno stile di vita autentico e percorribile.

Recentemente, durante un mio intervento alla comunità “gay” di San Francisco, ho parlato con un giovane gay-cattolico a proposito della mia vita dopo aver lasciato l’omosessualità; abbiamo discusso sul perché ho lasciato le pratiche omosessuali e della mia gioia nell’aver abbracciato la castità. Ha risposto seccamente: “eh no! Ma questo non è quello che ci dicono al Santissimo Redentore!”

In conclusione, caro Papa Francesco: chiedere scusa per la dannosa catechesi, per i dannosi programmi pastorali, per i preti negativi, e per i Vescovi Apatici che non fanno nulla per correggerli.

Così come per tutti coloro che se ne sono andati, troppo giovani, perché nessuno si è mai preoccupato di dire loro la Verità.

 Il capoluogo emiliano ancora una volta è come un laboratorio per la sperimentazione delle tecniche con cui diffondere l'ideologia omosessualista. Un Comune che, ogni anno, finanzia con decine di migliaia di euro dei contribuenti di euro l'arcigay e ogni progetto inteso a cambiare la nostra cultura e mentalità.

 Bologna e la 3º Edizione di “Educare alle differenze”

 di Cristiano Lugli, per Osservatorio Gender

 

Nell’instancabile e rossa Bologna se ne sono viste nel corso degli anni sempre delle belle, in particolar modo per quel che riguarda gli ambienti LGBT presenti sul territorio di cui il capoluogo emiliano è la “capitale”.

Con il passare del tempo si sono formate ed organizzate tantissime associazioni che lottano sul campo dei “diritti uguali per tutti” cooperando liberamente con asili, scuole pubbliche, università e tanti altri enti che godono comunque del beneplacito comunale o addirittura ministeriale.

Una di queste è sicuramente “ProgettoAlice“, un’associazione “educativa” fatta di pedagogisti e quant’altro che pone i propri tentacoli ovunque, tanto che non è fissa solo sul territorio bolognese, ma si presta a trasferte pur di poter proporre le proprie assurdità che, fondamentalmente, sono tutte basate sul superamento delle differenze di genere.
Parlammo di questa associazione anche tempo fa qui sull’Osservatorio, poiché venne a tenere – con due suoi rappresentanti – due lectio sul gender nella scuola primaria San Giovanni Bosco a Reggio-Emilia.

Progetto Alice insieme all’Associazione Scosse ( anche questa trattammo, poiché presente sul territorio di Parma ) , Stonewall, e altre 200 associazioni un po’ meno conosciute in foro esterno, presenteranno la 3º edizione di “Educare alla differenze”.

Nelle giornate del 24 e 25 settembre, a Bologna insegnanti, attivisti/e, operatrici del privato sociale, educatori, psicologhe, editrici e ricercatori lavoreranno ancora una volta insieme, per condividere strumenti di lavoro, “buone pratiche” e metodologie didattiche:

“Convinti che l’educazione alle differenze debba essere un elemento imprescindibile della scuola pubblica, laica e plurale” – secondo quanto sostenuto dall’Associazione Scosse, a cui fa ovviamente coda il pensiero degli altri gruppi coinvolti.

Gli organizzatori però sembrano non essere ancora soddisfatti dei risultati ottenuti, e nonostante l’intenso lavoro di sovversione culturale per cui si applicano annualmente, la resistenza a questo tipo di “pedagogia gender” sembra non aver attecchito abbastanza:

“Nonostante il successo della scorsa edizione, l’anno che ne è seguito non è stato facile: tante e tanti di noi hanno dovuto fare quotidianamente i conti con l’inasprirsi della campagna “anti-gender” e con la recrudescenza di razzismo e xenofobia che hanno reso il lavoro educativo – dentro e fuori la scuola – una sfida sempre più complessa.”

La campagna anti-gender, di cui ci sentiamo anche un po’ responsabili ( e per fortuna! ) ha quindi ostacolato il lavoro operato dal comitato “Educare alle differenze“, ed è per questo che ci si mobilita per rilanciare una 3º edizione ancora più protesa ad inserirsi efficacemente nell’istruzione pubblica:

“Da quanto emerso dalla plenaria dello scorso anno, però, ci è parso che vi sia anche un bisogno diffuso di trovare occasioni per pensare insieme e costruire un lessico comune su educazione e differenze. Per questa ragione, quest’anno i laboratori di scambio di buone pratiche saranno affiancati da quattro laboratori del pensiero che affronteranno altrettanti nodi in chiave educativa: stereotipi di genere e identità; violenza tra pari, maschilità e omofobia; intersezioni tra identità di genere, sessualità e provenienza culturale; intolleranza e paura della diversità. A partire dagli stimoli che ci forniranno alcuni studiosi/e di queste tematiche, i laboratori del pensiero saranno un’occasione per confrontarsi insieme e costruire delle connessioni tra pratiche quotidiane e teorie educative.”

Non c’è bisogno di commentare ciò che già da sé si commenta, ma si può mettere bene a fuoco la chiave di volta che occorre per stravolgere tutto: “un lessico comune su educazione e differenze”.

Proprio con la rivoluzione del linguaggio, agglomerando una nebulosa di neologismi mai sentiti prima, sformando le parole del loro contenuto essenziale e principale – a volte persino mutandolo – così si ottiene il modello educativo che inizia alle differenze, introducendo senza colpo ferire il gender nella scuola.

In apertura ed in chiusura del “festival educativo” si terranno come di consueto gli incontri plenari “che – dicono gli organizzatori – ci auguriamo portino quest’anno alla formale realizzazione di una rete di di associazioni su scala nazionale che possa diventare un’interlocutrice delle istituzioni per la promozione dell’educazione alle differenze.”

Il punto è proprio questo, non ci si spiega come eventi di questo tipo che si dicono essere “auto-finanziati dai contributi di tutte le associazioni co-promotrici”, abbiano un così enorme e grave peso su scala nazionale. Se si fa una breve ricerca si riscontrerà infatti che una gran parte delle associazioni che lottano sul campo LGBT hanno influenza su MIUR e UNAR, dettano gli schemi a livello ministeriale.
Coloro che potremmo definire dei perfetti sconosciuti o comunque delle normali e piccole associazioni come in tanti casi, sono invece quelli e quelle che, assieme ai voleri e ai poteri nazionali ( e sovranazionali ) tessono silenziosamente e rapidamente la tela del ragno, mascherati da filo-buonisti che hanno a cuore la “pace”, l'”amore”, l’ “uguaglianza” e tutte le altre sciocchezze che si inventano per indossare meglio il vestito da agnellino sopra la loro vera natura di lupi feroci.

Per quanto ci è possibile allora, oltre a pensare valide alternative per non lasciare i nostri figli in mano a questo soggetti, è necessario continuare a rendere il subdolo lavoro di costoro più che mai difficile.
Non lasciandosi prendere dall’inerzia, e nemmeno dalla noia di ripetere sempre le stesse cose, perché questo è ciò che vogliono: l’assuefazione e l’anestetico stordimento collettivo. Continuiamo a gridare la Verità, anche a costo di rimanere gli unici a farlo!

“Tanto abbiamo fatto, ma tanto c’è ancora da fare!” Concludono gli organizzatori di questo nefando evento. Ebbene, non lasciamo che siano i soli a dirlo.

 Per il Comune di Brescia è #omofobo pure il vescovo?

 Un tweet del vicesindaco socialista Laura Castelletti contro un bravo sacerdote "colpevole" di criticare le unioni civili apre un caso preoccupante sulla libertà di espressione in città

 
A Brescia è in atto una escalation contro la libertà d’espressione? Due gravi episodi in pochi giorni direbbero che forse è così. Prima una conferenza di Massimo Gandolfini osteggiata con metodi sulla stampa locale definiti “fascisti”, e poi la vicesindaco Laura Castelletti che si scaglia contro don Giorgio Rosina, curato di una parrocchia del centro, accusandolo di omofobia.
 
La colpa del giovane sacerdote? Aver affisso nell’oratorio un poster (distribuito in migliaia di copie all’ultimo Family Day) in cui le unioni civili si definivano «sbagliate anche se dovessero diventare legge».
 

Partiamo da qui. La vicesindaco della città, espressione di una lista civica apparentatasi con il sindaco del Pd Emilio Del Bono, non si è fatta molti scrupoli nel lanciare un tweet in cui accomuna sic et simpliciter misoginia, condotta antidemocratica e razzismo alla semplice contrarietà alla legge sulle unioni civili.

Nel tweet diretto a don Rosina così scrive Laura Castelletti: «Per me chi sosteneva che il voto alle donne era “sbagliato” è un #misogino #antidemocratico. Chi sosteneva “sbagliato” considerare bianchi e neri uguali è un #razzista. Chi dichiara che le unioni civili riconosciute dalla legge sono “sbagliate” è un #omofobo».

In città ovviamente sta montando la polemica su quello che è un caso tutto politico (se non interverranno smentite, per il Comune di Brescia essere contrari alla legge sulle unioni civili da oggi significa automaticamente essere omofobi), polemica che l’opposizione è intenzionata a portare nelle opportune sedi di palazzo Loggia.

Se il momento in cui è stato lanciato il tweet è apparso quantomeno intempestivo (il vescovo Luciano Monari nella recente omelia per il Corpus Domini, particolarmente apprezzata dalla cittadinanza, aveva parlato delle unioni civili come «strada sbagliata»), per la città appare decisamente singolare il destinatario del borioso cinguettio: un giovane sacerdote.

Forse la spia della nascita di un nuovo e viscerale anticlericalismo destinato a spezzare la tradizione non avendo molto da condividere con il cattolicesimo democratico bresciano.
Quello che in città sta colpendo maggiormente della vicenda è però l’estrema leggerezza con cui dalla seconda carica della città è partita la pesante bollatura al sacerdote; va ricordato che con il “ddl Scalfarotto” – fermo alla Camera ma sempre in attesa di riprendere il suo iter parlamentare – accusare di omofobia qualcuno significa imputargli un reato. In pratica augurargli la galera.

Ora più di qualcuno paventa un crescendo di violenza.
Su Facebook si sprecano i commenti, perché «il gesto irresponsabile di una carica che dovrebbe rappresentare tutti» equivale ad «“armare la mano” al fronte lgbt bresciano già violento di suo».

È di poche settimane fa la dura contestazione di un gruppo di attivisti arcobaleno, le “Caramelle in Piedi”, a una conferenza sul gender che vedeva come relatore il portavoce del Family Day Massimo Gandolfini (si noti che proprio alle Caramelle in Piedi – oltre che a don Rosina – Laura Castelletti ha indirizzato il tweet incriminato).

Questo è il racconto fatto al Giornale di Brescia da Giuseppe Marenda, uno degli organizzatori del convegno tenuto da Gandolfini a San Felice del Benaco: «Un manipolo di attiviste Lgbt ha cercato di impedire ai cittadini di partecipare. Intimidivano gli esercenti, strappavano le locandine dai negozi, vituperavano il Prof. Gandolfini, mettevano alla berlina sui social i negozianti che non si piegavano, attaccavano alle vetrine manifestini con cuori arcobaleno e la scritta “convegno omofobo”, postando poi le foto su Facebook».

Per poi concludere amaramente: «Nel primo dopoguerra si usavano manganelli e olio di ricino, qui hanno usato parole, manifestini e social media, ma la violenza è stata la stessa. Abbiamo imparato cosa può fare una piccolissima minoranza sfrontata e violenta quando la maggioranza dei cittadini è passiva».

Se il papa bresciano esaltava la politica come «la più alta forma di carità», oggi Brescia sembra squalificarla a più bassa forma di persecuzione. Via tweet.


_____
da: http://www.tempi.it/per-il-comune-di-brescia-e-omofobo-pure-il-vescovo#.V4ChszV-ZLh

  Scuola condannata
per licenziamento “gay” mai avvenuto

(di Andrea Zambrano)

 

Il titolo è di quelli sparati a sei colonne: “Scuola cattolica condannata a risarcire un’insegnante licenziata perché lesbica”. E il circo mediatico ieri non ha fatto altro che rilanciare la notizia come se fosse l’ultima tappa del cammino dei diritti dell’uomo nel nome della non discriminazione. Approda ad una sentenza, che non mancherà di far discutere e soprattutto di sollevare inquietanti interrogativi sulla libertà di educazione degli istituti paritari, la vicenda del presunto licenziamento di una insegnante dell’Istituto Sacro Cuore di Trento a causa di una sua altrettanto presunta inclinazione omosessuale. Anche la Nuova BQ negli anni scorsi aveva raccontato la storia, mettendo tra l’altro in evidenza alcuni dettagli sfuggiti ai giornali mainstream.

Ma con la sentenza del giudice del lavoro di Rovereto di ieri possiamo ragionare su uno scatto in avanti della Giustizia che si frappone tra l’autonomia di un istituto privato paritario e le rivendicazioni di un gruppo ben organizzato secondo la consueta tecnica radicale del caso pilota.

25mila euro. Tanto l’Istituto Figlie del Sacro Cuore di Gesù di Trento dovranno risarcire alla voce danni patrimoniali e non, alla docente. Ma non solo lei è stata beneficiaria della sentenza. Anche la Cgil di Trento e l’associazione radicale Certi diritti riceveranno dall’istituto cattolico 1.500 euro a testa. La decisione del giudice si basa sul fatto che «la presunta omosessualità dell’insegnante nulla aveva a che vedere con la sua adesione o meno al progetto educativo della scuola», ma anche che la docente «ha subito una condotta discriminatoria tanto nella valutazione della professionalità, quanto nella lesione dell’onore». E siccome la decisione della scuola ha danneggiato non soltanto l’insegnante, ma anche ogni potenziale lavoratore interessato a quella cattedra, ecco che il risarcimento, simbolico, è stato esteso anche al sindacato rosso in rappresentanza di un del tutto ipotetico “lavoratore discriminato ignoto”.

Esulta il legale della donna, l’avvocato Alexander Schuster, il quale ribadisce come la decisione del giudice del lavoro fissi un punto di non ritorno: “I datori di lavoro di ispirazione religiosa o filosofica non possono sottoporre i propri lavoratori a interrogatori sulla loro vita privata o discriminarli per le loro scelte di vita. L’uso di contraccettivi, scelte come la convivenza, il divorzio, l’aborto, sono decisioni fra le più intime che una persona può compiere e non possono riguardare il datore di lavoro”. Messa così, tra interrogatori e scelte intime, la logica porterebbe a pensare che la cosa possa avere un senso e in ultimo una sua giustizia, con la scuola a giocare la parte della Gestapo e la vittima dall’altra parte.

Ma come spesso accade, anche nelle pieghe di questa storia si intravvedono alcuni fili lasciati dai giornali e dal giudice inspiegabilmente su un binario morto.

Tutto nasce il 16 luglio 2014 quando la direttrice dell’istituto suor Eugenia Liberatore convoca l’insegnante in scadenza di contratto per discutere del rinnovo. La docente ha riferito di essere stata convocata per parlare di alcune voci sentite sul suo conto. Sempre la docente ha riferito che la religiosa le avrebbe fatto pressioni per smentire o confermare la sua tendenza omosessuale perché “ci sono dei bambini da tutelare”. Da lì si è arrivati al licenziamento. Che però non era tale dato che il contratto era scaduto. Quindi sarebbe stato più corretto parlare di mancato rinnovo, ma per la causa questo può essere ben tradotto in licenziamento.

Andò davvero così? Purtroppo non potremo mai saperlo perché la suora nel frattempo è morta e il processo che è approdato sul tavolo del giudice del lavoro ha visto la maestra da un lato e la persona che veniva accusata di discriminazione assente per avvenuto decesso. Ciononostante le dichiarazioni sulle quali si è basata la sentenza sono quelle della docente e non della suora che non ha potuto così difendersi.

Tanto più che la religiosa, successivamente intervistata, aveva sempre detto di aver approcciato la donna con rispetto, per chiarire quelle che erano le voci che sentiva sul suo conto. Ma il tentativo di approccio con la donna naufragò di fronte alla sua reazione.

Anche perché la vicenda sembrava risolta dopo l’intervento tanto della Provincia quanto del Ministero della pubblica istruzione. La prima avviò un’indagine pochi mesi dopo, che approdò ad un esito negativo. La Provincia, guidata da una giunta di centrosinistra, confermò i finanziamenti all’Istituto perché «non ci sono elementi per mettere in discussione la parità scolastica dell’istituto religioso Sacro Cuore di Trento». Ma anche il Ministero, che aveva minacciato provvedimenti seri nei confronti della scuola se fossero emersi elementi che confermassero quelle accuse, non ha fatto sapere mai nulla in merito. Venne coinvolto persino il ministro Stefania Giannini, poi la cosa finì nel dimenticatoio perché evidentemente a carico della religiosa non emerse nessuna violazione del diritto del lavoro. Dunque né la Provincia né il Ministero si fecero carico della richiesta di reintegro dell’insegnante.

Ma nel frattempo l’insegnante aveva portato lo scottante caso davanti al giudice del lavoro e sempre nel frattempo la suora era passata a miglior vita dopo essere stata presa di mira sui giornali come omofoba e annessi moderni vituperi.

Ieri la sentenza che tocca un passaggio molto delicato sul quale non sarà difficile per i Radicali, che sanno sfruttare certi casi pilota, porre il tema del controllo delle scuole paritarie. Il giudice infatti ha preso in esame la cosiddetta clausola di salvaguardia prevista nel decreto legislativo 2016/2003 per le cosiddette organizzazioni di tendenza. Si tratta cioè, e qui siamo di fronte ad una scuola di ispirazione religiosa, di una clausola a tutela delle scuole cattoliche o di qualunque altra associazione religiosa secondo la quale, si legge all’articolo 3 comma 5 «non costituiscono atti di discriminazione ai sensi dell’articolo 2 le differenze di trattamento basate sulla professione di una determinata religione o di determinate convinzioni personali che siano praticate nell’ambito di enti religiosi o altre organizzazioni pubbliche o private, qualora tale religione o tali convinzioni personali, per la natura delle attività professionali svolte da detti enti o organizzazioni o per il contesto in cui esse sono espletate, costituiscano requisito essenziale, legittimo e giustificato ai fini dello svolgimento delle medesime attività».

Il tribunale però ha sottolineato che “nel caso qui in esame è stata perpetrata una discriminazione per orientamento sessuale e non per motivi religiosi”. E pazienza se lo stesso giudice riconosce che “l’orientamento sessuale di un’insegnante» è «certamente estraneo alla tendenza ideologica dell’Istituto».

Però la stessa legge, poco prima, all’articolo 3, comma 3, recita testuale: “Nel rispetto dei principi di proporzionalità e ragionevolezza, nell’ambito del rapporto di lavoro o dell’esercizio dell’attività di impresa, non costituiscono atti di discriminazione ai sensi dell’articolo 2 quelle differenze di trattamento dovute a caratteristiche connesse alla religione, alle convinzioni personali, all’handicap, all’età o all’orientamento sessuale di una persona, qualora, per la natura dell’attività lavorativa o per il contesto in cui essa viene espletata, si tratti di caratteristiche che costituiscono un requisito essenziale e determinante ai fini dello svolgimento dell’attività medesima”.

Insomma: come giustificare ai fini di questa legge la sentenza di ieri?

Tanto più che ancor oggi la vittima è definita dalla stampa “presunta omosessuale”, dunque è impossibile capire se il giudice abbia accertato o no la sua inclinazione, cosa che pure sarebbe decisiva, come pure accadde alla madre superiora durante il colloquio. Ma il principio è passato e adesso ci si potrà “sguazzare” liberamente: non rientra nei compiti educativi di una scuola scegliersi, come una qualunque iniziativa privata, i propri insegnanti come meglio crede.

La sentenza ha tutta l’aria di essere eminentemente politica. E non solo per la presenza di un’associazione radicale e della Cgil. Ma anche perché la docente ha puntato su un avvocato specializzato sul tema dei diritti Lgbt. Sul sito dell’università di Trento si può scorrere il curriculum dell’avvocato Alexander Schuster, nel quale figurano numerosi incarichi come ideatore e coordinatore di progetti su orientamento sessuale e identità di genere. Progetti cofinanziati molto spesso dalla Commissione Europa con cifre ingenti che raggiungono anche i 500 e i 600mila euro.

Resta la domanda di fondo: sulla base della sentenza di ieri quanto spazio rimane alla libertà d’educazione, per continuare ad essere esercitata nel rispetto delle libertà altrui? Domande alle quali forse un giudice potrebbe rispondere ribaltando la decisione nel caso la scuola, che ha preferito non commentare, scegliesse per il ricorso. In ogni caso: per la vera libertà, di educazione, di impresa e di religione, quella di ieri è stata una giornata nera.

da: http://osservatoriogender.famigliadomani.it/scuola-condannata-licenziamento-gay-mai-avvenuto/

Identità sessuale, vita e famiglia: i compiti educativi della scuola

La Commissione diocesana per l’educazione cattolica, la scuola e l’università interviene con un documento sull’invasione dell’ideologia del gender nelle scuole e richiama, in positivo, i doveri educativi della scuola.

Motore di ricerca

Chi è online

Il Tuo IP: 23.20.53.150



Verifica umana
Quanto fa nove meno sette?
:

Condividi su:

Condividi su Facebook Condividi su Twitter Condividi su Google Condividi su del.icio.us Condividi su digg Condividi su Yahoo Condividi su Windows Live Condividi su oknotizie Inserisci sul tuo blog Splinder