Maxiblitz della polizia in Gran Bretagna

 Anche a Newcastle le gang islamiche
vanno a caccia di ragazzine bianche

  "Tutte le donne bianche sono buone solo a una cosa. Per gli uomini come me sono da abusare e utilizzare come spazzatura. Nient'altro". 
A parlare è uno degli imputati coinvolti in quella che è stata battezzata "operazione santuario": l'ennesima indagine su sfruttamento sessuale e abuso di minori per mano di “asiatici” in Gran Bretagna.
 E' balzata agli onori della cronaca non troppe ore fa dopo che a Newcastle diciassette uomini e una donna sono stati ritenuti colpevoli - la sentenza definitiva arriverà a settembre - di abusi e spaccio di droga. Niente di nuovo sotto il sole d'Inghilterra, insomma, neanche per questa estate.

L’inchiesta di grandi dimensioni, di cui Newcastle è solo la punta di diamante ha portato, fino ad ora, all'arresto di 461 persone, all'interrogatorio di 703 denunciati e contato almeno 700 vittime.

Tutte bianche e di età compresa tra i tredici e i vent'anni.

Siamo di fronte al settimo scandalo che ha per protagonista una gang islamica che ha colpito il Regno Unito dopo i casi infami di città come Rotherham, Rochdale, Oxford e Bristol, e di cui vi abbiamo già raccontato.

La banda dei diciotto “asiatici” - come piace chiamarli al politicamente corretto - di Newcastle usava adescare ragazzine e adolescenti con festini in cui droga e alcool erano l'esca e contemporaneamente il mezzo con cui avvenivano le violenze sessuali. Abusi che spesso si perpetravano ai danni di tredicenni e quindicenni in completo stato di incoscienza.

Per la prima volta, da quando seguiamo casi di questo genere, è arrivata una dichiarazione atipica in cui a esporsi è direttamente il capo della polizia di Nothumbria, Steve Ashman. "Non esiste alcuna correttezza politica. Questi sono criminali e non c'è stata alcuna esitazione nell'arrestarli e continueremo ad utilizzare tutti i mezzi a nostra disposizione".
Niente di troppo sofisticato, lo ammettiamo, ma, rispetto a quanto ci avevano abituato le autorità in passato per vicende simili, un filo di soddisfazione lo proviamo. E Steve Ahaman ha ammesso di aver preso parte alla più grande e complica operazione della sua carriera, ha aggiunto anche che "la maggior parte dei detenuti non sono mica bianchi. Vengono dal Bangladesh, dal Pakistan, dall'Iran, dall'Iraq, sono curdi, turchi, albanesi e orientali".

Gli eventi sono accaduti tra il 2010 e il 2014 e hanno devastato un'intera comunità che, però, si è dimostrata disponibile a collaborare a differenza di casi già raccontati dove la resistenza e l'omertà si sono manifestate sia da parte delle autorità che della gente del posto.
Il che ha consentito in tempi relativamente più brevi di portare a compimento le indagini. Grazie alla testimonianza drammatica di una tredicenne raccolta dal Daily Mail è stato possibile ricavare le dinamiche con cui la gang islamica mieteva vittime. La festa, la droga e poi un uomo dopo l'altro.

Ed è sempre il quotidiano inglese ad aggiungere dettagli, raccontando anche della decisione - fortemente criticata dal NSPCC (Società nazionale per la prevenzione della crudeltà sui bambini) - della polizia di pagare circa 10.000 sterline dei soldi dei contribuenti ad uno degli indagati perché agisse da spia.
Ma la polizia spiega che infiltrare la gang ha permesso di arrivare prima alla conclusione di una parte dell'operazione e di prevenire altri abusi.
L' 'operazione santuario' andrà avanti. E lo farà nella consapevolezza delle autorità che Newcastle non è l'ultima città inglese ad essere ostaggio di gang islamiche a caccia di ragazzine bianche.

Eloquenti in tal senso sono state le parole del direttore esecutivo del consiglio comunale di Newcastle, "purtroppo, ci sono prove di sfruttamento sessuale in quasi tutte le altre città del paese e chiunque dica di non aver avuto questo problema, non lo sta cercando".

Evidentemente la lezione dei 1400 bambini abusati sessualmente a Rotherham non è servita neanche alla stampa, che, come sempre, tace per quieto vivere.
Intanto dalle pagine del Telegraph si apprende che parlamentari e attivisti stanno chiedendo, per la prima volta, che i crimini di cui sono accusate queste gang, ai fini del processo, prevedano l'aggravante di razzismo.

 

di Lorenza Formicola| Mondo | 11 Ago 2017
https://www.loccidentale.it/articoli/145996/anche-a-newcastle-le-gang-islamiche-vanno-a-caccia-di-ragazzine-bianche

Argomento: Islam

 L’Opzione Benedetto spiegata dal suo autore.
 Intervista a Rod Dreher

«Noi cristiani dobbiamo essere il sale della terra, ma questo sale è diventato insipido.
Inutile sperare che siano i preti o i politici a salvarci.
Adesso tocca a noi muoverci»

 
 

 Tutto cominciò nel 1969, quando il teologo Joseph Ratzinger così parlò:
 «Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto.
 Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi.
 Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede e la preghiera al centro dell’esperienza e sperimenterà di nuovo i sacramenti come servizio divino e non come un problema di struttura liturgica.
A me sembra certo che si stanno preparando per la Chiesa tempi molto difficili.
La sua vera crisi è appena incominciata.
Si deve fare i conti con grandi sommovimenti.
Ma io sono anche certissimo di ciò che rimarrà alla fine: non la Chiesa del culto politico, ma la Chiesa della fede
».

Dodici anni dopo, nel 1981, fu il filosofo Alasdair MacIntyre a scrivere: «Un punto di svolta decisivo in quella storia più antica si ebbe quando uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l’imperium romano e smisero di identificare la continuazione della civiltà e della comunità morale con la conservazione di tale imperium.
Il compito che invece si prefissero (spesso senza rendersi conto pienamente di ciò che stavano facendo) fu la costruzione di nuove forme di comunità entro cui la vita morale potesse essere sostenuta, in modo che sia la civiltà sia la morale avessero la possibilità di sopravvivere all’epoca incipiente di barbarie e oscurità.
Se la mia interpretazione della nostra situazione morale è esatta, dovremmo concludere che da qualche tempo anche noi abbiamo raggiunto questo punto di svolta.
Ciò che conta, in questa fase, è la costruzione di forme locali di comunità al cui interno la civiltà e la vita intellettuale e morale possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri che già incombono su di noi. (…)
Questa volta, però, i barbari non aspettano al di là delle frontiere: ci hanno già governato per parecchio tempo. Ed è la nostra inconsapevolezza di questo fatto a costruire parte della nostra difficoltà.
Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro san Benedetto, senza dubbio molto diverso
».

Ispirato da questi e altri interventi, Rod Dreher, editorialista di The American Conservative, dieci anni fa ha cominciato a parlare di Opzione Benedetto. L’anno scorso, incoraggiato da molti, ha deciso di scrivere un libro sull’argomento.
A gennaio è uscito nelle librerie americane The Benedict Option – A Strategy for Christians in a Post-Christian Nation, un testo di 272 pagine. «Il libro doveva essere molto più lungo, e io chiedevo di poter avere almeno due anni a disposizione per scriverlo», spiega Dreher. «Ma l’editore si è impuntato che doveva uscire poco dopo le elezioni presidenziali: erano convinti che le avrebbe vinte Hillary Clinton, e che i cristiani impauriti sarebbero corsi in libreria a comprare il libro per approntare una difesa di emergenza. Ma la mia Benedict Option non nasce dalla paura, bensì dall’amore per Cristo e per il prossimo. Come dice nel libro il mio amico Marco Sermarini della Compagnia dei Tipi Loschi (un’associazione laicale della diocesi di San Benedetto del Tronto, ndr), “non facciamo questo per salvare il mondo, ma per nessun’altra ragione che amiamo il Signore e che sappiamo di avere bisogno di una comunità e di una regola di vita per servirLo pienamente”».

Sia come sia, The Benedict Option ha venduto finora 35 mila copie negli Stati Uniti ed è stato definito dal New York Times «il più discusso e il più importante libro religioso del decennio». Molti lo hanno criticato senza averlo letto, compreso il filosofo MacIntyre. L’intervista che segue può essere un buon antipasto alla lettura senza pregiudizi del libro. Che per ora esiste solo in inglese.

L’Opzione Benedetto che lei propone, sulle orme di quanto ha scritto più di trentacinque anni fa Alasdair MacIntyre, è stata criticata perché assomiglierebbe a un ghetto cristiano.
I cristiani dovrebbero essere il sale della terra, ma lei sembra voler ritirare il sale dalla terra e raccoglierlo in una saliera. Cosa risponde a questa critica?

È una critica errata, che proviene da persone che non hanno letto il libro. I cristiani sono chiamati a evangelizzare, a essere il sale della terra, è vero. Ma oggi questo sale è diventato insipido. Se dobbiamo essere per il mondo secondo la volontà di Cristo, dobbiamo allontanarci dal mondo per approfondire la preghiera, la vita di comunità fra noi e la comprensione della Bibbia.
Ci siamo assimilati al mondo: la gente non vede differenze fra un cristiano e un non cristiano. Prendiamo un monastero come quello dei benedettini a Norcia: offrono assistenza spirituale a tantissime persone che si rivolgono a loro, ma se la loro porta non fosse mai chiusa, se non dedicassero la maggior parte del loro tempo alla preghiera e al digiuno separati dal resto del mondo, non potrebbero poi essere di aiuto a nessuno.
Lo stesso vale per noi laici. Prendiamo una scuola: se si potesse sempre andare e venire e lasciare entrare chiunque in qualunque momento, gli studenti non ne avrebbero alcun giovamento. La scuola ha bisogno di un tempo di separatezza.
È sbagliato istituire un’alternativa fra la completa separazione e la completa assimilazione. Dobbiamo essere nel mondo ma senza essere del mondo. In Geremia 29 Dio dice agli ebrei di sistemarsi a Babilonia e di pregare per la pace della città, e questo dobbiamo farlo anche noi oggi. Ma poi nel libro di Daniele troviamo tre ebrei ministri fedeli del re di Babilonia, ai quali a un certo momento viene chiesto di inginocchiarsi davanti agli idoli. A quel punto loro, che erano integrati al sistema di Babilonia, si rifiutano di servire falsi dèi e vengono messi a morte. Come cristiani di oggi dobbiamo chiederci che cosa avevano quei tre ebrei che diede loro il coraggio di scegliere la morte piuttosto che l’apostasia. È qualcosa che dobbiamo recuperare oggi.

Lei cita una frase di Philip Rieff: «L’uomo religioso nasceva per essere salvato. L’uomo psicologico nasce per essere contento». Leggendo il suo libro si ha l’impressione che oggi l’uomo religioso e l’uomo psicologico coincidano in molte chiese e comunità cristiane, a vantaggio dell’uomo psicologico. È così?

Purtroppo sì. Oggi molti cristiani sono in realtà adepti del Dmt, Deismo moralistico terapeutico: si tratta di essere gentili con tutti, come chiedono tutte le religioni, di sentirsi bene con se stessi ed essere felici, e alla fine Dio ci accoglierà tutti in Cielo.
Non c’è alcuna comprensione del fatto che la vita cristiana richiede sofferenza e sacrificio.
La gente oggi va in chiesa come si va all’ospedale, in cerca di una guarigione. Ma la maggioranza chiede solo di essere liberata dalla sofferenza. Accettano una pillola o un’iniezione che tolgono il dolore, ma non guariscono. La vera guarigione richiede una chirurgia spirituale che è dolorosa, ma che dà per risultato l’autentica guarigione.
Sono venuto a Cristo da adulto, all’età di 25 anni. Anche prima volevo Cristo, ma non volevo rinunciare alla mia libertà sessuale. O Cristo è il Signore della tua vita al cento per cento, o non è il Signore della tua vita. Alla fine mi sono arreso a Cristo grazie all’intercessione della Vergine Maria, e ho intrapreso il cammino della castità. Sono stati tre anni duri e difficili di traversata del deserto, sorretto solamente dalla preghiera e dal sacramento della Confessione.
Non ho trovato sostegno in nessun prete, tranne uno che stava a Roma: Giovanni Paolo II.
Ma era necessario che io morissi a me stesso, Dio ha riversato la guarigione nel mio cuore attraverso quella ascesi, e solo grazie ad essa sono stato in grado di riconoscere la bontà che era nel cuore della donna che sarebbe diventata mia moglie.
Faccio un altro esempio personale. Ho scritto un libro intitolato Come Dante può salvarvi la vita, perché Dio ha usato la Divina Commedia per farmi scoprire i miei peccati e pentirmene. Nessuno arriva in Paradiso senza passare attraverso l’Inferno e il Purgatorio, questa è una grande verità.
Oggi troppi cristiani desiderano e offrono il Paradiso senza Inferno e Purgatorio, e non funziona. Penso che questo cristianesimo “fake” non durerà: il cristianesimo senza la croce è falso.
L’uomo di oggi non vuole la croce: questa è la differenza fra l’uomo psicologico e l’uomo religioso. La vera misericordia richiede il pentimento.

Lei scrive che se i cristiani non sviluppano un modo di vita controcorrente, condannano i loro figli all’assimilazione. Cosa la rende certo di questo?

Mi guardo intorno, e dappertutto nel mio paese di solito si nota molta poca differenza fra i cristiani e gli altri. Anche le scienze sociali dicono la stessa cosa: il cristianesimo sta crollando fra le giovani generazioni, e i ragazzi che continuano a dirsi cristiani credono cose che non sono ortodosse. Quando parlo coi docenti di università cattoliche e protestanti, mi dicono che i loro studenti non sanno quasi nulla del cristianesimo.
Questo è certamente colpa della catechesi scadente, ma ancora di più è colpa della cultura cristiana indistinta di oggi.
Non abbiamo la garanzia che l’edificazione di piccole comunità cristiane impegnate salverà la fede delle giovani generazioni, ma cosa altro possiamo fare?

Lei sottolinea che la sua proposta è rivolta ai cristiani ortodossi con la “o” minuscola, cioè tutti i cristiani, Cattolici, Protestanti e Ortodossi, che mantengono intatta la tradizione della Chiesa apostolica per quanto riguarda liturgia, teologia e dottrina.
Ma esiste anche il cristianesimo liberal. Non sono questi i giorni della rivincita del cristianesimo liberal, specialmente nel mondo cattolico?
Lei scrive di Secoli Bui (Dark Age) incombenti, ma oggi c’è molto ottimismo riguardo all’apertura e al rinnovamento della Chiesa sulla base di standard liberal. Non è questo il futuro del cristianesimo?

No.
Perché un albero può dare frutti solo se ha radici profonde.
Il cristianesimo liberal è un fenomeno moderno, che taglia le radici del passato.
Ciò che caratterizza l’ortodossia con la “o” piccola è il riconoscimento che c’è una verità al di sopra di noi.
Mentre il cristianesimo liberal pensa che possiamo arrangiare le cose come piace a noi per soddisfare i nostri bisogni di oggi. Non dobbiamo credere alla Tradizione o alla Bibbia se confliggono con ciò che desideriamo nel presente.
Ma negli Stati Uniti le comunità cattoliche più fiorenti sono quelle fedeli alla tradizione: sono capaci di sfidare i loro stessi preti.
Spesso noi cristiani conservatori ci lamentiamo di come viene fatto male il catechismo e di quello che viene detto nelle omelie.
Ma dovremmo pensare che oggi abbiamo un catechismo formidabile come quello della Chiesa cattolica, che possiamo procurarci una montagna di buoni libri e crearci una biblioteca che san Tommaso si sarebbe sognato di avere.
Smettiamola di lamentarci e di pretendere che sia la Chiesa istituzionale a salvarci.
Muoviamoci noi in prima persona. Approfondiamo la Tradizione, e ci troveremo tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Senza dimenticare le opere di misericordia corporale, senza le quali rischiamo di cadere nell’intellettualismo.

Lei sottolinea anche che i cristiani non possono confidare nel potere politico come baluardo contro la scristianizzazione e le tendenze anticristiane, e che il cristianesimo sarà attraente se saprà mostrare la sua bellezza fuori dall’ambito politico.
Ma come può fiorire la vita cristiana se ogni cittadino, professionista, giornalista, insegnante, psicologo, eccetera in Occidente è costretto a sottomettersi alla cultura dominante?
Se sei costretto a parlare in pubblico solo in base agli standard del politicamente corretto, se sei costretto a insegnare l’ideologia del gender nella tua scuola, l’Opzione Benedetto resta priva di senso.
Non abbiamo bisogno di un qualche tipo di politica che protegga la libertà di essere diversi? Che difenda la libertà religiosa che permetterebbe di attuare l’Opzione Benedetto?

Sì, non possiamo abbandonare la politica completamente, se non altro per difendere la libertà religiosa.
Ma si tratta di mettere nel giusto ordine le cose che amiamo.
Molti cristiani negli Stati Uniti pensano che il nemico è alle porte, e che se metteremo i politici e i giudici giusti al posto giusto, le cose andranno a posto.
Ma non è così.
Negli ultimi trent’anni i conservatori spesso sono stati al potere in America, qualcosa di buono per la Chiesa che altrimenti non sarebbe stato fatto l’hanno combinato, ma nello stesso tempo ha avuto luogo il grande declino della fede fra i giovani. La libertà religiosa non può essere fine a se stessa, deve essere uno strumento per la vita in Cristo.
Se conserviamo la libertà religiosa, ma non la usiamo perché crescano veri cristiani, è inutile.
Alcuni conservatori mi criticano dicendo che l’Opzione Benedetto coincide con la resa politica dei cristiani. Rispondo loro che dobbiamo essere pronti a essere sconfitti a livello politico e a vivere in condizioni di oppressione, che è ciò che hanno fatto i cristiani sotto il comunismo e stanno facendo sotto i regimi islamici.
La cultura che creiamo non può dipendere dall’esistenza di una democrazia liberale favorevole al cristianesimo. Dobbiamo lottare in ambito politico per quanto possiamo, ma se la dittatura del relativismo si instaura, dobbiamo vivere ugualmente come cristiani coraggiosi che sfidano il sistema. L’Opzione Benedetto risponde a questo genere di situazione.

Per concludere parliamo un po’ dell’America. Nel suo libro Cosa significa essere americani Michael Walzer scrive che «si dimostra il proprio americanismo vivendo in pace con tutti gli altri “americani”, cioè concordando nel rispetto della molteplicità sociale».
Dopo aver letto The Benedict Option ci si convince che questo non vale più. L’America sembra sull’orlo di un nuovo totalitarismo, nel quale le persone sono ricattate perché portino un distintivo pro-Lgbt, e sull’orlo di una guerra civile razziale e di classe. Le cose vanno veramente così male?

Sì e no. Non siamo sull’orlo di una guerra civile, ma il paese si sta disgregando.
I cosiddetti liberal tolleranti hanno preso il potere nelle istituzioni culturali, ed esercitano un’egemonia senza misericordia: non sono né liberali né tolleranti.
MacIntyre aveva capito cosa sarebbe successo negli Stati Uniti già trent’anni fa: quando la gente perde la base dei suoi valori culturali, questi declineranno sia a livello politico che a tutti gli altri livelli.
Quello americano è stato un cristianesimo di facciata per molto tempo, e adesso ne vediamo i risultati. Il movimento per i diritti civili degli afro-americani è stato l’ultimo movimento popolare cristiano della storia degli Stati Uniti: aveva idee cristiane espresse in un linguaggio cristiano.
Oggi il movimento Lgbt si presenta come la versione aggiornata del movimento per i diritti civili dei neri: è una falsità, ma a livello di cultura popolare l’idea ha fatto breccia. Oggi dei cristiani che si oppongono al matrimonio fra persone dello stesso sesso sono visti come gli eredi del Ku Klux Klan.
Le cose si metteranno molto male per noi.
Ma ci sono altre cose preoccupanti. Oggi abbiamo presidente un Donald Trump perché le élite dei partiti democratico e repubblicano hanno ignorato i poveri e la classe operaia. Gli americani oggi sono incoraggiati dalla cultura popolare a pensare a se stessi sulla base della propria identità individuale e non delle cose più grandi che ci uniscono.
Ma senza una religione comune non vedo come possiamo restare insieme. John Adams, uno dei padri fondatori, diceva che la Costituzione americana avrebbe funzionato solo con un popolo religioso e dotato di alti standard morali.
Se è vero quanto lui diceva, si capisce perché io tema che siamo all’inizio di una Dark Age.


luglio 10, 2017 di Rodolfo Casadei
da: http://www.tempi.it/lopzione-benedetto-spiegata-dal-suo-autore-intervista-a-rod-dreher#.WZVDvek3WM8
Argomento: Fede e ragione

 Uno dei metodi per diffondere l'omosessualismo con la scusa di prevenire la "violenza di genere".

Premesso che anche uno è troppo, occorre documentarsi e riflettere

 La calunnia del femminicidio

 Il termine “femminicidio” è stato coniato da Maria Marcela Lagarde – una femminista comunista messicana – ed è divenuto popolare per via del  film “Bordertown”, che narrava delle migliaia di donne uccise nella città messicana di Ciudad Juarez.
 Secondo la teoria femminista venivano uccise in quanto donne da maschi violenti nell’indifferenza della polizia.

Secondo la realtà, Ciudad Juarez (la vecchia El Paso dei film western, oggi situata sul confine con gli Stati Uniti) è diventata il crocevia mondiale del narcotraffico e la città con più omicidi al mondo, con la polizia impotente a fermare le guerre fra i cartelli della droga.
I becchini fanno gli straordinari tutte le sere, e l’80% dei circa 10 mila omicidi sono stati a danno di uomini.
 Molti di questi omicidi vengono compiuti da donne killer, attive soprattutto nel cartello Los Zetas, preferite ai killer uomini perché meno sospettabili. In una retata  nel campo di addestramento per killer di San Cristobal de la Barranca la polizia catturò molte assassine.

Le più note sono Maria del Pilar Narro Lopez, alias “la comandante Bombon” e Maria Jimenez, che catturata dopo decine di omicidi ha confessato:

«noi donne lo facciamo per il denaro. Mi misi ad uccidere diventando sicario a tempo pieno insieme a ragazze così belle e con unghie grandi e affilate come coltelli che ispiravano pensieri inverecondi». [Corriere della Sera, 16/8/2011, “Le donne di Ciudad Juarez: vittime, madri e sicarie”].

Ma l’eroina delle femministe è Diana La Cazadora, l’assassina seriale che ammazza uomini.

Femministe occidentali notarono che “femminicidio” era un termine che colpiva la fantasia e consentiva di calunniare gli uomini.

E così il femminicidio è un fenomeno esploso in Italia dal 2010, ma solo sui media, che hanno diffuso questa parola inventata apposta per odiare gli uomini, per far credere che esista una strage di donne, per chiedere leggi secondo cui la vita di una donna ha più valore della vita di un uomo.

Secondo la propaganda femminista ripresa dalla stampa, l’ONU avrebbe detto che “femmicidio e femminicidio sono crimini di Stato tollerati dalle pubbliche istituzioni”.  
 Questa stupidaggine non la ha detta l’ONU, ma una femminista (Rashida Manjoo) che presiede un comitato femminista (CEDAW)  tollerato dentro l’ONU.
La realtà dei veri dati del vero ONU [2011 Global Study on Homicide, UNODC Homicide Statistics] è che:

  • L’Italia è uno dei paesi al mondo con il più basso tasso di omicidi femminili:  5 per milione all’anno, circa la metà che nei nostri paesi confinanti (9 per milione per anno in Francia, 7 in Svizzera, 13 in Austria…). Fra i grandi paesi, solo Giappone, Irlanda e Grecia hanno tassi minori.
    Una donna italiana ha, in tutta la sua vita, una probabilità dello 0.05% di subire un omicidio. Se non ci fossero altre cause di morte, una donna vivrebbe in media 200mila anni prima di subire un omicidio.
    Per fare un confronto, è la stessa probabilità di morire in un incidente con un trattore: in entrambi i casi circa 150 decessi all’anno [Dati ASPAS 2010].  Nessuno parla di ‘trattoricidio’.
    Il numero di donne che si suicidano (22 per milione per anno) è più del quadruplo di donne vittime di omicidio. 
    Nessuno parla di “auto-femminicidio”. 
    Unico vero numero da strage è quello dei bambini abortiti (7800 per milione di donne per anno, per un totale di 5 milioni dal 1982 ad oggi nella sola Italia).
  • In Italia il tasso di omicidi maschili è di 16 per milione all’anno, cioè vengono uccisi più di 3 uomini per ogni donna uccisa.
    Sia uomini che donne uccidono in prevalenza uomini: circa 400 ogni anno. 
    Le donne assassine uccidono nel 39% dei casi donne, e nel 61% dei casi uomini. 
    Gli uomini assassini uccidono nel 31% dei casi donne, e nel 69% dei casi uomini. [Ministero dell’Interno, Rapporto sulla Criminalità, “Gli omicidi volontari”, Tabella IV.18, “Genere della vittima secondo il genere dell’autore di omicidio commesso in Italia tra il 2004 e il 2006”].
    Ricerche criminologiche indicano che il numero di donne assassine è sottostimato in quanto le donne hanno maggiore tendenza a commissionare omicidi e ad uccidere avvelenando.
    Nessuno parla del ‘maschicidio’. 
    In Italia il tasso di suicidio di uomini separati è di 284 per milione all’anno [Dati EURES 2009]. Nessuno ne parla, sebbene si tratti di una vera strage di stato: il tasso di suicidi si quadruplica con la separazione, anche a causa delle sentenze  che privano i papà dei loro figli, della loro casa, del loro reddito.
  • Il femminicidio non esiste in nessun paese al mondo: ovunque vengono uccisi più uomini che donne. Gli unici paesi nei quali il tasso di donne uccise è quasi pari al tasso di uomini uccisi sono quelli che hanno adottato politiche femministe (47% di omicidi femminili in Croazia, 41% in Norvegia…) o dove le donne partecipano alla vita pubblica (49% di omicidi femminili in Germania, 48% in Svizzera…). 
    Viceversa, il tasso di omicidio di donne è una piccola percentuale del totale di omicidi nei paesi dove molte donne preferiscono il ruolo femminile tradizionale (7% in Grecia, 18% in Irlanda, 23% in Italia…).
     

a3

La realtà è l’opposto dell’ideologia femminista, secondo cui esisterebbe un “patriarcato” che opprime ed uccide le donne.

Riassumendo:

 

a2

Come mai il fenomeno più piccolo di tutti, gli omicidi di donne, riceve l’attenzione maggiore?

In parte è perché gli omicidi, pur essendo una causa di morte statisticamente marginale, ricevono molta attenzione sui media.  Questo causa una percezione distorta della realtà, similmente a come accade per gli incidenti aerei:  sono eventi così rari che finiscono in prima pagina, mentre gli incidenti stradali sono così frequenti che non fanno notizia. Gli aerei, il mezzo di trasporto più sicuro, vengono così percepiti come pericolosi.  Allo stesso modo gli omicidi più rari, quelli di donne, attirano più attenzione.

Ma soprattutto, grazie a campagne di disinformazione finalizzate a costruire l’allarmismo del femminicidio, gestiste da professioniste che farebbero invidia a Wanna Marchi. Lo scopo è ottenere leggi che discriminano contro gli uomini, che radicano nella legge la falsa ideologia femminista [Convenzione di Istanbul, per ora ratificata da Montenegro, Albania, Turchia, Portogallo e Italia ma non dai paesi seri] ma soprattutto far avere un ruolo istituzionale e finanziamenti pubblici per i centri anti-violenza e per le avvocate femministe:

«Norme per il contrasto al femminicidio.
il centro antiviolenza che presta assistenza alla persona offesa può intervenire in giudizio …
La gestione delle case e dei centri delle donne è assicurata attraverso convenzioni…
Agli oneri derivanti dalla presente legge, pari a 85 milioni di Euro…» [Decreto-Legge 14 agosto 2013, n. 93 — Gazzetta Ufficiale]

Il decreto legge italiano sul “femminicidio” prevede infatti che le donne non possano ritirare le denunce e che lo stato le rimborsi anche in deroga ai limiti di reddito: il chiaro intento è tutelare le parcelle, non le donne.

È la stessa fondatrice dei centri anti-violenza per sole donne a dire che le femministe li usano per calunniare gli uomini e privare i bambini dei loro papà.

 

fonte: https://violenzafamiliare.wordpress.com/2013/08/19/la-calunnia-del-femminicidio/

 + Mons. Tommaso Ghirelli - Vescovo di Imola
Omelia per la festa del Santo Patrono San Cassiano

 LA FAMIGLIA E' UOMO-DONNA
 NO ALLE UNIONI OMOSESSUALI

 

Con il canto del vespro, lodiamo Dio che ha donato ad Imola un testimone ed un intercessore insostituibile. Il martirio di Cassiano appare certamente doloroso, ma anche e soprattutto glorioso, tanto da rendere sopportabile, anzi fecondo, il male fisico e la sofferenza morale di vedersi aggredito dai propri alunni. La violenza subita si trasforma in un traguardo: è la conclusione del cammino di progressiva adesione a Gesù Cristo, di condivisione del suo destino, è il completo dono di sé agli altri.
La morte diventa quindi gloriosa, non nel senso che sia fonte di notorietà o di plauso postumo, ma nel senso che manifesta la grandezza e bellezza di Dio, secondo quanto afferma Gesù: “Voi siete la luce del mondo … Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,14-16).

Per questo, siamo convinti che san Cassiano “fa bene alla città”. Avere scelto un patrono, per una comunità civile (città, nazione, ma anche regione, associazione, azienda) significa avere raggiunto un’intesa ideale, avere maturato un’identità, fino a  riconoscersi in una persona concreta.

Siccome la città risulta composta di famiglie e delle loro aggregazioni, possiamo aggiungere che san Cassiano fa bene anzitutto alle famiglie della città: patrocinia la continua riscoperta dell’unione coniugale come unione indissolubile di un uomo e di una donna, la parità tra i sessi, la solidità dell’istituto matrimoniale.

La città cerca di includere e integrare tutti, perché ogni persona è un dono unico per l’intera famiglia umana.
Perciò si preoccupa non tanto di fornire servizi, ma prima ancora di rimuovere gli ostacoli alla maturazione dei figli in seno alla famiglia, di assicurare l’educazione scolastica, la promozione culturale e di favorire le varie forme di solidarietà tra gruppi familiari e ceti sociali, regolandole, sussidiandole e prevenendo le tensioni, prima che diventino conflitti.

L’opinione pubblica, grazie al buon senso popolare, comprende che l’istituto del matrimonio “non può essere valutato prevalentemente alla luce dei comportamenti di fatto e delle situazioni concrete che se ne discostano” (cfr Compendio della dottrina sociale della Chiesa, §217).

Inoltre si rende conto che la diversità e complementarietà tra uomo e donna sono essenziali tanto per una feconda ed equilibrata vita di coppia quanto per lo sviluppo delle nuove generazioni. 
Perciò, premesso il rispetto  dovuto ad ogni persona, non si può passare sotto silenzio quanto limpidamente è scritto nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa (al n.228): “Mettendo l’unione omosessuale su un piano giuridico analogo a quello del matrimonio o della famiglia, lo Stato agisce arbitrariamente ed entra in contraddizione con i propri doveri”.
La famiglia infatti viene prima dello Stato, anzi è la condizione stessa dell’esistenza tanto della società quanto dello Stato.

Rispettare tutte le persone non implica la rinuncia ad un preciso stile di vita e ad un progetto sociale definito, ad un patrimonio di valori condiviso, ad un’identità civica.
Non si tratta di conservare il passato, ma di rispondere alle domande di fondo che ogni generazione si pone: domande di giustizia, di fratellanza, di riconoscimento effettivo dell’uguale dignità di ogni essere umano.

Lodando Dio per avere donato ad Imola san Cassiano, formuliamo anche una richiesta: con la sua intercessione, ci aiuti ad essere integralmente imolesi: capaci di vita civica, di essere soggetti attivi in quanto famiglie e gruppi di famiglie, capaci anche di accoglienza e condivisione.

+ Tommaso Ghirelli

fonte: https://www.ilnuovodiario.com/2017/08/13/vescovo-san-cassiano-bene-alla-citta/

Argomento: Chiesa
Il terrorismo islamico in Africa

In Nigeria Boko Haram fa scempio di chiese, donne e bambini

4 Ago 2017
 
Boko haram

Le storie di terrore e di paura, di inferno e di dolore targate, ancora una volta, islam, in Nigeria si intrecciano e si perdono nel nulla. La furia islamica, si sa, non conosce misericordia e una terra come la Nigeria ne è testimone muta e inerte. Come, d'altronde, il resto della comunità internazionale. La Nigeria non è in stato di guerra e ha un'economia che ha superato quella del Sud Africa, eppure uno degli ultimi rapporti della Food and Agriculture Organization (Fao), prevedeva che "la più grave crisi umanitaria in Africa, nel nord-est della Nigeria, si aggraverà tra giugno e agosto". E le cose stanno esattamente così. La sicurezza alimentare e nutrizionale viene sempre più meno. Come già scritto su queste pagine, da una parte la corruzione endemica e l'incapacità di governo delle classi dirigenti locali, dall'altra l'imposizione della legge islamica tengono il Paese nella povertà e in una morsa di terrore.

E poi c'è Boko Haram (il nome significa "vietata l'educazione occidentale"). "Gli uomini di Boko Haram sono venuti a casa mia, hanno portato via tutto e poi hanno intimato a mio marito di convertirsi all’Islam. Quando ha rifiutato lo hanno ucciso davanti ai miei occhi". E' Esther a parlare, e come lei ce ne sono tantissime. C'è Rose il cui marito è stato ucciso a bruciapelo per aver rifiutato l'islam. E poi c'è Agnes e i suoi 9 figli da crescere da sola e nemmeno una degna sepoltura per il marito sgozzato. Il vescovo di Maiduguri, a nord della Nigeria, racconta di almeno 5mila casi simili. Cinquemila donne rimaste vedove per mano dei terroristi islamici. Così oltre le circa 20.000 vittime della violenza di Boko Haram - che si contano fino ad ora - ci sono le vite di donne e bambini segnate irrimediabilmente. 

Vi abbiamo già raccontato delle donne costrette alla tratta sessuale di un'immigrazione incontrollata, ma ce ne sono tantissime che l'inferno lo vivono nei campi di prigionia nigeriani dove solo rinunciare al cristianesimo può salvarti la vita. Nell'inferno nigeriano donne e bambine oltre ad abbracciare l'islam sono costrette a mangiare carne umana a insieme ai loro aguzzini "perché il sangue dei nostri nemici ci rafforza", dicono. Per quante vengono rapite e sono già incinte il destino è inesorabile: vengono fatte sdraiare a terra supine, spogliate e squartate con il machete, è il feto quello che conta. Quando viene loro strappato il bambino dalla pancia inizia l'agonia: vengono lasciare morire dissanguate. E poi ci sono le botte, gli stupri, le marce forzate, matrimoni poligami e baratti con mucche e capre: gli uomini vengono decapitati e le donne rapite. L'islam punisce gli 'infedeli' e cerca 'fedeli'. Il rituale di conversione prevede che si pronunci una formula in arabo, ma non importa che la biascichi distorcendo le parole, senza convinzione, quel che conta è abbandonare a parole il cristianesimo.

Poi c'è il rito del nuovo nome, del velo e delle lezioni di Corano: è urgente che sappiano recitare a memoria le "sure", che apprendano velocemente anche un po' di arabo. Finito questo passaggio la conversione è ultimata e la donna schiavizzata può essere data in sposa ad un miliziano. Ostaggio di uno soltanto, non più di tutti. Ma non è tutto. L'ultimo passaggio consiste nel dover prendere parte ad un attentato. L'epilogo è farsi saltare in aria. In Nigeria l'aria è mefitica. Vi ricordate quando la first lady più osannata della storia, Michelle Obama, si mise a capo della comitiva di 'vip' che lanciarono la campagna nel 2014 dopo il rapimento delle studentesse di Chibok? Dove sono finiti tutti adesso? Un movimento che, forse, non ha fatto che paralizzare tutto. Forse meglio non sporcarsi troppo le mani con l'islamizzazione? Silenzio e omertà.

Intanto negli ultimi tre mesi di questa prima parte di 2017, "in più della metà del territorio della parte meridionale dello Stato di Kaduna c’è stata una intensificazione degli attacchi da parte del Fulani Herdsmen Terrorist (FHT), un gruppo terroristico di pastori nomadi di etnia Fulani". E' la denuncia di Sua Ecc. Mons. Joseph Danlami Bagobiri, Vescovo di Kafanchan, nello stato di Kaduna. Un gruppo quasi sconosciuto in Occidente, eppure responsabile solo da settembre al mese scorso dell’incendio di 53 villaggi, della morte di 808 persone, della distruzione di 1.422 case e di 16 chiese. In Nigeria i cristiani evaporano nel silenzio mentre le fiamme ingoiano chiese - solo negli ultimi anni oltre 2000 -, uomini, donne e bambini.

 

da: https://www.loccidentale.it/articoli/145972/in-nigeria-boko-haram-fa-scempio-di-chiese-donne-e-bambini

Argomento: Islam

 (di Cristina Siccardi)
  Se si digita, sul Web, Parrocchia San Defendente di Ronco Cossato (Biella), appare il sito Una chiesa a più voci del parroco don Mario Marchiori.

 Le autorità religiose hanno perciò deciso di esautorare san Defendente, martirizzato dall’Imperatore romano Massimiano nel 287 circa perché si era rifiutato di sacrificare al culto dell’Imperatore stesso.
San Defendente morì per Cristo e per dare testimonianza ai fratelli in Cristo.

 Una chiesa a più voci? La zizzania nella Chiesa

Il Protestantesimo che impera in questa laica chiesa biellese, i santi sono banditi perché essi sono lo specchio della Fede autentica, mentre le «più voci» vengono debitamente selezionate secondo ben precisi e schierati criteri ideologici.

Bene accolta in questa parrocchia è stata Emma Bonino, che iniziò la sua carriera nella metà degli anni Settanta con la lotta per la legalizzazione dell’aborto in Italia e successivamente per l’affermazione del divorzio e la legalizzazione delle droghe leggere; nel 1975 fondò il Cisa (Centro informazione, sterilizzazione e aborto), per il quale venne arrestata. Tuttavia il 26 luglio scorso, in quello che dovrebbe essere un luogo sacro, predisposto per i sacerdoti, ovvero nel presbiterio della parrocchia sopraindicata, la Bonino ha presentato la sua campagna pro-emigrazione Ero straniero. L’umanità che fa bene, che sta portando in giro per l’Italia.

Questa donna, che da decenni lotta senza ritegno contro ogni principio di vita, di morale, di coscienza, è stata incoraggiata, due giorni prima di questo incontro, da papa Francesco, che le ha telefonato dicendole di «tenere duro».

Forse perché diversi cattolici (ricordiamo in particolare l’Associazione Ora et Labora in difesa della vita) hanno aperto una lodevole e più che legittima polemica contro la scandalosa iniziativa, dove era presente anche l’abortista Silvio Viale, che ha introdotto in Italia la pillola abortiva RU 486? Nessun dialogo e nessun confronto è stato permesso in quella serata: il dottor Leandro Aletti, figura storica dell’antiabortismo italiano sin dagli anni Settanta, ha formulato una domanda, ma è stato subito coperto dalle urla: «Vergogna! Vergogna!», mentre il microfono gli veniva sottratto. Un altro cattolico, Alberto Cerutti, ha domandato perché non sono stati accolti i sei milioni di bambini abortiti con la legge 194, ma i carabinieri, presenti in chiesa insieme alla polizia e alla Digos, lo hanno allontanato.

Giovedì sera l’anticattolica Emma Bonino, eroina delle lotte pro-morte, faceva la sua arringa in prossimità dell’altare e dell’ambone, mentre venerdì sera veniva ucciso Charlie Gard in un hospice di Londra, attrezzato per i malati terminali, dove gli è stata staccata la ventilazione artificiale. Un costo in meno per lo Stato: sarebbe soddisfatto l’economista e demografo inglese Thomas Robert Malthus, che influì fortemente su Charles Darwin, il quale gli dedicò L’origine della specie (1859), dove esponeva le sue teorie evoluzioniste e anticreazioniste. 

Ed ora i media rassicurano: il bambino, condannato a morte e la cui sentenza è stata eseguita sotto il raccapriccio di chi è ancora rimasto persona e non scimmia evoluta, sarà sepolto insieme alla sua scimmietta giocattolo. Charlie Gard rappresenta plasticamente le contraddizioni e le infamie di quest’epoca scristianizzata, che si fa padrona (dio) della vita e della morte. Così, la medaglietta di san Giuda Taddeo, il santo dei casi impossibili, che Charlie stringeva nel suo innocente pugnetto, è stato destituito, allo stesso modo di san Defendente, invocato dalla Tradizione della Chiesa contro il pericolo dei lupi e degli incendi. Oggi i lupi parlano nelle chiese, mentre il fuoco della Geenna viene alimentato dagli stessi uomini di Chiesa con una tracotanza ed una baldanza di impronta luterana.

Domenica festeggeremo la Trasfigurazione di Nostro Signore. All’inizio del Dicorso 79/A, dedicato proprio a questa memoria liturgica, sant’Agostino scrive: «noi sappiamo che il Signore Gesù Cristo verrà come giudice alla fine del mondo e darà il regno a quelli posti alla destra e il castigo a quelli posti alla sinistra. Poiché egli – come crediamo e dichiariamo pubblicamente – verrà a giudicare i vivi e i morti». Già in vita il corpo di Gesù assunse forma gloriosa e così lo videro gli Apostoli Pietro, Giacomo, Giovanni.

Il Vescovo di Ippona, nello stesso discorso, ritiene che la Trasfigurazione sul Monte Tabor della Galilea sia stata la realizzazione di ciò che aveva annunciato Cristo: «Alcuni tra quelli che sono qui presenti non moriranno prima d’aver visto il Figlio dell’uomo nel suo regno».

Il volto del Salvatore divenne splendente come la viva luce del sole: «Erano dunque essi quei tali ch’erano presenti e che non avrebbero visto la morte prima di vedere il Signore nel suo regno. Alla fine del mondo però tutti avranno lo splendore che il Signore mostrò in se stesso», tutti coloro che sono buon seme e che, quindi «appartengono al regno di Dio e la zizzania invece rappresenta quelli che appartengono al maligno. Il nemico che l’ha seminata è il diavolo stesso. Il giorno della mietitura è la fine di questo mondo. I mietitori poi sono gli angeli. Allorché dunque verrà la fine di questo mondo, il Figlio dell’uomo invierà i suoi angeli e porteranno via dal suo regno tutti gli operatori di scandali e li getteranno nella fornace di fuoco ardente; ivi sarà pianto e stridore di denti».

Se queste parole turbano coloro che operano per la distruzione e il male, cercando di rimuoverle dalla loro vita “religiosa”, non è un problema del buon grano, ma un problema della zizzania, che può annientare il corpo, temporaneamente, ma non l’anima, perché l’anima risorgerà con il suo corpo, così come è risorto Cristo.

Dice san Paolo: «Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo» (1 Cor 15, 16-22).

Se le chiese si prestano ad ospitare la zizzania, la responsabilità di fronte a Dio è di coloro che rendono possibile questo scandalo, a noi la responsabilità di denunciare i lupi, senza mai stancarci di annunciare la Verità portata da Colui che si trasfigurò, anticipando in terra la sua Gloria celeste e di coloro che, fedeli nell’Amore Infinito, operano per il suo Regno. (Cristina Siccardi)

Argomento: Chiesa

MARTIN LUTERO - di A. Pellicciari: "Corrosione della Chiesa Cattolica mediante la protestantizzazione" (ed. Cantagalli)

 
http://www.edizionicantagalli.com/cgi-bin/catalogo/index_catalogue.pl Grazie al blog di Father Z  riportiamo un articolo di Andrea Gagliarducci, uscito su Vatican Monday del 04.01.2016 quale commento al nuovo libro di Angela Pellicciari, MARTIN LUTERO, sul pericoloso ed avanzato processo di corrosione della Chiesa Cattolica mediante una lenta e sorda protestantizzazione che sta mirando, ora come non mai, a destabilizzare il Ministero petrino e a deleggittimare il Magistero della Chiesa. 
Ecco la quarta di Copertina:

 
"Giornalisti, uomini di cultura e, in generale, la nostra classe dirigente, sono estimatori della Riforma protestante. Le nostre difficoltà, non ultime quelle economiche, sarebbero imputabili all'impermeabilità di noi italiani al vangelo della libertà proclamato da Lutero. A quasi cinquecento anni di distanza vale la pena domandarsi se questa valutazione corrisponda al vero oppure no. Capita con Lutero come all'epoca di Maometto: nel giro di qualche decennio l'orizzionte politico-religioso-economico-culturale cambia completamente. Perché? Che tipo di stato e di cultura si affermano con la Riforma? "Martin Lutero" risponde a queste domande a partire da cosa Lutero ha scritto, predicato e insegnato. Una lettura dettagliata ed argomentata che offre non pochi spunti di riflessione." ANGELA PELLICCIARI, Martin Lutero, ed. Cantagalli 2015, € 12,90, pagg. 173

Ecco alcuni  estratti del commento di Gagliarducci:
 
 
 
L'argomento non si occupa solo dei possibili effetti della Riforma sulla disciplina cattolica. Essa implica la natura stessa della Chiesa di Roma, come è stato storicamente concepito. Attraverso la sua predicazione, Martin Luther messo in discussione la sovranità della Santa Sede. Ha sostituito di fatto le nozioni di libertà e di scelte responsabili con il concetto di misericordia, e quindi valutate l'essere umano non è pienamente responsabile delle sue scelte, che è, non è libero. Ha scatenato la Chiesa dalla autorità del Papa, e sostituisce l'autorità del Papa con l'autorità di principi, cioè, con il potere secolare. Infine, ha avviato una campagna di denigrazione contro la Chiesa cattolica che risuona ancora nelle campagne dei media anticattolici attuali.
 
 
 
"Martin Luther" (Siena: Cantagalli, 2015), è un piccolo libro dello storico Angela Pellicciari, mette in luce il reale contenuto della predicazione e gli scritti di Martin Lutero. Leggendo il libro ci aiuta a capire molti dei dibattiti in corso. Soprattutto oggi è importante essere consapevoli del nemico nascosto e sottile che è la protestantizzazione.
 
 
 
Dall'elezione di Papa Francesco, questi temi sono diventati il ​​centro della agenda dei media concentrati sul Papa venuto dall'Argentina. L'Enfasi di Papa Francesco 'sulla misericordia si inserisce, alla fine, con l'idea di una Chiesa necessariamente disimpegnata a livello politico, ma molto impegnata su temi sociali. Dal momento che il Papa non ha preso parte al Concilio Vaticano II, era considerato più vulnerabile per la campagna mediatica che tende a ritrarre il Concilio come rottura nella storia della Chiesa.

[...]
 
 
La spinta per la soggettività è stato uno degli argomenti di Martin Lutero nella sua predicazione anti-romana. Angela Pellicciari scrive: "Con l'eliminazione della funzione del magistero, la negazione dell'ordine sacerdotale, l'esaltazione della libertà individuale e il rifiuto dell'importanza dei lavori per raggiungere la salvezza, ognuno fa le proprie scelte. Ognuno legge la Bibbia e la interpreta a modo proprio, confidando nell'aiuto dello Spirito Santo ".
 
 
 
    Alla fine, il rischio di istituzionalizzazione del "caso per caso il discernimento" è quello di arrivare al "dalla sola Scriptura" (sola fide) nozione che Martin Lutero ha promosso. Il sacerdote che discerne, caso per caso, mette da parte la funzione del magistero e fonda la sua attività sul suo personale interpretazione delle Scritture. Egli esercita un enorme potere discrezionale, ma è più un potere umano che uno derivato da Dio.
 
 
 
    Nella sua enciclica Spe Salvi, Benedetto XVI chiede: "Come può l'idea che hanno sviluppato il messaggio di Gesù 'sia strettamente individualistico e miri solo al singolo? Come si è arrivati ​​a questa interpretazione della «salvezza dell'anima» come fuga dalla responsabilità per l'insieme, e come si è arrivati ​​a concepire il progetto cristiano come ricerca egoistica della salvezza che rifiuta l'idea di servire gli altri? "
 
 
 
    Angela Pellicciari risponde: "Lo ha fatto perché Lutero ha erroneamente interpretato come "sottomissione a Roma" il carisma universale di Pietro e la sua funzione nella difesa di tutta la Chiesa. Di conseguenza, "il corpo è stato abbandonato", sembra "a favore delle anime, cioè della parte più interna di ciascuno di noi, che corrisponde alla nostra coscienza. È come se anima e corpo vengono posizionati uno contro l'altro, e ciascuno di essi va da sè. Come se l'obbedienza alla coscienza è un sostituto all'obbedienza a Pietro. "
 
 
 
    Questi sono ancora i temi principali del nostro tempo. Scuotere i fedeli dall'autorità della Chiesa, Lutero ne ha dato a principi, il potere secolare, un ruolo fondamentale. Egli ha anche affermato l'autorità del potere secolare contro il Papa, se il Papa commette errori. Ma l'autorità del Papa, la sua sovranità, si giustifica con la necessità di indipendenza dal potere secolare. Solo in questo modo - San Leone Magno ha spiegato - la Chiesa può essere credibile e realmente libera.

[...]
 
Quando il "Concilio dei media" è nato alla fine del Concilio Vaticano II, molti hanno cercato di guidare la Chiesa verso i territori che gli stessi vescovi che hanno preso parte il Consiglio non hanno voluto esplorare. Dopo il Concilio Vaticano II , il dibattito per lo più incentrato (1) sulla possibilità per i preti sposati e il sacerdozio femminile, (2) l'importanza dei vescovi locali , e anche su un enfasi data ai vescovi dal finalmente ammettendo alcuni dei membri del Consiglio del Sinodo per il Conclave , e (3) su un cambiamento di dottrina della Chiesa sulla morale sessuale , al fine di adattarsi meglio allo spirito del mondo .

[...]

Quando Lutero rompe l'unità della Chiesa con argomenti e offusca gran parte della storia della Chiesa, egli crea un terreno fertile in cui l'odio anti-cattolico può fermentare. Il tema del "libero esame" è ripreso dalla Massoneria che - in nome della ragione - ha lanciato l'attacco più forte contro gli insegnamenti della Chiesa cattolica, minando, in primo luogo, l'autorità della Chiesa.
 
Dopo secoli, l'autorità della Chiesa è stata minata nell'opinione pubblica, che oggi condivide una Chiesa povera che rimane con i poveri e non è coinvolto nelle questioni temporali (lasciando a 'principi' il potere di prendere decisioni sopra gli esseri umani). L'obiettivo finale è di minare completamente gli insegnamenti della Chiesa. Questo obiettivo alla base di molte delle pressioni a cui è avvicinato Papa Francesco nel cambiare l'insegnamento della Chiesa, o, almeno, di essere abbastanza ambigua nelle sue dichiarazioni di lasciare uno spazio libero per diverse interpretazioni.
 
Questo è il caso con il post-sinodale su cui c'è grande attesa per quanto riguarda la misura in cui la sua interpretazione oscillerà da un lato all'altro. È interessante notare che la Chiesa in Germania è stata  quella che ha spinto di più verso un ordine del giorno di misericordia, la stessa realtà della Chiesa a livello locale, che sentiva più di ogni altra l'impatto della Riforma protestante, e che più di ogni altro si sente attratto da spirito del mondo. Il sistema della Chiesa fiscale (la Kirchensteuer) ha reso una ricca realtà locale della Chiesa, ma anche mondano.
 
Benedetto XVI ha sottolineato questo mondanità nei suoi discorsi durante il suo secondo viaggio in patria nel 2011. Il Papa ha anche osservato che le tendenze secolarizzanti sono stati provvidenziali, in quanto hanno permesso la Chiesa a ripensare se stessa in termini più spirituali.Mentre tutti stanno spingendo per una "Chiesa più umana", una "Chiesa più divina" è ciò che è necessario, come ha osservato una volta il cardinale Joseph Ratzinger. Questo è il problema. Il nemico sottile  -che è la protestantizzazione -  è sempre attuale, ed è forse il nemico occulto che la Chiesa deve combattere sopra tutti gli altri.
 
Papa Francesco riuscirà a confrontarsi con esso? Sarà in grado di andare oltre le espressioni che descrivono il suo come un "pontificato di rottura", come il Concilio Vaticano II è stato considerato un Consiglio di rottura?Per questo motivo, il Concilio Vaticano II è ora fondamentale. Il lavoro rigoroso l'Arcivescovo Marchetto deve essere attentamente letto. La sua ultima pubblicazione, i diari di Pericle cardinale Felici, Segretario del Consiglio, testimoniano l'instancabile impegno di questo Padre del Consiglio per portare la Chiesa verso l'unità, nonostante le derive che è venuto fuori durante i dibattiti. Non era un tentativo di soffocare il dibattito, ma piuttosto un tentativo di dare loro una continuità con la storia e la dottrina della Chiesa.In attesa di documento post-sinodale Papa Francesco, tali questioni devono essere meditate.
 
Anche i vescovi e cardinali dovrebbero farlo. Papa Francesco sta cambiando il profilo di vescovi, e di conseguenza quella del Collegio Cardinalizio. Il Papa pone molta enfasi sulle Chiese locali; non vuole più diocesi di Classe A e di  Classe B. Il Concistoro imminente (sarà probabilmente terrà il 20 febbraio) ci deve dare un'indicazione chiara di idee Papa Francesco. Che Concistoro dovrebbe essere posto anche per una discussione su post-sinodale. Quindi, saremo in grado di capire se il Collegio dei Cardinali ha pienamente compreso l'importazione delle questioni in gioco. La Protestantizzazione della Chiesa la lascierebbe a corto di difese. Il mondo secolare potrebbe quindi "conquistare Roma", realizzazare quello che è sempre stato la meta finale.

--- da: http://blog.messainlatino.it/2016/01/martin-lutero-di-pellicciari-corrosione.html

Argomento: Fede e ragione

 

Pubblichiamo il testo della relazione tenuta a Piangipane (Ravenna) il 10 maggio 2017 in un evento organizzato dall’associazione “Il Seme” all’interno della Festa patronale di san Macario.

 

Attorno alla famiglia è in atto una guerra. Prima, però, di guardare negli occhi questa guerra, consideriamo brevemente l’importanza della famiglia per la Dottrina sociale della Chiesa. Da questo esame risulterà ancor meglio che si tratti di una vera e propria guerra.

Famiglia e origine della società

La famiglia è una società naturale, la prima società cui l’uomo è naturalmente inserito dalla nascita. Tutte le altre società vengono dopo. La famiglia ha una sua indiscutibile originarietà, a patto che si intenda rispettare l’ordine naturale delle cose. La famiglia non è un “corpo intermedio” tra l’individuo e lo Stato. Questo vorrebbe dire che si dia un individuo non in famiglia, ma ciò non accade. I corpi intermedi sono prodotti dalla libera associazione dei cittadini, ma la famiglia non è viene scelta. All’origine della società non ci sono individui isolati, ma individui-già-in-relazione, individui-in-famiglia. Se si dessero individui isolati, allora la società non sarebbe naturale ma artificiale. Allora varrebbe lo schema del contrattualismo: individui isolati e asociali si mettono d’accordo per dar vita al patto sociale. In questo caso, la società nascerebbe dalla volontà degli individui isolati che l’hanno costituita e, quindi, risponderebbe ad un ordine solo convenzionale, che potrebbe essere cambiato domani. Lo società, in questo caso, non risponderebbe a nessun disegno naturale e non esprimerebbe nessun ordine oggettivo. La sua organizzazione potrebbe essere cambiata secondo la volontà degli individui che l’hanno artificialmente costituita. Compresa la famiglia, che potrebbe cambiare di stato e diventare anche tra due uomini o tra due donne. Questo accade se all’origine ci sono individui isolati e non la famiglia.

Società e socialità

La famiglia è all’orine della società perché rende possibile la società ed è l’archetipo della socialità. Essa rende possibile la società in quanto permette la procreazione in modo naturale. Essa esprime una socialità primordiale in quanto è un’unione complementare secondo un ordine tra un uomo e una donna. Anche l’unione tra due uomini o tra due donne è una unione, ma non complementare e non secondo un ordine. Non è complementare perché due uomini (o due donne) si sommano e non si completano. Non è secondo un ordine perché non la natura lo prevede, ma solo il desiderio. Senza famiglia non c’è società (la società si estinguerebbe) e non c’è socialità. Le forme di socialità come accoglienza e solidarietà che si vivono in società sono tutte più deboli di quella familiare e quindi da essa derivano. Non è possibile avere socialità nella società, nella politica, nella sanità, nel lavoro, nella scuola … se non c’è la famiglia a produrre in modo naturale e originario la socialità. Per questo la sapienza popolare dice che la famiglia è la cellula della società.

La società e il suo ordine naturale

La famiglia è la società originaria e primordiale, la società naturale. Se si parte dagli individui isolati e magari asessuati (nel senso che per la teoria gender il sesso si dovrebbe decidere anche in seguito in quanto non naturale ma culturale) la società perde il contatto con un suo ordine naturale, che dalla famiglia si trasfonda su tutta la vita sociale. Ciò significa che la famiglia è il baluardo anche della legge morale naturale, ossia dell’dea che le relazioni sociali tra cittadini non siano convenzionali ma esprimano un ordine che diventa prescrittivo per i modi di agire, che esprime cioè una morale sociale. La Dottrina sociale della Chiesa parla di diritto naturale su cui dice di fondarsi. Tale diritto naturale si conosce e si esperimenta soprattutto in famiglia e poi nella società intera. La Dottrina sociale della Chiesa dice che i principi che essa enuncia sono anche di diritto naturale e infatti si vede che la destinazione universale dei beni, la solidarietà, la sussidiarietà, il bene comune si conoscono e si esperimentano prima di tutto in famiglia. Senza la famiglia la società dimentica di essere soggetta ad un ordine naturale e quindi si lancia verso tutte le sperimentazioni (e tutte le aberrazioni) basta che siano volute dalla maggioranza che poi, tra l’altro, nelle democrazie moderne è sempre una minoranza.

La crisi della famiglia e la Chiesa “muta”

Sparendo l’orizzonte della legge morale naturale e del diritto naturale la Chiesa perde ogni diritto di fare un discorso rivolto a tutti per il bene della società. La crisi della famiglia rende la Chiesa muta, ossia in grado solo di parlare ai propri fedeli ma non più a tutti gli uomini. Trasforma la Chiesa in una setta. Ciò rende improponibile anche l’intera Dottrina sociale della Chiesa e rompe il rapporto tra Dio creatore e Dio salvatore. Se la famiglia non è naturale e originaria non esprime un disegno sulla natura, disegno che può essere colto con la ragione e anche con la fede, colto cioè da tutti. Questo è il fondamento del dialogo tra credenti e non credenti e del fatto che la Chiesa, quando parla della famiglia e della società, ritiene di dire semplicemente delle verità. Fede e ragione sono collegate dalla verità delle cose, dall’ordine naturale che, se vengono negati in famiglia vengono negati in tutti gli altri campi. Alla Chiesa non verrà riconosciuta nessuna competenza pubblica e, pian piano, anche gli uomini di Chiesa si convinceranno che devono solo accompagnare e non indirizzare.

La dissociazione tra natura e soprannatura

Nella famiglia si incontra la ragione (la famiglia è cellula della società) e la fede (la famiglia è Chiesa domestica). La famiglia è di ordine naturale elevata all’ordine soprannaturale dal sacramento del matrimonio istituito da Gesù come indissolubile. L’amore tra i coniugi diventa figura dell’amore di Cristo per la Chiesa. Nella famiglia natura e grazia si incontrano. Tutte le espressioni della fede cristiana hanno un significato familiare:  Padre, Figlio, Madre, fratelli e sorelle … La sessualità umana viene purificata. La trasmissione della fede avviene prima di tutto in famiglia perché è lì che si dà il collegamento tra le generazioni. Si può allora dire che non solo la società ha bisogno della famiglia ma che anche la Chiesa ha bisogno della famiglia. Se le famiglie non educano più alla fede i seminari si svuotano.

Questo vuol anche dire che se si colpisce la famiglia si colpisce a morte la natura, ma anche la soprannatura. La fede cristiana ha bisogno della natura, senza della quale non ci sarebbe né corruzione né redenzione. Un tempo le ideologie anticristiane colpivano direttamente la religione cristiana e la fede. Oggi preferiscono colpire i suoi presupposti naturali. Non passano così per anticattolici, ottengono l’appoggio di tanti cattolici che collaborano con loro perché non ne vedono l’obiettivo antireligioso, e ottengono meglio il risultato di demolire la religione cattolica, ormai indirettamente più che direttamente. Nella IV Glossa a Fuerbach, Marx diceva che bisognava colpire la famiglia reale se si voleva eliminare la Sacra Famiglia. Ogni volta che oggi si colpisce la famiglia (la vita, la procreazione, il significato vero della sessualità eccetera) in realtà si intende colpire la fede cristiana e specialmente la fede cattolica. Si combatte contro la natura ma la guerra è contro Dio.

Nella attuale guerra della famiglia sono impegnate forze non solo umane ed è questo che la rende una vera e propria guerra.

Un progetto istituzionalizzato

La guerra della famiglia ha oggi superato la soglia della moderazione ed ha assunto caratteristiche assolutamente radicali e drammatiche. Oggi è una guerra istituzionalizzata, nel senso che portata avanti con metodo e sistematicità dalle pubbliche istituzioni. Ciò ha permesso un salto inedito di qualità in senso negativo. La scuola insegna il transumanesimo del gender, i comuni affidano ad associazioni LGBT l’educazione dei bambini e dei giovani, nascono reti tra la pubblica amministrazione che con la scusa di correggere il bullismo discriminano la normalità a vantaggio della anormalità, l’ordine degli psicologi sanziona il professionista che si oppone, l’ordine dei giornalisti fa i corsi di aggiornamento sul gender passandolo per lotta alla discriminazione, la legge Cirinnà obbliga le giunte a fare politiche anche a favore delle famiglie che tali non sono, ai sindaci non è concessa l’obiezione di coscienza, la legge sulle DAT pure non riconosce in modo esplicito l’obiezione di coscienza del medico, i giudici smantellano le leggi fondate su un qualche residuo di diritto naturale, l’Unione europea preme e quasi impone agli Stati membri legislazioni contro la famiglia, l’educazione sessuale è sottratta alla famiglia e assunta dalla scuola che la appalta ad associazioni di parte e che insegnano solo ad usare il preservativo anche nei rapporti omosessuali, gli insegnanti che pongono eccezioni vengono emarginati e colpiti, nessuno si azzarda a parlare e tutti escono dall’aula quanto entrano gli attivisti LGBT, anche se loro dovere sarebbe rimanere in aula, alle scuole parentali si pongono sempre nuovi impedimenti e in qualche nazione europea sono anche vietate. Le istituzioni ormai macinano questo progetto globale antifamiliare al loro interno, mediante l’inerzia dei funzionari. Oggi possiamo dire che lo Stato è contro la famiglia.

La guerra è diventata istituzionale perché i comportamenti innaturali anti-famiglia da eccezioni sono diventati diritti e quindi lo Stato li deve promuovere. E’ ormai diventato non negoziabile fare il contrario dei principi non negoziabili. Ciò ha prodotto il salto negativo di qualità mobilitando le istituzioni contro la famiglia.

Le tre strategie della Chiesa

Di fronte alla guerra della famiglia la Chiesa e il mondo cattolico in genere sta procedendo secondo tre strategie. Vediamole e poi facciamo una scelta.

La prima è di non considerare la guerra della famiglia una guerra. Il mondo va accompagnato, bisogna valorizzare gli elementi positivi che ci sono un tutte le cose e farli crescere verso una maggiore positività. Non servono condanne, non si deve mai dire di no, le manifestazioni di piazza sono inutili prove muscolari. Quando la fede pretende di entrare nel merito delle leggi si trasforma in ideologia e pretende di “manipolare” il mondo. La Chiesa che interviene è una Chiesa che pretende di avere una verità da imporre al mondo, mentre essa deve camminare insieme al mondo verso la verità, dato che Dio si rivela non solo nella Chiesa ma anche nel mondo e i due si muovono su un piano di pariteticità. La rivelazione di Dio non consiste in una dottrina, ma in una esperienza, ed avviene nella nostra esperienza storica, non dall’esterno. Espressioni come natura e ordine naturale esprimono una concezione metafisica e non storica della fede, che è invece incontro e cammino, apertura e tolleranza, integrazione e solidarietà con tutti, costruzione di ponti e non erezione di muri. In base a questa visione le Sentinelle in Piedi vengono osteggiate, le manifestazioni di massa non vengono sostenute e anzi vengono impedite, le scuole parentali non vengono incentivate anzi vengono boicottate. La Dottrina sociale della Chiesa perde il suo status di “corpus dottrinale” e viene intesa come un insieme di buone pratiche orizzontali di accompagnamento delle situazioni divita.

La seconda strategia consiste, al contrario, nella presenza con la consapevolezza che è in atto una guerra per la famiglia. L’intervento per delle leggi buone e contro le leggi cattive merita ancora l’impegno corale dei cattolici, la gerarchia ecclesiastica deve ancora dare indicazioni di morale pubblica su temi tanto importanti come la vita e la famiglia, i laici singoli e organizzati devono combattere in prima linea contro il male che avanza. La natura umana va salvaguardata e protetta perché è il Creato, sui principi della legge morale naturale si deve dialogare con tutti, la grazia non elimina la natura ma la perfezione e su questo si fonda il rapporto tra la fede e la ragione. Questa seconda strategia è quindi della presenza, dell’uso organico e diffuso della Dottrina sociale della Chiesa intesa come un “corpus dottrinale” che orienta una pastorale sociale organica e una azione sociale e politica dei laici avente una propria identità

La terza strategia consiste nel creare delle scialuppe di salvataggio o delle Arche di Noè. Preso atto che lo Stato rende obbligatorio fare il male, occorre uscire dal sistema, creare delle oasi in cui sia possibile ancora fare il bene. Come dopo il diluvio, per mandato divino, Noè costruì l’Arca così oggi bisogna costruire piccole comunità, scuole parentali, associazioni familiari, opere sociali ed economiche che siano veramente libere. Da questo punto di vista anche le scuole paritarie, per fare un esempio nel campo educativo, non sono sufficienti perché dentro il sistema istituzionale. Se il medico, l’insegnante, i genitori, la farmacista, l’infermiera, il sindaco … cattolici sono obbligati a fare il male, bisogna creare della zone di libertà nella verità nell’attesa che il sistema crolli sotto le sue macerie. Perché un sistema costruito sul male non può durare a lungo. Bisogna mettere in salvo il seme per quando il diluvio sarà passato.

A conclusione di questa relazione, vorrei esprimere la mia idea a proposito della strategia.

La prima strategia non è una soluzione ma è la connivenza con il male nella scusa che la guerra della famiglia e della natura umana non esiste. E’ una strategia di consegna allo spirito del mondo con la scusa di discernere i segni dei tempi. E’ la volontà di amare il mondo ma indifferenti alla sua verità o falsità.

La seconda strategia va quindi mantenuta ma contemporaneamente bisogna anche preparare delle scialuppe di salvataggio e delle Arché di Noé perché la guerra della famiglia si sta facendo acuta, pianificata e istituzionalizzata.

Stefano Fontana

http://www.vanthuanobservatory.org/ita/la-guerra-della-famiglia-e-le-strategie-dazione-della-chiesa-ravenna-10-maggio-2017/

 La recondita speranza è che non ci sia nessuno che davvero si indigni e si stracci le vesti per l’ultimo post turistico denunciato da Arcigay. “Non si accettano coppie omosessuali o aderenti all’ideologia gender, specie se “sposate” in unione civile”.

Perché da indignarsi c’è ben poco e molto ci sarebbe da riflettere sulla tempestività con la quale certe notizie escono e vengono strombazzate dai media.

Dopo l’affittacamere di Tropea, che aveva detto espressamente su Booking di non accettare turisti gay, questa volta tocca al Salento.

A Melendugno, provincia di Lecce il b&b ha scritto negli annunci più o meno la stessa cosa: i gay non sono i benvenuti. E ovviamente è ripartita la solita canea degli stracciatori di veste in servizio permanente che hanno gridato al complotto omotransfobico. Tutti a sbraitare: è discriminazione!

Può anche darsi che un affittacamere, non volendo coppie gay desideri soltanto un certo tipo di clientela, ma non sarebbe una discriminazione, bensì una scelta libera. Forse che la legge Mancino possa applicarsi anche a casi, reconditi per la verità, come questi? O non è soltanto il tentativo di Arcigay di creare un problema che non c’è per giustificare ancora di più una legge sull’omofobia?

Verrebbe da rispondere sì alla seconda domanda. Posto che un affittacamere che non vuole coppie gay può essere anche imbecille come dicono, ma il torto semmai lo fa a sé stesso che si preclude così un introito economico. Non strepitano le famiglie che devono rinunciare a certi tipi di vacanze perché in alcuni ambienti non vogliono bambini tra i piedi. E anzi: nessuno si è mai sognato di reclamare una legge perché in quasi tutti gli alberghi non ci sono camere abbastanza grandi per le famiglie numerose. Che si arrangino. Infatti si arrangiano come possono e in albergo difficilmente ci vanno a patto che non vogliano prenotare tre camere tutte in un colpo.

Ma è chiaro che l’obiettivo di queste notizie non è il semplice fatto di cronaca perché se così fosse verrebbe spazzato via dalle onde si infrangono sul bagnasciuga delle belle spiagge salentine.

No, il vero obiettivo nel rendere note queste “piazzate” un po’ tamarre, ma comunque libere, è favorire anche in Italia la cultura con conseguente business, del turismo only gay. Passando ovviamente dal turismo e dagli alberghi gay friendly.

Basta dare una scorsa rapida a internet per rendersi conto che quella turistica è una frontiera promettente della cultura gay. Che poi, non si capisce che cosa dovrebbe avere un albergo per essere gay friendly e come lo si accredita tale.

Ma l’obiettivo è il turismo only gay. Si tratta di vere e proprie riserve indiane dove nessun eterosessuale ha mai gridato alla discriminazione. In alcune località come ad esempio Gran Canaria, Messico o Tenerife ce ne sono a bizzeffe e non è un caso che i più grandi pride si svolgano lì.

Su Tripadvisor ci sono forum appositi per la “categoria” mentre non più tardi di un 20 giorni fa la rivista del progressismo Vogue ha fatto un appello al ministro della Cultura e del Turismo Franceschini perché il governo sia sensibile a turismo gay friendly.

Guarda caso la coincidenza: due settimane dopo sono partite le campagne alla caccia degli affittacamere omofobi. Poi sarà la volta degli albergatori, intanto si inizia con chi presta la casa per le vacanze: qualche fesso lo si trova.

Insomma: è una campagna in perfetto stile offensivo, con tanto di paravento Onu, ricerca effettuata da un’organizzazione Lgbt e l’immancabile caccia all’untore omofobo. Leggiamo da Vogue: “Digitando “LGBT” nei motori di ricerca dell’Agenzia nazionale del turismo (Enit.it) e di Italia.it i risultati sono pari a zero: è il segno di una mancata strategia dell’accoglienza.

Secondo l’agenzia dell’Onu World Tourism Organization, che ha pubblicato i dati emersi dal secondo Global Record of LGBT Tourism, la cifra che i viaggiatori arcobaleno spendono ogni anno nel turismo è pari a 170 miliardi di euro. Paesi come Spagna e Inghilterra, infatti, da anni hanno adottato una politica atta a favorire il turismo LGBT, con un giro di affari pari a 15 miliardi di euro. «Ministro, ci dia retta: trasformi l’Italia in una gay destination e lo faccia in fretta. L’Italia sta sprecando un’occasione».

Capito? E’ tutta una questione di indotto. Come è noto infatti l’omosessuale ha una disponibilità economica maggiore da spendere per le vacanze se non altro perché il padre di famiglia deve dividere lo stesso budget stanziato per mare o montagna per 4, 5 o anche 6 e 7 elementi componenti il nucleo. Quindi il turismo gay only è più remunerativo. E questo principio si sta estendendo anche per le vacanze invernali.

Insomma: attenzione a quello che si nasconde tra le pieghe delle notizie. La gaycrazia ha mezzi e media a disposizione e certe news non le monta ad arte per nulla.

 

(Andrea Zambrano)
per
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-affittacamere-omofobie-la-strategiadel-turismo-gay-20627.htm

 Perchè l'odierna Festa della trasfigurazione?

 La ragione risale al 6 agosto 1456, e c'è di mezzo un santo, un precusorsore di Marco d'Aviano.... ma soprattutto un'eroica vittoria millitare dell'Occidente: l'epopea dell'assedio di Belgrado e l'umiliazione della ferocia islamica!

 Belgrado, 1456: la battaglia che fermò gli Ottomani

Il 29 maggio del 1453 Costantinopoli è perduta. L’imperatore Costantino XI Paleologo, armi in pugno, si getta nella mischia nei pressi della Porta di San Romano e scompare. Con lui muoiono anche le ultime vestigia dell’Impero romano. Dopo la caduta di Bisanzio tutta l’Europa è in pericolo. E lo sguardo del sultano Mehmet II si appunta sulla sterminata pianura ungherese.

I preparativi turchi Nel 1456 un’armata della stessa estensione di quella che aveva conquistato Costantinopoli marcia verso Belgrado, la porta dell’Europa. Venezia ha sottoscritto una pace separata con il sultano. Vienna è lontana. La Francia sta a guardare. Solo papa Callisto III interviene a favore dell’Ungheria . Indice una crociata e invia sette frati cappuccini, con a capo il settantenne Giovanni da Capestrano, a predicare nell’Europa orientale (in latino, affinché tutti comprendessero e visto che nessuno di essi parlava le lingue dell’Est) e raccogliere volontari per combattere l’Orda verde . Mentre i frati predicano e raccolgono un esercito di diecimila volontari, però, Mehmet II è già in vista delle mura di Belgrado e assedia il forte (in ungherese Nándorfehérvár).

Gli ungheresi Ad attendere le truppe musulmane c’è il nobile transilvano János Hunyadi, padre del futuro re Mattia Corvino, e già da due decenni a capo dell’esercito ungherese nella lotta contro i turchi. Hunyadi, forte della propria esperienza di guerra aveva previsto che le armate di Mehmet II avrebbero investito Belgrado con tutta la loro forza e dall’anno prima aveva iniziato i preparativi per la difesa, sapendo di non avere la forza di affrontare il nemico in campo aperto. Così dopo aver sottoscritto la pace o la tregua con i suoi avversari, aveva approvvigionato e riarmato al fortezza di Belgrado, lasciandovi una guarnigione di 7.000 uomini (tra cui un corpo di 200 balestrieri polacchi, fondamentali per la difesa delle mura) al comando del cognato Mihály Szilágyi e del figlio maggiore Laszlo Hunyadi. Lasciata Belgrado János Hunyadi si dedica a percorrere tutta l’Ungheria per arruolare un’armata di soccorso e costituire un flotta di 200 corvette per pattugliare i corsi d’acqua e colpire le navi turche che risalgono il Danubio. La nobiltà, i notabili cittadini e i ricchi commercianti, non rispondono all’appello, timorosi del potere che Hunyadi sta accumulando, ritenendolo più pericoloso degli stessi turchi. Il rifiuto del re magiaro Ladislao il Postumo di assumere la guida dell’esercito, inoltre, esenta di fatto la nobiltà dal prendere parte alla crociata.

Identiche difficoltà incontra Giovanni da Capestrano, raccogliendo adesioni alla crociata tra contadini e i piccoli proprietari terrieri, spesso armati di fionde, mazze, falci e forconi. Sommando anche le bande di mercenari e alcune compagnie di cavalieri raccolte da Hunyadi e le persone che seguono i frati (solo dalla Germania partirono alla volta di Belgrado calzolai, sarti, tessitori, minatori, fornai, studenti, chierici) si arrivò ad una forza di 30.000 uomini. Mehmet II avanzava con almeno settantamila uomini perfettamente equipaggiati.

L’assedio Il 28 giugno del 1456 gli uomini di Szilágyi osservano all’orizzonte le truppe turche che sfilano dietro il vessillo con la coda di cavallo e si posizionano sulle alture davanti alla fortezza. Il 29 Mehmet dà l’ordine di iniziare a bombardare le mura con i cannoni trascinati a forza fino sopra le colline, mentre dispone le sue forze con i rumeli (fanteria leggera e artiglieria) sul lato destro, i corpi di fanteria pesante dell’Anatolia sul lato sinistro e riservando il centro ai suoi giannizzeri. La cavalleria leggera, gli spahis, pattugliava il Danubio ad est, mentre una parte della flotta presidiava la Sava a sud-ovest e a nord-ovest per evitare che eventuali rinforzi raggiungessero la fortezza.
Hunyadi proseguiva l’opera di reclutamento di truppe e sperava di giungere in tempo per rompere l’assedio, facendo affidamento sulla resistenza della rocca bizantina trasformata da Stefan Lazarevic, nel 1404, in un castello tra i meglio costruiti e difesi dell’Europa. La costruzione era dotata di tre linee difensive, del castello interno con il palazzo, un grande dongione (o maschio) difensivo, la città alta, quattro cancelli e una doppia cinta di mura. La città bassa con la cattedrale e il porto sul Danubio furono rinforzate da trincee, cancelli e nuove mura. Nel corso degli anni vennero aggiunte altre torri, compresa a Nebojsa costruita appositamente per ospitare per l’artiglieria.
I turchi martellano la città per quindici giorni, colpendo le mura con il tiro dei loro cannoni. Le difese reggono e gli assalti, nonostante le mura cittadine siano ormai sbriciolate, vengono respinti dai soldati assediati. Gli uomini di Szilágyi rispondono colpo su colpo ai giannizzeri di Mehmet II. La sera del 13 luglio Jànos Hunyadi è in vista della città e prepara il suo piano. Belgrado è circondata, ma la via del Danubio presenta un punto debole. Ed è lì che le truppe di soccorso puntano.

La Fortezza di Belgrado come appariva nel Medioevo. Sono visibili la città alta e quella bassa con il palazzo.

La fortezza di Belgrado come appariva nel Medioevo. Sono visibili la città alta e quella bassa con il palazzo.

La battaglia Quaranta navi ungheresi attaccano la flotta fluviale ottomana. Colano a picco tre grandi galee turche e vengono catturati quattro grandi vascelli e altre 20 piccole imbarcazioni. Alcuni cittadini di Belgrado, al comando di Iancu Hunedoara, all’approssimarsi della flotta di Hunyadi uscirono da Belgrado per colpire alle spalle la flottiglia ottomana, permettendo l’accerchiamento e l’annientamento del nemico. Un colpo di mano che consente a Hunyadi di entrare in città e rinforzare le difese, evitando che crollassero.
Il sultano, conquistatore di Bisanzio, non demorde e fa aumentare il tiro di artiglieria fino a riuscire ad aprire, il 21 luglio, diverse brecce nelle mura. In serata ordina l’assalto: prima avanzano la fanteria leggera degli azab, seguita dalla seconda ondata di akinji e di spahis, smontati. In formazione compatta, infine, seguono i giannizzeri. L’urto è violentissimo, l’assalto prosegue dal tramonto fino a notte inoltrata e le difese ungheresi cedono. Hunyadi dà ordine di ritirarsi nella cittadella fortificata. Appena gli ottomani entrano in città, però, vengono accolti da ripetute scariche di frecce e da pezzi di legno imbevuti di pece o altro materiale infiammabile, poi dal fuoco.

L'eroismo di Titus Dugović, dipinto ungherese del XIX secolo.

I giannizzeri e le altre forze turche entrate a Belgrado sono separate da quelle ancora fuori dalla mura. La fanteria pesante ungherese assale gli ottomani da tutte le parti e la città bassa si trasforma nel teatro di una carneficina che cessa solo all’alba del 22 luglio. Nessuno dei giannizzeri entrati in città ne uscì vivo, mentre tra i soldati che tentavano di varcare le brecce si contarono perdite ingenti. Un turco era quasi riuscito a scalare il bastione principale ed issare il vessillo verde, quando un soldato di nome Dugovics Titusz lo scaraventò di sotto, cadendo anch’egli (per questo gesto di coraggio il re d’Ungheria Mattia Corvino elevò al rango di nobile il figlio di Tito, tre anni più tardi).
Il sole si alza sulle mura del castello di Belgrado e i due eserciti sono troppo stanchi per proseguire nella battaglia. Gli ungheresi liberano le mura da corpi e macerie, mentre i turchi riparano verso il proprio campo. Ed è a questo punto che accade l’inaspettato.

Le cronache riferiscono che un gruppo di crociati arrivati in città con fra’ Giovanni da Capestrano esce dalla mura per una razzia. Altre fonti parlano di un’azione militare iniziata su stimolazione del frate abruzzese. Da altri racconti si sa che alcuni difensori raggiunsero le fortificazioni avanzate semidistrutte e iniziarono ad attaccare i soldati nemici isolati. Alcuni spahis turchi cercano di caricare, ma vengono respinti. Dalle mura accorrono altri cristiani. La scaramuccia diventa presto battaglia.

Giovanni da Capestrano, secondo una cronaca di un confratello, cerca di richiamare i suoi, ma quando si vede attorniato da oltre 2.000 uomini li conduce alle spalle delle linee ottomane, attraversando la Sava, sollevando il crocifisso e gridando le parole di san Paolo: «Colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento» (Fil. 1,6). Hunyadi vede tutto dalle mura del castello, comprende il pericolo, ma ormai l’attacco è iniziato. Ordina alla fanteria pesante ungherese di attaccare il campo ottomano e si dirige verso le posizioni dell’artiglieria turca.

Assedio di Belgrado, 1456.

I nemici sono presi alla sprovvista e non si difendono, ma cercano di fuggire. Solo la guardia personale del sultano, circa 5.000 giannizzeri, si compatta e cerca di riconquistare il campo. Mehmet II stesso combatte. Uccide un cavaliere cristiano, ma viene ferito da una freccia ad una coscia e sviene. Gli ottomani sono presi dal panico, cedono di schianto su tutto il fronte e abbandonano senza combattere le tre linee di trincee difensive scavate giorni prima. Il nemico è in rotta, ma Hunyadi non si fida e ordina ai suoi di rientrare tra le mura e vigilare tutta la notte. Il contrattacco turco non arrivò più.
Con il favore della notte i turchi si ritirano, portandosi via i feriti su 140 carri. Il sultano riprende conoscenza solo a Sarona e preso atto della disfatta, migliaia di soldati morti, le artiglierie perse, l’equipaggiamento abbandonato, la flotta semidistrutta, tenta di uccidersi con il veleno, ma viene fermato da alcuni dignitari. Tra le fila ottomane si contarono 50.000 vittime, mentre tra gli assediati 7.000.

L’epilogo Per gli ungheresi fu un trionfo, tanto che papa Callisto III volle che la vittoria venisse ricordata nel calendario liturgico in occasione della festa della Trasfigurazione del 6 agosto.
Durante l’assedio il pontefice ordinò che la campane suonassero a mezzogiorno, così da chiamare i credenti a pregare per i difensori. Da allora, per commemorare l’avvenimento, continuano a suonare alla stessa ora.
Pochi giorni dopo la vittoria, però, scoppiò la peste che fece 3.000 morti nel campo magiaro. Jànos Hunyadi morì l’11 agosto e fra’ Giovanni da Capestrano il 23 ottobre.
La battaglia fermò l’espansionismo ottomano in Europa per almeno 70 anni. I cannoni persi a Belgrado furono recuperati dai turchi dopo la disfatta cristiana di Mohàcs (1526).
Nel canto XLIV dell’Orlando furioso, Ariosto parla dell’arrivo di Ruggiero “ove la Sava nel Danubio scende” nel momento in cui l’imperatore d’Oriente Costantino ha deciso di attaccare i bulgari. Il paladino si schiera in battaglia a fianco di questi ultimi. Secondo recenti studi, il grande poeta avrebbe voluto descrivere, con quei versi, proprio l’assedio di Belgrado da parte dei turchi nel 1456.

Umberto Maiorca

da http://www.festivaldelmedioevo.it/portal/belgrado-1456-la-battaglia-che-fermo-gli-ottomani/

 

Argomento: Storia

 Quell’articolo strano, inquietante e antiamericano di La Civiltà Cattolica

 di Samuel Gregg

 L’antiamericanismo è vecchio quanto la Rivoluzione americana stessa (se non di più).
Gli Stati Uniti, come tutte le nazioni, hanno i loro difetti, ma sono loro ad attirare un’attenzione spropositata da parte del resto del mondo.
Questo dipende anche dall’importanza dei mass-media americani, dal fatto che le loro notizie arrivano in tutto il mondo e dallo status di superpotenza degli Stati Uniti.
Su scala globale, le scelte fatte dall’Argentina o dall’Italia, ad esempio, non sono importanti per gli affari internazionali quanto quelle degli Stati Uniti.

Alcune delle analisi più acute sugli Stati Uniti non sono state scritte da americani. Un’analisi esemplare è La democrazia in America (1835/1840) di Alexis de Tocqueville.
Eppure, nonostante la grande e intensa attenzione dedicata agli Stati Uniti, non è difficile trovare articoli scritti da non americani intelligenti che però riflettono gravi incomprensioni e a volte una palese ignoranza sulle correnti politiche, economiche e culturali che definiscono l’America.

Questo mi porta a pensare ad un articolo strano pubblicato recentemente in La Civiltà Cattolica: la rivista quindicinale gesuita italiana che gode di uno status quasi ufficiale, in quanto il Segretariato di Stato della Santa Sede esercita la supervisione sugli articoli pubblicati.
L’articolo a cui mi riferisco è: “Fondamentalismo evangelicale e integralismo cattolico. Un sorprendente ecumenismo”.
I suoi autori, Padre Antonio Spadaro, SJ (direttore di La Civiltà Cattolica)e il Pastore presbiteriano Marcelo Figueroa (direttore dell’edizione argentina dell’Osservatore Romano) esprimono diverse affermazioni su tendenze politiche e religiose specifiche degli Stati Uniti: affermazioni che, nella migliore delle ipotesi, sono inconsistenti e inesatte.

Prendiamo in considerazione, ad esempio, l’analogia tra le prospettive teologiche di particolari filoni dell’evangelismo americano e l’ISIS.
Per quanto ne so, quelli che si definiscono fondamentalisti americani non distruggono 2000 anni di tesori architettonici, non decapitano i musulmani, non crocifiggono i cristiani mediorientali, non supportano una vile letteratura antisemita ne massacrano sacerdoti francesi ottantenni.
Un’altra tesi discutibile dell’articolo è che il Sacro Romano Impero sia stato costituito con l’intento di realizzare il Regno di Dio sulla terra.
Questa particolare analisi sarà vista come una novità dagli storici esperti di quella complicata entità politica che divenne, come dice il proverbio inglese, Sacra, romana e un impero.

Ci sono anche diversi legami tra lo scetticismo sul cambiamento climatico, la fede dei cristiani bianchi del sud degli Stati Uniti (commenti che se rivolti ad altri gruppi razziali sarebbero stati denunciati perché sconfina nel fanatismo) e i pensieri apocalittici di alcuni americani evangelici. In sostanza, si afferma che queste cose riflettono e aiutano ad alimentare una vista manichea del mondo da parte degli Stati Uniti.
Poi c’è la particolare associazione dell’articolo con l’eresia del "vangelo della prosperità" legata agli sforzi recenti per proteggere la libertà religiosa in America.

Senza dubbio, gli studiosi evangelici e altri esperti metteranno in evidenza i numerosi problemi riguardanti la comprensione della storia del cristianesimo evangelico e del fondamentalismo negli Stati Uniti.
Un mio amico agnostico, che è uno storico eminente dell’evangelismo americano in una prestigiosa università laica, mi ha detto che l’articolo mostra un’“ignoranza ridicola”.
Sospetto anche che il Pastore Figueroa e Padre Spadaro siano ignari, per esempio, dell’adesione di molti evangelici al diritto naturale negli ultimi decenni: qualcosa che, per definizione, immunizza ogni serio cristiano dalle tendenze fideiste.

Ma due particolari affermazioni degli autori richiedono una risposta più dettagliata.

Chi è un manicheo?
Come leggiamo nell’articolo, gli autori affermano che il fondamentalismo evangelicale ha fatto sì che l’America adottasse una comprensione manichea degli affari internazionali.
Essi sostengono, tuttavia, che Papa Francesco rifiuta ogni immagine di un mondo in cui si contrappongono il bene e il male assoluti.
Invece, dicono, il papa saggiamente riconosce che “alla radice dei conflitti c’è sempre una lotta di potere”.

Senza dubbio, il desiderio di potere motiva alcuni attori internazionali.
È altrettanto importante riconoscere che alcune idee – come marxismo, leninismo, jihadismo islamico o nazionalsocialismo – hanno spinto i movimenti transnazionali e gli stati-nazione ad agire in modo malvagio perché le idee stesse sono malvage.
Per gli americani (e per chiunque altro) riconoscere questo e chiamare queste cose con il loro nome non significa credere nel manicheismo.
Si tratta semplicemente di riconoscere che alcune idee sono veramente malvage e portano molte persone, persino nazioni, a compiere atti gravemente cattivi.

Non si può comprendere, per esempio, il regime populista che sta ora distruggendo il Venezuela, a meno che non ci rendiamo conto che la sua leadership e molti dei suoi sostenitori sono in parte motivati ​​da una visione profondamente conflittuale del mondo.
Questa visione deriva soprattutto e direttamente da Marx e Lenin (cosa che potrà dichiarare chiunque abbia ascoltato una delle brevi sfuriate televisive di tre ore di Hugo Chávez).
Vale la pena ricordare che quando il presidente Ronald Reagan definì l’Unione Sovietica “l’impero malvagio” nel 1983, milioni di persone al di là dalla Cortina di Ferro hanno immediatamente compreso quello di cui parlava.
Sapevano che i sistemi in cui vivevano erano basati su idee malvage sulla natura dell’uomo e della società.

Inoltre, il fatto che alcuni americani descrivano (spesso accuratamente) regimi particolari come malvagi non significa che considerino gli Stati Uniti un Regno di Dio embrionale sulla terra.
Oggi, molti americani evangelici sono profondamente angosciati, per esempio, dallo status dell’élite e della cultura popolare negli Stati Uniti. E sottolineano subito questi fallimenti, anche quando tali debolezze si manifestano nei loro ranghi.
Ciò dovrebbe far riflettere molti europei e latinoamericani prima di dire che milioni di cristiani negli Stati Uniti hanno una visione manichea del mondo. 

Ecumenismo, evangelici e cattolici
Una seconda tesi problematica che caratterizza l’articolo di Spadaro-Figueroa che richiede maggiore attenzione è la sua definizione del rapporto tra molti cattolici ed evangelici negli Stati Uniti: un rapporto su cui il sacerdote e il pastore hanno chiaramente delle riserve.

Padre Spadaro e il Pastore Figueroa osservano correttamente che molti cattolici e evangelici hanno riconosciuto di aver avuto, negli ultimi decenni, obbiettivi comuni per quanto riguarda “aborto, il matrimonio tra persone dello stesso sesso, l’educazione religiosa nelle scuole e altre questioni considerate genericamente morali o legate ai valori”.
Aggiungono che “sia gli evangelicali sia i cattolici integralisti condannano l’ecumenismo tradizionale, e tuttavia promuovono un ecumenismo del conflitto che li unisce nel sogno nostalgico di uno Stato dai tratti teocratici”.

Da “Integralisti cattolici” possiamo sicuramente presumere che gli autori si riferiscano ai tanti cattolici americani (normalmente etichettati come “conservatori”) che hanno scelto di allearsi con gli evangelici per difendere cose come la cultura della vita e la libertà religiosa da quella forma di secolarismo dottrinare dilagante sotto l’amministrazione Obama.
Ma la stragrande maggioranza di questi cattolici non sono “integralisti” per non parlare dei teocratici in attesa. Piuttosto il contrario. Né la maggioranza degli evangelici negli Stati Uniti spinge i programmi teocratici.

Se si esaminano, ad esempio, le dichiarazioni di vari studiosi e intellettuali coinvolti in movimenti come “Evangelicals and Catholics Together”, vediamo che non contengono nessuna aspirazione teocratica.
La discussione ecumenica tra coloro che si impegnano in questi sforzi ha portato nel tempo a risultati positivi con chiarimenti dei punti comuni, rimozione di idee sbagliate, individuazione di blocchi dottrinali reali e individuazione di aree in cui possono essere fatti insieme lavori pratici per promuovere il bene comune.
Ciò è in netto contrasto con i luoghi comuni e le assurdità che hanno da sempre caratterizzato la discussione ecumenica insieme al rapido declino delle confessioni protestanti che da tempo si sono allontanate dalle verità basilari cristiane sulla fede e la morale che la maggioranza degli evangelici continua ad affermare rigorosamente.

Inoltre, quando negli Stati Uniti i cristiani evangelici e i cattolici affermano che, ad esempio, gli esseri umani non ancora nati hanno diritto alle stesse protezioni dall’uso ingiusto della forza letale come qualsiasi altro essere umano o che la libertà religiosa è qualcosa in più di una semplice libertà di culto, o che i genitori hanno il diritto di insistere affinché i loro figli non debbano sorbirsi la sciocchezza della “teoria del gender” a scuola, tali argomenti sono sempre più trattati in termini appartenenti alla sfera pubblica.
I cattolici hanno una lunga tradizione su tali questioni. Eppure è anche un approccio che molti evangelici hanno iniziato ad adottare solo negli ultimi anni.

Questo non aggiunge nulla al discorso dell’imposizione della teocrazia o alla pretesa di privilegi speciali, per non parlare dei tentativi di facilitare accordi tra Stato e Chiesa o qualche tipo di nazionalismo americano evangelico/cattolico.
Contrariamente alle affermazioni di Padre Spadaro e del Pastore Figueroa, questa non è “una diretta sfida virtuale alla laicità dello Stato”.
Si tratta di affermare che le verità che tutte le persone possono conoscere attraverso la ragione naturale possono anche essere legittimamente riconosciute in società pluralistiche come gli Stati Uniti.
Inoltre, affermare così tali verità aiuta anche a facilitare la libertà e l’autentico pluralismo negli Stati Uniti (contrariamente all’ideologia della “diversità”).
Queste verità aiutano anche a proteggere i non cristiani e i non credenti, così come un qualsiasi altro americano, dalla coercizione ingiusta.

Un problema di attendibilità
Se l’articolo di La Civiltà Cattolica riflettesse semplicemente le opinioni di un qualsiasi prete cattolico occidentale e di un ministro argentino presbiteriano, pochi sarebbero preoccupati per il suo contenuto.
Ma gli articoli di La Civiltà Cattolica sono controllati dal Segretariato di Stato della Santa Sede.
Quindi, è curioso che chiunque abbia approvato l’articolo (supponendo che fosse stato correttamente verificato) presso la Segreteria di Stato non abbia preso in considerazione la mescolanza fatta dagli autori su questioni indirettamente collegate, o sollevato questioni sul tono emotivista dell’articolo, o notato che Padre Spadaro e il Pastore Figueroa hanno una conoscenza amatoriale della storia religiosa degli Stati Uniti e dei punti più importanti della politica americana.
Se è vero che la bandierina rossa non è stata alzata – o è stata ignorata – allora tutti i cattolici, americani e non, hanno ragione di preoccuparsi.
Non è semplicemente nell’interesse della Chiesa universale sviluppare o incoraggiare visioni generalmente false sugli Stati Uniti o sull’Anglosfera.

Tutte le persone, tra cui il papa e i suoi consiglieri, sono libere di avere le proprie opinioni sulle diverse nazioni e comportamenti internazionali.
Nessuno si aspetta che il vescovo di Roma sia acritico verso gli Stati Uniti o qualunque altro Paese.
C’è molto da criticare sugli Stati Uniti, proprio come sull’Argentina (fallimenti in materia economica, invidia sempre presente e idolatria della persona, incoraggiate dal veleno del peronismo) o sull’Italia (corruzione e clientelismo dilagante nella sua cultura politica ed economica a cui i funzionari vaticani e gli ecclesiastici italiani non hanno, purtroppo, dimostrato di essere immuni).

Tuttavia, lo sviluppo di tali opinioni dovrebbe essere accompagnato da un’attenta riflessione, informazioni dettagliate e una comprensione accurata della storia e dello sviluppo di un paese.
Purtroppo, tutto questo manca nell’articolo Spadaro-Figueroa ed è evidente.
Ma il danno maggiore lo subisce l’attendibilità della Santa Sede nel suo contributo sulla sfera internazionale. E nessuno trae beneficio da questo, meno di tutti Papa Francesco.

 

NOTE: L’articolo originale On that strange, disturbing, and anti-American “Civiltà Cattolica” article è stato pubblicato su The Catholic World Report il 14 luglio 2017. La traduzione italiana è dell’Istituto Acton.

Samuel Gregg

Argomento: Fede e ragione

  D'Agostino choc:
Charlie doveva morire

 di Renzo Puccetti, 30-07-2017

 

 Per la gravità delle affermazioni e per la caratura del personaggio non possono passare inosservate le considerazioni del professor Francesco d’Agostino, già presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica, espresse nella trasmissione Uno Mattina (Rai Uno) il 26 luglio sul caso del piccolo Charlie (clicca qui).

Dato il prestigio che avvolge la persona del presidente dei Giuristi Cattolici, tenterò di svolgere alcune considerazioni sforzandomi di rispettare l’etichetta accademica.
Richiesto dal giornalista Tiberio Timperi se per Charlie “c’è il rischio di accanimento terapeutico”, il professor D’Agostino ha risposto che tale rischio è per lui “plateale”, aggiungendo poi che “sicuramente Charlie da molti mesi è sottoposto ad accanimento terapeutico”.

Passi per me, che sono un semplice medico di campagna che si diletta di bioetica, passi per alcuni miei amici che mi precedono nell’insegnamento della bioetica nelle stesse prestigiose istituzioni universitarie a cui afferisce il professor d’Agostino, voglio giungere a dire passi per il neurochirurgo e psichiatra Massimo Gandolfini, direttore di dipartimento all’Ospedale Poliambulanza di Brescia che sulla Verità di ieri ha parlato di “eutanasia di Stato”, passi per Assuntina Morresi, collega di D’Agostino al Comitato Nazionale di Bioetica, per l’avvocato Simone Pillon, membro dei giuristi cattolici di Perugia, tutte persone che nel caso di Charlie di accanimento terapeutico non hanno visto neanche l’ombra; ma possibile che persino quel monumento vivente della bioetica in Italia e nel mondo, autore del manuale di riferimento per generazioni di bioeticisti, il professore e cardinale Elio Sgreccia non si sia accorto che Charlie era oggetto di una vera e propria tortura, anzi lo abbia escluso decisamente?

Ma non intendo invocare il solo argomento ex auctoritate per rigettare la tesi di D’Agostino.  Egli infatti formula la propria convinzione su una definizione di accanimento terapeutico che contempla “interventi medici futili, inutili, privi di prospettive, altamente tecnologici, altamente invasivi, e in molti casi tali da dare forti sofferenze al malato”.

Esaminiamoli singolarmente in modo sintetico. La ventilazione per Charlie era tutt’altro che futile, essa gli assicurava la vita, tant’è che per porvi termine si è utilizzato la sua interruzione. La ventilazione era priva di prospettive soltanto se per prospettiva si assume il miglioramento delle condizioni cliniche e non la sopravvivenza.
Tuttavia sono innumerevoli gli interventi medici che assicurano non altra prospettiva che la sopravvivenza, a partire da quella nutrizione e idratazione che è artificiale tanto quanto lo è la ventilazione.
Per coerenza allora il professor D’Agostino dovrebbe annoverare tra gli accanimenti terapeutici tutte le situazioni in cui non vi sono prospettive come nei malati di Alzheimer, di cancro, i pazienti in stato vegetativo, per fare solo qualche esempio.

Che l’accanimento dipenda dal grado di tecnologia impiegato è una tesi che apprendo oggi quale stravagante novità.
Vi sono interventi che esprimono un altissimo livello di tecnologia robotica o protesica rimanendo totalmente proporzionati: pace-maker, defibrillatori, pompe d’insulina, impianto cocleare, mentre fare un massaggio cardiaco ad un paziente con cancro in fase terminale, intervento pur privo di tecnologia, costituirebbe davvero un accanimento.
D’altra parte non vi è molta differenza tecnologica tra una pompa per la Nutrizione e Idratazione e la stomia gastrica con la tecnologia impiegata per un ventilatore ed una tracheostomia.

Ha ragione D’Agostino quando tira in ballo che l’accanimento si configura tale quando il trattamento induce sofferenza.
Qui si deve però essere chiari. I trattamenti medici richiedono spesso la sopportazione di dolori o disagi da parte del paziente, si verificano effetti collaterali ed eventi avversi. Per limitarli i medici instaurano altri trattamenti in associazione.
Ecco che il dentista fa l’iniezione prima di mettere mano al trapano e poi prescrive gli antinfiammatori, o il chirurgo si fa aiutare dall’anestesista e poi prosegue con antalgici nel periodo post-chirurgico. Ciò avviene anche nei trattamenti cronici.

Ciò che per D’Agostino costituisce la prova dell’accanimento su Charlie - “la ventilazione artificiale a cui è sottoposto Charlie, è un intervento pesantissimo, e infatti il piccolo è sotto sedazione da molti mesi”, ha detto il giurista - fa parte del normale approccio di chi è sottoposto a ventilazione invasiva, a meno di non volere sostenere che i pazienti ventilati cronicamente siano tutti sottoposti ad accanimento terapeutico.
Peraltro gli stessi medici del GOSH hanno dovuto ammettere che non vi erano prove che il bambino avesse dolore.

Ho già ricordato sulla NBQ il caso dei bambini nati con atrofia muscolo-spinale tipo 1. A causa di una degenerazione neuronale, nel 95% dei casi non superano i 18 mesi di vita, la mortalità è del 100% a 2 anni, hanno necessità di ventilazione che viene routinariamente instaurata in modalità invasiva o non invasiva, ma nessun medico si sognerebbe mai di considerarla un accanimento terapeutico.

Vuole forse il professor D’Agostino accusare i pediatri di tutto il mondo che hanno in cura questi bambini di mancare al dovere professionale d’interrompere un trattamento che a tutti gli effetti soddisfa i criteri da lui elencati per definire l’accanimento terapeutico?
Prego, si accomodi pure.
Gli suggerisco di cominciare dalla presidente dell’ospedale Bambin Gesù Mariella Enoc che ha dichiarato: “Non so perché l'ospedale inglese abbia deciso di sospendere le cure al bimbo, so che qua da noi questo non sarebbe avvenuto”.

Il professor D’Agostino ha detto che l’accanimento terapeutico su Charlielo si può capire fino in fondo soltanto se si studia da vicino la terribile patologia di Charlie e tutti gli interventi che hanno fatto su di lui, partendo dalla ventilazione e partendo dal fatto che il piccolo Charlie non ha alcuna funzione organica attiva”.
Ora non vorrei essere irrispettoso, ma un umano che non ha alcuna funzione organica attiva si chiama cadavere ed è piuttosto difficile fare morire un cadavere, stante la sua condizione di già morto.

D’Agostino, che parrebbe parlasse perché ha studiato da vicino la condizione di Charlie, dice che al bambino inglese “non gli funzionano i reni, non gli funziona l’intestino”.
Strano però che queste informazioni non siano state riportate in alcun rapporto medico.
Non risulta che Charlie fosse sottoposto a dialisi renale, né risulta alcuna immagine dove la cute del bambino abbia manifestato la tipica colorazione che si riscontra nell’uremia legata all’accumulo di urocromi.
Inoltre se l’apparato digerente non avesse funzionato si sarebbe manifestato malassorbimento e ileo paralitico, sarebbe stato inutile nutrire e idratare Charlie per via enterale e la morte sarebbe sopraggiunta senza dovere aspettare di dovere intervenire con la rimozione della ventilazione.

D’Agostino poi aggiunge l’argomento della dipendenza dalle macchine. Sarebbe tale condizione a rendere la situazione di Charlie un accanimento terapeutico perché, sempre secondo il giurista, “nella definizione dell’accanimento terapeutico rientra proprio il caso in cui la vita sia supportata, non nell’attesa di una guarigione o di un miglioramento fisiologico, ma semplicemente perché ci sono delle macchine che impediscono all’organismo di arrivare alla propria fine naturale”.
Su questo lascio che la risposta a D’Agostino giunga da Mario Melazzini, direttore dell’Agenzia Italiana del Farmaco e malato di Sclerosi Laterale Amiotrofica, il quale, commentando il caso di Charlie, ha dichiarato sull’Avvenire: “Per me essere nutrito con una pompa nella notte, essere ventilato, è la vita […], la Vita è una questione di sguardi e di speranza, anche per chi è legato a delle macchine. Guardiamo prima di tutto, e ascoltiamo, la persona, non fermiamoci alla 'macchina' e non consideriamo una maledizione la vita quotidiana che essa consente”.
Forse che un paziente dializzato, un grave bradicardico, un grave broncopneumopatico non sono tenuti in vita da una macchina? Sconcertante.

Così com’è sconcertante la definizione di eutanasia offerta dal professore:Dare la morte ad un soggetto che ha possibilità di vita, sia pure tragiche, ma che non è in punto di morte e che potrebbe ancora esercitare il tempo che gli rimane da vivere in modo sensato e dignitoso”.
Forse che dare un’iniezione letale ad un paziente che ha un’aspettativa di vita di tre giorni, dunque in punto di morte, non sarebbe parimenti un’eutanasia?
Quanto prima della morte attesa deve essere attuata la condotta uccisiva perché per il professor D’Agostino si tratti di eutanasia?
Non è questione di tempi, né di condizione, ma, come recita la dottrina cattolica e la scienza medica, di mezzi e intenzioni.

Non posso affermare di sapere se la posizione del professor D’Agostino rispecchi il suo sincero convincimento, oppure sia una tattica volta ad arginare le richieste di eutanasia commissiva, concedendo un’eutanasia omissiva nella forma mascherata di astensione da trattamenti proporzionati, facendoli passare per accanimento terapeutico.
Se così fosse, si tratterebbe dell’ennesimo tentativo illusorio, puerile, maldestro e complice che non ha mai arginato alcuna progressione del fronte laicista contro la vita, il matrimonio e la famiglia. 

Il professor D’Agostino è stato incluso tra i membri ordinari della Pontificia Accademia per la Vita (PAV).
Temo che le sue idee sul fine vita rappresenteranno un contributo fortemente innovativo nei documenti della PAV, un contributo che si andrà a sommare a quello del professor Biggar, della professoressa Le Blanc, di Steinberg e di altri ancora.

 

da: http://www.lanuovabq.it/mobile/articoli-d-agostino-choc-charlie-doveva-morire-20618.htm?bckUri=%2Fmobile%2FarticoliTematici-vita-e-bioetica-289.htm%3F#.WYK0_OlLeM8

Argomento: Vita

 Vittorio Messori, da: Il Timone (http://www.iltimone.org/it_IT/home/t-shop/abbonati), agosto 2017.

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 Quando la finiremo di illuderci, ripetendo  ossessivamente il mantra del “dialogo”, sempre e comunque, per affrontare ogni problema, persino l’aggressività mortifera dell’islamismo?

Il dialogo, tra l’altro, presuppone che ciascuno dei dialoganti metta sul tavolo, con chiarezza, le sue ragioni.
Cosa impraticabile se si ha di fronte un musulmano: uno dei capisaldi del Corano stesso non solo della tradizione maomettana, è che ebrei e cristiani hanno manipolato le Sacre Scritture.

Soprattutto, per quanto riguarda i cristiani, eliminando le parole di Gesù, quando avrebbe annunciato la venuta dopo di Lui del “Sigillo dei profeti”, Muhammad.
Dunque, dicono, inutile perdere tempo con dei falsari.

Così, all’islamico, è addirittura proibito leggere la Bibbia, Antico e Nuovo Testamento (difatti non sono tradotti in arabo), perché si rischierebbe di prestar fede alle menzogne dei devoti di Jahvé e di quelli di Gesù Cristo.
Ma allora: che dialogo ci si può aspettare da un interlocutore che ti considera a priori uno spacciatore di menzogne?

Eppure, qualche dialogante ad ogni costo (anche nelle alte gerarchie ecclesiali) non si rassegna a ricorda il rispetto con il quale il Corano parla di Isa, Gesù, e di sua madre Maryam.
Stanco di queste argomentazioni, un docente della Sorbona di Parigi, Roger Arnaldez, considerato il maggiore islamologo francese, ha deciso di esaminare ciò che dicono di Gesù non soltanto il Corano ma anche le migliaia di hadit, cioè di detti attribuiti a Muhammad dalla tradizione islamica.

Vediamo le sue conclusioni, dopo la lunga ricerca: «I cristiani rischiano di emozionarsi, venendo a conoscere i molti versetti coranici su Gesù e Maria. Ma non si lascino ingannare: tutti i commenti islamici, dagli inizi ad oggi, convergono nell’indicare Gesù, senza esitazione, come il penultimo profeta. E’ un Gesù che non ha nulla a che fare con il Personaggio dei Vangeli: è interamente musulmano e condanna duramente i cristiani che lo hanno scambiato per Figlio di Dio, ricordando che Allah è l’unico Dio e non ha di certo prole. Ogni dialogo, poi, è interdetto anche perché, per il credente musulmano, sul mondo deve regnare soltanto la legge di Allah, rivelata a Muhammad, e l’islam non riconosce, anzi giudica blasfeme, le parole liberatorie di Cristo: “Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”».

Cose, queste, che dovrebbero essere ben note ma che non fermano né fermeranno i dialoganti a ogni costo.
Liberi di sognare, ma la realtà non ha compassione per le intenzioni buone ma irrealistiche.

Argomento: Fede e ragione

 La legge 119/2013 prevedeva un piano d'azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere.
 Votata in un Parlamento deserto e passata grazie alla insipienza delle opposizioni, ha come oggetto fenomeni del tutto marginali nella società italiana, mentre ignora casi ben più diffusi quale il suicidio.
 Si tratta perciò di un provvedimento ideologico, che cerca di introdurre una specie di "reato di pensiero", in particolare per introdurre l'omosessualismo nella cultura e nella vita civile.

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Dopo il caso dei soldi pubblici diretti a finanziare le orge gay denunciato dalle “Iene” lo scorso febbraio, che hanno portato alle dimissioni il suo direttore Francesco Spano, l’Ufficio Nazionale anti-discriminazioni razziali del Dipartimento Pari opportunità della Presidenza del Consiglio si trova nuovamente al centro di un’inchiesta giornalistica che fa luce sull’incredibile spreco di denaro pubblico che si perpetra all’interno di tale inutile ente a carico dei contribuenti italiani.

Dalle colonne del Il Fatto Quotidiano, Thomas Mackinson scrive infatti come:

“Il numero verde contro le discriminazioni costa ​oltre 800 euro ​​a chiamata. E poco importa se qualcuno ha sbagliato ​a digitarlo o se lo Stato già svolge lo stesso servizio. Possibile? Sì, perché in Italia discriminare sarebbe vietato e sprecare pure, ma spesso succedono entrambe le cose. Lo certifica il servizio di Contact Center istituito due anni fa dall’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali del Dipartimento per le Pari Opportunità in seno alla Presidenza del Consiglio, proprio quello del direttore pizzicato dalle Iene a finanziare locali per prostituti che s’è poi dimesso“.

Il costo giornaliero di tale centralino è stato desunto da Mackinson dopo aver appreso i costi del servizio consultando il bando pubblicato in questi giorni per la gestione dei prossimi due anni del centralino antidiscriminazioni:

“Il numero verde 800901010 è decollato nel 2015 a suon di spot governativi con la missione di raccogliere segnalazioni di potenziali vittime o testimoni di comportamenti discriminatori fondati su ​​razza, ​orientamento sessuale e diritti Lgbt, ​disabilità, ​religione​ ed ​età​.​ Attività benemerita in un Paese dove un vicepresidente del Senato paragona un ministro a un orango e gli episodi di intolleranza, bullismo e sessismo sono all’ordine del giorno. Bene​merita, ma sorprendentemente costosa.​ Proprio in questi giorni è stato pubblicato il bando per la prossima gestione biennale ​del centralino ​che comprende ricezione, compilazione scheda, report finale e monitoraggio attività. Costo: 1,9 milioni di euro più Iva. (…)”

Mackinson fa poi notare i numeri irrisori registrati dal Contact Center dell’Unar nel 2015:

“Si legge, ad esempio, che nel 2015 il Contact Center dell’Unar ha gestito 2.235 chiamate delle quali 1.814 considerate poi “pertinenti”, 421 no ed erano errori di chiamata o magari richieste di prenotazione di viaggi o di lettura della bolletta. In ogni caso chiamate “non pertinenti”. Per un paese ad alto tasso d’insulti e intolleranza è un numero relativamente basso, segno che il “servizio” – forse – nel suo primo anno di vita e nonostante gli spot non ha ancora raggiunto l’auspicata diffusione e conoscenza tra la popolazione italiana. (…) Nel 2016 le segnalazioni sono state 2.939 e 290 sono state giudicate dalla stessa Unar “non pertinenti”. Quelle effettivamente legate a episodi di discriminazione sono state grosso modo 2.600, il 64% relative a discriminazioni etnico-razziali, il 16,4% contro i disabili, l’8,5% di genere e quelle per età il 4,7.

Numeri in aumento ma pur sempre bassi e soprattutto “cari” in rapporto ai costi del servizio: una chiamata ricevuta nel 2016 è costata 788,70 euro, 891,5 se si contano solo quelle “pertinenti”. Roba che il chiamante accorto potrebbe farsi lo scrupolo tra la tutela dalla discriminazione subita e dal costo che la denuncia ha genera per la collettività”.

A fare lievitare i costi sono i servizi di hosting/manutenzione e soprattutto il nutrito e variegato gruppo di lavoro composto da ben 12 persone tra  cui il coordinatore, 5 operatori esperti, rigorosamente uno per ciascuna categoria discriminata e cioè etnico-razziale, 1 rom Sinti e Caminanti, 1 Lgbt, uno per età e disabilità, 4 mediatori culturali, un esperto statistico e un informatico, due giuristi e, dulcis in fundo, un addetto stampa.

Per di più il servizio non è attivo 24 ore come verrebbe da pensare ma come precisa il capitolato tecnico:

“il centralino multilingue gratuito (per chi chiama) “è attivo quotidianamente dalle 11 alle 14 con la presenza di un operatore” e, per la restante parte della giornata, dalle 8 alle 11 e dalle 14 alle 20, attraverso la segreteria telefonica”.

Infine,  il giornalista de “Il Fatto Quotidiano” fa notare come il servizio dell’Unar oltre ad essere un inutile e dispendioso servizio a carico dei contribuenti italiani è anche una fotocopia di un analogo servizio attivo dal 2010 presso il Ministero dell’Interno

“Si chiama Oscad che sta per Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori ed è un organismo interforze incardinato nella Direzione centrale della polizia criminale.

Il prefetto Antonino Cufalo che lo presiede fa sapere che dalla sua istituzione al 30 aprile 2017 sono pervenute 1.936 segnalazioni riferibili alle diverse tipologie di discriminazione, di cui 945 per reati veri e propri. I numeri sono bassi anche perché i canali per la segnalazione si limitano a mail e fax (oscad@dcpc.interno.it – fax: 06 46542406 e 0646542407). Di fatto il ​centralino Unar ne è una duplicazione imbellettata e aggiornata”.

Ci auguriamo che questo nuovo scandalo sia la volta buona per chiudere, una volta per tutte, un ente inutile e oneroso per le casse pubbliche, voluto ed imposto dalle lobby gay per promuovere la “normalizzazione” dell’omosessualità e di ogni tendenza sessuale.

 

Ludovico Biglia, 25-7-2017 per https://www.osservatoriogender.it/scandalo-lunar-numero-verde-antidiscriminazioni-ci-costa-800-euro-chiamata/

Argomento: Socialismo

 LA CHIESA FA DA STAMPELLA AI GAY E DIMENTICA IL SUO COMPITO MORALE

 di LUIGI NEGRI,
 Arcivescovo emerito di Ferrara e Comacchio
(La Verità, 28 luglio 2017)

 

 Il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna, qualche mese fa ha introdotto nel dibattito ecclesiale una preoccupazione e un tema cui si connettono queste brevi note. Egli ha parlato della possibilità di una mutazione del genoma del cattolicesimo, che avviene quasi senza colpo ferire e nella sostanziale mancanza di «cura» di troppa parte del mondo cattolico.

In questo senso vorrei riprendere un tema ormai largamente diffuso: l’omoeresia. Il problema dell’omosessualità non è impostato a partire dai contenuti che essa propugna, ma soltanto dalle modalità con cui viene vissuta. In troppo mondo cattolico l’omosessualità è un dato di partenza su cui non si formula un giudizio, o forse, più profondamente, si confonde il giudizio di fatto - l’estensione del fenomeno con il giudizio sul valore. Come dire: l’omosessualità c’è, è diffusa, perciò anche per noi cattolici deve andare bene.

In questa linea anche illustri ecclesiastici sono intervenuti su avvenimenti non discutibili, come fatti, ma cui si attribuisce il carattere di valore.

In ambito cattolico matrimoni omosessuali, seguiti da celebrazioni eucaristiche, nel corso delle quali i «coniugi» (si fa per dire) hanno potuto accostarsi alla comunione, come cosa normalissima. Quando un fatto, anche imponente nella sua diffusione, viene riconosciuto acriticamente come valore, si afferma sostanzialmente che non c’è più differenza fra bene e male e l’unico problema, per la Chiesa, diventa quello di un «accompagnamento». Non si pratica un giudizio per accompagnare, in modo autentico, ma ci si limita a un accompagnamento senza giudizio, che lascia gli omosessuali nella loro condizione, in qualche modo rafforzandone la percezione valoriale.

Chi afferma ancora, infatti, il dato indiscutibile, per la tradizione e il magistero ecclesiale, che l’omosessualità è una condizione di grave disordine e scorrettezza, teorica e morale? È a partire da questa consapevolezza, invece, che si deve assumere la responsabilità di aiutare coloro che vivono questa situazione obiettivamente errata, a prenderne coscienza e a maturarne un superamento, perché la verità della loro esistenza sia all’altezza della loro piena dignità e libertà.

Una corrente di pensiero, sempre più diffusa nell’ecclesiasticità, invece, sembra darsi come compito esclusivo l’aiuto, a coloro che vivono questa situazione, a viverla come sostanzialmente positiva.
Sembra, pertanto, che la Chiesa non abbia più la responsabilità fondamentale di aiutare gli omosessuali a camminare verso un superamento della loro situazione di partenza per la ripresa, o il primo incontro, con la vita nuova, buona e vera, cui Gesù Cristo introduce tutti coloro che credono in lui.
La Chiesa sembra non desiderare più di aiutare gli omosessuali a cambiare vita e a incominciare il lungo e doloroso cammino per assumere una condizione di vita in sintonia con l’antropologia che nasce dalla fede e si esprime nella carità.

Mi chiedo, qualche volta, se la Chiesa non riduca la sua azione educativa ad aiutare la condizione di partenza, l’omosessualità, in modo che sia una situazione adeguatamente vissuta, senza nessuna criticità.

Mi sorprendo a riflettere sulla grande testimonianza di fede e di carità che monsignor Luigi Giovanili Giussani dette a tutti noi, suoi amici, per l’amicizia e l’affezione che nutrì per anni per Giovanni Testori. Questi era considerato universalmente un’espressione di un’omosessualità teorizzata e praticata, punto di riferimento per i gruppi omosessuali lombardi che, a cavallo degli anni Ottanta del Novecento, andavano costituendosi in forma di movimento.

Testori non si sentì mai dire, da don Giussani, che l’omosessualità era una condizione corretta, ma fu aiutato a superare, attraverso un inevitabile sacrificio, sostenuto fraternamente, grazie a un giudizio critico, e non in assenza di esso, a superare la sua condizione, per tornare ad assumere l’antropologia e l’etica della fede e della carità.
Testori visse gli ultimi anni aderendo alla morale cattolica e dando anche pubblicamente testimonianza di una vita casta, consapevole dei propri errori passati e presenti, ma ai quali non guardava più con la presunzione di una posizione corretta e indiscutibile.

La Chiesa è chiamata ad accompagnare i nostri fratelli uomini, a partire dalle situazioni più diverse in cui vivono, talvolta negative, a incontrare la forza e la novità della fede, che cambia il cuore dell’uomo e lo restituisce alla grandezza e al sacrificio di un cammino, magari doloroso, ma sempre vero.

Se la Chiesa non giudica le situazioni di vita, in cui gli uomini sono talora costretti a vivere per l’arroganza del pensiero unico dominante, che ormai ha equiparato, di diritto e di fatto, l’omosessualità all’eterosessualità - la Chiesa si riduce ad essere una pura «terapia di sostegno» che, con modi garbati e talora sofisticati, in realtà abbandona l’uomo a vivere il suo male, come se fosse bene.
Questo processo, solo apparentemente caritatevole, oltre a essere un’evidente offesa alla dignità e alla responsabilità dell’uomo, è anche un’imperdonabile offesa a Dio e ai suoi diritti, cioè al bene profondo dell’uomo.

Su quest’atteggiamento verso l’omoeresia si gioca molto della verità della Chiesa di fronte all’uomo, ma si gioca anche molto del destino dell’uomo di fronte a se stesso e alla realtà.

Questo dibattito, cui abbiamo dato un contributo, ripropone l’attualità di un punto grandissimo del magistero del Vaticano II e di Paolo VI: la Chiesa è ancora «sommamente esperta di umanità»?

 

Da: http://www.culturacattolica.it/cm-files/2017/07/28/negri-verita%CC%80.pdf

Argomento: Chiesa

 Indagine sulla salute sessuale degli adolescenti.

  Il ministero della Salute: genitori e studenti potranno decidere di non partecipare.
 Ennesima bugia del clan Alfano? Oppure nasce il «dissenso informato»?

 Qualunque sia la risposta, le motivazioni addotte dalla Battillomo sono tutte chiaramente pretestuose: la realtà è che lo Stato vuole sempre più inserirsi nella vita delle persone.

 

«Non c’è nessuna volontà da parte del ministero di sostituirsi alle famiglie su un terreno così delicato e così importante come quello dell’educazione all’affettività e alla sessualità. Anzi la nostra convinzione è che tra famiglie e istituzioni ci dev’essere piena collaborazione».
Una premessa indispensabile, secondo Serena Battilomo, responsabile del Settore donna e soggetti vulnerabili (bambini, anziani, disabili, ecc.) del ministero della Salute, per tornare a parlare dell’Indagine nazionale sulla salute sessuale e riproduttiva degli adolescenti di cui avevamo già dato notizia il 6 luglio scorso. In quell’occasione avevamo anche dato conto di alcune perplessità emerse nell’ambito delle associazioni del Fonags (che raggruppa alcune realtà di genitori nell’ambito della scuola) a cui l’inchiesta era stata presentata in anteprima. Formule discutibili sul coito interrotto e sulla gravidanza. E poi una definizione minimalista della pillola del giorno dopo considerata semplicemente contraccettiva e non, come in realtà è, abortiva.

Ora Serena Battilomo assicura che il questionario è stato modificato proprio alla luce di quanto espresso dalle associazioni dei genitori.
Chiarita anche la questione del cosiddetto 'dissenso informato' che i genitori potranno esprimere alla luce dell’informativa diffusa in tutte le classi. «Abbiamo preferito parlare di 'dissenso' e non di 'consenso informato', perché nel secondo caso avremmo dovuto attendere la restituzione di un modulo firmato. Con il 'dissenso' invece – una volta presentato in classe il progetto e distribuito il materiale informativo – i genitori potranno esprimere la loro eventualità contrarietà alla partecipazione. Ma può essere il ragazzo stesso a decidere di non partecipare. In ogni caso siamo a disposizione per fornire tutte le informazioni sia attraverso gli insegnanti sia attraverso personale formato proprio per questa indagine».

Il 'dissenso informato' consente di non compromettere l’indagine, superando il rischio indifferenza che spesso è presente tra i genitori degli adolescenti. «Proprio perché vogliamo che questa indagine sia rappresentativa di quello che i ragazzi conoscono realmente a proposito della salute sessuale e riproduttiva – prosegue la responsabile del Settore salute della donna – vogliamo indagare anche in quell’ambito di popolazione forse meno consapevole e meno attenta ai problemi».

L’ultima indagine sul tema svolta nelle scuole risale a 17 anni fa. Ora, all’inizio dell’anno scolastico, prenderà il via il nuovo progetto che va a inquadrarsi in quel Piano nazionale sulla fertilità fortemente voluto dalla ministra Lorenzin. Si tratterà di una grande iniziativa.
In questa prima fase verranno coinvolti gli adolescenti – in particolare i sedicenni – poi toccherà agli studenti più grandi e infine agli universitari. In tutto circa ventimila studenti.

«Parlare di salute sessuale e riproduttiva è quanto mai urgente – riprende Battilomo – perché i giovani sono bombardati da informazioni a velocità della luce: i mondi dei social e di Internet riversano valanghe di dati che però non sono attenti alla gradualità con cui queste nozioni andrebbero proposte». Da qui la necessità di fare chiarezza, cercando di scoprire cosa sappiamo oggi di quello che i giovani pensano nell’ambito della sessualità e della riproduzione. Secondo l’esperta «molto poco».
Sia perché l’ultima indagine completa è dell’anno Duemila, sia perché sono cresciuti a dismisura comportamenti a rischio come alcol, droga, promiscuità sessuali.
«I giovani sanno che questi stili di vita possono incidere pesantemente sulla loro fertilità? Noi facciamo abbastanza per informarli? Eppure, per intervenire, il fatto di avere a disposizione un quadro epidemiologico nazionale rappresentativo è indispensabile».

Ma cosa significa intervenire? «Avviare un progetto di educazione nazionale all’affettività e alla sessualità in concerto con le famiglie e con la scuola. Siamo consapevoli che si tratta di un terreno a rischio, ma sarebbe colpevole da parte delle istituzioni non intervenire di fronte a una confusione crescente. Ma, lo ripeto, non faremo nulla senza il consenso delle associazioni familiari e dei genitori. Ogni passo verrà comunicato e deciso di comune accordo». E noi promettiamo fin d’ora di darne conto.

 

Luciano Moia venerdì 28 luglio 2017 per Avvenire.it

 Il «J’accuse!» di Padre Henri Boulad, gesuita egiziano

 J’accuse! Padre Henri Boulad, gesuita egiziano esperto di islam, lancia un’infuocata filippica al mondo accademico musulmano e alle gerarchie ecclesiastiche cattoliche 

 Henri Boulad, 86 anni, dall’età di 19 anni membro della compagnia di Gesù. Una vita dedicata all’Egitto e alla sua ricca, vivace e numerosa comunità cristiana. In seguito ai recenti attentati contro i Copti ortodossi, ha deciso di uscire allo scoperto e pubblicare una lucida riflessione sul rapporto tra islam e violenza, intitolata J’accuse! 
 Un’analisi tanto profonda quanto inequivocabile che merita di essere letta, i cui contenuti sono stati approfonditi dallo stesso padre Boulad nel corso di una lunga intervista rilasciata a TV Libertés, in Francia, la settimana scorsa.

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TVL: padre Boulad, qual è la situazione dei cristiani in Egitto e qual è il loro ruolo in seno alla società?
HB: Su novanta milioni di abitanti, in Egitto vi sono dieci milioni di cristiani, duecentomila dei quali sono cattolici e il resto copti ortodossi. L’importanza morale e culturale della comunità cristiana è, al di là dei numeri, considerevole. Nel paese troviamo centosettanta scuole cattoliche private che rappresentano un’eccellenza assoluta, scuole che sono frequentate al 60% da studenti musulmani.

TVL: dopo i recenti attentati contro la comunità cristiana lei ha pubblicato una dura riflessione volta a destare le coscienze. A chi è rivolto, in particolare, il suo J’accuse! ?
HB: io accuso l’apparato ideologico che favorisce il comunitarismo, il radicalismo e, di conseguenza, il terrorismo islamico. Io accuso l’islam, poiché l’ideologia islamica è la fonte primaria del terrorismo.
Questa ideologia è costantemente e ufficialmente veicolata nelle scuole e nelle grandi università islamiche che formano gli imam. Essa è presente nelle fonti e nei testi fondamentali: il corano, gli hadith, la vita di Maometto etc., fonti che legittimano l’odio e la violenza dei musulmani verso i non-musulmani.
Se noi leggiamo questi testi, ci accorgiamo che coloro che chiamiamo “terroristi” sono in realtà coloro che mettono in pratica alla lettera i dettati coranici nonché l’esempio di Maometto stesso.
Io ho quindi deciso di denunciare le vere cause del pensiero estremista perché occorre avere il coraggio di dire che non si tratta di fonti islamiste ma di fonti islamiche in tutto e per tutto, io voglio denunciare ciò che l’islam è e ciò che l’islam insegna.
Occorre avere il coraggio e l’onestà intellettuale di riconoscere che il primo centro di radicalizzazione islamica del mondo intero è l’università al-Azhar del Cairo (dove papa Francesco si è recato di recente). Si tratta della più importante università sunnita ed è presentata in tutto l’occidente come un’istituzione moderata e tollerante, ma non è così! 
Un esempio illuminante che dimostra quanto sia ingannevole pensare all’al-Azhar come ad un’istituzione moderata: di recente il presidente Al-Sisi ha a più riprese richiesto ufficialmente ed espressamente ai vertici dell’al-Azhar di sopprimere ogni insegnamento facente riferimento alle fonti islamiche che incitano all’odio e alla violenza contro ebrei e cristiani. Tali richieste sono sempre cadute nel vuoto.
Perché questo? Perché odio e violenza sono parte integrante e insopprimibile delle fondamenta dell’islam e quindi non possono non fare parte dell’insegnamento ufficiale degli imam e, di conseguenza, della loro predicazione. Sono proprio gli imam formati ad al-Azhar che in molte, troppe, moschee d’Europa vanificano ogni speranza di integrazione alla società occidentale delle nuove generazioni di giovani musulmani. 
L’università al-Azhar del Cairo è il primo destinatario del mio J’accuse! perché essa è il primo responsabile del radicalismo che si diffonde in tutto il mondo.

TVL: se da un lato il mondo musulmano si radicalizza, dall’altro vi sono nuovi pensatori o filosofi impegnati nella diffusione di un islam più moderato che mette da parte le fonti inneggianti all’odio?
HB: è necessario distinguere l’islam dai musulmani. Una cosa è l’ideologia religiosa (e le istituzioni che la propagano), un’altra sono i c.d fedeli. Io ritengo che i musulmani siano le prime vittime dell’islam, del fascismo islamico. Molti di questi musulmani sono in realtà persone pacifiche.
Il fascismo islamico invece non lo è, e non può essere assolto.
Ritengo più coerente assolvere i terroristi che spesso sono cresciuti o sono stati immersi, nutriti a forza, di ideologia islamica e non hanno fatto altro che metterla in pratica, non hanno fatto nulla di diverso da ciò che i testi sacri, corano in primis, chiedono loro di fare.
Non è semplice dare un giudizio sulle “masse” del mondo musulmano.
Certo, al suo interno vi sono i giovani, vi sono i liberal-progressisti, che non accettano il radicalismo imposto dal “clero” islamico, in essi c’è la voglia di rompere le catene dell’ortodossia e dell’ortoprassia islamica. Tuttavia, si tratta di istanze ancora troppo minoritarie e, cosa ancor più grave, senza rappresentanza politica.
La maggioranza dei musulmani non chiede riforme e nello stesso tempo professa e vive una fede edulcorata, soft, limitandosi a rispettare la preghiera, il ramadan e parte dell’ortoprassi riguardante l’abbigliamento femminile o le regole alimentari, niente di più.
La stragrande maggioranza dei musulmani vive seguendo uno standard di regole sufficienti per essere accettati in seno alla umma, per mescolarsi alla comunità dei fedeli, senza preoccuparsi dell’islam ufficiale.
Questo perché l’islam, il vero islam del corano, degli hadith, l’islam dell’al-Azhar è semplicemente invivibile per la gente normale. Invivibile perché non lascia vivere. L’uomo è fatto per vivere tranquillo non per fare la jihad o per odiare. 
In Egitto, coloro che incitano e predicano il vero islam, gli interpreti dell’islam delle fonti ufficiali, sono i Fratelli musulmani, non certo dei moderati… messi fuori legge da Al-Sisi, ma presenti ovunque, dappertutto, per questo l’islam non riesce a “modernizzarsi” e fallisce ineluttabilmente il necessario giro di boa della pace, del rifiuto dell’odio. 

TVL: père Boulad, il vostro J’accuse! è rivolto anche alle gerarchie cattoliche, tanto francesi quanto vaticane. Perché? 
HB: perché i vertici della Chiesa sono troppo compiacenti nei confronti dell’islam radicale!
Dal 1965, dal concilio vaticano II, la Chiesa ha deciso di iniziare un cammino di dialogo con l’islam. Quali sono i risultati di questo mezzo secolo di dialogo? Che quei paesi che un tempo erano le roccaforti della cristianità sono pieni di moschee mentre il mondo musulmano non conosce altro che discriminazioni, minacce e persecuzioni ai danni dei cristiani! Uccisi, cacciati! Che bel dialogo…
Non mancano i testi, i congressi, le conferenze, i caffè insieme, le dichiarazioni congiunte con i musulmani… abbiamo visto il papa recentemente al Cairo. E poi? Risultati concreti? Zero assoluto.
Per questo motivo, sono convinto che il solo vero dialogo provvisto di senso sia quello costruito sulla verità e sulla ragione. A carte scoperte, sul tavolo, come ebbe il coraggio di fare papa Benedetto XVI. Il coraggio di mettere il dito nella piaga, sfidando il politicamente corretto, e di domandare ai musulmani: “cosa volete farne delle incitazioni alla violenza e all’odio presenti nei vostri testi sacri e nell’insegnamento che da essi derivate?”.
Le conseguenze del discorso di Ratisbona furono alquanto paradossali. Da un lato, in occidente il Papa è stato accusato di intolleranza, razzismo e quant’altro, mentre nei paesi islamici si bruciavano chiese e si ammazzano i preti! 
È chiaro che ognuno, cristiani e musulmani si richiama ai propri testi sacri, un punto d’incontro non può che essere trovato che sui valori comuni, la pace, il rispetto reciproco, la ragione, e sul riconoscimento dei fatti storici.
Ma siamo sicuri che l’islam sia pronto a questo passo? Guardando gli ultimi mille e cento anni di storia e ancor più gli ultimi cinquant’anni…direi di no.

TVL: il papa attuale, papa Francesco, è come voi un gesuita, questa circostanza non vi aiuta a dialogare con lui, a capire la sua strategia o a cercare di elaborarne una più efficace?
HB: Qualche mese fa gli ho scritto una lettera: “padre santissimo e fratello carissimo - visto che siamo entrambi gesuiti - vi ammiro e vi stimo ma permettetemi di farvi notare due cose. Primo, l’islam con il quale dialogate e del quale parlate voi non lo conoscete! (visto che in Argentina la presenza musulmana è pressoché inesistente), poiché l’islam è quasi impossibile da capire finché non ci si è vissuti con, a fianco, dentro! non si può studiare sui libri, non basta! 
Secondo: questa invasione dell’Europa da parte di migranti musulmani che benedite e incoraggiate, merita una riflessione più profonda”.
A questa mia lettera, il papa non ha mai risposto. So con certezza che il cardinal Schönborn gliel’ha consegnata personalmente.
Allora ho deciso di tradurre la lettera in spagnolo e di fargliela consegnare da un amico, vescovo egiziano, in occasione della sua visita recente in Egitto, quindi l’ha ricevuta anche questa volta. E anche questa volta non mi ha risposto.
Ovunque, trovo persone che mi confermano che il papa risponde, o fa rispondere ai suoi segretari, anche ai biglietti di auguri di Natale. 
Eppure a me, suo confratello, più anziano per giunta, della Compagnia di Gesù, che si rende disponibile a dialogare con lui su uno dei temi più scottanti della nostra epoca, niente, non risponde. Sono francamente sorpreso, e un po’ amareggiato.

L’integrale, in francese dell’intervista a padre Boulad, di cui questo pezzo è la fedele traduzione dei primi 20 minuti, può essere trovato su YouTube sul canale di TV Libertés.
Sempre in rete è disponibile, a questo link, il testo integrale del J’accuse! di padre Henri Boulad: 
https://www.christianophobie.fr/cartes-des-evenements/2017/042017/pere-henri-boulad-jaccuse

A cura di Luca Costa, martedì 25 luglio 2017 da: http://www.culturacattolica.it/attualit%C3%A0/in-rilievo/ultime-news/2017/07/25/il-j-accuse-di-padre-henri-boulad-gesuita-egiziano

Argomento: Islam

 “Erasmus Plus” finanzia la “queerizzazione” dell’Europa con il progetto “QueerEUrope 2017”

Erasmus Plus, il programma dell’Unione europea 2014-2020 per l’Istruzione, la Formazione, la Gioventù e lo Sport, finanzia la queerizzazione dell’Europa con il progetto dal titolo inequivocabile QueerEUrope 2017.

Come si legge in un post pubblicato ad aprile scorso sul sito web del Gruppo fiorentino Giovani Glbti*, acronimo indecifrabile dove l’asterisco sta per qualsiasi genere di categoria sessuale, oltre a gay, lesbiche, bisessuali, transessuali e intersessuali, il 10 giugno 2017 si è conclusa la prima iniziativa rivolta i giovani fino ai 30 anni, in possesso della lingua inglese, intitolata QueerEUrope 2017.

L’evento, che si è svolto dal 6 al 10 giugno 2017, ha visto la partecipazione di 28 giovani “attivist*” provenienti da quattro paesi europei che, dopo essere stati opportunamente “formati” sulle più attuali e dibattute tematiche lgbtiq*, hanno chiuso in “bellezza” la loro esperienza, partecipando alla mega parata gay del Christopher Street Day di Bielefeld.

Oltre a GGG di Firenze, sono state coinvolte nel progetto anche l’associazione LGBT tedesca SVLS, l’associazione LGBT slovacca Q-Centrum e l’Alleanza LGBT Ungherese.

A settembre il QueerEUrope 2017  SBARCA IN SICILIA

Ma i progetti finanziati da QueerEUrope 2017 continuano.  A settembre 2017 è infatti già in programma un altro evento analogo, questo volta di 10 giorni, che si svolgerà in Sicilia

Sempre il Gruppo Giovani Glbti* di Firenze sul proprio sito invita infatti i suoi visitatori a partecipare, dal 2 al 12 settembre prossimi, presso la località di Sampieri nel comune di Scicli, in provincia di Ragusa, a:

“10 giorni di viaggio/scambio europeo giovanile su tematiche lgbtiq* per 30 giovani attivist* e interessat* al tema provenienti da Germania e Italia. Con le/i giovani del GGG di Firenze parteciperanno anche le/i giovani dell’associazione LGBT tedesca SVLS (together-virtuell.de/530-fotos.html)”.

TUTTO A SPESE DELL’EUROPA

Nel paragrafo dedicato ai costi viene specificato come il progetto sia finanziato dal programma Erasmus+ cosicché le spese a carico dei partecipanti risultano del tutto irrisorie:

“QueerEUrope 2017 è un progetto finanziato grazie al programma europeo Erasmus+.
La quota di partecipazione è di 40 euro ed include assicurazione, vitto, alloggi, trasporti interni che non saranno rimborsati in caso di rinuncia; potranno invece essere rimborsate al termine del progetto le spese per i trasporti fino ad un massimo che sarà comunicato successivamente in sede di selezione
“.

Mentre l’Unione Europea soccombe drammaticamente sotto gli implacabili colpi incrociati sferrati dall’immigrazione di massa e dall’inarrestabile calo demografico, i burocrati di Bruxelles promuovono e finanziano scellerati scambi culturali “ri-educativi”, volti a inculcare nelle nuove generazioni il suo suicida diktat etico relativista.

Rodolfo de Mattei per https://www.osservatoriogender.it/erasmus-plus-finanzia-la-queerizzazione-delleuropa-progetto-queereurope-2017/

 Nelle scorse ore i genitori del piccolo Charlie si sono arresi alla politica eutanasica di morte dell'Ospedale inglese.

 Proprio ieri 25 luglio la Commissione del Senato ha rinviato la votazione sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento (eutanasia).

 Occorre non abbassare la guardia: appello al Comitato Difendiamo i Nostri Figli perchè metta in atto tutte le iniziative di lobbying possibili.

Biotestamento-eutanasia: troppi emendamenti, la discussione slitta in autunno Il dibattito in Senato sarebbe dovuto iniziare oggi, dopo l'approvazione alla Camera di aprile

Quella in corso sarà ricordata in Italia come un’estate particolarmente calda e drammaticamente priva di risorse idriche. Ma non sarà ricordata come l’estate dell’approvazione della legge sul biotestamento-eutanasia.

Troppi emendamenti.
Il testo, la cui discussione in Senato era prevista per oggi 25 luglio, slitta infatti a settembre per via di una enorme mole di emendamenti: circa tremila. Troppi per essere discussi entro la chiusura dei lavori parlamentari per la pausa di agosto. È così che il discorso viene rimandato all’autunno prossimo, quando la possibilità concreta è che questa legge venga messa dietro ad altri provvedimenti considerati più urgenti, che devono essere discussi prima della fine della legislatura.

Le reazioni.
Prevedibile la reazione negativa dei radicali. “Una legge tradita”, commenta l’Associazione Luca Coscioni. Questa la giustificazione della presidente della commissione Sanità Emilia Grazia De Biasi: “Siamo in presenza di un atteggiamento di ostruzionismo, vista la grande quantità di interventi previsti in commissione e la presentazione di tremila emendamenti. Ciò rende il percorso molto accidentato”.

Più cauta Laura Bianconi, capogruppo Ap in Senato: “Certi temi, come il biotestamento, vanno approfonditi per le implicazioni etiche che comportano. Lavoriamo senza compressione, l’orizzonte è la fine della legislatura”.

Il testo.
Le norme erano passate alla Camera nell’aprile scorso, poco dopo la morte di Dj Fabo.
Con l’approvazione del testo, passava il consenso informato del fine vita, ma era stata introdotta, rispetto al disegno originale, l’obiezione di coscienza per il medico che si rifiuta di “staccare la spina”.
Il cuore della legge eutanasica è l’art. 3, che recita: “Ogni persona maggiorenne, capace di intendere e volere, in previsione di una eventuale futura incapacità di autodeterminarsi, può, attraverso Disposizioni anticipate di trattamento, esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto a scelte diagnostiche o terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari, ivi comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali”.

da: http://www.interris.it/2017/07/25/124449/cronache/italia/biotestamento-troppi-emendamenti-la-discussione-slitta-in-autunno.html

Argomento: Vita

 Sulle coste, soprattutto tirreniche e poi, nel centro-sud, il paesaggio italiano presenta tuttora alcune caratteristiche alle quali in genere non si fa caso ma che invece costituiscono un’indelebile testimonianza di un lungo e sanguinoso passato del quale si è persa la memoria. Si tratta delle torri a mare che costellano il litorale e dei numerosi paesi arroccati, in modo apparentemente incomprensibile, su ripidi pendii, ai quali si accede spesso solo attraverso una, ed una sola strada, incassata tra pareti altrettanto scoscese.

Non è però difficile, riflettendo un momento, ricordare che tutto questo, al pari, ad esempio, dei cognomi e delle varie alture che portano ancora il nome Saraceno, deriva dai quasi mille anni a partire dall’800, in cui l’Italia centro-meridionale e le isole furono oggetto delle razzie dei pirati musulmani ed, in qualche caso, come la Sicilia e certe zone della Puglia, caddero addirittura sotto la dominazione islamica.

Se, fino ad alcuni decenni orsono, ricordare tali vicende storiche poteva anche aver perso interesse stante il declino della civiltà musulmana, oggi, che il prepotente risveglio dell’islam suggerirebbe magari una loro rivisitazione, è il political correct che provvede a mantenere l’oblio tacciando di islamofobia ogni ingombrante ricordo di certi fatti.

*****

Rinaldo Panetta – I SARACENI IN ITALIA – Ugo Mursia Editore – Milano – 2016 - pag. 302 - €.17,00.

 

È dunque non poco merito di Rinaldo Panetta, già ufficiale durante la 2° guerra mondiale poi, dedito a studi di storia militare, l’essersi dato cura di reperire in archivi, storie locali e testi antichi, tutti pressoché introvabili, le tracce di un vistosissimo fenomeno che ha terrorizzato per secoli le popolazioni rivierasche – e non solo- della nostra nazione. Un fenomeno che le ha costrette ad erigere strumenti di avvistamento e difesa (le torri a mare) e spesso, ad abbandonare le coste per ricostruire gli abitati in luoghi alti ed inaccessibili, più facili però a difendersi.

Partendo dalle coste delle attuali Algeria e Tunisia e, fintantoché fu loro soggetta, anche dalla Sicilia, le navi saracene si spinsero per secoli, con metodica continuità, lungo la penisola attratte dalle ricchezze del paese e dalla possibilità di far razzia di schiavi destinati ad una sorte ancor più terribile di quella di coloro che invece, per essere vecchi o malati o infanti, erano di regola uccisi.

Nelle sue fitte pagine – peraltro ben leggibili- il libro di Panetta presenta così una serie pressoché infinita di episodi che sono poi solo una minima parte di quelli realmente accaduti; tutti, sempre apparentemente uguali: assedi, eccidi, razzie di beni e persone destinate ai mercati nord-africani per soddisfare (le donne ed i giovinetti) anche le voglie più libidinose dei ricchi ‘credenti’.

Mentre dunque si costruivano cattedrali o scrivevano Dante e Petrarca, un po’ tutta l’Italia peninsulare e costiera visse invece nel terrore degli sbarchi improvvisi, sempre pronta a chiudersi in lunghi assedi nella speranza di aiuti che spesso non arrivavano o arrivavano tardi o in modo insufficiente.
Non è neanche un caso, ad esempio, che in larghe zone del sud manchino abitazioni in campagna; le famiglie preferivano infatti, compiere ogni giorno lunghi tratti a piedi per recarsi alle terre (a costo di evidenti diseconomie) pur di non rischiare di divenire preda delle temutissime incursioni notturne dei saraceni che si spingevano anche nell’entroterra.

*****

Ma i meriti dell’autore del libro non si fermano qui. Da buon militare che, ogni tanto, non disdegna qualche avvincente descrizione di battaglie, Panetta non omette neanche, in pur veloci passaggi, di ricordare i motivi di fondo che ispiravano i comportamenti degli aggressori riuscendo così anche a dare un contributo di non poco conto per smontare molti luoghi comuni.
Eccone alcuni.

Primo e principale, non si trattò solo di imprese banditesche. Infatti, i proventi delle razzie costituivano regolari fonti di entrata degli emiri cioè – diremmo oggi- degli stati musulmani che facevano da copertura alle imprese piratesche, riservandosi regolarmente una parte del bottino.
Ma, il movente fondamentale forse non era neanche questo bensì la volontà di colpire gli infedeli (cioè i cristiani) e, non a caso, proprio nella penisola sede di Roma e dunque della città del Pontefice.
Non si deve dimenticare che lo stesso Profeta diede inizio all’espansione della nuova religione con razzie di carovane e successiva sottomissione delle vittime pena la loro eliminazione fisica.

Non meno interessante è poi il confronto che emerge tra le popolazioni cristiane: laboriose, capaci di coltivare le terre e di operare artigianalmente insomma, di produrre ricchezza e le genti dell’islam invece, prevalentemente dedite a vivere delle ricchezze prodotte da altri (la storia dei nostri giorni non mostra, in fin dei conti, nulla di diverso).
Fu del resto nei secoli della dominazione musulmana che il nord-africa passò dal costituire il granaio e il fiore all’occhiello dell’impero romano allo stato attuale.

Spicca quindi il ben diverso trattamento che era riservato al nemico. ai cristiani catturati era riservata una vita da schiavi dediti ai lavori forzati o, se si trattava di giovani donne, a riempire gli harem per essere poi lasciati, se vecchi o malati, a marcire nei cosiddetti “bagni di Barberia”: stanzoni fetidi pieni di ogni sporcizia con totale e voluto disprezzo di ogni pur minimo diritto umanitario.

Infine nell’ultima parte finale del libro, dedicata agli eventi dei secoli dopo il 1000, risplende la schiera dei religiosi (Trinitari e Mercedari) dediti in Europa alla raccolta di elemosine per il riscatto degli schiavi, spesso a rischio della vita; pronti anche, all’occorrenza, ad offrire se stessi come ostaggi per ottenere la liberazione di questi poveretti.

È dunque tutto un mondo dimenticato quello che emerge dalla lettura del libro; un mondo che fu pieno di enormi sofferenze ma anche di radiosi esempi di virtù e che ben ricorda come le persecuzioni non finirono con l’Editto di Milano dell’imperatore Costantino per riprendere nel XX secolo con la strage degli Armeni ed i milioni di vittime dell’ideologia comunista ma hanno accompagnato l’intera storia del cristianesimo anche in secoli e luoghi ai quali poco, in genere, si pone mente.

Andrea Gasperini

Argomento: In libreria

 L’Italia si accorge di avere avuto un ministro con delega alla Famiglia solo il giorno delle sue dimissioni.

 L’ex esponente di Area Popolare Enrico Costa in oltre un anno mezzo di mandato non ha lasciato alcun segno se non legare in maniera indissolubile il suo nome a quello dell’approvazione delle Unioni Civili.

Proprio sotto il suo mandato si sugellò infatti lo storico accodo tra i moderati di Ndc guidati dall’allora Ministro degli Interni, Angelino Alfano, e il Partito Democratico di Renzi per far votare la legge sulle unioni tra persone dello stesso sesso, privata però della Stepchild Adoption, ovvero la possibilità di adozione del figlio del partner.

 

L’intesa arrivò dopo che il testo si era impantanato in Senato per via della marcia indietro dei grillini e dei mal di pancia dei centristi e dei cattolici del Pd. A lanciare il salvagente fu quindi Alfano. “Se si tolgono le adozioni, la legge la votiamo anche domani”, disse l’ex delfino di Berlusconi a metà febbraio del 2016, mentre il ddl Cirinnà sembrava avviato su un binario morto.

In realtà Renzi aveva preparato il terreno al compromesso qualche settimana prima, esattamente alla vigilia dal grande Family day del 30 gennaio con oltre un milione di persone al Circo Massimo. In pratica, il 29 di quello stesso mese l’ex premier propose al Presidente della Repubblica la nomina di Enrico Costa come Ministro agli Affari regionali con delega alla Famiglia. Il tutto avvenne nella cornice di un piccolo rimpasto dell’esecutivo, che permise all’Ncd di ottenere una manciata di ulteriori poltrone. La mossa non passò inosservata e tutti i commentatori la legarono al patto in vista del voto sulle unioni civili.

Le cose in aula poi andarono come previsto da Renzi e Costa è stato il primo ministro alla Famiglia (prima di lui Guidi, Bindi, Giovanardi, Riccardi e varie deleghe tenute dalla presidenza del Consiglio) ad assistere inerme allo smantellamento del diritto famigliare, che vede venire meno il primato della differenza sessuale tra i coniugi e dell’apertura alla genitorialità.
Insomma se tutto è famiglia niente è più famiglia, come  poi confermeranno le sentenze della giurisprudenza creativa che legittimano anche il presunto diritto di ottenere un figlio che per forza di cose sarà, fin dal suo concepimento, orfano della madre o del padre.

E cosa faceva Costa mentre avveniva tutto questo?
Al di là della diffusione di qualche comunicato in cui richiamava i giudici a rispettare la legge e non far rientrare per via giurisprudenziale quello che era uscito dalle proposte in Parlamento, l’esponente di Ncd non ha mai voluto rischiare la sua posizione per difendere quella visione pre-politica e antropologica della famiglia, riconosciuta anche dalla Costituzione italiana.

Lo stesso Costa ha raccontato che a pesare sulle sue dimissioni sono state infatti le tensioni sullo ius soli e la riforma penale voluta dal ministro della Giustizia Orlando, non le numerose proposte di legge già depositate in parlamento dal Pd con cui si chiede il matrimonio egualitario, le adozioni per le coppie dello stesso sesso e persino la legalizzazione dell’utero in affitto.

D’altra parte nessuno si aspettava di aver trovato un alleato contro la deriva antropologica che minaccia la cellula fondamentale della società.
In un’intervista rilasciata a Repubblica Tv pochi giorni prima dell’approvazione definitiva delle unioni civili nel maggio 2016, incalzato dalla giornalista sul diritto di filiazione dei gay, Costa spiegò che le adozioni furono eliminate per dare “un percorso più rapido alla legge”.
Tutto qui, questione di mero calcolo politico. Il ministro della famiglia non spese una parola sul diritto dei bambini ad avere un padre e una madre e sul ruolo sociale della famiglia naturale benché la giornalista chiedesse a lui motivi delle divisioni nella maggioranza. Non solo, ma Costa per non apparire “conservatore” ci tenne anche a sottolineare che quando sedeva al Consiglio regionale del Piemonte fu il primo a presentare una proposta sul registro delle unioni civili. 
In effetti è una medaglia da appuntarsi sul petto se si parla negli studi del giornale fondato da Eugenio Scalfari.

"L'estremismo di centro può essere appassionante, ma rischia di essere velleitario", dice ora Costa facendo un esercizio di gattopardismo.

I risultati delle ultime amministrative hanno dato uno slancio quasi insperato ad un redivivo centro destra che adesso richiama sé anche i tanti che hanno fatto da stampella prima ai governi Renzi, poi Gentiloni. Costa probabilmente si prepara quindi a tornare nelle file di Forza Italia tra le quali ha militato fin dai primi anni 2000 o a dare vita a qualche sigla centrista da portare in dono a Berlusconi per una federazione moderata.

Si sappia però che alle urne i conti si faranno con le famiglie che hanno dato già prova di avere una memoria di ferro nelle ultime tornate elettorali.
Costa ci ricorderemo. 

Marco Guerra, 21-07-2017  per http://www.lanuovabq.it/it/articoli-avevamo-un-ministro-alla-famiglia-e-non-lo-sapevamo-20534.htm

Argomento: Politica

 P. Reginald Garrigou-Lagrange O.P.
  Dio accessibile a tutti  

 scaricabile gratuitamente da:
http://www.totustuus.it/modules.php?name=Downloads&d_op=viewdownload&cid=41

 Rigoroso discepolo degli insegnamenti di san Tommaso d’Aquino e per questo definito «tomista di stretta osservanza», ma anche un metafisico e allo stesso tempo un contemplativo come san Giovanni della Croce.
È Réginald Garrigou-Lagrange (1877-1964), il teologo domenicano conosciuto come il capostipite del tomismo romano e ricordato ancora oggi come uno dei grandi avversari della Nouvelle théologie impersonata da pensatori come Yves-Marie Congar, Henri de Lubac o Jean Daniélou.

Oggi, del “maestro dell’Angelicum”, (l’ateneo pontificio di Roma dove insegnò per più di mezzo secolo), rimane intatta e attuale la forza del suo pensiero, a cominciare da capolavori come Dieu, son existence et sa nature, De Revelatione, Le tre età della vita interiore, Perfezione cristiana e contemplazione, o di un testo giovanile del 1909, spesso citato e molto amato da Paolo VI, come Le sens commun, la philosophie de l’être et les formules dogmatiques.
Réginald Garrigou-Lagrange incise così profondamente sulla teologia della prima metà del Novecento da essere definito da François Mauriac «il mostro sacro del tomismo».

Al secolo Gontran Marie, nasce in Guascogna il 21 febbraio del 1877 e nel 1897 deciderà di entrare nell’ordine dei frati predicatori (dopo aver abbandonato gli studi in medicina e una fidanzata). Studia filosofia alla Sorbona di Parigi e poi teologia alla famosa scuola belga Le Saulchoir: Garrigou-Lagrange si trova in perfetta sintonia con il magistero cattolico a cominciare dall’enciclica sulla riscoperta del tomismo di Leone XIII (Aeterni Patris, 1879) o quella di san Pio X che condanna il modernismo (Pascendi, 1907).

Diventa – direbbe uno dei suoi futuri più grandi estimatori, il cardinale Pietro Parente – un vero «campione della teologia»; i suoi modelli di riferimento sono i commentatori classici del tomismo: da Gaetano a Báñez, da Giovanni da san Tommaso a Billurat.

Ma è con l’approdo all’Angelicum di Roma (1909) e con la fondazione della cattedra di Ascetica e mistica (nel 1917, assieme al confratello Juan Arintero) che emerge il Garrigou-Lagrange più originale e innovativo, innamorato della spiritualità di san Tommaso e della mistica di Giovanni della Croce.
Nel 1926 tocca proprio a lui, in veste di consultore, dare il parere definitivo al titolo di Dottore delle Chiesa per il santo riformatore del Carmelo.
Garrigou-Lagrange sarà in grado di infondere la passione per la mistica e la contemplazione in un suo promettente allievo di dottorato: Karol Wojtyla (1948). Il futuro Giovanni Paolo II si laurea con il teologo discutendo una tesi sulla fede nelle opere di Giovanni della Croce; a padre Garrigou-Lagrange Wojtyla rimarrà sempre legato, ricordandolo pubblicamente, nel ventennale della morte, nel 1984, come un «compianto e amato maestro».

Gli anni che anticipano il Vaticano II vedono Garrigou-Lagrange simpatizzare per le tesi dell’Action française (poi sconfessata da Pio XI, a cui prontamente obbedirà), aderire al cattolicesimo di stampo franchista e allontanarsi da Maritain dopo la pubblicazione di Umanesimo integrale; sarà questo il periodo degli scontri teologici con Blondel, De Lubac (feroce sarà la sua critica a Surnaturel del 1946) o Chenu.
Amaro il suo commento a un articolo di Daniélou apparso su “Études” nel dopoguerra, in cui sosteneva «un ritorno alle dottrine patristiche come assai più vicine alla mentalità moderna» rispetto a san Tommaso.

Di fronte a tante critiche la sua replica (raccolta in via confidenziale dal suo discepolo Innocenzo Colosio) è ferma: «Io sono l’ultimo tomista; dopo di me il tomismo muore!».
Se per gli avversari è soltanto il «piccolo fonografo di san Tommaso», sono questi però gli anni dei grandi riconoscimenti: sarà uno degli estensori dell’enciclica di Pio XII Humani generis (1950) e papa Giovanni XXIII lo nomina perito della commissione preparatoria del Concilio Vaticano II (1960), incarico che Garrigou-Lagrange, già dal 1955 consultore del Sant’Uffizio di Alfredo Ottaviani, non potrà accettare, per l’aggravarsi della sua salute: ma resterà sempre grato a papa Roncalli per quel «gesto di stima».

Rimangono fisse nella memoria di chi lo ha conosciuto le sue lezioni del sabato sera all’Angelicum, a cui accorrevano masse di studenti provenienti dagli altri atenei pontifici solo per ascoltarlo; o l’impronta lasciata su molti suoi allievi divenuti teologi di fama proprio durante il Vaticano II, come Michael Browne, Mario Luigi Ciappi (entrambi futuri cardinali) o Rosaire Gagnebet.
O ancora il suo proverbiale distacco dai beni materiali: per tutta la vita ha destinato l’intero stipendio da professore e i proventi dei diritti d’autore ai poveri e ai mendicanti che venivano a bussare alla porta della sua cella; proverbiale è anche la sua devozione per i bambini morti in concetto di santità, ai quali dedica parecchi saggi).
Ridotto da una malattia incurabile alla progressiva perdita della lucidità, dopo un soggiorno nel convento di Santa Sabina a Roma viene ricoverato alla clinica San Domenico in piazza Sassari; lì trova la forza per le sue estreme preghiere e per sperimentare, prima della morte il 15 febbraio 1964, la sua ultima «notte oscura» – come rivelò il domenicano Innocenzo Venchi – alla stregua del suo amato Giovanni della Croce.
(Filippo Rizzi, per Avvenire 2014)

Argomento: Fede e ragione

 P. Reginald Garrigou-Lagrange O.P.
  Dio accessibile a tutti  

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http://www.totustuus.it/modules.php?name=Downloads&d_op=viewdownload&cid=41

 Rigoroso discepolo degli insegnamenti di san Tommaso d’Aquino e per questo definito «tomista di stretta osservanza», ma anche un metafisico e allo stesso tempo un contemplativo come san Giovanni della Croce.
È Réginald Garrigou-Lagrange (1877-1964), il teologo domenicano conosciuto come il capostipite del tomismo romano e ricordato ancora oggi come uno dei grandi avversari della Nouvelle théologie impersonata da pensatori come Yves-Marie Congar, Henri de Lubac o Jean Daniélou.

Oggi, del “maestro dell’Angelicum”, (l’ateneo pontificio di Roma dove insegnò per più di mezzo secolo), rimane intatta e attuale la forza del suo pensiero, a cominciare da capolavori come Dieu, son existence et sa nature, De Revelatione, Le tre età della vita interiore, Perfezione cristiana e contemplazione, o di un testo giovanile del 1909, spesso citato e molto amato da Paolo VI, come Le sens commun, la philosophie de l’être et les formules dogmatiques.
Réginald Garrigou-Lagrange incise così profondamente sulla teologia della prima metà del Novecento da essere definito da François Mauriac «il mostro sacro del tomismo».

Al secolo Gontran Marie, nasce in Guascogna il 21 febbraio del 1877 e nel 1897 deciderà di entrare nell’ordine dei frati predicatori (dopo aver abbandonato gli studi in medicina e una fidanzata). Studia filosofia alla Sorbona di Parigi e poi teologia alla famosa scuola belga Le Saulchoir: Garrigou-Lagrange si trova in perfetta sintonia con il magistero cattolico a cominciare dall’enciclica sulla riscoperta del tomismo di Leone XIII (Aeterni Patris, 1879) o quella di san Pio X che condanna il modernismo (Pascendi, 1907).

Diventa – direbbe uno dei suoi futuri più grandi estimatori, il cardinale Pietro Parente – un vero «campione della teologia»; i suoi modelli di riferimento sono i commentatori classici del tomismo: da Gaetano a Báñez, da Giovanni da san Tommaso a Billurat.

Ma è con l’approdo all’Angelicum di Roma (1909) e con la fondazione della cattedra di Ascetica e mistica (nel 1917, assieme al confratello Juan Arintero) che emerge il Garrigou-Lagrange più originale e innovativo, innamorato della spiritualità di san Tommaso e della mistica di Giovanni della Croce.
Nel 1926 tocca proprio a lui, in veste di consultore, dare il parere definitivo al titolo di Dottore delle Chiesa per il santo riformatore del Carmelo.
Garrigou-Lagrange sarà in grado di infondere la passione per la mistica e la contemplazione in un suo promettente allievo di dottorato: Karol Wojtyla (1948). Il futuro Giovanni Paolo II si laurea con il teologo discutendo una tesi sulla fede nelle opere di Giovanni della Croce; a padre Garrigou-Lagrange Wojtyla rimarrà sempre legato, ricordandolo pubblicamente, nel ventennale della morte, nel 1984, come un «compianto e amato maestro».

Gli anni che anticipano il Vaticano II vedono Garrigou-Lagrange simpatizzare per le tesi dell’Action française (poi sconfessata da Pio XI, a cui prontamente obbedirà), aderire al cattolicesimo di stampo franchista e allontanarsi da Maritain dopo la pubblicazione di Umanesimo integrale; sarà questo il periodo degli scontri teologici con Blondel, De Lubac (feroce sarà la sua critica a Surnaturel del 1946) o Chenu.
Amaro il suo commento a un articolo di Daniélou apparso su “Études” nel dopoguerra, in cui sosteneva «un ritorno alle dottrine patristiche come assai più vicine alla mentalità moderna» rispetto a san Tommaso.

Di fronte a tante critiche la sua replica (raccolta in via confidenziale dal suo discepolo Innocenzo Colosio) è ferma: «Io sono l’ultimo tomista; dopo di me il tomismo muore!».
Se per gli avversari è soltanto il «piccolo fonografo di san Tommaso», sono questi però gli anni dei grandi riconoscimenti: sarà uno degli estensori dell’enciclica di Pio XII Humani generis (1950) e papa Giovanni XXIII lo nomina perito della commissione preparatoria del Concilio Vaticano II (1960), incarico che Garrigou-Lagrange, già dal 1955 consultore del Sant’Uffizio di Alfredo Ottaviani, non potrà accettare, per l’aggravarsi della sua salute: ma resterà sempre grato a papa Roncalli per quel «gesto di stima».

Rimangono fisse nella memoria di chi lo ha conosciuto le sue lezioni del sabato sera all’Angelicum, a cui accorrevano masse di studenti provenienti dagli altri atenei pontifici solo per ascoltarlo; o l’impronta lasciata su molti suoi allievi divenuti teologi di fama proprio durante il Vaticano II, come Michael Browne, Mario Luigi Ciappi (entrambi futuri cardinali) o Rosaire Gagnebet.
O ancora il suo proverbiale distacco dai beni materiali: per tutta la vita ha destinato l’intero stipendio da professore e i proventi dei diritti d’autore ai poveri e ai mendicanti che venivano a bussare alla porta della sua cella; proverbiale è anche la sua devozione per i bambini morti in concetto di santità, ai quali dedica parecchi saggi).
Ridotto da una malattia incurabile alla progressiva perdita della lucidità, dopo un soggiorno nel convento di Santa Sabina a Roma viene ricoverato alla clinica San Domenico in piazza Sassari; lì trova la forza per le sue estreme preghiere e per sperimentare, prima della morte il 15 febbraio 1964, la sua ultima «notte oscura» – come rivelò il domenicano Innocenzo Venchi – alla stregua del suo amato Giovanni della Croce.
(Filippo Rizzi, per Avvenire 2014)

Argomento: Fede e ragione

 

 

Negri:  Perché siamo grati a Pietro Fiordelli, il vescovo che ci insegnò a difendere la vita da cristiani.  Cioè senza ideologia

 L’invito alla lettura scritto da Luigi Negri per il libro “La difesa sociale della famiglia”, dedicato al vescovo di Prato inventore delle “Giornate per la vita”

Anticipiamo l’invito alla lettura che monsignor Luigi Negri ha scritto al libro di Giuseppe Brienza La difesa sociale della famiglia. Diritto naturale e dottrina cristiana nella pastorale di Pietro Fiordelli, dedicato al primo vescovo di Prato (dal 1954 al 1991) “inventore” delle “Giornate per la vita”. Il volume è in uscita per la casa editrice Leonardo da Vinci (Roma 2014, 136 pagine, 15 euro).

 

Sono lieto di poter dare un contributo, sia pur limitato, a questo ottimo volume nel quale si esprime il dovere di profonda gratitudine che le comunità ecclesiali italiane dovrebbero avere per mons. Pietro Fiordelli (1916-2004), vescovo di Prato dal 1954 al 1991, e per ristabilire, come di fatto viene ristabilita, la verità della sua straordinaria esperienza ecclesiale e pastorale.

Inizio con un ricordo. Ero al liceo quando scoppiò in Italia il famoso caso del vescovo di Prato che, avendo obbedito alle disposizioni del Codice di diritto canonico, fu rinviato a giudizio e poi condannato, in prima istanza, ad un anno di reclusione.
Ricordo ancora la voce del presidente del tribunale che, in modo incolore e metallico, alla lettura della sentenza – che udii attraverso la radio – diceva: «… condanna Fiordelli Pietro…» e poi l’entità della pena.
Il caso del vescovo di Prato provocò una serrata e intelligente unità dei cattolici – soprattutto dei giovani presenti nella scuola e nell’università, luoghi in cui cominciava un profondo attacco di carattere secolaristico e anticattolico –, volta a ritrovare il senso della presenza della Chiesa e della sua missione.
Credo che, senza volerlo, mons. Fiordelli abbia aiutato centinaia e centinaia di giovani a ritrovare, nella militanza cristiana, una ragione di vita e di impegno, ma abbia anche scatenato l’anticristianesimo. Prova ne sia la nascita in quegli anni di moltissimi circoli radicali.

Ricordo ancora che in un’assemblea infuocata, al Liceo Berchet di Milano dove io studiavo e, tra l’altro, insegnava mons. Luigi Giussani, ricevetti il primo di una lunga serie di sputi, che poi ho ricevuto durante tutta la mia vita sia di laico cattolico che di prete, da parte di questa realtà minoritaria ma terribilmente protesa alla creazione di un’egemonia ideologica su cui non era ammessa nessuna discussione.
Tale egemonia, purtroppo, ha preso sempre più piede, basti vedere la situazione in cui oggi versa la società italiana.

Una situazione che è stata determinata dalla vittoria di questo radicalismo violento diventato poi, come aveva previsto in modo lungimirante Augusto Del Noce, un radicalismo di massa, con la protezione dell’allora partito comunista – che mutò la sua anima popolare in anima radicale, forse addirittura “radical-chic” –, per poter avere il controllo della mentalità del nostro popolo e attuare ciò che papa Francesco, in maniera vigorosa, ha indicato come la dittatura del pensiero unico anticristiano.
Questo è stato il motivo per cui ho sempre avuto un occhio di riguardo, pur vivendo in un’altra città, per la presenza di mons. Fiordelli.

Sono certo di aver compreso ed approfondito l’intuizione che oggi il volume di Giuseppe Brienza porta a splendida compiutezza: mons. Pietro Fiordelli lavorò per la difesa della famiglia, spendendosi in un’intensa, profonda, intelligente ed equilibrata pastorale che assunse, in più di un’occasione, un carattere obiettivamente profetico.
Capì e fece capire – certamente alla sua diocesi, ma non solo – che la battaglia per la difesa della sacralità della vita, della famiglia, della paternità, della maternità, dell’educazione dei figli, è stata ed è la grande battaglia della Chiesa e del popolo del nostro paese, e che la si poteva fare non soltanto con la chiarezza dei princìpi, che mons. Fiordelli sapeva evocare da par suo, ma anche con una vera esperienza di famiglia cristiana.

La sua battaglia non è stata ideologica, perché è stata l’espressione, nella Chiesa e nella società italiana, di quella novità di vita umana e sociale che è contenuta nella famiglia stessa.
I valori, ideali e pratici, sono stati l’espressione di questa vita; non si poteva pensare di poter continuare questa battaglia sui valori della famiglia senza contemporaneamente incrementare l’esperienza di novità, di verità, di intensità cristiana e missionaria, delle famiglie cristiane.

In questo io ritengo che mons. Fiordelli sia stato un grande vescovo, in un momento delicato della vita del nostro Paese, e abbia dato una straordinaria testimonianza di vita cristiana, forte ed intelligente.

+ Luigi Negri
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa
settembre 1, 2014 Luigi Negri per http://www.tempi.it/negri-pietro-fiordelli-vescovo-difendere-la-vita-cristiani-senza-ideologia

Argomento: Chiesa

 Rino Cammilleri: Il vescovo che sfidò il Pci. Con il sostegno di tre Papi

 Monsignor Pietro Fiordelli scomunicò due coniugi che si erano sposati civilmente, venne querelato dai comunisti per diffamazione e poi condannato da un tribunale

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Ero studente in Scienze Politiche all'Università di Pisa negli "anni caldi". Cioè, proprio nell'occhio del ciclone.
I docenti da baroni si erano trasformati in tribuni della plebe e i libri su cui dovevo studiare sembravano editi a Mosca (ce n'era anche uno di Carlo Cardia - oggi su tutt'altre posizioni- che propugnava i diritti costituzionali dell'ateismo).
Ebbene, quasi tutti questi testi ricordavano con indignazione l'orribile «caso del vescovo di Prato», avvenuto nel 1956, ma mai dimenticato dai livorosi compagni.
I succubi democristiani non finivano di vergognarsene sebbene fossero passati quasi vent'anni.

IL VESCOVO PIETRO FIORDELLI
Il vescovo in questione era Pietro Fiordelli (1916-2004) e fu pastore di Prato per quasi quarant'anni.
Fatto vescovo neanche quarantenne, il 12 agosto 1956 fece pubblicare una sua lettera sul giornale della parrocchia al cui responsabile l'aveva inviata. Riguardava due coniugi che si erano sposati col solo rito civile, in quanto lui era un militante comunista.
In base al diritto canonico il vescovo invitava il parroco in questione a considerare i due come pubblici concubini e quindi a escluderli dai sacramenti. Non solo. Anche i rispettivi genitori avevano mancato ai loro doveri cristiani permettendo che i figli contraessero matrimonio al di fuori della Chiesa, perciò non si doveva procedere alla tradizionale benedizione pasquale della loro casa.
Sempre codice canonico alla mano, il vescovo rincarò la dose ordinando che la sua lettera fosse letta da tutti i pulpiti della diocesi.

Lì per lì non successe niente, anche perché ai coniugi in questione e alle loro famiglie non importava affatto quel che di loro pensavano i preti e il vescovo, il rito nuziale scelto lo dimostrava. Epperò si era negli anni Cinquanta e Prato non era ancora divenuta un feudo rosso.
La città era piccola, la gente mormorava. Qualcuno arrivò a recapitare pizzini insultanti alla coppia scomunicata.
Ma ciò che fece traboccare il vaso, tanto per cambiare, furono i soldi. Infatti, lo sposato "civile" aveva un negozio che in breve si ritrovò la clientela dimezzata.
Possibile che fosse tutta colpa dell'anatema vescovile? Infatti, come abbiamo detto, a quel tempo Prato era un centro di dimensioni relative e non è pensabile che la clientela non sapesse che quello nel tempo libero faceva l'attivista del Pci.

IL PCI E LA QUERELA
Boh. Sia come sia, il Partito prese in pugno la faccenda e convinse gli scomunicati a querelare il vescovo per diffamazione.
La cosa finì pure in Parlamento, dove il Pci poteva contare sui reggicoda socialisti, e partì anche una campagna internazionale il cui vero bersaglio era il papa Pio XII, che non molti anni prima aveva avallato la scomunica ai comunisti e a quelli che in ogni modo li aiutavano o condividevano.
Del caso di Prato si occupò perfino il famoso settimanale americano Life, creato dal fondatore della rivista Time, Henry Luce, che pubblicò con grande risalto tutte le foto degli implicati nella vicenda pratese. Henri Luce era anche marito di Claire Boothe Luce, prima donna ambasciatrice americana a Roma, fattasi cattolica nel 1946 dopo avere ascoltato un discorso di Pio XII.
Il Pontefice sostenne subito il suo vescovo mentre tutti gli occhi erano fissi sul tribunale adito dagli scomunicati. E i giudici, trovandosi vasi di coccio tra vasi di ferro, dopo interminabili discussioni in punta di diritto credettero di risolvere la situazione condannando il vescovo di Prato a un'ammenda simbolica, 40mila lire.
Ora, la somma non era poco per quei tempi, ma non era nemmeno molto. Però la condanna, anche se simbolica, sempre condanna era. E il vescovo era stato condannato per aver fatto il suo mestiere di pastore a norma di catechismo e dottrina. La quale vieta ai preti di dare i sacramenti a chi non li vuole; o li vuole, sì, ma alle sue condizioni e non a quelle della Chiesa.
Si dirà che il querelante allegava di aver visto rarefarsi la sua clientela dopo la pronuncia vescovile. Tuttavia il bigottismo di certuni non poteva certo essere imputato giudiziariamente al vescovo. Doveva, semmai, il querelante pensarci prima: sapendo come la pensavano i suoi clienti, poteva evitare il gesto inutilmente provocatorio di non sposarsi in chiesa. Oppure, se teneva tanto alle sue idee, essere disposto a pagarne il prezzo.
Malgrado ciò il tribunale aveva dato ragione a lui e torto al vescovo.

LA REAZIONE DI PIO XII
Ma papa Pacelli non era tipo da lasciarsi la mosca sul naso.
Non esitò a definire illegale quella sentenza e bacchettò l'inerzia del governo su tutta la vicenda. Sì, perché se si permetteva ai giudici di sindacare quel che i vescovi potevano o non potevano dire nelle materie di loro competenza (riconosciuta dal Concordato) si sarebbe finiti in un regime ideologico laicista (profetico...).
Non sazio, il Papa ordinò a tutte le nunziature apostoliche del mondo occidentale di organizzare manifestazioni di solidarietà col vescovo pratese e in segno di protesta arrivò a sospendere il tradizionale ricevimento d'inizio d'anno in onore del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.

L'aperta solidarietà al vescovo di Prato arrivò pure, commossa e sentita, da Roncalli (patriarca di Venezia) e Montini (arcivescovo di Milano), futuri Papi, uno Santo e l'altro Beato.
Il più sfegatato fu il cardinale di Bologna, Lercaro (poi, però, divenuto progressista), che fece listare a lutto le porte delle chiese della sua Diocesi e suonare le campane a morto ogni cinque minuti per un mese.

Monsignor Pietro Fiordelli, nato a Città di Castello (Perugia), morì nella sua Prato. Nel 1986 fu onorato di una lunga visita da parte di Giovanni Paolo II (Santo).
La sua vicenda - e il suo insegnamento - tornano d'attualità nel presente momento storico: da qui il libro che Giuseppe Brienza gli ha dedicato, La difesa sociale della famiglia. Diritto naturale e dottrina cristiana nella pastorale di Pietro Fiordelli, vescovo di Prato (Casa Editrice Leonardo da Vinci), prefazione di monsignor Luigi Negri e postfazione di Antonio Livi, pp. 162.

 
Rino Cammilleri
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 14/11/2014
Argomento: Chiesa

 Roberto Marchesini –  Codice cavalleresco per l’uomo del terzo millennio  (Sugarco edizioni - Mi) – 2017 – pp. 115 – €.12,50)

Leggendo questo libro, viene spontaneo affiancare Roberto Marchesini che ne è l’autore a Costanza Miriano, entrambi tra i principali protagonisti del mondo family italiano.
Infatti, mentre quest’ultima, con le sue gags ampiamente diffuse nel web, nei libri ed in miriadi di incontri pubblici, va cercando di recuperare un’immagine della donna fuori dagli schemi che decenni di dominante femminismo le hanno cucito intorno, Marchesini svolge analoga funzione nei confronti della figura maschile.

Non meno della donna, anche l’uomo è stato mortalmente ferito da tale ideologia che si è venuta costruendo (quantomeno a partire dal saggio della Simone di Beauvoir – la compagna di una vita di Jean Paul Sartre - Il secondo sesso, scritto nel 1949) applicando i principi della dialettica marxista al rapporto tra i due sessi.
Il moderno femminismo ha infatti diffuso nell’opinione corrente l’idea che la diversità di ruoli tra i due sessi significhi sfruttamento della donna: né più né meno di come, secondo Marx, nella società capitalista, lo è la diversa posizione dell’imprenditore e del lavoratore subordinato.

Da qui, la necessaria affinità tra movimenti comunisti e femministi soprattutto dopo il ’68. Con estrema facilità, gli slogan e le rivendicazioni femministe hanno pertanto trovato, nei media e nei parlamenti il sostegno delle forze di sinistra ed insieme, l’acquiescenza, per conformismo o ignoranza, degli ambienti politici e religiosi che pure avrebbero dovuto opporsi.
Basti, a titolo di esempio, ricordare la superficiale esaltazione da parte dell’intero mondo cattolico italiano della c.d. riforma del diritto di famiglia del 1975 che sancì la scomparsa della potestà maritale della quale fu promotrice e relatrice di maggioranza la deputata democristiana, Maria Eletta Martini.
Questo avvenne nonostante il perfino inusualmente chiaro versetto di San Paolo (Efesini, 5,22), letto in tutte le messe nuziali: “le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, ...”, versetto che si fece … finta non esistesse.

Ma non sono stati solo la D.C. o i media a far dilagare le tesi femministe. Si farebbe infatti torto alla Magistratura, non ricordandone il metodico lavoro di cui si deve, ad esempio, la massima secondo cui la donna che, invaghitasi di altro uomo, chiede la separazione, ha comunque diritto a rimanere ed esser mantenuta con i figli nella casa coniugale del  portandovi pure il nuovo compagno (spesso, alla fine, pur indirettamente, mantenuto anch’esso) e -si badi bene- potendo, di fatto almeno, impedire ogni contatto della prole con i suoceri se non anche con l’ex-marito. Né parziali rimedi degli ultimi anni hanno modificato granché il diritto vivente.

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Era necessario ricordare tutto questo per comprendere come, in fin dei conti, più che di affermazione della donna, l’affermazione del femminismo ha comportato la distruzione di quella cellula fondamentale della società che è la famiglia ed, insieme, anche della figura del padre e, con esso, della stessa immagine maschile.

Se poi si ricorda che l’altrettanto dilagante ideologia pacifista ha messo al bando qualsiasi modello conflittuale ed anzi, la stessa idea di sfida, di contrasto ecc. tanto che perfino l’uso di aggettivi come virile, maschile ha assunto connotati negativi, non è davvero difficile tirare le somme.

Esecrati i modelli maschili tradizionali, detronizzato l’uomo dalla funzione di capo della famiglia e ridotto in minoranza perfino in professioni che ne erano state per secoli appannaggio, costretto dalle quote rosa a doversi accontentare tutt’al più della parità numerica, esautorato da ogni potere perfino sulla decisione della donna di abortire un figlio che è anche suo, subissato da leggi a senso unico (ultimo: il femminicidio) e da un inusitato bombardamento mediatico, non è davvero un caso che il maschio abbia finito per perdere la propria identità.

Ci sarebbe semmai da chiedersi se tutto questo non ha influito su quello che sembra essere il visto aumento dei comportamenti omosessuali maschili.

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È in questo contesto di autentica débacle della figura maschile che, nel libro che presentiamo, Marchesini propone agli uomini il ritorno ad un Codice cavalleresco ove, per cavalleria, non intende certo la mera galanteria.

Quel che l’autore propone, con una forma semplice e scorrevole schiva da ogni pur minimo political correct, è infatti il recupero di quei valori di coraggio, sincerità, onore, lealtà, cortesia, franchezza ecc. che, per secoli, hanno contraddistinto l’uomo occidentale ed europeo e quindi, di fatto almeno, cristiano e che si possono riassumere con la parola cavalleria che compare nel titolo. Il cavaliere è infatti il personaggio “senza macchia e senza paura” che, messo da parte il proprio personale interesse, opera per il bene solo perché è giusto compierlo e non per l’utilità che può derivargliene.

Il cavaliere è anche colui che rimane fedele alla parola data e che si china sul debole anche a rischio di sé stesso e che, per tutto questo, non ha timore di affrontare conseguenze anche sgradevoli.
Di questo tipo di uomo, che nessun programma scolastico ministeriale più ricorda, Marchesini fornisce anche esempi a noi più vicini nel tempo pur se, in fin dei conti, il cavaliere medievale rimane sempre il tipo per eccellenza tramandato, nei secoli, dalla tradizione letteraria, artistica ed anche spirituale.

La cavalleria costituì infatti una componente religiosa di rilievo della società cristiana: basti pensare agli ordini militari religioso-cavallereschi di cui Templari e Cavalieri di Malta sono gli esempi più famosi e, per finire, a quella singolare fucina di santità che sono stati per secoli gli Esercizi spirituali secondo il metodo di sant’Ignazio di Loyola, dettati dai gesuiti a legioni di persone a partire dal 1500.
Su di essi, si è costruita, almeno fino alla metà del ‘900, l’élite, cioè la classe dirigente, laica e religiosa, del mondo cattolico. Ed è proprio il modello del cavaliere quello che il santo propone nelle meditazioni chiave (La chiamata del re temporale ed I due stendardi) che debbono spronare il cristiano a darsi tutto a Dio.

Attraverso di essi come pure attraverso l’arte, anche quando il Medioevo cristiano era finito da un pezzo, è dunque sul modello del vero cavaliere che si è costruito il modello del cristiano e pertanto anche la spiritualità dominante in gran parte della Chiesa cattolica. 

Poiché, da un lato, non è detto che questo non possa ripetersi e comunque perché le giovani generazioni non possono essere educate a lungo a forza di musica rap, tatuaggi e face-book, che gli spunti che si traggono dalla lettura del libro di Roberto Marchesini meritano di essere diffusi.

Andrea Gasperini

Argomento: Fede e ragione

 La notizia che arriva da Londra, trasmessa sottotraccia dalle agenzie, è invece una di quelle che dovrebbe far riflettere profondamente. Si tratta di uno studio estremamente significativo condotto sulle circa sessantamila donne che hanno abortito nel 2016 nelle cliniche del British Pregnancy Advisory Service (Bpas), il servizio che riunisce circa 40 cliniche inglesi e che fornisce informazioni sulla “salute sessuale” e assistenza alle donne che decidono di abortire. 

Nel 2016, emerge dai dati, il 51% delle 60.592 donne che si sono rivolte al Bpas per abortire stava utilizzando almeno una forma di contraccezione quando è rimasta incinta. E il 24%, circa 15.000, ovvero un quarto, stavano usando quelli che sono considerati i metodi contraccettivi più efficaci, ovvero quelli ormonali come la pillola, il cerotto o l'anello vaginale.

Inoltre chi ha utilizzato questi metodi ha avuto in media aborti in una fase successiva della gravidanza rispetto ad altre donne, poiché non si aspettava che la contraccezione fosse fallita. Nessun metodo, sottolinea il report, è efficace al 100%. Eppure le pillole contraccettive sono considerate di gran lunga il modo più popolare di “proteggere” contro una gravidanza indesiderata tra le donne, ma la loro efficacia è valutata dagli esperti intorno al 91%: ovvero su 100 donne che la usano 9 restano comunque incinta. 

Ancora più bassa, come noto, l'efficacia dei preservativi, stimata intorno all’82%. Insomma: incinta nonostante la pillola, questo è il dato epidemiologicamente incontrovertibile che viene dalla Gran Bretagna, dove accade in un caso di aborto su quattro.

Per anni la propaganda cristianofobica si era accanita sulla Chiesa Cattolica, “rea” di non fare abbastanza per la prevenzione dell’aborto col suo veto sulla contraccezione artificiale. Ora invece abbiamo uno studio che dimostra scientificamente che le preoccupazioni della Chiesa sulla diffusione della contraccezione farmacologica erano più che fondate. La pillola offre una falsa sicurezza, e quando fallisce, non resta che l’aborto per “ovviare” a questo fallimento.

Come non andare col pensiero a Paolo VI e alla sua enciclica del 1968, quella Humanae Vitae che fu anche l’ultima enciclica pubblicata da papa Montini, la cui voce venne poi schiacciata dal furore dei “cattolici adulti”, teologi, preti, vescovi, suore, laici “illuminati”, che si schierarono con il pensiero mondano invece che con il Magistero della Chiesa.

Durante il pontificato di Paolo VI oltre mille scienziati allarmati e scandalizzati dalla posizione contraria agli anticoncezionali della Chiesa firmarono un manifesto per accusarla esplicitamente di essere “responsabile di un genocidio di vaste proporzioni condannando a morte milioni di esseri umani che nasceranno in condizioni da non poter avere né cibo né medicinali”.

Scosso dalle accuse, Paolo VI convocò una  commissione di esperti chiamandone a far parte scienziati, teologi, porporati ed esperti vari. La commissione concluse i suoi lavori raccomandando al Papa di eliminare i divieti, ritenendo che non esistevano motivi morali né religiosi desumibili dalla Scrittura che imponessero il divieto e terminò i propri lavori raccomandando al Papa di legittimare l’uso degli anticoncezionali, pillola e preservativo compresi. 

Ciononostante, Paolo VI con un atto di grande coraggio ribaltò le conclusioni della commissione e confermò il divieto, motivandolo con una precisione e un dettaglio straordinari sia dal punto di vista medico-scientifico sia teologico sia antropologico.

Ora, mentre ci si avvia a celebrare il 50° anniversario della pubblicazione della Humanae Vitae, nel 2018, ci sono fior di teologi che vorrebbero “superarla”, ovvero rottamarla. Forse farebbero meglio a leggere con attenzione lo studio uscito in Inghilterra, per meglio valutare gli effetti di quell’“immenso progresso che si è verificato, nel corso della modernità”, che sembra affascinare e conquistare molti cristiani, incapaci di vedere come questo progresso si sia tradotto nel tentativo di esercitare un dominio sul mondo e sulla persona da parte dell'uomo, che rivela forse in un grado mai prima raggiunto, la multiforme sottomissione alla caducità e al male. 

E speriamo che questo documento susciti un analogo interesse anche nel campo medico, dove la prescrizione di anticoncezionali viene fatta anche con leggerezza, e dove i metodi naturali non vengono nemmeno presi in considerazione e se non addirittura derisi. Infine, per tutti,  la consapevolezza che la  medicina deve essere  intesa anzitutto come prendersi cura,  farsi carico della salute da salvaguardare e della sofferenza che incontra, della malattia e della morte, in tutte le circostanze del suo lavoro. 

 

Paolo Gulisano, 17/7/2017 per http://lanuovabq.it/it/articoli-ecco-gli-aborticausati-dallacontraccezione-20485.htm

Argomento: Vita

   16 luglio 2017
 Nostra Signora del Carmelo

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Vita di San Giuseppe Cottolengo

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http://www.totustuus.it/modules.php?name=Downloads&d_op=viewdownload&cid=7

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E' lo studio dei grandi che ci spinge a grandi cose.
Se l'essere eroi è prerogativa di pochi eletti; se le opere gigantesche sono frutto di poche tempre tenaci ed indomite: se l'abnegazione, se la dedizione assoluta al sollievo dell'umanità sofferente è virtù di pochi entusiasti che vollero e poterono toccare la perfezione spirituale, tutti però possono rispecchiarsi in questo gigante della carità e santità e dal suo esempio vivo, vibrante ritrarre monito ed insegnamento per superare le debolezze umane, per suscitare le assopite energie spirituali, per tendere tutte le facoltà, spesso ricalcitranti, a rendersi utili, benefiche ai fratelli infelici, coll'alleviarne le pene, le sofferenze, i dolori.

La celebrazione dell'erezione del «Cottolengo», di quest'opera meravigliosa, deve ricordare a noi, così freddamente egoisti, l'amore immenso che il Beato Cottolengo nutriva verso gli infelici.
Tutta la sua vita venne consacrata all'esercizio della carità coll'immolazione più sublime: tutta la sua opera venne vivificata dallo spirito di abnegazione e di sacrificio, il più duro, il più spasimante.
Egli ideò e fece sorgere la Piccola Casa a fine di raccogliere sotto le immense e benefiche ali della carità tutte le miserie morali e fisiche dell'umana famiglia, tutti i rifiuti più fetenti e ripugnanti della società.

A chi gli domandava la ragione di tanto amore, di tanto delirio; a chi desiderava conoscere perché il fuoco di sua carità non languisse fra tanti contrasti, fra tante lotte, fra tanti stenti, rispondeva: Charitas Christi urget nos, è Gesù che alimenta in me questa fiamma, che il mio cuore ha convertito in un roveto perennemente ardente.

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Argomento: Aggiornamenti

 Dopo il boom tra il ’78 ed il 2012, con l'avvento di Papa Francesco ha avuto inizio una flessione.

 Al punto che, nella DIocesi di Bolzano, 25 parrocchie sono state drammaticamente affidate ai laici.

 

Il «boom» di vocazioni sacerdotali, registrato nei seminari di tutto il mondo tra il 1978 ed il 2012, è purtroppo ormai solo un ricordo: cinque anni fa è iniziata un’inversione di tendenza, da cui la Chiesa cattolica pare non riuscire più a sollevarsi. A dirlo, sono i dati diffusi dall’Ufficio Centrale di Statistica della Santa Sede nell’Annuarium Statisticum Ecclesiae, un tomo di ben 500 pagine.

Il picco di vocazioni si ebbe con Giovanni Paolo II, passato dai 63.882 seminaristi del suo primo anno di pontificato, il 1978, ai 114.439, quasi il doppio, nell’anno della sua morte, il 2005. Il dato ha registrato un’ulteriore crescita con Benedetto XVI, toccando quota 120.616 nel 2011. Situazione sostanzialmente stabile nel 2012 con 120.051 vocazioni.

Da allora, però, e con l’avvento di papa Bergoglio ha avuto inizio una flessione, ad oggi inarrestabile : dai 118.251 seminaristi del 2013 si è giunti ai 116.843 del 2015. E’ abbastanza per parlare di crisi, che ha significato carenza di sacerdoti e parrocchie chiuse soprattutto nelle comunità-simbolo del liberalismo teologico, come molte in Germania e in Svizzera; di contro, in altre Diocesi, soprattutto in Africa e negli Stati Uniti, fedeli alla Tradizione ed alla Dottrina cattolica, le vocazioni sono fiorite copiose.

Un esempio è dato dalla Diocesi di Madison, nel Wisconsin, noto bastione del cattoprogressismo sino al 2003, quando giunse come Vescovo mons. Robert Morlino. All’epoca, c’erano solo sei seminaristi; in dodici anni sono sestuplicati, divenendo 36 nel 2015. Come? Grazie all’attenta guida del nuovo Pastore col ritorno all’ortodossia cattolica, alla chiusura coatta di certi gruppi dissidenti, autoproclamantisi “cattolici”, benché lontani anni-luce dalla sana Dottrina, alla diffusione di lettere pastorali a tutela dell’insegnamento cattolico sul matrimonio, alle omelie inneggianti alla santità di vita, ai tabernacoli al centro delle chiese, a celebrazioni liturgiche dignitose, molte delle quali nella forma tridentina.

Lo stesso dicasi per la Diocesi di Lincoln, in Nebraska, dove Vescovi ortodossi hanno portato vocazioni sacerdotali in proporzione di molto maggiore a quella delle altre Diocesi. Il perché lo ha ben spiegato lo stesso Vescovo di Lincoln, mons. James D. Conley, che in un’intervista, rilasciata l’anno scorso al Catholic World Report, ha collegato senza esitazioni tale fenomeno alla fedeltà all’insegnamento tradizionale della Chiesa.

Insomma, un monito pastorale molto chiaro per quanti vogliano stare ad ascoltarlo…

(M.F., 25 giugno 2017 per https://www.corrispondenzaromana.it/notizie-brevi/tornata-la-crisi-nei-seminari-dopo-il-boom-tra-il-1978-ed-il-2012/)

Argomento: Chiesa

 La teologia di Karl Rahner
e l’eutanasia della Dottrina sociale della Chiesa.
  Apriamo una discussione sulla teologia di Rahner.

L’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi così scriveva nel libro “La Dottrina sociale della Chiesa. Una verifica a dieci anni dal Compendio (2004-2014)” (Cantagalli, Siena 2014):
« A mio modo di vedere la posizione di pensiero maggiormente influente per la critica alla Dottrina sociale della Chiesa è quella di Karl Rahner. Se andiamo a vedere nel dettaglio, molti dei teologi che, in seguito, hanno sferrato critiche e sviluppato percorsi alternativi alla Dottrina sociale sono stati suoi allievi. Rahner riflette sulla scia del pensiero di Heidegger, ossia al di fuori del contesto di una filosofia cristiana. Fuori anche dal contesto tracciato in seguito dalla Fides et ratio di san Giovanni Paolo II. Questa enciclica fa alcuni nomi, a titolo di esempio, di filosofi cristiani, ma Heidegger non figura tra essi. Rahner intende Dio come un “trascendentale esistenziale”.

Ciò significa due cose principalmente: che tutti gli uomini sono in Dio, perché Egli è la loro dimensioni apriorica, l’orizzonte non conoscibile e non categorizzabile della loro soggettività e della loro libertà, in pratica del loro essere persone; che a Dio si accede sempre dentro la nostra coscienza. Egli non viene conosciuto, ma coscienzialmente ed esistenzialmente esperito come orizzonte di ogni significato.

Ciò storicizza la fede, che non è un conoscere ma un fare esperienza esistenziale di un orizzonte intrascendibile. In questo consiste, per lui, la trascendenza. Non ci sono più atei e credenti, ma tutti sono dentro quest’orizzonte e si accompagnano reciprocamente nell’interpretazione della vita. Qualcuno passa da un cristianesimo anonimo ad uno non anonimo, ossia tematizzato e consapevole, senza perciò cessare di condividere quello stesso orizzonte. Il bene e il male non sono netti, ma svolgendosi l’esistenza tutta dentro l’orizzonte trascendentale di Dio, esistono vari livelli di bene da far lievitare, ma non mai da condannare. L’uomo non può mai sapere fino in fondo quando è in situazione di peccato. La Chiesa non è davanti al mondo, pur essendo anche nel mondo, ma si fa mondo, perché condivide col mondo il comune orizzonte esistenziale.

In questo quadro, che ho dovuto qui riassumere in poche battute col rischio di incompletezze, è molto difficile farci entrare la Dottrina sociale della Chiesa, a meno di smantellarne il carattere di corpus dottrinale, eliminarne la valenza missionaria e salvifica ed intenderla come una prassi dell’accoglienza, dell’ascolto e del camminare insieme, ma senza la luce della verità che viene dall’esterno di questo mondo, dal trascendente. Il trascendente, per Rahner, consiste appunto nella dimensione trascendentale esistenziale che, essendo la condizione di ogni senso, non può essere a sua volta tematizzata. Trascendente in questo senso».

Da queste affermazioni risulta l’incompatibilità della teologia rahneriana con la Dottrina sociale della Chiesa e perciò si capisce perché tutte le correnti che a Rahner si rifanno in realtà hanno sempre combattuto, in modo palese od occulto, la Dottrina sociale della Chiesa, anche nel lungo periodo – anzi soprattutto allora – in cui essa doveva essere rilanciata per volontà dei Pontefici. Si è trattato di un’opposizione sorda e pervicace che ha prodotto molti danni e che oggi sembra essere vincente. Ho potuto confermare questa tesi dell’Osservatorio nel mio ultimo libro “La nuova Chiesa di Karl Rahner. Il teologo che ha insegnato ad arrendersi al mondo” (Fede & Cultura, Verona 2017). Alla luce anche di quanto scritto in questo libro, può essere utile richiamare qui i punti fondamentali per cui la teologia che fa capo a Rahner rappresenta un tentativo di eutanasia della Dottrina sociale della Chiesa. Speriamo di suscitare così un dibattito che ospiteremo volentieri nel nostro sito.

La Chiesa nel mondo

Perché ci sia Dottrina sociale della Chiesa bisogna che la Chiesa non sia mondo. La Dottrina sociale della Chiesa è infatti l’annuncio di Cristo nelle realtà temporali. Se la Chiesa si immerge senza distinzione nelle realtà temporali, la missione della Dottrina sociale della Chiesa, e la Dottrina sociale della Chiesa come missione della Chiesa, sono già finite. Ma proprio questo è quanto afferma Rahner, secondo cui la Chiesa deve smetterla di voler “manipolare il mondo”. Essa deve intendersi come una parte del mondo, senza pretese di superiorità dottrinale e veritativa.

Dio si rivela nel mondo

Questo perché Dio non si rivela prioritariamente nella Chiesa ma nel mondo, dato che Egli si rivela indirettamente negli eventi dell’esistenza in quanto orizzonte primordiale e apriorico che li rende possibili. La rivelazione di Dio non è né cosmica né metafisica, è completamente storica. Dio si rivela indirettamente nei fatti storici. Ne consegue che la dottrina – e quindi anche la Dottrina sociale della Chiesa – non è l’elemento primario. Prima di tutto c’è la vita, la prassi … e poi la dottrina. Ecco perché la Dottrina sociale della Chiesa è stata accusata di ideologia e di astrattezza.

Dio è immanente nella storia

Secondo Rahner bisogna ripensare la trascendenza di Dio. Essa non è di carattere metafisico, ma esistenziale. Dio è trascendente nel senso che non è una cosa tra le cose, ma è l’orizzonte che rende possibile la nostra visione interessata, partecipe e libera delle cose. Trascendente per lui vuol dire a-priori. In questo senso Dio non ci rivela delle conoscenze, non ci trasmette una dottrina, non ci dà delle prescrizioni … Egli ci dice solo di vivere in modo partecipato, dialogando con gli altri perché Dio si rivela a tutti e non solo ai cristiani.

Dio pone domande e non dà risposte

La Dottrina sociale della Chiesa, pur con il suo carattere pratico e perfino sperimentale, aveva la pretesa di indicare delle risposte di bene e di salvezza all’umanità. Ma per Rahner Dio non dà regole, suggerimenti, indicazioni. La presenza di Dio in tutti gli uomini consiste nella loro “questionabilità”, ossia nella insaziabilità che li porta a mettere sempre in questione i nuovi risultati acquisiti. Il cristiano è semplicemente colui che è aperto al futuro, da cui derivano tutte le dottrine teologiche del futuro e della prassi che hanno caratterizzato i decenni postconciliari.

Dottrina e legge morale naturale no esistono più

La Dottrina sociale della Chiesa ha sempre sostenuto di fondarsi sulla rivelazione – vale a dire sulla dottrina della fede – e sul diritto naturale. Ma nella prospettiva rahneriana entrambe le cose non esistono più. La rivelazione non ci fa conoscere verità dottrinali, I dogmi sono storici e si evolvono, la “natura” va riassorbita completamente nella storia ed è un residuo metafisico del passato.

Come si vede da questi poveri accenni – sviluppati più adeguatamente bel libro sopra citato – tra la teologia di Karl Rahner e la Dottrina sociale della Chiesa c’è assoluta incompatibilità. Questo spiega, lo ripeto, perché essa sia stata e sia fortemente contestata e contrastata. Ma la ragione non sta dalla parte di Rahner e del rahnerismo, nonostante sembri oggi prevalente nella Chiesa.

 

Stefano Fontana
per Osservatorio Van Thuan del 5 maggio 2017: http://www.vanthuanobservatory.org/ita/la-teologia-di-karl-rahner-e-leutanasia-della-dottrina-sociale-della-chiesa-apriamo-una-discussione-sulla-teologia-di-rahner-2/

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